Ei fu… un problema anche oggi.

Questo anniversario napoleonico è quanto mai fonte di polemiche e l’opinione pubblica da mesi è profondamente divisa. Da una parte i fautori della cosiddetta cancel culture, ovvero quella che fino a qualche anno fa si chiamava damnatio memoriae, dall’altra coloro che affermano che celebrare i duecento anni dalla dipartita dell’ uom fatale non significhi per forza condividerne le politiche coloniali né le smanie espansionistiche. Abbiamo visto quel che è successo all’ultima persona che ha provato ad invadere tutta l’Europa e a sottometterla al suo potere: finito suicida in un bunker con la compagna, divenuto quasi antonomasia dell’uomo folle e odioso, del dittatore velenoso. Vien da dire che a Bonaparte sia andata molto meglio, confinato in un’isola africana, ‘in sì breve sponda‘. Ma va anche detto che, sebbene Napoleone fosse al centro di una politica espansionistica e colonialista di stampo antico, la sua ascesa e declino non si sono accompagnati ad una politica dittatoriale improntata all’odio razziale, almeno non nell’accezione contemporanea di razzismo.

Ampliando un po’ il discorso, ritengo molto interessante che la letteratura italiana annoveri tra le opere di uno dei suoi maggiori autori un’ode dedicata al generale: in effetti, quando spiego ad un francese che in Italia a scuola ci fanno spesso imparare a memoria il ‘5 maggio’, la reazione che mi ritrovo di fronte è di stucco. E Foscolo nel frattempo si rivolta nella tomba. Se però prendiamo in considerazione il potere che quell’uomo ha avuto sulle sorti dell’Europa di inizio XIX secolo, forse possiamo mettere tutto in una prospettiva più ampia e capire che celebrare il duecentesimo anniversario della sua dipartita non è un capriccio per storici, per nostalgici, per revisionisti od occhialuti appassionati che brancolano per le strade ricoperti della polvere di musei, biblioteche ed archivi. Significa riconoscere il peso specifico di una figura che ha contribuito a rendere la Francia quello che è. Altrimenti dovremmo fare lo stesso discorso per un’altra ricorrenza cara ai francesi e chiederci perché sparare fuochi d’artificio all’impazzata in un giorno di mezza estate che celebra l’inizio di un processo sanguinoso che la storia ha poi battezzato ‘Rivoluzione’ e che portò ad estreme conseguenze quali il Terrore e la ghigliottina?

Se si vuol fare cancel culture, penso che purtroppo ciò significhi mettersi a guerreggiar con tutto il passato umano. Reputo molto più utile e costruttivo, invece, fare un discorso ben più complesso, e per questo difficile e arduo da mettere in pratica: sapere quali mali sono stati perpetrati e da chi, e condannarli senza se e senza ma, riconoscendo però, se ce ne sono stati, i meriti di una figura storica al netto del nostro giudizio di uomini contemporanei su di essa.

Questo territorio, lo so bene, è davvero scivoloso, specie per noi italiani, che poco più di 70 anni fa risorgevamo dalle ceneri di una dittatura indescrivibilmente violenta e tragica. Essa aveva trascinato la nazione in una guerra al fianco di un’altra dittatura disgustosa e di questo avremo sempre vergogna. Per cui sia chiaro che non è mia intenzione far revisionismo storiografico spiccio e all’acqua di rose. A mio avviso, riconoscere e celebrare l’anniversario della morte di uno degli uomini storicamente più importanti del millennio scorso, il quale tra le altre cose ha cambiato per sempre il volto dell’Europa, non è approvare l’istituzione della schiavitù, del colonialismo e lo sfruttamento degli esseri umani, tanto quanto non significa pensare che Bonaparte avesse ragione a voler invadere e schiacciare tutto il vecchio continente, a deturpare l’Egitto e a sottomettere intere popolazioni con la sua politica coloniale. Nella fattispecie, Napoleone non si è fatto portatore di una dottrina dell’odio come hanno fatto altri dopo di lui. Ha agito sempre e solo nell’interesse militare e per il prestigio del paese, con una sete di potere che molti re e imperatori venuti ben prima hanno avuto in massimo grado e che non può essere misurata col metro di oggi, poiché Bonaparte appartiene ad un mondo che non esiste più, morto con la disfatta del nipote sul campo di battaglia di Sedan nel 1870.

Ecco la differenza tra Bonaparte e altre figure del novecento, sulle quali, al contrario, un giudizio netto e irrefutabile si auspica ed è necessario.

Detto questo, è ora scossa che la Francia restituisca un po’ di roba all’Italia, oltre che i terroristi estradati.

Pillola: Nîmes, il Colosseo e le gaffes epocali dei politici

Che i politici non siano nuovi a gaffes, sfondoni ed errori di ogni tipo non è cosa nuova. I più recenti comprendono anche delle colte citazioni dantesche, salvo poi scoprire che del Sommo quei versi non sono: sono nati infatti dalla penna dei fantastici autori de ‘L’inferno di Topolino’.

La gaffe di oggi vede protagonista la sindaca di Roma Virginia Raggi, o meglio, il suo staff di gestione dei social media. Pare che, invece di una foto del glorioso Colosseo, sia stata usata un’immagine dell’arena di Nîmes per un video promozionale di un evento golfistico.

Ovviamente qui in Francia la cosa ha fatto ridere, sorridere, e ha fatto molto piacere soprattutto agli abitanti della bella Nîmes. Ma agli italiani residenti in Francia invece ha causato non poco imbarazzo… Ma insomma! Suvvia! Ma come si fa a confondersi così…? Mais quand même…!!!!

La bella arena di Nîmes
Il Colosseo by night.

Le foto non sono mie e appartengono ai loro legittimi proprietari

Pillola: vivevano a colori

Di recente ho acquistato un libro fotografico estremamente interessante che vorrei consigliare a tutti i lettori di De amore gallico: si intitola ‘Ils vivaient en couleurs’ e l’autrice è Aude Goeminne, Editions du Chêne.

Raccoglie al suo interno 250 foto d’epoca ricolorate artificialmente per ripercorrere 100 anni di storia, 1838 an 1945.

Da un punto di vista storico la colorazione delle foto è trattata con pareri discordanti: c’è chi la critica aspramente perché la interpreta come un voler ‘manipolare’ la storia e renderla falsa, ma c’è anche chi crede che possa invece renderla più viva e più ‘attuale’.

Non sta a me esprimermi su questo punto, desidero solo esternare il mio apprezzamento per questo libro a mio avviso mirabile, che riporta in vita scampoli di storia rendendoceli più vicini e tangibili. Alcune delle immagini contenute sono tragiche, altre mi hanno sconvolta (quelle sul lavoro minorile, su alcuni animali morti e sulla prima guerra mondiale soprattutto), altre sono divertentissime e davvero buffe.

Ogni foto è corredata da un breve testo esplicativo o un commento, e ciascun capitolo, dedicato ad un ambito della vita umana o ad un periodo storico specifico, è introdotto da una breve spiegazione storica per chi a scuola fosse andato in bagno proprio mentre la prof. spiegava il patto Molotov-Ribbentrop.

Dai, su, alzate la cornetta e prenotatelo dal vostro libraio di fiducia!

Di seguito un piccolo estratto del libro.

Nella prima foto un gruppo di breaker boys della Pennsylvania. Erano i fanciulli che, nelle miniere di carbone, dovevano picconare i grossi blocchi di materiale estratto per romperli in pezzi più piccoli. Il lavoro minorile è la prima sezione del libro. Inutile dire che è un vero e proprio pugno allo stomaco.

La seconda immagine raffigura una suffragetta che viene arrestata a Londra. Pensare a quanto noi donne abbiamo dovuto lottare (e stiamo ancora lottando) per avere gli stessi diritti degli uomini fa venire un groppo in gola…

La terza foto è la conosciutissima immagine di Garibaldi ferito sull’Aspromonte. Quando ero piccola i miei nonni e bisnonni materni mi cantavano sempre questa canzone: ‘Garibaldi fu ferito, fu ferito ad una gamba, Garibaldi che comanda, che comanda il battaglion!’

L’ultima foto ritrae Maria Montessori, illustre chiaravallese, grande donna, grande scienziata e grande educatrice. Un personaggio storico di cui l’Italia deve essere fiera! Io sono nata nel suo stesso villaggio.

Madame Tussaud, la donna dietro le cere

Sì, lo sappiamo: andare a Londra e non fare nemmeno una capatina al museo delle cere è una vergogna. Ma se invece di parlare della statua di Elvis o di Maria Antonietta parlassimo della donna a cui il museo è intitolato?

Già, perché Madame Tussaud non era affatto britannica, come il nome rivela. Era francese! E la sua vita è degna di essere raccontata.

Si chiamava Anne-Marie Grosholtz ed era nata in Alsazia nel 1761. Figlia postuma a causa della Guerra dei Sette Anni, Anne-Marie fu cresciuta dalla madre, Anne Made, la quale, dopo esser rimasta vedova decise di lasciare Strasburgo per andare a servizio in casa di un noto medico svizzero di Berna, tale Philippe Curtius.

Mme Tussaud

Costui insegnava anatomia agli studenti e, a tal fine, si serviva di modellini di cera molto accurati, come quelli che si possono vedere nelle wunderkammer degli appassionati di questo genere di artefatti, o nei musei anatomici delle facoltà di medicina. Era una pratica assai comune, al tempo. Il dottor Curtius, dal canto suo, non solo li usava nelle sue lezioni, ma addirittura li fabbricava lui stesso. Anne-Marie, orfana di padre, si affezionò al datore di lavoro della madre, e lui la prese a benvolere, tanto da iniziare ad insegnarle la pratica della scultura con la cera. Curtius pare fosse uno scultore proprio bravo, così bravo che, alla fine, cavalcando l’onda del suo successo come artista, decise di lasciar perdere la medicina: si stabilì a Parigi dove aprì il suo cabinet des cires e iniziò una carriera come scultore. Il successo fu grande. Modellò addirittura il ritratto di Madame du Barry, non so se mi spiego…

Anne-Marie e la madre lo seguirono nella capitale francese. Il clamore delle opere di Curtius era tale che furono organizzate mostre delle sue statue addirittura al Palais-Royal. Ad accompagnarlo nella sua celebrità parigina c’erano sempre Anne-Marie e sua madre. La giovane Anne-Marie divenne la fidata assistente di Curtius, dimostrando un autentico talento nel modellare i ritratti di Voltaire, Rousseau e Benjamin Franklin. La fama della sua bravura arrivò fino alla corte di Versailles, presso cui, a quanto affermava lei stessa, fu un’habituée per diversi anni.

Ma il vento della rivoluzione soffiava turbolento. Nelle sue memorie, che sembrano essere non poco romanzate, Anne-Marie afferma di essere stata arrestata in quanto simpatizzante della monarchia. Sembra che il delatore sia stato un artista rivale di Anne-Marie, tale Jacques Dutruy, assistente del boia (curioso questo particolare, visto che, secondo fonti storiche abbastanza solide, il padre di Anne-Marie discendeva da una stirpe di boia alsaziani…). Fu incarcerata, sempre secondo il suo mémoir, nella stessa cella di Josephine de Beauharnais e venne fatidicamente liberata a due passi dalla ghigliottina (pare che le fossero già stati tagliati i capelli per decapitarla) grazie all’intervento di Jacques-Louis David, collega artista. I rivoluzionari la misero allora a preparare le maschere mortuarie di grandi personaggi che finivano col collo mozzato. Tra i tanti che Anne-Marie ritrasse possiamo citare almeno tre nomi più che celebri: Marat, Robespierre e perfino Maria Antonietta.

La vecchia madame Tussaud

La vita aveva altre cose in serbo per Anne-Marie. Quando Curtius morì, lasciò a lei l’integralità della sua collezione di cere. L’anno seguente la donna si sposò e assunse il nome con cui è passata alla storia: Madame Tussaud. Dall’unione col marito nacquero due figli.

Nel 1802 attraversò la manica accompagnata dal figlio maggiore, accettando l’invito di un prestigiatore in voga all’epoca, Paul Philidor, un pioniere degli spettacoli fantasmagorici. Philidor voleva che Madame Tussaud esponesse le sue opere nell’ambito dei suoi spettacoli e le propose di entrare in società. Questo business, purtroppo, non si rivelò molto remunerativo per Mme Tussaud: Philodr teneva per sé gran parte dei benefici delle mostre e degli spettacoli, tanto da spingerla a ritirarsi dalla fantasmagoria e tentare una strada rischiosa ma assai stimolante: mettersi in proprio. Con la sua vasta collezione di statue, maschere mortuarie e ritratti di criminali viaggiò in lungo e in largo per le isole britanniche, riscuotendo un grande successo per ben tre decenni. Non fece più ritorno in Francia, perché gli anni trascorsero veloci e l’astro fulgido di Napoleone iniziò ad oscurare la stella navale britannica. La situazione degenerò, deflagrando in quelle che sono note come ‘guerre napoleoniche’. Già che c’era, forse, era meglio rimanere in Gran Bretagna…

Nel 1821, finalmente, Mme Tussaud fu raggiunta anche dal figlio minore. Quest’ultimo era stato dato per disperso in mare cinque anni prima. Grande fu il sollievo della donna che, con rinnovato vigore, si mise a lavorare aiutata dai due discendenti: dopo trentacinque anni di vagabondaggi in giro per la Gran Bretagna era giunto il momento di progettare una grande mostra permanente delle sue cere. Londra era il luogo ideale e la via che scelse fu proprio Baker Street (sì, vicino all’appartamento di Sherlock e Watson). In effetti, la primissima mostra di Madame Tussaud aprì i cancelli al secondo piano del Baker Street Bazaar… di fatto non lontano dall’indirizzo attuale, a Marylebone, dove fu trasferita dal nipote Joseph Randall Tussaud nel 1884.

Madame Tussaud morì nel sonno, a Londra, all’età di 88 anni. Alcune delle sue statue di cera esistono ancora, e si trovano proprio in quel museo che tutti vanno a visitare nei loro week-end londinesi.

Che ne dite… valeva la pena leggere la sua storia?

Pillola: il fil rouge che parte da Parigi e arriva a Panama

Ho da poco scoperto che Parigi, oltre ad essere soprannominata in modo un po’ trito, la ville lumière, è anche detta Paname.

Che stregoneria è mai questa?

Sono andata a cercare di qua e di là e, sebbene da nessuna parte si trovi una risposta certa, è pacifico che ci sia di mezzo il canale di Panama. La versione più accreditata, infatti, è quella data dal giornalista e storico Claude Dubois: verso la fine del XIX secolo, si iniziarono i lavori per la costruzione del canale di Panama. Gli operai addetti agli scavi usavano questo copricapo per proteggersi dal sole cocente, ma grazie al presidente americano Roosevelt, in visita al sito di scavo, il panama fu sdoganato anche nell’alta società e divenne un accessorio di moda. Questa voga giunse fino a Parigi, dove tutti portavano il panama per sentirsi à la page. La capitale francese divenne quindi la città del cappello panama, la capitale dell’eleganza e della fatuità.

C’è un’altra versione, meno frivola, che invece imputa l’origine di questo soprannome allo scandalo finanziario legato al canale di Panama e alle conseguenze che ebbe sulla borsa di Parigi. Addirittura Clemenceau e Eiffel ne furono gravemente danneggiati… chiamare Parigi Paname diventa allora una sorta di punizione per l’affaire che fece quasi crollare l’economia francese.

Quale che sia l’origine di Paname, non resta che sederci sul divano, chiudere gli occhi e ascoltare la canzone di Léo Ferré…

Unbekannt, ‘Scavo del canale di Panama’, 1888

‘Cherchez… l’étymologie’

L’etimologia è… la genealogia delle parole! Lo scienziato etimologo traccia gli alberi familiari dei lemmi di una lingua e, così facendo, come un Poirot che dal suo sofà faccia lavorare le celluline grigie bevendo una cioccolata calda, risolve misteri semantici e scova i bandoli delle matasse, le fila di misfatti e delitti linguistici persi nelle nebbie della storia. Una cosa davvero eccitante!

Di seguito De amore gallico vi presenta alcune parole che ormai fanno parte della lingua italiana e che usiamo con larga disinvoltura, ma che hanno tracce più o meno evidenti di francese nel loro DNA. I termini qui spiegati li trovate, assieme a molti altri, nel libro ‘Perché ci piacciono le parole’, di Giorgio Moretti, co-fondatore, insieme a Massimo Frascati, e principale autore del sito ‘Una parola al giorno’. Lo potete acquistare qui insieme a molti altri libri di UPAG.

Bisturi: questa parola è letteralmente andata e ritornata. Deriva infatti dal francese bistouri, che anticamente designava un mero pugnale. La parola arrivò oltralpe tramite l’italiano settentrionale pistorino, che significava una lama forgiata a Pistoia. In effetti, la città toscana, durante l’età di mezzo, era famosa su scala internazionale per la manifattura di armi bianche. Tra le più conosciute e apprezzate c’era il pugnaletto fine e lungo detto ‘pistolese’. Come è scritto nel libro: ‘Passato in Francia attraverso il nord Italia, si è portato dietro il nome di Pistoia via via sempre più alterato, finché già nel Settecento non ha iniziato a rientrare col significato di coltello operatorio. Praticamente inimmaginabile’.

Silhouette: il famoso ritratto, essenziale e di gran gusto, ma anche la forma fisica da figurino dopo una dieta ferrea devono il loro nome a Monsieur Etienne de Silhouette, Controllore Generale delle finanze del Re Luigi XV. Visse tra il 1709 e il 1767 e tentò vanamente di arginare le spese folli del sovrano, che in quanto a lusso e amore per lo sfarzo non aveva niente da invidiare al suo predecessore, il Re Sole. Silhouette cercò di imporre tagli e tasse, si fece fama di radin e divenne subito antonomasia di uno stile sobrio, financo povero. Ecco perché i ritratti che andavano di moda all’epoca, in cui era tratteggiato solo il profilo della persona, vennero detti, per giuoco, portraits à la Silhouette. Insomma, un ritratto degno di un gran tirchio!

Galoppino: deriva dal nome di un personaggio delle chansons de geste medievali. Galopin era il messaggero, quello che correva di qua e di là per tutto il poema, destreggiandosi tra tante difficoltà grazie alla sua arguzia e alla sua vivacità. Di quel Galopin, oggi, al galoppino è rimasto solo l’esser pieno di faccende da fare, il correre in giro eseguendo tutte le mansioni meno apprezzabili per conto di qualcuno. Uno zerbino, un portaborse, un assistente tuttofare, insomma.

Omaggio: oggi siamo abituati ai cataloghi dei punti del supermercato, terminati i quali riceviamo pentole e stoviglie in omaggio, ma la nascita di questa parola ha una dignità ben più alta. Viene dal francese antico homage e deriva da… homme. Uomo. Non era un regalo, ma una cerimonia, quella durante la quale un signore assegnava un feudo ad un vassallo. Il nobile concedeva la terra, i privilegi e gli onori e il ricevente giurava davanti a Dio e agli uomini di essere suo fedele servitore, di essere il suo uomo e di mantenere il giuramento con tutte le sue forze.
Col tempo questa cerimonia così specifica, l’omaggio, passò a designare più in generale atti di ossequi e di deferenza, e quindi anche il dono che li accompagnava.

L’antenato dei sommelier

Sommelier: potremmo definirla la più francese di tutte le parole, visto che si attaglia ad un ruolo importantissimo nella cultura gallica, quello dell’intenditore di vini, colui che li conosce, li sa distinguere, gustare, giudicare, consigliare a chi, invece, non ci capisce un’acca. Ma sebbene sembri così terribilmente nobile, essa nasconde sotto gli strati ultra-chic delle etichette di vini pregiati un’origine umilissima. Propriamente significa ‘conduttore di bestie da soma’ e nell’antico provenzale si diceva saumalier. Somariere. Nelle corti itineranti del medioevo, in cui il re con lo stuolo di cavalieri, compagni d’arme, cortigiani e servitori andava in lungo e in largo per il regno, il somariere era nientemeno che un vero e proprio ufficiale, quello addetto ai bagagli di corte, un ruolo importante perché la logistica al tempo era cosa alquanto complicata. Quando poi i sovrani si stabilirono permanentemente nei palazzi e la rozza nobiltà medievale si trasformò nella raffinatissima corte dell’ancien régime, i somarieri abbandonarono armi e bagagli per trasferirsi nelle cucine e nelle cantine, occupandosi delle riserve di vino, di cibo e organizzando le squadre di coppieri, di camerieri, curando la tavola. Solo nell’Ottocento il sommelier si ritirò dal campo gastronomico, lasciando spazio allo chef nelle cucine e barricandosi in cantina, tra le botti e le bottiglie, per specializzarsi nell’ambito enologico.

Se questo argomento vi è piaciuto, vi invito ad iscrivervi alla newsletter di UPAG, Una parola al giorno: tutte le mattine col caffè vi arriveranno mail in cui una parola della nostra lingua verrà sviscerata, approfondita, commentata e analizzata con rigore scientifico, accuratezza storica e una buona dose di umorismo.
Un venerdì su due troverete anche una parola scritta da me, che curo il ciclo delle parole semitiche, termini della lingua italiana che affondano le radici nel deserto arabo o che sono fiorite tra le mura di Gerusalemme.

UPAG: il lampo è così grande e così piccolo è il lampone!

Pillola: Epifanie di vario genere (principalmente etimologiche e sulle vacche)

Che voi stiate aspettando di vedere la calza piena di dolcetti portati dalla Befana o che mangiate soddisfatti una galette des rois cercando il santon, l’Epifania arriva e porta via tutte le feste.

Quest’anno ancor di più perché all’orizzonte non si vedono eventi carnascialeschi volti ad allietare i mesi invernali.

Il vaccino sta arrivando, tra mille ritardi e problemi, ma sta arrivando. Tra i vari Pfitzer, Moderna, Astrazeneca, Sputnik… un pensiero va comunque al dottor Pasteur e alle sue scoperte scientifiche di un secolo e mezzo fa, quando tra provette, fogli di carta e poco altro riuscirono a trovare il principio che poi ci liberò di cose come il vaiolo (e se siete no-vax potete anche smettere di leggere qui, io sono pro-vax e per esserne felice mi basta andare a cercare su Google immagini ‘foto del vaiolo’), la poliomielite e tante altre orrendezze a cui non voglio nemmeno pensare.

A proposito, una piccola nota etimologica, per cominciare bene l’anno 2021: la parola vaccino deriva da vacca, perché i primi esperimenti sugli anticorpi furono fatti usando il pus prelevato dalle piaghe procurate alle mucche dal vaiolo vaccino. Perché questo flagello non lo prendevamo solo noi! (I maghi, ad esempio, possono beccarsi il vaiolo di drago!)

In francese vaccino si dice vaccin, in inglese vaccine e così in molte altre lingue e sempre in tema di vacche restiamo.

Oh la vache!

La mucca sulla copertina di Atom Heart Mother dei Pink Floyd, nella foto scattata da Storm Thorgerson.