Mademoiselle Lenormand – sibilla, chiaroveggente e cartomante di Napoleone

Spesso, dietro personaggi storici di calibro e reputazione insormontabili, si celano figure poco conosciute, financo oscure, che li hanno influenzati fatalmente.

È il caso di Mademoiselle Lenormand, sibilla, chiaroveggente e cartomante che guidò i passi di uomini politici come Robespierre e Napoleone. A lei si rifà un celebre mazzo di carte utilizzato molto spesso dai cartomanti per predire gli avvenimenti riguardanti la parte più semplice e ‘quotidiana’ della vita umana: i nuovi vicini saranno simpatici? Andremo d’accordo col nuovo capo? Qualcuno ha rubato dei soldi dalla cassa? L’appuntamento andrà bene o male? Nulla a che vedere con la potenza simbolica e archetipica incarnata dai tarocchi, a cui si è interessato Jung stesso.

Ritratto della Lenormand nel 1802

Dunque, Mademoiselle Lenormand. Chi era costei? Qui va fatta una precisazione: ci sono i fatti, cioè le notizie sulla sua vita raccolte da storici che indagarono su di lei in modo serio e sistematico, e i suoi racconti e diari, in cui si dipinge con colori vivaci e si attribuisce gesta mirabili. Nata ad Alençon nel 1768 (a suo dire 1772, ma i tentativi di ringiovanirsi sono un peccato che commettiamo tutti…), rimase orfana molto presto, all’età di cinque anni, ed entrò così in un collegio di suore benedettine, come avveniva alle bambine rimaste senza genitori. Dicono che, quando aveva sette anni, predisse la caduta di una delle sorelle del convento e che, sebbene il fatto fosse avvenuto davvero, la cosa le causò una marea di guai con le religiose, le quali le fecero scontare una dura punizione.

Arrivò a Parigi da giovane, tra il 1790, data da lei affermata, e il 1793, anno riscontrato dalle ricerche. Diceva di aver sin da subito frequentato i salotti bene della società, ma sembra che abbia svolto inizialmente lavori molto umili, come la lavandaia. La si può davvero biasimare per aver truccato e abbellito la propria vita? Chi, stando al suo posto, non avrebbe cercato di crearsi un’aura ed un passato migliori?

Mlle Lenormand apprese la cartomanzia, dicunt, sui tarocchi di Etteilla (a proposito di questa figura De amore gallico pubblicherà presto un articolo) da una signora chiamata Madame Gilbert. Questo dato è assai misterioso o una magica coincidenza, visto che sembra che il cognome da nubile di sua madre fosse proprio Gilbert. Pare comunque che Mlle Lenormand non si sia limitata solo alla cartomanzia, ma che avesse esteso il suo campo di conoscenze anche alla chiromanzia, alla negromanzia e all’astrologia.

Giuseppina imperatrice con i gioielli disegnati dal grande Nitot

Sebbene quest’attività di pitonessa fosse considerata illegale in Francia, al tempo, ella si guadagnò presto una certa fama e attirò clienti provenienti da diverse classi sociali: gente del popolo, ma anche borghesi ed infine nobili. Durante la rivoluzione pare che abbia consigliato figure quali Marat, Robespierre e perfino Saint-Just. Tuttavia la svolta definitiva avvenne quando una bellezza creola dai denti guasti, i modi frivoli, vedova con due figli e in procinto di sposarsi con un generale andò a trovarla per avvalersi delle sue capacità mantiche. Quella donna esotica era una tale Marie-Josèphe-Rose Tascher de La Pagerie, vedova Beauharnais, futura moglie del generale Bonaparte. Napoleone, dal canto suo, pare che sia stato sovente spinto dalla moglie a consultare le carte attraverso la sibilla, sebbene egli stesso non facesse affidamento su queste cose e vedesse con sospetto l’influenza che la veggente esercitava sulla sua preziosissima, amatissima moglie.

Altre fonti dicono che Giuseppina Bonaparte e Mlle Lenormand si siano incontrate in carcere quando il Regime del Terrore aveva fatto arrestare Giuseppina e il primo marito, Beauharnais, e la profetessa vi si trovava per una delle sue numerose capatine punitive, perché, come dicevamo, al tempo la sua attività era illegale e spesso le cartomanti venivano pizzicate dalle autorità e spedite al fresco per brevi periodi.

Il successo della Lenormand, comunque, una volta divenuta celebre grazie ai Bonaparte, fu inevitabile: andare a farsi tirare le carte da lei era diventato quello che al giorno d’oggi viene chiamato un must. La sua fama di Sibilla dei Salotti attraversò addirittura i confini nazionali e divenne in tutto e per tutto la pitonessa più famosa d’Europa e una delle più conosciute della storia. Anche Talleyrand, il ministro francese che dovette gestire la spinosissima situazione in cui la Francia si ritrovò al Congresso di Vienna, fece appello alle capacità mantiche di Mlle Lenormand.

Alcune carte del mazzo storico Lenormand

Da un punto di vista ‘tecnico’, pare che la donna predicesse il futuro usando, molto semplicemente, il mazzo di carte francesi, quello da Scala Quaranta, per intenderci, e non i tarocchi mistici e misteriosi che altri veggenti hanno prediletto. E va anche detto, quindi, che il mazzo oggi conosciuto come ‘Sibilla Lenormand’ non è altro che l’evoluzione di un giuoco di carte precedente, chiamato ‘Della Speranza’: il bouquet, l’anello, la torre, le nuvole… non hanno nulla a che vedere con la sibilla di Napoleone, ma li dobbiamo all’editore storico delle carte francesi Grimaud.

Tornando alla vicenda terrena della donna, la copertura legale che Mlle Lenormand usava per la sua attività era quella di ‘libraia’, a rue de Tournon, ma spesso spie e soffiate la denunciarono alle autorità, col risultato che la sibilla si vide obbligata a qualche andirivieni tra il suo domicilio e le patrie galere. Tanto era il traffico di gente illustre che veniva a chiederle responsi, che una vita siffatta non poteva esser perduta nelle nebbie del tempo. Fu così che Mlle Lenormand iniziò a redigere le sue memorie, a cui è possibile far riferimento, certo, ma su cui non si può fare affidamento, come abbiamo già detto.

La sua vita continuò tra vaticini, oroscopi, personaggi illustri, mémoirs, andirivieni in prigione fino al 1843, quando si spense, il 25 giugno, lasciando dietro di lei un’eredità cospicua sia dal punto di vista economico, per i suoi nipoti (non ebbe figli, ma lasciò il suo patrimonio ai figli dei fratelli), sia in mistero e mitologia, per tutti noi che siamo ancora qui a leggere la sua verità e le sue presunte gesta.

Per chi volesse andarla a trovare, Mlle Lenormand si trova ancora a Parigi, la città che l’ha resa famosa, in una tomba situata nella terza divisione del cimitero Père Lachaise.

Il gadget: da una fonderia francese agli omaggi venduti insieme alle riviste

La parola gadget, la cui forma e pronuncia ce la fanno pensare come un anglicismo che l’italiano ha accolto nel proprio dizionario, ha un’origine ben lontana dalle sponde del Tamigi o dalle brughiere scozzesi.

Siamo in Francia nel 1871: uno scultore di nome Auguste Bartholdi, insieme all’architetto Eugène Viollet-le-Duc e, in seguito alla morte di quest’ultimo, all’ingegnere Gustave Eiffel, uniscono i loro geni per la progettazione e la realizzazione di una statua che raffiguri la Libertà che rischiara il mondo. La Francia farà dono di quest’opera monumentale agli Stati Uniti d’America: un gesto che celebri il centenario della Dichiarazione di Indipendenza e che suggelli l’amicizia tra i due paesi.

Bartholdi, per la parte relativa all’esecuzione, si rivolgerà ad una fonderia parigina, Gaget-Gauthier et Cie., situata dans le 17eme arrondissement, precisamente a rue de Chazelles: con Monsieur Gaget, Bartholdi deciderà di realizzare la statua in fogli di rame battuto con la tecnica dello sbalzo, cioè lavorando il materiale in negativo, dal rovescio.

Qualche dato su questa scultura: la statua è alta 46,05 metri; considerando anche il basamento, essa arriva a 93 metri. La struttura è in acciaio, il rivestimento in rame, la torcia, sostituita durante i lavori di restauro iniziati nel 1984 e terminati nel 1986, in occasione del centenario, è placcata d’oro a 24 carati. La torcia originale è conservata nella hall del basamento.

La torcia originaria nella hall del basamento

Per portare Liberty dalla Francia all’altra sponda dell’Atlantico furono necessarie 1883 casse in cui furono stipate le varie componenti. Una volta portati a New York tutti i materiali, si dovette procedere alla costruzione del piedistallo,

Questa fu una delle prime operazioni di crowdfunding più di successo della storia. Contribuirono il New York Times ma anche un’intelligente strategia ideata nientemeno che da Monsieur Gaget, il direttore della fonderia parigina dove si era lavorato il rame di Liberty. Fece arrivare dalla Francia delle repliche in miniatura della statua, come quelle che oggi l’amico in viaggio di nozze a New York porta come souvenir un po’ banale e prevedibile ai compagni e ai familiari. Il prezzo di ciascuna miniatura era davvero irrisorio, tanto da spingere anche i meno abbienti a comperare un ricordino di questo straordinario evento commemorativo della Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti. La vendita fu un gran successo e permise in poco tempo di raccogliere abbastanza fondi per finanziare la costruzione del piedistallo e portare finalmente a termine il progetto.

Monsieur Gaget, durante la produzione delle miniature, aveva fatto scrivere il suo cognome sui piedistalli dei souvenir: una mossa pubblicitaria per favorire gli affari della sua fonderia ed associarla per sempre alla lavorazione del rame di Liberty. Non male, come idea!

Quello che Monsieur Gaget non sapeva era che il suo cognome francese, arrivato sulle bocche di migliaia di newyorkesi grazie ai souvenir di Liberty, da gajé divenne gaghet e poi, col tempo, gadget come lo diciamo oggi, come il nome dell’Ispettore dei cartoni animati, per capirci meglio.

In effetti, nel senso odierno, le statuine in miniatura che aiutarono l’operazione di finanziamento del piedistallo di Liberty sono considerati dei gadget, come il ciarpame di cui sono pieni i negozietti di souvenir, come gli oggettini che d’estate si trovano acclusi alle riviste per aumentare le vendite e solleticare la curiosità dei vacanzieri che non sanno che giornale leggere sotto l’ombrellone.

Foto d’epoca: la Statua della Libertà in costruzione a Parigi.

Come è noto, a Parigi esiste una replica di Liberty, assai più piccola, che guarda verso ovest, cioè verso la ‘sorella maggiore’. Essa è stata posta sull’Île aux Cygnes, ma non è l’unica: ce ne stanno anche nei giardini du Louxembourg, all’entrata del Musée d’Orsay e nel Museo delle Arti e dei Mestieri.

Il francese, dunque, che ha così tanto orrore dell’invasione linguistica operata dagli angli e dai sassoni, può ammettere senza paura la parola gadget nei suoi dizionari: alla fine si tratta semplicemente di un ritorno a casa di un cognome illustre che ha compiuto un lunghissimo viaggio oltreoceano!

Pillola: il fardello franco-arabo

Fardello è una parola che, quando la si incontra per la prima volta, da piccoli, può erroneamente far pensare ad un vezzeggiativo. Invece si tratta di un peso, fisico o psichico.

Una parola bizzarra, che l’italiano ha preso al francese: in effetti pare che, prima di essere fardeau, la parola che designava il peso da portarsi appresso era fardel. Questo termine non è entrato solo in italiano: anche in inglese esiste fardel, sebbene sia etichettato come desueto e i parlanti preferiscano la parola burden, complice Rudyard Kipling.

E allora, in francese, da dove salta fuori? Ebbene, pare che sia derivata da una parola araba: farda è infatti, nella lingua semitica, la soma del dromedario, il carico dell’animale.

Le lingue ci indicano quali vie inaspettate la Storia ha intrapreso nei secoli, e come gli uomini si siano ingarbugliati tra loro coi pensieri, con il cibo, con le credenze e con le guerre. Ci raccontano storie inaspettate e intrighi sconosciuti.

Le lingue saranno sempre un passo avanti a noi.

Pillola: le trou normand, non per i deboli di stomaco

Quando si va ai matrimoni francesi, spesso, durante il pasto, c’è il momento del “trou normand“, cioè il buco della Normandia. Si tratta di una pausa tra una portata e l’altra annaffiata abbondantemente da liquore Calvados o altro. Attendere e bere permette agli ospiti di digerire e di preparare lo stomaco al resto del pasto.

La mia modesta esperienza è consistita di un trou normand servito subito dopo il plat, prima del fromage.

Sebbene non abbia favorito il Calvados o altri liquori forti per personalissima idiosincrasia, aspettare un’oretta prima di rimettermi a tavola e far onore agli sposi gustando i formaggi scelti per il banchetto ha avuto l’effetto desiderato: lo chèvre avec confiture e il brie à la truffe sono spariti in men che non si dica.

Ma la domanda sorge spontanea: quando si tratta di fromages, serve davvero il trou normand per gustarseli? Io dico di no.

La Bibbia e lo champagne: un compendio umoristico di bottiglie e patriarchi

Nella Bibbia il vino è assai presente, sia nel primo che nel secondo testamento. Per fare solo qualche esempio scarno, Noè, sedotto dalla vita stanziale tipica dei Cananei, si mette a coltivar la vigna, si ubriaca di vino, si spoglia in mezzo ai filari e Cam, uno dei suoi tre figli, lo vede nudo e viene per questo maledetto eccetera eccetera. Invece Gesù compie il suo primo miracolo trasmutando acqua in vino durante il banchetto delle nozze di Cana (al Louvre c’è la bellissima e gargantuesca versione del Veronese che Napoleone ci ha portato via, mannaggia a lui), così come nell’Ultima Cena il vino versato nel calice sarà il suo stesso sangue.

Insomma, Bibbia e vino sono difficili da disunire, tanto la bevanda alcolica frutto della fermentazione dell’uva ha fatto parte delle usanze tipiche delle civiltà mediterranee. Potremmo davvero dire che l’abitudine di consumare vino risalirebbe alla notte dei tempi e non ci sbaglieremmo di troppo!

Non dovrebbe stupire, quindi che le taglie delle bottiglie di vino e di champagne portano dei nomi biblici. Si parte dai modesti ‘hutième’, ‘quart’, ‘chopine’, ‘fillette’ e ‘medium’ per le più piccole, con la ‘champenoise’ che è la taglia standard, quella che si trova in commercio normalmente. Il nome deriva dal tipo di lavorazione dell’uva, che è anche detto ‘tradizionale’. La bottiglia champenoise come la conosciamo noi nacque alla fine del XVIII secolo, anche se con un collo più fino e un tappo assai più piccolo.

Si passa poi ai pezzi da novanta: la ‘magnum’, cioè quella da un litro e mezzo, nacque in Inghilterra intorno al 1788. Ma ecco che arrivano i colossi, i grandi patriarchi biblici: ‘Jéroboam’ è la bottiglia da tre litri, quella che si stappa sui podi delle gare di Formula 1, per intenderci. Il nome è la versione francese di Geroboamo, della tribù di Efraim. Fu il primo re del regno di Israele dopo la separazione dal regno di Giuda e non gode di un’ottima reputazione tra i re ebraici…

Geroboamo in un dipinto di Fragonard

Dopo Geroboamo è la volta di Roboamo, che invece fu il primo re del regno di Giuda. Questo poveraccio, per farla breve, pagò per i peccati del padre, un certo Re Salomone. A lui è stata dedicata la bottiglia ‘Rehoboam’, da quattro litri e mezzo.

Il prossimo incontro è con quel gagliardissimo vecchiotto di Matusalemme, un vero peso massimo della longevità: 969 anni! Una bottiglia da sei litri è più che meritata! Se la cercate per un’occasione più che speciale, in enoteca dovrete chiedere di una ‘Mathusalem‘.

La bottiglia successiva ha una capacità di nove litri ed è dedicata a Salmanassar, che è il nome di ben cinque re assiri. Quello che ci interessa a noi è l’ultimo, Salmanassar V, che, secondo la Bibbia, avrebbe deportato dieci tribù d’Israele che poi andarono perdute… la storia è molto complessa e affascinante, tuttavia non è questo il luogo né il momento per disquisire di ciò. Ma se vi piace il suo nome e vorreste bere dalla bottiglia che lo porta, allora al sommelier dovreste ordinare una ‘Salmanazar‘. Dopo averla finita, potrete seguire le genealogie bibliche e gli intrecci storici del primo testamento con grande presenza di spirito e leggerle tutte in una notte.

Dopo questo sovrano assiro, si fa la conoscenza di uno dei famosi Re Magi che si misero in viaggio seguendo la cometa per andare a portar doni e ad adorare il Bambin Gesù. Si tratta di Baldassarre, cioè ‘Balthazar’. La bottiglia con questo nome ha capacità di ben 12 litri.

Baldassarre è seguito nientemeno che da Nabucodonosor, l’artefice della cattività babilonese del popolo ebraico, personaggio a cui è dedicato una delle più celebri opere verdiane e anche, per gli amanti del genere, l’hovercraft di Morpheus in Matrix. La bottiglia che ne porta il nome contiene 15 litri di champagne.

Il Nabucodonosor di William Blake

Al grande Salomone ‘Salomon’, o talvolta al Magio Melchiorre, ‘Melchior’, è intitolata la bottiglia da diciotto litri. Si passa poi subito ai ventisei litri con la ‘Souverain‘, ai ventisette con la ‘Primat‘ e si finisce con ‘Melchisedec’, una figura misteriosa e mitica della Bibbia, di cui sono date diverse interpretazioni: Re dell’antica Gerusalemme, prima ch’essa si chiamasse Gerusalemme, sacerdote, benedisse Abramo e gli offrì pane e, guarda un po’, vino. Non era di stirpe ebraica, in quanto non discendeva da Abramo, ma è ricordato come ‘sacerdote eterno’…

La Melchisedec contiene ben trenta litri di champagne.

Roba da farci brindare tutte e dodici le tribù dei figli di Giacobbe!

La fioritura della lavanda in Provenza

La fioritura della lavanda in Provenza

La settimana scorsa ho avuto finalmente modo di visitare Manosque e Valensole e godere di uno spettacolo famoso in tutto il mondo: la fioritura della lavanda in Provenza.

Il sole cadeva a picco gettando i suoi raggi con noncuranza. Il vento soffiava lento e pigro mentre con la macchina ci inerpicavamo lungo le stradine che si arrotolano tra le colline e i campi. Ci fermavano spesso, ogni angolo meritava uno scatto. Quel colore fresco e semplice, così indissolubilmente legato al profumo di pulito del fiorellino, rinfrancava il corpo accaldato con la sua sola vista. Erano tappeti violacei che si stendevano a perdita d’occhio e che si donavano allo spettatore con elegante generosità.

Ma soprattutto era quello che io ho scelto di chiamare “il suono della lavanda” ad affascinarmi: i campi echeggiavano di ronzii di api affaccendate sulle spighe violette, intente a suggere i dolci nettari per poi portare il bottino goloso al proprio alveare o alla propria arnia. La terra rimbombava di questo tenero ronzio restituendolo centuplicato all’orecchio. Il suono della lavanda, il suono della terra e degli animali, semplici miracoli di vita e di natura.

Le distese di grano e di lavanda, il blu terso del cielo assolato, il verde dei boschi, l’ocra delle tegole sui tetti. Questa terra del sud francese è una tavolozza post-impressionista, un bouquet prezioso. Ma non bisogna lasciarsi ingannare dalle bellezze da cartolina: la lavanda fiorisce d’estate, quando il solstizio è trascorso e la luce già cede il passo ad una tenebra lenta e suadente; ammanta tutto piano piano e dolcemente, senza che ci si possa accorgere del consumarsi lento di un dramma naturale, ciclico. È il dramma del parossismo solare, che è già notte, che è già autunno.

Spero che le mie foto vi piacciano. Sono state scattate tutte nei dintorni di Valensole, Manosque e sulla spiaggia di Gigaro, di notte. La luna non era ancora piena, lo sarebbe stata la sera dopo.

Lo strano caso del ‘pet-en-gueule’ e la storia di un’artista poco conosciuta

Letteralmente significa ‘peto in faccia’, con la parola che indica la faccia, gueule, di registro molto basso, tanto da essere propriamente il termine che si utilizza per definire il muso e la bocca degli animali.
Ma non è quello che si può pensare.
Sebbene si parli di peti e flatulenze, esse non c’entrano affatto, a meno che non s’abbia mangiato fagioli con le cotiche la sera prima di sollazzarsi con questo giuoco all’antica.

Si tratta infatti di un passatempo da ragazzini, un gioco da cortile della ricreazione, molto simpatico:

Due ragazzi si mettono ‘a pecoroni’, direbbe Trilussa, noi invece ‘a gattoni’, l’uno di fianco all’altro, ma coi visi rivolti in direzioni opposte. Gli altri due si debbono ingegnare per abbarbicarsi l’uno all’altro, sempre in sensi differenti: uno in piedi dando le spalle ai due compagni che stanno a gattoni, l’altro con la testa rivolta verso i piedi del compagno e sostenuto da quest’ultimo per le gambe.

Il ragazzo in piedi deve rotolare di schiena sulle schiene dei due compagni per terra. Lo scopo è quello di ritrovarsi dall’altra parte con i ruoli invertiti: quello che penzolava sostenuto dall’amico ora è in piedi e mantiene per le gambe quello che prima stava in piedi e che è rotolato sul dorso.

Come tutti i giochi per ragazzi è più facile a farsi che a dirsi.

Come spiega eloquentemente questa illustrazione:

Il giuoco del peto in faccia

Questo sollazzo è assai innocente
e in questo giuoco divertente
i bambini si dilettan liberamente

Ma giacché si stringon fortemente,
senza volerlo o coscientemente,
il didietro il naso teme terribilmente.

Queste debolissime e mediocri rime sono la mia traduzione di quanto è riportato sotto l’incisione che raffigura quei putti grassocci darsi al giuoco del peto in faccia.

Pare che questa incisione sia opera di una donna, Claudine Bouzonnet-Stella. Nata nel 1636 a Lione, studiò arte presso suo zio, a Parigi, dal quale apprese le tecniche dell’incisione. Jacques Stella, infatti, aprì un atelier al Louvre e chiese che la sorella mandasse su da Lione la sua prole per assisterlo in questo progetto. Claudine, quindi, raggiunse lo zio insieme ai fratellini e alle sorelline. Nel 1657 Jacques Stella morì e la nipote Claudine divenne la direttrice dell’atelier, ottenendo dal re l’esclusiva sulla riproduzione dei cliché dello zio.

Claudine successivamente produsse anche delle incisioni originali, come la raccolta intitolata ‘Les Jeux et Plaisirs de l’Enfance‘, in cui si parla del pet en gueule, e ‘Les pastorales’. Gli storici dell’arte sono comunque propensi a credere che le incisioni firmate dallo zio fossero in realtà opera della giovane Claudine, cosa che non stupisce più di tanto…

Ma ci pensate? Una donna che dirigeva un intero atelier d’arte a quell’epoca? Che cosa straordinaria!

Pillola: gemelli del segno dei Gemelli che indossano gemelli e guardano col binocolo

Des jumeaux des Gémaux qui portent des boutons de manchette et qui regardent avec une paire de jumelles.

In francese i fratelli gemelli sono detti jumeaux. Tuttavia la stessa parola non è usata per indicare il segno astrologico, che invece si dice Gémeaux: i due termini sono quasi uguali. Come per l’inglese (Gemini) la parola usata per il segno zodiacale ha una parentela più stretta col latino. In effetti jumeaux è un’evoluzione più recente di gémeaux.

Insomma, quelli nati tra il 21 Maggio e il 21 Giugno sono di un segno zodiacale che porta un nome in ancien français.

Ma i gemelli che invece mettiamo sui polsini delle camicie? In francese li si chiama semplicemente boutons de manchette, con buona pace di Agenore che cerca i gemelli prima di andare alla festa e lasciar così campo libero a Peter Pan e ai Bimbi Sperduti.

Ma la cosa più strana è che, se noi italiani abbiamo visto una sorta di gemellaggio tra i bottoni delle maniche di camicia, Oltralpe ad esser considerati un oggetto gemellare sono invece nientemeno che i binocoli, appunto chiamati jumelles, cioè ‘gemelle’.

Quindi potremmo dire che ci sono due gemelli del segno dei Gemelli che portano dei gemelli e che guardano la costellazione dei Gemelli insieme a due gemelle del segno dei Gemelli usando un binocolo.

Il y a deux jumeaux du signe des Gémeaux qui portent des boutons de manchette et qui regardent la constellation des Gémeaux avec dex jumelles du signe des Gémeaux en utilisant des jumelles.

Les gorges du Verdon e il villaggio della stella.

La vista del lac de la Sainte-Croix

Sublime e panica è la manifestazione della natura alle Gole del Verdon. Il fiume omonimo attraversa la montagna creando un budello turchese nel mezzo della roccia, un canyon di altezza vertiginosa, tra i 250 e i 700 metri di profondità.

Les gorges du Verdon

La corniche sublime è un percorso che permette di ammirare le gole percorrendole dal lato meridionale.

Una vista dei monti
Rapaci in volo

Una visita al villaggio di Moustiers Sainte-Marie, meraviglia nascosta tra i dirupi, è d’obbligo: oltre ad essere conosciuto per le faïences estremamente fini e delicate, il paesino ospita un santuario mariano al quale si accede dopo un’ardua salita che sa mettere a dura prova anche gli spiriti più devoti. Mentre si sale, col fiato corto e le gambe bollenti, si deve alzare il capo verso il cielo: una stellina dorata pende da una catena tesa in mezzo alle due pareti rocciose; essa adorna il cielo di Moustiers e veglia sui suoi abitanti. Vista da lontano, sembrerebbe la stella cometa che brillò sulla capanna della Natività, guidando i Magi da oriente. Secondo lo scrittore Frédéric Mistral essa fu un ex voto dedicato alla Vergine Maria da parte del cavaliere crociato Blacas. Egli fu fatto prigioniero dai saraceni. Pregò Maria di risparmiargli la vita e promise che, se fosse tornato sano e salvo nel suo villaggio, vi avrebbe fatto appendere una stella in suo onore.

Un tratto della salita verso il santuario
Mentre si sale verso la vetta
Verso il santuario
La ceramica di Moustiers

Se le prossime vacanze vi porteranno Oltralpe, fate pure le vostre foto ai campi di lavanda, sì, magari andate a fare il bagno a Pampelonne, certo, ma prendete il tempo di immergervi in questo angolo di Provenza selvaggio, antico, misterioso e ricco di fascino.