Estate di fuoco e di fuochi

L’estate ha raggiunto il suo culmine e lentamente le giornate ricominciano ad accorciarsi.
De amore gallico si è preso una pausa. Durante queste settimane sono successe cose gravi ed importanti: gli attentati in Spagna, la morte di Jeanne Moreau, stella del cinema francese, tensioni preoccupanti tra Corea del Nord e U.S.A.

Il fatto che più mi ha toccata, forse perché l’ho visto coi miei occhi, è stato l’ondata di incendi che ha investito la Provenza e la Costa Azzurra.
Vivo a cinque km da dove si è generato e propagato il grande fuoco che ha raggiunto anche il comune di Saint-Tropez e coi miei occhi ho visto le colonne di fumo nero e la devastazione che le fiamme hanno portato su di un tratto di costa tra i più belli del paese. Ho sentito le sirene dei vigili del fuoco strillare per ore e per giorni e i Canadair volare e cercare di arginare i danni.
Ho visto le strade congestionate dal traffico: i turisti, spaventati, se la davano a gambe e tornavano a casa loro, senza sapere che così facendo bloccavano le vie di accesso rapido al luogo del disastro ed impedivano l’arrivo dei soccorsi in tempo utile.

La sera in cui è divampato il grande incendio sulla collina di Gigaro, nel comune di La Croix Valmer, ho scattato queste foto dall’altra parte della baia, nel porto di Cavalaire-sur-mer:

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24 luglio 2017

I giorni seguenti, una volta che le fiamme erano state domate, sono andata a vedere quello che restava della foresta del litorale con il jet-ski. Questo è quello che ho trovato:

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Ci vorranno almeno vent’anni per far ricrescere la flora lussureggiante che prima ricopriva il litorale.

Non avevo mai visto un incendio dal vivo. Devo dire che è stata una delle esperienze più profondamente disturbanti che io abbia mai avuto.
Le indagini dei vigili del fuoco e delle autorità hanno portato alla luce quella che con tutta probabilità è l’origine di questo disastro: un barbecue finito male.

Faccio un appello che può sembrare pedante, ma a cui tengo molto: siate attenti. Sempre. Qualsiasi gesto può fare la differenza. Spegnete le sigarette e buttatele dove non possono nuocere, non accendete falò se non siete esperti e, soprattutto, non fatelo laddove il rischio di incendi è alto, siate prudenti coi vostri barbecue. Abbiamo già danneggiato abbastanza la Terra, non serve causare anche queste disgrazie estive.

Be conscious of climate change and care about our planet: it’s the only home we have.

Buone vacanze da De amore gallico

De amore gallico vi saluta e vi augura buone vacanze per le prossime due settimane. Si tornerà rinfrancati e pronti a raccontare nuove storie, aneddoti, curiosità, etimi, incontri, scontri e menù. Bon voyage, se partite, bon retour, se tornate, bon repos a chi si rilasserà e bon courage a chi ancora sta aspettando che arrivino le ferie.
A chi invece se ne va in territori non francofoni, have fun and see you soon

24 Messidoro

Oggi, 14 luglio, festa nazionale francese e anniversario della presa della Bastiglia, è il 24 Messidoro.
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Il calendario rivoluzionario francese è una di quelle cose artificiose e assurde che spesso si incontrano nella storia e che hanno vita estremamente breve. Come l’esperanto e il movimento futurista.
Il calendario repubblicano fu il frutto del lavoro di menti illuminate ed illustri quali Lagrange, Lalande e Laplace (sembra che se il tuo cognome non iniziava con “La” non potevi entrare a far parte dell’esclusivo Club degli Inventori del Calendario Rivoluzionario).

Era un calendario laico, privato della simbologia religiosa che la metrica settimanale possiede intrinsecamente, basato su scienza e raziocinio. Abbastanza complicato, per quello che mi riguarda, tanto che sono ancora en train de l’étudier.

Di seguito, a grandi linee, la struttura dell’anno repubblicano in un utile schema che ho trovato navigando in internet:

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I giorni complementari, detti “sanculottidi” (nome quantomai cacofonico, ma chi di noi, a scuola, non ha riso sotto i baffi quando il professore parlava dei sanculotti?) e si aggiungono all’ultimo mese per compensare il divario con l’anno tropico.

Il mio compleanno cade in Brumaio, il 21, ovvero il nonedì della seconda decade di quel mese. Sì, perché ciascun mese, composto di trenta giorni, è suddiviso in tre decadi, composta ciascuna di primidì, duodì, tridì, quartidì, quintidì, sestidì, settidì, ottidì, nonidì e decadì. Essendo nata l’11 novembre, se la mente e i calcoli non mi ingannano, festeggerei il genetliaco il 21 di Brumaio.

E voi? Vi sentite abbastanza girondini, oggi, nell’anniversario della presa della Bastiglia, per mettervi a calcolare il vostro anniversaire révolutionnaire?

Simone Veil 1927 – 2017

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Magistrata, ministra della salute, presidente del parlamento europeo ed eurodeputata, membro dell’Académie française, madre di famiglia, matricola 78651 ad Auschwitz.

Ma specialmente avvocata dei diritti delle donne ed esempio per tutte e tutti.

Nel giorno del suo funerale, De amore gallico segnala la petizione online per far inumare la salma di Simone Veil al Panthéon di Parigi.

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Simone Veil nel giorno della sua entrata all’Académie française, dove ha occupato il seggio che fu anche di Jean Racine.

 

Pillola: fenicotteri che ballano il flamenco tra fiamme fiamminghe

Sembra che, mai come quest’estate, il fenicottero sia di moda. Dappertutto si vedono accessori, vestiti e gadget che raffigurano il roseo volatile.

In inglese si chiama flamingo, in francese flamant rose. La cosa bizzarra è che, secondo l’ Online Etymology Dictionary, l’inglese sembra aver preso in prestito il termine dal portoghese e dallo spagnolo, che a loro volta lo hanno importato dal dialetto provenzale, che con la parola flamanc indica i rosei uccelli che popolano le terre acquitrinose della Camargue.

Nel provenzale si è fuso il termine latino flamma col suffisso germanico –enc (ovvero “appartenente”).  La fiamma definisce il colore del piumaggio di questo bel volatile ghiotto di gamberi. D’altra parte “fenicottero” deriva dal greco “phoinikopteros” ovvero “dalle ali color della porpora”.

Ma che c’entrano i fenicotteri col flamenco, il passionale ballo iberico?

Le teorie in merito sono infinite. Pare che la parola, in questo caso, debba la sua origine al popolo fiammingo. Non dimentichiamo che la Spagna ha dominato per tanto tempo una parte di Olanda che nei volumi di storia viene chiamata “Paesi Bassi Spagnoli”. A Madrid i fiamminghi avevano nomea di essere gentaccia dal carattere tremendo, e forse è questo il motivo per cui una danza così focosa è associata alle Fiandre. O magari, più semplicemente, fumi dell’olio di papavero, usato per la tecnica pittorica di cui furono gli inventori, avevano dato loro un po’ alla testa…

A me, tutto sommato, piace pensare che il flamenco si chiami così perché le mosse prendono ispirazione dai fenicotteri, che se ne stanno spesso su una zampa sola e battono il becco per acchiappare i gustosi gamberi di cui la loro dieta è principalmente composta.

Che incredibili girandole linguistiche che escono fuori da una buffa moda estiva!

Pillola: Rigoletto mi ha fatta tribolare

L’opera verdiana “Rigoletto” è tratta dal dramma di Victor Hugo “Le roi s’amuse“, il cui protagonista si chiama Triboulet.

Verdi decise di cambiare il nome del buffone di corte da Triboletto, ovvero la versione italianizzata, preferendogli Rigoletto, derivato dal verbo francese “rigoler” che significa “scherzare, divertirsi, ridere”.

Triboulet, appellativo originario del buffone, deriva a sua volta dal verbo “tribouler“, che vuol dire “agiter, remuer, troubler, embrouiller”. Automatico è il legame che si fa con la parola trouble, sia nella lingua francese sia nella lingua inglese (che ha preso in prestito il termine proprio dal francese antico). L’origine di questo termine la si trova nel latino tribulare, cioètrebbiare il grano“. Il dizionario etimologico dice che il verbo è passato a significare “soffrire, patire, essere oppresso” quando Tertulliano nell’opera Adversus Iudaeos definì il giorno del giudizio “diem tribulationis“, inteso come il giorno in cui si coglierà il frutto di ciò che si è seminato.

A me invece pare più sensato affermare che tribulare sia passato dal significato di “mietere” a quello di “soffrire” perché mietere il grano con la falce era davvero una gran faticaccia, specie con il caldo del sole di giugno.

Buona festa della mietitura e della tribolazione.

Tarrare, che fece impallidire Pantagruel

Pantagruel è un personaggio letterario nato dalla penna di Rabelais. A lui e al padre Gargantua sono dedicati cinque romanzi di genere satirico che furono pubblicati nel ‘500. L’antonomasia anche questa volta ci ha messo lo zampino ed è probabile che, qualora incontrassimo un omaccione di proporzioni gargantuesche, questi sia abituato a consumare pasti pantagruelici.
Ma c’è una figura storica che Pantagruel se lo potrebbe mangiare a colazione, riservandosi Gargantua come dessert a pranzo. Sto parlando di Tarrare; se avete desinato da poco e intendete continuare la lettura di questo articolo, tenete accanto a voi un bel secchio per vomitare. Se invece dovete andare a tavola tra qualche minuto, sappiate che quanto segue vi toglierà tutto l’appetito.
Uomo avvisato.

Tutto ciò che so su questa vicenda lo ho appreso da Wikipedia, da Quarz Media, da diversi video che ho ricercato su Youtube e da un sito che è una vera chicca per gli amanti del bizzarro; non a caso si chiama bizzarrobazar.com. C’è anche un libro che narra della vita di Tarrare. Lo ho ordinato su Amazon e lo sto aspettando. Si chiama “Freaks: The Pig-Faced Lady of Manchester Square and Other Medical Marvels” ed è stato scritto da Jan Bondeson. Molti dei fatti riportati da Wikipedia sono tratti da questo libro.

Tarrare nacque nella campagna lionese nel 1771 e morì a Versailles ventisei anni più tardi. Una parabola breve ma intensa, a quanto pare, sebbene le notizie certe su di lui siano poche e pervase da un alone di favola. Ancora piccolo, sembra che sia stato cacciato di casa dai genitori che non sapevano più come fare per sfamarlo. Badate bene: non si parla dei genitori di Pollicino, tirchi e malvagi, no! si trattava di povera gente che non aveva i mezzi economici per soddisfarne l’appetito: in un solo giorno Tarrare riusciva a divorare un quantitativo di carne superiore al proprio peso.
Fu così che, vagando in giro per il mondo sin dall’infanzia, Tarrare apprese a mettere a frutto la sua bizzarra dote: divenne un fenomeno da baraccone per una compagnia di circo itinerante.

Tarrare, professione: freak.

Stava seduto ad ingurgitare qualsiasi cosa il pubblico di porgesse: materiali edibili e non (animali vivi, pietre, oggetti). Lui mandava giù tutto. A pensarci bene, la performance di Marina Abramovic del ’74, Rythm 0, non si discosta poi tanto da quello che faceva Tarrare col suo pubblico.

Wikipedia, riprendendo dal volume di Bondeson, riporta un interessante paragrafo sull’aspetto fisico e sulle abitudini di Tarrare: a diciassette anni pesava a malapena 45 kg, nonostante il suo regime alimentare disumano. La sua pelle, durante il digiuno, si raggrinziva e pendeva  in modo disgustoso, nella bocca poteva contenere ben venti uova tutte insieme ed emanava un odore repellente, forse causato dalla sudorazione estremamente abbondante di cui soffriva. Era di temperamento apatico e letargico, specialmente dopo aver mangiato (esattamente come accade ai coccodrilli), e spesso aveva attacchi di diarrea che si dice esser stata fetida oltre ogni immaginazione.

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Tarrare

Tarrare fece anche il soldato, sebbene le razioni giornaliere dell’esercito fossero ben lontane dall’essere anche solo vagamente sazianti, per lui. Si sentì male a causa della mancanza di cibo e fu ricoverato all’ospedale. Là gli fu quadruplicato il rancio, ma ciò non fu sufficiente: mangiava gli scarti altrui, l’immondizia, i cataplasmi e, durante alcuni esperimenti condotti dai medici del nosocomio, anche anguille, gatti vivi, un pasto per quindici commensali e serpenti, della cui carne era molto ghiotto.
Nell’esercito il suo appetito formidabile fu messo a frutto: gli affibbiarono il ruolo di corriere di documenti supersegreti. Tarrare doveva ingurgitarli e defecarli dopo aver superato le linee nemiche. La tattica non funzionò: Tarrare fu acciuffato dai nemici e si beccò un bel po’ di bastonate prima di essere rispedito in Francia. I documenti che avrebbe dovuto trasportare, comunque, si rivelarono essere dei falsi: il generale Beauharnais non si fidava granché del giovane ingordo e non affidò mai i veri piani segreti alle sue budella.

Dopo questa fallimentare esperienza, Tarrare si fece ricoverare in ospedale per subire qualsiasi trattamento i medici ritenessero di opportuna sperimentazione al fine di guarirlo dalla fame disumana che lo affliggeva. Durante questo periodo strisciava di soppiatto nell’obitorio per divorare cadaveri, si ingolfava di sangue salassato, frattaglie, carogne e ogni immondizia che poteva reperire. Fu sospettato anche di aver fatto fuori un bambino piccolo e di averlo ingoiato nelle sue fauci orribili.

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Tarrare mentre mangia il bambino

Fu espulso dall’ospedale e fece perdere le sue tracce per i quattro anni successivi, passati i quali si ripresentò al nosocomio, in fin di vita. Gli fu diagnosticata la tisi e perì poco dopo di dissenteria.
L’autopsia dell’uomo presentò le seguenti anomalie: corpo pieno di muco, compatibile col tipo di diarrea che se lo portò all’altro mondo, un esofago abnorme, uno stomaco sesquipedale, un fegato e una cistifellea orrendamente ingrossati.

Le spiegazioni cliniche della sua iperfagia potrebbero essere degli squilibri endocrini, specialmente legati alla tiroide. Io, che dottoressa non sono, sono ho alcuna idea di quale possa essere stata la causa di siffatto appetito. La cosa che più mi ha sconvolto è stato leggere che Tarrare fece fuori un gatto vivo sbranandolo a partire dal ventre, lasciando solo le ossa, ingurgitando tutto il resto, per poi vomitare pelo e pelle. Un pitone, un varano o qualsivoglia rettile non avrebbe fatto diversamente, credo!

Quando mi sono imbattuta in questa storia, ieri sera, ho provato un misto di disgusto, spavento e fascinazione che mi hanno accompagnata per tutto il pasto.
Un po’ come m’accadde dopo aver guardato “La grande abbuffata”, qualche anno fa.

Tra poco sarà ora di cena. Avete fame?