Pillola: patrimonio UNESCO e nostalgia

Le notizie delle ultime ore si accavallano: Trump che riconosce Gerusalemme come capitale ufficiale d’Israele, la rabbia del popolo palestinese, le manifestazioni catalane nell’anniversario della ratifica della Constituciòn, l’assassinio al tallio nel milanese, la prima al teatro La Scala, la morte di Johnny Hallyday…

Però ce n’è una che mi riempe di gioia il cuore: è la nomina a patrimonio dell’umanità UNESCO della pizza napoletana. E che ve lo dico a fa’?

Stasera festeggio.
Con una pizza.
Di un pizzaiolo francese.

Hélas.

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L’argot franco-arabo spiegato agli italiani

Lingue come l’italiano, il francese, lo spagnolo e l’inglese, durante i secoli, hanno integrato nel loro vocabolario molti termini derivanti dalla lingua araba: sciroppo, azzardo, alcool, algebra, zenit, azimut, nadir, algoritmo, cifra, elisir, alambicco, magazzino, assassino, bizzeffe, fondaco, sensale, zerbino, marzapane, sambuco, materasso… In linea di massima si può dire che molto lessico astronomico, matematico e chimico vanta origine semitica.
Quando ero all’università e sudavo settanta volte sette camicie per superare l’esame di vocalizzazione, non avevo molta voglia di soffermarmi su queste raffinatezze della linguistica, preoccupata com’ero di riuscire ad arraffare un voto decente che non facesse piovere disonore sul mio libretto accademico e colare a picco la mia media. Ora, di tanto in tanto, ho piacere nell’andare a sfogliare i miei appunti e trovare collegamenti inimmaginabili e sorprendenti, analogie inaspettate e luccicanti come insetti rari della Foresta Amazzonica della linguistica.

Abitando in Francia, poco lontano da una città dalla fama levantina come Marsiglia, mi sono imbattuta in prestiti linguistici dall’arabo al francese che sono ben lontani dall’essere le “voci dotte” o dall’avere gli illustri etimi cui sono abituata grazie ai miei studi. Si tratta infatti di parole entrate nel lessico quotidiano familiare francese che danno al discorso un arrière-goût da gangsta-in-da-ghetto. Io stessa ho imparato ad usare con disinvoltura qualcuno di questi termini (ed altri, assai volgari e ben conosciuti e non di origine araba) per farmi valere nelle fasi più concitate di una discussione con gente che riesce a capire un discorso solo se corredato da una buona dose di violenza verbale. Come se un francese che vivesse in Italia ed iniziasse a discutere animatamente per un vicolo di Napoli con una vaiassa: se non in grado di usare un po’ del gergo partenopeo più tagliente, la battaglia è persa in partenza.

Per esempio il verbo fottere, usato sia per indicare il coito che per parlare di un imbroglio (subìto o perpetrato) si dice niquer. La parola viene da  ناك  che si legge nāka e che vuol dire appunto fottere. E per fottere serve lo zob, cioè il pene.

Il dottore è il tubib, dall’arabo classico طبيب ṭabīb. La prima vocale è cambiata, probabilmente perché il prestito in francese viene dall’arabo magrebino delle ex-colonie, che reca delle differenze rispetto all’arabo classico.

Quando qualche cosa ci piace possiamo dire Je kiffe. Kiffer infatti viene da una parola dell’arabo del Mashreq (Iraq, Siria, Giordania, Palestina) che vuol dire “piacere, apprezzare”, ma kif-kif (da كفء ) significa invece essere alla pari, dividere egualmente una spesa o aver pareggiato il conto .

Qualche volta è possibile sentir dire kawa al posto di café. Questo perché in arabo il caffè è qahwa, قهوة. L’aspirazione della h è sparita e ha lasciato una parola piana, svelta, rapidissima, quasi svogliata.

I francesi di origine magrebina spesso durante le vacanze tornano al bled, cioè “al paese”. Questo termine viene da بَلَد , balad, che significa “paese” e anche “villaggio”.

Il mio clebs si chiama Mario ed è un bellissimo continental bulldog di un anno e tre mesi. Cane in arabo si dice كلب kalb. In arabo è possibile utilizzare questa parola come insulto. In effetti nella società araba i cani godono di minor ammirazione e affetto rispetto ai gatti (قِطّ, ovvero qitt, che a me ricorda molto l’inglese kitty).

Per uscire la sera e andare a fare nouba con gli amici, cioè la festa, serve il flouze, cioè i soldi, altrimenti bisogna essere proprio un maboul, un matto, e rischiare di dover tornare a casa di notte a piedi anziché in taxi. In quel caso servirebbe la baraka divina per non farsi aggredire da qualche lascar (ceffo) al buio! Se quindi non c’è flouze, allora walou (niente, nada, nisba)! Spesso la penuria di soldi per uscire e divertirsi è causa di seum, ovvero rabbia, nervosismo e frustrazione.

Però tra poco è Natale e i parenti dovrebbero mettere qualche soldino sotto l’albero come regalo… chissà, magari mi ci posso comperare qualche cosa che kiffo particolarmente!

Pillola: le qualificazioni e le squalificazioni

Ebbene è andata così. E per i prossimi anni ogni Rital se lo sentirà dire, talvolta accompagnato da un ghigno malefico in volto, talaltra da un pietoso sguardo di commiserazione.

Ora smetteremo di accontentarci di panem et circenses e ci rimboccheremo veramente le maniche? Ci daremo da fare per rendere l’Italia migliore?

Disse quella che dall’Italia se n’era andata.

D’accordo, me ne sto zitta.

Pillola: lo strano caso della matematica francese e della matematica universale

Viaggiando mi è capitato di avere seduta vicino a me una studentessa universitaria di una facoltà scientifica. Stava preparandosi per un control e ha passato tutto il volo china su dei fogli pieni di formule molto difficili.

Ho sollevato lo sguardo dal mio libro e ho sbirciato nella sua direzione abbastanza spesso e a lungo da leggere tutta la consegna dell’esercizio. Forse perché in francese, forse perché di livello universitario, forse perché io di matematica non sono una cima, non ci ho capito un fico secco.

Ho scorso però il corpo dell’esercizio e, alla vista di simboli familiari, memore dei testi dei miei amici che hanno frequentato la facoltà di ingegneria, ho più o meno compreso che si trattava di un esercizio di analisi.

Sono quindi stata colpita tra capo e collo da queste inaspettate conclusioni: la prima è che un pochino la matematica me la ricordo, la seconda è che il francese matematico è per me terreno ancora sconosciuto, la terza è che mi sono sentita come Champoillon di fronte alla stele di Rosetta. Solo che in quel caso la consegna in francese dell’esercizio erano i miei geroglifici e i simboli matematici il mio testo greco.

Certi fatti della vita sono proprio bizzarri.

O tempora, o libertates

Il discorso sulle indipendenze e le autonomie delle nazioni è quantomai di attualità.
In internet gira una mappa politica dell’Europa che rappresenta la frammentazione degli stati se tutti i movimenti indipendentisti avessero successo: sembra un bel guazzabuglio medievale, per citare Mago Merlino ne “La spada nella roccia”.
La Scozia, il Galles, i Paesi Baschi, la Catalogna, le Fiandre, la Baviera ed il Veneto sono forse gli acerrimi indipendentisti europei le cui istanze son cosa nota da molto tempo.
Anche in Francia ci sono correnti indipendentiste locali: la Corsica, Nizza, la Bretagna, la Normandia, la Provenza, la Savoia, l’Occitania, le Fiandre francesi, la Catalogna settentrionale, i Paesi Baschi settentrionali, la Piccardia. Tutti questi movimenti nazionalisti ed indipendentisti hanno radici più o meno antiche e sono giustificati da diverse ragioni di natura storica, linguistica, etnica e politica.

europa indip

La Corsica, ad esempio, fu venduta alla Francia da Genova nel 1768. La cosa non piacque ai corsi, i quali già da tempo affermavano la loro identità e anelavano all’indipendenza e all’autodeterminazione. Come si erano battuti coi genovesi, così fecero coi francesi. L’eroe e simbolo del nazionalismo corso è Pasquale Paoli, detto “U babbu di a Patria“. La sua storia è molto appassionante e per certi aspetti ricorda assai la vicenda foscoliana.

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Pasquale Paoli

I francesi del continente dicono spesso che, se ti capita di incontrare un automobilista con targa corsa, è sempre meglio rigare dritto ed evitare qualsiasi gatta da pelare: i corsi son gente che non perdona, fieri e senza paura, il parigino non avrebbe speranze contro di loro!

Oggi il Fronte di Liberazione Nazionale Corso ha cessato la sua lotta armata, ma le tensioni e la corrente sotterranea che lo animano non si sono placate, così come avviene per le altre regioni francesi animate da nazionalismo e spinta autonomista.

La Bretagna è tra queste, avanzando delle istanze indipendentiste basate sulla sua radice etnica celtica. Essa è infatti membro della Celtic League insieme a Irlanda, Scozia, Galles, Isola di Man e Cornovaglia. Il sito della Celtic League afferma:

Political freedom for the Celtic countries is one of the fundamental aims of the League, because without this freedom it would be extremely difficult to secure our other aims. This freedom can only be achieved if the Celtic countries become independent states in their own right. In turn the Celtic League believes that all peoples have the right to pursue self determination should they so wish. This is one of the reasons why the League shows solidarity in its work with other peoples of the world who are also striving for that freedom e.g. Basques, Catalans, Tibetans, Maoris, etc. and are congratulatory of those people who finally obtain it.

Un altro movimento indipendentista interessante riguarda l’area nizzarda, di cui Wikipedia spiega:

Le nationalisme niçois désigne un ensemble de mouvements culturels et politiques revendiquant entre autres une large autonomie voire l’indépendance du pays niçois, la défense de la langue niçoise, la révocation du traité de Turin de 1860 qui incorpora le comté de Nice, devenu arrondissement de Nice à la France centralisée.

Plus généralement il s’agit d’affirmer l’identité culturelle de Nice, trop souvent assimilée à la Provence dominée par Marseille et s’étendant jusqu’à l’embouchure du Var à l’ouest de la ville, ou à une Côte d’Azur à la délimitation géographique assez floue.

Il nazionalismo nizzardo affonda le sue radici nel barbetismo, un movimento spontaneo che nacque a Nizza nel 1793 in seguito alle violenze compiute dalle truppe francesi all’indomani dell’annessione forzata della città – che prima faceva parte del regno di Sardegna – alla Francia rivoluzionaria. Quanto detto per Nizza non va confuso con l’irredentismo italiano.

Curiosamente una parte della Francia che si trova verso i Pirenei, al confine con la Spagna, si proclama in tutto e per tutto parte della Catalogna. Ciò implica che il nazionalismo catalano coinvolge non soltanto Madrid ma anche Parigi, e che in questi giorni si deciderà molto del destino futuro di questa terra. Stessa cosa dicasi per i Paesi Baschi. Nelle due cartine allegate si possono vedere evidenziate le parti della Catalogna e dei Paesi Baschi che si trovano in Francia.

Pays-basque-revendications

catalogne

Ovviamente le questioni aperte sono di una natura così complessa che un breve articolo in un blog non potrebbe mai spiegare in modo esaustivo e completo. Per chi volesse approfondire, dunque, ecco qualche link utile in aggiunta a quelli già forniti:

Questione catalana:
http://gauneau.marcel.pagesperso-orange.fr/Html/roussintro.html
http://www.maison-pays-catalans.eu/presentation/la-catalogne-et-les-pays-catalans/

Questione basca:
https://www.nytimes.com/2015/06/07/travel/the-french-side-of-basque-country.html
https://en.wikipedia.org/wiki/Basque_Country_(greater_region)

Questione corsa:
http://www.corsicalibera.com/
http://www.uribombu.corsica/

Questione nizzarda:
http://les-cahiers-de-lannexion.over-blog.net/
http://www.paisnissart.com/archives/2007/05/11/4897530.html

Questione bretone:
http://www.agoravox.fr/actualites/politique/article/bretagne-l-impossible-independance-143417

Quando mi dicono che sono “bravo!”

Non sempre accade, ma quando mi sento dire “Bravo!” qualcosa stona alle mie orecchie. Come biasimarmi, visto che io invece mi sento “brava”? Vaglielo un po’ a dire, ai francesi!
Sono andata a dare un’occhiata all’etimo della parola e a fare qualche ricerca translinguistica, memore delle minacce a Don Abbondio, del cuore impavido di Mel Gibson e di “Bene, bravo, sette più!”. Quello che è venuto fuori è molto interessante e, se lo leggerete, vi farà diventare più belli e più superbi che pria.
Bravo!
Grazie.
Petrolini a parte, la questione etimologica del termine “bravo” è complessa. Il significato che comunemente diamo a questa parola è “in gamba”, “abile”, ma anche “diligente a scuola”. In inglese brave significa “coraggioso”, in spagnolo bravo può voler dire sia “in gamba” che “arrabbiato” e in certe parti della Francia, nel sud per la precisione, brave vuol dire “buono” quasi nell’accezione di “tanto buono e tanto tonto”.

petrolini
Il Nerone di Petrolini (più bello e più superbo che pria)

Però, come Manzoni insegna, i bravi erano anche gli sgherri dei signorotti prepotenti e “de’ birboni”: non dimentichiamo che gli scagnozzi di cui si racconta ne “I promessi sposi” erano alle dipendenze di Don Rodrigo, il cui nome sottolinea la dominazione spagnola del nord Italia nel 1600. L’etimo di “bravo” passa dunque necessariamente per l’idioma castigliano, arrivandovi dal latino. Da pravus? O forse da barbarus (latinizzazione del greco βάρβαρος)? Il primo termine è chiaramente all’origine di parole  con connotazione negativa come “depravato”, e infatti significa “distorto, cattivo, malvagio”. Il secondo è un’onomatopea per indicare l’incapacità degli stranieri di articolare bene la lingua ellenica, per cui lo si usava per i forestieri in generale. Poi, con la caduta dell’impero romano d’occidente nel 476 d.C., divenne la parola che designava i rozzi e bellicosi popoli che avevano invaso l’Europa, quindi “selvaggio”.

bravi
“Questo matrimonio non s’ha da fare”

Il dizionario etimologico online, non pago, ci ficca dentro anche una radice celtica (brau = “terrore”) e una possibile origine germanica con significato di “indomito, impetuoso, che abbatte gli ostacoli”. La cosa interessante è che, se fosse questa la vera origine di “bravo”, l’etimologia sarebbe comune a quella di un’altra parola molto simile, “brado” (libero, selvaggio, invincibile, come gli animali che sono “allo stato brado”).

Ma come è possibile che una parola dalle origini etimologiche così negative sia passata a significare caratteristiche positive e desiderabili? L’interessantissimo sito Una parola al giorno lo spiega favolosamente:

Non dobbiamo però scordare il cuore levantino in cui questa mediterranea parola ha ribollito per secoli, acuto nello scovare qualità positive nella canaglia.
Lo storto, fuori regola, è anche eccezionale, e così il selvaggio è indomito, valoroso, e non conosce paura. È vero, restano ancora in piedi i connotati più torbidi delle bravate, delle notti brave, dei bravi di Don Rodrigo, ma sono marginali: la radice di questa parola è esplosa nel mondo in un cristallino odore di apprezzamento, stima, nel vigore dell’abilità volta al bene. Così possiamo pensare al coraggioso inglese, il “brave”, e pensiamo all’universale “bravó” che rimbomba acclamante nei teatri più eleganti di tutto il globo.
Da noi è una parola normale, fondamentale – in virtù della sua storia, forse quasi identitaria, per la nostra cultura. Da piccoli facciamo i bravi a modo nostro e poi diventiamo bravi nel nostro lavoro, tornando a casa ci gustiamo una brava cena – splendido rafforzativo – e portiamo fuori il cane, dicendogli bravo quando ringhia alla vicina bisbetica. Il bravo resta ciò che spicca senza frastuoni, armoniosamente, al suo posto, in un modo anche originale, ormai ripulito dalle passate depravazioni – di cui è però rimasto lo smalto allegro e capace.

Una parola al giorno è un sito per amanti della linguistica e dell’etimologia. Potete iscrivervi e ricevere notifiche quotidiane su parole desuete e significati nascosti dei termini più comunemente usati. Io mi sono iscritta e trovo magnifico ricevere il buongiorno per mail con un approfondimento linguistico mai scontato né noioso.

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Un attivista pro-indipendenza della Scozia

Per quello che mi riguarda, sono riuscita ad educare il mio compagno a dirmi “brava” anziché “bravò!” quando vuole complimentarsi con me. Non solo: al nostro cane ora dice “bràvo”, con l’accento sulla a. Sono risultati di cui vado molto fiera. La contaminazione linguistica a casa nostra, però, è a doppio senso ed anche io, oramai, ho adottato espressioni così francesi che qualche volta devo andare a controllare il mio passaporto per essere sicura di essere ancora italiana. Succede a tutti gli espatriati o solo a me?