Pillola: pensieri sparsi, crisi diplomatica, ventennali, qualificazioni, razzismo

Sono giorni di tensione tra Italia e Francia.

O forse sarebbe meglio dire tra il nuovo governo italiano e Macron.

Non entro nel merito, voglio riportare però un episodio che mi è accaduto ieri, che esula dal contesto della nave Aquarius ma nemmeno troppo. Una vecchia megera stava guardando la copertina di una rivista sulla quale c’era la foto di un giocatore della nazionale francese di calcio.

“Per fortuna che hanno messo la foto di un giocatore bianco! Sennò sono tutti arabi e neri, non c’è più nemmeno un bianco…”

A questa perla che mi è stata lanciata ho risposto con voce proveniente dall’Oltretomba: “Sa che cos’è questo? Il risultato del colonialismo francese, signora.”

Se n’è andata impettita e indispettita.

Oggi, dunque, comincia il mondiale di calcio maschile. Sono tutti sovreccitati. La Francia qualche sera fa a perfino celebrato il ventennale della loro unica vittoria con una partita tra la selezione vincente di Francia 98 ed una squadra di atleti internazionali (tra gli altri Bobo Vieri, Toldo e Bolt).

Si vede proprio che hanno vinto una volta sola, si sbracciano tanto! Noi italiani, dopo ben quattro coppe del mondo con la nostra bandiera, siamo così blasé, in materia, da non esserci nemmeno qualificati con gran scioltezza e nonchalance. (!)

A chi mi domanda se, data l’assenza dell’Italia, tiferò Francia, rispondo tutta contegnosa che no, quando l’Italia non gioca c’è solo un altro paese che un italiano può supportare con coerenza.

L’Argentina.

In tempi di scontri e crisi sulla migrazione è una risposta quantomai pertinente e simbolica.

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Mademoiselle Maupin, la miglior spadaccina del ouest

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Segnatevi questo nome: Julie d’Aubigny. Poco conosciuto, forse, magari perché è passata alla storia come Mademoiselle Maupin. Se non vi dice niente nemmeno sotto questo pseudonimo, De amore gallico corre subito ai ripari parlandovi di questo personaggio davvero fuori dell’ordinario.

Lo scrittore Théophile Gautier, il papà di Gargantua e di Pantagruel, si ispirò alla sua vicenda per scrivere il romanzo “Madeleine de Maupin”. Non l’ho letto ma l’ho inserito nella lista dei libri da affrontare presto o tardi. Per quello che riguarda l’attendibilità delle notizie qui di seguito riportate, ho controllato il volume “La Maupin (1670-1707), sa vie, ses duels, ses aventures” di G. Letainturier-Fradin, il blog Savoirs d’Histoire ed il sito The adventures of Maupin. Tutte le fonti fanno fatica a separare la leggenda dalla storia, ma immagino che ai lettori di De amore gallico questo non dispiacerà.

Nacque nel 1670 in una famiglia vicina alla corte di Versailles: suo padre era segretario del palafreniere reale, il Conte d’Armagnac. Prima che l’educazione à la graçonne diventasse di moda grazie a Lady Oscar (sto scherzando, ovviamente), Julie d’Aubigny fu istruita dal padre in molte discipline quali la danza, la musica, il disegno, le lettere e non in ultimo la scherma. Il genitore fece appello ai migliori spadaccini di Francia perché la fanciulla potesse apprendere a difendersi e a maneggiare sapientemente le armi.

Era bella, di corporatura atletica, con gli occhi azzurri e i capelli castano chiaro. Crescendo sviluppò un carattere forte e indomito che intrigò il Conte di Armagnac il quale ne fece la sua amante. Era molto giovane, quando questo accadde, talmente giovane che aveva a malapena quindici anni quando lo stesso Conte la diede in sposa, per comodità, ad un tale sieur de Maupin, un funzionario mite e ubbidiente che fu prontamente trasferito in provincia ad espletare le sue funzioni amministrative. Ciò senza portar con sé la moglie, la quale lo aveva abilmente convinto a lasciarla in città a menar la vita che pareva a lei.

Libera da vincoli e doveri, Mademoiselle Maupin, come iniziò a farsi chiamare, sembra si innamorò di uno spadaccino fuorilegge di nome Sérannes che riuscì a batterla in un duello. I due, in preda al colpo di fulmine, scapparono nel sud della Francia perché lui era un ricercato e Parigi non era più un luogo sicuro. Lei ne approfittò per vestirsi da uomo.

Sebbene non vi siano documenti che provino la presenza di Mademoiselle Maupin a Marsiglia, sembra che, a causa dell’indigenza in cui i due fuggiaschi si trovarono, Julie pensò bene di guadagnare un po’ di spiccioli cantando e dando spettacolo per le vie di Marsiglia. Il successo fu tale che fu chiamata ad esibirsi all’Opéra.
Sempre secondo la leggenda, durante il periodo trascorso nel midi, Mademoiselle Maupin, vestendo i suoi famigerati abiti maschili, ebbe una liason con una nobile fanciulla del posto. La famiglia della dulcinea, scandalizzata da questo amore omosessuale, fece rinchiudere in un convento la giovanetta. Ma la passione che legava le due ragazze era tale che Julie si finse novizia per penetrare nel convento e continuare la relazione amorosa con l’oggetto dei suoi sospiri. Il piano per fuggire dal monastero fu poi assai rocambolesco: disseppellirono una suora che era appena stata tumulata, misero il cadavere nel letto di Maupin, appiccarono il fuoco alla cella e, approfittando del tumulto generato dall’incendio, se la diedero a gambe.

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La storia d’amore finì così, con la giovane che tornò in seno alla famiglia e Julie che si diede alla macchia, alla volta di Parigi. Lungo il tragitto incappò in un nobile, tale Louis-Joseph d’Albert de Luynes che, prendendola per un ragazzo, gli disse qualcosa che alla Maupin non andò giù. Fu la volta di un nuovo duello galeotto. Scoperta la vera identità della Maupin, de Luynes se ne innamorò e i due divennero amanti. L’idillio ebbe vita breve, ma lasciò campo ad una duratura amicizia epistolare testimoniata dalle numerose lettere ritrovate nei carteggi del nobile cavaliere.

L’incontro che cambiò il destino di Julie fu quello con il cantante d’opera Gabriel-Vincent Thévenard. Lui ne divenne il pigmalione, istruendola e migliorando le sue doti canore. La introdusse poi all’Opéra, al tempo conosciuta come Accademia Reale di Musica. La sua voce da contralto le valse il debutto nel ruolo di Pallade Atena nell’opera Cadmus et Hermione del Lully. Il successo fu enorme e la sua carriera operistica condita dalla sua stravaganza le valsero una grande popolarità.

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Durante la sua permanenza all’Opéra i litigi coi colleghi furono innumerevoli: gelosie e passioni fungevano da micce per esplosioni plateali che culminavano con duelli arditi. Si innamorò della bellissima soprano Fanchon Moreau, amante del Gran Delfino di Francia. La cantante rifiutò le avances di Julie, la quale si disperò a tal punto che tentò il suicidio.

Ma la terrible Maupin si rimise presto in carreggiata e tornò a far parlare di sé nel 1692, quando ad un ballo di corte ove era intervenuta vestita da uomo, sfidò e vinse in duello ben tre gentiluomini. I duelli erano fuorilegge e affrontarne ben tre sotto il naso del re significava una cosa sola: darsi nuovamente alla fuga.

Julie riparò a Bruxelles e lì rimase, invischiata in una relazione col principe elettore di Baviera Massimiliano Emanuele, fino all’anno seguente, quando rientrò a Parigi trionfalmente, riprendendo il suo posto al teatro dell’Opéra. Passarono degli anni in cui la Mupin fece sempre parlare di lei, salvo poi innamorarsi perdutamente della magnifica Marchesa di Florensac. La loro storia d’amore durò a malapena due anni e fu spezzata dall’improvvisa morte della Florensac. Annichilita dal dolore e annientata dalla perdita, la Maupin si ritirò dalle scene e dalla vita pubblica e morì due anni dopo, nel 1707, all’età di trentaquattro anni. Sembra che alla fine si sia riunita al marito, quel povero funzionario inviato chissà dove nella provincia francese dal Conte d’Armagnac.

Che vita, questa d’Aubigny!

Comunicazione di servizio:

i lettori di De amore gallico, pochi ma buoni e soprattutto fedelissimi, avranno notato che di recente scrivo con minor frequenza, limitandomi a tre – quattro articoli al mese. Questo perché da settembre ho affiancato al lavoro anche la ripresa degli studi. Non me ne vogliate, ma continuate a seguire De amore gallico, perché sono sempre alla ricerca di storie, personaggi, tradizioni, fatti e curiosità galliche da raccontarvi, solo con una cadenza più rilassata e meno impegnativa per me.

A presto con un nuovo articolo e tante belle storie da proporvi.

Pillola: bonjour!

Quando ero piccola e guardavo le videocassette di Disney cantavo le canzoni con i personaggi, come qualunque altro bambino o bambina della mia generazione, credo.

Ne “La bella e la bestia” la prima melodia inizia con Belle che gorgheggia in solitudine uscendo di casa per andare al villaggio. Appena entra in paese eccolo che parte:

– Bonjour!

– BoNJoUr!

– BOJOUR!

– bonjour

– Bonjouuuur!

– Ecco il fornaio con il suo vassoio… lo stesso pane venderàààà!

-Bonjour!

– È dal giorno che arrivai che non è cambiato mai…

e via dicendo.

Da piccola credevo che tutti quei “Bonjour” fossero una fantasia, un’invenzione disneyana per fare una bella canzone allegra.

Dopo tre anni in Francia mi sento di dire che in realtà in quella canzoncina di cartone animato c’è un condensato sociologico, uno studio sui mores gallici quanto mai accurato e autorevole.

Perché in Francia tutti dicono “Bonjour!” a tutti, ovunque, sempre. Anche di notte.

È la famosa politesse à la française e, se inizialmente – o anche dopo tanto tempo – può sembrare bizzarro e ridondante, vien da dire che è una norma di civiltà a cui potremmo ispirarci un po’ di più, noialtri.

Bonjour!

Ode alla tapenade

« Cantami, oliva, dell’aglio fragrante
e del cappero verde che infiniti adduce
sapori alla salsina, molti aliti olezza
con generose acciughe sotto sale,
e di olio e prezzemolo nobile pesto
col limone emulsiona (così di Provenza
l’alta cucina si fia), da quando
in aperitivo si degusta saporita tapenade
sul croccante pan francese col divin vino. »

 

La tapenade: croce e delizia. Delizia per chi la gusta, croce per coloro che devono sopportare l’alito del fortunato degustatore. Io, personalmente, la amo, la venero, credo che debba essere esaltata e che non se ne possa mai mangiare troppa. Salsa tipica della Provenza, non è un banale patè di olive, come potreste pensare, ma un sapiente connubio di sapori e di consistenze mediterranee.

Oggi per pranzo ne ho preparata una ciotola e, insieme al pane croccante, è stato l’apice di questa domenica dal tempo incerto e dal maestrale arrabbiato.

 

Voici la recette pour 6 personnes:

200 g d’olives noires dénoyautées
5 filets d’anchois à l’huile
8 petites câpres
1 gousse d’ail
3 cuillères à soupe d’huile d’olive
1 cuillère à soupe de jus de citron

Preparation:

Mettre dans le bol d’un mixeur les filets d’anchois, les câpres, la gousse d’ail hachée, les olives noires, le jus de citron et l’huile d’olive et mixer assez fin.

Bon appetit!

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Pillola: le bidet

Aujourd’hui j’ai envie de envoyer un message très important aux français mais spécialement aux françaises. Le sujet dont je vais vous parler est le bidet.

Je vie en France depuis trois ans, desormais, j’ai assez voyagé en Europe et dans le monde depuis mon adolescence, j’ai etudié les langues, j’ai plongé en cultures et sociétés très differentes de celles d’où je viens, donc je pense de ne pas être une chauvine à la mentalité étroite et arrogante.

J’ai cherché de m’adapter à vos habitudes, au manque de confiture dans le croissants, a votre obsession pour le pain et le beurre, a votre horrible goût pour la pizza avec de l’emmental et du chèvre, j’ai pas réagi de façon méchante à des épisodes desagreables concernants mon accent et votre incapacité de faire attention à l’articulation des mots, votre conviction d’être les meilleurs au monde et d’avoir tout inventé.

Je pense que je pourrais supporter beacoup d’autres choses au fur et à mesure des années. Mais il y a un truc que je ne comprendrai jamais, et c’est le manque du bidet. Je veux que il soit clair que je sais que c’est pas que vous qui n’avez pas l’habitude d’utiliser ce magnifique instrument d’hygiene intime: beaucoup de pays ne l’utilisent pas en général, mais, etant expat en France, c’est a vous que je m’adresse, surtout parce que il parait que c’est vous qui l’avez inventé, ou bien, vos prostitués. Le bidet c’est un sujet sensible pour les italiens expatriés, ou, comme vous nous appelez, les Ritals.

Bon, j’arrête de vous faire perdre du temps et je vous demande, chères françaises, comment vous vous lavez le vagin pendant vos règles? Vous vous faites la douche? Mais est-ce-que vous vous faites la douche toute le fois que vous devez vous changer de serviette, c’est à dire 4 ou 5 fois par jour? Combien d’eau vous gâchez en faisant ça? Oui, je sais que il existe les lingettes humidifiées, mais ça pollue, toutefois comme les serviettes, c’est pour ça que il faudrait convertir tout le monde à la coupe menstruelle. En tout cas, il ne s’agit pas que des femmes et de leurs règles: quand vous les français avez la diarrhée comment vous faites pour vous nettoyer les fesses? Et les pieds? Vous le lavez pas?

Je vous raconte cet anecdote: une fois je devais faire une visite gynécologique en sortant du boulot, donc après toute une journée sans le confort d’une douche. J’ai du m’arrêter chez la mamie de mon compagnon, qui vit dans une vieille maison avec bidet pour pouvoir me rafraîchir avant d’aller m’enlever les culottes face au medecin. Elle est la seule personne que je connais ici en France à avoir un bidet chez elle. On dirait une perle rare!

Bref, aujourd’hui je me suis trouvée en détresse à cause du manque de bidet. J’ai fait aussi une petite crise de nerfs, parce que je trouve le manque de bidet un manque de civilisation.

C’est pour ça que j’ai décidé de faire un post si personnel sur mon blog, en français, même si je maîtrise pas trop le français écrit et la bonne syntaxe, parce que je voudrais que ce sujet soit un peu plus discuté et que peut être vous preniez en considération l’idée de returner aux bonnes habitudes de vos prostituées.

Il caso Seznec: 95 anni dopo è ancora mistero (parte ultima)

Dopo aver introdotto i protagonisti della vicenda ed aver dato un’idea delle loro rispettive posizioni sociali, attingendo sempre alle fonti già segnalate, eccoci all’ultimo capitolo, quello in cui si narrerà dei fatti veri e propri che portarono poi all’istruzione dell’inchiesta, alle indagini, all’accusa, al processo e alla condanna.

Seznec e Quéméneur erano dunque entrati in affari: la rivendita delle auto usate dall’esercito americano durante la Grande Guerra e abbandonate dopo l’armistizio era un mercato interessante che avrebbe potuto fruttare assai ad entrambi i soci. La prima di una lunga serie di vendite avrebbe dovuto aver luogo a Parigi. Fu così che il 24 maggio 1923 Seznec lasciò il proprio domicilio a Morlaix a bordo di una Cadillac da rivendere. Sarebbe dovuto passare a Rennes, dove, in un hotel, alloggiava Quéméneur, ed insieme avrebbero fatto il tragitto fino alla capitale, fino al loro compratore. La Cadillac, tuttavia, versava in condizioni pietose: consumava molta benzina, aveva problemi agli pneumatici e ai fari. Soste continue fecero arrivare Seznec in gran ritardo a Rennes. Sembra che, durante il tragitto Rennes-Parigi, esasperato dalla lentezza del viaggio, Quéméneur abbia chiesto a Seznec di fermarsi ad una vicina stazione ferroviaria per prendere un treno ed essere in città quanto prima per poter incontrare l’acquirente del veicolo, un certo Cherdy, che voleva comperarne ben cento.

Seznec riprese la via di Parigi ma, ad appena cinquanta chilometri dalla città, la Cadillac cadde di nuovo in panne. L’epopea durò diversi giorni. L’uomo decise di farla riparare alla bell’e meglio e di tornarsene a casa, preferendo lasciar perdere l’affare della compravendita, estenuato da tutti i problemi che la vettura aveva. Tornò a Morlaix la notte del 28 maggio.

Quéméneur non fu mai più visto.

Il 10 giugno il cognato di Quéméneur, il notaio Pouliquen, il fratello dello scomparso e Seznec stesso, andarono a deporre una denuncia di sparizione presso la polizia. Tre giorni dopo la famiglia ricevette però un telegramma firmato Quéméneur proveniente dal porto di Le Havre in cui si diceva che stava bene.

« Ne rentrerai Landerneau que dans quelques jours tout va pour le mieux – Quéméneur »

Successivamente l’accusa dimostrò con una perizia calligrafica che questo telegramma era stato in realtà stilato da Seznec. Sembra inoltre che, sempre a Le Havre, Seznec avesse acquistato una macchina da scrivere di modello Royal-10, con la quale aveva poi stilato dei documenti falsi in cui si diceva che Quéméneur aveva venduto un immobile a Seznec per una cifra irrisoria. Tali documenti furono rinvenuti nella valigia di Quéméneur, trovata in stato malconcio e con la serratura divelta alla stazione ferroviaria di Le Havre.

C’erano tutti gli elementi per istruire un’inchiesta per sparizione sospetta.

Da qui si potrebbe continuare a raccontare la storia in due modi: quello più affine al punto di vista degli inquirenti e dell’accusa, che, guidati dal cognato notaio Pouliquen e dal famigerato ispettore Bonny, noto collaborazionista della Gestapo durante la seconda guerra mondiale, riuscirono a far condannare Seznec, oppure quello sostenuto strenuamente dalla famiglia di Seznec e che continua tutt’oggi ad essere il motore immobile della riapertura del caso, delle nuove ricerche e della voglia di riabilitare il nome di quest’uomo nonostante siano passati 95 anni.

Premesso che io sono dell’idea che senza dubbio sono meglio cinque colpevoli a spasso per il mondo che un solo innocente dietro le sbarre, proseguirò questo racconto nel modo più neutrale possibile, sebbene non sia facile.

Seznec fu arrestato il 1 luglio 1923 e condotto al carcere di Quimper. Wikipedia riporta che:

Nella stessa città, sede della Corte d’Assise di Bretagna, si apre il processo nell’ottobre del 1924, processo che si svolge in un’atmosfera allucinante, carica di tensione e violenza. Il processo di primo grado, nella Francia di allora, prevedeva una sentenza inappellabile; e l’atteggiamento del presidente della corte, Dollin du Fresnel, è assai ostile all’imputato.

I testimoni a favore della difesa furono denigrati, parlarono inascoltati, e d’altro canto l’evidente fabbricazione di prove da parte di Seznec era più che sufficiente ad indicarlo come colpevole.
Si noti che il corpo di Quéméneur NON FU MAI TROVATO. Resti umani e una cartuccia furono rinvenuti anni dopo nella tenuta appartenente a Quéméneur e oggetto della falsa compravendita a Seznec, ma negli archivi giudiziari di queste prove non vi è traccia e la testimonianza di un pescatore che aveva udito uno sparo provenire proprio da quel podere non fu presa sul serio. Si noti che il cognato notaio era uno degli acerrimi  “cavalieri dell’accusa” e che ad ogni modo egli stesso aveva un movente più che consistente per commettere l’omicidio: mi riferisco naturalmente all’esorbitante prestito che Quéméneur gli aveva concesso per poter aprire lo studio notarile e che il giurista stentava a rimborsare.

Le accuse contro Seznec furono di omicidio di primo grado e di falso e gli valsero una condanna al bagno penale dove avrebbe espletato i lavori forzati. Chi tra i lettori di De amore gallico ha già visto il film “Papillon”, con Steve McQueen, non ha bisogno che io descriva le atrocità che venivano commesse sui detenuti nella Guyana francese. Per coloro che non hanno guardato questo film, oltre che consigliarlo caldamente, segnalo dei link illuminanti a proposito dell’ l’isola del diavolo orribile luogo di purga.

Già il viaggio fu un orrore indicibile. L’approdo condusse Seznec all’inferno in terra, dove trascorse ben più di due decenni con il numero di matricola 49302. Mente si trovava in quel lembo di terra dimenticato da Dio, Seznec perse la madre e la moglie, le quali pertanto, una volta emessa la condanna dopo il processo, non lo videro mai più. Seznec fu costretto a vivere per sei mesi nel silenzio e nel buio, in permanenza dentro una cella di 12 mq, dalla quale poteva uscire solo una volta al mese.
Fu poi assegnato ad un’altra mansione, perché il suo stato di salute precipitò orrendamente a causa delle condizioni da tregenda del bagno penale.

Intanto in Métropole la figlia minore, Jeanne, continuava la campagna per la scarcerazione del padre, già iniziata dalla madre e dalla moglie di Seznec. Va detto che Seznec non chiese mai la grazia presidenziale, e questo, insieme al suo professarsi innocente, potrebbe essere un indizio a favore dell’ultima tesi emersa dalle indagini e di cui parlerò in chiusura, essendo tra tutte le ipotesi vagliate quella più convincente, a mio giudizio.
La grazia per mano di De Gaulle fu raggiunta nel 1947. Il merito va all’azione del gruppo capitanato da Jeanne e, tra gli altri, da dal giornalista Emile Petitcolas, dal giudice Victor Hervé, da Françoise Bosser della Lega dei Diritti dell’Uomo e al ripensamento clamoroso di alcuni giurati che si pentirono pubblicamente di aver mandato Seznec al bagno penale. L’uomo aveva passato vent’anni in Guyana.

A bordo del Colombie Seznec fece ritorno a casa. Durante la traversata gli fu scattata questa foto: sezneccolombie

Aveva 69 anni.

In Francia concesse delle interviste e partecipò ad alcune conferenze sugli errori giudiziari e non smise mai di professarsi innocente. Purtroppo Seznec trovò la morte pochi anni dopo essere tornato un uomo libero: nel novembre del 1954, all’età di 76 anni, fu investito da un’automobile a Parigi e morì qualche mese dopo per le ferite riportate nell’incidente. Chi era alla guida del veicolo? Seznec finì sotto le ruote per accidente o fu spinto? Era un personaggio pubblico, e probabilmente scomodo. Chi aveva un valido motivo per liberarsene? Nessuna di queste domande ha avuto risposta, ma l’epilogo della vicenda, e forse la spiegazione più razionale, va ricercato nelle parole di uno dei figli di Seznec. Come riporta la nota testata francese Le Point:

À l’origine de ce qui pourrait devenir un spectaculaire rebondissement, le témoignage inédit d’un des enfants de Guillaume et Marie-Jeanne Seznec. Celui qui fut surnommé « Petit-Guillaume » avait onze ans au moment des faits. En 1978, il se confie à l’un de ses neveux qui l’enregistre. En ce jour de mai 1923, le garçon entendit sa mère crier. Il la vit repousser les avances d’un homme, puis se souvient d’un homme à terre. « Je crois qu’elle a dû se défendre et le frapper à la tête », confie-t-il. Était-ce Pierre Quémeneur dont Marie-Jeanne se défendait ?

All’origine di quello che potrebbe diventare uno spettacolare risvolto, la testimonianza inedita di uno dei figli di Guillaume e Marie-Jeanne Seznec. Colui che fu soprannominato “Petit-Guillaume” undici anni al momento dei fatti. Nel 1978 si confidò con uno dei suoi nipoti che lo registrò. In quel giorno di maggio 1923, il ragazzino sentì sua madre urlare. La vide respindere le avances di un uomo, e poi si ricorda dell’uomo disteso a terra. “Io credo che lei debba essersi difesa e che lo abbia colpito alla testa.” Era Pierre Quéméneur l’uomo da cui marie-Jeanne si stava difendendo?

Questa testimonianza, unita alla professione di innocenza di Seznec, insieme al suo rifiuto di chiedere la grazia, gettano nuova luce e fanno vedere il tutto da un’altra prospettiva.

Tanti anni sono passati, i protagonisti della vicenda sono da tempo sottoterra, ma la ricerca di una verità inoppugnabile continua. Perché il tema degli errori giudiziari è troppo importante e perché non c’è giustizia se un innocente finisce dietro le sbarre.

Date un’occhiata a quanti sono i casi clamorosi di errori giudiziari nel mondo. Bob Dylan compose Hurricane, Daniel Day-Lewis ed Emma Thompson recitarono in “Nel nome del padre”, Amnesty International continua con le sue campagne in favore della scarcerazione di tanti che non hanno commesso nulla e tuttavia si trovano confinati in prigioni a scontare pene ingiuste.

La giustizia è fallace, purtroppo, perché è fatta dagli uomini e gli uomini sono fallaci. Ma c’è sempre la possibilità di sbagliare di meno, di dubitare di più, di risparmiare qualcuno. E se magari l’errore ci fa cadere dall’altra parte del filo del rasoio, ebbene, lo ripeto: meglio cinque colpevoli liberi che un solo innocente condannato.

Sostenete Amnesty con una donazione cliccando qui.

Grazie.

L’Hermione a Tolone, la plus belle de la rade

Sulla fregata Hermione scrissi a suo tempo un articolo in cui spiegavo di quale straordinario progetto di archeologia e filologia navale si trattasse. Il link per rileggerlo lo trovate qui. E già che ci siamo metto anche il link per un altro articolo al sapore di mare, in cui si parla delle superstizioni dei navigatori francesi. Casomai ve li foste persi per strada.

Ieri pomeriggio sono stata a Tolone a vedere dal vivo la splendida Hermione. Armata del mio tricorno da capitano settecentesco e abbigliata in blubiancorosso, ho potuto avvicinarmi a questo capolavoro di ingegneria e di filologia. Una bellezza mozzafiato, che mi ha catapultata dritta tra le pagine di Capitani Coraggiosi, Gordon Pym, L’isola del tesoro, Il corsaro nero, Peter Pan e La tigre di Mompracen. Purtroppo i biglietti per salire a bordo erano tutti esauriti, corpo di mille balene, ma al prossimo scalo non mancherò di prenotarmi per tempo, e mi ci fionderò sopra vestita da ufficiale della marina borbonica.

Intanto accludo qualche foto scattata dal molo.

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Lo so, sono solo quattro, ma nelle altre ci sono sempre io con il volto estasiato e non mi sembrava il caso di pubblicarle.

A presto, lupi di mare!