Pillola: mala tempora currunt sed amor Galliae perdurat

Tempi duri qui in Francia: tra le proteste dei Gilet Jaunes e l’attentato al mercatino natalizio di Strasburgo, in cui è rimasto ferito anche un nostro connazionale, l’Hexagone è messo a dura prova; è una fase molto critica del quinquennato di Macron.

Tra poco tornerò dalla mia famiglia per le vacanze di Natale e osserverò la situazione dall’altra parte delle Alpi per qualche settimana.

Una serie di pensieri affollano la mia testa: ammirazione per i gilet gialli e la loro tenacia e verso i francesi in generale, che non esitano mai a far sentire la loro voce alle istituzioni (un po’ come nel maggio ’68, nell’esperienza comunarda e nella rivoluzione stessa), timore per il cambiamento climatico, delusione causata dall’incapacità delle nazioni di fare fronte comune e di adottare misure VERE, EFFICACI e FATTIBILI per contrastarlo, dolore per l’attentato a Strasburgo…

In segno di rispetto per le vittime di Strasburgo e per i gilet gialli caduti durante le manifestazioni, De amore gallico rimanda ogni pubblicazione alla settimana prossima.

À très bientôt, les amis.

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Rebondissement nel caso Seznec: una nuova testimonianza apre ad ulteriori sviluppi

Forse ricorderete che De amore gallico ha dedicato ben tre articoli alla narrazione della complessa vicenda giudiziaria avvenuta negli anni ’20 del ‘900 e legata alla scomparsa di Pierre Quemeneur, per la quale fu accusato, processato e condannato Guillaume Seznec, sempre professatosi innocente.

Ebbene, una nuova testimonianza porterebbe ad ulteriori sviluppi e alla possibilità, per gli eredi Seznec che desiderano riabilitare il nome del nonno, di far riaprire il caso e forse risolverlo una volta per tutte.

Va sottolineato che, come è stato già riportato su De amore gallico:

All’origine di quello che potrebbe diventare uno spettacolare risvolto, la testimonianza inedita di uno dei figli di Guillaume e Marie-Jeanne Seznec. Colui che fu soprannominato “Petit-Guillaume” undici anni al momento dei fatti. Nel 1978 si confidò con uno dei suoi nipoti che lo registrò. In quel giorno di maggio 1923, il ragazzino sentì sua madre urlare. La vide respindere le avances di un uomo, e poi si ricorda dell’uomo disteso a terra. “Io credo che lei debba essersi difesa e che lo abbia colpito alla testa.” Era Pierre Quéméneur l’uomo da cui Marie-Jeanne si stava difendendo?

Questa testimonianza, unita alla professione di innocenza di Seznec, insieme al suo rifiuto di chiedere la grazia, gettano nuova luce e fanno vedere il tutto da un’altra prospettiva.

Ebbene, ieri RMC ha diffuso una testimonianza inedita data dalla signora Cécilia Morand, 85 anni, figlia del signor Georges Morand, all’epoca dei fatti agricoltore e custode del cimitero di Saint-Lubin-de-la-Haye.

Un jour Raymond Lainé, garagiste, est venu le chercher en pleine nuit pour qu’il l’aide à ramener le corps de Quémeneur. Raymond Lainé avait tiré et l’avait blessé au ventre et ils l’ont ramené au cimetière.

Un giorno Raymond Lainé, meccanico, venne a cercare mio padre in piena notte per farsi aiutare a trasportare il corpo di Quemeneur. Raymond Lainé gli aveva sparato e lo aveva ferito al ventre e lo hanno trasportato al cimitero.

La tomba in cui Quemeneur fu sepolto era in stato di abbandono e nessuno pensò di andare a darle un’occhiata.
Le circostanze dell’omicidio, avvenuto nei pressi della stazione di Houdan, parrebbero essere legate ad un litigio per un veicolo in riparazione.

RMC ha poi spiegato che la donna, da adolescente, sorprese il padre e Lainé, preso dai rimorsi di coscienza nei riguardi di Seznec poiché condannato da innocente, discutere del fatto. Il padre le fece dunque giurare di non dire mai nulla a nessuno della cosa.

Denis Le Her – Seznec, discendente di Guillaume Seznec, ha detto di aver parlato al telefono con la Signora Morand e che la incontrerà nei prossimi giorni per confermare alcuni punti della storia e per poter poi fare domanda, l’ultima si spera, di revisione del processo.

Quale testimonianza è da considerarsi attendibile? Quella della signora Morand o di Petit-Guillaume? Aspettiamo sviluppi.

Pillola: quando il gioco non vale la candela (e nemmeno la menzogna)

L’espressione “il gioco non vale la candela” non è comune soltanto della lingua italiana ma è spesso utilizzata anche in francese (le jeu n’en vaut pas la chandelle) e in inglese (the game isn’t worth the candle).

L’origine parrebbe risalire addirittura al 1580, utilizzata, forse per la prima volta in un testo scritto, dal filosofo francese Michel de Montaigne. Egli si riferiva ai giocatori di carte che trascorrevano le serate nelle locande illuminate da candele. Al termine della serata si era soliti lasciare al proprietario dell’osteria una somma per la spesa della candela che era stata utilizzata. Quando una partita aveva una posta in palio molto bassa allora il gioco non valeva nemmeno il prezzo della candela.

Candela in francese può esser detta dunque chandelle, che assomiglia al sostantivo italiano, o anche bougie, più collegabile alla parola bugìa, che nella nostra lingua significa menzogna. Ma perché?

In realtà anche in italiano, per prestito dal francese, bugìa può voler dire candela, o anche candelabro, o semplicemente portacandela. Questo perché c’è una città algerina, dunque ex-colonia francese, di nome Bejaïa, che era un centro di produzione di cera per candele molto importante. Francesizzatolo, il nome della città passò per metonimia ad indicare la candela tout court.

Quando invece diciamo bugìa nel senso di menzogna, stiamo utilizzando una parola italiana di origine provenzale. Il dizionario etimologico online, infatti, dice che il termine proviene dal provenzale bauzia, a sua volta dal germanico bausa, che significa “cattiveria”. Alcuni invece lo fanno risalire all’arabo buka’er, appunto “menzogna”.

Pinocchio forse vorrebbe dire la sua.

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Le Jas des Roberts, un appuntamento domenicale nel golfo di St. Tropez

Poco lontano da Saint Tropez, in mezzo ai vigneti che decorano la campagna di Grimaud, ogni domenica mattina centinaia di antiquari e robivecchi si danno appuntamento per dare vita al pittoresco vide-grenier del Jas des Roberts.

Il Jas des Roberts in realtà è un ristorante, ma col tempo il suo nome è diventato anche quello del mercato delle pulci domenicale. Un rapporto di commensalismo per cui il brocante attira gente e la locanda beneficia del flusso di persone creatosi  (anche se il mercato nacque proprio perché, in principio, era la trattoria il luogo di ritrovo domenicale).IMG_20181127_110123_708

Arrancando su e giù per la pineta in cui si situa il mercato, si odono tutte le lingue possibili: francese, inglese, tedesco, italiano, portoghese… chiunque trascorra un weekend nel golfo di Saint Tropez ha voglia di venire a ficcanasare tra i banchi del Jas de Roberts, la domenica mattina. Ci sono i professionisti del chiner: quelli arrivano alle otto, presto, quando ancora gli espositori stanno mettendo la merce sui banchi. Sono lì per fare dei veri affari, per accaparrarsi la mercanzia migliore e più rara. Lasceranno solo le briciole ai pigroni che fanno il loro ingresso al Jas des Roberts verso le dieci – dieci e mezzo.

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Un’altra peculiarità adorabile del mercato del Jas des Roberts sono i cani. Un espositore su tre ha il suo fido che lo accompagna nell’avventura tropeziana domenicale e molti degli avventori amano portarsi appresso l’amico a quattro zampe (io sono tra questi). Il risultato è che, in mezzo ai vari idiomi, si odono guaiti e latrati di cagnolini che fanno amicizia tra loro o che si sfidano a duello in mezzo ai banchi, su cui traballano busti di vecchie botteghe, cestini da uova, radio obsolete e sediacce spagliate. IMG_20181125_205138_854

Il tempo meteorologico è un fattore preponderante sulla qualità della visita al Jas. Può anche esserci un sole spendente, ma, se il giorno prima è piovuto, è il caso di armarsi con scarpe resistenti e pratiche per affrontare il fango che ricopre lo spazio dedicato al mercato. Niente scarpette della domenica per le signore né mocassini preziosi per i signori.

Sembra che il Jas des Roberts sia nato negli anni ’60, l’epoca d’oro di Saint Tropez. Non sono riuscita a parlare con gli organizzatori, ma ho potuto intervistare diversi espositori che vengono tutte le domeniche da tanto tempo. C’è “L’atelier de Ninie”, che frequenta il Jas da tre anni circa, la signora J. che viene da vent’anni a mercanteggiare le sue chincaglierie ritrovate chissà dove, Madame et Monsieur F., venditori al Jas da sedici o diciassette anni.

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Al Jas, col passare del tempo, ho scovato diverse cose interessanti: una ciotola in ceramica decorata con una carpa azzurra e verde, uno specchio per la mia coiffeuse, il mobile del salone a cui ho cambiato le maniglie e che sto riflettendo su come ridipingere. il lampadario industriale color giallo sole, quello color acciaio e bianco, una sfera di cristallo di rocca purissimo e anche un riflettore da studio cinematografico che tengo sulla libreria di casa in mezzo ai libri, a simboleggiare che la lettura illumina la mente.

Una volta ho incontrato anche una veggente, al Jas de Roberts. Però quello che mi ha predetto non ve lo dirò mai.

La route du rhum, destinazione Guadeloupe

Ieri è partita la regata “Route du rhum”, un’intensa corsa marittima dal porto di Saint Malo con destinazione la Guadeloupe. Come c’è scritto nel sito ufficiale della routeduthumcompetizione, sin dal 1978, anno della sua fondazione ad opera di Michel Etevenon, la Route du rhum è uno degli eventi marittimi e sportivi più appassionanti che ripercorre le rotte dei cargo che, dalla Guadeloupe e dalle Antille francesi, portavano fino in Métropole stive piene del prezioso liquore caraibico.

La Route du Rhum – Destination Guadeloupe est la plus mythique des transatlantiques en solitaire courue tous les quatre ans entre Saint-Malo et Pointe-à-Pitre, en Guadeloupe.

Comme l’a voulu son concepteur, Michel Etévenon, La Route du Rhum est la transat de la liberté : monocoques et multicoques sont mêlés sans spécification de classement et sans restriction de taille, professionnels et amateurs s’affrontent avec la même règle du jeu et toutes les aides extérieures à la navigation sont autorisées sur un parcours inédit qui part de France Métropolitaine pour arriver en France d’Outre-Mer.

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Il percorso della regata

Se volete seguire in diretta la competizione potete scaricare l’app dal sito ufficiale.

Buon vento a tutti i partecipanti!

Pillola: Zoro, in giro per l’Europa

Stamane, andando a comperare il pane e passeggiando per godermi la pacifica festa della Toussaint, ho incontrato Zoro.
Camminavo col mio cane al guinzaglio e, probabilmente, Zoro mi ha udita dargli i comandi in italiano. Si è avvicinato e ha iniziato a parlarmi nella mia lingua, presentandosi, dicendo che abita ad Amburgo, chiedendomi se fossi veneziana, visto che i colori ramati dei miei abiti avevano un che di tizianesco. Aveva un forte accento dell’est, non tedesco, parlava spedito e fluente, senza errori di grammatica, con grande proprietà di vocabolario; a giudicare dai suoi occhi chiari, poteva essere un polacco residente in Germania. Aveva qualcosa che mi ricordava papa Wojtyla, forse una parlata simile alla sua.
Con un sorriso sghembo mi ha risposto: “Io parlo otto lingue: italiano, inglese, francese, tedesco, olandese, russo, spagnolo e la mia lingua madre.”

Zoro è bulgaro, cattolico, e dagli anni ’80 vive girando per l’Europa senza aver mai trovato il suo posto d’elezione, anche se ammette di avere un debole per la Germania, l’Austria, i Paesi Bassi e la Scandinavia.
“Mi piace l’Italia. In passato ho fatto affari con siciliani, veneti, lombardi… dei marchigiani so che sono i più onesti e precisi tra tutti gli italiani. Mi piacciono le italiane, perché non sono razziste. Gli uomini sì, invece. Mi ricordo che nell’86, a Milano, la polizia mi fermò per chiedermi i documenti. Io al tempo ero clandestino. Mi insultarono, mi dissero ‘zingaro di merda’. A me, cattolico come loro, questa cosa non è mai andata giù. Forse, nonostante la mia simpatia per il tuo paese, è stato questo episodio a spingermi verso i paesi del nord Europa, nella culla della razza ariana.” Dice proprio così, razza ariana. Lo fa apposta per provocarmi? Non so, ma la sua domanda successiva mi stupisce: “Tu sei ebrea?” Io gli dico di no, che sono cattolica, anche se una mia nonna discendeva da ebrei fuggiti dalla Spagna nel 1492.

Mi chiede se può offrirmi un caffè. So che non dovrei fidarmi di uno sconosciuto incontrato così, ma ho il mio cane con me, il quale mi difenderebbe al primo segnale di pericolo, e poi sono troppo curiosa di ascoltare la sua storia per non accettare. Ci sediamo. Tira fuori un pacchetto di sigarette a cui stacca il filtro e ne fuma tre in dieci minuti. Si sfrega spesso il viso con la mano sinistra e mi racconta delle persone che ha conosciuto, dei suoi rimorsi e dei suoi rimpianti. Nel 1988 ebbe l’occasione di partire e di trasferirsi in Australia, ma non la colse al volo. Ora se ne dispiace. Mi dice che la Costa Azzurra è forse il luogo più bizzarro d’Europa, perché le persone sono chiuse e arroganti. Niente a che vedere con i francesi del nord, calorosi, accoglienti e simpatici.

“Ma tu che ci fai qui, in questo angolo di mondo pieno di gente superba e antipatica?”
“Sono qui per amore. Il mio compagno è di La Croix Valmer.”

Inizia a guardare altrove. Io gli parlo un po’ del mio processo di adattamento alla società francese, ma lui sembra lontano. Le sue parole me lo confermano: “Scusa, io ti ascolto, sono qui fisicamente, ma con la mente sono già ad Oslo, dove sono atteso per la settimana prossima. Adesso prenderò un autobus per Tolone e poi da lì salirò a nord. Una volta là, tirerò un sospiro di sollievo: nessuno che mi guarderà male, tutti saranno gentili e cortesi, ma non falsi come qui.”
Capisco che Zoro mi ha detto tutto quello che aveva da raccontarmi, o che voleva raccontare. Accarezzo il mio cane, sorrido a Zoro, lo ringrazio per il caffè, gli dico che purtroppo devo proprio andare e gli stringo la mano. Lui è già in Scandinavia con la mente, lo si vede dai suoi occhi celesti, chiarissimi e molto tristi.

Mi sono alzata e lo ho lasciato al tavolo del caffè. Si era appena acceso la quarta sigaretta, chiamava il cameriere per ordinare un bicchiere d’acqua frizzante, sembrava deluso. Non mi è dispiaciuto lasciarlo lì, in attesa del suo autobus, del suo ennesimo spostamento: era pieno di pensieri tristi, era senza pace. Io non potevo far nulla per lui, lui non poteva far nulla per me.

La scuola francese c’est bizarre!

La scuola in Francia è molto diversa da quella italiana. I francesi si diplomano un anno prima rispetto a noi, c’est a dire che per prepararsi al bac devono studiare “solo” per dodici anni, mentre noi in Italia abbiamo tredici primavere sopra i libri per giungere all’esame di maturità.

La scuola elementare dura cinque anni, come qui da noi, ma per quanto riguarda il collège, cioè la scuola media, esso è di ben quattro anni. Il lycée d’altra parte è l’ultimo stadio prima dell’esame, ed è composto di soli tre anni scolastici.

Quando ho scoperto tutto questo sono rimasta di stucco. Diplomarsi un anno prima? C’est bizarre!

Ma non è la sola differenza, poiché perfino il materiale di cartoleria ha delle differenze con il nostro: non ci sono quaderni con le righe, ma cahiers à petits ou grands carreaux. Per farla breve, le materie scientifiche vanno studiate sui quaderni a quadrati piccoli, ovvero quelli a 5 mm, le materie umanistiche invece sui quadrati grandi, che son fogli quadrettati in modo molto particolare. In Italia non ne ho mai visti. Eccone una foto:

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Le classi della scuola elementare si suddividono come segue:

CP (cours préparatoire), CE1 (cours élementaire 1re année), CE2 (cours élémentaire 2e année), CM1 (cours moyen 1re année), CM2 (cours moyen 2e année).

I bambini normalmente vanno a scuola alle nove, fanno lezione e poi vanno alla cantine, ovvero la mensa, dove consumano il pranzo. Tornano in classe per le lezioni del pomeriggio e, in linea di massima, sono liberi verso le 17.00. Non portano né l’uniforme né il grembiulino a quadretti.

Il mercoledì, che da sempre in Francia è considerato “le jour des enfants”, una volta era giornata libera: non si andava a scuola e i bambini potevano dedicarsi ad altre attività o ad aiutare in casa la famiglia, specie se abitavano in una zona rurale dove le mani per lavorare non erano mai abbastanza. Al giorno d’oggi di mercoledì gli scolari hanno solo il pomeriggio libero e possono andare a praticare uno sport o a farsi tormentare dal temutissimo dentista.

Dopo il ciclo elementare, comincia il compte à rebours, un conto alla rovescia: la prima media equivale alla classe sixième, la seconda media alla cinquième e la terza alla quatrième.

Se in Italia dopo l’esame di terza media si deve scegliere che cosa studiare nello specifico per i prossimi cinque anni e verso quali materie indirizzare il proprio orientamento, in Francia questo non avviene. Infatti i collegiali fanno anche una “quarta media”, nell’anno della loro troixième. Al liceo poi si continua con la seconde, première e si finisce con l’ultimo anno, quello del diploma, il terminale.

Anche le vacanze sono diverse: l’anno inizia verso i primi di Settembre. Ci sono poi le vacanze di Ognissanti che occupano la fine di Ottobre e l’inizio di Novembre: due settimane di riposo! Dopodiché si torna a scuola per frequentarla ogni giorno fino alla pausa natalizia tra Dicembre e Gennaio. In Francia l’Epifania non è una festa molto importante e spesso la rentrée avviene il 4 o il 5 Gennaio. A Febbraio i ragazzi hanno altre due settimane libere, per andare a sciare con la famiglia. Seguono le vacanze pasquali ed infine quelle estive a inizio Luglio. Una bella differenza col nostro calendario!

Certo, non ho figli, e tutte queste notizie le ho apprese mano a mano, ascoltando il mio compagno parlare dei suoi ricordi, o i suoi cugini e cugine discutere delle loro varie vicissitudini scolastiche. Per quanto riguarda la mia conoscenza della scuola italiana, ovviamente risale all’attualità di dieci anni fa, quando mi diplomai al liceo. Potrebbe esser cambiata tantissimo senza che ne sia al corrente, e magari assomigliare molto di più alla scuola francese di quanto io non immagini.

Ad ogni modo, da italiana residente in Francia, ammetto che è complesso entrare nel modus francese di concepire il tempo scolastico. Essendo la suddivisione scolastica dell’anno qualcosa che ci appartiene sin dall’infanzia, riuscire ad assorbire una maniera altra di scandire il tempo dei bambini e di concepire il loro sviluppo culturale ed umano è quasi impossibile, o comunque mai automatico.

Per quanto mi riguarda, ammetto di non essere pronta a piegarmi alla façon française. A me le vacanze estive piacciono belle lunghe così come le abbiamo noi: giungo, luglio, agosto e metà settembre di libertà pura e insostituibile, un tempo di spensieratezza e di nebulosa felicità che costituisce la trama di alcuni dei miei più bei ricordi d’infanzia.