Ugro-francese

Riprendo dal mio diario dell’estate appena trascorsa (data 16 giugno):

Il pomeriggio mi ha vista invece optare per un fuori programma in solitaria, i retroscena del quale preferisco tacere, e che mi ha portata a Cavalair sur Mer, una Senigallia francese senza la parte storica del centro (quindi è una roba commerciale da lungomare senza particolare spessore culturale).
E’ qui che ho fatto un incontro davvero bizzarro e meraviglioso.
Mentre aspettavo l’autobus per ritornare a Cogolin alla fermata, dalla corriera proveniente da Tolone è sceso un distintissimo signore in completo di lino color crema, che con gran disinvoltura camminava portandosi appresso una valigia voluminosa. Aveva uno smartphone in mano e, con classe e nonchalance, ha telefonato al figlio non appena sedutosi sotto la pensilina.
Poi ha tirato fuori dal taschino un pacchetto di sigarette e, gentilmente, mi ha chiesto se avessi da accendere.
Per puro caso avevo in borsa i fiammiferi che utilizzo per accendere l’incenso in camera mia, quindi gli ho offerto il fuoco tutta soddisfatta, manco fossi Prometeo. Lui, con garbo e galanteria, mi ha voluto donare una sigaretta, parlandomi in uno spagnolo dal chiaro accento gallico. Allora, ridendo, gli ho detto che non sono spagnola ma italiana.
“Italiana? – ha risposto passando al francese – Anche meglio! Adoro le donne italiane!”

Da qui parte una conversazione fenomenale in cui ci diciamo tutto tranne i nostri nomi.
Scopro che ha 86 anni (e chi lo avrebbe mai detto!?), che è un parigino che sta andando in villeggiatura a Saint Tropez e che è appena arrivato in aereo a Tolone. La moglie lo ha anticipato di qualche giorno venendo però in macchina (hai capito la signora), perché aveva un bagaglio troppo pesante a cui non voleva rinunciare (e certo, la vacanza a Saint Tropez va fatta con tutti i crismi e carismi).
Lui mi dice che ha visitato tutta l’Italia e che ha lasciato il cuore in un ristorantino dell’entroterra siculo, tanti anni or sono.
Ama Milano, Venezia, Napoli e la malinconica Trieste e dodici anni fa, quando è stato operato (ben diciannove volte!), nel suo letto d’ospedale, invece di sognare la moglie, sognava l’Italia.
Ama la lingua italiana, perché è dolcissima, mentre il francese è l’idioma della diplomazia: infido e truffaldino.
Di qui si passa a parlare di quando il francese sia dunque diventato lingua diplomatica, a partire dal congresso di Vienna, grazie a Talleyrand, che cercava i rattoppare le cappelle fatte da Napoleone, per evitare che la Francia patisse troppo. E giù a discutere di storia: la campagna d’Egitto napoleonica, i furti d’arte compiuti in Italia…
Vengo a sapere che lui è figlio di padre francese e madre ungherese, nato a Budapest nel 1929: ha perso i genitori durante la guerra e, nel 1946, a 17 anni, è venuto in Francia dall’Ungheria tutto da solo, e si è costruito una vita.
E’ tornato a Budapest, nel tempo, anche se “hanno avuto quel maledetto comunismo, che ha rovinato tutto.”
Ora si duole che l’Ungheria sia in mano all’estrema destra, ma d’altronde in tanti paesi europei di questi tempi…

L’autobus su cui doveva salire è arrivato con troppo anticipo per i miei gusti. Non ha voluto che lo aiutassi con la valigia, e mi ha salutata con calore, lasciandomi nel petto quella fiammella ballerina che, all’inizio del nostro incontro, io gli avevo offerto per le sigarette: lui me l’ha restituita sotto forma di buonumore e qualcosa d’altro che non so ben definire: speranza?

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Pillola: frammento di viaggio realmente accaduto

Un treno cadente rotola verso Genova. Due valigie pesanti con me, una estranea, rossa, abbandonata qui in mezzo al vagone da qualcuno troppo stanco per conservare il suo passato. A fianco a me una suora filippina e una africana spiegano il sacrificio di Cristo sulla croce ad un musulmano balcanico. Io sto leggendo del suono del tempo.
Ne jetez aucun objet par la fenetre.

Solamente i vostri cuori.

Stazione di Genova Piazza Principe
Stazione di Genova Piazza Principe

Coast to coast

Raggiungere la Costa Azzurra partendo da quella Adriatica non è un viaggio lineare, specialmente se lo si affronta utilizzando il treno. Va ammesso che, effettivamente, è un mezzo romantico: concilia la riflessione, la lettura e l’osservazione, snerva, stanca, frustra e puzza. Il paesaggio fuori dal finestrino cambia insieme allo stato d’animo, andando dal gioioso pragmatismo delle colline marchigiane verso l’indolente piattume padano. Dall’ossessivo cemento milanese si arriva ad un’aspra e laconica strettezza genovese. Si va lenti lungo un pigro e scomodo litorale fino alla flemmatica e rilassata costa francese. Sembra quasi un avvicendarsi di scenografie teatrali di un dramma il cui attore principale è l’umore del viaggiatore.

Viceversa, il tragitto nel senso opposto è drammatico, lento, tentennante, illogico, impaziente. Alienante. Specie se non tutte le coincidenze e gli orari vengono rispettati, se ci si perde in stazioni dimenticate da Dio alle dieci di sera, aspettando Intercity che sembrano non arrivare mai.

Che si vada in un senso o nell’altro, si deve comunque passare per Ventimiglia. Questa cittadina ha un je ne sais quoi di tetro. Forse è così in tutte le città di frontiera del mondo, ma a Ventimiglia in particolare si soffre, si percepisce nell’aria un’atmosfera di passaggio, un’inquietudine kafkiana che si aggrappa alle viscere con le zanne di una tenia, investendo il viaggiatore di una malinconia foscoliana. Ci si sente profughi, apolidi, rifugiati, in quella città, proprio come quei poveretti che hanno subito il respingimento di frontiera e sono stati costretti ad accamparsi sugli scogli.

Che si sia pendolare veterano o novellino di primo pelo, si è sempre un po’ stupiti e contrariati dalla lunghezza del litorale ligure e provenzale. La loro estensione è esasperata dalla conformazione frastagliata della costa, piena di rientranze e sporgenze, che allungano in modo estenuante il tragitto da percorrere. Ciò colpisce ancor di più il nativo della costa Adriatica, tutta dritta e lineare.

Forse questa differenza di conformazione costiera è una metafora efficace per definire il cambiamento che avviene nel cuore di chi lascia la morbida dolcezza dei profili marchigiani per l’aspra ricchezza del sud francese: una vibrazione nuova muove le corde del cuore, il petto risuona di nuovi accordi e tutto si tinge di una sfumatura verde, come i vigneti provenzali, come il mare in autunno, come una speranza appena nata.

Dimmi che cimitero hai e ti dirò che paese sei, ovvero: uomini che ci provano con le donne.

Per comprendere a fondo una civiltà, tre sono le cose che, svelandone il cuore, ci pongono di fronte alla sua essenza. Potremmo utilizzare la tabella kantiana delle categorie e soddisfare ciascuna di esse prendendo ad esempio questi tre soli parametri: arte, cibo e culto dei morti. Non sono la prima a dirlo, ovviamente: Foscolo ci ha basato una poetica, su quest’ultimo punto.
Tali sono i motivi che, quando viaggio, mi spingono ad orbitare attorno ai cimiteri come la luna attorno alla terra.
Ho visitato cimiteri inglesi, tedeschi, portoghesi, israeliti, giordani, egiziani, ma nessuno, nemmeno i tanto famosi camposanti britannici (come ci insegna Thomas Gray), mi hanno mai dato l’emozione che provo quando varco la soglia di un cimitero francese.
Sarà forse che è proprio su questo suolo che per primo ha avuto effetto il napoleonico editto di Saint Cloud (sempre a Foscolo torniamo).
Nel giugno scorso, seguendo il mio istinto di viaggiatrice sui generis, visitai il cimitero di Cogolin, un piccolo paese provenzale nell’entroterra del golfo di Saint Tropez, girovagando tra le tombe nella luce dorata di un pomeriggio inoltrato di mezza estate.
Ero la sola visitatrice della necropoli. Ovviamente, dopo aver aver avuto il piacere di contemplare diverse volte i celebri cimiteri parigini, questo piccolo camposanto provenzale non mi colpì di certo per le sue peculiarità architettoniche. Ma il caso volle che una serie di fatti avvenissero nel mentre della mia visita.
Camminai assorta tra le tombe, annotando mentalmente i cognomi più salienti, le date (nessuna antecedente al 1830), le dediche riservate ai cari estinti. Nessuna piccionaia come quelle che troviamo in Italia, ma la classica sepoltura a terra, con lastre di marmo a custodirne l’apertura era il tipo di sepolcro più comune. Trovai la tomba di una certa famiglia Rimbaud. Allora fantasticai lungamente: potevano essere lontani parenti del celebre poeta, il quale, d’altra parte, si spense a Marsiglia. Tempo dopo l’arcano mi fu svelato: in realtà si trattava di una famiglia che aveva molto poco di poetico nel proprio repertorio genetico.
Tornando al camposanto di Cogolin, rammento che un cippo commemorativo posto al centro esatto del cimitero ricordava i cittadini caduti in tre guerre: l’enorme sacrificio umano consumato nella prima guerra mondiale era onorato catalogando per anno il nome di ogni singolo cogolinese perito in trincea. Constatai poi che, sorprendentemente, la seconda guerra mondiale causò la morte di meno di una decina di cittadini. Uno solo, infine, spirò in Algeria.
Non c’erano sepolture ebraiche, né di altra confessione a me nota.
Mentre marciavo sulla ghiaia, alla volta del gruppo monumentale apparentemente più antico e malmesso, in mezzo a quella desolazione di morte, dalle case sottostanti risuonò forte e prepotente nell’aria un vagito di neonato, che mi colpì come un pugno allo stomaco. L’accostamento della morte alla vita nella sua espressione più potente e gioiosa fu in grado di provocare in me una sensazione di panico che raramente ho avuto modo di provare. Ero al culmine della mia felicità, credo, stordita, come drogata, come ubriaca. Era caldo, era tutto ovattato, solo il pianto del bambino era definito nella mia mente. Mi fermai e mi sedetti su una tomba. Per un attimo mi balenò in mente il Newton di William Blake… e poi tornai in me, per riprendere la caccia di dati e sensazioni di cui sempre sono affamata.
Uscii dal camposanto col petto ricolmo di consapevolezza del mio essere così incredibilmente umana: sangue, cervello, occhi, muscoli, viscere e merda che si muovono animati da chissà che cosa, una cosa di cui quel cimitero era pieno da scoppiare.
Feci il giro largo, per tornare a casa, passando davanti alla torre dell’orologio di Cogolin, l’ultimo bastione della cinta fortificata che fu distrutta nel XVI secolo durante le guerre di religione.
Ridiscesa nel centro del paese, ancora concentrata su ciò che avevo provato, fui riscossa bruscamente dai miei pensieri. Quasi mi feci investire da uno scooter lungo la via accanto al cinema. Il mio temperamento abbastanza irascibile mi condusse a lanciare un’occhiata carica di disgusto e rabbia al guidatore, il quale si rivelò essere, più che un idiota totale, un dongiovanni dei miei stivali: infatti non aveva trovato altro modo per avvicinarmi, farmi dei complimenti e chiedermi di uscire a bere qualcosa con lui se non provando ad investirmi.

Ai tre parametri sull’analisi della civiltà di cui sopra, io ora ne aggiungerei un quarto: il modo in cui gli uomini ci provano con le ragazze. Questo la dice molto lunga sulla cultura di una nazione!