Pillola: litote, ovvero “Don Abbondio e la diplomazia”

La litote è una figura retorica che permette di affermare una cosa negandone il contrario. L’esempio scolastico più calzante lo si trova ne “I promessi sposi”, quando si legge che:

Don Abbondio (il lettore se n’è già avveduto) non era nato con un cuor di leone.

In Francia si fa largo uso di questo artificio del linguaggio: qualsiasi cosa non desti preoccupazione viene accompagnata dalla frase:

C’est pas grave.

Che in Italia sarebbe a dire “Non fa niente”.

Che bellimbusto, l’italiano: la negazione (non) della negazione (niente) non porta, come logica vorrebbe, all’affermazione. Si continua imperterriti a negare fino alla fine, anche l’evidenza.

È proprio vero che il francese è la lingua più adatta al mondo della diplomazia: in effetti, non c’è forma retorica più diplomatica della litote.

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Le Pavillon de Vendôme, un boudoir grande come una villa

Visitare Aix-en-Provence è, per la maggior parte dei turisti, sinonimo di passare una giornata in compagnia di Paul Cézanne. Nulla da ridire su questo. Ma, oltre a meravigliarsi di fronte ai cimeli appartenuti al pittore, vale la pena spendere un po’ di tempo al Pavillon de Vendôme, nel quartiere faubourg des Cordeliers. Non per l’esposizione d’arte contemporanea ivi organizzata, di dubbia qualità nonché di pessimo allestimento, bensì per il favoloso giardino alla francese e per la storia di questo edificio, una villetta urbana che è una bomboniera; storia curiosa e, a suo modo, piccante. Lo so, questo non è un blog di pettegolezzi, ma fare del “gossip storico” è sempre stata una mia debolezza.

Tutto iniziò nel 1664, quando Luigi di Vendôme, duca di Mercoeur, di Beaufort, di Penthièvre e di Etampes, Principe di Martigues ed Anet, Pari di Francia, nipotino di quell’Enrico IV che disse che Parigi valeva ben una messa, nipotino par alliance del Mazzarino in persona, comperò il terreno a Aix-en-Provence. Il cuginetto, nientemeno che Luigi XIV, gli aveva affibbiato il comando delle truppe destinate alla Provenza ben dodici anni prima. Infatti Il Re Sole. stimando questo Luigi di Vendôme affidabile, pio e capace, aveva viva speranza che riuscisse a sedare le rivolte frondiste che si opponevano al Mazzarino nella sediziosa provincia meridionale. Il lavoro diplomatico del Vendôme in terra provenzale fu talmente efficace che il Re lo nominò Governatore della Provenza nel 1654. In virtù del nuovo titolo, farsi costruire un hôtel particulier era d’obbligo. I lavori furono affidati ad un architetto frammassone di Parigi che si era trasferito ad Arles, tale Antoine Matisse, soprannominato La Rivière, e ad uno scultore di nome Pierre Pavillon, che si occupò della decorazione della facciata, che vanta due bellissimi Atlanti dal volto alquanto provato per lo sforzo di sorreggere l’architrave della porta principale.

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Uno dei due Atlanti, che parrebbe aver dimenticato il forno acceso a casa

Dov’è la parte piccante che era stata promessa all’inizio dell’articolo? Beh, pare che, dopotutto, non fosse proprio il nuovo lignaggio del Vendôme a richiedere la costruzione di questo capriccio barocco. D’altra parte un Pari di Francia aveva ben poco da stupirsi nel vedersi nominato Governatore di N’importe quoi. In verità il pavillon  serviva da grande boudoir per l’amorazzo, licenzioso quanto basta per essere considerato tipicamente “alla francese”, tra il Vendôme e la deliziosa Lucrèce de Forbin-Solliès, detta anche “La bella del Canet”. Costei, nottetempo, quatta quatta si intrufolava nel pavillon, viso celato da una mascherina, accompagnata da qualche ancella fidata che avrebbe discretamente mantenuto il segreto.

A questo proposito riporto le parole dello storico Roux-Alphéran:

« le duc de Vendôme, retiré dans le pavillon qu’il avait fait bâtir au faubourg des Cordeliers, et qu’on nomme aujourd’hui le Pavillon de la Molle, y faisait introduire de nuit, par une porte de derrière, des personnes déguisées, que les paysans du faubourg appelaient malicieusement las machouettos [les chouettes]. C’est là qu’il mourut le mardi 6 août 1669, à peine âgé de cinquante-sept ans, ce qui fit dire alors aux paysans : Las machouettos an tua lou duc [les chouettes ont tué le duc]. »

Per farla breve, la coquine era fatta entrare dal duca per l’entrata sul retro, sempre accompagnata dalla squadriglia di ancelle, come uno stormo di civette, di cui la Bella era la capitana.

Capitana-civetta, a quanto pare, ammazzò di troppo amore il duca, che perì all’età di cinquantasette anni, martedì 6 agosto 1669, molto probabilmente mentre si trovava in gioioso trastullo tra le sue braccia, per non dire tra… qualcos altro.

Pillola: vento e premio Nobel

Il Mistral, o Mistrau in provenzale, soffia violento sulla bassa valle del Rodano, specialmente in questo periodo, provocando un gran mal di testa, seccando le acque stagnanti nelle campagne e le narici nelle città.

Frédéric Mistral fu uno scrittore e poeta provenzale che nel 1904 fu insignito del Premio Nobel per la letteratura.

Un vento provenzale soffiò sulle contrade di Stoccolma.

 

 

Novembre, santi, candele e maschera di ferro

Una domenica pomeriggio novembrina. Il tempo ha infine deciso di convertirsi alla pungente religione autunnale: è freddo, ventoso, il mare è quasi nero, la pelle si secca e gli occhi lacrimano.

Non importa, si va al mercato domenicale e si torna a casa due ore dopo carichi di noci e castagne, erbe aromatiche, zucche e arance: un cesto marrone e arancione che profuma e mette appetito. Sulla via verso l’appartamento, inerpicandosi su per i vicoli, ci si imbatte in una bancarella di vecchi dischi in vinile e vecchi libri. Un volume in particolare attira l’attenzione: Guide de la Provence mystérieuse. Due euro, ed è acquistato. Al suo interno una collezione di petits riens che sono il sale per i curiosi, la compagnia di quei momenti intimi trascorsi sotto le coperte prima di cadere addormentati e sognare le storie e i misteri di cui si stava leggendo accanto all’abat-jour del comodino, su quelle pagine mezze muffite e puzzolenti.

Il pomeriggio lo si trascorre sul divano, soffocati da coperte morbide, illuminati da una luce vellutata che, come quella di una lanterna ad olio, lentamente svanisce dietro i tetti delle case del centro, dietro il campanile della vecchia chiesa, dietro il cantiere nel porto. Accendere la luce? No, ci sono candele, in casa, si usino quelle. Si metta la teiera sul fuoco. Si scaldi il forno per le castagne.

Così, comodamente appollaiati sul divano, con un disco in sottofondo, fiammelle danzanti per tutta la stanza, una tisana bollente all’ibisco e caldarroste appena sfornate, si inizia a leggere il volumetto sulla Provenza misteriosa. Scorrendo le pagine, ci si imbatte nel capitolo sull’Isola di Santa Margherita e, sorpresa, vengono fuori i nomi di due tipetti che, nel cuore e nella libreria, hanno un posto d’onore: Voltaire e Dumas (il babbo). Tutti e due hanno a che fare con la storia enigmatica della Maschera di Ferro. Arouet per aver soggiornato brevemente presso la Bastiglia nel 1717 ed aver saputo direttamente dalle guardie che, anni prima, vi era stato imprigionato un detenuto di rango, il cui volto era costantemente celato da una maschera di velluto nero retta da cinghie e fibbie di ferro. Voltaire, successivamente, svolse ulteriori ricerche e fu proprio sulle sue indagini che Dumas fondò parte dell’impianto narrativo de”Il visconte di Bragelonne”, ultimo romanzo della trilogia dei moschettieri.

Parrebbe, dunque, che il Forte di Santa Margherita sia stato per un certo periodo dimora di questo misterioso prigioniero. Quando il governatore del forte, Benigno di Saint-Mars, fu nominato direttore della Bastiglia, l’illustre sconosciuto fu anch’egli trasferito nella prigione parigina, in quanto era preciso compito del Saint-Mars occuparsi dell’uomo mascherato. Durante il tragitto fecero una breve sosta a Marsiglia, più precisamente al Castello d’If. Questo luogo riporta la mente ancora a Dumas padre e al Conte di Montecristo, o a Edmond Dantès, se si preferisce.

L’identità dell’uomo dietro la maschera resta ancora un mistero insoluto, ma “fare ricerche”, pigramente adagiati sul sofà, alternando libri all’onnipresente Wikipedia e alle sue dubbie fonti, rende il novembrino pomeriggio domenicale un’isola temporale, una culla, un bozzolo di lana caldo e sereno, in cui la mente vaga nel passato e nella letteratura, fantasticando e colorando le pareti dell’anima.

Pastìs, un pasticcio alcolico occitano

Chi ha avuto modo di passare del tempo in Provenza, ha potuto gustare i diversi sapori e odori che la rendono una terra magica.

Una di queste fragranze è l’anice, ingrediente principale di una bevanda emblematica della città di Marsiglia, il Pastis. Da bere come aperitivo, diluito con acqua e rinfrescato da cubetti di ghiaccio, è un must per chiunque voglia godersi la città con in bocca il suo sapore più autentico.

Il nome del liquore deriva da una parola occitana, “pastìs“, che significa “miscuglio”, “pasticcio”, ma l’aperitivo alcolico viene anche chiamato pastaga. Fece la sua comparsa nel 1915, quando il governo francese proibì il consumo dell’assenzio, la fée verte, terribile musa ispiratrice di poeti e scrittori che son passati alla storia sia per il loro contributo alla letteratura che per essere stati i padri dello stile di vita “sesso, droga e rock ‘n’ roll”, con molta droga e niente rock ‘n’ roll. La fata verde, dicevo, fu proibita dal governo francese, preoccupato per la dilagante piaga sociale dell’alcolismo, ma fu sorprendentemente coadiuvato dalle case produttrici di vino, che avevano visto i loro affari cadere in disgrazia a causa della popolarità dell’assenzio.

Iniziò così la ricerca di un liquore commercializzabile, che avesse un gusto simile a quello dell’assenzio, che fosse composto di una varietà d’erbe aromatiche già utilizzate per la fata verde, ma con un tasso alcolico di molto inferiore. Questo mélange, allora, prese ad assumere dei connotati ben definiti, sebbene ancora fino al 1932 ciascun banco di mescita marsigliese avesse una sua propria ricetta: qualcuno aggiungeva più anice, qualcuno utilizzava più zucchero, ma nessuno di loro ebbe mai l’idea che invece fece la fortuna di un giovane ventenne marsigliese, tale Paul Ricard.

Figlio di un commerciante di vini, Ricard aveva una grande ambizione: fare il pittore. Suo padre, contrario all’aspirazione del figlio, lo obbligò ad entrare nell’azienda di famiglia. Nonostante lo sconforto dovuto a tale coercizione, il giovane non si diede per vinto e trovò il modo di esprimere la sua creatività tra alambicchi e profumi. Aggiunse al mélange di base, che allora costituiva la matrice della ricetta di questo pastaga, un ingrediente che rese la bevanda famosa in tutta la Francia: la liquirizia. Il successo fu enorme. Ricard disegnò anche la bottiglia e l’etichetta del liquore e, negli anni, creò campagne pubblicitarie innovative, sfogo di uno spirito creativo che non aveva potuto manifestarsi nella pittura.

Nel tempo, la ditta Ricard e la Pernod, altra grande produttrice di Pastis, si unirono e crearono la Pernod-Ricard, da cui, nel 1951 nacque anche un altro tipo di pastaga, il 51. Tale numero ricorda sia l’anno della sua creazione, sia le proporzioni con cui il liquore va consumato: cinque parti di acqua per una di Pastis.

Per riportare qualche dato, pensate che in Francia se ne consumano 130 milioni di litri per anno, l’equivalente di due litri per abitante. Si direbbe una bevanda irrinunciabile per qualsiasi francese. Forse è proprio per questo che l’attore marsigliese Fernandel diceva, a proposito del Pastis: “È come il seno femminile: uno non basta, tre sono troppi!”

Pillola: osservazioni accademiche lato sensu

Le scuole francesi assomigliano più a prigioni, a istituti di sanità mentale o a caserme malmesse che a luoghi di sapere e di apprendimento.
La cosa buffa è che si ha comunque un numero di matricola associato, che si sia studente, paziente, detenuto o soldato.
> Rima quasi voluta.
La pioggia aumenta il disagio che le sbarre scorrevoli poste a ciascuna entrata scolastica fanno calare sul cuore, come una cortina polverosa e muffita.
Solo l’odore del pane caldo che sale dalle vicine boulangerie rinfranca lo spirito, abbattuto da un’assenza gravissima: dove sono finiti i bidelli, i veri e indiscussi capi di ciascun istituto scolastico degno di tal nome?

Traslochi, trasmutazioni, trasformazioni, traslazioni – da narratore onnisciente alla prima persona.

Fatto. Sono arrivata per restare, e tutti i fatti elencati nel titolo si sono verificati.

Ho traslocato con grande fatica fisica: pacchi, scatoloni, scatole e valigie, pulizie, polvere, scope, stracci e spugne, smontaggio mobili, montaggio mobili, lavatrici e pasti frettolosi. Dio solo sa quanti traslochi ho già fatto nella mia breve vita.

Li conto.

Escludendone alcuni parziali, questo è forse il decimo, ma di certo ne ho mancato qualcuno nella ricapitolazione. Questo non sarà l’ultimo, perché chi si ferma è perduto, ma è uno dei più significativi, non posso negarlo.

Trasmutazione. Anche questa è accaduta. Che cos’è una trasmutazione, precisamente? Non posso rischiare di usare una parola in modo incorretto, Moretti lo strilla nella mia testa ogni volta: le parole sono importanti. Il vocabolario Treccani online indica:

trasmutazióne (ant. transmutazióne) s. f. [dal lat. transmutatio -onis]. – 1. a. letter. L’azione di trasmutare, il fatto di venire tramutato o di trasmutarsi; trasformazione, mutamento, cambiamento: quivi sarà transmutazione di viltade in gentilezza (Dante). b. ant. Traduzione: li versi del Salterio … furono transmutati d’ebreo in greco e di greco in latino, e ne la prima transmutazione tutta quella dolcezza venne meno (Dante). 2. In fisica nucleare, reazione per cui un nuclide si trasforma in un altro diverso. 3. In alchimia, pretesa trasformazione di un elemento in un altro, generalmente più pregiato (per es., di un metallo vile in oro).

Ho davvero mutato il mio aspetto, sono giunta ad un’altra forma di me stessa, l’ennesima, non l’ultima, ma la più nuova, un po’ più simile all’oro, parlando per termini alchemici.

E la mia trasformazione? Quella è già avvenuta in un giorno d’estate, quando ho detto addio a persone e cose che oramai esistevano solo nella mia testa. Ho aperto gli occhi e ho deciso che era ora di fare spazio a chi, invece, esiste davvero, e non soltanto nei miei pensieri.

Ecco che arrivo all’ultimo processo, la traslazione. Ne ho studiate e applicate a bizzeffe, a scuola, sul piano cartesiano, spesso senza avere la minima idea di che cosa stessi facendo. Ora, invece, ho capito a fondo che cosa significa, traslando tutti gli affetti che compongono il puzzle del mio cuore da un quadrante del piano ad un altro. L’asse delle ascisse è il confine geografico, quello delle ordinate il tempo che ho impiegato.

Pensando a tutto questo, me ne vado in cucina, dove ho pacchi di pasta Rummo e barattoli di passata Mutti che verranno divorati voracemente dalla mia fame italiana. La Ratatouille può ancora aspettare qualche giorno.