La Croix-Valmer: storia e birra

Nell’articolo precedente ho spiegato come la storia di Roma e del cristianesimo siano passate da queste parti lasciando la loro scia indelebile sul territorio. La Croix-Valmer ne è l’esempio più eclatante. Ma non è stata toccata solo dalle gesta degli antichi romani, come ci ricordano i fumetti di Asterix e Obelix e gli affreschi di Raffaello. Questo piccolo villaggio provenzale ha vissuto anche lo sbarco in Provenza delle truppe alleate nell’agosto del 1944: a poca distanza dal centro abitato, infatti, vi è una spiaggia chiamata proprio Plage du debarquement, teatro dell’operazione Anvil Dragoon.
Che cosa accadde? In soldoni, nella notte tra il 14 e 15 agosto 1944, lo squadrone Alpha giunse sul tratto di costa che va dalla celebre Pampelonne fino a Cavalaire-sur-mer. In un precedente articolo ho già trattato le vicende legate alla liberazione di Marsiglia, quindi l’argomento non è nuovo ai lettori del blog. Nella memoria di molti anziani del paese, che al tempo erano poco più che bambini, il giorno dello sbarco è rimasto scolpito, inciso a fuoco, come se fosse successo ieri. Prossimamente avrò occasione di riportare un’intervista ad un’anziana vedova che conserva memoria vivida di quanto avvenne. Per chiunque volesse approfondire la storia dello sbarco in Provenza, qui troverà il link alla pagina Wikipedia, come sempre fonte di ogni conoscenza.
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Lasciando da parte la storia bellica del secolo scorso e volgendo il pensiero alle meraviglie naturali di questi posti magnifici, mi preme parlare di una piccola spiaggia, selvaggia e nascosta alla maggior parte dei turisti che affollano la zona di Saint Tropez ogni estate. Si tratta di Gigaro, che il sito letourdesplages.fr pone tra le più belle spiagge della regione intera.
Chiunque avesse voglia di goderne appieno la beltà, può concedersi una passeggiata lungo il sentiero del Litorale, che da Gigaro arriva fino a Cap Lardier. La macchia mediterranea, con i suoi acri profumi, e la vista sulla distesa d’acqua che si staglia ai piedi del viaggiatore agiscono come un balsamo per l’anima, mentre si percorre il cammino tortuoso lungo la costa frastagliata e rustica.
Una volta tornati a Gigaro, accaldati dalla passeggiata, è piacevole sedersi sulla sabbia granulosa, riposare, e magari rinfrescarsi con un prodotto locale, La Croisienne. L’idea di produrre una birra artigianale che rispecchiasse lo spirito di Gigaro è stata partorita da tre cugini nati e cresciuti in questa contrada. Ecco perché La Croisienne, di cui sono disponibili sia la bionda che la blanche, è soprannominata “il segreto di Gigaro”. La si può trovare al link lesecretdegigaro.fr.

Non mi resta che dire: “Alla salute!”

De amore gallico vi augura buon Natale e che l’inizio del 2016 sia foriero di gioia e prosperità per tutti. A prestissimo con nuovi articoli e nuove curiosità.

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Par ce signe tu vaincras / In hoc signo vinces

Il passaggio dal paganesimo al cristianesimo, a Roma, è vexata quaestio per gli storici. Sebbene si possa affermare che esso avvenne gradualmente, è possibile però, dall’altra parte, annotare due date chiave: la prima è il 313 d.C., quando viene emesso l’Editto di Costantino, col quale si sancisce la libertà di fede. La seconda è il 380 d.C., anno in cui l’imperatore Teodosio rende il cristianesimo religione dell’impero.

Tra le due figure storiche, quella di cui voglio parlare è Costantino, la cui vicenda è entrata a pieno titolo nella mitologia cristiana: è sufficiente pensare all’aneddoto del sogno. Esso è stato immortalato da innumerevoli artisti, nel corso dei secoli, Raffaello compreso, che affrescò l’ultima delle sue celebri Stanze in Vaticano con le storie dell’imperatore. A mio giudizio, tuttavia, la raffigurazione del sogno più significativa è quella di Piero Della Francesca, per il quale mio padre m’ha fatto sviluppare un’autentica venerazione. L’affresco è rivoluzionario e costituisce un esempio superbo dell’innovazione prospettica introdotta dal Della Francesca nella pittura: notare come la conicità della tenda sia così ben definita.

Dov’è il legame con la Gallia, direte voi? Beh, si dà il caso che Costantino s’addormentò e sognò l’angelo proprio da queste parti, in Costa Azzurra, più precisamente in un paesino a pochi km da Saint Tropez chiamato La Croix Valmer. Non serve spiegare che esso deve il nome proprio all’imperatore e alla sua mistica attività onirica. Qui, leggenda vuole, egli s’accampò e preparò i suoi uomini per la storica battaglia di Ponte Milvio, che pose fine a lotte intestine per il controllo dell’impero, concludendosi in favore di Costantino.

Il resto è storia.

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“Il sogno di Costantino” affresco di Piero della Francesca,  dipinto tra il 1458 e il 1466, Arezzo.

Pillola: Napoleone e i fratelli Lumière

Si va a fare la spesa in giro per La Ciotat, una cittadina au bord de la mer a pochi chilometri da Marsiglia. L’occhio cade sul numero 58 di rue des Poilus. Una targa indica che un capitano d’artiglieria di nome Napoleone Bonaparte, preparando l’assedio di Tolone, alloggiò in quella casa il 4 e 5 settembre del 1793.

Poi si scopre che anche i fratelli Lumière hanno lasciato qualche traccia da queste parti: infatti è qui che hanno girato uno dei loro primissimi film, intitolato “L’arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat”, 45 secondi di puro brivido in bianco e nero.

I francesi non hanno conquistato il mondo con Napoleone, ma di certo ci sono riusciti col cinema.

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L’arrivèe d’un train en gare de La Ciotat.

 

Barbe ed eroi

Il viaggiatore che se ne va a spasso per la Francia si imbatte spesso in vie o piazze con una bislacca intitolazione: “dei Pelosi“.
Pelosi… chi eran costoro?
Se si fa una piccola ricerca in rete, salta fuori che il termine poilu lo si trova addirittura in Molière, dove sta a significare “uomo coraggioso”. Da allora questa espressione, avendo assunto l’accezione di “uomo tout court”, esemplare di virilità e forza, ha viaggiato attraverso i secoli, passando per il periodo rivoluzionario prima e napoleonico poi, sopravvivendo addirittura alla furia reazionaria della Restaurazione per arrivare fino al fatidico 1914. È a partire da quell’anno che, come riporta il linguista Albert Dauzat nella sua opera “L’argot de la guerre“, nella cultura popolare francese, con il termine poilus si indicano i soldati della prima guerra mondiale, che, nell’orrore delle trincee, abbandonarono l’abitudine di radersi per quella più impellente di tentare di sopravvivere. Pertanto, coloro che erano riusciti nell’intento di salvare la pelle, tornavano a casa con una lunghissima barba.

La cosa ha del mitologico, in quanto trascurare la rasatura nelle trincee significava dare asilo ad un numero di colonie di pidocchi superiore rispetto a quello da cui già erano afflitti: quegli eroici soldati non avevano bisogno di ulteriori gatte da pelare, visto che oltretutto dovevano ben guardarsi dal “gas mostarda”, ovvero l’yprite, pericolosissima arma chimica che, sfortunatamente, le maschere in dotazione a quel tempo non riuscivano a contrastare. Inoltre fu proprio la necessità di poter fissare bene al volto quei rudimentali schermi protettivi che impedì ai poilus di nome di esserlo anche de facto.

Mentre scrivo il mio bravo articolo, soffermandomi su cavilli da linguista erudita e anche un po’ pedante, mi rendo conto di quanto tutto ciò sia meschino e vacuo di fronte all’enormità che è stata la prima guerra mondiale.
Riporto qui il link alla pagina Wikipedia francese che sintetizza la vita dell’ultimo poilu di Francia, il signor Lazare Ponticelli, di chiare origini italiane. È morto alla veneranda età di centodieci anni nel 2008, ultimo reduce della grande guerra. Da piccolo aveva fatto anche il fattorino per Madame Curie. Spendete qualche minuto del vostro tempo per leggerne la storia. A me ha fatto bene.

Neo-bizantino: da Marsiglia a Parigi.

La fine del secolo XIX e l’inizio del XX videro il fiorire di una moda architettonica che ha lasciato tracce imponenti, al suo passaggio, ovvero lo stile neo-bizantino, di cui si trovano esempi notevoli specialmente in quella parte di Europa che è tutt’ora tradizionalmente legata a “Bisanzio”, nell’immaginario comune (Bulgaria, Russia, Grecia etc.).
Anche la Francia (e con essa il Belgio e il Canada) seguì la voga del tempo e si concesse la bellezza di quattro chiese, qualche sinagoga e pure una parte del rinomato cimitero Père Lachaise.

Vorrei soffermarmi su due edifici in particolare, due chiese che ho avuto il piacere di visitare personalmente e che, nel mio sentire, collegano in modo ideale le due più vaste città francesi, Parigi e Marsiglia.
La prima, in ordine cronologico, è Notre-Dame-de-la-Garde, arrampicata su un cucuzzolo a cavallo tra due quartieri marsigliesi, Vauban e Roucas Blanc. Anche chiamata “La Bonne Mère”, è la chiesa dedicata al culto della Madonna protettrice dei marinai. E tante grazie, viene da dire: chi mai dovrebbe proteggere la Madonna a Marsiglia?

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Notre Dame de la Garde

La chiesa, di rito cattolico romano, fu progettata da un architetto protestante, Henri Espérandieu, nativo di Nimes. I lavori iniziarono nel 1853 e durarono più di vent’anni. L’ideatore del progetto morì prima che la sua opera fosse portata a compimento.
La prima cosa che colpisce è la sua imponenza esteriore: arroccata su una piattaforma alta tredici metri, reliquia di un antico fortino, domina Marsiglia tutta. Una volta entrati dentro la basilica, però, le dimensioni interne stupiscono per il contrasto: raccolta, intima, modesta, come se metri e metri cubi di volume fossero occupati esclusivamente dallo spessore delle mura.
In virtù dello stile architettonico così particolare, è legittimo pensare di essere entrati per errore in un luogo di culto ortodosso o armeno, salvo poi ricredersi, una volta resisi conto dell’enorme numero di ex voto presenti alle pareti della chiesa: per uomini tornati sani e salvi dalla guerra, per persone che hanno scampato il colera, per marinai ritornati da viaggi e da naufragi catastrofici… le date sono varie, gli stili di ex voto anche. Si va dalle placche di metallo o d’argento alle iscrizioni su marmo e ai quadri e ritratti dipinti a olio. L’oro la fa da padrone, nelle decorazioni, anche se, inesplicabilmente, l’effetto che ne risulta è molto meno impressionante di quello che si ha visitando monumenti il cui stile è bizantino tout court, vale a dire il mausoleo di Galla Placidia, a Ravenna, o Sant’Apollinare Nuovo e in Classe, della medesima città.
Ad ogni modo, essendo come sempre alla ricerca dell’ironico e del paradossale, mi preme parlare di ciò che accadde alla fine della seconda guerra mondiale, durante la liberazione, di cui le mura della basilica portano ancora i segni: non son sicura se siano “cicatrici” da bombardamento, da cannonate o da altro tipo di artiglieria, ma di certo fu opera dei tedeschi.
Comunque, il 15 agosto del 1944 gli alleati sbarcarono in Provenza. Marsiglia fu liberata con una battaglia che durò diverse giornate: dal 20 agosto al 28. Non è questo il luogo per una cronaca approfondita della manovra (per un diario dettagliato potete cliccare qui e qui), mi limito a riferire che la collina e la basilica furono liberate dal giogo tedesco per mano di soldati algerini (musulmani) facenti parte dell’ Armée d’Afrique.

Notre Dame de la Garde: una basilica cattolica, dalle sembianze ortodosse, progettata da un protestante, salvata dai musulmani.
Come è ironica la Storia.

Il secondo edificio su cui desidero soffermarmi è, insieme al Vittoriano di Roma, come riporta giustamente l’onnisciente Wikipedia, una delle costruzioni più bianche d’Europa: la pietra di Château-Landon (Seine-et-Marne), di cui è costituito, è un tipo di travertino che rigetta la polvere e l’inquinamento, restando sempre bianco, malgrado il passare del tempo e delle intemperie. Sto parlando della basilica del Sacré-Coeur di Parigi, che, eretta in un punto alto come la sua “cugina” marsigliese, domina la ville lumière dalla collina di Montmartre dal 1873, anno di inizio della sua costruzione, apparentemente voluta dall’Assemblea Nazionale per “espiare i peccati commessi dai Comunardi” (per un breve ripasso dell’avventura della Comune di Parigi cliccate qui).
Tuttavia non avvenne questo, in quanto è stato provato che la decisione di costruire una basilica sulla sacra collina di Montmartre (“Monte dei martiri”, forse a causa della disavventura di San Dionigi, decapitato proprio lì sopra) da parte dell’Assemblea fu anteriore all’avventura della Comune di Parigi. Qui trovate la fonte della mia affermazione.

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Le Sacré-Coeur

La sua stazza è colossale: la pianta della basilica è a croce greca, con un catino absidale decorato da un gigantesco mosaico dominato dall’oro e dal blu. Anche in questo caso l’architetto, Paul Abadie, vincitore della gara di appalto, morì prima di vedere la sua creatura completa. Il Sacro Cuore, infatti, fu conclusa solo nel 1914, ma la chiesa fu consacrata solo nel 1919, alla fine della prima guerra mondiale.
La prima volta che la vidi, duramente provata da una giornata trascorsa a zonzo per Parigi, non ebbi le energie sufficienti da dedicare al suo interno, per cui mi limitai ad una toccata e fuga da turista che mi fece quasi vergognare.
La seconda volta mi rifeci ampiamente, arrivando anche a seguire una funzione religiosa in lingua filippina che si stava celebrando in quel momento, sia per poter osservare con calma l’interno della basilica, sia per poter riposare i piedi, sia per ascoltare quell’idioma a me sconosciuto e dai suoni alquanto bizzarri.

C’è sempre magia, un’atmosfera spessa e vischiosa, in questi luoghi così ricchi di Storia e di storie. A Notre Dame de la Garde l’aria sa di anice e di salsedine, è ruvida e arrabbiata, un po’ come un marinaio marsigliese appena sceso giù al porto. Al Sacré-Coeur, invece, essa lascia in gola un sentore di pioggia e di zucchero, dolce e un po’ stucchevole, come la Parigi delle cartoline, come la Parigi che ci immaginiamo e che, per fortuna, non troviamo.