Sul mare d’inverno, Emily Brontë, etimologie e la poesia della stasi.

Metti una domenica pomeriggio di fine febbraio in riva al mare.
Il freddo è pungente, il vento si infila nelle maniche del cappotto e raggiunge i gomiti, il mare è burrascoso. Il viandante sul mare di nebbia. Friedrich. Quel dipinto è meraviglioso, ma io preferisco Turner, in generale. Ha dipinto il mare meglio di chiunque altro, I think. E chi è che lo ha descritto meglio?
Omero. Sì, lui l’ha descritto come un pennello. Il mare però non è da descrivere, lo si deve far salire dalle profondità dell’esofago e farlo agitare nella gola di chi legge.
Emily Brontëmpestose.
Ma il mare non compare mai, in nessun passo del libro, è tutta brughiera e disperazione.
La disperazione è il mare.

Ma il mio amore per Heathcliff somiglia alle rocce eterne sotto di noi… una sorgente di gioia poco visibile, ma necessaria. Nelly, io sono Heathcliff… lui è sempre, sempre nella mia mente… non come un piacere, non più di quanto io sia un piacere per me stessa, ma come il mio stesso essere

Quando l’ho letto per la prima volta pensavo che la tempesta che tuonava attorno alle cime fosse quella del mare. Per me il romanzo resta sempre qualcosa di oceanico, come la disperazione e il dolore scolpiti tra quelle righe a martello e penna.

Il pomeriggio d’inverno in riva al mare è pieno di schiuma. Quanta schiuma! Sana, non malata né mefitica. Bianca e vellutata alla vista. Basta guardarla per capire che Afrodite non poteva che nascere da lì. Aphròs, è il suono della spuma quando biancheggia sulla battigia, è proprio così.

Aphròssssssss
Aphròsssssssssssssssssss…

Schiuma.
SSSSSSchiuuuuuuuma.

SSSSSSea foam. Ssssseeeaaaafooooaaaaammmmmmmmmmmm…
Spume.
SpUme.

écume.
écume.
écume.
écume.
écume.
écume.
écume.

C’è più poesia in una sola parola che in tutti i miei pensieri di oggi pomeriggio.
Pomeriggio d’écume.

L’après-midi d’un faune.
Dans l’ècume.
Avec l’écume.

écume.
In francese esiste anche la parola mousse.
Ma è écume la parola che indica SSSEEEEEAAAAA FOOOAAAAMMMMMMMMMMMMMMM…

La schiuma del mare.

L’écume des vagues.

Orgasmi verbali statici e sospesi.

Quanta poesia in una sillaba.

Stasi.

Questo accade quando le sinapsi formano un sistema la cui entropia giunge al parossismo.

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Pillola: Aquae Sextiae and Aquae Sulis, a bilingual story, a latin habit.

Ever since the Roman domination, the towns of Aix-en-Provence (France) and Bath (England) have shared a common fate, related to the presence of hot springs.
Aquae Sextiae, former name of Aix-en-Provence, was an oppidum named after the consul Sextius Calvinus, who founded it in 123 b.C., choosing the site for its water springs.
This is no surprise, as we all know that Romans were big fans of thermal care. Such importance had the habit of spending time, socializing and, more generally speaking, making history in spas, that Romans established one of their remarkable works of hydraulic engeneering up North, in the valley of river Avon, where the springs once dedicated to the Celtic god Sulis were. The year was 43 A.D.

Est-ce-que c’est ça la raison du jumelage entre les deux villes? Peut-être.

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Aquae Sulis, Bath, Somerset, UK
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Aquae Sextiae, Aix-en-Provence, Provence, France.

Pillola: profezie provenzali

Quando si parla di profeti e profezie è necessario fare i debiti distinguo: i profeti dell’antica Grecia o erano ciechi o non erano creduti da nessuno o prendevano droghe pesanti per avere delle visioni improbabili, quelli biblici avevano tutti dei nomi bizzarri che finiscono in “ele”, “ea” o “ia” (ia ia oh!).
Poi ci sono i catastrofisti, e tra questi spicca un solo nome: Nostradamus.

In realtà si chiamava Michel de Nostredame, nipote di un ebreo che si era convertito al cattolicesimo e che da Guy de Gassonet aveva mutato nome in Pierre de Nostredame.
Nacque a Saint-Rémy de Provence, cittadina famosa per aver ospitato nel suo manicomio il povero Van Gogh.
L’astrologo viaggiò per tutta la Francia, pare sia sceso addirittura in Italia, precisamente a Torino, città di grande importanza nelle discipline occulte. Dettagli sulla sua vicenda li trovate qui, qui e qui.

Muore di gotta divenuta idropisia a Salon de Provence, dove si era stabilito e dove aveva fondato anche una famiglia.
Per il resto, rimane il dubbio: vero profeta o grandissimo imbroglione? Questo è uno dei rari casi in cui, più che paradossalmente, ai posteri l’ardua sentenza non è dato di formularla.

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Michel de Nostredame

Tauromachia à la fançaise, ovvero Arles e la sua selvaggia mascolinità

La Francia offre una varietà di paesaggi e di tradizioni davvero vasta, una tavolozza di sfumature culturali le cui radici affondano nei secoli e creano entusiasmanti riflessi cangianti sul tricolore blubiancorosso che fiero sventola “d’in su i veroni” di ogni Hôtel de ville.
La Camargue ha aggiunto un sapore aspro e sapido all’immagine che sto costruendo di questo paese vicinolontano.
Stretta tra i due bracci del delta del Rodano, a sud della bella Arles, la regione è molto conosciuta per essere una tela su cui le pennellate rosa dei fenicotteri, bianche dei cavalli e nere dei tori spiccano in mezzo all’atmosfera caliginosa e salina.

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I magnifici tori della Camargue

Il sale ed il riso sono i prodotti prìncipi della Camargue, così come la lavanda di mare e le myricae, o se preferite tamerici “salmastre e arse“, che crescono sul suolo salato e paludoso, sono le piante più diffuse.
Le leggende legate a questo luogo sono numerose. La più conosciuta è sicuramente lo sbarco a Saintes-Maries-de-la-mer delle tre Marie, seguite da Marta di Betania e da Sara la nera, venerata dalla nutrita comunità zigana come santa, come ho scritto nel precedente post.
Anche la cittadina di Tarascona, a sud di Arles, offre una notevole quantità di storie, sia grazie alla penna di Daudet, che nel ciclo picaresco di Tartarino immortala lo spirito del Midi, sia grazie alla leggenda del mostro chiamato Tarasque, ammansito proprio da Marta di Betania e che successivamente battezzerà il nucleo urbano.

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La Tarasque, il mostro della Camargue

Ma l’essenza della Camargue, più che nelle storie ad essa legate, si percepisce nel suo essere profondamente maschile.
In un post del settembre scorso ho spiegato ciò che intendo per “genere dei luoghi”: è la sensazione che si prova nell’approdare in un posto ed avere la stessa tensione d’anima di quando si fa la conoscenza di un uomo o di una donna. La Camargue è un bel maschietto, per dirla come lo strillerebbe un’ostetrica in sala parto. Forse a farmi sentire questa profonda mascolinità è stato l’epigono dell’antica ταυρομαχία/tauromachia greca, ovvero la moderna corrida.
Sebbene nell’immaginario comune sia più tipicamente legata alla penisola iberica e alle ex colonie, questo tipo di spettacolo è ben presente anche nel mezzogiorno francese e ha il suo centro proprio nella Camargue, precisamente ad Arles.
Numerose sono le vestigia romane che abbelliscono il centro storico della città che è stata teatro del taglio dell’orecchio di Van Gogh in seguito ad una furiosa litigata con Gaugain.

van gogh
Autoritratto con benda all’orecchio e trafiletto sul giornale locale in cui si parla del fattaccio.

Le più suggestive sono senza dubbio i criptoportici, ovvero i portici dell’antico forum visitabili nel sottosuolo della città e a cui si accede dal pianterreno del municipio. Arles rivela in questo la sua importanza al tempo della repubblica e dell’impero di Roma, quando veniva chiamata Arelate. Successivamente, sotto Costantino, mutò di nome a causa della vanità del sovrano a cui non era bastato ribattezzare Bisanzio “Costantinopoli”: avendovi infatti fatto nascere il figlio Costantino II, rinominò Arles “Constantina”. Poi il toponimo cambiò ancora divenendo “Constantia”, per tornare infine alle origini con la caduta dell’impero e l’invasione visigota.
Non solo criptoportici: i resti del teatro romano sono lì per essere ammirati, sebbene chiunque abbia già provato la meraviglia di assistere ad una tragedia di Euripide nel teatro greco di Siracusa, nella nostra Sicilia, ha ben poco di cui stupirsi.
La pars leonis è tutta per la famosa Arena, il più grande anfiteatro romano rimasto in piedi in Francia. Dalla caduta dell’Impero essa fu utilizzata come una fornitura di pietre che portò alla sua destrutturazione parziale. Successivamente divenne una sorta di fortino abitato, in quanto vennero aggiunte quattro torri di guardia e costruite delle vere e proprie abitazioni al suo interno, cosicché l’arena doveva apparire in questo modo:

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L’arena di Arles diventata villaggio fortificato

Un vero e proprio paesello, con una chiesa e un santo venerato al suo interno. Tutto questo fu demolito nel XIX secolo, quando un’opera di restaurazione massiccia lasciò in piedi solo lo scheletro romano e le torri di guardia. Da allora l’anfiteatro ha assunto la funzione di plaza de toros. La corrida è stata introdotta in Francia a partire dal 1850 dall’imperatrice Eugenia de Montijo, moglie di Napoleone III, sebbene lo sport taurino per eccellenza praticato in Camargue sia la Course camarguaise: essa coinvolge il toro tipico della regione, molto più piccolo e più agile rispetto ai bovini da combattimento spagnoli, e non finisce in un bagno di sangue. Qui trovate delle informazioni interessanti su questa competizione. Personalmente ritengo che qualsiasi attività ludica legata agli animali vada abolita, e per attività ludica intendo caccia, corrida, spettacoli circensi e pesca sportiva:
un tempo questo tipo di pratiche agonistiche e venatorie aveva un senso molto profondo, legato alla sopravvivenza dell’uomo, alla sua supremazia sul Creato e all’alimentazione. Ora sono solo un simulacro divenuto quasi status symbol, come la partecipazione al concerto di capodanno dei Wiener Philharmoniker.
Al di là di ciò, per tornare alla lotta col toro, la sua origine mediterranea risale alla civiltà micenea (3650 a.C.-1100 a.C.), conosciuta anche dai non addetti ai lavori per la sua natura spiccatamente matriarcale. Da dove viene allora questo spirito così virile? Dal culto del toro come divinità, ancora più antico della stessa civiltà minoica: abbiamo notizie che giungono addirittura dal Pelolitico in merito alla venerazione del bovino e della sua forza vitale e riproduttiva: le grotte di Lascaux, proprio qui in Francia, ne sono la testimonianza più eclatante. Il Gran Toro Celeste viene ucciso da Gilgamesh nell’epopea mesopotamica e gli egizi ne fanno l’incarnazione terrestre di un dio.

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Particolare delle grotte di Lascaux

Arriviamo dunque alla già menzionata civiltà Cretese, dove il salto del toro, la taurocathapsia, diventa un rituale importantissimo, praticato da uomini e donne. È proprio a Creta che nasce la leggenda del Minotauro, il mostro dallo statuario corpo umano e dalla spaventosa testa cornuta.

taurocathapsia
Palazzo di Cnosso, Creta: affresco che raffigura la taurocathapsia.

Narra il mito che Pasifae, regina dell’isola, ninfa oceanina di grande bellezza, moglie di re Minosse, provò una passione carnale bruciante nei confronti del Toro di Creta. Questo ardente desiderio le fu indotto dal dio Poseidone, offeso dall’oltraggio di Minosse (il re aveva rifiutato di sacrificare un bel bovino sull’altare dedicato alla divinità marina).
Poseidone riteneva dunque che obbligare Pasifae a tradire il marito fosse una punizione più che giusta: la donna iniziò quindi ad anelare all’unione con il bellissimo esemplare taurino. Arrivò a chiedere aiuto al famoso architetto Dedalo: egli si ingegnò e compose un aggeggio dalla forma di vacca, tutto in legno e cavo, cosicché la ninfa, accecata dalla passione, potesse entrarvi e consumare finalmente l’unione con l’animale.
Ne nacque il Minotauro.

 

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Il Minotauro

La storia procede poi con la caduta di Icaro, l’arrivo di Teseo, l’aiuto di Arianna, la sua “piantatura in Nasso” (letteralmente), il suo incontro con Dioniso, il cambio delle vele della nave di Teseo per concludere in bellezza col suicidio di Egeo.
Per la cronaca: quel bellissimo toro seduttore fu catturato da Eracle e poi passò di proprietà fino ad arrivare nelle mani di Era.
Come si vede, la mitologia greca celebra in modo molto esplicito la vitalità del toro, la sua carica sessuale e l’importanza che la riproduzione del bovino aveva per la sopravvivenza della specie umana la quale, da nomade e cacciatrice, era divenuta stanziale e allevatrice.
Natura, evoluzione, pulsioni, mitologia e cultura si fondono in un unicum, un patrimonio che costituisce il sostrato del nostro sentire, del nostro essere odierno. Ecco quindi che, sebbene con pratiche deplorevoli per il giorno d’oggi, questo antico legame con il toro viene celebrato e perpetuato nelle tradizioni, nel linguaggio comune, nell’astronomia e nell’astrologia. Il toro è un animale sacro perfino ora e laddove viene tipicamente allevato è possibile percepirne l’essenza, non soltanto nella sua presenza effettiva sui pascoli, nella gastronomia tradizionale regionale e nelle arene dove è costretto a sbuffare e a correre: il suo spirito così maschile è presente soprattutto nella ruvida e terrena atmosfera che avvolge ogni cosa laggiù, nella bella Camargue.

Candelora e carnevale: tra nuove scoperte e nostalgia di casa

Febbraio è il mese più crudele.
Non si sta prendendo in giro Eliot, ma si sta parlando di nostalgia.
Sebbene l’espatrio sia una strada imboccata volontariamente, poco importa il motivo, ci si sente pur sempre un po’ Odìsseo, seduto sulla spiaggia di Ogigia, i sensi ricolmi della splendida Calipso, ma in preda a spasmi per la sua Penelope, umile regina tessitrice.
L’Italia è Penelope, e per accorgersene basta pensare alle meraviglie che si sono mancate trascorrendo oltralpe il carnevale: zeppole, castagnole, chiacchiere, frappe e cicerchiata a profusione, senza contare il numero di feste carnascialesche tra cui poter scegliere per festeggiare mascherandosi con gli amici, sfogando lo spirto goliardico e teatrale ch’entro mi rugge.
Certo, vale la pena fare un salto a vedere il Carnevale di Nizza: sicuramente è bellissimo. Sì, le crêpes sono deliziose, sia quelle alla Nutella che quelle salate farcite al prosciutto e al groviera.
Ma a carnevale ci vogliono le porcherie fritte ricoperte di granella di zucchero che al primo morso ricopre le labbra, facendo diventare la bocca tutta bianca come quella di un clown, ci vogliono le delizie mielate che appiccicano tutti i denti e fanno subito salire la glicemia e il buonumore, ci vogliono i coriandoli infilati dappertutto, pure nelle mutande, le stelle filanti tra i capelli e bambini in maschera a tutti gli angoli delle strade.
Che fare? Lasciare che la nostalgia prenda il sopravvento facendo diventare sgradevolmente campanilisti? No, grazie, è una disposizione d’animo di pessimo gusto da cui è meglio rifuggire, salvo che per la questione bidet.
Forse è il momento propizio per andare alla ricerca di qualche ghiottoneria locale, che sia diversa dalla solita brioche, dal solito pain au chocolat e anche dalla crêpe che, per quanto gustosa e tipica della stagione, oramai non fa più notizia.
Si schivano le grandiose charlottes che fanno tanto Trianon de Versailles, si evitano i macarons, una sciccheria per ricche rampolle dell’Upper East Side di New York, si mette da parte la celebre galette des rois, visto che l’Epifania è passata da un pezzo. Che fare? Sfogliare i libri di cucina regionale è la cosa più giusta: servirà a trovare ispirazione per comperare prodotti locali, che è l’unica soluzione al sottile senso di colpa che accompagna ogni acquisto alimentare: sarà a km 0? Sarà bio? Sarà senza olio di palma? Sarà senza olio di colza?

Un qualsiasi libro di cucina provenzale lo si trova in una qualsiasi libreria. Anche le edicole ne vendono diversi. Se si dà un’occhiata alla sezione dedicata alla presente stagione e alle golosità più tipiche, saltano all’occhio tre ricette, ciascuna di esse legata a storie e tradizioni affascinanti.
Si prendano ad esempio les navettes de Marseille: questi dolci dal sapore di fior d’arancio sono preparati specialmente per la festa della Candelora (2 febbraio). Prima dell’alba l’arcivescovo di Marsiglia conduce una processione in memoria della presentazione di Gesù al Tempio e benedice le candele, simbolo della luce e della salvezza portate dal Cristo. Dopo aver detto messa, l’arcivescovo si dirige a rue Sainte e procede alla benedizione del Four des Navettes.  Questa boulangerie ha qualcosa in più rispetto a tutte le altre: oltre ad essere più antica della Repubblica Francese (fu fondata nel 1781), da più di duecento anni produce le navettes sempre allo stesso modo, mantenendo l’antica ricetta segreta e garantendo il gusto vero di questi dolci della Candelora. Sembrano essi stessi delle candele: lunghi circa quindici centimetri e costituiti di una pasta robusta e profumata, si conservano addirittura per un anno intero. Sono gli unici ad avere questa magica caratteristica. Infatti negli altri forni di Marsiglia si possono acquistare delle navettes di altro tipo, più corte e di forma molto simile alla chiglia di un vascello, hanno una pasta molto friabile e possono essere aromatizzate al fior d’arancio o all’anice: buonissime ma “tarocche” rispetto al prodotto sfornato da secoli (è proprio il caso di dirlo) dal Four des Navettes.
La leggenda vuole che dietro l’invenzione di questi gateaux ci sia la nave senza remi sulla quale giunsero in Francia le tre Marie, approdando esattamente a Saintes-Maries-de-la-Mer, in Camargue. Assieme ad esse venne una serva egiziana di nome Sara, detta Sara la Nera che, sebbene non sia stata canonizzata da nessuna confessione cristiana, è venerata come santa dalla comunità gitana della regione. Per maggiori informazioni: http://www.imninalu.net/tradizioniRom.htm

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Le navettes del forno marsigliese Le four des navettes

Un altro dolce tipico della Provenza che può soddisfare il palato del goloso in crisi di nostalgia per le ghiottonerie italiche è il Calisson d’Aix. Aix-en-Provence… più la si conosce e più segreti nasconde! Queste sucreries alle mandorle e alla frutta candita, così morbide che si sciolgono in bocca, hanno una storia italica alle spalle. Infatti pare che la ricetta sia stata esportata oltralpe solo nel XVI secolo e che sia invece originaria di Venezia: ci sono documenti in latino medievale e in italiano del duecento che parlano di un dolce di nome calisone, fatto con mandorle e frutta secca. Una curiosità: a Creta, isola che per molto tempo è stata dominata dalla Serenissima, si prepara un dolce fatto con mandorle e spezie che si chiama kalitsounia. Queste notizie, molto prevedibilmente, sono state trovate su Wikipedia, ma se si vuole approfondire si può cercare un testo a cui la stessa enciclopedia Wiki fa riferimento: “Calissons d’Aix, Nougats de Provence”, di Patrick Langer, edizioni Equinox.

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Calissons d’Aix

La terza ghiottoneria che non può deludere è detta croquant aux amandes de Provence. Nella tradizione dolciaria del sud francese le mandorle vanno forte, non c’è che dire. Un po’ come nel sud italiano, dove cassata e marzapane sono i re dei dessert. I croccanti provenzali sono specialità della biscotteria secca che, con numerose varianti, rientra nell’alveo dei “brutti ma buoni” o “spaccadenti”, solo col fine di giustificare l’abbinamento eccellente di queste specialità con un vino liquoroso in cui inzupparle. Proprio come i nostri cantucci con vin santo.

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I croccanti alle mandorle di Provenza

La nostalgia si è affievolita, si sopporta meglio la lontananza da casa e dagli affetti, anche se nei sogni torna sempre a fare visita il profumo di delizie fatte in casa dalla nonna e legato a dolci ricordi d’infanzia. Ci si consola con qualche dolcezza gallica, rendendosi conto che, in fin dei conti, sia italiani che francesi se la sanno ben godere a tavola, senza nulla togliere all’uno o all’altro: che si tratti di vino, pasta, pizza, carni, pesci, formaggi o dessert non è un caso che ci si consideri cugini germani, anche con quella rivalità e notevole urto di nervi che c’è tra Paolino Paperino e Gastone il fortunato.

Buon mercoledì delle ceneri a tutti: inizia la Quaresima. O la dieta. In ogni caso i preti indosseranno paramenti viola e i guitti piangeranno miseria.

Limousin: tra lusso, pastori e smalti.

La regione francese di Limoges, il Limousin, è assai famosa per le sue meravigliose porcellane e per gli smalti di alta qualità. La produzione di questi articoli preziosi è una tradizione che risale al medioevo, ma la fama arriva a partire dal XVIII secolo, quando si apre la prima grande manifattura.

Non solo cocci: Limoges è anche la città natale di Pierre-Auguste Renoir (riecco il trattino dei doppi nomi!), il pittore della meravigliosa “Colazione dei canottieri” che tanto cruccia l’Uomo di vetro, il vicino di casa di Amélie Poulain.

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L’uomo di vetro che riproduce per l’ennesima volta “La colazione dei canottieri” fantasticando sui sentimenti della ragazza pensosa al centro dell’opera.

Personalmente non sono mai stata a Limoges, e purtroppo non ho mai avuto l’occasione di ammirare dal vivo “Le déjeuner des canottiers”, perché non è custodito al museo d’Orsay, come molte altre opere di Renoir, ma fa parte di una collezione americana.
Però ho visto tantissime automobili limousine, fucsia, bianche, nere, anche Hummer modello limo, tutte piuttosto orrende, volgari e pretenziose.
Mi sono chiesta come mai si chiamasse così, questa macchina, e che cosa avesse a che fare con l’omonima regione francese.
Spulciando il web ho trovato, su Google Books, questa piccola perla: “Word origins, the secret history of English words” di John Ayto. Riporto la voce “limousine”:

Limousin is a former province of central France. Its inhabitants commonly wore a distinctive style of cloak, and when at the beginning of the 20th century a new and luxurious type of car was designed with a closed pasenger compartment and an open but roofed seat for the driver, it evidently struck someone that the roof resembled a Limousin cloak, and so the car was named  a limousine. The American abbreviation limo is first recorded from the  1960s.

 

Émile Zola ne parla nel suo romanzo “Il ventre di Parigi”:

Les charretiers recommencèrent leur somme sous leurs limousines

La curiosità circa questo mantello tipico del Limousin e indossato principalmente dai pastori della regione ha preso il sopravvento: ho cercato dovunque nella rete, riuscendo a trovare solo la seguente immagine.

limousin
Mantello del pastore limosino

Ora ditemi se qualcuno di voi riesce a vederci un’analogia con la macchina.
Un po’ come gli antichi greci che, a seguito del mito della ninfa Callisto, hanno battezzato la costellazione “Orsa maggiore”… dove diavolo l’avranno vista la forma dell’orsa?

Fonti e approfondimenti relativi all’articolo: “Alchimia, massoneria, furfanteria e libertinaggio”

Per tutti coloro che fossero interessati ad approfondire i temi trattati nel precedente articolo, raccomando la visita delle seguenti pagine web:

  • la onnisciente e affidabile Wikipedia (consiglio spassionato: andare sempre a guardare le note a piè di pagina e le fonti da cui son tratte le informazioni, il più delle volte rimandano a loro volta a siti e pagine web davvero interessanti);
  • Per il Conte di Saint Germain: quiquiqui e qui;
  • Per Madame de Pompadour: quiqui e qui;
  • Per Maria Antonietta: qui;
  • Per Mozart: quiquiqui e qui;
  • Per Casanova: quiqui e qui;
  • Per Da Ponte: quiqui, e qui;
  • Per Cagliostro: quiqui e qui;
  • Per Voltaire: qui e qui.
  • Per Madame d’Urfé: qui.
  • Per De Sade: qui.

 

Consiglio inoltre la consultazione/piacevolissima lettura dei seguenti libri:

  • “Memorie scritte da lui medesimo” di Giacomo Casanova, ed. Garzanti i grandi libri;
  • “Memorie – libretti mozartiani” di Lorenzo da Ponte, ed. garzanti i grandi libri;
  • “Il conte di Saint Germain. L’iniziato immortale. Storia e leggenda” di Paul Chacornac, ed. Mediterranee;
  • “Lettere alla cugina” di Wolfgang Amadeus Mozart, ed. SE.