Tauromachia à la fançaise, ovvero Arles e la sua selvaggia mascolinità

La Francia offre una varietà di paesaggi e di tradizioni davvero vasta, una tavolozza di sfumature culturali le cui radici affondano nei secoli e creano entusiasmanti riflessi cangianti sul tricolore blubiancorosso che fiero sventola “d’in su i veroni” di ogni Hôtel de ville.
La Camargue ha aggiunto un sapore aspro e sapido all’immagine che sto costruendo di questo paese vicinolontano.
Stretta tra i due bracci del delta del Rodano, a sud della bella Arles, la regione è molto conosciuta per essere una tela su cui le pennellate rosa dei fenicotteri, bianche dei cavalli e nere dei tori spiccano in mezzo all’atmosfera caliginosa e salina.

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I magnifici tori della Camargue

Il sale ed il riso sono i prodotti prìncipi della Camargue, così come la lavanda di mare e le myricae, o se preferite tamerici “salmastre e arse“, che crescono sul suolo salato e paludoso, sono le piante più diffuse.
Le leggende legate a questo luogo sono numerose. La più conosciuta è sicuramente lo sbarco a Saintes-Maries-de-la-mer delle tre Marie, seguite da Marta di Betania e da Sara la nera, venerata dalla nutrita comunità zigana come santa, come ho scritto nel precedente post.
Anche la cittadina di Tarascona, a sud di Arles, offre una notevole quantità di storie, sia grazie alla penna di Daudet, che nel ciclo picaresco di Tartarino immortala lo spirito del Midi, sia grazie alla leggenda del mostro chiamato Tarasque, ammansito proprio da Marta di Betania e che successivamente battezzerà il nucleo urbano.

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La Tarasque, il mostro della Camargue

Ma l’essenza della Camargue, più che nelle storie ad essa legate, si percepisce nel suo essere profondamente maschile.
In un post del settembre scorso ho spiegato ciò che intendo per “genere dei luoghi”: è la sensazione che si prova nell’approdare in un posto ed avere la stessa tensione d’anima di quando si fa la conoscenza di un uomo o di una donna. La Camargue è un bel maschietto, per dirla come lo strillerebbe un’ostetrica in sala parto. Forse a farmi sentire questa profonda mascolinità è stato l’epigono dell’antica ταυρομαχία/tauromachia greca, ovvero la moderna corrida.
Sebbene nell’immaginario comune sia più tipicamente legata alla penisola iberica e alle ex colonie, questo tipo di spettacolo è ben presente anche nel mezzogiorno francese e ha il suo centro proprio nella Camargue, precisamente ad Arles.
Numerose sono le vestigia romane che abbelliscono il centro storico della città che è stata teatro del taglio dell’orecchio di Van Gogh in seguito ad una furiosa litigata con Gaugain.

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Autoritratto con benda all’orecchio e trafiletto sul giornale locale in cui si parla del fattaccio.

Le più suggestive sono senza dubbio i criptoportici, ovvero i portici dell’antico forum visitabili nel sottosuolo della città e a cui si accede dal pianterreno del municipio. Arles rivela in questo la sua importanza al tempo della repubblica e dell’impero di Roma, quando veniva chiamata Arelate. Successivamente, sotto Costantino, mutò di nome a causa della vanità del sovrano a cui non era bastato ribattezzare Bisanzio “Costantinopoli”: avendovi infatti fatto nascere il figlio Costantino II, rinominò Arles “Constantina”. Poi il toponimo cambiò ancora divenendo “Constantia”, per tornare infine alle origini con la caduta dell’impero e l’invasione visigota.
Non solo criptoportici: i resti del teatro romano sono lì per essere ammirati, sebbene chiunque abbia già provato la meraviglia di assistere ad una tragedia di Euripide nel teatro greco di Siracusa, nella nostra Sicilia, ha ben poco di cui stupirsi.
La pars leonis è tutta per la famosa Arena, il più grande anfiteatro romano rimasto in piedi in Francia. Dalla caduta dell’Impero essa fu utilizzata come una fornitura di pietre che portò alla sua destrutturazione parziale. Successivamente divenne una sorta di fortino abitato, in quanto vennero aggiunte quattro torri di guardia e costruite delle vere e proprie abitazioni al suo interno, cosicché l’arena doveva apparire in questo modo:

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L’arena di Arles diventata villaggio fortificato

Un vero e proprio paesello, con una chiesa e un santo venerato al suo interno. Tutto questo fu demolito nel XIX secolo, quando un’opera di restaurazione massiccia lasciò in piedi solo lo scheletro romano e le torri di guardia. Da allora l’anfiteatro ha assunto la funzione di plaza de toros. La corrida è stata introdotta in Francia a partire dal 1850 dall’imperatrice Eugenia de Montijo, moglie di Napoleone III, sebbene lo sport taurino per eccellenza praticato in Camargue sia la Course camarguaise: essa coinvolge il toro tipico della regione, molto più piccolo e più agile rispetto ai bovini da combattimento spagnoli, e non finisce in un bagno di sangue. Qui trovate delle informazioni interessanti su questa competizione. Personalmente ritengo che qualsiasi attività ludica legata agli animali vada abolita, e per attività ludica intendo caccia, corrida, spettacoli circensi e pesca sportiva:
un tempo questo tipo di pratiche agonistiche e venatorie aveva un senso molto profondo, legato alla sopravvivenza dell’uomo, alla sua supremazia sul Creato e all’alimentazione. Ora sono solo un simulacro divenuto quasi status symbol, come la partecipazione al concerto di capodanno dei Wiener Philharmoniker.
Al di là di ciò, per tornare alla lotta col toro, la sua origine mediterranea risale alla civiltà micenea (3650 a.C.-1100 a.C.), conosciuta anche dai non addetti ai lavori per la sua natura spiccatamente matriarcale. Da dove viene allora questo spirito così virile? Dal culto del toro come divinità, ancora più antico della stessa civiltà minoica: abbiamo notizie che giungono addirittura dal Pelolitico in merito alla venerazione del bovino e della sua forza vitale e riproduttiva: le grotte di Lascaux, proprio qui in Francia, ne sono la testimonianza più eclatante. Il Gran Toro Celeste viene ucciso da Gilgamesh nell’epopea mesopotamica e gli egizi ne fanno l’incarnazione terrestre di un dio.

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Particolare delle grotte di Lascaux

Arriviamo dunque alla già menzionata civiltà Cretese, dove il salto del toro, la taurocathapsia, diventa un rituale importantissimo, praticato da uomini e donne. È proprio a Creta che nasce la leggenda del Minotauro, il mostro dallo statuario corpo umano e dalla spaventosa testa cornuta.

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Palazzo di Cnosso, Creta: affresco che raffigura la taurocathapsia.

Narra il mito che Pasifae, regina dell’isola, ninfa oceanina di grande bellezza, moglie di re Minosse, provò una passione carnale bruciante nei confronti del Toro di Creta. Questo ardente desiderio le fu indotto dal dio Poseidone, offeso dall’oltraggio di Minosse (il re aveva rifiutato di sacrificare un bel bovino sull’altare dedicato alla divinità marina).
Poseidone riteneva dunque che obbligare Pasifae a tradire il marito fosse una punizione più che giusta: la donna iniziò quindi ad anelare all’unione con il bellissimo esemplare taurino. Arrivò a chiedere aiuto al famoso architetto Dedalo: egli si ingegnò e compose un aggeggio dalla forma di vacca, tutto in legno e cavo, cosicché la ninfa, accecata dalla passione, potesse entrarvi e consumare finalmente l’unione con l’animale.
Ne nacque il Minotauro.

 

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Il Minotauro

La storia procede poi con la caduta di Icaro, l’arrivo di Teseo, l’aiuto di Arianna, la sua “piantatura in Nasso” (letteralmente), il suo incontro con Dioniso, il cambio delle vele della nave di Teseo per concludere in bellezza col suicidio di Egeo.
Per la cronaca: quel bellissimo toro seduttore fu catturato da Eracle e poi passò di proprietà fino ad arrivare nelle mani di Era.
Come si vede, la mitologia greca celebra in modo molto esplicito la vitalità del toro, la sua carica sessuale e l’importanza che la riproduzione del bovino aveva per la sopravvivenza della specie umana la quale, da nomade e cacciatrice, era divenuta stanziale e allevatrice.
Natura, evoluzione, pulsioni, mitologia e cultura si fondono in un unicum, un patrimonio che costituisce il sostrato del nostro sentire, del nostro essere odierno. Ecco quindi che, sebbene con pratiche deplorevoli per il giorno d’oggi, questo antico legame con il toro viene celebrato e perpetuato nelle tradizioni, nel linguaggio comune, nell’astronomia e nell’astrologia. Il toro è un animale sacro perfino ora e laddove viene tipicamente allevato è possibile percepirne l’essenza, non soltanto nella sua presenza effettiva sui pascoli, nella gastronomia tradizionale regionale e nelle arene dove è costretto a sbuffare e a correre: il suo spirito così maschile è presente soprattutto nella ruvida e terrena atmosfera che avvolge ogni cosa laggiù, nella bella Camargue.

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