Pillola: nomi, prenomi, amanti e segreti

Nell’industria del turismo si ha l’opportunità di conoscere molti tipi umani.
Saint Tropez è un osservatorio privilegiato, in quanto a questo. Le differenze tra le culture diventano parte integrante della routine lavorativa.
Una tra tutte è la questione del nome e del cognome, che in francese sono rispettivamente prenom e nom.
La cosa si fa interessante nel momento in cui il turista italiano deve fare il bonifico bancario con cui saldare il conto del villaggio turistico e inverte puntualmente le due diciture.

Ancora peggio: il signor X l’anno scorso è venuto in villeggiatura con l’amante, ma quest’anno la donna che lo accompagna è la sua legittima sposa. La confusione nei dossier di segreteria è notevole e si rischiano gaffe orrende che possono sfociare in momenti di imbarazzo indimenticabile.

Sì, è uno sporco lavoro, ma qualcuno dovrà pur farlo.

Nei film americani dicono così, no?

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Pasqua: niente colombe, qui solo galli (e pochissime campane)

La ricorrenza più importante nella tradizione ebraico-cristiana è la Pasqua: il capro espiatorio viene immolato, il popolo in schiavitù è liberato, all’umanità sono rimessi i peccati ed essa è testimone della resurrezione della carne.

In Italia siamo abituati a vivere le ricorrenze religiose come un dato di fatto. Che sia la festa del santo patrono, l’8 dicembre o Ferragosto, si sta a casa, spesso senza far caso al motivo per cui quel dato giorno “è festa”.
Viceversa, la Francia, che dalla notte di San Bartolomeo è stata capace di arrivare alla costituzione civile del clero (qui, qui, qui e qui i link alle due pagine Wikipedia e Treccani per rivedere questi due interessantissimi episodi della storia francese), vive queste pietre miliari dell’anno italico come dei bei dettagli decorativi.
Fatto emblematico: le campane delle chiese, che normalmente da noi suonano ad ogni angolo di strada vista la quantità di case del Signore sparse per le città, in Francia son assai più discrete. Qualcuno potrebbe addirittura insinuare che le chiamate alla preghiera dei muazin siano molto più frequenti degli scampaniiAhah. Ad ogni modo è proprio alle cloches che è legata la credenza popolare più comune di questo periodo dell’anno: si dice infatti che le campane, le quali restano mute durante i giorni precedenti la Pasqua, se ne vadano in giro svolazzando e nascondendo le uova di cioccolata nei giardini. Quindi, se in Inghilterra è un coniglio rosa che se ne occupa, se in Italia sono semplicemente i familiari a metterle in tavola a fine pasto, in Francia ci pensano i vasi sonori volanti.
Probabilmente ciò è dovuto ad un sottile senso di colpa per aver perduto i bourdons originari della bella cattedrale Notre Dame. Si dà il caso, infatti, che tra il 1791 e il 1792, nel pieno dei tumulti rivoluzionari, tutte le campane di Nostra Signora di Parigi sparirono. Si salvò solo la Emmanuel, risalente al 1685, fabbricata dal fonditore Florentin Le Guay. Tutt’ora in funzione, Quasimodo deve aver avuto il suo bel daffare a suonarla, con i suoi 13271 chilogrammi di peso e il suoi 262 cm di diametro. Chissà quante uova di Pasqua riesce a portare, un colosso del genere, quando se la spassa per i cieli di Francia durante la settimana santa!

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Emmanuel, la sola campana superstite a Notre Dame

Comunque, riconducendo il discorso ad un ambito che tanto è caro a noi italiani, se vogliamo parlare di tradizioni dobbiamo necessariamente entrare tra le quattro pareti della cucina di casa: che cosa si mangia per Pasqua? Accantoniamo per il momento la vexata quaestio degli agnelli, che qui sono il piatto forte e vengono cucinati in molti modi (ecco un link adatto ai golosi più curiosi) e occupiamoci delle colombe. Ne ho viste poche, nei supermercati: questo sta a significare che è un dolce italiano ancora relativamente sconosciuto, o comunque meno famoso del Panettone. Io ho fatto assaggiare una colomba artigianale che ho portato con me da casa, nelle Marche, alla mia cerchia di parenti acquisiti francesi, i quali lo hanno molto apprezzato.

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Buon appetito con la colomba!

La tentazione di prenderli in giro e di fare una battuta su una colomba mangiata da dei galletti è stata molto forte, ma sono riuscita a trattenermi. Anche perché, devo ammetterlo, sarebbe stata davvero pessima.

Buona Pasqua a tutti, francesi e non!

Pillola: la questione della restituzione

Quando si parla di “restituzione” e il contesto in cui quella parola salta alla bocca degli astanti è franco-italiano, essa assume un solo ed unico significato: Monna Lisa e le altre.

Tutte le opere d’arte che Napoleone ha sgraffignato e portato nel suo impero, ora custodite in massima parte al museo del Louvre, sono oggetto di una contesa che è come un carbone ardente nascosto sotto la cenere: si inizia con facezie, vanesi discorsi da salotto, si passa lentamente ad innocue celie dal sapore piacevolmente campanilistico per poi improvvisamente finire in bisticci pungenti e amari.

La cosa peggiore è quando tutto questo accade ad una riunione di famiglia, e per fatalità è la primissima a cui si è invitati, il “ballo delle debuttanti”, il banco di prova su cui viene soppesato il valore dell’elemento che ambisce ad entrare nella squadra.

L’amore può tutto, ma non mi farà mai cambiare idea: ridateci Monna Lisa e le altre!

 

Informazione: La Gioconda fu portata in Francia da Da Vinci stesso, a quanto pare. Napoleone non c’entrava niente, in quest caso, anche se, ricordiamolo, fece bottino di centinaia e centinaia di bellezze nostrane. Se qualcuno, illo tempore, lo avesse detto al povero Vincenzo Peruggia, la storia si sarebbe vista espropriata di uno dei furti d’arte più clamorosi e gustosi che siano mai stati commessi.

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Marcel Duchamp, “L.H.O.O.Q.” – Elle a chaud au cul (Ha caldo al culo).

Benjamin Lacombe, illustratore di sogni

La Francia è conosciuta nel mondo per la sua tradizione fumettistica: le bandes dessinées o BD sono note in ogni dove per la loro peculiarità e per lo stile dalla cifra inconfondibile.
Analogamente l’illustrazione francese vanta un’interessante pletora di nomi conosciuti che hanno esercitato la loro influenza sin dal secolo XVIII.
Il disegnatore e illustratore che ha catturato il mio cuore è il parigino Benjamin Lacombe, classe 1983. Qui il link al suo sito personale e alla sua pagina Wikipedia, nonché al suo profilo Instagram.

Posso ben dirmi una fanatica di questo artista di cui sto collezionando, piano piano, le varie opere, pubblicate in differenti lingue a seconda dell’occasione.
Ad esempio vale la pena mettere le mani sul suo ultimo lavoro, l’illustrazione di “Alice in Wonderland” di Lewis Carrol, in lingua inglese e godere appieno delle immagini scaturite dalla sua matita leggendo il romanzo nella sua lingua originale. Così come per “The tales of the macabre”, i racconti di E.A. Poe, illustrati da Lacombe nel 2010.
“Notre dame de Paris” (pubblicata a cavallo tra il 2011 e il 2012) non può che entrare nella propria biblioteca in lingua francese, e allo stesso modo “Marie Antoinette, carnet secret d’un reine”, il cui testo della storica Cécile Berly ci trasporta nell’intimità della famigerata sovrana, va gustato mantenendo la lingua parlata alla corte di Versailles.

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Benjamin Lacombe, “Notre Dame de Paris”

Il maestoso e regale “Madama Butterfly”, la cui impaginazione lussuosa somiglia più al fondale di un teatro che ad un libro, rappresenta un’eccellenza nella produzione del disegnatore francese il quale cattura con la delicatezza del suo tratto la tristezza e la drammaticità dei personaggi pucciniani.

Allo stesso modo la nostalgia che permea le storie narrate in “Gli amanti farfalla” e “Ondine”, due malinconiche fiabe per adultibambinisognanti, è opacizzata dalla nebulosità onirica dei disegni di Lacombe, dalla cupa leggiadria che il suo tocco aggiunge all’intreccio narrativo.

“L’erbario delle fate” nasce da un espediente delizioso e accattivante, trasportando il lettore-spettatore nel folle e innocente mondo della magia che si cela nel folto dei boschi, lasciando in qualche modo un sapore frizzante e pepato sulla lingua di chi sfoglia le pagine colorate dai toni tenui che Lacombe giostra sapientemente sulla sua tavolozza.

Le mie mediocri recensioni hanno il solo scopo di introdurre il lettore di De amore gallico all’opera di Lacombe: non ho conoscenze tali da poter aggiungere commenti tecnici o stilistici; è solo il cuore a parlare di ciò che gli occhi ammirano quando si posano sui disegni dell’illustratore parigino. Un miscuglio di dolcezza e fantasia, di evasione e sogno che, affiancato a storie e romanzi, riesce a trasportare altrove la mente: tra le crinoline della corte di Francia, nel folto dei boschi russi, nella vita misteriosa di streghe e fattucchiere o magari dall’altra parte dello specchio, nel paese delle Meraviglie.

Tutte le opere di Benjamin Lacombe sono edite in Italia dalla casa editrice Rizzoli.

Personale riflessione sul mai.

Mesi fa scrissi un breve post sul mio trasloco in Francia. Ora che ho spostato baracca e burattini un’altra volta, l’ennesima migrazione della mia vita (sono all’incirca al tredicesimo trasloco, ma non sono molto sicura perché di mezzo ci sono vagabondaggi più o meno temporanei), posso dire con cognizione di causa soltanto una cosa: mai dire mai.

Quando arrivai per caso a Cavalaire, l’estate scorsa, più per fuggire da un compito ingrato assegnatomi nel giorno libero che per visitarla veramente, mi dissi che mai avrei voluto vivere in una cittadina come quella, che pensai essere una “Senigallia senza centro storico”, quindi abbastanza banale, priva di stimoli e tutto sommato parecchio triste.
Ripenso a tutte le volte che ho detto “mai” in vita mia: me lo sono dovuto rimangiare ben pepato e piccante dopo ogni scherzo del destino che, spiritello beffardo, mi ha portata puntualmente verso luoghi e persone che MAI, appunto, avrei pensato sarebbero diventati parte della mia vita.

Cavalaire è solo un nome tra tantissimi. Ora mi trovo qui e ho la ferma intenzione di cogliere tutto il bene che potrà offrirmi. So per certo che le mie peregrinazioni non sono finite, e d’altra parte chi si ferma è perduto, ma per il momento questa è casa mia.

“L’erba del vicino è sempre più verde”, si dice. Spesso però del prato accanto non ce ne frega proprio niente e l’urgenza che preme davvero sul cuore è invece di vedere parchi, praterie, pascoli, foreste e paesaggi più o meno verdi, più o meno lontani. L’importante, comunque, è andare e compiere il viaggio con chi vale la pena essere. La meta non ha senso perché non esiste, c’è solo quello che accade nell’andare, c’è solo quello che c’è mentre lo si vive.

Machado ce lo dice nel suo poema Cantares.

Todo pasa y todo queda,
pero lo nuestro es pasar,
pasar haciendo caminos,
caminos sobre la mar.

Nunca persegui la gloria,
ni dejar en la memoria
de los hombres mi cancion;
yo amo los mundos sutiles,
ingravidos y gentiles,
como pompas de jabon.

Me gusta verlos pintarse
de sol y grana, volar
bajo el cielo azul, temblar
subitamente y quebrarse…
Nunca persegui la gloria.

Caminante, son tus huellas
el camino y nada mas;
caminante, no hay camino,
se hace camino al andar.

Al andar se hace camino
y al volver la vista atras
se ve la senda que nunca
se ha de volver a pisar.

Caminante no hay camino
sino estelas en la mar…

Hace algun tiempo en ese lugar
donde hoy los bosques se visten de espinos
se oyo la voz de un poeta gritar:
Caminante no hay camino,
se hace camino al andar
…”

golpe a golpe, verso a verso…

Murio el poeta lejos del hogar.
Le cubre el polvo de un pais vecino.
Al alejarse le vieron llorar.
Caminante no hay camino,
se hace camino al andar
…”

golpe a golpe, verso a verso…

Cuando el jilguero no puede cantar,
cuando el poeta es un peregrino,
cuando de nada nos sirve rezar.
Caminante no hay camino,
se hace camino al anda
r…”

golpe a golpe, verso a verso.

Caminante, no hay camino, se hace camino al andar.

Viandante, non c’è meta, la meta si fa con l’andare.

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Antonio Machado