Pillola: parlar d’amore, aggiustare serrature

Il fabbro che è venuto ad aggiustare la porta è un signore anziano, di aspetto gentile e cortese.
La prima impressione viene confermata nel momento in cui si mette a lavorare: gesti semplici e fluidi, delicati come carezze.

Assolve il suo compito , discreto, concentrato sulla serratura da riparare. A lavoro ultimato mi chiama: “Mademoiselle, dice, la porta è pronta. Venga, venga a vedere!”
Io mi avvicino, osservo con occhio profano la sua opera. Il fabbro mi dà la chiave per provare a chiudere ed aprire in entrambi i sensi ed io obbedisco, dal di qua e dal di là del vetro.

Alla fine, prima di partire, il fabbro mormora: “Cette serrure elle a besoin de douceur, mademoiselle. Questa serratura vuole la dolcezza, signorina. Ah, sospira, se tutti quanti usassero la delicatezza che ha lei nell’aprire e chiudere le porte!”

E se ne va, carico dei suoi attrezzi, sorridente, con sguardi d’affetto al lavoro che ha appena terminato.

Questi francesi, romantici pure mentre avvitano una maniglia!

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L’enfer

Quando si parla di letteratura francese subito i nomi più importanti e conosciuti si parano davanti agli occhi della mente, evocando le storie e i personaggi fuoriusciti da siffatte penne: Dumas, Hugo, Voltaire, Racine, Molière e compagnia cantante. Io per prima mi perdo nel ricordo dell’entusiasmo che scatenò in me la lettura della Trilogia dei Moschettieri, o della meraviglia scoppiettante, innescata come un fuoco d’artificio dal teatro seicentesco francese.
C’è tuttavia un angolino della mente, malizioso e coquin, che subito volge il proprio sguardo verso altri nomi e altre storie. In generale questa letteratura, celata da setosi veli di mistero e da ferree cortine di censura, nel corso dei secoli è stata deplorata, perseguitata e severamente condannata. Paradossalmente, ma nemmeno tanto, è stato questo sapore di proibito, oltre che gli stessi contenuti, a garantirne la longevità e il successo nel tempo. Si sta parlando, senza indugiare oltre, della letteratura erotica e pornografica. Quella di matrice francese ha un certo fascino pepato che forse manca alle produzioni anglosassoni quali “Fanny Hill – Memoirs of a woman of pleasure” (e nessuno mi toglierà mai dalla testa l’idea che sia il fratello maggiore di “Fortune e sfortune della famosa Moll Flanders”) o “Sodom, or the Quintessence of Debauchery“. Questo per restare nell’ambito del XVII e XVIII secolo. Se si prendono in considerazione opere più recenti è innegabile riconoscere il valore letterario di”Tropico del cancro” (che guarda un po’ è ambientato a Parigi), “Tropico del capricorno”, “L’amante di Lady Chatterley” e, perché no, di un libriccino breve ma intenso, “Sculacciando la cameriera” di Robert Coover.

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Olympia, Manet, 1863, Museo d’Orsay, Parigi

Ovviamente non è questo il luogo per un dibattito approfondito sulla letteratura erotica lato sensu, anche perché allora si dovrebbe spostare l’incipit del discorso all’antica Grecia, o ancor prima. Piuttosto focalizziamo l’attenzione sul genere in lingua francese, che costituisce, chissà perché, gran parte del corpus letterario erotico. Dopotutto la Francia la sa lunga su questo argomento: non è un caso che quelle che per noi sono vere e proprie istituzioni come il Moulin Rouge o Les folies bergères siano nate come luoghi di piacere; e basta pensare all’invenzione delle invenzioni, il bidet, la cui fortuna, specialmente in Italia, è stata garantita dall’uso quotidiano che se ne faceva nelle case chiuse francesi.

La Francia del ‘500 apprese la lectio magistralis del Boccaccio in modo esemplare, tanto che addirittura la regina Margherita di Navarra si cimentò nel genere, producendo l’ “Heptameron”. Era il tempo dell’Aretino, la cui fama giunse fino oltralpe, avendo un’eco tale che nel 1655 venne pubblicato un volumetto di autore anonimo conosciuto come “L’Escole des filles ou la philosophie des dames”, comunemente considerato come il capostipite della letteratura pornografica francese: un dialogo tra due cugine in cui la maggiore, dietro richiesta di un giovanotto, istruisce la più piccola sui segreti dell’ars amandi e la convince a concedersi al suddetto ragazzo. Vi lascio immaginare quale scandalo fu la pubblicazione di un tomo di tale tenore. L’editore, tale Millot, si diede alla macchia mentre i suoi beni furono confiscati, comprese tutte le copie del libro, e lui fu condannato al rogo in effigie. Qui il link a Google books e alla traduzione inglese dell’opera.
Un altro dialogo degno di essere nominato è “Aloisiæ Sigeæ, Toletanæ, Satyra sotadica de arcanis amoris et Veneris”, di Nicolas Chorier, sullo stesso genere del primo e posteriore temporalmente. Li ho letti entrambi e posso testimoniare che sono di una noia mortale.

Il secolo dei lumi vanta dei nomi illustri che si cimentarono nella letteratura di genere erotico-pornografico. Ad esempio Diderot, che con il suo “I gioielli indiscreti” attribuì uno scopo più alto alla pornografia letteraria: mediante l’espediente lubrico della vagina parlante, egli diede voce alla verità nuda e cruda, ovvero mostrò i vizi più sordidi delle classi sociali, riportandoli senza mezzi termini, in quella che risulta essere un’allegoria pesante e in generale costruita con uno stile che non entusiasma.
I romanzi libertini erano molto in voga, a quel tempo. Vi è familiare il titolo “Le relazioni pericolose”? Sì, il film dell’88 con Malkovich, Pfeiffer e Thurman è tratto proprio da un’opera del 1782, scritta da Choderlos de Laclos.
Non mi dilungo troppo su De Sade. Non potrei aggiungere nulla di nuovo a quanto è già stato detto e scritto. Mi limito solo a constatarne la totale illeggibilità. Ho provato diverse volte ad andare oltre la decima o quindicesima pagina di “Le 120 giornate di Sodoma”, più perché il Divin Marchese, è proprio il caso di dirlo, lo vergò mentre era imprigionato nella Bastiglia che per autentico interesse.

L’800 parla di erotismo più efficacemente con linguaggio pittorico che scritto: l’Olympia e il Déjeuner sur l’herbe di Manet penso non abbiano bisogno di presentazioni. Più che di narrativa (a parte “Gamiani, ou deux nuits d’excès” del 1833, attribuito a de Musset) preferisco dunque parlare di poesia erotica e pornografica che, in Francia, ha il suo apice con Baudelaire e con la corrente dei poètes maudits. Mi preme specialmente riportare in lingua originale la lirica, scritta a quattro mani da Rimbaud e Verlaine: “Le sonnet du trou du cul”

Obscur et froncé comme un oeillet violet
Il respire, humblement tapi parmi la mousse
Humide encor d’amour qui suit la pente douce
Des fesses blanches jusqu’au bord de son ourlet.

Des filaments pareils à des larmes de lait
Ont pleuré, sous l’autan cruel qui les repousse,
À travers de petits caillots de marne rousse,
Pour s’en aller où la pente les appelait.

Ma bouche s’accoupla souvent à sa ventouse ;
Mon âme, du coït matériel jalouse,
En fit son larmier fauve et son nid de sanglots.

C’est l’olive pâmée, et la flûte caline ;
C’est le tube où descend la céleste praline :
Chanaan féminin dans les moiteurs éclos!

NIHIL ADDENDUM.
Insieme alla pietra miliare rappresentata da Colette in tutta la sua poliedrica valenza artistica, è Apollinaire a segnare il suo passaggio nel genere con due capisaldi: “Le prodezze di un giovane Dongiovanni”, che ebbi tra le mani a diciassette anni e che non esitai a condividere con la mia migliore amica. Dottissime dissertazioni in merito animarono poi i nostri pomeriggi domenicali di studentesse di liceo classico, avvezze ormai alle cavalline capricciose di Anacreonte, alle belle giovinette cantate da Saffo e alle famigerate gesta erotiche (non me ne voglia Battiato) di Zeus, che hanno causato più danni che altro. Di recente ho leggiucchiato poi “Le undicimila verghe”, sempre di Apollinaire, cadendo addormentata durante la traversata di numerosi passi.
Il resto fa parte di una cultura popolare oramai consolidata: “Histoire d’O” che ho conosciuto prima per i disegni di Crepax che per altro, “L’amante” di Marguerite Duras, fornitomi da mia madre quando avevo sedici anni e “Il delta di Venere”, della Nin, mai letto, e che quindi cito solo per completezza.

Non che la letteratura erotica e pornografica brilli per originalità. Personalmente la ritengo un genere estremamente soporifero e ripetitivo, ma vale pur sempre la pena sperimentarla e crearsi una propria opinione. Per quel che mi riguarda, il mio viaggio in questo tipo di lettere è stato dettato dallo spirito goliardico che anima le letture dell’adolescenza, specie se si viene iniziati al genere tra i banchi di scuola, perché il programma di latino prevede diverse ore dedicate ai capricci di Lesbia e ai coloriti insulti di Catullo.
Vale la pena conoscere i vari modi in cui l’atto più ancestrale del mondo può essere narrato in tutte le sue declinazioni (e sono proprio tante!).

Ora il lettore si domanderà il perché del titolo di quest’articolo.
Strizzando l’occhio a “Une saison en enfer” del mio amatissimo Rimbaud, riporto la definizione del vocabolario Treccani online :

Enfer ‘Sezione riservata’ della Bibliothèque nationale de France di Parigi, costituita ai primi del 19° sec. per ordine di Napoleone, contenente libri erotici un tempo dati in lettura solo per comprovati motivi di studio. Il termine (in Italia, Inferno) è usato in altre biblioteche pubbliche per indicare reparti analoghi.

Chi scrive altro non ha fatto che dare a De amore gallico il suo proprio piccolo enfer per solleticare la vostra curiosità.

Pasticceria Léone: zucchero domenicale, balsamo per il cuore.

Poche cose fanno festa e domenica come un salto in pasticceria.

La pâtisserie Léone a Cavalaire sur mer è un piccolo gioiello di tradizione e colore. Si aprono le porte in legno e vetro di questo angolo di paradiso e ad accogliere il cliente ci sono veri e propri capolavori di zucchero, mobili antichi ricoperti di torte, confezioni colorate di dolciumi su ogni ripiano e, ciliegina sulla torta, un concerto per clavicembalo di Bach diffuso dallo stereo vicino alla cassa vecchio stile.

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L’ingresso alla pasticceria

Sembra di essere saliti sulla giostra a cavallini di Mary Poppins o di essere giunti al Paese dei Balocchi, tanto tutto è colorato, zuccherato e profumato.

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Pasticceria Léone, cavalaire sur mer

L’idea di acquistare qualcosa passa in secondo piano, perché la girandola colorata e fragrante del magasin cattura tutta l’attenzione: enormi meringhe ben disposte in vetrina, torte e crostate a non finire, confetti e caramelle in fila, interrotti solo da cioccolatini e praline a tutti i gusti.

Alle pareti è possibile ammirare quadri di una naïveté commovente e le tradizionali cicale di Provenza in terracotta, coloratissimi porta fortuna di questi luoghi

L’acquolina in bocca è inevitabile, e si cede alla tentazione. Si porta a casa qualche gourmandise con cui concludere il pranzo e accompagnare il caffè. Ça va sans dire che non si viene delusi: la pasta di marzapane è gustosissima e il frutti di bosco che guarniscono le tortine sono freschi e saporiti.

Chiunque bazzichi questo blog con regolarità non avrà tardato a comprendere che razza di golosa io sia. Se il lettore ha abbastanza fiducia in chi scrive e se il suo girovagare lo porterà in quel di Cavalaire sur mer, non esiti a varcare la soglia della pasticceria Léone: indulgere in una di queste delicate prelibatezze non potrà che aggiungere note dolcissime allo spartito del viaggio in terra francese.

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Mobilio antico e sapori tradizionali

Pillola: abbreviazioni, in breve “abbr.”

I francesi, nella lingua parlata, abbreviano qualsiasi cosa.

Inizialmente, perplessa e incuriosita, mi sono detta che è come se noi italiani cominciassimo a parlare in questo modo: “D’acc, non ti preocc”, “All’uni quante lezioni settim di linguis hai?”,”Dai ti faccio sentire qualche form tipico delle mie parti.”

Poi mi sono resa conto che in effetti c’è parecchia gente che maltratta la lingua così, principalmente i ragazzini, e che anche io sono stata saltuariamente vittima della brevitas più volgare, specie nei messaggi. Qui in Francia la cosa parrebbe essere abbastanza trasversale e coinvolgere molte più generazioni del previsto: adolescenti, ventenni, trentenni… fino ai sessantenni.

Solo che sentire una vecchietta di ottantasei anni: “La mia amica è andata al risto la settimana scorsa” fa un certo effetto, lo devo ammettere.

Questi inni, questi illuministi (love is all you need)

La Marsigliese è ovunque: nelle pubblicità, nei film, prima delle partite, alla fine delle partite, in bocca ai bambini che l’hanno appena imparata a memoria e  che la cantano a squarciagola in spiaggia.
Uno potrebbe anche averne la nausea se non fosse che poi volge il pensiero all’Inno di Mameli e capisce che è meglio tacere. Non per le parole, sia ben chiaro, ma per la marcetta che fa “Poropom poropom poropompompompompo!” Tutti, immagino, ad un certo punto ci siamo chiesti che cosa avesse in mente Michele Novaro quando ha musicato il testo di Goffredo Mameli.

Poi si inizia inconsciamente a fare una piccola comparazione dei due canti nazionali e ci si rende conto che se per gli italiani Dio ha fatto della vittoria la “schiava di Roma”, i francesi, da bravi illuministi, il Padreterno non lo menzionano proprio per niente e incitano i cittadini “aux armes“. Una panoplia di esortazioni guerresche e repubblicane che auspica la vittoria du peuple.

Poi ci sono John, Paul, George e Ringo.
Non aggiungo altro.

Love, Love, Love.
Love, Love, Love.
Love, Love, Love.
There’s nothing you can do that can’t be done.
Nothing you can sing that can’t be sung.
Nothing you can say but you can learn how to play the game.
It’s easy.
Nothing you can make that can’t be made.
No one you can save that can’t be saved.
Nothing you can do but you can learn how to be you in time.
It’s easy.

All you need is love.
All you need is love.
All you need is love, love.
Love is all you need.

Nothing you can know that isn’t known.
Nothing you can see that isn’t shown.
Nowhere you can be that isn’t where you’re meant to be.
It’s easy.
 
All you need is love (All together, now!)
All you need is love (Everybody!)
All you need is love, love. Love is all you need (love is all you need).

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JOHNPAULGEORGERINGO. Non nell’ordine giusto.

Pillola: numerologia a Pampelonne

Ieri ho fatto un incontro bizzarro e magico.
Nel vero senso della parola.
Lavorando, mi sono imbattuta in un omone alto e tatuato, con appresso un carrozzone di figli piccoli, una moglie pacifica e un chiwawa piagnucoloso.

Il signore mi si è avvicinato e mi ha chiesto di scrivere nome, cognome e data di nascita su di un foglio. Io, come se fosse la cosa più naturale del mondo, ho obbedito.

Quello che è seguito dopo non ve lo racconto: un colloquio abbastanza lungo che mi ha dato i brividi al cuoio capelluto.

Ma sembrava conoscere tutto di me.

Magia.

 

I mulini di Paillas, un segreto celato dalle chiome degli alberi.

Sono stata due volte a Parigi, e in ciascuna di esse ho avuto modo di rendere visita ai celebri moulins della città, il Moulin Rouge e il meno noto Moulin de la Galette, ristorante immortalato anche da Renoir nel suo dipinto “Bal au moulin de la Galette”.

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Bal au moulin de la Galette, Renoir

In generale i mulini a vento richiamano alla mente Don Chisciotte e i Paesi Bassi, tuttavia c’è una fiaba popolarissima che ha origine proprio dalle vicende del figlio di un mugnaio. Sto parlando de “Il gatto con gli stivali”. Ne esistono diverse versioni, ma la più celebre è con ogni probabilità quella di Charles Perrault, a cui dobbiamo il gioco di parole “Marquis de Carabas” (Marchese delle Carabattole). Il vecchio mugnaio, in punto di morte, lasciò i suoi averi ai suoi tre figli: al maggiore diede il mulino a vento, al secondogenito il mulo e al terzogenito un gatto. Il resto della fiaba, presumo, è conosciuto da tutti.

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Il gatto con gli stivali parla al suo giovane amico

Il mugnaio è una figura oramai scomparsa nel nostro quotidiano, anche se conserva un certo fascino farinoso. Sarà per questo che la Mulino Bianco ha affibbiato ad Antonio Banderas, noto sex symbol, il ruolo del buon mugnaio che fa pure il pane e che parla con le galline? Forse.
Personalmente provo una certa attrazione per i mulini, edifici caduti in disuso ma che hanno pur sempre quel certo je ne sais quoi, celebrato ampiamente dalla tradizione orale della Francia popolare. Qui un link utile per approfondire l’argomento.
Dalle parti di Saint Tropez c’è un sito molto interessante, in tal senso. Sto parlando dei mulini di Paillas, nel comune di Ramatuelle: vista l’esposizione favorevole delle colline tropeziane, la zona era particolarmente vocata alla costruzione di questi edifici, che furono eretti ed utilizzati sin dal XVI secolo. Ma chi era questo Paillas il cui nome viene utilizzato per identificare il sito? Nient’altro che l’ultimo mugnaio ad averli avuti in gestione, monsieur Jean-Baptiste.
Fino al 2002 dei quattro mulini di Paillas non rimanevano che delle rovine, senza contare uno ancora in piedi ma proprietà privata (molto privata: sul cancello che delimita l’entrata sono apposti numerosi cartelli assai simili, nel significato, a quelli che Zio Paperone ha piantato tutto intorno al suo deposito per tenere distanti ospiti indesiderati, tra cui i Bassotti).


Come stavo dicendo, nel 2002 l’architetto Alain Bellegy è stato incaricato di riportare al suo antico splendore uno dei mulini diroccati. Devo ammettere che il lavoro di ristrutturazione è notevole: la meccanica è stata ripresa completamente in modo da poterlo far funzionare a pieno ritmo. Qui trovate il sito del comune di Ramatuelle e informazioni sul magnifico risultato raggiunto da Bellegy.

Un’aria fiabesca circonda l’edificio e mi spinge a fermarmi ogni volta che passo di lì. Ci sono posti che esercitano un forte magnetismo e il più delle volte tale attrazione è del tutto inspiegabile. La collina dei mulini di Paillas è uno di quei luoghi, anche se questa fatale attrazione non ha nulla di misterioso: un tempo mulino significava presenza umana, acqua, farina e cibo, un tetto, un riparo, un volto amico a cui chiedere indicazioni sul sentiero da seguire. Forse è il viandante che si cela nell’animo umano a far sentire questo sentimento di simpatia e di conforto alla vista delle pale turbinanti.

E poi c’è Don Chisciotte.

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Don Chisciotte e Sancho Panza.