Pillola: les voiles latines e la Maremmamaiala

A Saint Tropez, sin dal 2001, verso la fine di maggio si tiene una piccola regata chiamata “Les voiles latines”. Si tratta di un raduno di imbarcazioni tipiche del Mediterraneo, caratterizzate da vele triangolari che vengono identificate come vele latine.
Barche francesi, spagnole, catalane, persino tunisine, si danno appuntamento nel piccolo porto per mettere in mostra le loro bellezze.

E gli italiani? Come potrebbero mancare, i veri eredi dei latini? Arrivano numerosi, provenienti specialmente dalle sponde delle quattro celebri repubbliche marinare. Ecco quindi che Genova innalza il suo vessillo nel cielo tropeziano, Venezia lucida il suo leone, Amalfi è pronta alla competizione e Pisa…

la delegazione pisana la si riconosce subito, anche senza averla vista, basta essere a portata d’orecchio Maremmamaialacagna!

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Pillola: miti e leggende sui rital

Ogni italiano che abbia vissuto in Francia per un periodo abbastanza lungo si è sentito chiamare almeno una volta, più o meno scherzosamente, rital.

Questa parola dell’argot, ovvero lo slang francese, sta per “italiano” in senso dispregiativo. Come quando noi ci riferiamo ai francesi con termini quali galletti o ranocchie, mettendo in risalto il luogo comune dello sciovinismo, dell’arroganza e del nasone gallico. Rital, dal canto suo, designa specificatamente l’italiano povero e con le pezze sul didietro, che si è visto costretto all’emigrazione per non morire di fame e che se ne va a lavorare nelle miniere per portare il pane in tavola.
Nella fonetica della parola si fa riferimento anche alla differente pronuncia della lettera r.

L’origine di questo termine è oggetto di dibattito. Parrebbe che sia dovuta all’abbreviazione di réfugiés italiens, ovvero r. ital., specificazione che veniva apposta sui documenti e sui bauli degli italiani che entravano in Francia.

Quale che ne sia l’origine, i francesi han ben poco da chiamarci rital: nella Costa Azzurra, dove vivo io, gli Esposito, Giraudo, Ferraro, Mosca, Arnaudo e Beccani sono a tutti i campanelli, nei condomini.

Modì et Noix de coco, l’amore triste, l’arte vitale

Di toscani la cui stella ha brillato alta nel cielo di Francia ce ne sono molti, e col tempo De amore gallico darà il giusto spazio a tutti. Oggi vi invito a conoscere da vicino l’arte, il talento e la tragedia di Amedeo Modigliani.

Nacque a Livorno, nel 1884 da padre di origini ebraiche e da madre marsigliese. La sua educazione fu condotta in casa, sia a causa dei problemi finanziari che affliggevano la famiglia, sia perché Modigliani era gracile e in cattiva salute.
L’apparato respiratorio era il suo tallone d’Achille: negli anni dell’infanzia e della giovinezza fu afflitto da numerose polmoniti che purtroppo si trasformarono in tubercolosi, la consunzione che lo avrebbe portato alla morte a soli trentasei anni.

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Risale al 1906 il suo arrivo a Parigi. Prima di quel momento Modigliani aveva attinto alla copiosa fonte dei Macchiaioli, il movimento pittorico livornese di cui Giovanni Fattori fu il più noto esponente. Grazie alla formazione avuta alla scuola di nudo fiorentina e all’accademia di belle arti veneziana, Modigliani poté sviluppare il suo talento e rafforzare la sua tecnica, tanto nella pittura quanto nella scultura.
Parigi lo accolse nel pieno degli anni d’oro delle comunità artistiche di Montmartre e Montparnasse. Là subì le influenze dei grandi maestri francesi, conobbe il movimento cubista, a lui contemporaneo, si interessò all’arte tradizionale africana, visse e si nutrì della vibrante atmosfera parigina, in un concerto di correnti, talenti, personaggi e geni che resero quel periodo così unico e luccicante da essere entrato nel mito.
Certo, l’alone di mistero e di dannazione che circondava le comunità artistiche della ville lumière ha avuto come fattore principale la dedizione di tanti magnifici pennelli a Venere, a Bacco e a tabacco. Modì non fu da meno, rifugiandosi spesso nel consumo smodato di hashish, oppio, alcool e nei letti delle signorine di Pigalle. Per un uomo dalla salute così cagionevole questi eccessi, già di per sé nocivi, ebbero degli effetti devastanti.
Non è oggettivo dipingerlo come un outsider, un maudit, visto che questo stile di vita era piuttosto nella norma, al tempo.
Va però riconosciuto che la fiamma del talento bruciò così intensamente in lui e che le sua complessità d’uomo e d’artista erano talmente sottili e profonde da rendere l’ubriachezza il modus con cui sondare quegli abissi spirituali, dragarli e portare alla superficie l’humus di cui cospargeva ogni sua opera.

Modigliani l’ho conosciuto da piccola grazie a mio padre, che mi portava a vedere mostre e musei. Ricordo che un giorno, nel guardare un nudo del livornese parigino, pensai che nella pittura ci dovessero essere gocce di sangue. Questa riflessione, o il senso ad essa sotteso, è riaffiorata ogni volta che ho avuto l’occasione di vedere una sua opera, dal vivo o in fotografia. Ragionando con occhio adulto su quei pensieri infantili, mi rendo conto che non è poi così folle credere che ogni tela di Modì contenga stille del suo sangue: le pennellate sono viscerali, sono intinte di emoglobina, di forza vitale, come se l’artista se ne sia privato di volta in volta un po’ di più, e ad ogni tela abbia lasciato un fiotto di quella vita che tanto presto lo ha abbandonato.
Il calore emanato dai nudi di Modigliani è fisico: la tela irradia il tepore di un letto su cui è stata trascorsa una notte d’amore, gli occhi fissi e le forme nette trasudano forza, come un umore denso e salino.

Tale intensità d’artista debordò in ogni aspetto della vita, compreso l’amore.
Jeanne Hébouterne, anche detta Noix de coco per la cascata di capelli neri e lisci che le copriva il capo, fu l’attrice femminile della loro tragedia. Si conobbero nel 1917: lei frequentava il circolo di Montparnasse, coltivando ambizioni artistiche e lavorando come modella. Già nel 1918 la coppia ebbe una figlia, Jeanne, che poi divenne storica dell’arte, dopo aver combattuto nella resistenza francese.
Le condizioni di salute di Modigliani peggioravano a vista d’occhio. Vissero un anno a Nizza, il cui clima mite avrebbe dovuto portare dei giovamenti ai polmoni dell’artista e la cui vita sociale lo portò a mantenere vivi rapporti con pittori come Picasso e De Chirico, ma la coppia fece ritorno a Parigi meno di un anno dopo.

Modì si spense tra le braccia di Jeanne Hébouterne in preda alla febbre e al delirio il 20 gennaio 1929, lasciando Noix de coco, incinta al nono mese della seconda gravidanza, in preda alla disperazione e al dolore più atroci. Tale fu l’abisso in cui era caduta la giovane che il giorno dopo, quando fu portata a forza nella casa paterna, si gettò dalla finestra, precisamente dal quinto piano, morendo col figlio in grembo, lasciando la piccola Jeanne di nemmeno due anni alle cure dei nonni.

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Modigliani ritratto da Jeanne

Link interessanti:

https://casanataleamedeomodigliani.com/

http://www.musee-orangerie.fr/en/artist/amedeo-modigliani

http://www.moreeuw.com/histoire-art/biographie-amedeo-modigliani.htm

Giovanni Battista Lulli, o più semplicemente Lully

Così come Caterina de’ Medici, anche Giovanni Battista Lulli rientra nel novero dei toscani che ebbero un posto alla corte di Francia. Se la sovrana medicea sedette sul trono per decenni, Lulli, sotto il regno del Re Sole, occupò il palcoscenico a Versailles.

Fiorentino, figlio di mugnai, nacque il 28 novembre del 1632. All’età di tredici anni, esattamente nel 1645, fu notato dal Duca di Guisa, Ruggero di Lorena, il quale, durante un voyage en Italie, incontrò il giovane Lulli e lo scelse come fanciullo italiano da “regalare” a sua nipote Anna Maria Luisa d’Orleans, meglio nota come mademoiselle de Montpenser o la grande mademoiselle, la quale aveva bisogno di praticare la nostra lingua per perfezionarsi. Al tempo era molto in voga, saper parlare l’italiano.
Questa notizia ci è fornita da Mario Armellini, autore del “Dizionario biografico degli italiani”. In merito al come Lulli si accostò alla musica, egli ci dice:

Secondo J.-L. Lecerf de La Viéville de Fresneuse (p. 183), il primo importante biografo del compositore, il L. avrebbe ricevuto i primissimi rudimenti di musica ancora fanciullo da un francescano che gli avrebbe insegnato a suonare la chitarra. Null’altro è noto di quegli anni. Alcuni particolari biografici successivi lasciano tuttavia pensare che tredicenne prendesse già parte, come violinista e comico, a spettacoli allestiti presso la corte granducale. Fu molto probabilmente nel corso dei festeggiamenti del carnevale 1646, a Firenze, che il giovane L. fu notato da Roger di Lorraine, cavaliere di Guisa, sulla via del ritorno in Francia da Malta. Questi, per esaudire il desiderio della nipote, Mademoiselle Anne-Marie-Louise d’Orléans, duchessa di Montpensier, d’avere presso di sé un giovane italiano per esercitarsi in quella lingua, propose al L. di seguirlo Oltralpe.

Presso la duchessa, Lulli ebbe modo di perfezionarsi nello studio della musica, nella recitazione e nella danza. La cosa gli fu incredibilmente utile, sennonché la nobildonna, la più ricca ereditiera di Francia, figlia del fratello di Luigi XIII Gastone d’Orleans, l’outsider della corte, seguì le orme paterne e prese parte attivamente nel movimento della Fronda, che si opponeva alla politica del cardinale Mazarino, primo ministro di corte.
La Fronda non finì bene, e la duchessa fu condannata all’esilio, o meglio al ritiro dalla vita pubblica.
Lulli rischiava grosso, quindi domandò alla signora un congedo formale, in modo da svincolarlo da qualsiasi obbligo e da qualsiasi legame che potesse danneggiarlo ed impedirgli di lavorare altrove. E gli andò grassa: 1652, Lulli, da poco ventenne, partecipò all’allestimento del Ballet royal de la Nuit, uno spettacolo celebrativo del trionfo della monarchia sui ribelli frondisti. Lo spettacolo debuttò il 23 febbraio del 1653 e fu un gran successo, altrimenti non si spiegherebbe ciò che avvenne dopo: infatti il 16 marzo di quello stesso anno al Lulli viene conferita la carica ufficiale di compositeur de la musique instrumentale du roi.

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In questo clima gaudente e di grande prossimità al quasi coetaneo Re Sole, Lulli seppe giocare abilmente le sue carte al fine di ottenere grande prestigio e considerazione negli anni a venire. La sua naturalizzazione francese era già in atto, tanto che il suo nome divennne Jean-Baptiste Lully. Spesso il Re Sole si esibiva fianco a fianco col giovane fiorentino sul palco: condividere queste esperienze di palcoscenico contribuì a costruire un’alleanza e una complicità che nel tempo avrebbero permesso al Lully di avere ampia autonomia, e larga libertà di costumi.

Come musicista bisogna ricordare che fu poliedrico: aveva appreso la chitarra da quel francescano che a Firenze lo aveva per primo istruito in materia musicale. Sapeva anche suonare il violino. Anzi, pare fosse un violinista molto bravo. Va inoltre detto che, scontento dell’orchestra d’archi della corte del re, ne fondò una più piccola, chiamata Petits violons. Questo ensemble fu istruito e allenato con grande cura e disciplina, alla maniera italiana. D’altra parte sembra che, se nel nostro paese il  violino aveva già molto successo, in Francia era relativamente disprezzato. Inoltre Lully suonava anche il clavicembalo.

Nel 1662 prese in moglie Madeleine Lambert, figlia di un musicista di corte, da cui ebbe sei figli. Non fu un marito fedele: sono noti i suoi rapporti amorosi con cortigiani e cortigiane a Versailles. La sua bisessualità avrebbe potuto nuocergli, ma grazie all’ammirazione del re poté continuare a gestire la sua vita amorosa come voleva, forte di una totale impunità.

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Il contributo di Lully alla francesizzazione dell’opera e della produzione musicale barocca fu enorme. Potremmo dire che il lavoro di Lully sta alla monarchia del Re Sole come l’Eneide di Virgilio sta all’impero di Augusto.
Per un’analisi dettagliata della sua opera, anche da un punto di vista tecnico, ambito nel quale io non posso dare il mio contributo, vi suggerisco di dare uno sguardo qui e qui e per quanto riguarda la collaborazione tra Lully e Molière, potete trovare qualche notizia qui .

Come al solito sono più affascinata dai lati privati dei personaggi storici e dai fatti più curiosi e impensabili: molte delle scelte e delle azioni di chi ha lasciato il segno sono state certamente il frutto di accurate meditazioni, studi, strategie, preparazione, senza dimenticare l’impressionante parte recitata dalle cosiddette cause di forza maggiore. Tuttavia le inclinazioni personali, le piccole fissazioni e perché no, anche le malattie, hanno avuto un impatto indiretto sulle scelte e sui fatti che hanno avuto luogo. Non ricordo dove né da chi, ma ho sentito una volta che Napoleone subì la disfatta di Waterloo anche a causa delle sue emorroidi infiammate.
Lo stesso vale per Lully. Nel suo caso è la morte a fare notizia, una morte alla stregua di quella di Molière, spentosi poche ore dopo che il sipario era calato sull’allestimento de “Il malato immaginario”.
L’8 gennaio del 1687, durante le prove del Te Deum da lui composto, colpì il proprio piede con il bastone in legno e metallo che allora era usato per tenere il tempo. La ferita sfortunatamente divenne infetta e il piede iniziò ad andare in cancrena. Lully rifiutò l’amputazione. Non c’è da stupirsi de un ex ballerino non potesse nemmeno concepire l’idea di perdere un arto, anche se era il solo modo di far salva la vita. La sepsi lo uccise lentamente, e il compositore e musicista spirò il 22 marzo 1687.

Il personaggio di Lully è anche presente nel film del 1991 “Tutte le mattine del mondo”, diretto da Alain Corneau e tratto dal romanzo omonimo di Pascal Quignard. Compare in una scena brandendo proprio il famoso bastone che causerà il suo decesso.

La baguette nella sua performance più devastante e fatale.

Impressione, calar del sole.

Quando si vede con i propri occhi l’ardente sfrigolio di colori del sud della Francia, si comprende nell’intimo del cuore il perché essa sia stata lo sfondo e l’ispirazione di tante opere pittoriche.

Il paesaggio è dipinto dal vento che ne sfuma i contorni o li rende più nitidi, a seconda che soffi capriccioso, nervoso, gioioso, voluttuoso.
Le isole a largo del mare si muovono, ieri erano lontane, avvolte dalla foschia, arrivate da molto lontano, forse dalle pagine di un romanzo marinaresco di tanto tempo fa. Oggi sono vicinissime, curiose e prepotenti, si fanno vedere in ogni dettaglio, si pavoneggiano nella luce irradiata dall’alba dalle dita rosate, bella come quelle aurore che si immaginano leggendo l’Iliade.

Con lo sguardo ci si sposta verso la campagna, ovvero si fa un salto, come Mary Poppins, dentro un disegno; ma non è lo schizzo a gesso fatto da uno spazzacamino sul selciato di Londra, è una tela di Renoir, perché il mescolarsi del grano non ancora dorato col  viola dei cardi, col rosso dei papaveri e col giallo del tarassaco sono come pennellate amorose di un marito che ritrae la moglie e il figlio in mezzo al campo in una giornata di sole.

Il mezzogiorno è cocente. Ci si rende conto che non si è poi così lontani dalla Liguria montaliana: ossi di seppia e reti smagliate giacciono sulla spiaggia, l’ora del giorno diventa un’occasione, il momento più opportuno per indugiare con gli occhi sulle vigne. Disegnate da una mano precisa, rotonde e spigolose al tempo stesso, si sdraiano, si srotolano, si crogiolano nella terra farinosa. Attraversarle fa sentire come la navetta che percorre su e giù il telaio, disegnando trama e ordito coi pensieri, scacciando i ronzii fastidiosi di tanti insetti che si nutrono di calore e zucchero, di preoccupazioni e amarezze. Il paesaggio diventa pastoso, materico come un quadro di Van Gogh, impantanato di sopita disperazione.

Il giorno procede e la parabola solare scalda di rosso più cupo la terra, riverberando però dorata e brillante tra i passi dei colli montuosi, illuminando di taglio tutto quanto è concesso all’occhio. Si vorrebbe fare qualche bella foto, ma con l’obiettivo non si è abbastanza capaci per riuscire a catturare tale bellezza come meriterebbe di esser ritratta.

È così che ci si affida alle parole.

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Rebecca Dautremer ed il suo cosmo di carta e colori

Il nome forse non vi dirà niente, ma aspettate di vedere una delle sue illustrazioni e non potrete fare a meno di riconoscerne la cifra, lo stile, la profumata e silenziosa meraviglia che i personaggi da lei creati sprigionano dalla carta.
Rebecca Dautremer è un’illustratrice francese che tocca tutti gli angoli più acuti e profondi della sua professione, arrivando a firmare per Kenzo la grafica della conosciutissima fragranza Flower by Kenzo e ad occuparsi anche di film d’animazione.

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Un’immagine tratta da “Alice nel paese delle meraviglie” illustrato da Rebecca Dautremer

 

La Dautremer è artefice di vere e proprie magie: ho trovato strepitosa la sua versione di “Alice nel paese delle meraviglie”. Oramai assuefatti al personaggio disneyano o al suo corrispettivo marcato Tim Burton, grazie all’illustratrice francese facciamo invece la conoscenza di una Alice bruna, dal volto indecifrabile e vagamente orientale. La bacchetta magica di Rebecca Dautremer rende il già labirintico romanzo carrolliano se possibile ancor più stordente ed intrigante. Le tinte che spesso fanno da sfondo alle avventure della ragazzina sono tenui e nebbiose, quasi ad avvolgere di malinconia l’intreccio della storia, carica di nonsense e di profonde verità.

Nella mia collezione personale di libri d’illustrazione vi è un posto speciale per un volume intitolato “Principesse dimenticate o sconosciute”, scritto da Philippe Lachermeier, con i disegni della Dautremer. Vi si legge di personaggi inverosimili e meravigliosi, come la Principessa Fasollà:

Primo violino dell’orchestra della corte reale, diretta dal marito, il maestro Tempo Moderato. Suona in “assolo” e “pizzicato”. “Agitato” quando è furibonda. E per suo marito: qualche volta “affettuoso”, più spesso “amoroso”.

O ancora della principessina Pupupidù:

Un piccolo donnino. Ancora un fagottino, un gioiellino non più alto di una mela in un cestino. Con quell’aria da agnellino è un vero tesorino. Di notte può portare alla follia l’intera via. Come unico rimedio una ninnananna in più che cominci sempre con: “Pupupidù…”

Tuttavia il volume con cui l’artista originaria di Gap è diventata famosa è un libriccino sottile sottile ma che tratta di un argomento grande grande. Sto parlando de “L’innamorato”, ovvero: quando i bambini scoprono le pene d’amore. Pubblicato nel 2003, esso ha al suo interno una carrellata di immagini poetiche e leggere, che fanno venire le farfalle nello stomaco al solo guardarli.

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“L’innamorato”

Nel 2012 l’illustratrice pubblica un’opera che è un circo fatto di carta, un carnevale di personaggi, storie e immagini che racchiude il meglio della sua carriera fino a quell’anno: “Il piccolo teatro di Rebecca”. Chiunque lo abbia aperto penso che non sia rimasto indifferente: una giostra di fantasia e magia si spalanca di fronte agli occhi e invita a salirci sopra per scendere solo all’ultima pagina, quando si è viaggiato attraverso mondi, racconti e colori meravigliosi.

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Il piccolo teatro di Rebecca
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Il piccolo teatro di Rebecca

 

I libri illustrati da Rebecca Dautremer sono editi in Italia da Rizzoli e da Donzelli.

Pillola: feste e feste (cultural shock alla mostarda di Digione)

Si può legittimamente parlare di shock culturale quando si passa dall’Italia alla Francia?
Non penso. I veri shock culturali avvengono migrando in nazioni la cui civiltà è fortemente distante dalla nostra, che sia per religione, clima, cucina e, non in ultimo, abbigliamento. Onestamente: è questo il caso di Italia-Francia? Ma per favore!
Tuttavia qui nell’antica provincia gallica ci sono cose che non riesco a sormontare, primi tra tutti gli orari di apertura degli esercizi commerciali. Non so se sia a causa della mia posizione particolare, nel golfo di Saint Tropez, ma qua davvero ogni negoziante fa come gli pare e piace e a me non resta che un grandissimo urto di nervi.

Inoltre, ma questo può essere un problema comune a tutti gli emigrati di qualsiasi nazione, ciò che pesa sullo spirito è la mancanza di vacanze nei giorni che, nella propria organizzazione mentale del tempo, sono di festa a prescindere, ovvero il 25 aprile, il 2 giugno e i dì dei santi patroni vari, a cui ci si affeziona devotamente quando si va a scuola e si ha la scusa per saltare lezione e andare alla fiera o al palio medievale.

Salvo poi scoprire che nell’hexagone guai a toccargli la festa dell’Ascensione e di Pentecoste! Maggio è tutto un riposo e la vita procede plus doucement que jamais!