Intervista a Werner Bokelberg: vedere Dalì in bianco e nero

Intervista del 23 giugno 2016 a Werner Bokelberg (sito web: http://www.bokelberg.com/).
Il signor Bokelberg mi ha gentilmente concesso un incontro nella sua bella casa nel sud della Francia. Per comunicare abbiamo usato la lingua inglese. Qui propongo il resoconto in italiano, ma presto pubblicherò anche la trascrizione di come si è svolta in inglese a beneficio dei lettori stranieri, se ve ne saranno.

Nato a Brema nel 1937, Bokelberg intraprende la carriera dell’attore per poi correggere il tiro ed orientarsi verso la fotografia. Il suo strumento principale è il bianco e nero, che caratterizza tutta la sua produzione.
Lui e sua moglie mi accolgono con cortesia squisita nella bellissima dimora in cui passano le loro vacanze estive. Non solo ho il piacere di trascorrere quasi un’ora in sua compagnia, ma mi permette di registrarlo e di portare via con me una copia del volume Da-Da-Dalì. Proprio da quest’opera e dalle foto al suo interno inizia la nostra conversazione. Il libro in questione è il lavoro a quattro mani di Bokelberg e Dalì, un insieme delle loro arti, la fotografia per il primo e se stesso per il secondo. Da questo volume, edito nel ’66, ma le cui foto furono scattate nel ’64, la nostra intervista spazia verso Picasso, la fotografia oggi, le mode e le mediocrità, il valore del bianco e nero.

Domanda: Prima domanda, forse un po’ banale, ma non posso fare a meno di chiederlo: com’era Dalì?
Risposta: Meno pazzo di quanto sembrasse dal di fuori. O meglio, la sua follia non era follia come la intendiamo normalmente: era la sua essenza, la sua natura, lo strumento con cui lavorava, senza il quale non sarebbe stato Dalì. Ed in questo era davvero professionale.
D: Come andò sul set fotografico di Da-Da-Dalì? In che modo ha visto la luce questo volume?
R: Era la mia prima volta in Spagna; quando arrivai, dopo un lunghissimo viaggio da Amburgo, mi dissero anche avrei dovuto trovare un sacco contenente cento chili di fagioli secchi. Non sapevo dove trovarli, non parlavo nemmeno spagnolo, eravamo in una piccola cittadina e mi ci vollero delle ore per trovarli. Una volta trovatili, tornai al luogo dell’appuntamento e vidi Dalì con questa ragazza completamente nuda, con un guinzaglio al collo ed un cucciolo di ghepardo. Eravamo al bordo di una piscina all’aperto vuota. Dalì si mise subito al lavoro, mi disse: “Eccoti qui, dammi i fagioli.”  E poi le foto parlano per me: versò i cento chili di fagioli secchi addosso alla modella che se ne stava sul fondo della piscina vuota, in un angolo. Questa era arte, non era follia.
D: Mi fa quasi pensare alle performance shock di Marina Abramovic. La gente la taccia spesso di pazzia ma tutta la sua opera è un unico statement.
R: In un certo senso sì.
D: E da questa vostra collaborazione artistica ne è nato il volume Da-Da-Dalì.
R: Sì, io curai le foto, ma il layout del libro fu tutta opera di Dalì.

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Uno scatto dal volume Da-Da-Dalì
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Uno scatto dal volume Da-Da-Dalì

D: Lei ha lavorato anche con Picasso…
R: No, non posso dire di averci lavorato. Lo ho ritratto, questo è vero, in una sola sessione, ma non abbiamo collaborato come ho fatto con Dalì. D’altra parte Picasso è stato ritratto da molti. Quando un personaggio del suo calibro viene fotografato più e più volte nel corso del tempo e da tanti obiettivi diversi avviene solo per immortalarlo come era in quel momento esatto, quando stava attraversando quel periodo o quell’altro, e come era dieci anni prima, o dieci anni dopo, e si fa anche un confronto tra la sua apparenza fisica, la moda del tempo, il suo stile pittorico in quegli anni… non si cerca lo sguardo del fotografo, in questi casi: è il soggetto che fa tutto da sé, per la sua importanza e per la sua fama. E d’altra parte è solo un ritratto, non è un progetto, un lavoro.

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Particolare del ritratto di Picasso ad opera di Bokelberg.

D: Oggi la fotografia è molto più “in vista” di quanto non lo fosse nei decenni passati. Le mostre sono tantissime…
R: Troppe.
D: Beh, è considerata oramai un’arte alla portata di tutti: dalle applicazioni per gli smartphone ad una certa moda, una sorta di posa che molte persone amano assumere per darsi un tono, specie sui social network. Lei che ne pensa?
R: Mettiamola così: oggi tanti fotografi mediocri hanno la possibilità di fare delle belle foto, ma solo per caso, per un momento fortunato in cui riescono a catturare la luce e il soggetto in un modo che riesce ad esprimere qualcosa. Se però gli viene chiesto di ripetere lo scatto, non avranno alcuna idea di come replicarlo. Un fotografo vero lo sa rifare, invece.
D: Che cosa pensa della tecnologia che si è sviluppata dietro la fotografia, oggi?
R: Prima per produrre una bella foto ci si doveva pensare molto, e non si poteva esagerare nel numero di scatti per sessione, perché il materiale non era infinito, la pellicola dopo un po’ si esauriva. Ora invece si possono fare centinaia e centinaia di scatti per poi correggerli e migliorarli digitalmente. Quella è fotografia? No, io la chiamerei piuttosto un modo per produrre delle belle immagini. Immagini, non foto.
D: La sua scelta del bianco e nero è esclusiva. Nell’immaginario comune il passato è in bianco e nero, forse perché le vecchie fotografie e i vecchi film ci hanno abituati a questo. In genere si dice che una volta le persone erano più belle, tutto era più bello, anche grazie all’aura di mistero e di opacità conferita dal bianco e nero. Lei è d’accordo?
R: Sì, forse. Ma non bisogna dimenticare che una volta farsi fotografare era un avvenimento molto importante e raro, per cui le persone ci tenevano ad apparire al meglio. Ora la fotografia è presente nella vita di tutti i giorni, e questo ha delle conseguenze anche sul piano estetico.
D: Beh, anche nelle vecchie Polaroid le persone sembravano più belle che adesso, forse perché erano giovani…
R: Merito è anche della patina della polaroid e dello sbiadire del colore nelle vecchie pellicole.
D: Ora le Polaroid sono tornate di moda. Che ne pensa?
R: Che non fanno nessun danno.
D: E del selfie?
R: Che è narcisismo puro e senza senso.
D: Lei parla della fotografia in modo molto prosaico e distaccato, come se fosse un mero strumento per rappresentare la realtà e non come un’arte alla stregua della composizione musicale, della pittura o della scultura.
R: Questa constatazione è interessante. Sì, non posso negarlo. Credo che questa sensazione sia legata alla brevità dell’atto dello scatto. Un pittore impiega molto tempo per produrre la sua tela, un compositore suda sullo spartito per partorire una melodia. La fotografia, per quanto a lungo si possa studiare un soggetto e le migliori condizioni per ritrarlo, è così immediata e breve che è difficile possa comunicare di più o più intensamente di un’opera su cui si è lavorato a lungo, in cui si è riversata una parte di sé. La fotografia era molto più “arte” al tempo dei pionieri come Nadar, quando la posa di un soggetto e la sua presa duravano diversi minuti, un tempo più consistente, in cui il creatore e il soggetto avevano più possibilità di infondere qualcosa della loro interiorità in quello che stavano facendo rispetto ai fotografi più recenti. Le foto di allora mostravano davvero di più. In questo senso io non vedo la fotografia come un’arte, ma come un mezzo di rappresentazione estetica della realtà.

Lascio casa Bokelberg con le mani piene di un volume di Da-Da-Dalì, un taccuino per scrittori e una raccolta di vecchie foto in formato cartolina della Saint Tropez dei primi del novecento che lo studio Bokelberg ha rieditato (sempre per restare in tema di bianco e nero, vecchio e nuovo).
I signori Bokelberg sono stati gentilissimi e conserverò nel cuore il ricordo di un’ora piacevolissima trascorsa insieme ad un maestro e ai suoi ricordi professionali.

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Pillola: Renault 5 tra i vitigni

Ho una Renault 5 del 1988, è perfino più vecchia di me.
Ha solo quattro marce e tre porte, la carrozzeria è blu scurissimo, il tettuccio tutto bianco.
I finestrini si aprono e chiudono con la manovella, le portiere si aprono a mano e per farla partire serve dare molto gas.
I sedili sono ruvidi, graffiano le gambe.

Non so per quante mani sia già passata, ma mi piace pensare che qualcuno ci abbia perso la verginità, al suo interno, o che ci abbia fumato qualche spinello, o che ci abbia preso una sbornia o che una donna che stava per partorire ci abbia fatto il tragitto in ospedale.

Arranca sulle colline del Var, mi porta piano piano dove devo andare.

Maria de’ Medici e Concino Concini, politica all’italiana, trono francese.

Continua il racconto della presenza toscana in Francia, più precisamente quella medicea. Dopo la Regina Nera Caterina, è il momento di orientare lo sguardo su Maria de’ Medici (Firenze, 1575 – Colonia 1642) e sulle sue vicende alla corte di Francia.
La famiglia fiorentina da cui discendeva era nota in tutta Europa per la grande ricchezza: i Medici, alla base, erano una dinastia di banchieri a cui spesso le casate reali facevano ricorso in caso di problemi economici. I reali di Francia erano tra questi, e il matrimonio tra Maria ed Enrico IV “cadde proprio a fagiolo”: la dote della sposa fu infatti utilizzata per annullare il debito contratto coi fiorentini dai Borbone.
Si maritò proprio con quell’Enrico che riuscì ad avere il trono di Francia affermando quantomai filosoficamente che “Parigi val bene una messa”. Già, perché qui ci si ricollega ai fatti che insanguinarono le terre d’Oltralpe nel ‘500 e nel primo ‘600, quando le guerre di religione e le dispute tra casate per la corona divisero il paese e sconvolsero l’Europa, di cui ho parlato ampiamente nell’articolo dedicato a Caterina.

Lo sposalizio fu celebrato per procura nel 1600, richiedendo diversi mesi tra contratti, cerimonie, messe, incontri e prima notte di nozze, che sembra esser stata più che soddisfacente per entrambe le parti. In generale fu un matrimonio tempestoso, di quelli in cui le scenate di gelosia, i piatti tirati in testa e i drammi non mancano mai, ma secondo gli storici è indubbio che i due nutrirono un forte affetto l’uno per l’altra. Resta innegabile che Enrico fosse un gran farfallone, legato ad un’amante in particolare, Henriette d’Entragues, dalla quale ebbe diversi figli illegittimi. Successivamente si dedicò alla giovane Charlotte de Montmorency, ma alla resa dei conti la posizione a corte della sovrana medicea fu assicurata dalla grande prolificità dell’unione reale: sei figli in totale, tre maschi e tre femmine, che assicurarono senza ombra di dubbio la discendenza della corona. Conferma di tale posizione solida per Maria de’ Medici giunse il 12 maggio 1610, quando finalmente fu incoronata regina di Francia all’abbazia di St. Denis. Prima di allora il re aveva sempre tentennato a riguardo, ma la pazienza della de’ Medici fu infine ricompensata.
Giusto in tempo, viene da dire, visto che il giorno dopo la cerimonia di incoronazione, Enrico IV fu ucciso da un fanatico cattolico di nome François Ravaillac. Questo personaggio è piuttosto interessante: respinto da diversi ordini religiosi, fomentato dagli ambienti cattolici parigini che accusavano il re di essersi convertito per opportunismo, il Ravaillac pugnalò a morte Enrico IV mentre questi si dirigeva in carrozza alla Bastiglia. Giorni di torture per estorcergli i nomi di complici o altre informazioni finirono con la condanna a morte per squartamento. Sorvolo sui dettagli.

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Maria de’ Medici ritratta da Rubens

Maria de’ Medici fu investita dalle conseguenze di questi fatti: ufficialmente regina reggente di Francia, in attesa che il figlio primogenito Luigi giungesse all’età giusta per salire sul trono, dovette gestire una situazione per la quale era del tutto impreparata. Italiana cattolica, non c’è da stupirsi se, una volta prese le redini del governo, condusse una politica estera di stampo filocattolico, indirizzata specialmente a stabilizzare i rapporti con la Spagna. Fu così grande il suo impegno in tal senso che fece in modo che suo figlio primogenito, il futuro re Luigi XIII, sposasse una principessa asburgica (allora la dinastia degli Asburgo aveva le mani in pasta sia nella penisola iberica sia nei paesi germanici). Furono quindi celebrate le nozze tra Luigi e Anna d’Austria, la cui coppia costituirà il centro attorno cui gravitano le vicende dei tre moschettieri Athos, Porthos e Aramis e del cadetto D’Artagnan nel celebre romanzo di Alexandre Dumas (e che, come avrete capito, è uno dei miei preferiti). La fille de France Elisabetta, invece, andò in sposa al futuro re di Spagna, l’infante Filippo.

Tornando a Maria de’ Medici, va sottolineato che la sua reggenza fu, a detta degli storiografi, di polso debole. Questo è dovuto con ogni probabilità al tipo di consiglieri di cui la sovrana si circondò. Tra questi si ricorda un italiano, più precisamente toscano, Concino Concini (Terranuova Bracciolini, 1569 – Parigi, 24 aprile 1617), che condizionò pesantemente gli anni della reggenza medicea, se non altro perché, grazie alla sua influenza e alla sua ingente ricchezza, avallò l’ascesa politica di un suo protetto, un tale Armand du Plessis, che tutti conoscono come Cardinale di Richelieu. Per proprietà transitiva, la stessa Maria de’ Medici sostenne il du Plessis, forse anche in un disperato tentativo di mantenere la reggenza tra sue mani: la politica interna della sovrana, infatti, fu un completo fiasco sotto ogni punto di vista, visto che l’aristocrazia francese si opponeva fortemente alla reggente e che le tensioni tra ugonotti e cattolici erano tornate ad infiammare la Francia. Luigi, nel frattempo, era diventato maggiorenne e re a tutti gli effetti. Mal sopportava di essere ancora tenuto in disparte dagli affari del regno e, come narrano diverse penne, pare che non fosse stimato capace di buon governo dalla madre, la quale non faceva mistero di preferire spassionatamente Gaston. Inoltre Luigi XIII era messo in disparte anche dal prepotente Concini, che desiderava avere campo libero per le sue manovre politiche. Maria e Concini, i due italiani, stavano perdendo punti nei sondaggi d’opinione, diremmo oggi, e diversi ministri, tra cui Richelieu, sentendo nell’aria odor di tempesta, diedero le loro dimissioni.

Riporto qui di seguito quanto spiegato nel dizionario bibliografico online di Treccani, una fonte di notizie preziosa e di indubbia attendibilità, nonché di piacevolissima lettura.

Nel corso del 1617, in un contesto politico sempre più cupo, Luigi XIII maturò il progetto di liberarsi di Concini. La questione fu più volte discussa con Luynes e con M. Déageant, un burocrate al servizio di Maria come collaboratore del controllore generale Barbin, ma non si riuscì a elaborare un piano credibile per realizzare quello che era un vero e proprio colpo di Stato. Finalmente, alla fine di marzo si decise di tentare l’arresto di Concini durante una delle sue visite al Louvre, affidando l’incombenza al capitano delle guardie, Nicolas de l’Hôpital, duca di Vitry. Maria ebbe qualche notizia delle frequenti riunioni che si tenevano nelle stanze di Luigi XIII ma, ancora una volta, sottovalutò il figlio e non riuscì a intuirne i progetti.

La mattina del 24 apr. 1617 Concini stava entrando al Louvre quando fu affrontato da Vitry e dai suoi che, di fronte a un accenno di reazione, lo uccisero. Al momento dell’uccisione di Concini, Maria si trovava nelle sue stanze e nel giro di pochi minuti ricevette la notizia. Dopo qualche ora di smarrimento cercò di ottenere udienza da Luigi XIII, ma questi rifiutò di riceverla e la confinò nei suoi appartamenti.

L’eliminazione di Concini rappresentò uno spartiacque nella storia francese. L’ossessione di liberarsi del favorito aveva tanto occupato le menti di Luigi XIII e di Luynes che non si era pensato alle basi su cui impiantare un nuovo regime. Anche la sorte di Maria appariva incerta. Sotto molti aspetti, l’esecuzione di Concini era un «matricidio per interposta persona», ma per Luigi XIII M. rimaneva una figura psicologicamente e politicamente ingombrante e non era facile immaginare una via indolore per allontanarla dal potere. Già nei mesi precedenti il sovrano e i suoi collaboratori avevano individuato come unica soluzione praticabile relegare Maria all’interno del territorio francese, ma i dettagli pratici di un simile progetto non erano mai stati definiti.

Il cadavere fece una fine bislacca: impiccarono la salma, la seppellirono, qualche giorno dopo la riesumarono, la fecero a pezzi, la bruciarono e le ceneri furono vendute al chilo. Rocambolesco quasi quanto l’assassinio di Rasputin.

Maria de’ Medici si trovava in una situazione precaria, tanto più che Luigi si rifiutava perentoriamente di incontrarla e la fece confinare come una prigioniera a Blois, insieme alla sua cricca di consiglieri italiani, guardata a vista da soldati e col divieto di lasciare il castello dove soggiornava. Divieto che ignorò deliberatamente, evadendo il 22 gennaio del 1619 ed iniziando una campagna diffamatoria contro i ministri reali. Una vera e propria ribellione fomentata dalla regina madre, che si prolungò fino al 1620, quando le truppe reali ebbero la meglio sui rivoltosi a Points de Cé.

La vicenda di Maria de’ Medici proseguì con una forte sterzata a quella che sino ad allora era stata la sua rete di alleanze: Richelieu, giunto a corte grazie alla sovrana e al suo consigliere Concini, le si rivoltò contro, specie sul piano della politica estera, diventando un potentissimo avversario che, sul lungo termine, le impedì il ritorno ufficiale ad una posizione di potere a Palazzo, concentrando il governo ufficialmente nelle mani del re, ma ufficiosamente intessendo trame e piani che portarono a lunghi anni di controllo cardinalizio sul regno di Francia. Il tutto culminò il giorno 11 novembre 1630, noto come journée des dupes. Di nuovo riporto quanto dice la Treccani in proposito:

In quel giorno Luigi XIII si recò da Maria, al palais du Luxembourg, ed ebbe con lei un colloquio tempestoso. Dopo aver ingiuriato la sua dama di compagnia, Marie-Madeleine de Vignerod duchessa d’Aiguillon, nipote di Richelieu, Maria ripeté al figlio, che rimase in silenzio, tutte le sue lamentele contro Richelieu e ne chiese il licenziamento. Al colmo della sfuriata, il cardinale entrò nella stanza attraverso un passaggio secondario. La sua improvvisa comparsa provocò una vera e propria crisi di nervi di Maria, che accusò Luigi XIII di preferire un servitore alla propria madre, e un crollo psicologico dello stesso Richelieu. Luigi XIII pose termine all’incresciosa situazione ordinando a Richelieu di ritirarsi e, poco dopo, rientrò nei suoi alloggi. Nelle ore successive si verificò una vera e propria commedia degli equivoci. Maria ritenne di aver vinto la partita e che Richelieu sarebbe stato presto sostituito da Michel de Marillac, mentre il cardinale si attendeva di essere licenziato o imprigionato. Ma non andò così. A sera Luigi XIII chiamò Richelieu, gli riconfermò la sua fiducia e gli comunicò di aver disposto l’arresto di Marillac. Retrospettivamente, Maria sostenne che, se solo avesse sbarrato le porte dei suoi appartamenti, Richelieu non avrebbe avuto scampo; questa tesi è stata fatta propria da molti dei suoi biografi ma appare, nondimeno, poco credibile. Di fatto, Luigi XIII aveva da tempo fatto una scelta di campo piuttosto netta e, sebbene restio a rompere con la madre, non era disposto a rinunciare al più abile dei suoi ministri e a consegnarsi nelle mani del partito devoto. In questo senso, appare eloquente il silenzio che il re mantenne durante il colloquio. Infastidito dalla mancanza di dignità dimostrata da Maria, Luigi XIII soppesò le sue proposte, ma prese una decisione solo in un momento successivo, rifiutando di assumere qualsiasi impegno.

Maria fuggì, rifugiandosi nei Paesi Bassi spagnoli. L’esilio, da quel momento in poi, fu definitivo. Non che si fosse data per vinta: passò il resto della sua esistenza a cercare di spodestare Richelieu dal suo ruolo alla corte, sebbene questi tentativi, fatti a distanza, non sortirono alcun effetto. Nemmeno quando Gaston attaccò l’esercito regolare, in un nuovo impeto di ribellione, Maria riuscì nei suoi intenti. Passò da una città all’altra: Bruxelles, Anversa, Spa, Londra… era un’ospite ingombrante, perché non amata dalla corte francese e quindi una presenza scomoda a casa di chiunque contasse sullo scacchiere d’Europa. Finì i suoi giorni a Colonia, da dove orchestrò l’ultima congiura contro il gran cardinale, che come tutte le altre si risolse in un nulla di fatto.
Treccani dice:

 Il fallimento di quest’ultimo tentativo di abbattere il suo grande nemico coincise con la fine della vita di Maria, che morì a Colonia, dopo una breve malattia, il 4 luglio 1642, seguita nel giro di alcuni mesi da Richelieu e, il 14 maggio 1643, da Luigi XIII.

Alle volte la morte di un arcinemico è quasi peggiore della dipartita di un amico: può far cessare la ragion d’essere, come se si fosse solo in quanto contrastanti; è l’opposizione a definire e non l’esistenza stessa. Maria de’ Medici e Richelieu ne sono stati un perfetto esempio.

 

Pillola: europei di calcio a colazione (già non ne posso più)

Oggi a colazione ho mangiato una viennoiserie ( così si chiama la pasticceria da bar, “vienneseria”), al cioccolato e alla crème anglaise. Questo dolce si chiama Suisse.

Una “vienneseria” chiamata “Svizzera”, con crema inglese, fatta in Francia e acquistata da un’italiana affamata. Altro che europei di calcio… io me li mangio a colazione!

Intanto a Marsiglia se le sono date di santa ragione, gli inglesi e i russi.
Would you like a cup of tea, tovarish?” disse l’hooligan armato di baguette mentre picchiava in testa un cosacco imbufalito.

Gli europei sono iniziati da due giorni e già non ne posso più.

Pillola: parolacce e mots d’amour

La sera in cui conobbi la ragione per cui me ne sono rimasta in Francia invece di continuare il mio peregrinare “di gente in gente”, tra le altre cose mi disse quanto segue:
Une langue on la parle couramment quand on connait les gros mots et les mots d’amour.”
Che vuol dire “Si parla correntemente una lingua quando si conoscono le parolacce e le parole d’amore”.
Una frase tanto charmante da far cadere chiunque ai piedi di chi la pronuncia. Me compresa.

L’unico problema è che spesso i gros mots  o più semplicemente le parole colloquiali e di gergo non vengono segnalati appropriatamente ai neofiti, e quindi accade che si infili qualche bourré e chiant laddove non si dovrebbe. Per la cronaca: bourré è la versione gergale di soûl, che vuol dire “ubriaco”, e quindi “sbronzo, zuppo, incaccolato, ciucco” ma ancor più volgarmente. Chiant dal canto suo è talmente polivalente da far girare la testa; può voler dire, a seconda del contesto “schifoso, che fa cagare, rompipalle, noioso, severo, seccante, stronzo, appiccicoso, invadente, straziante, che non se ne può più”. Dov’è la volgarità? Nella radice lessicale, che la fa provenire dal verbo chier, che significa “cagare”. Quindi chiant è adatto per tutte quelle cose che “fanno cagare” lato sensu.

Per quello che riguarda l’universalità della massima linguistica di cui sopra, ho i miei dubbi: pur avendo studiato all’università l’arabo e l’ebraico, e pur conoscendo una gran quantità di parolacce e insulti nelle due lingue, il mio arsenale linguistico in questi due idiomi è talmente scarso che mi rendo conto di aver fatto come col latino e il greco, vale a dire vocabolario, grammatica e una marea di paradigmi imparati a memoria senza mai praticare come si fa nelle altre lingue.
Davvero chiant.

Gli ebrei del papa: quando la diaspora seguì la ferula e parlò francese

La diaspora ebraica ha avuto contorni e storia estremamente variegati: la nascita di due grandi gruppi nel seno di una stessa radice etnica e culturale condizionata dalla distanza geografica (Ashkenaziti e Sefarditi, nomi derivanti da Ashkenaz, che in lingua ebraica indica la regione germanica – ergo tutta l’Europa del nord, nord-est, e da Sefarad, ovvero la Spagna – quindi tutta l’area mediterranea), le variazioni di riti religiosi che sussistono tutt’oggi, la differenza di trattamento da parte dei goyim, i gentili, a seconda che fossero cristiani o musulmani.
Si sa che è a Roma la comunità ebraica più antica d’Europa: gli israeliti si insediarono sin da subito sulle sponde del Tevere, all’altezza di Trastevere, per poi spostarsi successivamente – sotto coercizione papale – dall’altra parte del fiume, verso l’isola Tiberina, laddove oggi c’è la ben nota via del Portico d’Ottavia, che brulica di vita all’ombra del bel Tempio Maggiore.

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Il ghetto di Roma visto dal Portico di Ottavia

Forse è più noto il ghetto di Venezia, sia per il ruolo storico che esso ha avuto, relativamente allo sviluppo economico e commerciale della Serenissima, sia per la commedia shakespeariana “The merchant of Venice“, una delle mie preferite, dove si trova il monologo dell’ebreo Shylock:

To bait fish withal. If it will feed nothing else, it will feed my revenge. He hath disgraced me and hindered me half a million, laughed at my losses, mocked at my gains, scorned my nation, thwarted my bargains, cooled my friends, heated mine enemies—and what’s his reason? I am a Jew. Hath not a Jew eyes? Hath not a Jew hands, organs, dimensions, senses, affections, passions? Fed with the same food, hurt with the same weapons, subject to the same diseases, healed by the same means, warmed and cooled by the same winter and summer as a Christian is? If you prick us, do we not bleed? If you tickle us, do we not laugh? If you poison us, do we not die? And if you wrong us, shall we not revenge? If we are like you in the rest, we will resemble you in that. If a Jew wrong a Christian, what is his humility? Revenge. If a Christian wrong a Jew, what should his sufferance be by Christian example? Why, revenge. The villainy you teach me I will execute—and it shall go hard but I will better the instruction.

L’Inghilterra, che ospitava comunità sin dall’arrivo di Guglielmo il Conquistatore nel 1066, mal li sopportava, tant’è che Shakespeare scrisse “The merchant of Venice” in un momento di particolare astio nei confronti degli israeliti insediati in terra britannica. Tuttavia era Shakespeare antisemita? Il ritratto che ne fa è piuttosto una caricatura, un fantoccio messo sul palco più per ridicolizzare gli antisemiti e le loro convinzioni che per offendere gli ebrei. Molto si è dibattuto in merito e per chi volesse approfondire l’argomento consiglio la lettura di questa pagina e di quest’altra.

Le juderìas spagnole furono quasi del tutto svuotate con il decreto dell’Alhambra (qui un link per approfondire), stipulato dalla regina Isabella di Castiglia il 31 marzo del 1492 (sì, qualche mese prima che Colombo sbarcasse nelle Indie Occidentali), che cacciò gli ebrei dalla Spagna e che obbligò alla conversione tutti coloro che non volevano lasciare il suolo iberico. Con “suolo iberico” intendo anche la Sicilia, che al tempo era sotto dominazione spagnola. In effetti il primo Bar Mitzvah celebrato in Trinacria dal 1492 è avvenuto solo nel 2011, dopo la recente formazione di una comunità giudaica a Palermo. Qui la notizia.

Le terre slave si distinsero per una pratica chiamata pogrom, ovvero le rivolte antisemite che culminavano con cacciate, uccisioni, roghi e nefandezze di ogni tipo verso le comunità ebraiche. Molto spesso il casus belli di questi orrendi episodi erano delle false accuse che avevano origine da una morte violenta e sospetta di un cristiano. Ciò dava modo di muovere una accusa del sangue. Le accuse del sangue sono state molto utilizzate a partire dall’anno 1000: si diceva che gli ebrei utilizzassero sangue umano per rituali e celebrazioni, prediligendo quello dei bambini. L’ultimo processo istituito per un’accusa del sangue ha avuto luogo a Kiev nel 1913 e solo col Concilio Vaticano II si è riusciti ad eliminare dal martirologio i nomi di santi che erano stati seviziati dagli ebrei (dicerie senza fondamento storico).

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Il Palazzo dei papi ad Avignone

Quali furono le sorti del popolo ebraico in terra francese? La cosa si fa estremamente interessante, perché va presa in considerazione la cosiddetta Cattività avignonese, ovvero quel periodo che va dal 1309 al 1377 e che vide la sede del papato spostarsi da Roma ad Avignone, bella città del dipartimento della Vaucluse, in Provenza. Lo Stato Pontificio fu relativamente tollerante nei confronti degli ebrei, specialmente se paragonato al trattamento riservato alle enclavi israelitiche in altre parti del mondo. Questo fece sì che durante la Cattività avignonese si venisse a creare una comunità chiamata “ebrei del papa”.
Il popolo israelitico giunse in Francia approdando, come quasi tutti coloro venuti dal sud, nel porto di Marsiglia. In generale la presenza ebraica nel sud della Francia fu sempre pronunciata, sebbene mal sopportata: accuse del sangue, linciaggi e roghi non mancarono mai. Nel 1274 il re di Francia Filippo l’Ardito fece dono al papa di una regione chiamata Contado Venassino, una porzione di territorio che includeva la città di Avignone. Questo contado divenne, col tempo, un rifugio per gli ebrei che dovevano fuggire le persecuzioni francesi. Nel Contado Venassino sorsero quattro ghetti, detti carrières, in cui si svilupparono quattro comunità chiamate Arba Kehilot, ad Avignone, Carpentras, Cavaillon, e Isle sur la Sorgue. Vi fu un episodio caratterizzato dall’espulsione degli ebrei venassini, ma si trattò di una misura temporanea: rientrarono tutti in breve tempo e dal 1394, anno della cacciata degli ebrei dal Regno di Francia, la comunità crebbe, visto che agli ebrei del papa fu consentita la residenza a condizione che indossassero un cappello giallo e risiedessero nei loro carrières, che la notte venivano chiusi a chiave dall’esterno, come avveniva già in altri ghetti d’Europa. In più vi erano tasse extra da pagare e dovevano sottoporsi a delle messe coatte, niente di nuovo. Esattamente come accadeva a Venezia o a Roma, le case crebbero in altezza, arrivando a quattro o cinque piani, nel tentativo di espandere lo spazio a disposizione in senso verticale, visto che orizzontalmente era impossibile.

Tuttavia è stato notato che nei secoli gli ebrei del papa svilupparono relazioni molto buone con i goyim venassini, tanto che risultano essere la sola comunità israelitica europea che riuscì a praticare gli stessi mestieri dei non ebrei. Ricordo infatti che per i giudei fu molto difficile adattarsi alle restrizioni imposte sui mestieri esercitabili, che variavano di zona in zona. Ad Avignone, invece, poterono diventare contadini e lavorare la terra come i gentili, sviluppando così un ebraismo sui generis, avulso da legami con la cultura ashkenazita o sefardita: gli ebrei del papa parlavano shuadit, un miscuglio di ebraico e occitano, avevano un rito religioso unico ed erano molto legati alla terra.

Le cose cambiarono con l’avvento della Rivoluzione, perché Avignone fu annessa alla Francia e gli ebrei ebbero la cittadinanza: i ghetti perdettero la loro ragion d’essere e gli israeliti si sparsero su tutto il territorio nazionale, salvo poi essere vittime di un’ennesima ondata di antisemitismo che percorse l’Europa nel 1800 e che culminò con l’affaire Dreyfus, scandalo che scosse l’opinione pubblica e l’élite culturale. Non è un caso che il saggio a fondamento del sionismo, Der Judenstaat, scritto dal Theodor Herzl, fu partorito nel 1896, proprio nel pieno della bufera dreyfussiana.

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Sul giornale “L’aurore” Emile Zola pubblicò la sua famosa lettera aperta “J’accuse”, a sostegno di Dreyfus e della sua innocenza.

 

Non finisce qui la storia dei luoghi che videro lo sviluppo comunitario degli ebrei del papa. Se i ghetti, specialmente dopo la Shoah, avevano cessato di esistere come tali, ritornarono ad essere centri fondamentali per l’integrazione di nuove comunità ebraiche, quelle che giunsero in Francia dopo la guerra d’Algeria e l’indipendenza della nazione nordafricana. Non dimentichiamo che anche noi, in Italia, fummo testimoni di un’ondata migratoria ebraica nel 1967: la Guerra dei Sei Giorni era scoppiata e costrinse molti ebrei libici a trasferirsi altrove. Quasi cinquemila persone sbarcarono nel nostro paese, tra coloro che non avevano compiuto l’aliyah a Gerusalemme.

Qui di seguito link a pagine che potrebbero interessare per un approfondimento:
la storia degli ebrei libici;
il sito della comunità ebraica di Avignone;
pagina Wikipedia sui carrières

Precisazione: questo articolo non ha alcun intento politico, è solo un excursus storico volto ad informare e ad approfondire in modo neutrale e super partes un capitolo della storia europea, francese ed ebraica. Chiunque voglia discutere di argomenti inerenti Israele, Palestina e la questione mediorientale è pregato di farlo in contesto più appropriato, ovvero altrove. L’autrice non ha alcuna intenzione di esporre il proprio pensiero in merito alla faccenda. Grazie.

Due giugno

Due giugno

La festa della Repubblica Italiana trascorsa su territorio francese porta a fare qualche riflessione storica.
Si dice comunemente che noi, in Italia, siamo arrivati a quota tre repubbliche: la prima va dal 2 giugno 1946, giorno del referendum che vide per la prima volta le donne alle urne, al 17 febbraio 1992, quando scoppiò l’affare di Tangentopoli. La seconda coincide più o meno con la parabola berlusconiana, tramontata il 16 novembre 2011, con l’incarico di presiedere il consiglio dei ministri a Mario Monti. Eccoci nella terza.

I francesi sono alla quinta. Qualche intervallo imperiale, tanto per gradire, ma in generale, una volta tagliata la testa al toro (il re), la repubblica c’è sempre stata, in Francia.

Se i galli debbono ai latini l’apprendimento di tale forma di governo, è lo stivale dovere il tricolore all’esagono. O meglio, a Napoleone, che dopotutto troppo francese non era, viste le origini italianissime della gens Bonaparte. Qui il link alla pagina Wikipedia che può delucidarvi un po’ sulla storia di questa interessantissima famiglia.
Riporto qui di seguito la storia del nostro vessillo come viene riportata nel sito ufficiale del Quirinale:

Il tricolore italiano quale bandiera nazionale nasce a Reggio Emilia il 7 gennaio 1797, quando il Parlamento della Repubblica Cispadana, su proposta del deputato Giuseppe Compagnoni, decreta “che si renda universale lo Stendardo o Bandiera Cispadana di Tre Colori Verde, Bianco, e Rosso, e che questi tre Colori si usino anche nella Coccarda Cispadana, la quale debba portarsi da tutti”. Ma perché proprio questi tre colori? Nell’Italia del 1796, attraversata dalle vittoriose armate napoleoniche, le numerose repubbliche di ispirazione giacobina che avevano soppiantato gli antichi Stati assoluti adottarono quasi tutte, con varianti di colore, bandiere caratterizzate da tre fasce di uguali dimensioni, chiaramente ispirate al modello francese del 1790.
Nei tre decenni che seguirono il Congresso di Vienna, il vessillo tricolore fu soffocato dalla Restaurazione, ma continuò ad essere innalzato, quale emblema di libertà, nei moti del 1831, nelle rivolte mazziniane, nella disperata impresa dei fratelli Bandiera, nelle sollevazioni negli Stati della Chiesa.
Dovunque in Italia, il bianco, il rosso e il verde esprimono una comune speranza, che accende gli entusiasmi e ispira i poeti: “Raccolgaci un’unica bandiera, una speme”, scrive, nel 1847, Goffredo Mameli nel suo Canto degli Italiani.
E quando si dischiuse la stagione del ’48 e della concessione delle Costituzioni, quella bandiera divenne il simbolo di una riscossa ormai nazionale, da Milano a Venezia, da Roma a Palermo. Il 23 marzo 1848 Carlo Alberto rivolge alle popolazioni del Lombardo Veneto il famoso proclama che annuncia la prima guerra d’indipendenza e che termina con queste parole:”(…) per viemmeglio dimostrare con segni esteriori il sentimento dell’unione italiana vogliamo che le Nostre Truppe(…) portino lo Scudo di Savoia sovrapposto alla Bandiera tricolore italiana.”
Allo stemma dinastico fu aggiunta una bordatura di azzurro, per evitare che la croce e il campo dello scudo si confondessero con il bianco e il rosso delle bande del vessillo.

A quest’ultima informazione aggiungo che l’azzurro, oltre a delimitare meglio lo stemma savoiardo, era anche il colore ufficiale del casato stesso. Dove lo ritroviamo? Nelle favole: il Principe Azzurro, infatti, deve questo nome ai Savoia (nelle tradizioni nordiche il principe è invece “affascinante” – Prince Charming). Nella birra: Nastro Azzurro Peroni, che a me non piace perché è troppo gassata. Nelle uniformi delle nazionali sportive del nostro paese, appunto “gli azzurri”.
Ironia della sorte: la nazionale francese è vestita di un colore non così differente: il blu. Ecco perché gli sportivi d’oltralpe sono noti come “les bleus“.

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Per quello che riguarda i motti nazionali, quello francese non ha bisogno di presentazioni, sennonché ho notato una spaventosa ignoranza tra gli italiani riguardo l’ordine preciso delle tre parole. Si dice “liberté, égalité, fraternité”, e tutti gli altri miscugli e variazioni sul tema sono fasulli. Diffidate delle imitazioni.
Ma qual è il nostro motto? Non ce l’abbiamo. In passato era valido quello di casa Savoia, ovvero “FERT”, sulla cui origine si elucubra molto. In genere viene interpretato come un acronimo di varie frasi in latino inneggianti alla forza, a Torino, a Roma eccetera eccetera.
La Repubblica Sociale Italiana, nella sua brevissima vita, si fregiò del motto “Per l’onore d’Italia”.

Anche le repubbliche hanno degli stemmi, degli emblemi. Quello italiano, disegnato da paolo Paschetto, è composto di vari elementi ed è così spiegato dal sito ufficiale del Quirinale:

L’emblema della Repubblica Italiana è caratterizzato da tre elementi: la stella, la ruota dentata, i rami di ulivo e di quercia.
Il ramo di ulivo simboleggia la volontà di pace della nazione, sia nel senso della concordia interna che della fratellanza internazionale.
Il ramo di quercia che chiude a destra l’emblema, incarna la forza e la dignità del popolo italiano. Entrambi, poi, sono espressione delle specie più tipiche del nostro patrimonio arboreo.
La ruota dentata d’acciaio, simbolo dell’attività lavorativa, traduce il primo articolo della Carta Costituzionale: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”.
La stella è uno degli oggetti più antichi del nostro patrimonio iconografico ed è sempre stata associata alla personificazione dell’Italia, sul cui capo essa splende raggiante. Così fu rappresentata nell’iconografia del Risorgimento e così comparve, fino al 1890, nel grande stemma del Regno unitario (il famoso stellone); la stella caratterizzò, poi, la prima onorificenza repubblicana della ricostruzione, la Stella della Solidarietà Italiana e ancora oggi indica l’appartenenza alle Forze Armate del nostro Paese.

La Francia non ha un emblema ufficiale, ma utilizza un logo complessivo di motto, bandiera e Marianne, l’allegoria della nazione, la nota fanciulla con cappello frigio, coccarda blubiancarossa e seno scoperto. Eugène Delacroix l’ha raffigurata nel suo dipinto “La libertà che guida il popolo”.
La nostra versione allegorica è chiamata Italia Turrita. I filatelici la conoscono bene, perché in passato veniva raffigurata spessissimo sui francobolli. Io stessa ne ho a bizzeffe, di Italie Turrite, con stampato in faccia le date di spedizione di lettere e pacchi.
La pagina di Wikipedia riguardante questa figura è ricca di dettagli e cita fonti interessanti a cui io stessa faccio riferimento: potete leggere qui e qui per avere spiegazioni esaustive.
In breve, la fanciulla che la rappresenta ha i tipici tratti mediterranei: mora, giunonica e dalla pelle olivastra. In testa porta una corona a forma di cinta muraria e in mano un fascio di spighe, per la fertilità, o una spada, per la forza, o una bilancia, per la giustizia. A seconda delle necessità iconografiche, dunque, l’oggetto portato in mano può variare.

Dopo questo excursus storico, araldico e iconografico non mi resta che augurare a tutti i miei compatrioti un buon due giugno. Agli italiani all’estero dico: forza e coraggio, lo so che oggi lavorate e che non è giorno di festa, ma tanto il primo articolo della nostra costituzione dice che la Repubblica Italiana è fondata sul lavoro, quindi vedete che gli stiamo facendo onore.
E a tutti i non italiani che riescono a leggere il mio blog dico di fare un salto dalle nostre parti, perché tutti i paesi del mondo sono belli, ma l’Italia è più bella, perché è a forma di scarpa. E le scarpe sono la parte più importante nell’abbigliamento di una persona.

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“La libertà che guida il popolo” Delacroix
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Italia turrita in una raffigurazione del tempo del Regno d’Italia
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Italia turrita che vota, raffigurazione di una “Domenica del corriere” del 1958