L’abbazia cistercense del Thoronet, parentesi nel tempo e nello spazio.

Nel cuore del dipartimento del Varo, poco lontano dal capoluogo Draguignan, si trova l’abbaye du Thoronet. Assieme a Silvacane e Sénanque compone la cosiddetta “triade di perle cistercensi” in Provenza.

L’abbazia del Thoronet (1160-1230) è un esempio magnifico di architettura romanica: linee pure e nette, alcuna decorazione, pietra nuda e squadrata. Vi si accede dall’ostello, luogo un tempp adibito all’ospitalità dei viandanti. Esso costituiva l’unico punto di contatto tra il monastero ed il mondo esterno, un contatto peraltro a senso unico, visto il divieto ai non religiosi di accedere all’abbazia e agli edifici adibiti alle attività quotidiane dei monaci.

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Thoronet

La chiesa presenta una facciata volta a occidente; il portale centrale è assente perché essa non era aperta ai fedeli, ma solo alla comunità. Vi si accede soltanto tramite due porte laterali: quella dei conversi a sinistra e quella dei monaci a destra. I conversi erano persone che, pur vestendo gli abiti monacali, non avevano pronunciato i voti. Essi abitavano nei monasteri e si occupavano delle mansioni più umili. L’assenza di decorazioni e l’acustica eccezionale rendono questo luogo una parentesi nello spazio e nel tempo. Ci si siede e si ascolta il respiro delle mura, avvolti dalla luce naturale che penetra dalle strette finestre.
Si prosegue la visita, prima nel dormitorio, dove una serie di finestre rende l’ambiente molto luminoso e arioso: davanti a ogni finestra dormiva un monaco ed è possibile vedere i “confini” di ciascun pagliericcio osservando il pavimento: una lastricatura particolare delimita ciascun cubicolo.
Si scende verso il chiostro, un tunnel d’aria e frescura ristoratrici: esso era il cuore del monastero. Vi si trova ancora una grande fontana, chiamata “lavabo”, posta davanti al refettorio, oggi scomparso. Adiacente al chiostro c’è il parlatorio, l’unico posto in cui ai monaci era consentito parlare.

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Thoronet

La dispensa contiene ancora i tini da vino del secolo XVIII ed un frantoio per l’olio azionato con un sistema a vite. Accanto ad essa vi era il locale della cucina, contiguo al refettorio dei monaci e all’edificio dei conversi.
Bellissima è la sala capitolare in cui tutte le mattine i monaci si riunivano per leggere un capitolo della regola di San Benedetto e per trattare questioni della vita comunitaria. Là vi si eleggeva anche il padre abate. L’architettura è influenzata dallo stile gotico e presenta maggiori decorazioni, come i capitelli che sorreggono le volte su crociere a ogiva. Nella sala capitolare i conversi non erano ammessi. Ecco come ha origine l’espressione “non avere voce in capitolo”.

 

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Thoronet

L’ordine dei cistercensi nacque in seno a quello cluniacense, ma se ne distinse per l’assai più rigida osservanza della regola benedettina. I monaci dell’ordine claustrale di Cluny, infatti, avevano raggiunto alti livelli di potenza e ricchezza, del tutto incompatibili con l’insegnamento di San Benedetto (ora et labora).
Fu così che Robert de Molesme, priore di numerosi monasteri, decise di fondare una nuova comunità in quel di Cîteaux (nome latino Cistercium), nella quale le istanze di coloro che auspicavano un ritorno della Chiesa al pauperismo avrebbero trovato compimento. La comunità “vide la luce” il 21 marzo 1098 e nel 1109 fu codificata la regola grazie a Étienne Harding. In meno di vent’anni si fondarono le prime quattro abbazie figlie, tra cui quella di Clairvaux (1115), tradotta in italiano come Chiaravalle. Il suo primo abate fu Bernardo, colui che propagò la regola con vigore e che diede una potente spinta alla diffusione dell’ordine cistercense in tutta Europa.

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Thoronet (foto dal web)

Nel 1153, alla morte di San Bernardo, Clairvaux contava più di 160 monaci e la nuova famiglia cistercense era composta da circa 350 abbazie.
Il monaco cistercense è legato anche all’Ordine dei Cavalieri del Tempio, più noti come Templari. Esistono molte leggende su costoro, certo è che il fondatore dell’ordine, Ugo di Payns, era un parente di Bernardo, il quale scrisse la regola dei Templari
ed un exhortatorius sermo ad Milites Templi, promulgando l’approvazione del nuovo ordine gerosolimitano da parte di Roma.

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Thoronet (foto dal web)

Quando ho letto dell’abbazia del Thoronet, ho subito programmato la visita nel mio giorno di riposo settimanale: è stato un richiamo irresistibile.
Sono nata nella Marche, a Chiaravalle. L’abbazia di Santa Maria in Castagnola è il cuore della cittadina dove ho visto la luce e dove ho trascorso i miei primi diciotto anni. Il sistema della filiazione abbadiale la lega alla comunità di Chiaravalle di Milano, fondata da San Bernardo stesso.
La storia di Santa Maria in Castagnola, però, comincia ancora prima, al tempo della regina longobarda Teodolinda, sovrana di strenua fede cattolica, vissuta tra il VI e il VII secolo d.C.. Ella fece costruire un monastero benedettino nel mezzo di quella che allora era una rigogliosissima selva di querce castagnole sulle sponde dell’ultimo tratto del fiume Esino. Solo più tardi il monastero benedettino fu trasformato in abbazia cistercense, esattamente nel 1147, prendendo il nome di Chiaravalle dall’abbazia madre di Clairvaux.

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Thoronet (foto dal web)

La cittadina festeggia due santi patroni: Antonio Abate, il 17 gennaio, e Bernardo di Clairvaux, naturalmente, il 20 agosto.

Un fil rouge architettonico e religioso lega dunque la mia città all’abbazia del Thoronet. Ho saputo apprezzare appieno la perla conservata nel folto delle selve del Varo: la sua austera e maestosa bellezza e l’ordinata architettura mi hanno subito fatto sentire sulla lingua un sapore familiare, una sensazione di già visto e conosciuto che m’ha scaldato il cuore come se fossi a pochi passi da casa.

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An interview to Werner Bokelberg: discovering Dalì in black and white

On the 23rd June I met Werner Bokelberg. The interview took place in his elegant house in the south of France. Check out his website: http://www.bokelberg.com/.

Werner Bokelberg was born in Bremen in 1937. At first he started a career in theatre and drama, but it was only later that he discovered his true passion: photography. He is known for being a master of the black and white technique.
He and his wife welcomed me with some fresh lemonade and a copy of the book Da-Da-Dalì, which they gave me as a present.
This book and the story behind the photos were the main topic of our interview, together with his memories from a shooting with Picasso, photography today and its new trends.
Da-Da-Dalì was published in 1966, but the photo shoot happened in 1964, in Spain.

Question: First question, perhaps quite predictable, but I can’t help asking: what was Dalì like?
Answer: He was not as crazy as people think. I mean, his insanity was not what is commonly called insanity: it was his nature, his essence, the tool he used to produce his art. Without this so-called insanity he wouldn’t have been Dalì. Further I must say that he was very professional.
Q: So what happened during the photo shoot for Da-Da-Dalì?
A: It was my first time in Spain. I arrived after a very long journey from Hamburg. Then I was told to go and look for a hundred kilos of dried beans. I didn’t know where to find them: I couldn’t speak Spanish, I was in a little town in the middle of nothing and I spent hours wandering around in search of these beans. Once I found them, I went back to where we were supposed to shoot. It was an empty pool and there was Dalì with a girl. She was naked and had a collar and a leash. There was a cheetah cub too. Dalì said:”Oh, here you are, give me the beans”. And then you can have a look at the pictures: he started pouring the beans on the girl who was standing in a corner of the empty pool. That was art, nothing to do with madness.
Q: It makes me think of the shocking performances by Marina Abramovic. People often consider it nonsense, but at the end of the day all of her performances are true statements.
A: I agree.
Q: So this is how you started working on Da-Da-Dalì…
A: This is it. I took the photos, Dalì chose the layout of the entire book.

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A shot from the book Da-Da-Dalì

Q: You worked with Picasso too…
A: Actually, I can’t really say that I worked with him. I made a portrait of Picasso in just one photo shoot, this is true. Though I am not the only one who had the chance to meet him and take a photo of him. I reckon that portraying such a charismatic artist is a mere report, a visual chronicle indeed. I mean, if you are looking for a photo of Picasso it is because you are curious about his appearance at that very moment of his life and you may link it to his artistic period, the historical happenings and oddities of that year, fashion and much more. It is Picasso that you want to see, not the photographer’s skill. After all it is only a portrait.

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Picasso by Bokelberg.

Q: Nowadays photography is a fashionable art.
A: It is overrated.
Q: Well, it is considered an art that anybody can make: tons of apps for smarphone and billions of photos shared on social networks every day make photography an everyday device. What do you think about it?
A: I would say that today many mediocre photographers have the chance to take very good shots. But, as I said, it is for a chance, maybe because they managed to catch a special light with the right perspective or whatever. If you ask them to redo it, they would never be able to. Go and ask a real photographer to take again the same photo and he will have no trouble in doing it.
Q: What is your opinion about all the technology that has been developped to enhance photography?
A: In the past you were forced to think and to be careful before taking a picture. I mean, you couldn’t take a hundred photos like they do now. Films and rolls were not endless. Nowadays there is no limit to the number of shots you can take. And then you can edit anything with Photoshop. Is this real photography? I do not think so. It is just a way to make nice images.
Q: Now Polaroids are back in fashion. What is your opinion?
A: They don’t do any harm.
Q: What about selfies?
A: Pure narcisism. It has no meaning.

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A shot from the book Da-Da-Dalì

A shot from the book Da-Da-Dalì

A shot from the book Da-Da-Dalì

Q: When you talk about photography you are quite detached and it looks like you consider it as a mere tool to represent reality. So, according to you, is it an art or not?
A: This is quite true, actually. I think it is beacuse taking a photo is nothing but a short action. I mean, a painter usually spends a great deal of time working on a painting, a composer burns the midnight oil to finish their music. Photography never takes such a long time, even if you think a lot about the pose, the light and the best perspective. It is immediate, it is short and as a matter of fact you can’t infuse your soul in it, not as much as you could do with a painting or with a song. As a consequence, I reckon that photography was far more similar to what we call “art” at the time of pioneers. Think of Nadar, for example: posing and shooting lasted five or six minutes, a time long enough to make something magic out of a moment. Back then, photos showed much more.
This is why I consider photography not as an art but as an aesthetic way to represent reality.

Werner Bokelberg and Maria Costanza Boldrini

Pillola: nomi alla naftalina

I nomi di battesimo hanno sempre seguito le mode.
Qui in Francia l’ultimo grido per i ragazzi è  “Enzo”.
Ogni volta che incontro un ragazzo o un bambino che si chiama così l’effetto è bizzarro. “Enzo” è un nome delle generazioni anni ’40 o ’50, così come “Franco” e “Renzo”. Sono appellativi associabili più a ristoratori di lunga data, specializzati in piatti di pesce e in ammazzacaffè, prossimi alla pensione, sposati con Marise, Annunziate o Concette. Qui in Francia, invece, sono gli equivalenti di “Matteo”, “Riccardo” e “Federico” in quanto a popolarità.
Poi ci sono i grandi classici come “Clement”, “Florent”, “Alban”: oltralpe non passano mai di moda e anche i più piccini continuano ad essere chiamati così. Se penso ai loro equivalenti in italiano l’effetto è più che mai stridente: un decenne tutto pelle e ossa, svelto come una volpe che si chiama Clemente (tranquilli, se vi salta subito in testa Clemente Mastella è fisiologico: è l’unico Clemente non papa ad essere conosciuto su scala nazionale), un dodicenne pacioccone più dedito ai gelati che ad altro di nome Fiorenzo, un ragazzino appena uscito dalla scuola elementare, il piccolo boss del gruppo, bravo col pallone e con le racchette che si chiama Albano.

Sembra di essere caduta nell’armadio verso Narnia, solo che invece del leone e dell’universo magico ci si trovano nomi vecchio stile, un po’ odoranti di naftalina, un po’ polverosi, ma evergreen.

Lo dice una che si chiama Maria Costanza, nome da distinta novantenne in villeggiatura, determinata a seppellire tutti i suoi parenti più giovani, i quali attendono impazienti che la veneranda zia tiri le cuoia per arraffare la cospicua eredità.

Pillola: fare il finto tonto non è tricher

Trovo che talvolta far finta di capire il francese meno di quanto non sappia fare in realtà sia un procedimento assai utile.

Le persone si comportano in modo più autentico ed esprimono pensieri con maggiore libertà, forti del fatto che il 50% di quello che dicono non viene compreso; invece ben il 90% del discorso è ben assorbito dalle orecchie dello straniero presente, il quale saprà mettere a frutto quanto udito per il proprio bene.

Potete pure accusarmi di fare un gioco sporco, di tricher. Ma se solo sapeste quanto giovamento e divertissement ne traggo…!

Chi l’ha visto versione 14 luglio

Buongiorno e buon 14 luglio!
Poco più di un mese fa l’Italia ha commemorato la vittoria repubblicana al referendum 1946, oggi la Francia ricorda il fatto emblema della sua rivoluzione: la presa della Bastiglia.

Oramai il famigerato edificio non esiste più, anche se il nome della piazza nata sulle sue rovine ne mantiene vivo il ricordo, così come il teatro sperimentale Opéra Bastille, dall’architettura moderna e dal programma sempre nutrito e interessante, qui il sito.

Spesso il significato simbolico e ideologico annidato dietro la presa della Bastiglia ha oscurato i fatti nudi e crudi, la realtà così come è accaduta, facendo sì che gli aspetti leggendari fossero messi in risalto dalle nebbie del tempo e dalla storiografia.
Oggi De amore gallico vi parlerà dei prigionieri che furono liberati in quel raid cittadino e che furono i protagonisti inconsapevoli di un evento storico cruciale.
Se ci si aspetta di leggere di centinaia di prigionieri politici vittime dell’assolutismo monarchico si resterà delusi: in realtà i cittadini insorti trovarono sette persone, nessuna delle quali aveva nulla  a che fare coi fermenti rivoluzionari che squassavano la Francia al tempo. Inoltre, se si pensa che la Bastiglia fosse un luogo orribile, in cui venivano praticate torture di ogni sorta, si badi a cambiare idea: i prigionieri avevano il diritto di arredare le celle a loro piacimento in quanto non erano “ospiti” qualunque, ma detenuti speciali, il cui arresto e imprigionamento venivano effettuati con somma discrezione tramite lettres de cachet firmate dal re in persona, il tutto al fine di evitare scandali.
Il mattino del 14 luglio 1789 la Bastiglia nei suoi registri contava quattro falsari, due folli che erano stati parcheggiati là dentro invece di metterli al manicomio (uno di essi, un nobile irlandese, credeva di essere Gaio Giulio Cesare, l’altro aveva tentato l’assassinio del re Luigi XV) e un prigioniero che nei documenti viene accusato di libertinaggio. In realtà suo padre ce lo aveva fatto rinchiudere perché si era macchiato di incesto, ma non ci sono notizie più precise in proposito. Il padre del libertino, dunque, se lo vide recapitare a casa dopo i fatti del 14 luglio con la richiesta di occuparsene lui stesso: rispedito al mittente senza tante cerimonie.
Su Wikipedia si trova la lista dei nomi dei sette:

  1. Jean Bechade, nato nel 1758, falsario;
  2. Jean de La Correge, nato a Martaillac nel 1746, falsario;
  3. Bernard Laroche de Beausablon, nato a Terraube en Guienne nel 1769, falsario;
  4. Jean-Antoine Pujade, nato a Meilhan nel 1761, falsario;
  5. Jacques-François-Xavier de Whyte, Conte de Malleville, nato a Dublino nel 1730 e che pensava di essere Giulio Cesare;
  6. Claude-Auguste Tavernier, nato a Parigi il 29 dicembre 1725, che aveva attentato alla vita del re Luigi XV;
  7. Charles-Joseph-Paulin-Hubert de Carmaux, Conte de Solages, nato a Tolosa il 18 dicembre 1746, morto ad Albi il 9 ottobre 1824, il presunto libertino macchiatosi di incesto.
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La Bastiglia dipinta da Hubert

Piccola curiosità di cui ho parlato in precedenza in un articolo sui misteri del XVIII secolo: il Marchese De Sade era stato ospite della Bastiglia fino a pochi giorni prima della sua presa. Venne trasferito per aver urlato dalla finestra della sua cella:

Aiuto! Qui stanno ammazzando i prigionieri!

Che ne fu dell’edificio simbolo della rivoluzione? Fu smontato con criterio ed efficienza dal cittadino Pierre François Palloy. Avendo vinto l’appalto per la decostruzione della prigione, mise su un vero e proprio business basato sui souvenir della rivoluzione, una cosa molto simile a quello che è accaduto col muro di Berlino o con le reliquie della croce di Gesù.
Molti materiali furono riciclati per altre opere edilizie e una delle sue chiavi fu inviata come regalo a George Washington che, dall’altra parte dell’Atlantico, aveva ricevuto un grande sostegno durante la rivoluzione americana da parte del marchese di La Fayette. Fu proprio il marchese a spedire il simbolico dono negli Stati Uniti.
Palloy lasciò uno spazio grande e adatto alle adunate cittadine della nuova Parigi, liberata dal giogo monarchico, pronta per l’esperimento del Direttorio, del tutto impreparata al periodo del terrore che di lì a poco sarebbe cominciato.
Il Palloy poi fu accusato di corruzione e, dopo alterne vicende, morì folle nel 1835.

Di tutto questo ci restano la storia e le leggende, nonché una connotazione simbolica così importante da essere diventata parte della cultura pop: la rivoluzione costituisce infatti materiale per un manga e un anime giapponesi conosciutissimi da molte generazioni, Lady Oscar.
Ghigliottina e wasabi per tutti!

Per approfondire: http://www.storico.org/seicento_eta_lumi/bastiglia.html e anche  http://cultura.biografieonline.it/la-presa-della-bastiglia/

Marc Chagall: anima ebraica, radici russe, cuore francese.

Il 7 luglio è stato il centoventinovesimo anniversario della nascita di Marc Chagall.
Il suo vero nome, Moshé Segal, in ebraico si scrive משה סג”ל, da leggersi da destra verso sinistra, come tutte le lingue semitiche.
Il paese in cui nacque, Vitebsk, è una cittadina della Bielorussia che sorge non lontano dai confini con la Russia e la Lettonia. Fondata prima dell’anno mille, ospitò sin da subito una nutrita comunità ebrea ortodossa che costituì il nucleo del suo shtetl, termine che in yiddish significa “insediamento ebraico dell’Europa orientale”.

La nascita di Chagall fu accolta da un grande incendio nel suo shtetl. I fatti li narra lui stesso nel suo diario e nelle sue opere:

“Io sono nato morto”.

Nemmeno un vagito da parte del neonato, ma una fuga precipitosa dalla casa in cui fu dato alla luce, con la madre ancora distesa sul suo letto di puerpera, per fuggire dalle fiamme che stavano divorando sinagoga e villaggio.

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“La nascita” 1911

Vitebsk è un locus amoenus, nell’opera dell’artista, un luogo sicuro e amato, non mero sfondo ma palpitante protagonista delle sue tele giovanili. La vita della comunità ebraica e i riti di passaggio che scandiscono il tempo dei suoi componenti diventano acuti assoli di violino nelle variopinte pennellate chagalliane. Un profumo di falò invernali e carne essiccata sembra sprigionarsi dalle tele, mentre un canto ashkenazita ronza nella testa di chi osserva le scene di semplice vita domestica, appannate dall’affetto e dal calore della mano del pittore.

Tra il 2014 e il 2015 ho attraversato l’Italia per andare a visitare ben due mostre su di lui. La prima, e forse la più spettacolare, è stata quella di Milano, “Marc Chagall – Una retrospettiva 1908 – 1985”, al Palazzo Reale, non lontano dal duomo.
Ho avuto modo di vedere di persona alcuni dei suoi più noti capolavori, come “La passeggiata”, insieme ad altri duecentoventi pezzi, tra cui i costumi di scena da lui disegnati per i balletti nei teatri russi.

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“La passeggiata”, 1917

A Roma, invece, nel bellissimo Chiostro del Bramante, ho visitato l’esposizione “Chagall love and life”. Centoquaranta lavori provenienti dall’Israel Museum di Gerusalemme, tra cui le magnifiche illustrazioni delle favole di La Fontaine. La mostra era incentrata sul tema dell’amore nella pittorica di Chagall, ponendo come trama e ordito principali il sentimento che legò l’artista a Bella Rosenfeld, sua dilettissima moglie.

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“Amanti sopra Vitebsk”, 1914

Nel giugno 2014 ho soggiornato a Parigi per la seconda volta e non ho mancato di rendere il mio stupito e abbacinato omaggio al lavoro più étonnant di tutti: il soffitto del teatro Opéra Garnier. Molti sono i detrattori di questo accostamento: da una parte il teatro nella sua attenta architettura del 1861, dall’altra la leggiadra e onirica pennellata di Chagall su una superficie circolare con al centro il gran lampadario. Quando mi ci sono trovata sotto il sentimento che è esploso nel petto è stato la gratitudine ed il sollievo per quella grandiosa apertura alla luce, quella boccata d’aria pura donata dal pennello di Chagall, che compensava la pesante e lugubre atmosfera del teatro stesso.
Me ne sono andata  via da lì un’ora dopo, lanciando uno sguardo innamorato verso l’alto, dove si mosse nel 1964 l’abile e sapiente mano del Maestro.

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Il soffitto dell’Opéra Garnier

C’è un’altra mostra che mi aspetta: a Le Baux de Provence sono stati capaci di creare un viaggio multimediale all’interno delle opere di Chagall, una full immersion nelle sue tele grazie alle più moderne tecnologie che permetteranno di vivere i colori del maestro sulla propria pelle.
Io non me la faccio scappare. Poi vi dirò come è stato.

Pillola: deliri calcistici, turistici, terroristici

I Latini battuti dai Germani. I Vichinghi che smontano gli Angli e che poi vengono squarciati in quattro dai Galli.

La retorica calcistica mi dà il voltastomaco. Specie quando è associata ad un morbo chiamato turismo. Succede allora che intere famiglie tedesche si vestano con i colori della squadra di calcio nazionale e che se ne vadano a spasso, belli bianchi lattiginosi, provvisti di sandali Birkenstok e calzettoni coordinati, proprio come ogni turista tedesco che sia degno di tale definizione appare nell’immaginario comune. Inoltre, dato che le famiglie teutoniche non danno alla luce meno di tre pargoli a testa, ne risulta che tante piccole nazionali di calcetto tedesco arrancano sotto il sole del sud della Francia, uno sforzo ginnico encomiabile, intenti a raggiungere le cime dei colli che danno sul mare, in bicicletta o a piedi come un vero scalatore himalayano.

A ciò si aggiunga l’ansia collettiva da attentato terroristico.

Per consolarmi mi ripeto che finirà in pochi giorni.

L’europeo di calcio, non la piaga del turismo.