Pantheon e Panthéon

Parigi e Roma possiedono due edifici chiamati allo stesso modo: Pantheon.
Che cosa li accomuna oltre alla monumentalità e alle dimensioni gargantuesche?
La morte.
Ma procediamo con calma, senza che vi scandalizziate.

Nel cuore della capitale italiana si erge questa portentosa costruzione le cui vicende si intrecciano agli accadimenti della città, al susseguirsi di imperi, papi e uomini.
L’iscrizione che ancora oggi leggiamo recita:

M AGRIPPA LF COS TERTIUM FECIT

Sarebbe a dire:

Marco Agrippa, figlio di Lucio, lo costruì durante il suo terzo consolato

Anche se poi in realtà il Pantheon che vediamo noi è la versione “moderna”, fatta fare dall’imperatore Adriano, ché di quello agrippiano non resta nulla, visto che andò distrutto in un incendio nell’80.
La storia di questo edificio è alla portata di tutti, su internet, pertanto non mi cimenterò in una lezione di storia dell’arte, né darò luogo ad una complessa spiegazione della sua architettura incredibile (l’oculus). Appassionata come sono di sepolture e cimiteri, vi parlerò delle celebri spoglie che vi sono conservate.

Pantheon, Rome
Pantheon

Nel Pantheon riposano infatti due re d’Italia, Vittorio Emanuele II e suo figlio Umberto I con la consorte Margherita. In generale i regnanti di casa Savoia, per volere di Vittorio Amedeo III, erano soliti essere tumulati nella cripta reale della basilica di Superga, in Piemonte. Tuttavia seppellire Vittorio Emanuele II a Roma era un gesto dal grande significato, così potente da spingere Depretis e Crispi (rispettivamente primo ministro e ministro dell’interno alla morte del sovrano) ad “impuntarsi” sulla faccenda. I due statisti ebbero la meglio e i funerali di stato si tennero il 16 febbraio 1878; il Pantheon accolse dunque la salma del re savoiardo divenuto re d’Italia. Roma, la terza capitale del Regno in ordine cronologico dopo Torino e Firenze, veniva in sostanza legittimata come tale grazie a questo atto solenne. L’Italia era fatta, gli italiani ancora no, ma almeno la capitale era stata resa “laicamente sacra” dalla presenza delle spoglie di un re. Una curiosità: l’iscrizione “Vittorio Emanuele – Padre della Patria” è stata fabbricata con il  bronzo dei cannoni austriaci, acquisiti dal nostro esercito dopo aver battuto gli Asburgo nelle guerre del  ’48,’49 e ’59. Wikipedia la conferma qui.

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La tomba del primo re d’Italia

Ancora più importanti, per me, sono le altre sepolture che si trovano al Pantheon romano, prima tra tutti quella di colui la cui stella brilla fulgida nel firmamento dell’arte universale: Raffaello Sanzio, il maestro delle mani e delle Madonne.
A fianco dell’urbinate riposa Annibale Carracci, che chiese espressamente di poter passare il suo eterno riposo vicino a Raffaello. Beato lui che ha potuto.
Anche la musica ha un suo esponente di spicco le cui spoglie giacciono al Pantheon: Arcangelo Corelli, compositore e violinista barocco vissuto tra il ‘600 e il ‘700.

Se siffatti nomi hanno trovato riposo a Roma, sotto l’enorme cupola forata, a Parigi la lista è ancor più lunga ed impressionante.

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Panthéon

Quella che in origine era stata pensata come chiesa di Santa Genoveffa, patrona della città, è divenuta un tempio laico, nella cui cripta sono stati tumulati, nei secoli, le grandi personalità francesi, donne e uomini, rendendo così il Panthéon un mausoleo collettivo a tutti gli effetti.
A ciò si aggiunga anche la vocazione di questo edificio a tempio della scienza, un ruolo ufficializzato nel 1851, quando il fisico Léon Foucault scelse la cupola del Panthéon per farci appendere il suo famoso pendolo, dimostrando così, con un esperimento visibile a tutti i cittadini di Parigi, la rotazione del pianeta intorno al proprio asse. Non ho conoscenze sufficienti per spiegare con parole semplici in che modo l’oscillazione del pendolo dimostri che il nostro pianeta gira su se stesso, ma accludo un link interessante ed utile per chi volesse approfondire l’argomento e rispolverare le nozioni di fisica (nel mio caso non) apprese a scuola.

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Il pendolo di Foucault al Panthéon

Chi riposa, dunque, sotto l’enorme mole del Panthéon della Ville Lumière?
Cominciamo con l’accoppiata più mal assortita di tutta la Francia: Rousseau e Voltaire, intellettualmente ostili, umanamente nemici. Un odio di tutto rispetto li legò durante le loro rispettive parabole in questo mondo, per farli finire, ironia del destino, nello stesso luogo: giacciono infatti a pochi metri di distanza l’uno dall’altro, in due bellissimi sarcofagi istoriati. Ogni volta che vado in visita in questo tempio, la commozione lascia lo spazio all’ilarità: sghignazzo senza sosta al pensiero di quei due addormentati fianco a fianco per l’eternità.
Un altro grande trovò riposo al Panthéon, anche se per poco tempo: quel povero Marat, la cui morte è forse più celebre delle sue imprese politiche grazie al dipinto di David e alle modalità con cui fu compiuto l’assassinio.

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“La morte di Marat” dipinto di Jacques-Louis David, 1793.

La salma di Marat fu custodita al Panthéon per un anno soltanto. Una tesi accettata anche da Victor Hugo afferma che le sue spoglie, poi, considerate quelle di un traditore della patria, vennero traslate prima in una tomba anonima e poi disperse nella cloaca di Parigi.
Hugo stesso si trova tuttora sepolto nella cripta pantheoniana, così come Lazare Carnot, matematico e fisico, lo scienziato italo-francese Lagrange (in origine Lagrangia), Emile Zola, anche lui italo-francese, l’inventore Louis Braille, a cui si deve il sistema di lettura tattile per non vedenti, Alexandre Dumas padre e la coppia d’assi Pierre e Marie Curie.

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Madame Curie e consorte

Denis Diderot è idealmente sepolto al Panthéon: il suo corpo è andato perduto nelle devastazioni ad opera dei Sanculotti avvenute nel 1791 nella chiesa di saint-Roch. Sotto la cupola, tuttavia, si trova un grande cenotafio che lo celebra e lo ricorda.

In entrambi i Pantheon l’atmosfera è densa: nel primo si è sopraffatti dalla rotondità del luogo. dalla circolarità degli spazi e dalle proporzioni gigantesche. Non in ultimo il caos turistico che lo affligge come un male incurabile rende la visita al Pantheon romano un pellegrinaggio affannoso e caciaresco, svuotando la propria presenza sotto l’oculus di ogni significato simbolico e pienezza.
Al contrario, recarsi al Panthéon parigino è un’azione intima e profonda, una transumanza meccana priva dei rischi che si incontrerebbero nel marciare attorno alla Kaaba, ma pur sempre pervasa da una sacralità che perfettamente si sposa con la laicità celebrata in quel tempio.
Le dimensioni del posto, partendo dal colonnato, passando per le proporzioni impressionanti degli affreschi che decorano le pareti, per la lunghezza del pendolo oscillante, per l’ampiezza dei volumi e per le centinaia di metri cubi d’aria contenutivi fanno andare il sangue al cervello, provocando una reazione simile alla sindrome di Stendhal.
Solo che in quel caso il panico, il senso di impotenza e di terribile fragilità e struggimento non son dati da un’opera d’arte di indicibile bellezza, ma dalla consapevolezza che quel luogo è un tempio al sapere, all’arte, alla scienza, a tutto ciò che di meglio l’umanità ha saputo produrre; in breve è un santuario del cervello umano, un luogo dove fermarsi a contemplare le vette a cui si è giunti e riflettere sugli abissi inenarrabili in cui, purtuttavia, noi stirpe umana siamo capaci di precipitare.

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Pillola: una lingua all’antica

Spesso mi soffermo col pensiero su alcuni termini della lingua francese. Non è il mio idioma preferito, lo ammetto. L’inglese, nel mio cuore, ha un posto speciale e non verrà mai detronizzato. De gustibus. E non accetto repliche.

Ma certe originalità nel passaggio italiano-francese e viceversa sono degne di nota.

Per esempio le parole souvent, tôt, se souvenir, s’appeler, amener, acheter hanno il loro esatto equivalente nei termini sovente, tosto, sovvenirsi, appellarsi, menare, accattare.

Sono tutti vocaboli dal sapore antico, da “Giornalino di Giamburrasca” o magari (e qui mi riferisco esplicitamente ad “accattare”) da gentiluomo napoletano d’altri tempi.

Che sia anche in queste sfumature d’antan il sottile fascino del francese?

Il gioco delle bocce is for boys, le jeu de la pétanque is for men

Le bocce sono un gioco comunemente associato all’età della pensione, al sesso maschile, ai pomeriggi passati al circolo del paese e ai bei giorni estivi.
In Italia.

Già, perché in Francia, invece, la pétanque è un’istituzione sociale, specialmente qui nel sud, dove abito io. Non è solo per signori pensionati che passano il meriggiar pallido e assorto a bere aperitivi all’anice e a leggere il giornale seduti al circolo del paese. Qui le città sono equipaggiate di veri e propri campi da bocce regolamentari nei punti nevralgici del loro impianto urbano: sulla piazza davanti al municipio, accanto alla chiesa, al parco, davanti al porto, laddove la movida notturna raggiunge il suo acme. C’è perfino gente che, avendone la possibilità e lo spazio, si costruisce un campetto privato nel giardino di casa.
Bambini e bambine vengono iniziati alla pétanque sin dalla più tenera età. Adulti disputano competizioni agguerrite e all’ultimo sangue. Adolescenti di ambo i sessi, che magari da noi in Italia passerebbero la domenica pomeriggio sul campo di calcio o al cinema, qui lanciano pigramente palle di acciaio temperato con precisione impressionante, trascorrendo così le ore assolate, misurando le distanze tra boules e cochonnet (il boccino è chiamato maialino, in Francia), segnando i punti sul tabellone e baciando una figurina che normalmente è affissa accanto ad ogni campo di pétanque che si rispetti: la figurina di Fanny. Questa Fanny (incisa, disegnata, poco importa) è una ragazzotta che si tira in su la gonna, rimanendo a chiappe all’aria e offrendo ai giocatori di pétanque siffatta abbondanza, che deve essere omaggiata con un bacio dalla squadra perdente. Per maggiori informazioni date un’occhiata qui.

 La pétanque è la variante provenzale del gioco delle bocce. Pare che sia stata inventata da due fratelli, Ernest e Joseph Pitot, per permettere ad un loro amico affetto da reumatismi di continuare a giocare alle bocce. In che modo questo sport sia più abbordabile per chi soffre di dolori simili, io non ne ho alcuna idea, ma va detto che gli anziani ne sono entusiasti.

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Les belles fèsses de Fanny – le belle chiappe di Fanny

I giocatori professionisti e gli appassionati si stanno mobilitando in massa perché le bocce siano riconosciute come disciplina sportiva olimpionica e vengano incluse alle Olimpiadi del 2024. Al seguente link trovate la pagina web di questa iniziativa. Volete partecipare e dare il vostro contributo alla causa?