Les Baux de Provence e l’adorazione dei Magi: storia provenzale, tradizione cristiana

Les Baux de Provence è un minuscolo villaggio provenzale che si trova nel dipartimento delle Bocche del Rodano.
Una leggenda ricopre di oro, incenso e mirra i fatti storici riguardanti la sua fondazione.
Se da una parte, infatti, scavi e studi hanno dimostrato che il sito era abitato dai Celti sin dal 6000 a.C. (fonte Wikipedia, notizia non confermata dal sito ufficiale della città che trovate qui), dall’altra parrebbe che il nome del villaggio derivi da quello della casata Baux, anche detta Del Balzo, famiglia discendente diretta di uno dei Re Magi d’oriente.
Riporto qui il passo del Vangelo di Matteo in cui è narrata la vicenda:

Gesù nacque a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode. Alcuni Magi giunsero da oriente a Gerusalemmee domandavano: «Dov’è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella e siamo venuti per adorarlo».
All’udire queste parole, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i sommi sacerdoti e gli scribi del popolo, s’informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Messia.
Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero il più piccolo capoluogo di Giuda: da te uscirà infatti un capo che pascerà il mio popolo, Israele».
Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire con esattezza da loro il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme esortandoli: «Andate e informatevi accuratamente del bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo».
Udite le parole del re, essi partirono. Ed ecco la stella, che avevano visto nel suo sorgere, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino.

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L’adorazione dei Magi secondo il Botticelli

Al vedere la stella, essi provarono una grandissima gioia. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra.
Avvertiti poi in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.
[…] Erode, accortosi che i Magi si erano presi gioco di lui, si infuriò e mandò ad uccidere tutti i bambini di Betlemme e del suo territorio dai due anni in giù, corrispondenti al tempo su cui era stato informato dai Magi.

Il Magio da cui parrebbe discendere la casata di Baux è Baldassarre, o Balthazar. Giovanni di Hildesheim, monaco carmelitano tedesco del XIV secolo, nella sua “Historia Trium Regum” riporta:

E i tre Re, dopo aver umilmente baciato la terra dinanzi la mangiatoia e la mano al Bambinello, gli offrirono, con devozione, i loro doni e, con devozione, li deposero nella mangiatoia presso la testa del Bambinello e le ginocchia della madre.
Ed era Melchiar il più piccolo di statura, Balthazar il mediano, Jaspar il più alto, negro d’Etiopia.

Sulla stella che li guidò si è molto dibattuto, specie in seguito alla raffigurazione che ne fece Giotto nella Cappella degli Scrovegni di Padova, identificandola con la Cometa di Halley. Il punto è che nel testo biblico (e in questo articolo si fa riferimento al Septuaginta), 600px-blason_baux_de_provence-svgessa viene indicata col termine ὁ ἀστὴρ, o astér, semplicemente “stella” e non cometa.
Resta il fatto, però, che essa compare nello stemma di Les Baux de Provence e della famiglia Del Balzo: un astro bianco in campo verde ad esaltare la discendenza della casata.

Sui Magi è stata prodotta tanta arte e tanta letteratura: questi tre saggi astronomi zoroastriani venuti da Oriente in groppa a tre dromedari (dromedari! E non cammelli, ché il bigibbuto viene dalle steppe dell’Asia centrale, mentre il monoggibuto è autoctono dell’Arabia, Persia e Nordafrica) sono il soggetto di una poesia scritta dal massimo poeta del ‘900, Thomas Stearns Eliot.
Qui riporto il testo di “The journey of the Magi”, scritto nel 1927:

A cold coming we had of it,
Just the worst time of the year
For a journey, and such a long journey:
The ways deep and the weather sharp,
The very dead of winter.’
And the camels galled, sore-footed, refractory,
Lying down in the melting snow.
There were times we regretted
The summer palaces on slopes, the terraces,
And the silken girls bringing sherbet.
Then the camel men cursing and grumbling
And running away, and wanting their liquor and women,
And the night-fires going out, and the lack of shelters,
And the cities hostile and the towns unfriendly
And the villages dirty and charging high prices:
A hard time we had of it.
At the end we preferred to travel all night,
Sleeping in snatches,
With the voices singing in our ears, saying
That this was all folly.

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Gentile da Fabriano

Then at dawn we came down to a temperate valley,
Wet, below the snow line, smelling of vegetation,
With a running stream and a water-mill beating the darkness
And three trees on the low sky.
And an old white horse galloped away in the meadow.
Then we came to a tavern with vine-leaves over the lintel,
Six hands at an open door dicing for pieces of silver,
And feet kicking the empty wine-skins.
But there was no information, and so we continued
And arrived at evening, not a moment too soon
Finding the place; it was (you may say) satisfactory.

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Giotto e la cometa di Halley

All this was a long time ago, I remember,
And I would do it again, but set down
This set down
This: were we led all that way for
Birth or Death? There was a Birth, certainly,
We had evidence and no doubt. I had seen birth and death,
But had thought they were different; this Birth was
Hard and bitter agony for us, like Death, our death.
We returned to our places, these Kingdoms,
But no longer at ease here, in the old dispensation,
With an alien people clutching their gods.
I should be glad of another death.

Le raffigurazioni dell’adorazione del Magi sono dei più svariati tipi: l’arte ravennate ne dà un esempio nella chiesa di Sant’Apollinare Nuovo, Giotto, già citato, lo fa a Padova inserendo la novità astronomica di cui sopra, Gentile da Fabriano ne fa il soggetto di un capolavoro datato 1423 e conservato agli Uffizi, Botticelli verticalizza la scena, sovvertendo le regole fino ad allora adottate per rappresentare i tre Re Magi al cospetto del Bambinello, e Leonardo lascia la sua opera incompiuta.

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I Re Magi ravennati

L’Epifania è alle porte e De amore gallico augura a tutti i suoi lettori un felice anno nuovo.
A presto con articoli, curiosità, riflessioni, novità e tante letture!

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Mulhouse e Strasbourg: viaggio notturno sentimentale in un pezzo di Francia che è già Germania (o forse no).

Ho attraversato l’Alsazia in una fredda sera di metà novembre, direzione Treviri.
Le due brevi tappe che mi sono concessa sono state a Mulhouse e a Strasbourg. Nulla di che, nemmeno il tempo di sgranchirmi le gambe, figuriamoci andare a dare un’occhiata a qualche via o monumento.
Però è bastato quel poco per percepire il senso di transizione che ispira quel pezzo di terra.
L’Alsazia (e la Lorena) è salita agli onori della cronaca nel programma scolastico di storia più e più volte: una disputa secolare per il dominio della regione tra Francia e Germania.
E se si mette il naso fuori dal finestrino della macchina si capisce il perché: si è in Francia, a tutti gli effetti. Basta contare il numero di boulangeries che, seducenti, ammiccano nella gelida aria notturna novembrina. Ma i nomi dei luoghi e delle località rimandano ad un passato tormentato, ad un’identità assai più teutonica che gallica. Il nome stesso della regione deriva dall’alto tedesco antico Ali-saz or Elisaz, che significa “dominio straniero”.

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Mulhouse

Una breve cronologia del palleggio tra Francia e Germania potrebbe dare un’idea della precarietà storica di questa terra e di come è assurta a simbolo della rivalità franco-asburgica:
già assegnata a Lotario alla morte di Carlo Magno (814), l’Alsazia-Lorena fu parte del Sacro Romano Impero, se si vogliono considerare l’Impero Carolingio ed il Sacro Romano Impero due entità separate. Alcuni storici sono contrari a questa lettura, preferendo individuare nei due regni un unicum senza soluzione di continuità. Prendendo per buona però la prima versione e ponendo l’inizio del S.R.I. nel 962, quando fu eletto imperatore Ottone I (nota bene: la particolarità del S.R.I. era proprio la carica elettiva del sovrano, che rispecchiava in un certo qual modo la tradizione tribale barbarica del primus inter pares), si può dire che l’Alsazia-Lorena passò dall’Impero Carolingio al Sacro Romano Impero mantenendo un’identità più prettamente teutonica.
 Durante la catastrofica guerra dei trent’anni, essa non venne risparmiata e finì per diventare un pezzo del complesso puzzle geopolitico risultante di quel guazzabuglio europeo. Col passare dei secoli le due regioni furono assegnate al Regno di Francia, precisamente sotto Luigi XIV le roi soleil, per ritornare alla Germania durante il conflitto franco-prussiano nel 1870. Alla fine della prima guerra mondiale l’Alsazia-Lorena fu riammessa alla Francia, fu re-invasa dalla Germania durante l’offensiva bellica del secondo conflitto mondiale, alla fine del quale il territorio conteso rientrò nei confini francesi dove è tutt’oggi.

Niente male per una provincia qualunque dell’Europa centrale.

C’è da immaginare un bel clima di tensione nel periodo delle due guerre mondiali: spionaggio, fraternizzazione col nemico, doppio gioco e nazionalismo da ambo le parti. A questo proposito consiglio la visione di un film meraviglioso uscito quest’anno nelle sale: “Frantz“, produzione franco-tedesca, diretto da François Ozon, girato quasi interamente in bianco e nero, un film struggente sull’elaborazione del lutto e sullo stress post-traumatico sofferto dai poveri soldati reduci della Grande Guerra.

Mantenendo tutto questo a mente, il canto notturno di una donna errante d’Europa si trasforma in una sequela di toponomi di villaggi e cittadine, masticati fingendo un accento tedesco che non ho (perché non conosco il tedesco) e sputati arrotando la erre alla francese.
La tappa a Mulhouse si trasforma in un sogguardare in giro, timidamente, sapendo che è la città natale di un personaggio tanto ammirato, Philippe Daverio, e di un tale Alfred Dreyfus, il cui affaire, se proprio si vuole fare il gioco della causa-effetto, è il casus belli del conflitto israelo-palestinese. Sì, perché se Dreyfus non fosse stato accusato ingiustamente, Zola non avrebbe mai scritto il “J’accuse“, in Europa non si sarebbe espansa l’ondata di antisemitismo che spinse Theodor Herzl a scrivere “Der Judenstaat” e forse tutto sarebbe stato diverso.

Colmar, Strasbourg… l’Alsazia sfila nel buio della notte autunnale, l’automobile fa le acrobazie sul confine tra due stati, come un equilibrista, un circense ubriaco. Ho fame, ma c’è tanta strada da percorrere, ancora, non si può indugiare.
Ci si tuffa nella foresta tedesca, francophonie alle spalle, boulangeries dietro di noi, davanti Treviri e Karl Marx, le pale eoliche che nel buio lampeggiano rubizze, come tanti UFO venuti a prelevarci per riprogrammarci. La carreggiata è dritta, in discesa e in salita, in mezzo ad un bosco immenso, dagli alberi glabri e lugubri. La luna è piena, ma celata da una coltre di nubi che attutisce ogni pensiero.
Il buio appanna i sensi, non li acuisce. Il freddo penetra nelle ossa, si è disorientati dalla mancanza di civiltà: la città è ancora lontana, l’ora di arrivo è posposta, il cuore è affannato.

Una delle persone più care mi ha lasciato, e io lo vengo a sapere in viaggio, di notte, lungo una strada infinita attraverso una selva oscura tra Francia e Germania.

Pillola: scendere l’immondizia e uscire il cane

Spesso nell’Italia del sud di sentono dire espressioni che dal punto di vista linguistico sono scorrette.

“Scendo l’immondizia.”

“Esci tu il cane?”

“Entra i panni asciutti.”

È buffo che in francese, proprio nella lingua corretta, questa struttura verbo-complemento oggetto sia giusta. Molti di quei verbi che in italiano sono intransitivi, in francese vogliono invece il complemento diretto. Ecco quindi che si sente dire:

Je descends la poubelle.”

“Tu promènes le chien?”

“S’il te plait, rentre le linge.”

Gli angioini hanno lasciato molte tracce, nella lingua. I Borboni proprio non vogliono cedere Napoli e Palermo ai piemontesi!

Peccato che pure quelli siano francofoni. Chiedetelo agli abitanti della Savoie!

Saint-Maximin-la-sainte-Baume e la Maddalena penitente

La costa sud della Francia è il teatro di molte storie legate alle tre Marie (vedi articolo di De amore gallico Tauromachia à la française, ovvero Arles e la sua selvaggia mascolinità e Candelora e carnevale: tra nuove scoperte e nostalgia di casa), in particolare a Maria di Magdala, o Maria Maddalena, la prostituta pentita, oggetto di numerose leggende e speculazioni.
Maddalena giunse in Provenza approdando a Sainte-Marie-de-la-mer. La donna si spostò poi a Saint-Maximin-la-sainte-Baume, dove trascorse il periodo del suo ritiro in preghiera. Essa è una località poco distante da Marsiglia e da Aix-en-Provence, situata su una piana circondata dal massiccio della Sainte-Baume e dalla cézanniana Sainte-Victoire; un luogo ricco di fascino che nei secoli ha visto la costruzione di un imponente complesso conventuale, di una importante basilica gotica e lo sfilare di una continua pletora di fedeli in pellegrinaggio.

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Facciata della basilica

Si narra che Maddalena, dopo aver trascorso trent’anni in raccoglimento e preghiera nella grotta della Sainte-Baume, avvertita della morte imminente dagli angeli, uscì dal suo rifugio e percorse la strada che arrivava fino ad Aix-en-Provence, di cui a quel tempo era vescovo Saint-Maximin. Ella si fece somministrare la comunione da San Massimino e spirò poco dopo nel luogo dove ora sorge la basilica di Sainte-Madeleine.
I sarcofagi di Maddalena, di San Massimino, di San Sidonio e delle Sante Marcella e Susanna sono tuttora custoditi nella cripta della basilica, sottoterra, dove sembra siano stati nascosti per salvarli dalle incursioni saracene dell’VIII secolo.
Avvenne poi che, essendo il commercio delle reliquie assai in voga nel periodo delle crociate, Carlo II d’Angiò, tra le altre cose anche conte di Provenza, di ritorno da una di quelle nel 1279, si fermò nei pressi della Sainte-Baume, scavò un po’ e ritrovò i preziosi sarcofagi e le ancor più preziose reliquie della Maddalena. Dopo un certo qual numero di bolle papali firmate da Bonifacio VIII, si diede il via alla costruzione della basilica.
Ovvio, non andò proprio così, la mia è una riduzione semplicistica, ma non si pensi che mi discosti poi tanto dalla realtà dei fatti, seppur abbia deciso di tralasciare lungaggini storiografiche che poco potrebbero interessare il lettore.
Nel 1295 iniziarono i lavori che, per alterne vicende, sarebbero stati completati solo nel 1532. Il risultato fu una basilica che è l’orgoglio gotico del sud della Francia, inserita addirittura nella lista dei monumenti storici nazionali stilata nel 1840.
La chiesa misura 73 metri di lunghezza, 37 metri di larghezza e raggiunge i 29 di altezza. Dimensioni di tutto rispetto, accentuate dalla maestosità dello stile gotico, imponente e nordico, quasi inaspettato in una terra così fortemente mediterranea come la Provenza.
Quando si entra nella basilica si è subito colpiti dall’organo, dalle magnifiche boiseries del coro (1692) e del pulpito (1756) e dalla pala d’altare raffigurante la crocifissione, dipinta da Antoine Ronzen tra il 1517 e il 1520, posta su uno degli altari minori, a sinistra dell’abside principale.

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La pala d’altare firmata Ronzen

La pars leonis è tutta per la cripta, dove sono conservati i sarcofagi già menzionati e le famose reliquie della Maddalena: un cranio, una porzione di mandibola, un femore sinistro, un frammento di tibia e dei capelli. Studi specifici hanno confermato che:

Le crâne conservé dans la crypte de la basilique de Saint-Maximin est, selon toute vraisemblance, celui d’une femme âgée d’environ 50 ans, de type méditerranéen gracile.
Les fragments présentant l’aspect de “cuir sec”, prélevés au niveau des os propres du nez et du conduit auditif gauche, ont été examinés histologiquement par le professeur F. Busser, de Paris.

Inoltre, conservato nel reliquiario di Saint-Maximin, vi è anche una porzione di tessuto, probabilmente appartenente alla sezione frontale della reliquia, che la tradizione vuole essere il punto esatto del “Noli me tangere“, episodio avvenuto la mattina della Resurrezione di Cristo.
Degno di nota è il reliquiario: datato 1860, eseguito dall’artigiano Didron, sostituisce quello più antico e molto prezioso, in oro, argento e pietre di immenso valore, sparito al tempo della rivoluzione.

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Reliquia e reliquiario

La visita procede nel complesso conventuale, trasformato in (affascinante) hotel e (pessimo) ristorante: una purezza di linee e forme che colpisce l’occhio del viaggiatore, gettandolo nel turbinio di archi ad ogiva tipici dell’architettura gotica; si gode appieno di questo slancio verso le altezze, specialmente quando si cammina sotto le campate della sala capitolare e quando si passeggia tra gli archi del chiostro, ora adibito a luogo di fiere e commerci.

Ma i mercanti non erano stati cacciati a pedate fuori dal Tempio?

Per approfondire:
http://marie-madeleine.over-blog.fr/article-32327696.html
https://fr.wikipedia.org/wiki/Basilique_Sainte-Marie-Madeleine_de_Saint-Maximin-la-Sainte-Baume
http://www.saintebaume.org/mariemadeleine.html

Per chi fosse interessato alla raffigurazione di Maria Maddalena nell’arte italiana, consiglio la visita della mostra “La Maddalena tra peccato e penitenza” curata da Vittorio Sgarbi, a Loreto, aperta fino all’8 gennaio 2017. Io ci sono stata e l’ho apprezzata moltissimo.