Pillola: champagne e Campania

Mi diverto a trovare analogie tra Italia e Francia anche quando non ce ne sono. O meglio, anche quando non dovrebbero esserci.

Ma, per esempio, se si va a guardare bene, lo champagne, vino spumante eccellente e famoso ovunque nel mondo, è prodotto nella regione francese della Champagne, il cui nome assomiglia così tanto a quello della Campania da lasciare pochi dubbi in merito all’etimo dei due toponimi: i latini hanno lasciato il segno in ambo le regioni.

Mi vien da dire, allora, che lo champagne sta alla Champagne come la mozzarella di bufala sta alla Campania.
O forse la pizza.
O magari la pastiera.
O  meglio le sfogliatelle.
O addirittura il limoncello?
… ‘nu bellu ccafè?

Non lo so, ma ora ho voglia sia di pizza che di champagne.

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Chaim Soutine: lo Chagall dell’ombra, il Modì dell’oscurità

L’école de Paris contava innumerevoli personalità e personaggi. Quegli anni magici e maledetti della capitale francese videro un coacervo di talenti e spiriti lucenti annidarsi per le sue strade brulicanti, chi con pennelli in mano, chi con penna e calamaio, chi con lo strumento musicale al seguito. Già, perché è impossibile scollegare il fervore pittorico di quell’epoca da quello scrittorio, musicale e registico-teatrale. Com’è possibile parlare di Picasso senza menzionare Cocteau e Apollinaire, Erik Satie e Kiki de Montparnasse?

Tra tutti, De amore gallico oggi porta il lettore a conoscere Chaim Soutine, uno di quelli meno noti, meno citati, uno di quelli che a scuola non viene quasi mai nominato.
Come Chagall, anch’egli veniva dai territori della Grande Madre Russia, anche se il villaggio in cui nacque oggi si trova in Bielorussia.
Il suo nome in cirillico si scrive  Хаим Соломонович Сутин e si legge Chaim Solomonovic Sutin. Il nome e il patronimico non lasciano dubbi in merito alle sue origini ebraiche né, immagino, alle sofferenze patite negli anni della sua giovinezza. 

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“Natura morta” di Soutine


Dotato di un talento innato per il disegno, Soutine ruppe il divieto di raffigurazione imposto dalla fede ebraica ortodossa e per questo fu punito con durezza. Un episodio in particolare segnò il suo cammino: a sedici anni fu punito dal figlio del macellaio del villaggio, che era stato ritratto da Soutine. L’artista fu rinchiuso nella cella di frollatura delle carni, dove i quarti di bue e altre carcasse animali pendevano come tetri addobbi dalle mura e dal soffitto del locale, e lì vi rimase per diverso tempo. La madre riuscì ad ottenergli un risarcimento; fu con quel denaro che il giovane e già introverso pittore partì per cercare fortuna altrove.

Soutine giunse a Parigi il 13 luglio del 1913; ad accoglierlo aveva dei colleghi e connazionali, tra cui Krémègne, coi quali mosse i primi passi nella capitale francese.
Di lì a poco conobbe persone che avrebbero significato molto per la sua vicenda personale ed artistica, primo tra tutti Amedeo Modigliani, anche lui ebreo, di cui ammirava estroversione, allegria, spigliatezza e non in ultimo arte. Con Chagall ebbe modo di trovare analogie non comuni: erano entrambi ebrei russi poverissimi, emigrati in Francia alla ricerca di fortuna. Chagall poi divenne una storta di superstar della pittura, richiesto ovunque nel mondo; Soutine, anche a causa delle sue ferite psicologiche legate ad un passato di violenza, povertà ed emarginazione che condizionavano non poco il suo comportamento sociale, non conobbe mai la fama di molti altri suoi colleghi, sebbene negli anni riuscì a raggiungere un discreto successo e stabilità economica.

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“Carcassa di bue”, di Soutine, 1925

I primi tempi parigini furono all’insegna della sporcizia e della scarsa igiene, tanto scarsa che un medico gli trovò nell’orecchio addirittura un nido di cimici. Era brusco e taciturno, non sapeva come avvicinare le donne, non aveva maniere capaci di attirarne. Frequentava prostitute nei bordelli di Montparnasse e di Montmartre: sceglieva le più brutte e le più segnate dal tempo e dalle malattie. Le ritraeva poi sulle sue tele, forse crogiolandosi in quella bruttezza e in quello squallore.
Detestava che le persone esprimessero opinioni sul suo lavoro e, se per caso udiva qualcuno criticare una sua opera, correva a stracciarla in pezzi, salvo poi ricucirla certosinamente per non sprecare materiale prezioso e, per lui, caro. Ridipingeva su quelle tele rattoppate, su delle croste acquistate per due soldi ai mercatini delle pulci, osservava affascinato il suo amico Modì bere sempre di più e scambiare le proprie opere per un goccio di vino. In breve tempo tutta Montparnasse possedeva almeno uno scarabocchio di Modigliani.

La sua salute era pessima: dolori allo stomaco lo accompagnavano costantemente. A posteriori è possibile individuare in quegli attacchi di mal di pancia l’ulcera che, a cinquant’anni, lo avrebbe ucciso. I ricordi della sua infanzia difficile lo attanagliavano e, sulla tela, deformavano la sua pittura, distorcendo segni e linee per produrre ritratti e nature morte tormentatissimi.

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“La donna pazza”, di Soutine, 1919


Modigliani morì nel 1920. Soutine aveva avuto in lui un amico fraterno e la scomparsa del pittore livornese si aggiunse alla serie di dispiaceri che costellavano la sua esistenza. Tuttavia, come spesso accade, la fortuna arrivò, postuma per Modì, tardiva per Soutine, nella persona del collezionista americano Albert C. Barnes. Le loro opere divennero improvvisamente richiestissime e arcinote e la buona sorte non lo abbandonò più fino allo scoppio della seconda guerra mondiale: la Germania invase la Francia e le leggi antisemite gli impedirono di continuare a soggiornare a Parigi. Fuggì e si diede alla macchia, vagando per tutta la Francia con la donna con cui si era accompagnato negli ultimi tempi, Marie-Berthe Aurenche, prima moglie di Ernst, tra l’altro.

La sua ulcera gastrica degenerò in un’emorragia; nulla poté l’operazione cui fu sottoposto a Parigi: il 9 agosto del 1943 Chaim Soutine spirò e fu seppellito al cimitero di Montparnasse.

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Chaim Soutine

L’opera di Soutine è morbosa: ricorrono come soggetti carcasse di animali (eco del suo trauma adolescenziale nel villaggio natio?), paesaggi lugubri, ritratti e autoritratti deformati. Risulta difficile inserire Soutine in una corrente artistica, tanto forte fu il suo individualismo e la sua identità pittorica. Espressionista? Fauve? Di certo Van Gogh, Velazquez e Courbet ebbero un ruolo fondamentale nella sua formazione stilistica, ma Soutine riuscì a costruirsi una cifra inconfondibile, fatta di dolore e amarezza, impastandoli sulla tela insieme coi colori. Modigliani lo influenzò notevolmente, questo è sicuro, ma se nei quadri del livornese c’è una sorta di gioiosa e calorosa celebrazione delle forme umane, esaltate ed esasperate dalla sofferenza causata dalla malattia fisica, in Soutine ci sono sporcizia, sangue, ricordi, traumi e dolori provocati dalla malattia dell’anima.

Per approfondire:
“La grande avventura dell’arte”, programma in onda su Rai 5.
“L’ultimo viaggio di Soutine” di Ralph Dutli
Settemuse

Pillola: il trucco che si nasconde nei trucs

Truc.
La prima volta che ho sentito questa parola, automaticamente ho pensato al trucco: teatrale, cinematografico, nascosto, di magia, di follia. Nel mio caso specifico, la persona che utilizzò questo termine si riferiva all’aggeggio che si usa per le inalazioni e i fumenti contro il catarro.

Poi la verità mi è stata rivelata:
coso.
(I fan di Lost possono commuoversi con me: “Hey, dude!“).

Truc è traducibile con coso. Robo. Che dalle mie parti è anche detto ciaffo. E ci credo che “l’aggeggio che si usa per le inalazioni e i fumenti contro il catarro” è un coso. Nemmeno io so come si chiama propriamente!

Che poi, a ben guardare, in realtà avevo ragione a dipingermi immagini mentali legate al maquillage o al mondo del teatro e delle macchine teatrali. Se si va a vedere sul dizionario (in questo caso il Garzanti), infatti, il primo significato attribuito a questa parola è proprio:

1. trucco: les trucs du métier, i trucchi del mestiere |avoir, (o connaître o trouver) le —, conoscere, scoprire il trucco; sapere, scoprire come si fa

E solo in seconda e in terza posizione si trovano invece i significati:

2. (fam.) coso, affare, aggeggio: donne-moi ce —!, dammi quell’affare!; qu’est-ce que c’est que ce —?, che cos’è questo aggeggio?; j’ai un — à te dire, ho una cosa da dirti |c’est pas mon —, non è la mia specialità, non è il mio forte | (fam.)— de ouf, roba da matti

3.Truc, Tizio: j’ai rencontré Truc qui m’a dit…, ho incontrato Tizio che mi ha detto…

La lingua è davvero un truc de ouf, certe volte!

P.s. a tal proposito, forse, l’inglese, col suo make-up, è ancora più eloquente.

Storia di una fenice – Histoire d’un phoenix- racconto nato tra Italia e Francia, da fini e inizi, dai ricami rococò che adornano Versailles

Se qualcuno domanda “È nato prima l’uovo o la gallina?” è come se dicesse “È nata prima la fiamma o la fenice?”.
In realtà fenici nascono in continuazione dalle ceneri di persone, momenti, affetti, legami, viaggi, case e sospiri.img_20170114_230251_937
Quando qualcosa o qualcuno finisce, ecco che dalle sue polveri ideali fa capolino una testolina piumata, adorna di due occhietti luccicanti e di un beccuccio affilato e brillante. Piano piano, arruffando il piumaggio già scarlatto, l’esserino prende coscienza della propria esistenza.
La fine di qualcosa gli ha dato vita. Lui è la continuazione ideale di ciò che non è più. Noi non lo vediamo, ma lui c’è: da qualche parte, in alto, lontano, in quel posto dove i ricordi si raggrumano e formano una nube di polvere dorata tanto pregna di pensiero ed emozione. Lì, la cenere luccicante si condensa e si scalda, come quando nasce una nuova stella.

Allorché questa polvere d’oro, ricca di pensiero ed emozione, si è incalorita fino a raggiungere la temperatura di un’anima innamorata, ecco che quel tepore genera la fenice.img_20170115_124051_107
Così nasce una vita da una fine. Il piccolo volatile, una volta scrollate di dosso le ceneri e la fuliggine della propria combustione, spicca il primo volo ed intona il primo rauco canto.
Lentamente, senza paura, dal suo punto lontano arriva, sazio di calore e di sentimento, fino al luogo dove vivono tutte le fenici.

Là esse esistono perché qualcosa prima di loro è esistita, perché una particina ineffabile e potente ha dato loro la scintilla. Il ricordo di ciò che non è più le alimenta, e anche quando tutti coloro che posso ricordare sono morti, ecco che altre fenici nascono, e nella loro esistenza vanno ad alimentare il caldo soffio vitale di tutte le altre che le hanno precedute.
È un posto infinito, mai affollato, sempre calmo, sereno, pieno di gioia.
Nessuno lo ha mai visto, solo le fenici, che lo hanno creato.
Così le fenici nascono senza mai morire, perché da una morte hanno avuto vita.

Fine (una fenice ne sta già nascendo)

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Pillola: Gallia est omnis divisa in partes nonaginta sex

Gallia est omnis divisa in partes tres, quarum unam incolunt Belgae, aliam Aquitani, tertiam qui ipsorum lingua Celtae, nostra Galli appellantur. Hi omnes lingua institutis legibus inter se differunt. Gallos ab Aquitanis Garunna flumen, a Belgis Matrona et Sequana dividit.

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Cesare, nell’incipit del suo De bello gallico spiega come era suddiviso il territorio dell’odierna Francia al tempo della sua campagna militare: numerose tribù ma con una ripartizione definita.
Se volessimo riscrivere l’incipit dell’opera aggiornandola alla suddivisione dipartimentale di oggi allora dovremmo dire:

Gallia est omnis divisa in partes nonaginta sex. 

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Se solo Cesare sapesse che cosa ne è divenuto di quei Galli che tanto ha combattuto!
Nella speranza di non aver commesso un errore di grammatica latina nel concordare il numerale attingendo alle mie reminiscenze del liceo, salus et gratia.

Ricetta d’Epifania: la galette des rois

De amore gallico augura a tutti i suoi lettori un felice 2017.
Per iniziare bene, con l’auspicio che sia un anno di abbondanza e di felicità, apriamo le danze pubblicando un articolo insolito per un blog di cultura e costume. Oggi infatti parleremo di una ricetta; poiché l’Epifania si avvicina, De amore gallico vi invita a scoprire un dolce tipico del nord della Francia, preparato in occasione del 6 gennaio che si chiama la galette des rois  frangipane.

La galette des rois frangipane.
Essendo un dolce di pasta sfoglia, ci sono due possibilità: acquistare una base precotta in negozio o rimboccarsi le maniche e preparare la sfoglia in casa. Per chi volesse seguire la tradizione, nel blog Giallo Zafferano vi è la spiegazione dettagliata per ottenere una buona pasta sfoglia. Attenzione! Non è facile riuscirci al primo colpo: è un lavoraccio e se non si è pratici è meglio chiedere aiuto a chi se ne intende per prendere manualità con la stesura della pasta.
Una volta preparata la base, gli ingredienti necessari sono: 100 g di mandorle pelate, 75 g di zucchero, 2 uova intere ed 1 tuorlo, 50 g di burro lasciato ad ammorbidire, 1 fava secca.
Si devono tritare finemente le mandorle con lo zucchero: la polvere deve risultare finissima.
Aggiungere poi il burro ammorbidito e lavorare il composto lentamente per ottenere una crema omogenea. Aggiungere le due uova intere e continuare a lavorare il tutto per mantenere la texture morbida e uniforme. Nel frattempo è bene iniziare a scaldare il forno a 240°.
Stendere un disco di pasta sfoglia nella tortiera e posizionare la fava da qualche parte su di esso. Versare e spalmare la crema frangipane per formare uno strato abbastanza spesso. Coprire con il secondo disco di pastasfoglia ed unire i bordi in modo che la crema frangipane non fuoriesca.
Sbattere velocemente il tuorlo d’uovo messo da parte e spennellare la superficie del dolce che può essere decorata a piacere utilizzando uno stecchino per disegnare dei motivi legati al tema dell’Epifania.
Infornare a 240° per dieci minuti, quindi abbassare la temperatura a 180° e lasciare il dolce in cottura per altri venti minuti. Sf0rnare e, prima di servire, lasciare ben raffreddare la galette des rois.

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La tradizione vuole che nell’impasto della torta ci si metta una fava secca o un santon di un Magio, una figurina da presepe per intenderci. Chi ha la fortuna di trovare la fava o il santon nella propria fetta diventa il re o la regina della giornata. Una variazione sul tema della monetina da un penny nel pudding di Natale oltre la Manica.
Molto interessante è significato della fava e dell’elezione di un re. Perché proprio questo semino? Perché il titolo di re della giornata?
L’opinione condivisa da molti è che ciò sia un retaggio della tradizione romana legata alla festa dei Saturnalia. Certo, il titolo di re può essere ricondotto ai Magi che offrirono i loro doni a Gesù Bambino, ma non è improbabile che sia un rimando alla “libertà condizionata” goduta dagli schiavi in tale occasione e all’usanza di eleggere un princeps dei Saturnalia, una sorta di maestro di cerimonie.
La fava, dal canto suo, è un vegetale che nella cultura greco-romana aveva molta importanza. Pare che Pitagora credesse che nelle fave si celassero le anime dei defunti e che per questo motivo non si dovesse consumarle, addirittura nemmeno toccarle, ma la sua “avversione” a questo vegetale potrebbe avere altre spiegazioni: la prima, e la più sensata, il favismo, la seconda, altrettanto probabile, il suo legame ai misteri orfici ed eleusini, durante la celebrazione dei quali la fava veniva usata per raggiungere degli stati di trance e di premorte (e anche qui il favismo potrebbe essere un fattore da non sottovalutare, vista la predisposizione genetica dei popoli mediterranei e mediorientali a questa allergia).

Che prepariate la frangipane per l’Epifania o per festeggiare i Saturnalia, non mi resta che augurarvi buon appetito!