Kiki e le altre parte 2: Jane Avril chi?

Je me laissai conduire et diriger, éberluée autant qu’éblouie, ouvrant tout grand mes yeux à la découverte de cette vie nouvelle qui s’offrait à moi.

Je croyais rêver.
Aussitôt dans ce bal, aux accents entraînants de l’orchestre endiablé, un élan auquel je ne pus résister m’emporta, malgré que la lutte entre ma timidité et ma tentation fît battre mon cœur à le rompre !
Et me voilà partie à danser et bondir, tel un chevreau échappé, ou mieux, comme une folle que je devais sans doute être un peu.
Par la suite, je m’en suis rendu compte, seul mon instinct dirigeait mes actes.
Au reste, dans les temps qui suivirent, je n’ai jamais pu résister au charme qu’exerce sur moi le rythme de certaines musiques.

On fait comme on peut son entrée dans le monde !

Questo estratto proviene dalle memorie di Jane Avril, stella degli anni d’oro del Moulin Rouge così come lo fu Louise Weber.
Jane Avril, conosciuta anche come TerpsichoreJane la Folle o La Mélinite, musa ispiratrice di molte opere di Henri Toulouse-Lautrec, scrisse di suo pugno questo libello in cui si può assaporare il gusto piccante della Parigi montmatriana ed avere una finestra privilegiata sugli aspetti meno conosciuti dell’epoca.

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Il suo vero nome era Jeanne Louise Beaudon, nata dall’unione tra una cortigiana parigina e, così sembra, un nobiluomo italiano raffinatissimo e colto. Trascorse i primi anni con i nonni materni, affettuosi e presenti, che la lasciarono, morendo a distanza di una settimana l’uno dall’altra, durante la guerra francoprussiana. Jane fu dunque presa in affidamento da un’istituzione religiosa per orfanelle, ma successivamente giunse la madre a reclamarla, per portarla a vivere con sé. Fu l’inizio di un calvario, per Jane Avril, poiché la madre iniziò a maltrattarla in modo orribile, passando le giornate ad interrogare le carte e ad intrecciare monologhi dialogici deliranti con se stessa, alternando urla e insulti alla bambina che, in silenzio, subiva botte e percosse, insieme ad una alquanto equivoca specie di educazione sessuale:

Dans ses moments d’accalmie, aux heures de repas, elle s’efforçait de me faire comprendre que c’était à moi que, désormais, incombait la tâche de rétablir notre situation, que la vertu ici­bas n’a aucune chance de réussir, qu’il existait deux sexes différents, que des messieurs âgés couvraient d’or les jeunes femmes, pourvu qu’elles se laissent embrasser… Comme un fait exprès, je n’avais pas l’air de comprendre où elle en voulait venir !

La giovane Jane Avril iniziò ad avere crisi nervose e attacchi di panico, forse dovuti all’ambiente familiare terrificante in cui stava crescendo. Fatto sta che fu mandata di nuovo in un collegio di religiose dove, negli anni seguenti, fu educata insieme ad altre fanciulle. Là prese delle lezioni settimanali di ginnastica, durante le quali il suo talento per l’esercizio fisico iniziò a rivelarsi.

Come accade in molti casi, la sua strada le si spalancò davanti nel più bizzarro dei modi. Diciassettenne, fu “sedotta e abbandonata” da uno studente di medicina che “amava cogliere i frutti acerbi senza voler poi assumersene la responsabilità”. Decise dunque di  togliersi la vita gettandosi giù per la Senna. Ma, mentre andava a scegliere il punto migliore per eseguire il suo proposito, un ubriacone iniziò a seguirla per le stradine della Parigi di notte, spaventandola. Chiese aiuto ad una prostituta che “potesse tenere a bada per qualche minuto quell’uomo laggiù”, ma la peripatetica, vedendola del tutto fuori di sé, comprese che c’era qualcosa di più d’un ubriaco molesto in strada a sconvolgere a tal punto Jane Avril. Fu così che prese la ragazzina sottobraccio e la condusse con sé in un’osteria, per darle da mangiare, tenerla d’occhio e farla tornare in sé. La sua salvatrice era chiamata

« la grande Marcelle à l’œil de verre », spécialiste experte et prêtresse d’un rite de l’amour qu’elle tenait de la baronne d’Ange.
Je ne l’ai jamais revue mais lui ai gardé un souvenir reconnaissant, elle fut pour moi une bonne et brave fille, et j’ai souvent pensé qu’elle aurait pu essayer de m’entraîner dans son triste milieu. Il est d’ailleurs plus que certain que je m’en serais échappée, tellement ce qui est bas, vulgaire et grossier m’a toujours causé de frayeur et d’instinctive répulsion.

Un po’ facile, prendere le distanze così da un mestiere che, al tempo, era quasi sinonimo di quello della ballerina, ma chi siamo noi per giudicare? Nessuno, quindi atteniamoci alle sue testimonianze e a quelle dei suoi coevi.

Fu dunque grazie alle sue nuove conoscenze della Parigi notturna che Jane scoprì i balli e i cabaret. 789px-henri_de_toulouse-lautrec_-_le_divan_japonais_-_google_art_project-2806a Il suo innato talento per la danza affiorò in superficie e le guadagnò da vivere per un po’ di tempo alla bell’e meglio, ma poi si rivelò essere la chiave per un avvenire luccicante. Fu infatti notata da Zidler, l’impresario del Moulin Rouge, dove iniziò ad esibirsi nelle quadriglie. Là conobbe Louise Weber, la Goulue, prossima all’abbandono del cabaret parigino per dedicarsi alla sua avventura girovaga e circense.

Parmi les reines du quadrille brillait en première place la Goulue, superbe fille d’une insolente beauté, éclatante de fraîcheur et de santé, si appétissante malgré que fort vulgaire de langage et d’allures. Elle réalisait en son entier le type « chair à plaisir ». En tant que danseuse, elle bornait son talent à lever ses jambes parfaites, mais avec tant de désinvolture et de galbe quelle n’arrivait pas à être indécente, même lorsque, au final, Valentin le Désossé, son danseur, l’enlevait toutes voiles dehors dans un fouillis de dentelles; tout ce qu’elle laissait entrevoir était joli de formes.

La sua abilità e la sua grazia le valsero il titolo di prima ballerina. Era diversa dalle altre ragazze del cabaret, più minuta, più aggraziata, più distinta. Fu forse anche per questo che Toulouse Lautrec la prese come sue seconda musa ispiratrice. Scrisse di lui:

De Toulouse­Lautrec, génial infirme — dont la gouaille spirituelle et mordante devait lui aider à masquer une profonde mélancolie —, venait me prendre chez moi afin d’être certain de m’avoir dans son atelier.

Jane Avril divenne così nota che fu chiamata anche all’estero per esibirsi nel can can. Il successo fu grande.
Furono anni incredibili: il bel mondo, l’élite intellettuale, la moda, la musica, il fascino… Jane Avril visse il meglio della belle epoque e delle sue contraddizioni, diventando una superstar richiesta ovunque. Il suo charme particolare e non banale era l’attrazione principale di luoghi come Les folies bergères, Le divan laponais e molti altri.

La sua stella brillò fino a quando non cedette, infine, alle pressioni di uno dei suoi innumerevoli spasimanti, tale Maurice Biais, pittore, che l’aveva già chiesta in sposa non meno di sette volte. Correva l’anno 1911. Biais adottò il figlio di cinque anni che Jane aveva avuto da una relazione precedente. Il piccolo assunse dunque il nome di Jean-Pierre Biais.
La famiglia lasciò l’Europa per New York, ma le cose non andarono bene e tornarono quindi in Francia. Jane, quarantenne, si esibì ancora un po’, perché i soldi in casa mancavano sempre, specialmente a causa della dipendenza da alcol e da gioco d’azzardo del consorte.
La prima guerra mondiale era alle porte: Maurice Biais fu chiamato alle armi. Il figlio scappò di casa per non tornare mai più, e lei si diede da fare come infermiera, cameriera nelle mense, ballerina in spettacoli di beneficenza, nonostante la vita stesse prendendo la peggior piega possibile.
Il marito tornò dal fronte ferito gravemente e lesionato dal gas mostarda. Lei cercò di ripristinare l’intesa coniugale, fece enormi sforzi per rendere la loro vita di nuovo gradevole e piena, ma lui era ormai preda dell’alcol: rubava i gioielli e le proprietà della moglie per venderle e finanziare i suoi vizi.
Jane scoprì anche che Biais le sottraeva di nascosto abiti e articoli femminili per indossarli lui stesso in alcuni posti segreti della Parigi notturna.
Morì nel 1926, dopo aver dilapidato tutto il patrimonio della moglie.
Jane era ormai povera e sola. Prese in affitto una stanza e fece appello a tutte le sue conoscenze e amicizie per andare avanti. La salute andava declinando sempre di più, ma, per fortuna, qualcuno dei suoi antichi ammiratori si interessò alla sua situazione e fece in modo di sistemarla in una casa di riposo per artisti, dove Jane ritrovò una dimensione familiare, la salute e un po’ di conforto.jane avril
Nel 1935 scoprì di essere divenuta nonna: Marguerite Leautier, moglie del figlio Jean-Pierre, le scrisse. Il marito l’aveva abbandonata e lei tirava avanti facendo le pulizie in un convento, così da avere un tetto per lei e per il bambino. Jane iniziò a mettere da parte spiccioli, a cucire vestiti e a fare tutte queste piccole cose per poterli aiutare e riuscire, un giorno, ad andarli a trovare nonostante l’angina pectoris che l’affliggeva.

Per la seconda volta, la guerra mondiale si presentò alle porte di Parigi. Jane non visse abbastanza a lungo da vederne la fine.
L’angina, la vita dura del periodo bellico, la mancanza di cibo e il freddo fecero il resto.
Jane Avril spirò il 16 gennaio del 1943.
Si spegneva un simbolo di qualcosa di meraviglioso che ormai era perduto nelle polveri della guerra. Ne restava il ricordo e i numerosi ritratti sulle gloriose affiches le cui riproduzioni a poco prezzo oggi costituiscono souvenir per i turisti che affollano Pigalle a tutte le ore del giorno e della notte.
Jane Avril chi? Jane Avril la ballerina, la stella. Jane Avril una donna, la cui storia vale la pena di essere letta.

Per chi fosse interessato a visitare la sua tomba, Jane Avril si trova al Père Lachaise di Parigi,  lotto 19, sezione 26, seconda fila.

Per approfondire:
“Mes memoires”, di Jane Avril.
“Jane Avril of the Moulin Rouge”, di Jose Shercliff.
“Toulouse-Lautrec and Jane Avril, beyond the Moulin Rouge”, di N.Ireson.

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“Après Babel, traduire” mostra al Mucem di Marsiglia – «Tradurre non è mai semplice né innocente»

“Choosing a meaning is neither easy nor innocent.”

Questo è uno dei tanti spunti di riflessione sulla traduzione che si trovano nella mostra “Après Babel, traduire”, aperta fino al 20 marzo al MuCEM di Marsiglia.
Si parte dal concetto di Babele e dalle sue radici linguistiche (“confusione” in ebraico), per arrivare alla domanda “Babele, maledizione o opportunità?”.
Riporto la sinossi ufficiale della mostra in francese:

La traduction est l’un des grands enjeux culturels et sociétaux d’un monde globalisé. Traduire, c’est préférer à une communication rapide et basique dans une langue dominante plus ou moins artificielle (aujourd’hui le « global english » ou globish) un travail coûteux et parfois déconcertant sur la différence des langues, des cultures, des visions du monde, pour les comparer et les mettre en harmonie.

La traduction est d’abord un fait d’histoire : les routes de la traduction, via le grec, le latin, l’arabe, sont celles de la transmission du savoir et du pouvoir. «La langue de l’Europe, c’est la traduction», a dit Umberto Eco. Les civilisations d’Europe et de Méditerranée se sont construites sur cette pratique paradoxale : dire « presque » la même chose, et inventer en passant, à la confluence des savoirs et des langues.

C’est aussi un enjeu contemporain. La diversité des langues apparaît souvent comme un obstacle à l’émergence d’une société unie et d’un espace politique commun, mais l’exposition Après Babel, traduire inverse cette proposition et montre comment la traduction, savoir-faire avec les différences, est un excellent modèle pour la citoyenneté d’aujourd’hui.

Partant d’une abstraction – le passage d’une langue à une autre -, l’exposition donne à voir, à penser et à voyager dans cet entre-deux. Du mythe de Babel à la pierre de Rosette, d’Aristote à Tintin et de la parole de Dieu aux langues des signes, elle présente près de deux cents œuvres, objets, manuscrits, documents installations, qui manifestent de façon spectaculaire ou quotidienne les jeux et les enjeux de la traduction.

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It’s raining cats and dogs – il pleut des cordes

Si parte dalle riproduzioni fiamminghe della torre di Babele, dal modello del monumento alla Terza Internazionale di Vladimir Tatin, passando naturalmente per la Stele di Rosetta e la sua importanza non solo nella traduzione, ma anche per la gestione del sapere in pieno periodo colonialista. Ci sono le tavolette in cuneiforme bustrofedico che fanno capolino dall’antica Mesopotamia, così come anfore greche a riportare miti e storie ellenici che saranno poi tradotti i centinaia di idiomi.

Si seguono le vie della traduzione che, come quelle della seta e delle spezie, hanno segnato profondamente la storia e lo sviluppo occidentale: dalla Grecia all’Arabia, passando per la Spagna, la Sicilia, arrivando fino a Wittenberg, Londra e Parigi. E Venezia.
Sempre Venezia. Perché la Serenissima, forte della sua indipendenza da papato e altri potentati maggiori, fu il centro editoriale più esuberante e all’avanguardia per secoli e secoli.
Se si cercano libri e grandi traduzioni, la mostra non lascia delusi: Bibbie e Corani antichi tradotti in tutte le lingue che vi possano venire in mente. C’è addirittura la traduzione della geometria euclidea in cinese fatta da Padre Matteo Ricci. Si trovano le traduzioni delle opere filosofiche classiche in arabo ed in ebraico. C’è perfino Tin Tin in esperanto, in mezzo a decine di manifesti polilinguistici comunisti, pieni zeppi di errori. Si sta là, di fronte ad un manifesto in cinese che riporta i ritratti di Marx, Engels, Lenin, Stalin e Mao, ed improvvisamente sembra che fuori fischi il vento e che infuri la bufera.
Chagall fa la sua comparsa con un dipinto in cui Mosè riceve le tavole della legge sul Sinai, mentre sullo sfondo una Madonna azzurra affiancata da un bue violetto regge un Bambinello celeste.

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Un’allegoria della traduzione presente nel triplo autoritratto di Johannes Gumpp.

Un esperimento linguistico è mostrato in video: un’anziana tunisina che parla solo arabo e che comprende un po’ il francese comunica con la figlia, arabofona e francofona. A sua volta ella comunica con sua figlia, nata e cresciuta tra Francia e Regno Unito, e che parla solo francese ed inglese senza avere nozione alcuna dell’arabo. Tra nonna e nipote la comunicazione, dunque, è limitata a gesti e a sorrisi.
C’è anche Dario Fo, con una sua masterclass-spettacolo sulla storia del gramelot, c’è un’installazione sulla lingua dei segni, con i gesti che variano da nazione a nazione, rispecchiando in modo visuale e mimico lo spirito di ogni popolo.

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Placca funeraria palermitana, circa 1149. Riporta iscrizioni in greco, latino, ebraico ed arabo.

Un’esposizione imperdibile per chi vive ogni giorno nel coloratissimo e mai noioso limbo del traduttore, mai interamente preciso, sempre problematico ed avventuroso.
I testi accuratamente redatti che accompagnano la mostra sono indicativi della complessità del tema trattato, così come della sua conformazione varia ed avvincente. Come è possibile limitare la traduzione ad un qualcosa di scritto sulla carta stampata, quando così tanti fattori incidono sulla sua efficacia e pienezza? Arte, editoria, archeologia, storia, sociologia ed antropologia sono ingredienti fondamentali della pozione magica che è il risultato del mestiere di traduttore, così come la politica ne definisce i contorni in modo fatalmente imprescindibile.

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Testina con cappello frigio rinvenuta in Afghanistan.
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Mel Bochner, BlahBlahBlah. “Babele” significa “confusione”, “barbaro” significa “balbettante”

Un viaggio interessante anche per chi non ha fatto della traduzione la sua occupazione principale, ma magari la vive quotidianamente per caso: una coppia mista, un datore di lavoro o un collega straniero. Tutti siamo traduttori, perché nessun messaggio arriva mai al destinatario nell’esatta forma e col senso preciso inteso da chi lo ha emesso: applichiamo sempre la nostra interiorità agli stimoli che l’esterno ci fornisce, sfumando di volta in volta i colori sulla tela con pennellate differenti. Mi pare dunque il caso di concludere con una delle tante citazioni stimolanti ed interessanti che la mostra espone lungo lo svolgersi del suo percorso:

“El original es infiel a la traduccion”
Jorge Luis Borges

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Palestina ed Israele: due lingue semitiche a confronto
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Modello del monumento alla Terza Internazionale di Tatlin

Pillola: Olympique Marseille vs A.S. Monaco

La settimana scorsa sono stata ad una partita di calcio.
La prima della mia vita.

E anche l’ultima.

Si è disputata allo stadio Vélodrome di Marsiglia e ha visto in campo l’O.M. contro la squadra del principato di Monaco, che gareggia nel campionato francese.
Il 99% dei tifosi vestiva i colori della squadra di casa, mentre solo una piccola balconata, in un angolino, era decorata col bianco ed il rosso del Monaco.
Un Davidino di tifo monegasco per il Golia delle curve marsigliesi.

Io ero in curva.
Già.
In curva. Alla domanda “Come ci sei finita?” non voglio rispondere.
Si sappia solo che non ho mai visto tanti energumeni riuniti tutti insieme in vita mia.
Il Monaco, prevedibilmente, ha stracciato l’O.M., finendo col far andare a casa tutti quanti i sostenitori del club marsigliese con le facce lunghe, mogi mogi (io no, io ero solo sollevata che fosse finita, visto che ho passato due tempi regolamentari e due supplementari in piedi, senza la possibilità di posare il didietro sul posto che avevo pagato, perché tale posto era occupato dai piedi e dalle birre degli energumeni di cui sopra).

Una cosa bella, però, è successa: non ho mai visto i bagni riservati alle donne così sgombri, lindi e pinti.
Kudos per me.