Pillola: il giorno dopo

I risultati parlano chiaro ed ancor più lo fanno le mappe che indicano in quali dipartimenti si è votato più per un partito che per l’altro.

Io mi trovo in piena zona Front National, nella regione in cui alle scorse votazioni si era candidata nientemeno che la nipote di Marine Le Pen in persona.

Non voglio commentare.

Accludo solo alcune foto che ho scattato ieri, allorché ho accompagnato il mio compagno al seggio elettorale.

Come quando a scuola si aggiungevano accessori moda e bikini alle immagini delle statue greche e romane nei libri di storia e di storia dell’arte, così in Francia si aggiungono tocchi personali ai manifesti elettorali.

Il mio preferito è quello di François Fillon, l’uomo di punta del partito repubblicano post-Sarkozy, in cui lo slogan “Une volonté pour la France” è stato corretto ad hoc per risultare “Un vol pour la France“, ovvero “Un furto per la Francia”.

À la prochaine!

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Pillola: la donna che pagava in dobloni d’oro (o in galeoni magici)

Ieri, in un negozio, la signora in fila avanti a me era un po’ originale. Acconciata con piume e volants, borbottava a mezza bocca e sembrava intrattenere un’interessantissima conversazione con qualcuno accanto a lei. Quando è arrivato il suo turno alla cassa, ha appoggiato i suoi numerosi barattoli di Nutella sul bancone e alla ragazza in cassa ha mostrato una grossa moneta antica, grande quanto una spessa fetta di salame, dorata e tutta istoriata: sembrava proprio un doblone appena uscito dal forziere di un pirata spagnolo del ‘600.

La signora voleva pagare il conto con quella moneta lì, ma quando la commessa le ha fatto notare che la valuta era diversa, si è offesa a morte, ha lasciato tutta la Nutella sulla cassa e se ne è andata in giro per il negozio, indignatissima, per poi uscire disseminando occhiate di rimprovero a tutti i presenti.

Col senno di poi mi rendo conto che in realtà noi non siamo altro che una manica di babbani che non sanno distinguere un doblone pirata da un galeone magico appena uscito dal portamonete di una strega che si è presa una vacanza e se ne va in giro per la Costa Azzurra comodamente sul suo manico di scopa, provvista della sua bacchetta targata Ollivander e del suo gufo portalettere reso invisibile ad hoc.

Babbani!

La bête du Gevaudan, un caso ancora aperto?

Tempo fa sono andata a Marsiglia a trovare i parenti del mio compagno. Suo nonno, in quell’occasione, mi ha raccontato la storia della Bestia del Gevaudan.
Oggi voglio riferirvi la vicenda e tutte le speculazioni che nei secoli sono fiorite attorno a questi sanguinosi fatti, facendoli divenire un caposaldo dell’archeocriptozoologia quasi quanto il Sasquatch, lo Yeti, il Chupacabras o il mostro di Loch Ness.
Insomma: animali fantastici e dove trovarli, per citare J.K.Rowling.

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Incisione dell’epoca

I fatti si svolsero nel XVIII secolo, in una regione chiamata Gevaudan, oggi conosciuta come Lozère. Il nonno del mio compagno mi ha mostrato in un atlante dove si trova questo luogo e io riporto la cartina per maggiore accuratezza geografica. In quel tempo la provincia del Gevaudan era territorio prevalentemente dedito alla pastorizia, con diverse fattorie sparse qua e là per la campagna punteggiata di villaggi sparuti e poveri. La rivoluzione non sarebbe avvenuta che dopo qualche decade; i mezzi di comunicazione, le strade e il tenore di vita del popolino che abitava la regione  lasciavano molto a desiderare. gevaudanTutto questo non fece che aumentare l’aura di mistero e di terrore che avviluppò la vicenda, anche quando i racconti di quanto stava accadendo in quella remota provincia del centro-sud francese giunsero alla corte di Versailles, dove fu costituita una sorta di task force militare con il compito specifico di gettar luce sull’oscura e tragica sequela di morti e di stanare la bestia.

Andiamo con ordine: nell’aprile del 1764 una giovane pastora fu attaccata da un essere mostruoso, dotato di lunghi canini. La ragazza sopravvisse perché furono le mucche di cui si occupava a salvarla, intervenendo in branco.
Il sito “L’ombre de la bête” riporta che i testimoni oculari descrissero l’essere:

un corps massif, les oreilles courtes, un pelage fauve parcouru de bandes sombres, une bande noire sur le dos, la queue grosse et touffue, et une tache blanche en forme de cour sur la poitrine. Autre détail important: aucune victime ni témoin ne parlera jamais d’un loup.

Non passò molto tempo che la bestia riuscì ad uccidere qualcuno: era il 30 giugno e la vittima fu un’adolescente, Jeanne Boulet. Si susseguirono non meno di 124 morti in circa tre anni. La maggior parte delle vittime erano donne e bambini, sorpresi da soli nei pascoli mentre gli armenti si cibavano. La solitudine al momento dell’attacco era in qualche modo l’elemento in comune a tutte le aggressioni, insieme alla morte per sgozzamento. I corpi, poi, venivano mangiati, anche solo parzialmente. La bestia che aggrediva gli umani, nonostante non avesse in alcun modo l’aspetto di un lupo, venne subito bollata come lupo mannaro, loup garou, cosa che portò ad una strage di animali innocenti in tutta la regione. Altri dissero che si trattava di mastini particolarmente grossi, o di ibridi bizzarri, allevati da qualche famiglia di malintenzionati apposta per aggredire gli umani. Una sorta di Mastino dei Baskerville in piena campagna francese, senza le soluzioni fluorescenti e i mozziconi di sigaretta tanto cari a Conan Doyle.gevaudan2
Si pensò anche che la bestia fosse un animale messo sotto incantesimo da qualche magone che abitava nei paraggi, il quale amava stregarla per i suoi sadici scopi. Nella fattispecie, si sarebbe trattato di Jean Chastel, sospettato di essere un meneur de loups.
Altre teorie affermano che la bestia era in verità un animale esotico, come una iena o un licaone, magari giunto dall’Africa per divertire qualche nobiluomo bizzarro che voleva tenerlo in gabbia nel proprio giardino: l’animale, poi, sarebbe riuscito a darsi alla fuga fortunosamente, vivendo da allora come vagabondo in un habitat non suo.

Il 12 gennaio 1765, quando la bestia cercò di attaccare nuovamente, un gruppo di ragazzini riuscì a scacciarla, ligi al detto “l’unione fa la forza”. Re Luigi XV fu così colpito dall’audacia di quei fanciulli che donò loro 300 soldi.

Le morti continuarono e, come riporta il sito ufficiale del museo della Bestia del Gevaudan:

De 1764 à 1767, deux animaux (l’un identifié comme un gros loup, l’autre comme un canidé s’apparentant au loup) furent abattus. Le gros loup fut abattu par François Antoine, porte-arquebuse du roi de France, en septembre 1765, sur le domaine de l’abbaye royale des Chazes. À partir de cette date, les journaux et la cour se désintéressèrent du Gévaudan, bien que d’autres morts attribuées à la Bête aient été déplorées ultérieurement. Le second animal fut abattu par Jean Chastel, enfant du pays domicilié à La Besseyre-Saint-Mary, le 19 juin 1767. Selon la tradition, l’animal tué par Chastel était bien la Bête du Gévaudan car, passé cette date, plus aucune mort ne lui fut attribuée.

Sì, proprio lo stesso Chastel sospettato di essere meneur de loups. Giusto per aggiungere ulteriore foschia al quadro.
Alcune testimonianze di sopravvissuti hanno portato, nel tempo, a razionalizzare i fatti, mettendoli in un’ottica meno favolistica, forse, ma assai più inquietante, perché la realtà supera sempre di molto la fantasia, nel bene e nel male.
Riporto di seguito quanto scritto nella monografia “Notes sur ‘La bête du Gevaudan’ de Pascal Cazottes” redatta da Robert Dumont:

Il est flagrant que, sur le nombre de victimes (plus de 100 même en ne considérant que les estimations les plus restrictives), certaines ne sont pas imputables à la Bête elle-même. Les hommes étant ce qu’ils sont, il est inévitable que, lorsque sévit un « tueur en série » (qu’il soit humain ou animal), d’aucuns profitent de la circonstance pour régler un compte personnel, avec la quasi-certitude que ledit tueur endossera sans problème quelques meurtres de plus. Il semble également que, durant ces sanglants évènements, se soit manifesté un personnage plus ou moins « déguisé » en animal. Le 11 août 1765 la Bête attaque Marie-Jeanne Vallet, servante du curé de Paulhac. Notons au passage que pour ce faire, la Bête se dresse sur ses membres postérieurs. Sans perdre son sang-froid, Marie-Jeanne Vallet lui allonge un coup de baïonnette en plein poitrail. La Bête pousse un cri déchirant et porte l’une de ses pattes antérieures à sa blessure. A-t-on jamais vu un quadrupède accomplir un tel geste ? 

Gli attacchi sferrati in modo sistematico, con il modus operandi di cui sopra, a posteriori fanno pensare non solo ad un uomo, ma ad un gruppo di uomini, forse dedito a rituali magici di qualche tipo, che si dilettavano nella caccia all’umano nascondendo le loro fattezze sotto una pelle d’orso o di lupo. Una qualche setta, forse, contraddistinta da sadismo e perfidia.gevaudan4
Un’altra teoria afferma che il responsabile di questi attacchi potrebbe esser stato un uomo affetto da ipertricosi, emarginato dalla società per questa sua triste condizione, ridotto alla follia e assetato di vendetta nei confronti degli altri.
Ancora, si è pensato che gli autori di tutto l’affaire siano stati dei soldati divenuti antropofagi per necessità, di ritorno dalla guerra dei Sette Anni e nascostisi nelle campagne, ridotti ad uno stato psicologico di profonda prostrazione ed aggressività.

Comunque sia, la bestia del Gevaudan costituisce tuttora un mistero su cui gli appassionati di archeocriptozoologia continuano ad arrovellarsi. Che cos’era? O forse è meglio domandarsi chi era? Le ipotesi più disparate compongono questo puzzle misterioso e affascinante, sì, ma specialmente terribile, perché macchiato dal sangue di più di un centinaio di innocenti periti in circostanze davvero drammatiche.

Pillola: monsieur Serge

Monsieur Serge è un anziano francese che parla con il tipico accento del sud. I capelli, che sono argentati bluastri, gli ricadono lunghi sulle spalle. È sempre abbronzato e il profilo grifagno lo fa assomigliare ad una di quelle illustrazioni d’epoca de “I tre moschettieri”: gli mancano spada, cappello e stivaloni per fare un perfetto Athos.

Monsieur Serge era un pasticcere e ristoratore, da giovane. Ora è in pensione, ma non riesce a star fermo senza far nulla e talvolta svolge qualche lavoro come giardiniere.

Non è sposato, non ha figli, gli rimane solo una sorella che abita lontano. Fino a qualche mese fa le telefonava ogni settimana dall’ultima cabina telefonica del villaggio. Ora che anche quella è stata soppressa dalla compagnia telefonica, monsieur Serge si è visto costretto ad acquistare un cellulare. E tuttavia si ostina a non usarlo, preferendo scrivere alla sorella delle lunghe lettere, come si faceva una volta

Siccome era un pasticcere, quando la mattina scende all’edicola per ritirare il suo giornale acquista anche qualche gratta e vinci dal nome “Dessert en or”. Commenta le notizie del giorno, borbotta tra sé e sé, ride senza troppo curarsi di chi lo circonda. Esce a prendere il caffè, incontra i suoi amici del paese, specialmente monsieur Gegé, sempre con il cappello da pescatore e gli occhiali da sole, che aspetta il momento buono per scommettere sulle corse dei cavalli.

Monsieur Serge ama cucinare, però non ha nessun familiare per cui poterlo fare, così ogni giorno, a pranzo, prepara qualche cosa di buono e lo porta a Tonia, la bionda commessa dell’edicola, che gli vuole tanto bene.