Bonne Pâques à tout le monde

De amore gallico vi augura buona Pasqua di resurrezione.

Alla settimana prossima con la seconda parte del caso Seznec.

Continuate a seguirmi!

M.C.B.

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Il caso Seznec: 95 anni dopo è ancora mistero (parte 1)

Di recente il caso Seznec è balzato nuovamente agli onori della cronaca perché, dopo ben 95 anni, sembra essere ancora aperto. Anche se ci fu una condanna, scontata, e ben quattordici tentativi di revisione tutti con risultato nullo, gli eredi Seznec non si danno pace e continuano le ricerche del corpo di Pierre Quémeneur. Di recente, delle ossa sono state ritrovate nella casa dei Seznec, anche se gli esami non hanno dato risultati utili per la risoluzione dell’affare.

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I casi giudiziari sono materia molto affascinante. L’affaire Dreyfus, per esempio, è il caso francese più conosciuto nel mondo e quasi ogni studente lo conosce per via del coinvolgimento degli intellettuali del tempo a difesa dell’ufficiale ebreo ingiustamente accusato. Ora, il caso Seznec non ha gli ingredienti di antisemitismo e di spionaggio, non ci furono grandi menti che si esposero per l’ipotesi di colpevolezza o di innocenza. Ma è estremamente interessante e varrà la pena parlarne in modo dettagliato.

Le fonti da cui ho attinto le notizie e che se volete potete consultare voi stessi sono: il libro “Pour en finir avec l’affaire Seznec” di Denis Langlois, il sito France Justice, il sito della rivista Le Point, Wikipedia per la cronologia, anche se Wikipedia stessa è un riassunto esaustivo della vicenda, Le Monde e alcuni documentari che ho trovato online.

Cominciamo con il quando: maggio 1923. Dove? Tra Rennes, Morlaix e Houdan (Bretagna e Ile-de-France). Chi? Guillaume Seznec e Pierre Quémeneur sono i due protagonisti della vicenda.

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In questa prima parte parlerò di Guillaume Seznec e della sua storia personale, che tanto peso ebbe in sede di processo.
Nacque il 1 maggio 1878 a Finisterre da una famiglia contadina.

France Justice riporta dettagli interessanti sulla sua infanzia:

 La malédiction qui le guettait dès son plus jeune âge n’allait pas tarder à entrer en scène. Le secrétaire de mairie qui enregistra la naissance de l’enfant l’affubla d’un mauvais prénom (Joseph – qui ne devait être que son deuxième prénom). On continua cependant à l’appeler Guillaume. Six ans plus tard, nouvelle erreur du préposé ! L’enfant fut déclaré officiellement mort le 28 décembre 1884, à la place de son jeune frère Hervé, décédé à vingt-trois mois des suites d’une grave maladie.

Curieux et inquiétant présage : pour les Bretons, porter dès sa naissance un autre prénom que le sien et décéder à la place de son frère ne peut que porter malheur. Pour une fois, ces superstitions allaient amplement se justifier.

La maledizione che lo seguiva sin dalla più giovane età non tardò ad entrare in scena. Il segretario del municipio che registrò il suo atto di nascita gli affibbiò il nome sbagliato (Joseph, che doveva essere solo il suo secondo nome). Nonostante ciò la famiglia lo chiamò sempre Guillaume (ed è così che viene ricordato n.d.a.). Sei anni dopo ci fu un nuovo errore dell’addetto municipale: Guillaume fu dichiarato morto erroneamente, al posto si suo fratello Hervé, deceduto a ventitré mesi a causa di una grave malattia.

Curioso ed inquietante presagio: per i bretoni portare alla nascita un nome diverso da quello dato dai genitori e morire al posto del proprio fratello non può che portare sfortuna. Per una volta queste superstizioni sarebbero state ampiamente giustificate.

Il padre lo lasciò orfano molto presto e Guillaume Seznec crebbe con la madre che diresse la fattoria con polso e abilità. Il giovane Seznec non ebbe successo negli studi e si volse presto alla meccanica, che lo appassionava moltissimo. Forse è per questo che, dopo aver sposato Marie-Jeanne Marc nel 1906, aprì un laboratorio di vendita e riparazioni di biciclette a Plomodien. Nel 1908 consacrò un periodo di qualche mese al servizio militare a Chateaulin. Nel novembre di quell’anno ricevette la notizia che la moglie, incinta, aveva appena partorito una bambina, Marie. Appena arrivato al villaggio si accorse che il fienile accanto a casa e al negozio era andato a fuoco. Si precipitò chez lui per salvare la moglie, la figlia e pochi averi dalle fiamme che si stavano espandendo e in quell’occasione si ustionò al volto e alle mani, cosa che gli lasciò delle cicatrici che lo resero facilmente riconoscibile.

L’assicurazione li risarcì per i danni dell’incendio e con i soldi ricevuti la famigliola, che nel 1910 contava quattro membri con la nascita di Guillaume, aprì una nuova attività: una lavanderia a Saint-Pierre-Quilbignon. Altri due bambini vennero al mondo: Jeanne e Albert.
Allo scoppio della prima guerra mondiale Guillaume Seznec fu riformato: le ustioni che aveva riportato a causa dell’incendio lo tennero accanto alla sua famiglia, ma nonostante ciò il conflitto ebbe delle ripercussioni sulla sua vita, perché alla sua lavanderia fu affidato il compito di prendersi cura delle uniformi di tutta la guarnigione della città di Brest. Nonostante ciò, Seznec sentiva di non fare abbastanza per il suo paese e volle partire comunque come volontario, per un anno, alla fabbrica di polvere da sparo sull’isola di Ouessant, al largo della Bretagna. Di questo fatto c’è solo la testimonianza di suo nipote Denis, figlio di Jeanne.

Mentre la lavanderia continuava ad andare a gonfie vele, la famiglia si trasferì a Morlaix dove Seznec decise di fare un ulteriore investimento e di acquistare una segheria. Grazie a questa impresa, lo status sociale dei Seznec si consolidò. La guerra stava volgendo al termine, gli americani erano arrivati in Europa e questo significava maggiore circolazione di denaro: le truppe statunitensi pagavano tre volte quello che dava l’esercito francese, e specialmente saldavano i conti in dollari. La cosa, forse, ispirò Seznec ad intraprendere una nuova via negli affari, la rivendita di automobili Cadillac abbandonate dagli americani al loro ritorno in patria.

Arrivò il 1922 e quell’anno fu decisivo per Seznec: il cognato Charles-Marc gli propose di rilevare la lavanderia e Guillaume accettò. Stilarono un atto di vendita che stabiliva dei pagamenti rateali. Purtroppo, però, quando ancora il passaggio di proprietà non era concluso e il pagamento terminato, la lavanderia andò a fuoco. Essendo Seznec ed il cognato legalmente coproprietari del bene al momento dell’incendio, l’assicurazione risarcì entrambi in parti proporzionali.

Le voci cominciarono a girare: Seznec non era altro che un furbastro che imbrogliava le assicurazioni per intascare i soldi e ripagare i debiti, era un disonesto, un truffatore.

Nel 1922 fece anche la conoscenza di Pierre Quémeneur, l’altro protagonista di questa misteriosa vicenda.

Continua nel prossimo articolo.

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Combourg, la Bretagna incantata (o forse stregata) di Chateaubriand

Partout silence, obscurité et visage de pierre: voilà le chateau de Combourg.

Il visconte François-René de Chateaubriand ne parla in “Memorie d’oltretomba”, opera autobiografica postuma. L’unica copia integrale della prima edizione si trova alla Bibliothéque Nationale de France, a Parigi e reca le correzioni fatte a mano da Chateaubriand in persona.

C’est dans les bois de Combourg que je suis devenu ce que je suis.

Suo padre, armatore originario di Saint-Malo, aveva acquistato la dimora per ridare lustro alla famiglia, la quale ora poteva godere della posizione agiata ottenuta grazie alla sua abilità commerciale. La fortezza fu costruita durante l’XI secolo per volere del vescovo di Dol e nel tempo subì mutamenti e fu ingrandita dalle varie famiglie che si succedettero.

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Chateaubriand, il romantico

Quattro torri svettano sulla collina dominante le Lac Tranquille, uno specchio d’acqua attorno il quale aleggia un’aura di mistero arricchita da leggende locali che vogliono un passaggio verso il mondo delle fate e dei folletti situato proprio sul fondo di una fontana che si trova nei pressi del lago, la fontaine de Margatte. La fontana era stata costruita al tempo dei monaci, quando uno zampillìo d’acqua improvviso aveva rivelato una fonte dalle proprietà curative miracolose.

La Bretagna è una delle sei nazioni celtiche (con l’Irlanda, la Scozia, il galles, la Cornovaglia e l’isola di Man), e come tutte le altre terre che son culla di questa cultura, è impregnata di leggende e miti legati all’aldilà e al mondo delle anime erranti. A leggere Chateaubriand si direbbe che il castello di Combourg è un luogo molto amato dai fantasmi e dagli spiriti vagabondi. Lo spettro di un conte di Combourg se ne andava spesso in giro, arrancando per i corridoi della fortezza sulla sua gamba di legno. Talvolta la gamba di legno, sola soletta, scortata semplicemente da un gatto nero, passeggiava per il castello. Tutto ciò spaventava a morte il piccolo visconte, segnando per sempre il suo immaginario, lasciando tracce indelebili nel suo animo che si sarebbe poi evoluto in quello del letterato romantico francese per eccellenza.

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Quando, nel 1800, il castello fu restaurato, dopo essere stato restituito alla famiglia del visconte che lo aveva perduto a causa della Rivoluzione, fu fatta una scoperta molto interessante ma anche agghiacciante: nella torre dove si trovava la stanza del giovane Chateuabriand, murato vivo e spontaneamente mummificato grazie alle particolari condizioni createsi nelle mura della costruzione, a fauci aperte, vi era un gatto.

gatto combourg

Probabilmente la povera bestia aveva fatto quella fine orrenda perché, durante il medioevo, era credenza comune che una pratica simile tenesse lontano il Diavolo. Un po’ come l’idea che la Peste Nera fosse causata dai poveri felini, quando invece era tutta colpa dell’orribile Rattus rattus, soppiantato poi dal più forte Rattus norvegicus.

Tutto ciò che è macabro, misterioso, legato a leggende e intriso di interrogativi affascina l’animo umano, lo attrae fatalmente per l’ignoto che vi si cela, come un burrone irresistibile. Anche io, come Chateaubriand, ho trascorso diversi momenti della mia infanzia in una dimora molto antica del centro Italia che apparteneva ai miei nonni paterni e la cui storia è costellata di mistero ed episodi violenti. Ricordo che la notte, quando dormivo con la nonna, la quale purtroppo russava come un orco delle favole, tendevo l’orecchio per afferrare il più piccolo rumore, cercando di non farmi distrarre dal russo terribile che risuonava nella stanza. Avevo paura che il fantasma dell’antico e malvagio proprietario mi venisse a prendere e che mi facesse del male.

Crescendo ci si rende conto che si deve aver paura dei vivi, e non dei morti, perché è solo la carne che può ferire altra carne. Ciò mi fa pensare a quello che Silente dice ad Harry:

Non provare pietà per i morti, Harry. Prova pietà per i vivi e soprattutto per coloro che vivono senza amore.

Però non posso impedirmi di pensare che un fantasma non sia altro che l’ombra di qualcuno che è vissuto senza amore.

Fonti:

Tin Tin, Poirot, Simenon, Magritte: elogio del Belgio vallone (perché quello fiammingo non lo conosco affatto)

La francofonia si estende oltre i confini dell’esagono, dilaga, impregna le relazioni diplomatiche tra paesi, il balletto classico, il gergo culinario un po’ snob, il gergo sartoriale doppiamente snob… Il francese lo si parla a Monaco mentre si beve l’aperitivo sullo yacht guardando il gran premio, nelle ex-colonie, perché altrimenti tocca comunicare in arabo, in Quebec, anche se lì hanno quell’accento strano, nei territori d’outre-mer, in Svizzera e nel Belgio vallone.

Quest’ultimo, piccolo paese piatto e grigio, è spesso negletto, snobbato ed associato all’Unione Europea tout court, come se Bruxelles ed il peccato originale del Parlamento Europeo fossero la stessa cosa.
Vero, Bruxelles non è bella come altre capitali del vecchio mondo. Niente a che vedere con la monumentalità romana, l’eleganza parigina, il moderno berlinese, il brio londinese, la solennità viennese… Bruxelles ha ben poco da offrire all’occhio, salvo la Grande Place e qualche imponente edificio gotico o neoclassico, la cui raffinatezza è guastata dai palazzoni anni ’60 e ’70 che scarificano l’epidermide cittadina come pustole di vaiolo. Però la città ha un qualcosa di profondamente simpatico, e, checché se ne possa pensare, anche di molto latino.

Saranno i belgi!

A proposito di belgi, mi domando come facciano ad essere in salute visto che mangiano patate fritte anche tre o quattro volte a settimana. E le frites belges non sono mica quei bastoncini mosci del McDonald’s né le sfoglie di patate fritte in casa come si fa in Italia. Sono arnesi spessi due dita ricoperti da una crosta croccante e dorata, ottenuta con una frittura doppia a base di grasso animale. Il mio fegato sta redigendo il suo testamento solo a sentirne parlare.

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Una delizia, è vero, ma una delizia che è anche un attentato ad ogni buonsenso alimentare. Il prosciutto delle Ardenne può confermare.

D’altra parte nemmeno sul fronte bevande se la passano male, i belgi, visto che fanno delle birre molto buone, e anche quelle non mancano mai a tavola.

No, sul serio, come fanno a vivere? Io dopo cinque giorni trascorsi così avrei ucciso per una lattuga o un carciofo. Una verdura, qualcosa di verde, clorofilla e fibre, per favore!

Se penso ai belgi che conosco e poi guardo al mio personaggio belga preferito, Hercule Poirot, mi rendo conto che è palesemente inventato da qualcuno che i belgi li conosceva solo per sentito dire. La cosa non è una novità, visto che sua altezza Agatha Christie in persona lo ammise per bocca del suo alter ego letterario, Ariadne Olivier:

“I only regret one thing — making my detective a Finn. I don’t really know anything about Finns and I’m always getting letters from Finland pointing out something impossible that he’s said or done. They seem to read detective stories a good deal in Finland. I suppose it’s the long winters with no daylight. In Bulgaria and Roumania they don’t seem to read at all. I’d have done better to have made him a Bulgar.”

In effetti Poirot dimostra una cura nei riguardi delle apparenze, dell’eleganza e della cucina raffinata e un disgusto per la birra che hanno ben poco del belga e molto del francese. Fa niente: Agatha Christie era perfetta qualsiasi cosa facesse o dicesse e Poirot è perfetto in ogni sua meravigliosa idiosincrasia e piccola fissazione.

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David Suchet, l’unico vero Hercule Poirot.

Restando sul tema di poliziesco, sarebbe criminale parlare di Belgio ed omettere Georges Simenon, scrittore belga (di padre vallone e madre fiamminga) il cui personaggio più conosciuto, ironia delle ironie, è il francese Maigret, il commissario interpretato magistralmente da Gino Cervi.

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Gino Cervi è Maigret.

Tra i due investigatori si potrebbe fare una competizione di mustacchi. Non so chi vincerebbe, anche se una cosa è certa: la precisione millimetrica dei baffi poirotiani è insuperabile. Di certo l’allure da detective vissuto ed esperto è appannaggio di Maigret, accanito fumatore di pipa come il detective per antonomasia, ovvero Sherlock Holmes.

A proposito di pipa, c’è un belga che sa il fatto suo in merito alle pipe. Si tratta di Magritte, che ha perentoriamente dichiarato al mondo intero che

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La cosa non fa una piega. Quella non è una pipa, ma la rappresentazione di una pipa. C’è una bella differenza:

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Mi pare giusto.

Chissà se Hergé, nel disegnare i baffuti Dupont e Dupond, si è mai detto che quelli in realtà non erano Dupont e Dupond ma una loro rappresentazione?

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Adesso che ci penso, Dupont e Dupond sono le copie a fumetto di Poirot e Maigret!

 

Hergé e Tin Tin sono eroi nazionali, in Belgio. Il giovane reporter e viaggiatore che insieme al suo cagnolino bianco Milù e al capitano Haddock risolve misteri in giro per il mondo è un personaggio che ha popolato l’infanzia di tantissimi bambini, in forma di fumetto o di cartone animato. Personalmente ricordo con piacere e nostalgia i momenti trascorsi a guardare Tin Tin in televisione mentre facevo merenda, il pomeriggio, nella cucina di mia nonna Antonietta, la quale, per inciso, Tin Tin non lo sopporta proprio.

Saranno i capelli sbarazzini!

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