Pillola: la questione della restituzione parte 4

Stamane fa discutere la questione dei marmi del Partenone.

La Gran Bretagna fa orecchie da mercante alle richieste reiterate di restituzione da parte della Grecia: ben quattordici metope create da Fidia, facenti parte del grande tempio dedicato ad Atena Parthene, si trovano infatti al British Museum. La quindicesima è custodita nientemeno che al Louvre. E ti pareva?

Pare che il museo con la piramide di vetro manderà la metopa in suo possesso ad Atene nel 2021, in occasione del duecentesimo anniversario della guerra di indipendenza greca (quella in cui combatté Lord Byron e che portò all’assurda decisione di mettere un ramo della famiglia reale danese sul trono ellenico).

Il British Museum, invece, tace. I marmi del Partenone che vi si trovano furono “ottenuti” dagli inglesi grazie ad una concessione, assai bizzarra e dai contorni quantomai nebulosi, della Sublime Porta, al tempo autorità sul suolo greco, che permetteva al Conte di Elgin, nel 1811, di prendere delle statue che si trovavano “in un certo scavo preciso”.

La questione, come spiega la Encyclopaedia Britannica, è diventata materia di politica internazionale, diplomazia, storia dell’arte e commercio, diventando una parola a sé stante: eliginismo.

Io sto dalla parte dei Greci, ci mancherebbe altro! Ma forse questo mio essere partigiana potrebbe voler dire che noi dovremmo svuotare il museo egizio di Torino e rispedire al mittente tutti gli obelischi istoriati di geroglifici che ornano Roma. E beh… AMEN! Io rivoglio “Le nozze di Cana” del Veronese!

Postilla: al Pergamonmuseum ci sta l’altare di Pergamo, smontato pezzo a pezzo e ricostruito in una grande sala a cui si accede dopo esser passati davanti al celeberrimo Busto di Nefertiti. Eliginismo allo stato puro.

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Pillola: anniversari franco-italiani dell’anno ’19

Se quest’estate si è fatto un gran parlare dell’anniversario leonardesco che ha unito (e un po’ pungolato) la Francia e l’Italia, il 2019 è anche l’anno di Caterina de Medici, che nacque sulle sponde dell’Arno nel 1519 e spirò a Blois, dopo aver segnato la storia di Francia e di Navarra, nel 1589. Sempre un palleggio tra paesi trans e cisalpini, bien sûr!

La Regina Nera, la cattolicissima sovrana sanguinaria di Francia, cui De amore gallico ha già dedicato diversi articoli, è ricordata con una stagione fitta di eventi al castello di Chenonceau, a una trentina di chilometri da Tours. Questa fortezza, unico, affascinante esempio di castello – ponte, è spesso soprannominata “Le château des dames” perché molte sono state le nobildonne che lo hanno posseduto, abbellito, arricchito e che vi hanno soggiornato, lasciandovi un segno del loro passaggio. Prima tra tutti la rivale di Caterina, ovvero Diana di Poitiers, poi Caterina stessa, che lo amò e lo modificò a suo gusto e immagine, e poi Marguerite Pelouze, ereditiera inglese che acquistò il castello nel 1864.

Se avete voglia di celebrare l’anniversario della regina italiana di Francia, potete visitare una mostra dedicata alla sovrana che si tiene durante il mese di settembre nel favoloso castello.

Io purtroppo non potrò spostarmi per motivi di lavoro, ma, se qualcuno di voi fosse nei paraggi, sarei ben lieta di sapere le vostre impressioni. Pare che il menù del ristorante del domaine sarà a tema Caterina, riprendendo molte delle ricette che la reine portò in Francia dall’Italia.

Ah, la cuisine française…

Sainte Victoire, una montagna e un luogo dell’arte

Di tanto in tanto mi capita di andare ad Aix en Provence. A questa città ho già dedicato un articolo innamorato. Per me è bellissima: sporca, piena, piana, ricca e varia. Per raggiungerla partendo da casa mia, si deve attraversare una cospicua porzione della regione PACA (Provence – Alpes – Cote d’Azur). Si ha così la possibilità di accarezzare con lo sguardo, durante il tragitto in automobile, un luogo che ossessionò Cézanne negli ultimi tempi, un po’ come accadde a Monet con la cattedrale di Rouen. Si tratta della montagna Sainte Victoire.

Cézanne – La Sainte Victorie

Ci sono voluti 140 milioni di anni per disegnare il paesaggio che Cézanne ha immortalato nelle sue tele. La Sainte Victoire è il risultato di movimenti tettonici opposti che hanno portato al sollevamento del terreno, alla formazione di una piega e alla rottura della piega. Ecco il processo sintetizzato in immagini che ho trovato in questo sito, particolarmente accurato e chiaro nella spiegazione scientifica:

Quando ci si passa accanto, si è soggiogati, annichiliti dalla maestà possente di questo massiccio. La montagna è seduta su di un trono, una piattaforma chiamata cengle, è imperatrice, papessa, è viva e ci osserva con pena infinita per quello che stiamo facendo al pianeta Terra. Ricordo ancora la prima volta che la vidi: non riuscivo a credere ai miei occhi. Eravamo in autostrada e, malgrado la velocità sostenuta, era come se ci stessimo accostando lentamente, pieni di rispetto e di umiltà, ad una statua naturale, ad un colosso antico, ad un luogo santo. La osservavo dal punto di vista che i fedeli hanno quando entrano in chiesa e guardano le pale d’altare, le statue e gli affreschi con le storie dei santi e della Vergine: dal basso verso l’alto. Come una pellegrina che si inginocchi davanti ad una stauroteca dopo un lungo viaggio.

Foto di Georges Flayols

La Sainte Victoire mi fece pensare alle meraviglie del mondo antico, come il faro d’Alessandria, il colosso di Rodi, la statua crisoelefantina di Zeus o anche alle grandi costruzioni che mi hanno sempre fatto tanta paura, come il Pantheon romano, quello parigino, la cupola del Brunelleschi.

Non sono riuscita a risalire all’autore di questa foto.

Cézanne ne fece la sua musa ispiratrice in quel processo pittorico che lo portò ad anticipare il cubismo picassiano, a semplificare geometricamente le figure in una sintesi delle forme e del colore data dalla pennellata stessa. Quindi se nelle prime tele in cui la montagna compare ci sono ancora linee curve che danno dolcezza al paesaggio, piano piano esse spariscono e, col tempo, Cézanne arriva alla scomposizione sintetica massima.

Per usare le sue stesse parole:

«Bisogna trattare la natura attraverso il cilindro, la sfera, il cono, il tutto messo in prospettiva, in modo che ogni parte di un oggetto, di un piano, sia diretta verso un punto centrale. Le linee parallele all’orizzonte esprimono la larghezza, che è un aspetto della natura, o se preferite dello spettacolo che il Pater Omnipotens Aeterne Deus dispiega davanti ai vostri occhi. Le linee perpendicolari all’orizzonte rappresentano la profondità. Per noi uomini la natura è più in profondità che in superficie; di qui la necessità d’introdurre nelle nostre vibrazioni luminose, rappresentate dai rossi e dai gialli, una certa dose di toni blu per far sentire l’aria»

La Sainte Victoire è la sua demoiselle d’Avignon, la sua ninfea, la sua odalisca, una Madonna raffaellesca post-impressionista, l’Uomo Vitruviano di un artista solitario, sofferente, permaloso, che non fu mai soddisfatto della sua ricerca artistica e che morì nel tentativo di arrivare a qualcosa che “si sviluppi meglio che in passato, diventando la prova concreta delle mie teorie: il difficile, infatti, è provare ciò che si pensa.

Pillola: profiter des profiteroles

Ieri, al ristorante, qualcuno a tavola ha ordinato per dessert i profiteroles.

Un trionfo di cioccolato, panna montata, pasta choux e trigliceridi.

Mentre scucchiaiavo pensosa il mio yahourt à la verveine avec abricots, mi sono chiesta quale fosse il legame tra il famoso dessert francese e il verbo profiter, che si usa moltissimo nella lingua di tutti i giorni e che in italiano non significa solo “approfittare, trarre profitto”, come la radice in comune può farci subito pensare, ma anche “godersi, godere di qualcosa”.

ENJOY.

Ebbene, sono andata a scartabellare virtualmente qua e là, ad esempio qui, e ho trovato quanto segue: nel XIV secolo ai domestici veniva dato in premio, alla fine di giornate particolarmente impegnative, una pallina di pasta di pane intrisa di sughi e intingoli e cotta sotto la cenere. Era il petit profit, la carota che dava la motivazione per sopportare i colpi di bastone.

Rabelais, nel romanzo “Pantagruel”, parla di una “Profiterolle des indulgences”, sempre una pallina di pane riempita di qualche buon bocconcino di carne.

Ma è solo grazie alla regina nera Caterina de’ Medici che la base per il moderno profiterole vede la luce: la pasta choux, infatti, come molte altre cose (le forchette, le mutande, i profumi, il gelato, la divisione del pasto in portate salate e dolci) i nostri cari cugini francesi la devono ad una italiana.

Lo chef Antonin Carême, nel XIX secolo, avrà l’idea di riempire questa pasta choux con crema pasticcera e altre farce zuccherate. Successivamente lo chef personale di Talleyrand, Jean Avice, perfezionerà la ricetta di modo che noi, oggi, nel 2019, in questa realtà minacciata dal cambiamento climatico, dalle politiche scervellate dei potenti del mondo, dagli incendi in Siberia e dalla deforestazione dell’Amazzonia, possiamo trovare un breve, sublime momento di oblio, un’occasione d’allegrezza, se vogliamo far riferimento al Montale, nientemeno che en profitant d’une profiterole.

Le foto non sono mie, sono state trovate nel web e il copyright appartiene ai legittimi proprietari.

La Forêt de Broceliande: leggende, fate, maghi, storie fantastiche e cavalleresche

La canicola, quella vera (per info su quella falsa leggere qui), è infine arrivata e ci sta stritolando nella sua morsa feroce. Spesso mi sorprendo a rinfrescarmi viaggiando col pensiero verso climi più rigidi, verso terre più fredde: la mente mi porta tra i fiordi scandinavi, sui laghi scozzesi, nelle verdeggianti brughiere irlandesi. Questi luoghi straordinari sono dalla notte dei tempi l’ambientazione di storie fantastiche, racconti di fate e mitologie appassionanti.

Anche la Francia ha un luogo profondamente legato ai cicli mitologici arturiani e alle tradizioni ancestrali del popolo celtico. È la meravigliosa Bretagna, penisola protesa verso le infinità oceaniche nel nord-ovest dell’Esagono, terra di fascino e magia. Uno dei siti bretoni più favolosi è la Foresta di Brocelandia.

Ufficialmente denominata “Forêt de Paimpont”, Brocelandia è spesso citata nei menù delle crêperies bretonnes, le quali non mancano mai di intitolare una delle specialità della casa al bosco incantato, teatro delle avventure della Dama del Lago, Viviana, e di Merlino.

Chrétien de Troyes (circa 1135 – 1190), poeta francese medievale, maggiore esponente della letteratura cavalleresca e cortese in Francia, ne parla nelle sue opere Erec et Enide, Cligès, Lancelot ou le chevalier de la charrette, Yvain ou le chevalier au lion, Le Roman de Perceval ou le conte du Graal, titoli che compongono il cosiddetto “ciclo bretone”.

Merlino e Viviana in un’incisione di Gustave Doré

Brocelandia è una foresta di latifoglie e conifere. Qui potete trovare la mappa che vi illustra la sua estensione e i sentieri più suggestivi da percorrere per godere della sua magica atmosfera.

La fontana di Barenton, una fonte incantata che compare anche nell’opera Yvain ou le chevalier au lion, si trova vicino al villaggio La Folle Pensée, così chiamato per le virtù curative dell’acqua della fonte: si credeva infatti che essa potesse guarire gli spiriti pazzi, le menti disturbate. Pare comunque che l’acqua ogni tanto offra uno spettacolo notevole: malgrado la temperatura molto bassa, infatti, può capitare che essa ribollisca come in un pentolone sul fuoco. La tradizione popolare vuole inoltre che le fanciulle in cerca d’amore possano andare alla fontana, gettarci dentro uno spillo pronunciando una formula di buon augurio e ritrovarsi sposate prima di Pasqua!

La tomba di Merlino

La tomba di Merlino, o forse sarebbe meglio dire il luogo dove si trova la torre d’aria incantata costruita dalla fata Viviana per imprigionare il grande druido di lei follemente innamorato, è ciò che resta di un sito di sepoltura del neolitico. Esso era costituito di megaliti, ma purtroppo fu in parte distrutto nel XIX secolo. Ora non resta altro che una coppia di pietre che ricorda due amanti vicini, protesi l’uno verso l’altra.

Nella foresta di Brocelandia ci sono anche alcuni alberi notevoli, dei totem naturali, esseri viventi antichissimi che fanno pensare agli Ent della Terra di Mezzo: la quercia Gullotin, ad esempio, è un albero che ha tra gli 800 e i 1000 anni e il cui tronco sfiora i 10 metri di circonferenza. Il suo nome si deve all’abate Gullotin il quale, durante la Rivoluzione Francese, trovò rifugio in questo albero (in, non su, perché si nascose dentro un anfratto del tronco) per sfuggire alla furia anticlericale dei giacobini rivoluzionari.

La quercia Gullotin

Io non ci sono mai stata, ma desidero moltissimo visitare questa terra di fiaba e mistero. Mi piacerebbe molto poter fare un tour celtico, partendo dalla Bretagna, passando per l’Irlanda, la Scozia, scendendo verso il Galles, la Cornovaglia, per finire in Normandia.

Chissà che in questa peregrinazione non mi imbatta in qualche fata o folletto?

Le foto non sono mie, sono state trovate nel web e il copyright appartiene ai legittimi proprietari.

Piazza delle erbe e il mercato del pesce a St. Tropez

A Saint Tropez c’è il mercato del pesce, una galleria che dal porto va verso il vecchio villaggio, sbucando su quella che è chiamata “Piazza delle Erbe”. Sebbene oramai vi si affaccino il bar Senequier con il suo impero bianco e rosso, la boutique di Missoni, un alimentari di lusso e altri negozi di cianfrusaglie, questo angolo del paese mantiene intatto un sapore antico e semplice, che si ritrova nelle vecchie cartoline color seppia o nei quadri dei pittori che a Saint Tropez hanno soggiornato e vi hanno trovato ispirazione. Charles Camoin (1879-1965), ad esempio, pittore marsigliese innamorato del sud, ha ritratto questo angolino in una tela conservata oggi al Musée de l’Annonciade, importante polo artistico del villaggio provenzale.

Charles Camoin “Piazza delle erbe di St. Tropez”, Museo dell’Annonciade

Se si passa per di là la mattina presto, si viene investiti dall’odore fresco, salato, denso e ancora gradevole del pesce appena pescato. I venditori urlano e salutano da dietro i banchi bordati di ghiaccio ed erba scura, stretti lungo questo budello lastricato di sampietrini, col selciato dalla caratteristica forma a botte che lascia colare lungo i lati i liquami ittici.

Paul Signac, “Il temporale”, Museo dell’Annonciade

A partire dal dopo pranzo, la nettezza urbana si occupa di mondare la galleria, spruzzando ovunque dell’acqua in cui è stato disciolto un prodotto igienico dal peculiare olezzo di sciroppo per la tosse.

Il sole gioca coi tetti e le persiane, disegnando poligoni ombrosi sui muri delle case. Bisogna fare uno sforzo d’immaginazione, epurare la scena dei cassoni dei condizionatori che come dragoni grigi sputano aria calda, dei turisti in canottiera e ciabatte intenti a leccare coni gelato mezzi scioli, dei fari abbaglianti che ammiccano seducenti dalle vetrine lussuosissime. Ecco che l’immagine di una St. Tropez innocente, colorata, laboriosa, allegra e naturale riappare, forse nel modo in cui si manifestava agli occhi del pittore neoimpressionista Paul Signac, che qui acquistò una casa e ne fece il suo atelier.

Albert Marquet, “Il porto di St. Tropez”, Museo dell’Annonciade

È bella, St Tropez, anche se ora si addormenta all’ombra dei grandi yacht dei ricchi che vengono ad ostentare quanto possiedono in questo piccolo porto. È bella, anche quando al posto delle bottegucce e delle boulangeries ci sono Valentino, Chanel, Armani e Cartier che fanno sentire poveri e infimi. È bella soprattutto la mattina presto, quando i bagordi della sera prima trattengono a letto le masse di visitatori, i quali forse non vedranno mai il gioco della luce del sole tra le lapidi del cimitero marittimo a strapiombo sul mare, disteso come una tovaglia bianca ai piedi della cittadella.

Pillola: cronache della canicola

In Francia il caldo estivo è chiamato canicule, ovvero canicola.

Il problema è che codesto, almeno per il momento, è un uso improprio del termine. Possiamo definire canicola il calore estivo che si manifesta dalla fine di luglio alla fine di agosto. Canicula, infatti, in latino significa cagnolina e si riferisce alla stella Sirio, della costellazione del Canis Major, la quale sorge e tramonta insieme al Sole durante quel lasso di tempo.

Incubo di molte notti di mezza estate!

In Francia, appena l’estate si fa torrida, poco importa che si sia ancora in attesa della barca di San Pietro o che i neonati siano del segno del Cancro, è SEMPRE canicule. Questo uso bizzarro del termine mi aveva molto colpita sin da quando venni qui in hexagone nel 2015.

I media sono molto concentrati sulla canicule. I consigli degli esperti (bere tanto, mangiare frutta, mantenere la casa al buio durante la giornata) vengono presentati come scoperte scientifiche innovative. Invece di concentrarsi in modo serio ed efficace sulla causa di questa canicule, ovvero il cambiamento climatico, e sulle misure drastiche e necessarie che i paesi dovranno PER FORZA adottare molto presto, stanno tutti lì a tartassarci con suggerimenti che anche mio cugino di tre anni conosce di già. Ma questo accade in Francia come in Italia, non c’è confine di stato che tenga.

Una curiosità: lo strepitoso film con Al Pacino e John Cazale, diretto da Sidney Lumet, che in italiano è stato tradotto come “Quel pomeriggio di un giorno da cani” in inglese si chiama “Dog day afternoon” e non significa che i due rapinatori improvvisati vissero una brutta giornata, una giornataccia degna di un cagnaccio poveraccio (anche perché magari far la vita da cani del mio di cane! Riposo, bagnetti freschi, giochi al mare, cibo fresco e nutriente e coccole a non finire), ma che i fatti narrati nella pellicola avvennero in un pomeriggio del periodo della canicola; ma di quella vera, quella che va dal 24 luglio al 26 agosto, non quella francese.

Bon courage à tout le monde avec cette canicule, et cherchez de polluer le moin possible, car si l’on est là c’est aussi à cause de nos empreintes carbon !