I gioielli della corona italiana e della corona francese, un’indagine appassionata – parte 1

Sebbene siano due repubbliche, la Francia e l’Italia hanno un passato fatto di splendori reali se non addirittura imperiali.

Ogni tanto, in occasione di cerimonie importanti come le aperture dei parlamenti, le cene di stato, i matrimoni reali, le premiazioni Nobel, vediamo le case regnanti ancora esistenti in Europa (Gran Bretagna, Spagna, Monaco, Belgio, Lussemburgo, Danimarca, Svezia, Norvegia) sfoggiare i gioielli di famiglia. Talvolta a queste riunioni partecipano anche i membri di case reali non più in auge, come la famiglia reale greca, spodestata dalla dittatura dei colonnelli, gli eredi Savoia, i pretendenti al trono delle Due Sicilie (un ramo borbonico), gli eredi della corona di Portogallo, nobili di antichissime case tedesche, i pretendenti al trono asburgico e anche discendenti della famiglia reale di Francia. Essi hanno ancora molti gioielli di famiglia nelle loro casseforti, pezzi storici ed importanti.

Ma il grosso dei gioielli della corona italiana e della corona francese non si trova più in mano ai pretendenti al trono. In linea di massima si può affermare che la maggior parte dei gioielli reali francesi si trova oggi al Museo del Louvre, mentre quelli italiani si trovano in parte in possesso dei pretendenti al trono che hanno ricevuto in eredità i pazzi portati dalla famiglia in esilio in Portogallo, e in parte in un caveau della Banca d’Italia. Fu lo stesso re Umbero II a consegnarli alla banca, tramite l’avvocato Falcone Lucifero che, all’indomani del referendum del giugno 1946, si presentò alla Banca  d’Italia portando un cofanetto a tre piani in cui erano custoditi i gioielli della corona e l’ordine manoscritto di re Umberto II di ridarli alla nazione, ad uso “di chi di dovere”. Pare che codesto scrigno, chiuso da ben dodici sigilli possa essere aperto solo in presenza del presidente della repubblica e del governatore della Banca d’Italia. Il valore di questi oggetti ad oggi sarebbe di circa un miliardo e mezzo di euro: in totale, in quel tesoro, ci sono pietre per più di 1200 carati.

De amore gallico vi porterà in viaggio alla scoperta di bellezze scintillanti, preziosissime e che farebbero gola anche al più morigerato degli individui. Signore e signori, mesdames et messieurs, mettetevi comodi, lo spettacolo sta per iniziare.

Per gioielli reali si intende l’insieme dei gioielli della corona di uno stato, ovvero tutti quegli oggetti di valore (corone, diademi, tiare, spille, parures e demi-parures, regalie, globi, scettri etc.) che appartengono alla casa reale e che vengono usati dai suoi componenti. Vi sono i gioielli ufficiali, che hanno un alto valore simbolico e che sono utilizzati esclusivamente durante cerimonie di stato il cui significato storico, morale, financo religioso, è altissimo (l’incoronazione e l’intronazione, ad esempio). Codesti non sono al centro della nostra indagine, anche perché, strano davvero, i re italiani non sono mai stati protagonisti di vere e proprie cerimonie di incoronazione.
Poi ci sono i gioielli privati, ovvero oggetti che sono stati donati personalmente ad alcuni membri della casa reale e che son divenuti parte dell’eredità che si è tramandata di sovrano in sovrano, o magari di madre regale in regale figlia. Le parures e le demi-parures fanno parte di questa categoria.
Sarà su questi gioielli che la nostra attenzione si concentrerà.

Specifichiamo una cosa: le parures sono dei set di gioielli che comprendono un diadema o tiara (i due termini sono oggi usati indifferentemente), una o più collane, orecchini, spille, devant de corsage (che altro non è che una grossa spilla), e anche braccialetti, spesso ricombinabili in diverse configurazioni come collarini o cinture. Una demi-parure è un set che può comprendere tutto questo tranne la tiara.

La corona ferrea

Per quello che riguarda i gioielli ufficiali della corona italiana, desidero menzionare esclusivamente la Corona Ferrea, simbolo sacro del potere sulla penisola. Si dice che la lamina di ferro posta all’interno del cerchio regale sia stata fatta fondendo uno dei chiodi della croce di Gesù; per questa ragione essa è anche una reliquia sacra ed è oggi conservata nel duomo di Monza. Nonostante la sua importanza, essa non è stata mai utilizzata per le incoronazioni; è antichissima, la datazione fatta con il carbonio 14 indica che alcune parti sono databili addirittura tra i V e il VI secolo.

Ma veniamo agli oggetti privati, il clou della nostra ricerca, la parte più frivola dei miei interessi personali. Le tiare, i diademi, le collane… solo a pensarci viene il capogiro! Casa Savoia, tradizionalmente, ordinò quasi tutti i gioielli che nel tempo entrarono a far parte della collezione ad una gioielleria in particolare, Musy, fondata a Torino addirittura nel 1707. Ora, non dovete aspettarvi una quantità di gioielli che possa far concorrenza alle segrete londinesi o ai forzieri svedesi o agli scrigni olandesi. La monarchia italiana fu di breve durata e sicuramente molto meno ricca di altre corone europee, ma la collezione è comunque molto bella e in ogni caso più vasta di quella belga (pappappero). Ecco qui di seguito una selezione degli oggetti più interessanti dal punto di vista storico ed estetico. Per la maggior parte si tratta di tiare e diademi. Le collane, i bracciali e le spille sono numerosissimi e di difficile reperibilità, almeno per quello che riguarda i gioielli italiani, e si è preferito tralasciarli.

Iniziamo con la parure di diamanti e tormaline rosa. Questo ensemble eccezionale è stato visto di recente nel 2003, al matrimonio di Emanuele Filiberto con l’attrice francese Clotilde Coureau. La mariée per l’occasione indossò la tiara e gli orecchini, ma la parure consta anche di una collana, un collarino, una spilla e dei bracciali. Questa parure fu donata dalla Regina Maria Teresa di Sardegna alla sposa di suo figlio, il principe Ferdinando, Duca di Genova, nel 1850. Oro, diamanti e tormaline rosa, intercambiabili inizialmente con granati, coralli e pare anche acquamarine, fanno di questo set una vera meraviglia.

Il diadema Musy della regina Margherita è un oggetto spettacolare risalente al 1904. Esso può essere indossato in ben otto diverse configurazioni. Nelle foto sono illustrati sette modi diversi in cui la tiara può presentarsi.

Questo ornamento meraviglioso, fatto di oro, diamanti e perle, alla morte di Margherita fu ereditato dal nipote Umberto II, che lo donò a sua moglie Maria Josè, l’ultima regina d’Italia, che lo indossò il giorno del suo matrimonio. Maria Josè lo portò con sé in esilio e lo lasciò in eredità alla nuora, Marina Doria.

La tiara a nodi e stelle della duchessa di Aosta è un altro pezzo da novanta, manufatto sempre dalla gioielleria Musy nel 1895. La struttura di questo diadema, interamente incrostato di diamanti, è molto elaborata: la base, che si può portare come un bandeau secondo la moda degli anni ’20, o come un diademino puntellato di smeraldi (smeraldi che si trovano oggi al collo della principessa Astrid del Belgio – eh sì) è decorata con un motivo di nodi Savoia, la parte superiore è composta da un motivo a festone e a stelle. La prima foto mostra la configurazione originale di questa corona, con le stelle molto elaborate e attorniate da diamanti satelliti. Oggi essa è meno flamboyant, ma mantiene pur sempre una certa imponenza e regalità. Nella seconda foto potete vedere le trasformazioni subite da quando la corona era indossata da Elena, Duchessa d’Aosta nata d’Orléans, fino ai giorni nostri, più o meno. Il diadema appartiene al ramo cadetto dei Savoia, gli Aosta, che contendono il trono italiano a Vittorio Emanuele, a causa dei suoi problemi con la giustizia e per aver sposato la borghese Marina Doria senza l’assenso di Umberto II.

La tiara di perle e diamanti a nodo Savoia della regina Margherita fu prodotta da Musy nel 1883 e pare si trovi attualmente nel famoso scrigno alla Banca d’Italia. Ecco qui una foto d’epoca che ne illustra la bellezza. Quando divenne Regina d’Italia, Margherita non aveva delle gioie degne della sua posizione. Ecco quindi che, per l’anniversario del quindici anni di matrimonio, re Umberto le donò il gran diadema. Esso è composto da undici ampie volute di diamanti di taglio circolare, intersecate da un giro di perle e sormontate anche da undici perle a goccia. In questo oggetto assolutamente incredibile sono incastonati in totale 541 brillanti per un peso pari a 292 carati

La tiara Mellerio a motivi di alloro raffigurata qui sopra fu prodotta nel 1867 ed è composta di diamanti incastonati in oro e argento. Margherita la ricevette in dono da parte del futuro suocero, il re Vittorio Emanuele II, per il suo matrimonio con il principe Umberto. Oggi appartiene all’Albion Art Institute, poiché fu venduta dopo la morte di Maria Josè da una delle sue figlie.

Ecco qui un breve sunto sui diademi principali appartenuti alla casa reale italiana. Vi sarebbero molti altri pezzi da includervi, ma risulta complesso fare delle ricerche esaustive e complete sulla totalità dei gioielli Savoia. Le vicende storiche che si sono abbattute sulla casata piemontese hanno reso molto difficile rintracciarli tutti. Non si sa quali e quanti gioielli siano contenuti nella Banca d’Italia. La stima riportata in questo post è approssimativa. Speriamo che prima o poi sia possibile visitare una mostra permanente in cui questi preziosi siano esposti al pubblico. D’altra parte ora appartengono allo Stato Italiano e sarebbe bene che si potesse godere della loro bellezza e della loro importanza storica.

Qui si è trattato principalmente di tiare e diademi, che sono simbolo della regalità e della dignità dei sovrani. Un giorno, forse, De amore gallico vi presenterà “I paralipomeni dei gioielli della corona”, una lista dettagliata di tutte le collane, anelli, spille e altri ornamenti che non sono stati discussi in questa sede. Per il momento, però, preparatevi alla seconda parte di questo articolo, focalizzata sui gioielli francesi. A bientôt!

Le foto non sono mie, sono state trovate nel web e il copyright appartiene ai legittimi proprietari.

Pillola: la questione della restituzione parte 4

Stamane fa discutere la questione dei marmi del Partenone.

La Gran Bretagna fa orecchie da mercante alle richieste reiterate di restituzione da parte della Grecia: ben quattordici metope create da Fidia, facenti parte del grande tempio dedicato ad Atena Parthene, si trovano infatti al British Museum. La quindicesima è custodita nientemeno che al Louvre. E ti pareva?

Pare che il museo con la piramide di vetro manderà la metopa in suo possesso ad Atene nel 2021, in occasione del duecentesimo anniversario della guerra di indipendenza greca (quella in cui combatté Lord Byron e che portò all’assurda decisione di mettere un ramo della famiglia reale danese sul trono ellenico).

Il British Museum, invece, tace. I marmi del Partenone che vi si trovano furono “ottenuti” dagli inglesi grazie ad una concessione, assai bizzarra e dai contorni quantomai nebulosi, della Sublime Porta, al tempo autorità sul suolo greco, che permetteva al Conte di Elgin, nel 1811, di prendere delle statue che si trovavano “in un certo scavo preciso”.

La questione, come spiega la Encyclopaedia Britannica, è diventata materia di politica internazionale, diplomazia, storia dell’arte e commercio, diventando una parola a sé stante: eliginismo.

Io sto dalla parte dei Greci, ci mancherebbe altro! Ma forse questo mio essere partigiana potrebbe voler dire che noi dovremmo svuotare il museo egizio di Torino e rispedire al mittente tutti gli obelischi istoriati di geroglifici che ornano Roma. E beh… AMEN! Io rivoglio “Le nozze di Cana” del Veronese!

Postilla: al Pergamonmuseum ci sta l’altare di Pergamo, smontato pezzo a pezzo e ricostruito in una grande sala a cui si accede dopo esser passati davanti al celeberrimo Busto di Nefertiti. Eliginismo allo stato puro.

Pillola: anniversari franco-italiani dell’anno ’19

Se quest’estate si è fatto un gran parlare dell’anniversario leonardesco che ha unito (e un po’ pungolato) la Francia e l’Italia, il 2019 è anche l’anno di Caterina de Medici, che nacque sulle sponde dell’Arno nel 1519 e spirò a Blois, dopo aver segnato la storia di Francia e di Navarra, nel 1589. Sempre un palleggio tra paesi trans e cisalpini, bien sûr!

La Regina Nera, la cattolicissima sovrana sanguinaria di Francia, cui De amore gallico ha già dedicato diversi articoli, è ricordata con una stagione fitta di eventi al castello di Chenonceau, a una trentina di chilometri da Tours. Questa fortezza, unico, affascinante esempio di castello – ponte, è spesso soprannominata “Le château des dames” perché molte sono state le nobildonne che lo hanno posseduto, abbellito, arricchito e che vi hanno soggiornato, lasciandovi un segno del loro passaggio. Prima tra tutti la rivale di Caterina, ovvero Diana di Poitiers, poi Caterina stessa, che lo amò e lo modificò a suo gusto e immagine, e poi Marguerite Pelouze, ereditiera inglese che acquistò il castello nel 1864.

Se avete voglia di celebrare l’anniversario della regina italiana di Francia, potete visitare una mostra dedicata alla sovrana che si tiene durante il mese di settembre nel favoloso castello.

Io purtroppo non potrò spostarmi per motivi di lavoro, ma, se qualcuno di voi fosse nei paraggi, sarei ben lieta di sapere le vostre impressioni. Pare che il menù del ristorante del domaine sarà a tema Caterina, riprendendo molte delle ricette che la reine portò in Francia dall’Italia.

Ah, la cuisine française…

Sainte Victoire, una montagna e un luogo dell’arte

Di tanto in tanto mi capita di andare ad Aix en Provence. A questa città ho già dedicato un articolo innamorato. Per me è bellissima: sporca, piena, piana, ricca e varia. Per raggiungerla partendo da casa mia, si deve attraversare una cospicua porzione della regione PACA (Provence – Alpes – Cote d’Azur). Si ha così la possibilità di accarezzare con lo sguardo, durante il tragitto in automobile, un luogo che ossessionò Cézanne negli ultimi tempi, un po’ come accadde a Monet con la cattedrale di Rouen. Si tratta della montagna Sainte Victoire.

Cézanne – La Sainte Victorie

Ci sono voluti 140 milioni di anni per disegnare il paesaggio che Cézanne ha immortalato nelle sue tele. La Sainte Victoire è il risultato di movimenti tettonici opposti che hanno portato al sollevamento del terreno, alla formazione di una piega e alla rottura della piega. Ecco il processo sintetizzato in immagini che ho trovato in questo sito, particolarmente accurato e chiaro nella spiegazione scientifica:

Quando ci si passa accanto, si è soggiogati, annichiliti dalla maestà possente di questo massiccio. La montagna è seduta su di un trono, una piattaforma chiamata cengle, è imperatrice, papessa, è viva e ci osserva con pena infinita per quello che stiamo facendo al pianeta Terra. Ricordo ancora la prima volta che la vidi: non riuscivo a credere ai miei occhi. Eravamo in autostrada e, malgrado la velocità sostenuta, era come se ci stessimo accostando lentamente, pieni di rispetto e di umiltà, ad una statua naturale, ad un colosso antico, ad un luogo santo. La osservavo dal punto di vista che i fedeli hanno quando entrano in chiesa e guardano le pale d’altare, le statue e gli affreschi con le storie dei santi e della Vergine: dal basso verso l’alto. Come una pellegrina che si inginocchi davanti ad una stauroteca dopo un lungo viaggio.

Foto di Georges Flayols

La Sainte Victoire mi fece pensare alle meraviglie del mondo antico, come il faro d’Alessandria, il colosso di Rodi, la statua crisoelefantina di Zeus o anche alle grandi costruzioni che mi hanno sempre fatto tanta paura, come il Pantheon romano, quello parigino, la cupola del Brunelleschi.

Non sono riuscita a risalire all’autore di questa foto.

Cézanne ne fece la sua musa ispiratrice in quel processo pittorico che lo portò ad anticipare il cubismo picassiano, a semplificare geometricamente le figure in una sintesi delle forme e del colore data dalla pennellata stessa. Quindi se nelle prime tele in cui la montagna compare ci sono ancora linee curve che danno dolcezza al paesaggio, piano piano esse spariscono e, col tempo, Cézanne arriva alla scomposizione sintetica massima.

Per usare le sue stesse parole:

«Bisogna trattare la natura attraverso il cilindro, la sfera, il cono, il tutto messo in prospettiva, in modo che ogni parte di un oggetto, di un piano, sia diretta verso un punto centrale. Le linee parallele all’orizzonte esprimono la larghezza, che è un aspetto della natura, o se preferite dello spettacolo che il Pater Omnipotens Aeterne Deus dispiega davanti ai vostri occhi. Le linee perpendicolari all’orizzonte rappresentano la profondità. Per noi uomini la natura è più in profondità che in superficie; di qui la necessità d’introdurre nelle nostre vibrazioni luminose, rappresentate dai rossi e dai gialli, una certa dose di toni blu per far sentire l’aria»

La Sainte Victoire è la sua demoiselle d’Avignon, la sua ninfea, la sua odalisca, una Madonna raffaellesca post-impressionista, l’Uomo Vitruviano di un artista solitario, sofferente, permaloso, che non fu mai soddisfatto della sua ricerca artistica e che morì nel tentativo di arrivare a qualcosa che “si sviluppi meglio che in passato, diventando la prova concreta delle mie teorie: il difficile, infatti, è provare ciò che si pensa.

Pillola: profiter des profiteroles

Ieri, al ristorante, qualcuno a tavola ha ordinato per dessert i profiteroles.

Un trionfo di cioccolato, panna montata, pasta choux e trigliceridi.

Mentre scucchiaiavo pensosa il mio yahourt à la verveine avec abricots, mi sono chiesta quale fosse il legame tra il famoso dessert francese e il verbo profiter, che si usa moltissimo nella lingua di tutti i giorni e che in italiano non significa solo “approfittare, trarre profitto”, come la radice in comune può farci subito pensare, ma anche “godersi, godere di qualcosa”.

ENJOY.

Ebbene, sono andata a scartabellare virtualmente qua e là, ad esempio qui, e ho trovato quanto segue: nel XIV secolo ai domestici veniva dato in premio, alla fine di giornate particolarmente impegnative, una pallina di pasta di pane intrisa di sughi e intingoli e cotta sotto la cenere. Era il petit profit, la carota che dava la motivazione per sopportare i colpi di bastone.

Rabelais, nel romanzo “Pantagruel”, parla di una “Profiterolle des indulgences”, sempre una pallina di pane riempita di qualche buon bocconcino di carne.

Ma è solo grazie alla regina nera Caterina de’ Medici che la base per il moderno profiterole vede la luce: la pasta choux, infatti, come molte altre cose (le forchette, le mutande, i profumi, il gelato, la divisione del pasto in portate salate e dolci) i nostri cari cugini francesi la devono ad una italiana.

Lo chef Antonin Carême, nel XIX secolo, avrà l’idea di riempire questa pasta choux con crema pasticcera e altre farce zuccherate. Successivamente lo chef personale di Talleyrand, Jean Avice, perfezionerà la ricetta di modo che noi, oggi, nel 2019, in questa realtà minacciata dal cambiamento climatico, dalle politiche scervellate dei potenti del mondo, dagli incendi in Siberia e dalla deforestazione dell’Amazzonia, possiamo trovare un breve, sublime momento di oblio, un’occasione d’allegrezza, se vogliamo far riferimento al Montale, nientemeno che en profitant d’une profiterole.

Le foto non sono mie, sono state trovate nel web e il copyright appartiene ai legittimi proprietari.

La Forêt de Broceliande: leggende, fate, maghi, storie fantastiche e cavalleresche

La canicola, quella vera (per info su quella falsa leggere qui), è infine arrivata e ci sta stritolando nella sua morsa feroce. Spesso mi sorprendo a rinfrescarmi viaggiando col pensiero verso climi più rigidi, verso terre più fredde: la mente mi porta tra i fiordi scandinavi, sui laghi scozzesi, nelle verdeggianti brughiere irlandesi. Questi luoghi straordinari sono dalla notte dei tempi l’ambientazione di storie fantastiche, racconti di fate e mitologie appassionanti.

Anche la Francia ha un luogo profondamente legato ai cicli mitologici arturiani e alle tradizioni ancestrali del popolo celtico. È la meravigliosa Bretagna, penisola protesa verso le infinità oceaniche nel nord-ovest dell’Esagono, terra di fascino e magia. Uno dei siti bretoni più favolosi è la Foresta di Brocelandia.

Ufficialmente denominata “Forêt de Paimpont”, Brocelandia è spesso citata nei menù delle crêperies bretonnes, le quali non mancano mai di intitolare una delle specialità della casa al bosco incantato, teatro delle avventure della Dama del Lago, Viviana, e di Merlino.

Chrétien de Troyes (circa 1135 – 1190), poeta francese medievale, maggiore esponente della letteratura cavalleresca e cortese in Francia, ne parla nelle sue opere Erec et Enide, Cligès, Lancelot ou le chevalier de la charrette, Yvain ou le chevalier au lion, Le Roman de Perceval ou le conte du Graal, titoli che compongono il cosiddetto “ciclo bretone”.

Merlino e Viviana in un’incisione di Gustave Doré

Brocelandia è una foresta di latifoglie e conifere. Qui potete trovare la mappa che vi illustra la sua estensione e i sentieri più suggestivi da percorrere per godere della sua magica atmosfera.

La fontana di Barenton, una fonte incantata che compare anche nell’opera Yvain ou le chevalier au lion, si trova vicino al villaggio La Folle Pensée, così chiamato per le virtù curative dell’acqua della fonte: si credeva infatti che essa potesse guarire gli spiriti pazzi, le menti disturbate. Pare comunque che l’acqua ogni tanto offra uno spettacolo notevole: malgrado la temperatura molto bassa, infatti, può capitare che essa ribollisca come in un pentolone sul fuoco. La tradizione popolare vuole inoltre che le fanciulle in cerca d’amore possano andare alla fontana, gettarci dentro uno spillo pronunciando una formula di buon augurio e ritrovarsi sposate prima di Pasqua!

La tomba di Merlino

La tomba di Merlino, o forse sarebbe meglio dire il luogo dove si trova la torre d’aria incantata costruita dalla fata Viviana per imprigionare il grande druido di lei follemente innamorato, è ciò che resta di un sito di sepoltura del neolitico. Esso era costituito di megaliti, ma purtroppo fu in parte distrutto nel XIX secolo. Ora non resta altro che una coppia di pietre che ricorda due amanti vicini, protesi l’uno verso l’altra.

Nella foresta di Brocelandia ci sono anche alcuni alberi notevoli, dei totem naturali, esseri viventi antichissimi che fanno pensare agli Ent della Terra di Mezzo: la quercia Gullotin, ad esempio, è un albero che ha tra gli 800 e i 1000 anni e il cui tronco sfiora i 10 metri di circonferenza. Il suo nome si deve all’abate Gullotin il quale, durante la Rivoluzione Francese, trovò rifugio in questo albero (in, non su, perché si nascose dentro un anfratto del tronco) per sfuggire alla furia anticlericale dei giacobini rivoluzionari.

La quercia Gullotin

Io non ci sono mai stata, ma desidero moltissimo visitare questa terra di fiaba e mistero. Mi piacerebbe molto poter fare un tour celtico, partendo dalla Bretagna, passando per l’Irlanda, la Scozia, scendendo verso il Galles, la Cornovaglia, per finire in Normandia.

Chissà che in questa peregrinazione non mi imbatta in qualche fata o folletto?

Le foto non sono mie, sono state trovate nel web e il copyright appartiene ai legittimi proprietari.

Piazza delle erbe e il mercato del pesce a St. Tropez

A Saint Tropez c’è il mercato del pesce, una galleria che dal porto va verso il vecchio villaggio, sbucando su quella che è chiamata “Piazza delle Erbe”. Sebbene oramai vi si affaccino il bar Senequier con il suo impero bianco e rosso, la boutique di Missoni, un alimentari di lusso e altri negozi di cianfrusaglie, questo angolo del paese mantiene intatto un sapore antico e semplice, che si ritrova nelle vecchie cartoline color seppia o nei quadri dei pittori che a Saint Tropez hanno soggiornato e vi hanno trovato ispirazione. Charles Camoin (1879-1965), ad esempio, pittore marsigliese innamorato del sud, ha ritratto questo angolino in una tela conservata oggi al Musée de l’Annonciade, importante polo artistico del villaggio provenzale.

Charles Camoin “Piazza delle erbe di St. Tropez”, Museo dell’Annonciade

Se si passa per di là la mattina presto, si viene investiti dall’odore fresco, salato, denso e ancora gradevole del pesce appena pescato. I venditori urlano e salutano da dietro i banchi bordati di ghiaccio ed erba scura, stretti lungo questo budello lastricato di sampietrini, col selciato dalla caratteristica forma a botte che lascia colare lungo i lati i liquami ittici.

Paul Signac, “Il temporale”, Museo dell’Annonciade

A partire dal dopo pranzo, la nettezza urbana si occupa di mondare la galleria, spruzzando ovunque dell’acqua in cui è stato disciolto un prodotto igienico dal peculiare olezzo di sciroppo per la tosse.

Il sole gioca coi tetti e le persiane, disegnando poligoni ombrosi sui muri delle case. Bisogna fare uno sforzo d’immaginazione, epurare la scena dei cassoni dei condizionatori che come dragoni grigi sputano aria calda, dei turisti in canottiera e ciabatte intenti a leccare coni gelato mezzi scioli, dei fari abbaglianti che ammiccano seducenti dalle vetrine lussuosissime. Ecco che l’immagine di una St. Tropez innocente, colorata, laboriosa, allegra e naturale riappare, forse nel modo in cui si manifestava agli occhi del pittore neoimpressionista Paul Signac, che qui acquistò una casa e ne fece il suo atelier.

Albert Marquet, “Il porto di St. Tropez”, Museo dell’Annonciade

È bella, St Tropez, anche se ora si addormenta all’ombra dei grandi yacht dei ricchi che vengono ad ostentare quanto possiedono in questo piccolo porto. È bella, anche quando al posto delle bottegucce e delle boulangeries ci sono Valentino, Chanel, Armani e Cartier che fanno sentire poveri e infimi. È bella soprattutto la mattina presto, quando i bagordi della sera prima trattengono a letto le masse di visitatori, i quali forse non vedranno mai il gioco della luce del sole tra le lapidi del cimitero marittimo a strapiombo sul mare, disteso come una tovaglia bianca ai piedi della cittadella.