Pillola: le trou normand, non per i deboli di stomaco

Quando si va ai matrimoni francesi, spesso, durante il pasto, c’è il momento del “trou normand“, cioè il buco della Normandia. Si tratta di una pausa tra una portata e l’altra annaffiata abbondantemente da liquore Calvados o altro. Attendere e bere permette agli ospiti di digerire e di preparare lo stomaco al resto del pasto.

La mia modesta esperienza è consistita di un trou normand servito subito dopo il plat, prima del fromage.

Sebbene non abbia favorito il Calvados o altri liquori forti per personalissima idiosincrasia, aspettare un’oretta prima di rimettermi a tavola e far onore agli sposi gustando i formaggi scelti per il banchetto ha avuto l’effetto desiderato: lo chèvre avec confiture e il brie à la truffe sono spariti in men che non si dica.

Ma la domanda sorge spontanea: quando si tratta di fromages, serve davvero il trou normand per gustarseli? Io dico di no.

La Bibbia e lo champagne: un compendio umoristico di bottiglie e patriarchi

Nella Bibbia il vino è assai presente, sia nel primo che nel secondo testamento. Per fare solo qualche esempio scarno, Noè, sedotto dalla vita stanziale tipica dei Cananei, si mette a coltivar la vigna, si ubriaca di vino, si spoglia in mezzo ai filari e Cam, uno dei suoi tre figli, lo vede nudo e viene per questo maledetto eccetera eccetera. Invece Gesù compie il suo primo miracolo trasmutando acqua in vino durante il banchetto delle nozze di Cana (al Louvre c’è la bellissima e gargantuesca versione del Veronese che Napoleone ci ha portato via, mannaggia a lui), così come nell’Ultima Cena il vino versato nel calice sarà il suo stesso sangue.

Insomma, Bibbia e vino sono difficili da disunire, tanto la bevanda alcolica frutto della fermentazione dell’uva ha fatto parte delle usanze tipiche delle civiltà mediterranee. Potremmo davvero dire che l’abitudine di consumare vino risalirebbe alla notte dei tempi e non ci sbaglieremmo di troppo!

Non dovrebbe stupire, quindi che le taglie delle bottiglie di vino e di champagne portano dei nomi biblici. Si parte dai modesti ‘hutième’, ‘quart’, ‘chopine’, ‘fillette’ e ‘medium’ per le più piccole, con la ‘champenoise’ che è la taglia standard, quella che si trova in commercio normalmente. Il nome deriva dal tipo di lavorazione dell’uva, che è anche detto ‘tradizionale’. La bottiglia champenoise come la conosciamo noi nacque alla fine del XVIII secolo, anche se con un collo più fino e un tappo assai più piccolo.

Si passa poi ai pezzi da novanta: la ‘magnum’, cioè quella da un litro e mezzo, nacque in Inghilterra intorno al 1788. Ma ecco che arrivano i colossi, i grandi patriarchi biblici: ‘Jéroboam’ è la bottiglia da tre litri, quella che si stappa sui podi delle gare di Formula 1, per intenderci. Il nome è la versione francese di Geroboamo, della tribù di Efraim. Fu il primo re del regno di Israele dopo la separazione dal regno di Giuda e non gode di un’ottima reputazione tra i re ebraici…

Geroboamo in un dipinto di Fragonard

Dopo Geroboamo è la volta di Roboamo, che invece fu il primo re del regno di Giuda. Questo poveraccio, per farla breve, pagò per i peccati del padre, un certo Re Salomone. A lui è stata dedicata la bottiglia ‘Rehoboam’, da quattro litri e mezzo.

Il prossimo incontro è con quel gagliardissimo vecchiotto di Matusalemme, un vero peso massimo della longevità: 969 anni! Una bottiglia da sei litri è più che meritata! Se la cercate per un’occasione più che speciale, in enoteca dovrete chiedere di una ‘Mathusalem‘.

La bottiglia successiva ha una capacità di nove litri ed è dedicata a Salmanassar, che è il nome di ben cinque re assiri. Quello che ci interessa a noi è l’ultimo, Salmanassar V, che, secondo la Bibbia, avrebbe deportato dieci tribù d’Israele che poi andarono perdute… la storia è molto complessa e affascinante, tuttavia non è questo il luogo né il momento per disquisire di ciò. Ma se vi piace il suo nome e vorreste bere dalla bottiglia che lo porta, allora al sommelier dovreste ordinare una ‘Salmanazar‘. Dopo averla finita, potrete seguire le genealogie bibliche e gli intrecci storici del primo testamento con grande presenza di spirito e leggerle tutte in una notte.

Dopo questo sovrano assiro, si fa la conoscenza di uno dei famosi Re Magi che si misero in viaggio seguendo la cometa per andare a portar doni e ad adorare il Bambin Gesù. Si tratta di Baldassarre, cioè ‘Balthazar’. La bottiglia con questo nome ha capacità di ben 12 litri.

Baldassarre è seguito nientemeno che da Nabucodonosor, l’artefice della cattività babilonese del popolo ebraico, personaggio a cui è dedicato una delle più celebri opere verdiane e anche, per gli amanti del genere, l’hovercraft di Morpheus in Matrix. La bottiglia che ne porta il nome contiene 15 litri di champagne.

Il Nabucodonosor di William Blake

Al grande Salomone ‘Salomon’, o talvolta al Magio Melchiorre, ‘Melchior’, è intitolata la bottiglia da diciotto litri. Si passa poi subito ai ventisei litri con la ‘Souverain‘, ai ventisette con la ‘Primat‘ e si finisce con ‘Melchisedec’, una figura misteriosa e mitica della Bibbia, di cui sono date diverse interpretazioni: Re dell’antica Gerusalemme, prima ch’essa si chiamasse Gerusalemme, sacerdote, benedisse Abramo e gli offrì pane e, guarda un po’, vino. Non era di stirpe ebraica, in quanto non discendeva da Abramo, ma è ricordato come ‘sacerdote eterno’…

La Melchisedec contiene ben trenta litri di champagne.

Roba da farci brindare tutte e dodici le tribù dei figli di Giacobbe!

La fioritura della lavanda in Provenza

La fioritura della lavanda in Provenza

La settimana scorsa ho avuto finalmente modo di visitare Manosque e Valensole e godere di uno spettacolo famoso in tutto il mondo: la fioritura della lavanda in Provenza.

Il sole cadeva a picco gettando i suoi raggi con noncuranza. Il vento soffiava lento e pigro mentre con la macchina ci inerpicavamo lungo le stradine che si arrotolano tra le colline e i campi. Ci fermavano spesso, ogni angolo meritava uno scatto. Quel colore fresco e semplice, così indissolubilmente legato al profumo di pulito del fiorellino, rinfrancava il corpo accaldato con la sua sola vista. Erano tappeti violacei che si stendevano a perdita d’occhio e che si donavano allo spettatore con elegante generosità.

Ma soprattutto era quello che io ho scelto di chiamare “il suono della lavanda” ad affascinarmi: i campi echeggiavano di ronzii di api affaccendate sulle spighe violette, intente a suggere i dolci nettari per poi portare il bottino goloso al proprio alveare o alla propria arnia. La terra rimbombava di questo tenero ronzio restituendolo centuplicato all’orecchio. Il suono della lavanda, il suono della terra e degli animali, semplici miracoli di vita e di natura.

Le distese di grano e di lavanda, il blu terso del cielo assolato, il verde dei boschi, l’ocra delle tegole sui tetti. Questa terra del sud francese è una tavolozza post-impressionista, un bouquet prezioso. Ma non bisogna lasciarsi ingannare dalle bellezze da cartolina: la lavanda fiorisce d’estate, quando il solstizio è trascorso e la luce già cede il passo ad una tenebra lenta e suadente; ammanta tutto piano piano e dolcemente, senza che ci si possa accorgere del consumarsi lento di un dramma naturale, ciclico. È il dramma del parossismo solare, che è già notte, che è già autunno.

Spero che le mie foto vi piacciano. Sono state scattate tutte nei dintorni di Valensole, Manosque e sulla spiaggia di Gigaro, di notte. La luna non era ancora piena, lo sarebbe stata la sera dopo.

Lo strano caso del ‘pet-en-gueule’ e la storia di un’artista poco conosciuta

Letteralmente significa ‘peto in faccia’, con la parola che indica la faccia, gueule, di registro molto basso, tanto da essere propriamente il termine che si utilizza per definire il muso e la bocca degli animali.
Ma non è quello che si può pensare.
Sebbene si parli di peti e flatulenze, esse non c’entrano affatto, a meno che non s’abbia mangiato fagioli con le cotiche la sera prima di sollazzarsi con questo giuoco all’antica.

Si tratta infatti di un passatempo da ragazzini, un gioco da cortile della ricreazione, molto simpatico:

Due ragazzi si mettono ‘a pecoroni’, direbbe Trilussa, noi invece ‘a gattoni’, l’uno di fianco all’altro, ma coi visi rivolti in direzioni opposte. Gli altri due si debbono ingegnare per abbarbicarsi l’uno all’altro, sempre in sensi differenti: uno in piedi dando le spalle ai due compagni che stanno a gattoni, l’altro con la testa rivolta verso i piedi del compagno e sostenuto da quest’ultimo per le gambe.

Il ragazzo in piedi deve rotolare di schiena sulle schiene dei due compagni per terra. Lo scopo è quello di ritrovarsi dall’altra parte con i ruoli invertiti: quello che penzolava sostenuto dall’amico ora è in piedi e mantiene per le gambe quello che prima stava in piedi e che è rotolato sul dorso.

Come tutti i giochi per ragazzi è più facile a farsi che a dirsi.

Come spiega eloquentemente questa illustrazione:

Il giuoco del peto in faccia

Questo sollazzo è assai innocente
e in questo giuoco divertente
i bambini si dilettan liberamente

Ma giacché si stringon fortemente,
senza volerlo o coscientemente,
il didietro il naso teme terribilmente.

Queste debolissime e mediocri rime sono la mia traduzione di quanto è riportato sotto l’incisione che raffigura quei putti grassocci darsi al giuoco del peto in faccia.

Pare che questa incisione sia opera di una donna, Claudine Bouzonnet-Stella. Nata nel 1636 a Lione, studiò arte presso suo zio, a Parigi, dal quale apprese le tecniche dell’incisione. Jacques Stella, infatti, aprì un atelier al Louvre e chiese che la sorella mandasse su da Lione la sua prole per assisterlo in questo progetto. Claudine, quindi, raggiunse lo zio insieme ai fratellini e alle sorelline. Nel 1657 Jacques Stella morì e la nipote Claudine divenne la direttrice dell’atelier, ottenendo dal re l’esclusiva sulla riproduzione dei cliché dello zio.

Claudine successivamente produsse anche delle incisioni originali, come la raccolta intitolata ‘Les Jeux et Plaisirs de l’Enfance‘, in cui si parla del pet en gueule, e ‘Les pastorales’. Gli storici dell’arte sono comunque propensi a credere che le incisioni firmate dallo zio fossero in realtà opera della giovane Claudine, cosa che non stupisce più di tanto…

Ma ci pensate? Una donna che dirigeva un intero atelier d’arte a quell’epoca? Che cosa straordinaria!

Pillola: gemelli del segno dei Gemelli che indossano gemelli e guardano col binocolo

Des jumeaux des Gémaux qui portent des boutons de manchette et qui regardent avec une paire de jumelles.

In francese i fratelli gemelli sono detti jumeaux. Tuttavia la stessa parola non è usata per indicare il segno astrologico, che invece si dice Gémeaux: i due termini sono quasi uguali. Come per l’inglese (Gemini) la parola usata per il segno zodiacale ha una parentela più stretta col latino. In effetti jumeaux è un’evoluzione più recente di gémeaux.

Insomma, quelli nati tra il 21 Maggio e il 21 Giugno sono di un segno zodiacale che porta un nome in ancien français.

Ma i gemelli che invece mettiamo sui polsini delle camicie? In francese li si chiama semplicemente boutons de manchette, con buona pace di Agenore che cerca i gemelli prima di andare alla festa e lasciar così campo libero a Peter Pan e ai Bimbi Sperduti.

Ma la cosa più strana è che, se noi italiani abbiamo visto una sorta di gemellaggio tra i bottoni delle maniche di camicia, Oltralpe ad esser considerati un oggetto gemellare sono invece nientemeno che i binocoli, appunto chiamati jumelles, cioè ‘gemelle’.

Quindi potremmo dire che ci sono due gemelli del segno dei Gemelli che portano dei gemelli e che guardano la costellazione dei Gemelli insieme a due gemelle del segno dei Gemelli usando un binocolo.

Il y a deux jumeaux du signe des Gémeaux qui portent des boutons de manchette et qui regardent la constellation des Gémeaux avec dex jumelles du signe des Gémeaux en utilisant des jumelles.

Les gorges du Verdon e il villaggio della stella.

La vista del lac de la Sainte-Croix

Sublime e panica è la manifestazione della natura alle Gole del Verdon. Il fiume omonimo attraversa la montagna creando un budello turchese nel mezzo della roccia, un canyon di altezza vertiginosa, tra i 250 e i 700 metri di profondità.

Les gorges du Verdon

La corniche sublime è un percorso che permette di ammirare le gole percorrendole dal lato meridionale.

Una vista dei monti
Rapaci in volo

Una visita al villaggio di Moustiers Sainte-Marie, meraviglia nascosta tra i dirupi, è d’obbligo: oltre ad essere conosciuto per le faïences estremamente fini e delicate, il paesino ospita un santuario mariano al quale si accede dopo un’ardua salita che sa mettere a dura prova anche gli spiriti più devoti. Mentre si sale, col fiato corto e le gambe bollenti, si deve alzare il capo verso il cielo: una stellina dorata pende da una catena tesa in mezzo alle due pareti rocciose; essa adorna il cielo di Moustiers e veglia sui suoi abitanti. Vista da lontano, sembrerebbe la stella cometa che brillò sulla capanna della Natività, guidando i Magi da oriente. Secondo lo scrittore Frédéric Mistral essa fu un ex voto dedicato alla Vergine Maria da parte del cavaliere crociato Blacas. Egli fu fatto prigioniero dai saraceni. Pregò Maria di risparmiargli la vita e promise che, se fosse tornato sano e salvo nel suo villaggio, vi avrebbe fatto appendere una stella in suo onore.

Un tratto della salita verso il santuario
Mentre si sale verso la vetta
Verso il santuario
La ceramica di Moustiers

Se le prossime vacanze vi porteranno Oltralpe, fate pure le vostre foto ai campi di lavanda, sì, magari andate a fare il bagno a Pampelonne, certo, ma prendete il tempo di immergervi in questo angolo di Provenza selvaggio, antico, misterioso e ricco di fascino.

Pillola: posare un coniglio

Ieri sera, dalla Francia, mi sono sintonizzata sulle reti italiane e ho seguito un popolare gioco a quiz. Una delle domande riguardava il significato dell’espressione francese “poser un lapin”.

Letteralmente significa “posare un coniglio” ed è usata per dire che qualcuno ha dato buca ad un appuntamento. Da dove viene questa curiosa frase? Sono andata a cercare. Pare che nel Nouveau Supplément du dictionnaire d’argot del 1889, Lorédan Larchey parli del suddetto coniglio come di “un galant quittant les filles sans payer le prix convenu”.

Cioè di uno che gode dei favori di una ragazza ma che non paga il prezzo convenuto e se ne va in fretta e furia. Un ladro, insomma.

Uno che non tiene alla parola data, che sia il pagamento del prezzo convenuto o il presentarsi ad un appuntamento come stabilito.

Voi ne avete posati, di conigli, in vita vostra?

Il mistero del punzecchiatore di sederi di Parigi

Parigi, anno 1819. Mentre, nelle pagine di Hugo, Jean Valjean è da qualche tempo uscito di prigione e vive come cittadino rispettabile sotto lo pseudonimo di Monsieur Madeleine, le giovani di buona famiglia tra i quindici e i vent’anni che passeggiano per la capitale sono le vittime del famigerato ‘piqueur de fesses de Paris‘.

Tra l’agosto e il dicembre del 1819, infatti, almeno quattrocento donne (ma anche qualche uomo!) affermarono di essere state subdolamente aggredite da qualcuno con un ago o uno spillone ben appuntito o comunque un oggetto aguzzo posto con molta probabilità sulla punta di un bastone da passeggio.

Immagine satirica (e puramente inventata) che raffigura due piccatori nell’atto di aggredire tre giovani parigine

Le aggressioni sembravano avvenire indiscriminatamente di giorno e di notte: il misterioso piccatore affondava la punta acuminata di questo oggetto non meglio identificato nei sederi, nelle cosce, nei petti o anche nelle braccia della malcapitata che gli si era trovata a tiro.

La voce corse in ogni parte della Francia e, come spesso accade, il pettegolezzo gonfiò i fatti talmente tanto che furono divulgate addirittura fandonie come l’avvelenamento e la morte delle giovani ‘piccate’. Tuttavia il piccatore di Parigi ebbe emuli in tutto il paese, fino a Marsiglia, Bordeaux, Lione e Calais. Pare addirittura che la fama di costui fosse giunta fino in Belgio, dove qualcuno si affrettò a rendergli omaggio replicandone le gesta sulle giovani belghe.

In poche parole era nata una nuova categoria di criminali, i piqueurs, i piccatori. Nel dicembre 1819 la polizia parigina diede alla stampa un comunicato in cui si diceva che:

Un particulier dont on n’a pu se procurer le signalement que d’une manière imparfaite, se fait, depuis quelques temps, un plaisir cruel de piquer par derrière, soit avec un poinçon, soit avec une aiguille fixée au bout d’une canne ou d’un parapluie, les jeunes personnes de quinze à vingt ans que le hasard lui fait rencontrer dans les rues.

Le dame provano i para-fondoschiena

Fu istituita una task-force ante litteram, specialmente dedicata all’indagine sui piqueurs. La pruriginosa natura di questi fatti delittuosi portò i giornali dell’epoca a divulgare immagini satiriche molto divertenti, in cui erano raffigurati anche i fabbri e gli artigiani che, con grande spirito imprenditoriale, cavalcarono l’onda di paura generata dal piqueur mettendosi a produrre ‘para-sederi’ in metallo, delle vere e proprie armature per il fondoschiena delle signore. Ricordiamo inoltre che nel 1819 la moda femminile stava cambiando e che le crinoline, che tutte sole avrebbero potuto fungere da protezione, avevano già lasciato posto agli abiti in stile impero, più attillati lungo il corpo, con la vita alta, appena sotto il seno.

Les gendarmes indagano sulle aggressioni. Notare la moda delle dame, vestite con abiti in stile impero

La vicenda ebbe un tornante nell’arresto di un sarto di trentacinque anni, Bizeul. Non fu preso con ‘le mani nel sacco’, per così dire, e con molta probabilità fu un capro espiatorio, la persona a cui, attraverso un processo sommario si rimproverò di essere questo delinquente erotomane con una perversione legata agli aghi, ai petti e ai sederi. Gli fu comminata una multa di 500 franchi dell’epoca e poi venne condannato a ben cinque anni di galera.

Fabbro alle prese col parasedere

Fu davvero lui? Chi lo sa. Gli attacchi continuarono, sporadicamente, anche dopo il suo arresto, ma il piqueur, o i piqueurs, ebbe talmente tanta notorietà ed così tanti emuli in tutto il paese che ogni conclusione, oggi, potrebbe esser quella sbagliata.

Il podcast di De amore gallico

Vi siete mai chiesti perché il titolo dell’erede al trono di Francia fosse ‘delfino’? In questo podcast ve lo spiego e vi invito ad iscrivervi alla newsletter di Una parola al giorno, per avere ogni giorno una chicca sulla lingua italiana ed arricchire il linguaggio, lo strumento con cui produciamo i nostri pensieri.

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Buon ascolto!