‘Interieur d’une cuisine’, il quadro col color di mummia reale

‘Interieur d’une cuisine’ dell’artista alsaziano Martin Drölling

Osservate questo quadretto del 1815 dipinto da un pittore alsaziano di nome Martin Drölling, conservato al museo del Louvre e raffigurante un’innocente scena domestica: due donne, un bambino che gioca con un gattino, una cucina umile ma dipinta senza tralasciare alcun dettaglio, giochi di luce che ricordano i fasti della pittura fiamminga del secolo d’oro. Grazioso.

L’autore del tableau che trovate riprodotto più sopra è abbastanza conosciuto grazie ai materiali che utilizzava per fabbricare i suoi pigmenti.

Ma andiamo con ordine.

Quanto scritto qui di seguito trova conferma in alcuni documenti conservati agli Archives nationales. L’autorevole rivista Beaux Arts riporta perfino il codice di classificazione dei fascicoli in questione: 03 623.

In questi documenti si legge che nell’anno 1793, cioè in piena Rivoluzione e in piena stesura della Costituzione Montagnarda e Giacobina, l’architetto Louis-François-Petit-Radel, membro del Comité de Santé Publique, fu incaricato di disfarsi dei reliquiari posti nella chapelle Sainte-Anne au Val de Grâce. Codesti oggetti contenevano quarantacinque cuori di membri della famiglia reale francese. In effetti non tutte le sacre reliquie della famiglia reale si trovavano a Saint-Denis, tradizionalmente mausoleo dei Borboni di Francia sin dai tempi del Re Sole: il costume del tempo, detto ‘mos teutonicus‘, prevedeva che alcuni organi vitali, come appunto i cuori, venissero asportati per essere conservati altrove e per facilitare la conservazione dei corpi.

‘Violazione delle tombe reali a Saint Denis’, dipinto di Hubert Robert

Per cui, quando Petit-Radel si vide assegnato questo incarico, forte della sua autorità, andò ad impadronirsi di codesti preziosissimi oggetti tutti decorati di smalti pregiati e decise di tenere i contenitori di grande valore per se stesso.

L’episodio di Sainte-Anne au Val de Grâce fa parte di un capitolo oscuro e grottesco della Rivoluzione, quello dell’estumulazione e profanazione delle tombe reali. A Saint-Denis i copri di monarchi come Caterina e Maria de’ Medici, Pipino il Breve, Margherita di Valois, Luigi XIII e Luigi XIV furono riesumati e gettati in una fossa comune adiacente la chiesa.

Se vi state chiedendo che cosa accadde ai reliquiari rubati da Petit-Radel, come già detto, lui si tenne i preziosi oggetti smaltati.

Quanto al loro contenuto…

Petit-Radel vendette i cuori a peso d’oro, ed essi finirono nelle mani di diversi pittori, Martin Drölling incluso. Costui pare entrò in possesso di dodici organi mummificati, tra i quali vale la pena nominare dello di Maria Teresa d’Austria, moglie del Re Sole. Questi cuori furono poi, con molta probabilità, bolliti e trasformati attraverso complessi procedimenti chimici in un colore assi ricercato dagli artisti del passato chiamato ‘nero di mummia’.

Riporto un passo di un articolo molto interessante circa il colore nero pubblicato dal magazine online ‘Stile arte’:

Il nero di mummia è un colore che ha in sé qualcosa di spirituale.

Si tratta di un nero terragno, quasi terra d’ombra, ricavato dalla triturazione e dalla riduzione in polvere di mummie egiziane, prelevate dalle rive del Nilo e contrabbandate in gran quantità in occidente. Già dall’epoca delle crociate si commerciava in mummie, ma soltanto tra il XVII e il XVIII secolo se ne segnala gran commercio in tutta Europa: nelle farmacie si preparava questa polvere ad un altissimo prezzo vendendola come rara medicina. Ciò durò fino alla fine del Settecento, quando in tutte le città del vecchio continente la polvere di mummia veniva prescritta per curare molte malattie dello spirito e dell’anima. Alcuni pittori, come Tintoretto, impegnando le loro fortune, mescolavano e macinavano più sottilmente questa polvere, “più preziosa dell’oro e dei lapislazzuli, per dipingere le loro ultime opere e fare delle opere e di loro stessi un’arte e un nome eterni”. Dal XVIII secolo si iniziò a rispettare le mummie, indirizzandosi verso un altro modo di prelevare “il colore delle tenebre”: ecco il nero di seppia, un succo prelevato dal mollusco marino con un metodo scrupoloso e attento.

Quindi, quell’innocente scenetta campagnola, in cui due donne fanno lavori di cucito e un bambino gioca con un gatto, che avete ammirato all’inizio di quest’articolo, con ogni probabilità è stata dipinta usando colori fabbricati a partire dai cuori di principi e sovrani di Francia.

Di che sentire dei brividi d’orrore percorrervi la schiena mentre andate a riguardare nel dettaglio il quadro in questione!

L’incendio del Bazar de la Charité di Parigi

Gli appassionati di period drama, ovvero di serie televisive a sfondo storico, non si saranno certamente persi una produzione TF1 e Netflix che sta avendo un gran successo in Francia, ‘Le Bazar de la Charité’. La serie tratta della vita di tre donne appartenenti a ceti sociali diversi nella Parigi di fin de siècle e le cui esistenze sono stravolte dal terribile incendio del Bazar de la Charité.

Al di là della sceneggiatura e delle storie dei personaggi, il fatto storico da cui la trama del telefilm prende le mosse è molto interessante e vale la pena raccontarlo ai lettori di De amore gallico.

Il Bazar de la Charité di Parigi, fondato nel 1885, era una sorta di grande fiera delle associazioni di beneficenza che allestivano stand, spettacoli, mostre e bancarelle per raccogliere denaro e finanziare le cause che sostenevano. Era un appuntamento annuale delle opere pie, nonché una vetrina per l’alta società, per le famiglie dei politici che stavano conducendo campagne e che desideravano essere riconosciuti per la loro generosità. Non stupisce che fossero in prevalenza donne, dunque, sia le organizzatrici, sia il pubblico a cui una simile manifestazione era indirizzata.

L’edizione del Bazar che più ci interessa è quella del 1897. Quell’anno la decisione fu di organizzare la fiera seguendo il tema ‘Parigi nel medioevo’ e di installarla nell’ottavo arrondissement, a rue Jean Goujon, dove sorgeva un grande capannone in legno, ampio abbastanza da ospitare una simile manifestazione: più di mille metri quadrati in cui sarebbe stata riprodotta, grazie a scenografie teatrali e oggetti di scena, una strada che avrebbero potuto percorrere Quasimodo ed Esmeralda nel 1482.

Oltre a ciò, il Bazar offriva agli avventori anche un’attrazione nuova e meravigliosa, qualcosa che al tempo veniva considerato ancora un passatempo da fiera paesana, ma che poi divenne nientemeno che la settima arte e una delle maggiori industrie del mondo: il cinematografo.

Un fotogramma del celebre corto dei Fratelli Lumière ‘Il treno che arriva alla stazione de La Ciotat’

Chi ha ancora nelle orecchie la colonna sonora di “Nuovo cinema Paradiso”, sa che, fino a pochi decenni fa, le pellicole ed il materiale di proiezione erano tra le cose più infiammabili al mondo. Figuriamoci nel 1897, quando i Fratelli Lumière avevano da poco girato il film del treno che arriva alla stazione di La Ciotat, vicino Marsiglia, e i macchinari funzionavano ad etere e ossigeno. Pare che i due addetti alle manovre tecniche del cinematografo del Bazar, Monsieur Normandin e Monsieur Bagrachow, si fossero lamentati delle dimensioni ridotte dello spazio a loro dedicato: non avevano abbastanza posto per muoversi agevolmente e per posare i bidoni con il materiale ed erano separati dalla sala di proiezione solo per mezzo di una tenda. Ma insomma, ecco come andarono le cose:

il 4 maggio 1897, il secondo giorno della fiera, che avrebbe dovuto durarne quattro, verso le ore 16.15, la lampada di proiezione aveva esaurito la riserva di etere che andava dunque rifornito. Normandin chiese all’assistente Bagrachow di fargli un po’ di luce per poter vedere bene. Bagrachow, invece di scostare la tenda che separava il loro spazio tecnico dal resto della sala, commise un errore fatale: accese un fiammifero. La fiammella incendiò i vapori di etere che si sprigionavano dall’apparecchio. In poco tempo la tenda prese fuoco e le fiamme si propagarono velocemente, anche perché la struttura era completamente fatta di legno.

In quegli istanti, all’interno del capannone, provvisto di due sole porte di accesso e di uscita, erano presenti circa 1200 persone.

Il panico si diffuse, le persone cercavano disperatamente di uscire dalla fiera, accalcandosi verso le porte. Molti caddero e furono schiacciati dalla folla pressante, col risultato che una delle due porte fu presto bloccata dai cadaveri.

Alcuni tentarono di uscire dall’edificio in fiamme attraversando la corte posteriore e volgendosi verso le costruzioni adiacenti, ovvero la tipografia del giornale ‘La Croix’, tuttora vivo e vegeto, e l’Hôtel du Palais. In meno di un quarto d’ora tutto bruciò, tutto arse, tutto si consumò e persero la vita più di centoventi persone.

Immagine d’epoca che raffigura le operazioni di recupero dei cadaveri dopo l’incendio del Bazar de la Charité del 1897

Tra le vittime si ricorda la Duchessa d’Alençon, Sofia Carlotta di Baviera, sorella dell’Imperatrice Sissi, il cui cadavere carbonizzato fu riconosciuto nientemeno che dal suo dentista personale, Monsieur Davenport, il quale individuò nella dentatura la presenza di un ponte in oro che lui stesso aveva installato alla nobildonna. L’odontostomatologia forense, in effetti, ebbe grande importanza nei penosissimi momenti che seguirono la tragedia, quando i familiari delle vittime dovettero rendersi al Palais de l’Industrie, trasformato in obitorio, per riconoscere i resti carbonizzati delle vittime, 126 in totale, di cui 118 donne.

Vi sono delle testimonianze di sopravvissute molto toccanti, come ad esempio questa che potete ascoltare qui: una donna, all’epoca dei fatti bambina, ha raccontato i suoi ricordi in un’intervista del 1956.

Ovviamente ci furono un’inchiesta ed un processo. Ecco qualche estratto degli atti processuali che furono pubblicati su alcuni numeri del gazzettino giuridico e politico tra il Maggio e l’Agosto di quell’anno, in cui si parla del destino dei due tecnici del cinematografo che fecero divampare il tragico incendio:

Bagrachow, di fatto, non scontò mai nessuna pena perché durante la tragedia dimostrò eroismo e coraggio e salvò tantissime persone dirigendo al meglio delle sue capacità le operazioni di evacuazione. Negli anni seguenti si diede anche ad esperimenti e ricerca per migliorare la sicurezza dei macchinari di proiezione. Come spesso accade, infatti, le tragedie sono l’input perché il progresso tecnico, scientifico e di prassi porti a protocolli di sicurezza efficaci, garanzia che disastri come quelli del Bazar de la Charité o dell’affondamento del Titanic non si ripetano più.

Sul luogo dell’incendio sorge ora la Chapelle Notre-Dame-de-Consolation, edificata nel 1900 in stile neo-barocco e dedicata alle vittime delle fiamme, mentre al cimitero Père Lachaise si può vedere anche un monumento in ricordo dei caduti che non furono identificati.

La serie televisiva di TF1, a mio avviso, non è fatta molto bene ed è poco accurata nei dettagli, nonché mal interpretata (sia chiaro che questa non è altro che la mia opinione), tuttavia le va riconosciuto un pregio: quello di aver portato sullo schermo il dramma dell’incendio del Bazar de la Charité e di aver stimolato la curiosità storica di molti spettatori, tra cui la mia.

Se volete approfondire potete visitare il sito ufficiale dell’associazione delle vittime del Bazar de la Charité, i cui discendenti si occupano di mantenere vivo il ricordo della tragedia come monito per le generazioni future.

I Cafés maudits parigini: dimenticate il Moulin Rouge… benvenuti all’inferno!

Ah, Parigi! Una foto al Moulin Rouge, una sbirciata di qua e di là a Montmartre, un’occhiata alle Folies Bergères e magari un souvenir coquin da Pigalle, perché, anche se si è già stati ad Amsterdam e si sono viste le famose vetrine e i peep show, niente può competere con la classe del quartiere a luci rosse della ville lumière! Ma che mi dite dei cafès maudits?

Prima che andiate a sfogliare febbrilmente la vostra guida Lonely Planet alla ricerca di questi cabaret, lasciate che vi rassicuri, non li troverete. La ragione è assai semplice: non esistono più. E se vi dico perché, piangerete con me: il Cabaret de l’Enfer ed il suo speculare Cabaret du Ciel furono demoliti negli anni ’50 per far spazio al supermercato Monoprix. Sorgevano su Boulevard de Clichy, la via sulla quale sbucate quando uscite dalla fermata del metro Pigalle ed entrambi nacquero dalla fantasia di un uomo chiamato Antonin Alexandre.

Les deux cabarets

Per entrare ne l’Enfer, ci si doveva avventurare nella bocca del leviatano: la porta d’entrata, infatti, era foggiata a guisa di fauci del pesce-cane biblico, melvilliano e pinocchiesco. Ecco una foto per voi, pescata dal web e ricavata, evidentemente, da una cartolina d’epoca:

Come si può leggere nella didascalia, era un “café artistique“: aperto nel 1892, fu uno dei primi locali a tema, in cui il proprietario offriva un’atmosfera e un intrattenimento circoscritti ad un argomento ben specifico. Trucchi di magia, personale mascherato, statue di dannati in preda alle più tremende pene, diavoli acrobati sospesi su trapezi attaccati al soffitto, diavolesse accompagnate da fiamme e fuochi… al cabaret infernale si era accolti da Mefistofele in persona, che offriva un assaggio di quello che si sarebbe trovato nel suo Regno se, una volta deceduti, la propria anima fosse stata condannata alla dannazione eterna. La musica doveva essere in accordo con la spaventosa atmosfera del locale e così il menù a disposizione degli avventori.

Saint Pierre

Accanto, nel Cabaret du Ciel, erano San Pietro o un sacerdote che fungevano da maestri di cerimonia, accogliendo gli ospiti tra angeli, cherubini, spruzzi d’acqua “benedetta”, quadri viventi di paradisiaca beatitudine, mise en scène di passi del Paradiso dantesco, il tutto accompagnato da celestiale musica d’arpa. Ca va sans dire che molti dei numeri delle esibizioni paradisiache includevano ballerine e ballerini molto belli e (s)vestiti in modo provocante.

I café furono spostati di qualche numero civico – dal 34 al 53 – pochi anni dopo la loro apertura, e al 53 rimasero fino alla sventurata fine che la grande distribuzione fece loro fare. Nel vecchio emplacement, un concorrente di Antonin Alexandre, tale Roger, affiancato dall’illusionista Dorville, aprì un altro cabaret a tema, chiamato il Cabaret du Néant, assai più sinistro, molto meno goliardico degli altri due. Il personale era vestito da croque-mort o da scheletro, i tavoli erano delle bare, i candelieri fatti con ossa umane (sic!), i calici in cui si potevano consumare le bevande (devo proprio specificare che si trattava di assenzio?) avevano forma di cranio, gli spettacoli di illusionismo erano paurosi, e, sembra, molto ben fatti. Il locale fu addirittura citato in riviste scientifiche per l’alto livello di un effetto illusorio chiamato fantasma di Pepper.

Ora che siete venuti a conoscenza dell’esistenza di questi tre locali niente male, il Mouin Rouge vi sembra noioso, vero?

Per approfondire:
F Is for France: A Curious Cabinet of French Wonders, di Marie Eatwell;
The awesomely insane Heaven and Hell nightclubs of 1890s Paris;
Bohemian Paris of to-day, di W.C. Morrow;
Chronicles of Old Paris: Exploring the Historic City of Light, di John Baxter;
Il sempre favoloso sito Bizzarro Bazar!

Le foto appartengono ai legittimi proprietari.

Pillola: Toussaint di Verlaine

Ces vrais vivants qui sont les saints,
Et les vrais morts qui seront nous,
C’est notre double fête à tous,
Comme la fleur de nos desseins,

Comme le drapeau symbolique
Que l’ouvrier plante gaîment
Au faite neuf du bâtiment,
Mais, au lieu de pierre et de brique,

C’est de notre chair qu’il s’agit,
Et de notre âme en ce nôtre œuvre
Qui, narguant la vieille couleuvre,
A force de travaux surgit.

Notre âme et notre chair domptées
Par la truelle et le ciment
Du patient renoncement
Et des heures dûment comptées.

Mais il est des âmes encor,
Il est des chairs encore comme
En chantier, qu’à tort on dénomme
Les morts, puisqu’ils vivent, trésor

Au repos, mais que nos prières
Seulement peuvent monnayer
Pour, l’architecte, l’employer
Aux grandes dépenses dernières.

Prions, entre les morts, pour maints
De la terre et du Purgatoire,
Prions de façon méritoire
Ceux de là-haut qui sont les saints.

Paul Verlaine

Bonne fête de la Toussaint.

Piazza delle erbe e il mercato del pesce a St. Tropez

A Saint Tropez c’è il mercato del pesce, una galleria che dal porto va verso il vecchio villaggio, sbucando su quella che è chiamata “Piazza delle Erbe”. Sebbene oramai vi si affaccino il bar Senequier con il suo impero bianco e rosso, la boutique di Missoni, un alimentari di lusso e altri negozi di cianfrusaglie, questo angolo del paese mantiene intatto un sapore antico e semplice, che si ritrova nelle vecchie cartoline color seppia o nei quadri dei pittori che a Saint Tropez hanno soggiornato e vi hanno trovato ispirazione. Charles Camoin (1879-1965), ad esempio, pittore marsigliese innamorato del sud, ha ritratto questo angolino in una tela conservata oggi al Musée de l’Annonciade, importante polo artistico del villaggio provenzale.

Charles Camoin “Piazza delle erbe di St. Tropez”, Museo dell’Annonciade

Se si passa per di là la mattina presto, si viene investiti dall’odore fresco, salato, denso e ancora gradevole del pesce appena pescato. I venditori urlano e salutano da dietro i banchi bordati di ghiaccio ed erba scura, stretti lungo questo budello lastricato di sampietrini, col selciato dalla caratteristica forma a botte che lascia colare lungo i lati i liquami ittici.

Paul Signac, “Il temporale”, Museo dell’Annonciade

A partire dal dopo pranzo, la nettezza urbana si occupa di mondare la galleria, spruzzando ovunque dell’acqua in cui è stato disciolto un prodotto igienico dal peculiare olezzo di sciroppo per la tosse.

Il sole gioca coi tetti e le persiane, disegnando poligoni ombrosi sui muri delle case. Bisogna fare uno sforzo d’immaginazione, epurare la scena dei cassoni dei condizionatori che come dragoni grigi sputano aria calda, dei turisti in canottiera e ciabatte intenti a leccare coni gelato mezzi scioli, dei fari abbaglianti che ammiccano seducenti dalle vetrine lussuosissime. Ecco che l’immagine di una St. Tropez innocente, colorata, laboriosa, allegra e naturale riappare, forse nel modo in cui si manifestava agli occhi del pittore neoimpressionista Paul Signac, che qui acquistò una casa e ne fece il suo atelier.

Albert Marquet, “Il porto di St. Tropez”, Museo dell’Annonciade

È bella, St Tropez, anche se ora si addormenta all’ombra dei grandi yacht dei ricchi che vengono ad ostentare quanto possiedono in questo piccolo porto. È bella, anche quando al posto delle bottegucce e delle boulangeries ci sono Valentino, Chanel, Armani e Cartier che fanno sentire poveri e infimi. È bella soprattutto la mattina presto, quando i bagordi della sera prima trattengono a letto le masse di visitatori, i quali forse non vedranno mai il gioco della luce del sole tra le lapidi del cimitero marittimo a strapiombo sul mare, disteso come una tovaglia bianca ai piedi della cittadella.

Il naufragio della Méduse, il dipinto di Géricault e una tragedia francese – “L’unico eroe in questa toccante storia è l’umanità”

Uno dei dipinti più conosciuti della storia dell’arte francese è “La zattera della Medusa”, firmato Théodore Géricault. L’artista fu uno degli esponenti più importanti della corrente pittorica del romanticismo. Il quadro rappresenta alcuni naufraghi accalcati su una zattera di fortuna. Esso è conservato al Louvre e fu realizzato tra il 1818 e il 1819. Si tratta di un olio su tela di dimensioni molto estese: più di 35 metri quadrati. In questo modo le figure rappresentate sono tutte in scala reale o addirittura, per quanto riguarda i soggetti in primo piano, più grandi, quasi il doppio del normale. Géricault completò l’opera quando aveva 27 anni.

La zattera della Medusa

In effetti, nel 1818, quando Géricault s’apprestava a dipingere la tela, fu pubblicato “Naufrage de la frégate la Méduse”, un dettagliato e spaventoso resoconto della tragedia: due dei quindici superstiti, il medico di bordo Savigny e l’ingegnere Corréard, raccontarono con dovizia di particolari la disavventura mortale alla quale riuscirono a scampare fortunosamente. Il temperamento ombroso e sensibile di Géricault, pittore romantico quasi da manuale, se mi è concessa questa espressione, ne fu profondamente scosso. Questo, insieme all’eco che la faccenda aveva avuto nel mondo, furono i motivi alla base della scelta del soggetto.

Ecco come andarono le cose.

Nel 1816 la Francia riottenne il dominio sul Senegal: questa fu una delle molteplici conseguenze del trattato di Parigi, firmato da Francia e Gran Bretagna all’indomani del confino di Napoleone sull’Elba. Fu così che la Méduse, capitanata da Hugues Duroy de Chaumareys , nel giugno di quell’anno, salpò da Rochefort insieme ad una miniflotta composta dal brigantino Argus, dalla corvetta Echo e dal fluyt Loire (il fluyt era un vascello di concezione olandese atto al trasporto di merci e quasi del tutto sprovvisto di armamento difensivo). Le imbarcazioni presero il largo alla volta di Saint Louis, con lo scopo di portare in Senegal il nuovo governatore della colonia Julien-Désiré Schmaltz, la di lui consorte e un contingente militare che avrebbe costituito il nucleo della guarnigione del governatore. In totale a bordo della Méduse si trovavano 400 persone.

Il nuovo governatore voleva arrivare a destinazione il prima possibile. La rotta più diretta significava però un avvicinamento assai rischioso alla costa africana, che in certi punti è costellata di pericolosissimi banchi di sabbia, barriere naturali e scogli. La Méduse iniziò così a staccare le altre navi della flotta: la Loire e l’Argus rimasero indietro, solo la Echo riuscì a seguire la Méduse, in un primo momento, ma poi si vide costretta a riprendere prudentemente il largo e a lasciar procedere la Méduse da sola lungo quella perigliosa rotta.

Il capitano Chaumareys, non sono riuscita a trovare da nessuna parte il perché, decise di includere un passeggero di nome Richefort nelle manovre di navigazione. Questo Richefort era un filosofo e non sembra aver avuto alcuna preparazione tecnica tale da giustificare il suo coinvolgimento. Pare che Richefort si sia sbagliato e abbia preso per Capo Blanco un banco di nubi all’orizzonte. Tale errore lo portò ad approssimare malamente la vicinanza del Golfo di Arguin e a posizionare la Méduse nel punto sbagliato della carta navale del capitano Chaumareys (che non era comunque aggiornata).

Il 2 luglio, continuando ad ignorare segnali preoccupanti come la presenza di fango e creste bianche, Richefort e Chaumareys condussero la Méduse verso acque sempre più basse. Solo il luogotenente Maudet ebbe il coraggio di assumersi la responsabilità del vascello: decise che era il momento di scandagliare le profondità oceaniche su cui si trovavano. Vide che il pericolo che stavano correndo era enorme ed avvisò subito Chaumareys.

Questi comprese e diede ordine di riprendere il largo, ma era troppo tardi: la Méduse si era ormai arenata. Nonostante i numerosi tentativi, non fu possibile disincagliarla, anche perché, da sciocco qual era, Chaumareys si rifiutò di gettare in mare i pesanti cannoni.

Vi erano solo sei scialuppe di salvataggio, del tutto insufficienti per garantire la salvezza alle 400 le persone imbarcate. Diciassette marinai coraggiosi restarono a bordo della Méduse in attesa di essere salvati, cercando di tenere sotto controllo il carico prezioso – la Méduse trasportava infatti anche molto oro. Il resto dei naufraghi prese posto sulle sei scialuppe e su una zattera di fortuna che era stata costruita con legname salvato dal naufragio, pensata per trasportare 147 persone con viveri e bevande ed essere trainata verso terra dalle sei scialuppe.

Disegno della zattera della Medusa

L’impresa si rivelò impossibile dopo pochissimo tempo. La zattera era troppo pesante e rischiava di far affondare anche le imbarcazioni di salvataggio alle quali era legata. Fu quindi presa la drammatica decisione di tagliare la cima che la assicurava alla flottiglia e di abbandonare le persone che vi erano a bordo al loro destino.

Le scialuppe giunsero sulle coste dell’Africa portando in salvo l’incompetente capitano Chaumareys, che non era rimasto con i diciassette valorosi sul legno Méduse, il governatore e la moglie.

La zattera, invece, fu il luogo dove si consumarono atrocità indicibili. Già dalla prima notte alla deriva venti individui trovarono o cercarono da soli la morte. Molte delle botti che avrebbero dovuto contenere acqua si rivelarono piene di vino. I naufraghi iniziarono a battersi tra loro: ufficiali contro passeggeri, marinai contro soldati… un girone dantesco, come mostra con tanta potenza e drammaticità il dipinto di Géricault.

Quattro giorni dopo, dei 147 iniziali, solo 67 ne restavano. Molti di loro si volsero al cannibalismo come extrema ratio. L’ottavo dì vide i quindici individui più sani e forti gettare fuori bordo i feriti e i malati, al fine di alleggerire la zattera. Alla dodicesima alba i superstiti incrociarono la rotta dell’Argus e furono tratti in salvo.

L’inetto capitano Chaumareys, una volta arrivato a Saint Louis, inviò i soccorsi al vascello ancora incagliato, al fine di recuperare il prezioso carico d’oro. Cinquantaquattro giorni dopo il naufragio, la Méduse apparve ai soccorritori ancora abbastanza integra, sebbene dei diciassette arditi che erano rimasti a guardia del bastimento non ne fossero rimasti in vita che tre.

Fu la marina britannica a farsi carico del rimpatrio dei superstiti, visto che il ministro della marina francese non prese alcuna iniziativa.

Per quanto riguarda Chaumareys, sebbene la pena prevista per un capitano che abbandona la nave con ancora delle persone a bordo fosse la morte, gli fu riservato un trattamento assai blando: radiazione dall’albo della marina, tre anni di reclusione e pagamento di tutte le spese processuali.

Se potete, andate a vedere il dipinto di Géricault, e mentre lo osservate, pensate a questa storia.

Pillola: “Crolla il tempo delle cattedrali”

Tous les yeux s’étaient levés vers le haut de l’église. Ce qu’ils voyaient était extraordinaire. Sur le sommet de la galerie la plus élevée, plus haut que la rosace centrale, il y avait une grande flamme qui montait entre les deux clochers avec des tourbillons d’étincelles, une grande flamme désordonnée et furieuse dont le vent emportait par moments un lambeau dans la fumée. Au-dessous de cette flamme, au-dessous de la sombre balustrade à trèfles de braise, deux gouttières en gueules de monstres vomissaient sans relâche cette pluie ardente qui détachait son ruissellement argenté sur les ténèbres de la façade inférieure.

Tutti gli occhi si erano alzati verso il sommo della chiesa, ciò che vedevano era straordinario. In cima alla galleria più elevata, più in alto del rosone centrale, c’era una grande fiamma che montava tra i due campanili, con turbini di scintille, una grande fiamma disordinata e furiosa di cui il vento a tratti portava via un limbo nel fumo. Sotto quella fiamma, sotto la cupa balaustrata a trifogli arroventati, due doccioni foggiati a forma di fauci di mostri vomitavano senza sosta quella pioggia ardente, l’argenteo getto della quale spiccava sulle tenebre della facciata inferiore.

Victor Hugo “Notre-Dame de Paris”

Notizia! Risolto il mistero dello sciatore deceduto negli anni ’50

Henri Joseph Leonce Le Masne, di Alençon, classe 1919.

H.M. e non M.M.

Il tempo aveva rovinato le iniziali cucite sugli abiti di questo signore deceduto in montagna il 26 Marzo del 1954, il giorno del suo 35esimo compleanno.

Grazie ai comunicati diffusi dalla polizia italiana tramite radio e social network, il fratello e la nipote dello scomparso si sono messi in contatto con le autorità, le quali hanno provveduto all’analisi del DNA. L’esito ha confermato l’identità dello sciatore misterioso.

Era un appassionato di montagna e apparteneva ad un ceto agiato, essendo funzionario del Minister delle Finanze francese. Il fratello lo aveva cercato tanto, ma il fatto che il corpo non fosse mai stato trovato aveva condotto la polizia ad archiviare il caso come irrisolto e la famiglia a darsi delle spiegazioni altre, a credere che si fosse trattato di una fuga volontaria per quanto assurda.

Il fratello Roger e la nipote Emma ora potranno seppellirlo nella cappella di famiglia.

Les enfants de l’île du Levant: una storia da non dimenticare

Tempo fa mi sono imbattuta in un libro chiamato “Les enfants de l’île du Levant” scritto da Claude Gritti, un pescatore natìo di Le Lavandou, poco distante da Hyères.

Al largo di queste coste si stagliano all’orizzonte quattro isole chiamate Les îles d’Or. Si tratta di Porquerolles, ormai meta turistica rinomata, Bagaud, alla quale è proibito accedere per la presenza di un numero esorbitante di ratti, Port Cros, più selvaggia e affascinante, e l’île du Levant, al giorno d’oggi divisa tra naturisti e militari, cioè quanto di più agli antipodi possa esserci.

Un giorno, a metà degli anni ’80, Claude Gritti, pescando attorno a quest’ultima isola, si vide obbligato a rientrare in porto a causa di una “mistralade” violenta. Chi bazzica queste coste conosce la potenza del maestrale che soffia dalla valle del Rodano e prende il cammino attraverso La Ciotat per giungere fino ai dintori di Saint Tropez. È un vento nervoso, che agli uomini causa gli stessi sbalzi d’umore che le donne hanno prima delle mestruazioni. Parole di marinaio che io riporto fedelmente.

Questo colpo di maestrale portò il vecchio pescatore Marius, che accompagnava Gritti, a dedicare un pensiero di compassione agli enfants de l’île. Gritti, incuriosito e ignaro di tutto, lo interrogò a proposito di questi bambini e fu così che venne a conoscenza della storia del bagno penale per minori istituito da Napoleone III sull’isola, rimasto aperto ed attivo per ben 19 anni. Gritti impirgò dei lustri a fare ricerche negli archivi, ad indagare, a ricostruire accuratamente la vicenda dei giovani carcerati. Poi, per caso o per destino, un giorno ebbe inaspettatamente accesso alla parte militarizzata dell’île e poté così visitare il sito militare che fu eretto sulle vestigia del bagno penale. Si recò dunque al cimitero in cui 99 giovani internati, all’incirca il 10% della popolazione della colonia agricola, furono seppelliti durante i vent’anni di attività di questo luogo orribile. La colonia penale vide rinchiusi tra le sue mura non solo piccoli delinquenti, ma anche semplici orfani, giovani vittime di pedofili scappati dai loro aguzzini, bambini ridottisi a rubare per fuggire alla fame, figli di prostitute o fanciullini considerati di troppo da genitori che avevano già molte bocche da sfamare a casa.
Napoleone III, che fondò anche gli altri famigerati bagni penali di cui ho già parlato nei post sull’affaire Seznec, diede l’autorizzazione alla fondazione di questa “colonia agricola” per svuotare le città dei piccoli gavroches che ne abitavano i bassifondi. Sulla carta erano dei luoghi in cui i giovani potevano apprendere i mestieri di contadino, carpentiere, meccanico, muratore, ma in pratica erano dei campi di lavoro forzato, in cui le condizioni igieniche, la malnutrizione e la mancanza di amore generarono morte, dolore, solitudine e malattia.

Claude Gritti ha scritto questo libro per ridare una voce agli enfants dimenticati, perché la loro storia non vada perduta nel tempo. Tessendo i fatti reali con le vicende personali dei piccoli, da lui inventate e liberamente immaginate, ha creato un racconto commovente, che mi ha toccata nel profondo del cuore. L’autore ha anche fatto erigere una stele a memoria dei giovani che sono deceduti sull’isola e che vi sono ancora seppelliti. Di seguito potete trovare la lista di coloro che riposano sull’île du Levant.

Combourg, la Bretagna incantata (o forse stregata) di Chateaubriand

Partout silence, obscurité et visage de pierre: voilà le chateau de Combourg.

Il visconte François-René de Chateaubriand ne parla in “Memorie d’oltretomba”, opera autobiografica postuma. L’unica copia integrale della prima edizione si trova alla Bibliothéque Nationale de France, a Parigi e reca le correzioni fatte a mano da Chateaubriand in persona.

C’est dans les bois de Combourg que je suis devenu ce que je suis.

Suo padre, armatore originario di Saint-Malo, aveva acquistato la dimora per ridare lustro alla famiglia, la quale ora poteva godere della posizione agiata ottenuta grazie alla sua abilità commerciale. La fortezza fu costruita durante l’XI secolo per volere del vescovo di Dol e nel tempo subì mutamenti e fu ingrandita dalle varie famiglie che si succedettero.

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Chateaubriand, il romantico

Quattro torri svettano sulla collina dominante le Lac Tranquille, uno specchio d’acqua attorno il quale aleggia un’aura di mistero arricchita da leggende locali che vogliono un passaggio verso il mondo delle fate e dei folletti situato proprio sul fondo di una fontana che si trova nei pressi del lago, la fontaine de Margatte. La fontana era stata costruita al tempo dei monaci, quando uno zampillìo d’acqua improvviso aveva rivelato una fonte dalle proprietà curative miracolose.

La Bretagna è una delle sei nazioni celtiche (con l’Irlanda, la Scozia, il galles, la Cornovaglia e l’isola di Man), e come tutte le altre terre che son culla di questa cultura, è impregnata di leggende e miti legati all’aldilà e al mondo delle anime erranti. A leggere Chateaubriand si direbbe che il castello di Combourg è un luogo molto amato dai fantasmi e dagli spiriti vagabondi. Lo spettro di un conte di Combourg se ne andava spesso in giro, arrancando per i corridoi della fortezza sulla sua gamba di legno. Talvolta la gamba di legno, sola soletta, scortata semplicemente da un gatto nero, passeggiava per il castello. Tutto ciò spaventava a morte il piccolo visconte, segnando per sempre il suo immaginario, lasciando tracce indelebili nel suo animo che si sarebbe poi evoluto in quello del letterato romantico francese per eccellenza.

combourg

Quando, nel 1800, il castello fu restaurato, dopo essere stato restituito alla famiglia del visconte che lo aveva perduto a causa della Rivoluzione, fu fatta una scoperta molto interessante ma anche agghiacciante: nella torre dove si trovava la stanza del giovane Chateuabriand, murato vivo e spontaneamente mummificato grazie alle particolari condizioni createsi nelle mura della costruzione, a fauci aperte, vi era un gatto.

gatto combourg

Probabilmente la povera bestia aveva fatto quella fine orrenda perché, durante il medioevo, era credenza comune che una pratica simile tenesse lontano il Diavolo. Un po’ come l’idea che la Peste Nera fosse causata dai poveri felini, quando invece era tutta colpa dell’orribile Rattus rattus, soppiantato poi dal più forte Rattus norvegicus.

Tutto ciò che è macabro, misterioso, legato a leggende e intriso di interrogativi affascina l’animo umano, lo attrae fatalmente per l’ignoto che vi si cela, come un burrone irresistibile. Anche io, come Chateaubriand, ho trascorso diversi momenti della mia infanzia in una dimora molto antica del centro Italia che apparteneva ai miei nonni paterni e la cui storia è costellata di mistero ed episodi violenti. Ricordo che la notte, quando dormivo con la nonna, la quale purtroppo russava come un orco delle favole, tendevo l’orecchio per afferrare il più piccolo rumore, cercando di non farmi distrarre dal russo terribile che risuonava nella stanza. Avevo paura che il fantasma dell’antico e malvagio proprietario mi venisse a prendere e che mi facesse del male.

Crescendo ci si rende conto che si deve aver paura dei vivi, e non dei morti, perché è solo la carne che può ferire altra carne. Ciò mi fa pensare a quello che Silente dice ad Harry:

Non provare pietà per i morti, Harry. Prova pietà per i vivi e soprattutto per coloro che vivono senza amore.

Però non posso impedirmi di pensare che un fantasma non sia altro che l’ombra di qualcuno che è vissuto senza amore.

Fonti: