Notizia! Risolto il mistero dello sciatore deceduto negli anni ’50

Henri Joseph Leonce Le Masne, di Alençon, classe 1919.

H.M. e non M.M.

Il tempo aveva rovinato le iniziali cucite sugli abiti di questo signore deceduto in montagna il 26 Marzo del 1954, il giorno del suo 35esimo compleanno.

Grazie ai comunicati diffusi dalla polizia italiana tramite radio e social network, il fratello e la nipote dello scomparso si sono messi in contatto con le autorità, le quali hanno provveduto all’analisi del DNA. L’esito ha confermato l’identità dello sciatore misterioso.

Era un appassionato di montagna e apparteneva ad un ceto agiato, essendo funzionario del Minister delle Finanze francese. Il fratello lo aveva cercato tanto, ma il fatto che il corpo non fosse mai stato trovato aveva condotto la polizia ad archiviare il caso come irrisolto e la famiglia a darsi delle spiegazioni altre, a credere che si fosse trattato di una fuga volontaria per quanto assurda.

Il fratello Roger e la nipote Emma ora potranno seppellirlo nella cappella di famiglia.

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Les enfants de l’île du Levant: una storia da non dimenticare

Tempo fa mi sono imbattuta in un libro chiamato “Les enfants de l’île du Levant” scritto da Claude Gritti, un pescatore natìo di Le Lavandou, poco distante da Hyères.

Al largo di queste coste si stagliano all’orizzonte quattro isole chiamate Les îles d’Or. Si tratta di Porquerolles, ormai meta turistica rinomata, Bagaud, alla quale è proibito accedere per la presenza di un numero esorbitante di ratti, Port Cros, più selvaggia e affascinante, e l’île du Levant, al giorno d’oggi divisa tra naturisti e militari, cioè quanto di più agli antipodi possa esserci.

Un giorno, a metà degli anni ’80, Claude Gritti, pescando attorno a quest’ultima isola, si vide obbligato a rientrare in porto a causa di una “mistralade” violenta. Chi bazzica queste coste conosce la potenza del maestrale che soffia dalla valle del Rodano e prende il cammino attraverso La Ciotat per giungere fino ai dintori di Saint Tropez. È un vento nervoso, che agli uomini causa gli stessi sbalzi d’umore che le donne hanno prima delle mestruazioni. Parole di marinaio che io riporto fedelmente.

Questo colpo di maestrale portò il vecchio pescatore Marius, che accompagnava Gritti, a dedicare un pensiero di compassione agli enfants de l’île. Gritti, incuriosito e ignaro di tutto, lo interrogò a proposito di questi bambini e fu così che venne a conoscenza della storia del bagno penale per minori istituito da Napoleone III sull’isola, rimasto aperto ed attivo per ben 19 anni. Gritti impirgò dei lustri a fare ricerche negli archivi, ad indagare, a ricostruire accuratamente la vicenda dei giovani carcerati. Poi, per caso o per destino, un giorno ebbe inaspettatamente accesso alla parte militarizzata dell’île e poté così visitare il sito militare che fu eretto sulle vestigia del bagno penale. Si recò dunque al cimitero in cui 99 giovani internati, all’incirca il 10% della popolazione della colonia agricola, furono seppelliti durante i vent’anni di attività di questo luogo orribile. La colonia penale vide rinchiusi tra le sue mura non solo piccoli delinquenti, ma anche semplici orfani, giovani vittime di pedofili scappati dai loro aguzzini, bambini ridottisi a rubare per fuggire alla fame, figli di prostitute o fanciullini considerati di troppo da genitori che avevano già molte bocche da sfamare a casa.
Napoleone III, che fondò anche gli altri famigerati bagni penali di cui ho già parlato nei post sull’affaire Seznec, diede l’autorizzazione alla fondazione di questa “colonia agricola” per svuotare le città dei piccoli gavroches che ne abitavano i bassifondi. Sulla carta erano dei luoghi in cui i giovani potevano apprendere i mestieri di contadino, carpentiere, meccanico, muratore, ma in pratica erano dei campi di lavoro forzato, in cui le condizioni igieniche, la malnutrizione e la mancanza di amore generarono morte, dolore, solitudine e malattia.

Claude Gritti ha scritto questo libro per ridare una voce agli enfants dimenticati, perché la loro storia non vada perduta nel tempo. Tessendo i fatti reali con le vicende personali dei piccoli, da lui inventate e liberamente immaginate, ha creato un racconto commovente, che mi ha toccata nel profondo del cuore. L’autore ha anche fatto erigere una stele a memoria dei giovani che sono deceduti sull’isola e che vi sono ancora seppelliti. Di seguito potete trovare la lista di coloro che riposano sull’île du Levant.

Combourg, la Bretagna incantata (o forse stregata) di Chateaubriand

Partout silence, obscurité et visage de pierre: voilà le chateau de Combourg.

Il visconte François-René de Chateaubriand ne parla in “Memorie d’oltretomba”, opera autobiografica postuma. L’unica copia integrale della prima edizione si trova alla Bibliothéque Nationale de France, a Parigi e reca le correzioni fatte a mano da Chateaubriand in persona.

C’est dans les bois de Combourg que je suis devenu ce que je suis.

Suo padre, armatore originario di Saint-Malo, aveva acquistato la dimora per ridare lustro alla famiglia, la quale ora poteva godere della posizione agiata ottenuta grazie alla sua abilità commerciale. La fortezza fu costruita durante l’XI secolo per volere del vescovo di Dol e nel tempo subì mutamenti e fu ingrandita dalle varie famiglie che si succedettero.

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Chateaubriand, il romantico

Quattro torri svettano sulla collina dominante le Lac Tranquille, uno specchio d’acqua attorno il quale aleggia un’aura di mistero arricchita da leggende locali che vogliono un passaggio verso il mondo delle fate e dei folletti situato proprio sul fondo di una fontana che si trova nei pressi del lago, la fontaine de Margatte. La fontana era stata costruita al tempo dei monaci, quando uno zampillìo d’acqua improvviso aveva rivelato una fonte dalle proprietà curative miracolose.

La Bretagna è una delle sei nazioni celtiche (con l’Irlanda, la Scozia, il galles, la Cornovaglia e l’isola di Man), e come tutte le altre terre che son culla di questa cultura, è impregnata di leggende e miti legati all’aldilà e al mondo delle anime erranti. A leggere Chateaubriand si direbbe che il castello di Combourg è un luogo molto amato dai fantasmi e dagli spiriti vagabondi. Lo spettro di un conte di Combourg se ne andava spesso in giro, arrancando per i corridoi della fortezza sulla sua gamba di legno. Talvolta la gamba di legno, sola soletta, scortata semplicemente da un gatto nero, passeggiava per il castello. Tutto ciò spaventava a morte il piccolo visconte, segnando per sempre il suo immaginario, lasciando tracce indelebili nel suo animo che si sarebbe poi evoluto in quello del letterato romantico francese per eccellenza.

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Quando, nel 1800, il castello fu restaurato, dopo essere stato restituito alla famiglia del visconte che lo aveva perduto a causa della Rivoluzione, fu fatta una scoperta molto interessante ma anche agghiacciante: nella torre dove si trovava la stanza del giovane Chateuabriand, murato vivo e spontaneamente mummificato grazie alle particolari condizioni createsi nelle mura della costruzione, a fauci aperte, vi era un gatto.

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Probabilmente la povera bestia aveva fatto quella fine orrenda perché, durante il medioevo, era credenza comune che una pratica simile tenesse lontano il Diavolo. Un po’ come l’idea che la Peste Nera fosse causata dai poveri felini, quando invece era tutta colpa dell’orribile Rattus rattus, soppiantato poi dal più forte Rattus norvegicus.

Tutto ciò che è macabro, misterioso, legato a leggende e intriso di interrogativi affascina l’animo umano, lo attrae fatalmente per l’ignoto che vi si cela, come un burrone irresistibile. Anche io, come Chateaubriand, ho trascorso diversi momenti della mia infanzia in una dimora molto antica del centro Italia che apparteneva ai miei nonni paterni e la cui storia è costellata di mistero ed episodi violenti. Ricordo che la notte, quando dormivo con la nonna, la quale purtroppo russava come un orco delle favole, tendevo l’orecchio per afferrare il più piccolo rumore, cercando di non farmi distrarre dal russo terribile che risuonava nella stanza. Avevo paura che il fantasma dell’antico e malvagio proprietario mi venisse a prendere e che mi facesse del male.

Crescendo ci si rende conto che si deve aver paura dei vivi, e non dei morti, perché è solo la carne che può ferire altra carne. Ciò mi fa pensare a quello che Silente dice ad Harry:

Non provare pietà per i morti, Harry. Prova pietà per i vivi e soprattutto per coloro che vivono senza amore.

Però non posso impedirmi di pensare che un fantasma non sia altro che l’ombra di qualcuno che è vissuto senza amore.

Fonti:

La bête du Gevaudan, un caso ancora aperto?

Tempo fa sono andata a Marsiglia a trovare i parenti del mio compagno. Suo nonno, in quell’occasione, mi ha raccontato la storia della Bestia del Gevaudan.
Oggi voglio riferirvi la vicenda e tutte le speculazioni che nei secoli sono fiorite attorno a questi sanguinosi fatti, facendoli divenire un caposaldo dell’archeocriptozoologia quasi quanto il Sasquatch, lo Yeti, il Chupacabras o il mostro di Loch Ness.
Insomma: animali fantastici e dove trovarli, per citare J.K.Rowling.

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Incisione dell’epoca

I fatti si svolsero nel XVIII secolo, in una regione chiamata Gevaudan, oggi conosciuta come Lozère. Il nonno del mio compagno mi ha mostrato in un atlante dove si trova questo luogo e io riporto la cartina per maggiore accuratezza geografica. In quel tempo la provincia del Gevaudan era territorio prevalentemente dedito alla pastorizia, con diverse fattorie sparse qua e là per la campagna punteggiata di villaggi sparuti e poveri. La rivoluzione non sarebbe avvenuta che dopo qualche decade; i mezzi di comunicazione, le strade e il tenore di vita del popolino che abitava la regione  lasciavano molto a desiderare. gevaudanTutto questo non fece che aumentare l’aura di mistero e di terrore che avviluppò la vicenda, anche quando i racconti di quanto stava accadendo in quella remota provincia del centro-sud francese giunsero alla corte di Versailles, dove fu costituita una sorta di task force militare con il compito specifico di gettar luce sull’oscura e tragica sequela di morti e di stanare la bestia.

Andiamo con ordine: nell’aprile del 1764 una giovane pastora fu attaccata da un essere mostruoso, dotato di lunghi canini. La ragazza sopravvisse perché furono le mucche di cui si occupava a salvarla, intervenendo in branco.
Il sito “L’ombre de la bête” riporta che i testimoni oculari descrissero l’essere:

un corps massif, les oreilles courtes, un pelage fauve parcouru de bandes sombres, une bande noire sur le dos, la queue grosse et touffue, et une tache blanche en forme de cour sur la poitrine. Autre détail important: aucune victime ni témoin ne parlera jamais d’un loup.

Non passò molto tempo che la bestia riuscì ad uccidere qualcuno: era il 30 giugno e la vittima fu un’adolescente, Jeanne Boulet. Si susseguirono non meno di 124 morti in circa tre anni. La maggior parte delle vittime erano donne e bambini, sorpresi da soli nei pascoli mentre gli armenti si cibavano. La solitudine al momento dell’attacco era in qualche modo l’elemento in comune a tutte le aggressioni, insieme alla morte per sgozzamento. I corpi, poi, venivano mangiati, anche solo parzialmente. La bestia che aggrediva gli umani, nonostante non avesse in alcun modo l’aspetto di un lupo, venne subito bollata come lupo mannaro, loup garou, cosa che portò ad una strage di animali innocenti in tutta la regione. Altri dissero che si trattava di mastini particolarmente grossi, o di ibridi bizzarri, allevati da qualche famiglia di malintenzionati apposta per aggredire gli umani. Una sorta di Mastino dei Baskerville in piena campagna francese, senza le soluzioni fluorescenti e i mozziconi di sigaretta tanto cari a Conan Doyle.gevaudan2
Si pensò anche che la bestia fosse un animale messo sotto incantesimo da qualche magone che abitava nei paraggi, il quale amava stregarla per i suoi sadici scopi. Nella fattispecie, si sarebbe trattato di Jean Chastel, sospettato di essere un meneur de loups.
Altre teorie affermano che la bestia era in verità un animale esotico, come una iena o un licaone, magari giunto dall’Africa per divertire qualche nobiluomo bizzarro che voleva tenerlo in gabbia nel proprio giardino: l’animale, poi, sarebbe riuscito a darsi alla fuga fortunosamente, vivendo da allora come vagabondo in un habitat non suo.

Il 12 gennaio 1765, quando la bestia cercò di attaccare nuovamente, un gruppo di ragazzini riuscì a scacciarla, ligi al detto “l’unione fa la forza”. Re Luigi XV fu così colpito dall’audacia di quei fanciulli che donò loro 300 soldi.

Le morti continuarono e, come riporta il sito ufficiale del museo della Bestia del Gevaudan:

De 1764 à 1767, deux animaux (l’un identifié comme un gros loup, l’autre comme un canidé s’apparentant au loup) furent abattus. Le gros loup fut abattu par François Antoine, porte-arquebuse du roi de France, en septembre 1765, sur le domaine de l’abbaye royale des Chazes. À partir de cette date, les journaux et la cour se désintéressèrent du Gévaudan, bien que d’autres morts attribuées à la Bête aient été déplorées ultérieurement. Le second animal fut abattu par Jean Chastel, enfant du pays domicilié à La Besseyre-Saint-Mary, le 19 juin 1767. Selon la tradition, l’animal tué par Chastel était bien la Bête du Gévaudan car, passé cette date, plus aucune mort ne lui fut attribuée.

Sì, proprio lo stesso Chastel sospettato di essere meneur de loups. Giusto per aggiungere ulteriore foschia al quadro.
Alcune testimonianze di sopravvissuti hanno portato, nel tempo, a razionalizzare i fatti, mettendoli in un’ottica meno favolistica, forse, ma assai più inquietante, perché la realtà supera sempre di molto la fantasia, nel bene e nel male.
Riporto di seguito quanto scritto nella monografia “Notes sur ‘La bête du Gevaudan’ de Pascal Cazottes” redatta da Robert Dumont:

Il est flagrant que, sur le nombre de victimes (plus de 100 même en ne considérant que les estimations les plus restrictives), certaines ne sont pas imputables à la Bête elle-même. Les hommes étant ce qu’ils sont, il est inévitable que, lorsque sévit un « tueur en série » (qu’il soit humain ou animal), d’aucuns profitent de la circonstance pour régler un compte personnel, avec la quasi-certitude que ledit tueur endossera sans problème quelques meurtres de plus. Il semble également que, durant ces sanglants évènements, se soit manifesté un personnage plus ou moins « déguisé » en animal. Le 11 août 1765 la Bête attaque Marie-Jeanne Vallet, servante du curé de Paulhac. Notons au passage que pour ce faire, la Bête se dresse sur ses membres postérieurs. Sans perdre son sang-froid, Marie-Jeanne Vallet lui allonge un coup de baïonnette en plein poitrail. La Bête pousse un cri déchirant et porte l’une de ses pattes antérieures à sa blessure. A-t-on jamais vu un quadrupède accomplir un tel geste ? 

Gli attacchi sferrati in modo sistematico, con il modus operandi di cui sopra, a posteriori fanno pensare non solo ad un uomo, ma ad un gruppo di uomini, forse dedito a rituali magici di qualche tipo, che si dilettavano nella caccia all’umano nascondendo le loro fattezze sotto una pelle d’orso o di lupo. Una qualche setta, forse, contraddistinta da sadismo e perfidia.gevaudan4
Un’altra teoria afferma che il responsabile di questi attacchi potrebbe esser stato un uomo affetto da ipertricosi, emarginato dalla società per questa sua triste condizione, ridotto alla follia e assetato di vendetta nei confronti degli altri.
Ancora, si è pensato che gli autori di tutto l’affaire siano stati dei soldati divenuti antropofagi per necessità, di ritorno dalla guerra dei Sette Anni e nascostisi nelle campagne, ridotti ad uno stato psicologico di profonda prostrazione ed aggressività.

Comunque sia, la bestia del Gevaudan costituisce tuttora un mistero su cui gli appassionati di archeocriptozoologia continuano ad arrovellarsi. Che cos’era? O forse è meglio domandarsi chi era? Le ipotesi più disparate compongono questo puzzle misterioso e affascinante, sì, ma specialmente terribile, perché macchiato dal sangue di più di un centinaio di innocenti periti in circostanze davvero drammatiche.

Kiki e le altre parte 2: Jane Avril chi?

Je me laissai conduire et diriger, éberluée autant qu’éblouie, ouvrant tout grand mes yeux à la découverte de cette vie nouvelle qui s’offrait à moi.

Je croyais rêver.
Aussitôt dans ce bal, aux accents entraînants de l’orchestre endiablé, un élan auquel je ne pus résister m’emporta, malgré que la lutte entre ma timidité et ma tentation fît battre mon cœur à le rompre !
Et me voilà partie à danser et bondir, tel un chevreau échappé, ou mieux, comme une folle que je devais sans doute être un peu.
Par la suite, je m’en suis rendu compte, seul mon instinct dirigeait mes actes.
Au reste, dans les temps qui suivirent, je n’ai jamais pu résister au charme qu’exerce sur moi le rythme de certaines musiques.

On fait comme on peut son entrée dans le monde !

Questo estratto proviene dalle memorie di Jane Avril, stella degli anni d’oro del Moulin Rouge così come lo fu Louise Weber.
Jane Avril, conosciuta anche come TerpsichoreJane la Folle o La Mélinite, musa ispiratrice di molte opere di Henri Toulouse-Lautrec, scrisse di suo pugno questo libello in cui si può assaporare il gusto piccante della Parigi montmatriana ed avere una finestra privilegiata sugli aspetti meno conosciuti dell’epoca.

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Il suo vero nome era Jeanne Louise Beaudon, nata dall’unione tra una cortigiana parigina e, così sembra, un nobiluomo italiano raffinatissimo e colto. Trascorse i primi anni con i nonni materni, affettuosi e presenti, che la lasciarono, morendo a distanza di una settimana l’uno dall’altra, durante la guerra francoprussiana. Jane fu dunque presa in affidamento da un’istituzione religiosa per orfanelle, ma successivamente giunse la madre a reclamarla, per portarla a vivere con sé. Fu l’inizio di un calvario, per Jane Avril, poiché la madre iniziò a maltrattarla in modo orribile, passando le giornate ad interrogare le carte e ad intrecciare monologhi dialogici deliranti con se stessa, alternando urla e insulti alla bambina che, in silenzio, subiva botte e percosse, insieme ad una alquanto equivoca specie di educazione sessuale:

Dans ses moments d’accalmie, aux heures de repas, elle s’efforçait de me faire comprendre que c’était à moi que, désormais, incombait la tâche de rétablir notre situation, que la vertu ici­bas n’a aucune chance de réussir, qu’il existait deux sexes différents, que des messieurs âgés couvraient d’or les jeunes femmes, pourvu qu’elles se laissent embrasser… Comme un fait exprès, je n’avais pas l’air de comprendre où elle en voulait venir !

La giovane Jane Avril iniziò ad avere crisi nervose e attacchi di panico, forse dovuti all’ambiente familiare terrificante in cui stava crescendo. Fatto sta che fu mandata di nuovo in un collegio di religiose dove, negli anni seguenti, fu educata insieme ad altre fanciulle. Là prese delle lezioni settimanali di ginnastica, durante le quali il suo talento per l’esercizio fisico iniziò a rivelarsi.

Come accade in molti casi, la sua strada le si spalancò davanti nel più bizzarro dei modi. Diciassettenne, fu “sedotta e abbandonata” da uno studente di medicina che “amava cogliere i frutti acerbi senza voler poi assumersene la responsabilità”. Decise dunque di  togliersi la vita gettandosi giù per la Senna. Ma, mentre andava a scegliere il punto migliore per eseguire il suo proposito, un ubriacone iniziò a seguirla per le stradine della Parigi di notte, spaventandola. Chiese aiuto ad una prostituta che “potesse tenere a bada per qualche minuto quell’uomo laggiù”, ma la peripatetica, vedendola del tutto fuori di sé, comprese che c’era qualcosa di più d’un ubriaco molesto in strada a sconvolgere a tal punto Jane Avril. Fu così che prese la ragazzina sottobraccio e la condusse con sé in un’osteria, per darle da mangiare, tenerla d’occhio e farla tornare in sé. La sua salvatrice era chiamata

« la grande Marcelle à l’œil de verre », spécialiste experte et prêtresse d’un rite de l’amour qu’elle tenait de la baronne d’Ange.
Je ne l’ai jamais revue mais lui ai gardé un souvenir reconnaissant, elle fut pour moi une bonne et brave fille, et j’ai souvent pensé qu’elle aurait pu essayer de m’entraîner dans son triste milieu. Il est d’ailleurs plus que certain que je m’en serais échappée, tellement ce qui est bas, vulgaire et grossier m’a toujours causé de frayeur et d’instinctive répulsion.

Un po’ facile, prendere le distanze così da un mestiere che, al tempo, era quasi sinonimo di quello della ballerina, ma chi siamo noi per giudicare? Nessuno, quindi atteniamoci alle sue testimonianze e a quelle dei suoi coevi.

Fu dunque grazie alle sue nuove conoscenze della Parigi notturna che Jane scoprì i balli e i cabaret. 789px-henri_de_toulouse-lautrec_-_le_divan_japonais_-_google_art_project-2806a Il suo innato talento per la danza affiorò in superficie e le guadagnò da vivere per un po’ di tempo alla bell’e meglio, ma poi si rivelò essere la chiave per un avvenire luccicante. Fu infatti notata da Zidler, l’impresario del Moulin Rouge, dove iniziò ad esibirsi nelle quadriglie. Là conobbe Louise Weber, la Goulue, prossima all’abbandono del cabaret parigino per dedicarsi alla sua avventura girovaga e circense.

Parmi les reines du quadrille brillait en première place la Goulue, superbe fille d’une insolente beauté, éclatante de fraîcheur et de santé, si appétissante malgré que fort vulgaire de langage et d’allures. Elle réalisait en son entier le type « chair à plaisir ». En tant que danseuse, elle bornait son talent à lever ses jambes parfaites, mais avec tant de désinvolture et de galbe quelle n’arrivait pas à être indécente, même lorsque, au final, Valentin le Désossé, son danseur, l’enlevait toutes voiles dehors dans un fouillis de dentelles; tout ce qu’elle laissait entrevoir était joli de formes.

La sua abilità e la sua grazia le valsero il titolo di prima ballerina. Era diversa dalle altre ragazze del cabaret, più minuta, più aggraziata, più distinta. Fu forse anche per questo che Toulouse Lautrec la prese come sue seconda musa ispiratrice. Scrisse di lui:

De Toulouse­Lautrec, génial infirme — dont la gouaille spirituelle et mordante devait lui aider à masquer une profonde mélancolie —, venait me prendre chez moi afin d’être certain de m’avoir dans son atelier.

Jane Avril divenne così nota che fu chiamata anche all’estero per esibirsi nel can can. Il successo fu grande.
Furono anni incredibili: il bel mondo, l’élite intellettuale, la moda, la musica, il fascino… Jane Avril visse il meglio della belle epoque e delle sue contraddizioni, diventando una superstar richiesta ovunque. Il suo charme particolare e non banale era l’attrazione principale di luoghi come Les folies bergères, Le divan laponais e molti altri.

La sua stella brillò fino a quando non cedette, infine, alle pressioni di uno dei suoi innumerevoli spasimanti, tale Maurice Biais, pittore, che l’aveva già chiesta in sposa non meno di sette volte. Correva l’anno 1911. Biais adottò il figlio di cinque anni che Jane aveva avuto da una relazione precedente. Il piccolo assunse dunque il nome di Jean-Pierre Biais.
La famiglia lasciò l’Europa per New York, ma le cose non andarono bene e tornarono quindi in Francia. Jane, quarantenne, si esibì ancora un po’, perché i soldi in casa mancavano sempre, specialmente a causa della dipendenza da alcol e da gioco d’azzardo del consorte.
La prima guerra mondiale era alle porte: Maurice Biais fu chiamato alle armi. Il figlio scappò di casa per non tornare mai più, e lei si diede da fare come infermiera, cameriera nelle mense, ballerina in spettacoli di beneficenza, nonostante la vita stesse prendendo la peggior piega possibile.
Il marito tornò dal fronte ferito gravemente e lesionato dal gas mostarda. Lei cercò di ripristinare l’intesa coniugale, fece enormi sforzi per rendere la loro vita di nuovo gradevole e piena, ma lui era ormai preda dell’alcol: rubava i gioielli e le proprietà della moglie per venderle e finanziare i suoi vizi.
Jane scoprì anche che Biais le sottraeva di nascosto abiti e articoli femminili per indossarli lui stesso in alcuni posti segreti della Parigi notturna.
Morì nel 1926, dopo aver dilapidato tutto il patrimonio della moglie.
Jane era ormai povera e sola. Prese in affitto una stanza e fece appello a tutte le sue conoscenze e amicizie per andare avanti. La salute andava declinando sempre di più, ma, per fortuna, qualcuno dei suoi antichi ammiratori si interessò alla sua situazione e fece in modo di sistemarla in una casa di riposo per artisti, dove Jane ritrovò una dimensione familiare, la salute e un po’ di conforto.jane avril
Nel 1935 scoprì di essere divenuta nonna: Marguerite Leautier, moglie del figlio Jean-Pierre, le scrisse. Il marito l’aveva abbandonata e lei tirava avanti facendo le pulizie in un convento, così da avere un tetto per lei e per il bambino. Jane iniziò a mettere da parte spiccioli, a cucire vestiti e a fare tutte queste piccole cose per poterli aiutare e riuscire, un giorno, ad andarli a trovare nonostante l’angina pectoris che l’affliggeva.

Per la seconda volta, la guerra mondiale si presentò alle porte di Parigi. Jane non visse abbastanza a lungo da vederne la fine.
L’angina, la vita dura del periodo bellico, la mancanza di cibo e il freddo fecero il resto.
Jane Avril spirò il 16 gennaio del 1943.
Si spegneva un simbolo di qualcosa di meraviglioso che ormai era perduto nelle polveri della guerra. Ne restava il ricordo e i numerosi ritratti sulle gloriose affiches le cui riproduzioni a poco prezzo oggi costituiscono souvenir per i turisti che affollano Pigalle a tutte le ore del giorno e della notte.
Jane Avril chi? Jane Avril la ballerina, la stella. Jane Avril una donna, la cui storia vale la pena di essere letta.

Per chi fosse interessato a visitare la sua tomba, Jane Avril si trova al Père Lachaise di Parigi,  lotto 19, sezione 26, seconda fila.

Per approfondire:
“Mes memoires”, di Jane Avril.
“Jane Avril of the Moulin Rouge”, di Jose Shercliff.
“Toulouse-Lautrec and Jane Avril, beyond the Moulin Rouge”, di N.Ireson.

Kiki e le altre parte 1: menando il cancan per l’aia. Storia di Louise Weber.

Louise Weber, chi era costei?
Forse sarà meglio chiamarla col suo pseudonimo ben più noto: La Goulue, la stella del Moulin Rouge, la diva parigina che rese il cancan così celebre.
Ritratta sovente da Henri Toulouse-Lautrec, in realtà fu molto più della ballerina spregiudicata e impudica che è impressa nell’immaginario collettivo; fu infatti animalista ante litteram e attivista per i diritti umani quando ancora questa espressione non veniva contemplata nel linguaggio corrente.

Nacque il 12 luglio 1866 da una famiglia ebrea alsaziana, che poi si trasferì nei pressi di Parigi. La madre aveva una lavanderia, il padre era un muratore che rimase ferito durante la guerra franco-prussiana, perdendo entrambi gli arti inferiori.
Le fonti a cui ho attinto sono discordanti: qualcuna afferma che la madre abbandonò la famiglia quando Louise aveva tre anni, per rifarsi una vita altrove senza mai più rivedere chi si era lasciata alle spalle. Un’altra fonte riporta invece un aneddoto curioso e rocambolesco sull’inizio della passione di Louise per il ballo, lasciando intendere che in realtà ella avesse mantenuto i contatti con la madre fino all’adolescenza: pare che, all’insaputa dei genitori, la giovane se la svignasse per andare a scatenarsi nei gran balli di banlieue vestita degli abiti delle clienti di sua madre che la coquine “prendeva in prestito”.

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Affiches di Toulouse-Lautrec raffigurante la Goulue

Anche l’origine del suo soprannome, La Goulue, sembra essere oggetto di dibattito.
Qualcuno ascrive questo nome d’arte al fatto che fosse stata presa in casa e “protetta” da una sorta di gentiluomo, tale Gaston “Goulu” Chilapane, su quale non sono riuscita a trovare molti dettagli, se non un passo tratto da una finta autobiografia della Weber scritta da un discendente, in cui lo si definisce un gentiluomo che la accarezzava ma a cui, forse, piacevano gli uomini e che finì ammazzato da alcune persone che gli furono presentate proprio da Louise.
Altri affermano che, quando i fratelli Oller e Charles Zidler, impresari di cabaret, la lanciarono nel gran giro del cancan, ella si meritò il soprannome grazie alla sua attitudine spumeggiante:

Lorsqu’elle dansait le quadrille naturaliste, elle taquinait l’audience masculine par le tourbillon de ses jupes à volants relevés qui laissaient entrevoir sa culotte, et de la pointe du pied, elle faisait voler le chapeau d’un homme. Son premier mentor et son habitude de vider les verres des clients, tandis qu’elle passait à leurs tables, lui valut le surnom de « La Goulue ».

Conobbe anche Renoir, in quel primo periodo, che la introdusse nel giro artistico di Montmartre: ciò le permise di iniziare anche a fare da modella a pittori e a pionieri della fotografia come Delmaet, il quale la ritrasse nuda in diversi dagherrotipi.

 

Fu sempre grazie a Zidler e agli Oller che Louise entrò a far parte dello staff del bal du Moulin Rouge, il celebre cabaret che aveva aperto i battenti nel 1889 e dove

Louise fit la connaissance de Jules Étienne Edme Renaudin (1843-1907), une ex-célébrité de la danse devenu marchand de vins. Il dansait encore à ses moments libres sous le nom de scène de Valentin le Désossé. Ils dansaient le « chahut ». Les deux devinrent instantanément un “couple de danse” apprécié, mais c’est la Goulue qui vola la vedette avec sa conduite outrageusement captivante. En permanence en haut de l’affiche, elle fut synonyme de cancan et de Moulin Rouge.

Fu quello il periodo d’oro di cui noi ancora vediamo il magico alone grazie alle affiches e alle altre opere di Henri Toulouse-Lautrec che sono conservate in molte collezioni e musei, uno su tutti quello della Gare d’Orsay. La Goulue fu amica e musa ispiratrice di Lautrec, il quale soggiornò per lunghi periodi nelle case di piacere di Pigalle, frequentando l’ambiente notturno fremente di quel quartiere parigino.

Nel 1895 Weber prese una decisione molto importante: mettersi in proprio e lasciare il Moulin Rouge, che le aveva dato fama e ricchezza, per avventurarsi in un progetto tutto suo e autonomo. Investì i suoi guadagni in uno spettacolo itinerante e ordinò proprio al suo amico Toulouse-Lautrec i pannelli della scenografia per lo show. Purtroppo non ebbe il successo sperato e Louise decise di riconvertirsi come domatrice di animali da circo, apprendendo dunque a domare i leoni. In tutto ciò divenne anche madre di Simon Victor, avuto presumibilmente da un principe.

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La giovane Louise posa nuda per un fotografo

Louise prese atto del fallimento della sua impresa girovaga e si posò, prendendo per marito nientemeno che un mago e prestigiatore, Joseph-Nicolas Droxler. Con lui continuò a far la domatrice di animali fino a che non la lasciò vedova durante la prima guerra mondiale.
Tutto poteva ancora andare, tra la sua attività circense e le sue sporadiche apparizioni in teatro come attrice, sennonché nel 1923 accadde qualcosa che la fece precipitare in un gorgo di depressione e alcolismo senza risalita: Simon Victor, il figlio amatissimo, che lei chiamava “bouton d’or“, morì a soli ventisette anni, lasciando orfana una bambina avuta da una relazione con una ragazza italiana.
Louise sprofondò nel buio. Abitava in una roulotte parcheggiata non lontano dal mercato delle pulci di Saint-Ouen. Per l’inverno, invece, si ritirava in un alloggio di sua proprietà a Boulevard Rochechouart.

Il sito Amis et passionnés du Père Lachaise afferma che Louise aveva riunito attorno a sé

une cour de rejetés de la société, prostituées, homosexuels, recueillait les animaux de cirque malades et âgés ainsi qu’une multitude de chiens et de chats. Elle fut la première célébrité à s’intéresser à la cause des réprouvés et à celle des animaux.

Ora sappiamo chi ha ispirato Brigitte Bardot nella sua vocazione alla difesa degli animali.
Nell’ultimo periodo, Madame Louise, come si faceva ormai chiamare, andava spesso davanti all’entrata del Moulin Rouge a “vedere le beau monde“,  vendere noccioline, fiammiferi e sigarette. Qualcuno la riconosceva e le chiedeva l’autografo, che lei concedeva sempre volentieri. Alcolista e sofferente di obesità, era molto malata, ma qualche volta fu invitata a calcare nuovamente le assi del palco del Moulin Rouge per essere calorosamente presentata al pubblico del cabaret come la prima Regina di Montmartre, la famosa Goulue.
Louise Weber spirò il 29 gennaio 1929 all’ospedale Lariboisière. Era sola, quasi nessuno andò al funerale, solo un sedicenne fac totum mandato dalla direzione del Moulin Rouge, che forse si era sentita in dovere di occuparsi della cosa.
Sempre il sito Amis et passionnés du Père Lachaise riporta:

Grâce à son arrière-petit-fils Michel Souvais, elle fut exhumée en 1992, et le maire de Paris, Jacques Chirac, ordonna le transfert de ses cendres au cimetière de Montmartre. L’inauguration de son nouveau tombeau fut faite en grandes pompes, avec tous les honneurs des associations montmartroises, de la République de Montmartre, Paris-Montmartre et du Moulin Rouge. Le garde champêtre Anatole et sa compagne, Mick la cantinière, étaient présents, ainsi que Michel Souvais qui prononça l’oraison funèbre. Les fameux petits « poulbots », la chanteuse-danseuse LaToya Jackson, alors à l’affiche du fameux Moulin-Rouge, dirigé par Jacki Clérico, les télévisions et la presse internationale, ainsi que d’eminentes personnalites et deux mille personnes, assistaient à cette cérémonie.

«  C’est la Goulue qui inspira Lautrec ! » disait l’actrice Arletty, dont Michel Souvais était le secrétaire bénévole.

La prima volta che andai a Parigi, a diciotto anni appena compiuti, mi aggirai per i vari cimiteri della città, spinta dalla mia bizzarra passione per questo genere di cose. Avevo da poco studiato le meraviglie del periodo impressionista a scuola, ed ero rimasta colpita dall’opera di Lautrec. La Goulue ricorreva sulle pagine del libro di storia dell’arte tanto quanto Jane Avril e grande fu la mia meraviglia quando mi imbattei nella sepoltura della regina di Montmartre, che si trova nel cimitero del quartiere.
Nel ripensare alla sua storia mi commossi molto: ho un debole per la gente d’arte e di spettacolo che cade in disgrazia, dimenticata dalla società, reietta ed emarginata, perché essi, a mio sentire, incarnano la vicenda umana in tutta la sua folgorante bellezza e terribile miseria, con quel senso d’attesa messianica che è l’unico grano di speranza a brillare in un recipiente pieno di ceneri.

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Necrologio

 

Chaim Soutine: lo Chagall dell’ombra, il Modì dell’oscurità

L’école de Paris contava innumerevoli personalità e personaggi. Quegli anni magici e maledetti della capitale francese videro un coacervo di talenti e spiriti lucenti annidarsi per le sue strade brulicanti, chi con pennelli in mano, chi con penna e calamaio, chi con lo strumento musicale al seguito. Già, perché è impossibile scollegare il fervore pittorico di quell’epoca da quello scrittorio, musicale e registico-teatrale. Com’è possibile parlare di Picasso senza menzionare Cocteau e Apollinaire, Erik Satie e Kiki de Montparnasse?

Tra tutti, De amore gallico oggi porta il lettore a conoscere Chaim Soutine, uno di quelli meno noti, meno citati, uno di quelli che a scuola non viene quasi mai nominato.
Come Chagall, anch’egli veniva dai territori della Grande Madre Russia, anche se il villaggio in cui nacque oggi si trova in Bielorussia.
Il suo nome in cirillico si scrive  Хаим Соломонович Сутин e si legge Chaim Solomonovic Sutin. Il nome e il patronimico non lasciano dubbi in merito alle sue origini ebraiche né, immagino, alle sofferenze patite negli anni della sua giovinezza. 

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“Natura morta” di Soutine


Dotato di un talento innato per il disegno, Soutine ruppe il divieto di raffigurazione imposto dalla fede ebraica ortodossa e per questo fu punito con durezza. Un episodio in particolare segnò il suo cammino: a sedici anni fu punito dal figlio del macellaio del villaggio, che era stato ritratto da Soutine. L’artista fu rinchiuso nella cella di frollatura delle carni, dove i quarti di bue e altre carcasse animali pendevano come tetri addobbi dalle mura e dal soffitto del locale, e lì vi rimase per diverso tempo. La madre riuscì ad ottenergli un risarcimento; fu con quel denaro che il giovane e già introverso pittore partì per cercare fortuna altrove.

Soutine giunse a Parigi il 13 luglio del 1913; ad accoglierlo aveva dei colleghi e connazionali, tra cui Krémègne, coi quali mosse i primi passi nella capitale francese.
Di lì a poco conobbe persone che avrebbero significato molto per la sua vicenda personale ed artistica, primo tra tutti Amedeo Modigliani, anche lui ebreo, di cui ammirava estroversione, allegria, spigliatezza e non in ultimo arte. Con Chagall ebbe modo di trovare analogie non comuni: erano entrambi ebrei russi poverissimi, emigrati in Francia alla ricerca di fortuna. Chagall poi divenne una storta di superstar della pittura, richiesto ovunque nel mondo; Soutine, anche a causa delle sue ferite psicologiche legate ad un passato di violenza, povertà ed emarginazione che condizionavano non poco il suo comportamento sociale, non conobbe mai la fama di molti altri suoi colleghi, sebbene negli anni riuscì a raggiungere un discreto successo e stabilità economica.

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“Carcassa di bue”, di Soutine, 1925

I primi tempi parigini furono all’insegna della sporcizia e della scarsa igiene, tanto scarsa che un medico gli trovò nell’orecchio addirittura un nido di cimici. Era brusco e taciturno, non sapeva come avvicinare le donne, non aveva maniere capaci di attirarne. Frequentava prostitute nei bordelli di Montparnasse e di Montmartre: sceglieva le più brutte e le più segnate dal tempo e dalle malattie. Le ritraeva poi sulle sue tele, forse crogiolandosi in quella bruttezza e in quello squallore.
Detestava che le persone esprimessero opinioni sul suo lavoro e, se per caso udiva qualcuno criticare una sua opera, correva a stracciarla in pezzi, salvo poi ricucirla certosinamente per non sprecare materiale prezioso e, per lui, caro. Ridipingeva su quelle tele rattoppate, su delle croste acquistate per due soldi ai mercatini delle pulci, osservava affascinato il suo amico Modì bere sempre di più e scambiare le proprie opere per un goccio di vino. In breve tempo tutta Montparnasse possedeva almeno uno scarabocchio di Modigliani.

La sua salute era pessima: dolori allo stomaco lo accompagnavano costantemente. A posteriori è possibile individuare in quegli attacchi di mal di pancia l’ulcera che, a cinquant’anni, lo avrebbe ucciso. I ricordi della sua infanzia difficile lo attanagliavano e, sulla tela, deformavano la sua pittura, distorcendo segni e linee per produrre ritratti e nature morte tormentatissimi.

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“La donna pazza”, di Soutine, 1919


Modigliani morì nel 1920. Soutine aveva avuto in lui un amico fraterno e la scomparsa del pittore livornese si aggiunse alla serie di dispiaceri che costellavano la sua esistenza. Tuttavia, come spesso accade, la fortuna arrivò, postuma per Modì, tardiva per Soutine, nella persona del collezionista americano Albert C. Barnes. Le loro opere divennero improvvisamente richiestissime e arcinote e la buona sorte non lo abbandonò più fino allo scoppio della seconda guerra mondiale: la Germania invase la Francia e le leggi antisemite gli impedirono di continuare a soggiornare a Parigi. Fuggì e si diede alla macchia, vagando per tutta la Francia con la donna con cui si era accompagnato negli ultimi tempi, Marie-Berthe Aurenche, prima moglie di Ernst, tra l’altro.

La sua ulcera gastrica degenerò in un’emorragia; nulla poté l’operazione cui fu sottoposto a Parigi: il 9 agosto del 1943 Chaim Soutine spirò e fu seppellito al cimitero di Montparnasse.

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Chaim Soutine

L’opera di Soutine è morbosa: ricorrono come soggetti carcasse di animali (eco del suo trauma adolescenziale nel villaggio natio?), paesaggi lugubri, ritratti e autoritratti deformati. Risulta difficile inserire Soutine in una corrente artistica, tanto forte fu il suo individualismo e la sua identità pittorica. Espressionista? Fauve? Di certo Van Gogh, Velazquez e Courbet ebbero un ruolo fondamentale nella sua formazione stilistica, ma Soutine riuscì a costruirsi una cifra inconfondibile, fatta di dolore e amarezza, impastandoli sulla tela insieme coi colori. Modigliani lo influenzò notevolmente, questo è sicuro, ma se nei quadri del livornese c’è una sorta di gioiosa e calorosa celebrazione delle forme umane, esaltate ed esasperate dalla sofferenza causata dalla malattia fisica, in Soutine ci sono sporcizia, sangue, ricordi, traumi e dolori provocati dalla malattia dell’anima.

Per approfondire:
“La grande avventura dell’arte”, programma in onda su Rai 5.
“L’ultimo viaggio di Soutine” di Ralph Dutli
Settemuse