Pillola: Zoro, in giro per l’Europa

Stamane, andando a comperare il pane e passeggiando per godermi la pacifica festa della Toussaint, ho incontrato Zoro.
Camminavo col mio cane al guinzaglio e, probabilmente, Zoro mi ha udita dargli i comandi in italiano. Si è avvicinato e ha iniziato a parlarmi nella mia lingua, presentandosi, dicendo che abita ad Amburgo, chiedendomi se fossi veneziana, visto che i colori ramati dei miei abiti avevano un che di tizianesco. Aveva un forte accento dell’est, non tedesco, parlava spedito e fluente, senza errori di grammatica, con grande proprietà di vocabolario; a giudicare dai suoi occhi chiari, poteva essere un polacco residente in Germania. Aveva qualcosa che mi ricordava papa Wojtyla, forse una parlata simile alla sua.
Con un sorriso sghembo mi ha risposto: “Io parlo otto lingue: italiano, inglese, francese, tedesco, olandese, russo, spagnolo e la mia lingua madre.”

Zoro è bulgaro, cattolico, e dagli anni ’80 vive girando per l’Europa senza aver mai trovato il suo posto d’elezione, anche se ammette di avere un debole per la Germania, l’Austria, i Paesi Bassi e la Scandinavia.
“Mi piace l’Italia. In passato ho fatto affari con siciliani, veneti, lombardi… dei marchigiani so che sono i più onesti e precisi tra tutti gli italiani. Mi piacciono le italiane, perché non sono razziste. Gli uomini sì, invece. Mi ricordo che nell’86, a Milano, la polizia mi fermò per chiedermi i documenti. Io al tempo ero clandestino. Mi insultarono, mi dissero ‘zingaro di merda’. A me, cattolico come loro, questa cosa non è mai andata giù. Forse, nonostante la mia simpatia per il tuo paese, è stato questo episodio a spingermi verso i paesi del nord Europa, nella culla della razza ariana.” Dice proprio così, razza ariana. Lo fa apposta per provocarmi? Non so, ma la sua domanda successiva mi stupisce: “Tu sei ebrea?” Io gli dico di no, che sono cattolica, anche se una mia nonna discendeva da ebrei fuggiti dalla Spagna nel 1492.

Mi chiede se può offrirmi un caffè. So che non dovrei fidarmi di uno sconosciuto incontrato così, ma ho il mio cane con me, il quale mi difenderebbe al primo segnale di pericolo, e poi sono troppo curiosa di ascoltare la sua storia per non accettare. Ci sediamo. Tira fuori un pacchetto di sigarette a cui stacca il filtro e ne fuma tre in dieci minuti. Si sfrega spesso il viso con la mano sinistra e mi racconta delle persone che ha conosciuto, dei suoi rimorsi e dei suoi rimpianti. Nel 1988 ebbe l’occasione di partire e di trasferirsi in Australia, ma non la colse al volo. Ora se ne dispiace. Mi dice che la Costa Azzurra è forse il luogo più bizzarro d’Europa, perché le persone sono chiuse e arroganti. Niente a che vedere con i francesi del nord, calorosi, accoglienti e simpatici.

“Ma tu che ci fai qui, in questo angolo di mondo pieno di gente superba e antipatica?”
“Sono qui per amore. Il mio compagno è di La Croix Valmer.”

Inizia a guardare altrove. Io gli parlo un po’ del mio processo di adattamento alla società francese, ma lui sembra lontano. Le sue parole me lo confermano: “Scusa, io ti ascolto, sono qui fisicamente, ma con la mente sono già ad Oslo, dove sono atteso per la settimana prossima. Adesso prenderò un autobus per Tolone e poi da lì salirò a nord. Una volta là, tirerò un sospiro di sollievo: nessuno che mi guarderà male, tutti saranno gentili e cortesi, ma non falsi come qui.”
Capisco che Zoro mi ha detto tutto quello che aveva da raccontarmi, o che voleva raccontare. Accarezzo il mio cane, sorrido a Zoro, lo ringrazio per il caffè, gli dico che purtroppo devo proprio andare e gli stringo la mano. Lui è già in Scandinavia con la mente, lo si vede dai suoi occhi celesti, chiarissimi e molto tristi.

Mi sono alzata e lo ho lasciato al tavolo del caffè. Si era appena acceso la quarta sigaretta, chiamava il cameriere per ordinare un bicchiere d’acqua frizzante, sembrava deluso. Non mi è dispiaciuto lasciarlo lì, in attesa del suo autobus, del suo ennesimo spostamento: era pieno di pensieri tristi, era senza pace. Io non potevo far nulla per lui, lui non poteva far nulla per me.

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La scuola francese c’est bizarre!

La scuola in Francia è molto diversa da quella italiana. I francesi si diplomano un anno prima rispetto a noi, c’est a dire che per prepararsi al bac devono studiare “solo” per dodici anni, mentre noi in Italia abbiamo tredici primavere sopra i libri per giungere all’esame di maturità.

La scuola elementare dura cinque anni, come qui da noi, ma per quanto riguarda il collège, cioè la scuola media, esso è di ben quattro anni. Il lycée d’altra parte è l’ultimo stadio prima dell’esame, ed è composto di soli tre anni scolastici.

Quando ho scoperto tutto questo sono rimasta di stucco. Diplomarsi un anno prima? C’est bizarre!

Ma non è la sola differenza, poiché perfino il materiale di cartoleria ha delle differenze con il nostro: non ci sono quaderni con le righe, ma cahiers à petits ou grands carreaux. Per farla breve, le materie scientifiche vanno studiate sui quaderni a quadrati piccoli, ovvero quelli a 5 mm, le materie umanistiche invece sui quadrati grandi, che son fogli quadrettati in modo molto particolare. In Italia non ne ho mai visti. Eccone una foto:

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Le classi della scuola elementare si suddividono come segue:

CP (cours préparatoire), CE1 (cours élementaire 1re année), CE2 (cours élémentaire 2e année), CM1 (cours moyen 1re année), CM2 (cours moyen 2e année).

I bambini normalmente vanno a scuola alle nove, fanno lezione e poi vanno alla cantine, ovvero la mensa, dove consumano il pranzo. Tornano in classe per le lezioni del pomeriggio e, in linea di massima, sono liberi verso le 17.00. Non portano né l’uniforme né il grembiulino a quadretti.

Il mercoledì, che da sempre in Francia è considerato “le jour des enfants”, una volta era giornata libera: non si andava a scuola e i bambini potevano dedicarsi ad altre attività o ad aiutare in casa la famiglia, specie se abitavano in una zona rurale dove le mani per lavorare non erano mai abbastanza. Al giorno d’oggi di mercoledì gli scolari hanno solo il pomeriggio libero e possono andare a praticare uno sport o a farsi tormentare dal temutissimo dentista.

Dopo il ciclo elementare, comincia il compte à rebours, un conto alla rovescia: la prima media equivale alla classe sixième, la seconda media alla cinquième e la terza alla quatrième.

Se in Italia dopo l’esame di terza media si deve scegliere che cosa studiare nello specifico per i prossimi cinque anni e verso quali materie indirizzare il proprio orientamento, in Francia questo non avviene. Infatti i collegiali fanno anche una “quarta media”, nell’anno della loro troixième. Al liceo poi si continua con la seconde, première e si finisce con l’ultimo anno, quello del diploma, il terminale.

Anche le vacanze sono diverse: l’anno inizia verso i primi di Settembre. Ci sono poi le vacanze di Ognissanti che occupano la fine di Ottobre e l’inizio di Novembre: due settimane di riposo! Dopodiché si torna a scuola per frequentarla ogni giorno fino alla pausa natalizia tra Dicembre e Gennaio. In Francia l’Epifania non è una festa molto importante e spesso la rentrée avviene il 4 o il 5 Gennaio. A Febbraio i ragazzi hanno altre due settimane libere, per andare a sciare con la famiglia. Seguono le vacanze pasquali ed infine quelle estive a inizio Luglio. Una bella differenza col nostro calendario!

Certo, non ho figli, e tutte queste notizie le ho apprese mano a mano, ascoltando il mio compagno parlare dei suoi ricordi, o i suoi cugini e cugine discutere delle loro varie vicissitudini scolastiche. Per quanto riguarda la mia conoscenza della scuola italiana, ovviamente risale all’attualità di dieci anni fa, quando mi diplomai al liceo. Potrebbe esser cambiata tantissimo senza che ne sia al corrente, e magari assomigliare molto di più alla scuola francese di quanto io non immagini.

Ad ogni modo, da italiana residente in Francia, ammetto che è complesso entrare nel modus francese di concepire il tempo scolastico. Essendo la suddivisione scolastica dell’anno qualcosa che ci appartiene sin dall’infanzia, riuscire ad assorbire una maniera altra di scandire il tempo dei bambini e di concepire il loro sviluppo culturale ed umano è quasi impossibile, o comunque mai automatico.

Per quanto mi riguarda, ammetto di non essere pronta a piegarmi alla façon française. A me le vacanze estive piacciono belle lunghe così come le abbiamo noi: giungo, luglio, agosto e metà settembre di libertà pura e insostituibile, un tempo di spensieratezza e di nebulosa felicità che costituisce la trama di alcuni dei miei più bei ricordi d’infanzia.

“Sea of desire” exhibition at Carmignac Foundation

In a magnificent restored Provençal villa, under the glaring sun of the French Riviera, Edouard Carmignac’s precious contemporary art collection is superbly displayed in the form of “Sea of desire”, an exhibition running until the 4th November.

The visitor is invited to dive in and enjoy the spectacle barefoot, feeling the ground right under the soles of their feet. This allows an unexpected feeling of profound connection with the place and with the tormented beauty of the artworks exhibited.

Roy Lichtenstein’s “Beach scene with Starfish”  welcomes the visitor, whose gaze is then attracted by two Andy Warhol pieces: the portraits of Mao Tse Tung and Lenin. Many more masterpieces are then to be discovered step by step.

The exhibition deliberately presents what could be found in the “sea of desire” that is human nature: not only the incandescent experiences of love, eros and beauty, represented by Botticelli’s Virgin Mary and Venus – sacred and profane love, but also desperation, tragedy and revolution.

This voyage continues in the garden of the villa where, in the middle of the grapevines and olive tree groves, among other remarkable artworks, the whimsical “Path of Emotions” by Jeppe Hein, a maze constituted by mirrored posts and rushes, leaves the visitor astounded, thanks to indescribable disturbing reflections.

This outstanding exhibition is surely a must, a rendezvous for any art lover, but it is also a space-time for anybody in need of an occasion to fathom their own “sea of desire”.

“Sea of desire” – Carmignac Foundation, Porquerolles isle, Hyères, running until 4th November. Entry ticket 15 euros.

Incontro con la giornalista e scrittrice Agnès Grossmann

DISCLAIMER: la seguente intervista si è tenuta martedì 14 agosto, prima che scoppiasse lo scandalo su Asia Argento e le accuse di violenza sessuale da parte di un giovane al tempo 17enne. Le affermazioni sulla Argento si riferiscono all’affare Weinstein.

Incontro e intervista con la giornalista e scrittrice Agnès Grossmann, curatrice del programma “Faites entrer l’accusé” del canale France2 e autrice dei libri “Annie Girardot, le tourbillon de la vie”, “L’enfance des criminels”, “Les salopes de l’histoire” e “Les blondes de l’histoire”.

Madame Grossmann ha uno sguardo penetrante, franco e luminoso. Si definisce “une grande gueule“, una persona che non tace, che non ha paura di dire la sua. Affrontiamo diversi argomenti, durante la nostra chiacchierata, senza peli sulla lingua: la sessualità, il femminile, il maschile, la società, Trump, Salvini, la pubblicità, Eddi De Pretto, Game of Thrones, gli insulti, il corpo, la bellezza, l’educazione dei bambini, #metoo, Asia Argento, il sesso ed il potere, la famiglia, la libertà, il corpo femminile.

D: Il titolo del suo penultimo libro è interessante: le puttane della storia. Si tratta di una provocazione contro chi, per insultare una donna, entra subito nel linguaggio della sfera sessuale, cosa che non avviene quando si insulta un uomo, o è in qualche modo una rivendicazione?
R: In realtà è una deliberata presa in giro di chi usa la parola ‘salope‘ (in italiano ‘puttana’) come un insulto. Qui in Francia definiamo puttana una donna la cui sessualità è libera e senza inibizioni non con malevolenza o fare denigratorio. Le donne che definiscono salopes le altre donne in genere lo dicono quasi con invidia, gli uomini con ammirazione. Cleopatra, Messalina, Mata Hari… erano tutte delle salopes.

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Il titolo è un manifesto, come a dire: “I’m a slut, so what?” Nel libro parlo di donne quali Giuseppina Bonaparte, Caterina la Grande… ho cercato di mettere in evidenza come il sesso abbia significato potere per le donne, nel passato, quando esse esistevano solo in funzione degli uomini. Il sesso era un modo per esistere, per esserci, per accedere al potere e poter essere riconosciute dagli uomini come interlocutori alla pari.
D: Cosa pensa del movimento #metoo?
R: Sono assolutamente a favore e trovo che Asia Argento sia stata di un coraggio fuori dall’ordinario per ammettere e farsi carico di certe cose. Il fatto che questa onda sia nata da Hollywood, l’olimpo delle apparenze, è emblematico di un risveglio delle coscienze generale. Molte femministe della prima ora, che avevano perduto ardore o entusiasmo, si sono scrollate di dosso la polvere e ci stiamo tutti rimboccando le maniche perché le cose cambino. A mio giudizio dovremmo ripartire dalla sessualità, dal sesso, dall’educazione al sesso, perché sì, c’è stata la liberazione sessuale e oggi possiamo fare coming out senza andare in prigione o dormire con degli uomini fuori dal matrimonio senza problemi, ma siamo davvero liberi? Io non penso: c’è una pressione mediatica sui corpi umani, una sovraesposizione del corpo femminile che è tossica e diseduca gli uomini, specialmente i più giovani, e atterrisce e angoscia le donne. Penso anche ad un certo tipo di pornografia alla moda al giorno d’oggi: pare che i più giovani fruitori del porno credano che le donne siano senza peli corporei, come se fossimo tutte glabre e senza imperfezioni.
D: O che il sangue mestruale sia in realtà blu, come quello dei Puffi…
R: Esatto… a questo non avevo mai pensato… beh, io vorrei che il corpo femminile fosse meno esposto, che non fosse più, ancora, visto e considerato come un bottino di guerra. Ma d’altra parte desidero anche la liberazione degli uomini da questi canoni assurdi imposti da una società maschilista che non perdona la debolezza, non perdona l’impotenza… siamo stati educati che l’uomo vero ce l’ha sempre duro… ma non è vero! Ci sono tanti uomini veri che piangono, sono deboli, hanno paura e a cui non viene duro, ma c’est pas grave! Non sono “meno uomini” a causa di queste cose.
D: Come canta Eddy de Pretto, siamo tutti vittime della virilité abusive, la virilità abusiva che vuole gli uomini sempre macho e le donne sempre disponibili.
R: Giusto! Io sono cresciuta in una famiglia molto maschilista e in cui le apparenze e la bellezza esteriore contavano molto. Mio padre era il classico macho, forse per proteggersi e non mostrare le sue debolezze, ma anche mia madre era maschilista, perché d’altronde le donne stesse sono state, nei secoli, complici del maschilismo, di questa società patriarcale da cui siamo nati noi.
D: Come interpreta/concilia/giustifica questa presa di coscienza generale con le scelte politiche che ultimamente sono state fatte in diversi paesi occidentali? Gli U.S.A. hanno eletto il repubblicano e maschilista Trump, in Italia è stata eletta la Lega di Salvini, che non brilla per femminismo, in Ungheria l’estrema destra è al potere e in generale un po’ ovunque c’è una recrudescenza destroide poco incline a prestare attenzione a queste istanze.
R: Sarei propensa a dire che, paradossalmente, tutto questo non fa altro che destare reazioni e stimolare le persone a pensare di più e ad agire. Guardi gli Stati Uniti: Trump stimola delle reazioni contrarie, genera rabbia, rappresaglia, voglia di agire e di cambiare le cose.

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Mi sarei preoccupata di più se nessuno avesse alzato un dito e se tutti avessero assecondato senza proferire verbo le scelte e le affermazioni di Trump.
D: Lei è madre un figlio maschio. Come affronta il tema della sessualità e del consenso, come sta gestendo l’educazione di suo figlio?
R: Cerco di dire le cose come stanno: che no è no e che se tu ti fermi quando ti viene detto no, poco importa quello che stai facendo, non avrai mai problemi nella vita. Gli ho spiegato come funziona la riproduzione: ha dieci anni, ma non ho mai usato diminutivi ridicoli per le parti del corpo. Lui sa tutto, sa di avere un pene, dei testicoli, che le donne sono fatte in modo diverso, che i bambini nascono così e così… di sicuro sta crescendo in un ambiente non maschilista, perché lo sto tirando su da sola.
D: Ha guardato la serie Game of Thrones?
R: Solo la prima stagione e mi sono detta ‘Tiens, è proprio una serie per uomini. Qua ci sono delle attrici stupende sempre nude.’
D: In effetti sono state sollevate molte questioni riguardo la sovraesposizione del corpo femminile in G.o.T. Magari è per questo che con il tempo le cose si sono ribaltate e di donne nude se ne sono viste sempre di meno e, anzi, c’è stato addirittura il primo piano di un pene verrucoso. Senza dimenticare il ribaltamento degli equilibri politici all’interno della storia, che ha visto una netta rivincita delle donne e una loro presa di potere.
R: Mi incuriosisce, voglio finire di guardarla.
D: La ammiro davvero, perché non ha paura di dire la sua ed è una donna libera e molto coraggiosa.
R: Io non mi sento libera, sono ancora prigioniera di tanti nodi che non ho sciolto, nella vita. Credo che una persona sia davvero libera solo quando sa usare sapientemente tutti gli strumenti che ha a disposizione e io sento di non essere arrivata a questo punto, non ancora.

Ho da poco terminato la lettura di “Les salopes de l’histoire”. È un’interessante raccolta delle vite private, amorose e sessuali di donne come Cleopatra, Madame du Barry, Caterina la Grande e Mata Hari: sono analizzate, quasi scandagliate, con piglio giornalistico e stile diretto, godibile. Il volume è edito dalla casa Acropole. Nella stessa serie è appena uscito “Les blondes de l’histoire”.

A breve la stessa intervista in inglese e in francese.

Fenomenologia di “Bella ciao”, dei bofs e delle cagoles

L’inverno scorso la serie spagnola “La casa de papel” era sulla bocca e nella testa di tutti. Detrattori, ammiratori, scettici, binge watchers, esperti o meno, “La casa de papel” ha fatto parlare di sé. In più di una scena è comparsa la canzone partigiana “Bella ciao”. Devo ammettere che il contesto e il modo in cui il canto è stato usato ai fini della narrazione era molto bello e significativo: io ho apprezzato davvero questa scelta degli autori.

In Francia alcuni cantanti tra cui Maître Gims e altri bof e cagoles (all’incirca “tamarri e vrenzole”) hanno voluto cavalcarne l’onda e fabbricare una hit estiva rifacimento del canto partigiano nostrano ad uso e consumo dei bof e delle cagoles.

Ora, molti tra questi bof e cagoles non conoscono né la storia né il contesto in cui “Bella ciao” è nato, si è diffuso ed è successivamente diventato un simbolo. Molti tra questi bof e cagoles starnazzano e storpiano le parole così:

O parmigiano, porrrrtame viaaaaah!

Molti tra questi bof e cagoles l’hanno intonata malamente quando la Francia ha vinto il mondiale di calcio maschile, facendo sorgere dubbi in merito al senso di pertinenza e all’impianto di pensiero e di logica che alberga nei loro spiriti. Non che fossimo poi così ottimisti, ma la speranza resta comunque l’ultima a morire.

In ultimo, questo remake à la française di “Bella ciao” ha creato anche un’ulteriore categoria: i sedicenti snob.

Alcuni di essi liquidano la canzone come uno scarto, un prodotto venuto male della tradizione ritalle, ovvero dei ritals che, come ho già spiegato in un precedente articolo, è la parola un tempo dispregiativa che indica gli immigrati italiani in Francia; altri, oltre a definire “Bella ciao” un aborto rital, vi aggiungono la parola “fascista”.

Ouais, mais ça c’est un truc des italiens, c’est un truc des fascistes…

L’affermazione è stata fatta da un trentenne businessman lionese mentre passava un bon moment su un miniyacht, poco lontano dalla spiaggia di Pampelonne, mentre con amici e amiche godeva del vin rosé tipico delle coste provenzali e danzava al ritmo di codesto Maître Gims.

Blame it on the wine, blame it on the ignorance, blame it on the boogie, ” ‘ste cose nun se ponno senti’ “.

La sola cosa positiva è che, se proprio vogliamo, questa avventata affermazione è un termometro abbastanza veritierk di cosa pensa un homme francese dei ritals:

Les italiens? Des fascistes.

Voilà la phénoménologie de “Bella ciao”, des ritals et des italiens en general en France. Et surtout voilà la phénoménologie des bofs et des cagoles ou des “òi energoumenòi” comme mon père dit d’habitude.

C’è di che riflettere.

Les enfants de l’île du Levant: una storia da non dimenticare

Tempo fa mi sono imbattuta in un libro chiamato “Les enfants de l’île du Levant” scritto da Claude Gritti, un pescatore natìo di Le Lavandou, poco distante da Hyères.

Al largo di queste coste si stagliano all’orizzonte quattro isole chiamate Les îles d’Or. Si tratta di Porquerolles, ormai meta turistica rinomata, Bagaud, alla quale è proibito accedere per la presenza di un numero esorbitante di ratti, Port Cros, più selvaggia e affascinante, e l’île du Levant, al giorno d’oggi divisa tra naturisti e militari, cioè quanto di più agli antipodi possa esserci.

Un giorno, a metà degli anni ’80, Claude Gritti, pescando attorno a quest’ultima isola, si vide obbligato a rientrare in porto a causa di una “mistralade” violenta. Chi bazzica queste coste conosce la potenza del maestrale che soffia dalla valle del Rodano e prende il cammino attraverso La Ciotat per giungere fino ai dintori di Saint Tropez. È un vento nervoso, che agli uomini causa gli stessi sbalzi d’umore che le donne hanno prima delle mestruazioni. Parole di marinaio che io riporto fedelmente.

Questo colpo di maestrale portò il vecchio pescatore Marius, che accompagnava Gritti, a dedicare un pensiero di compassione agli enfants de l’île. Gritti, incuriosito e ignaro di tutto, lo interrogò a proposito di questi bambini e fu così che venne a conoscenza della storia del bagno penale per minori istituito da Napoleone III sull’isola, rimasto aperto ed attivo per ben 19 anni. Gritti impirgò dei lustri a fare ricerche negli archivi, ad indagare, a ricostruire accuratamente la vicenda dei giovani carcerati. Poi, per caso o per destino, un giorno ebbe inaspettatamente accesso alla parte militarizzata dell’île e poté così visitare il sito militare che fu eretto sulle vestigia del bagno penale. Si recò dunque al cimitero in cui 99 giovani internati, all’incirca il 10% della popolazione della colonia agricola, furono seppelliti durante i vent’anni di attività di questo luogo orribile. La colonia penale vide rinchiusi tra le sue mura non solo piccoli delinquenti, ma anche semplici orfani, giovani vittime di pedofili scappati dai loro aguzzini, bambini ridottisi a rubare per fuggire alla fame, figli di prostitute o fanciullini considerati di troppo da genitori che avevano già molte bocche da sfamare a casa.
Napoleone III, che fondò anche gli altri famigerati bagni penali di cui ho già parlato nei post sull’affaire Seznec, diede l’autorizzazione alla fondazione di questa “colonia agricola” per svuotare le città dei piccoli gavroches che ne abitavano i bassifondi. Sulla carta erano dei luoghi in cui i giovani potevano apprendere i mestieri di contadino, carpentiere, meccanico, muratore, ma in pratica erano dei campi di lavoro forzato, in cui le condizioni igieniche, la malnutrizione e la mancanza di amore generarono morte, dolore, solitudine e malattia.

Claude Gritti ha scritto questo libro per ridare una voce agli enfants dimenticati, perché la loro storia non vada perduta nel tempo. Tessendo i fatti reali con le vicende personali dei piccoli, da lui inventate e liberamente immaginate, ha creato un racconto commovente, che mi ha toccata nel profondo del cuore. L’autore ha anche fatto erigere una stele a memoria dei giovani che sono deceduti sull’isola e che vi sono ancora seppelliti. Di seguito potete trovare la lista di coloro che riposano sull’île du Levant.

Lo sconosciuto del ghiacciaio: M.M. e gli scii di lusso

Qualche giorno fa sul Corriere della sera è uscito un articolo molto interessante intitolato “Sci di lusso e scarponi francesi –  il giallo di M.M. morto negli anni ’50”.

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Carnet da 60 corse per la funivia ‘Breuil – Plan Maison’

Si tratta di un cosiddetto cold case che di freddo non ha solo la data (il decennio 1950) ma anche il contesto: Plateau Rosa, sopra Cervinia. Il cadavere di questo sconosciuto, le cui iniziali sono M.M. come si evince dagli abiti su cui sono cucite le due lettere, fu ritrovato nel luglio del 2005, a più di 3000 metri di quota. L’evento che fece riaffiorare il corpo fu lo scioglimento del ghiacciaio del Ventina, dalle parti di una località chiamata Cime Bianche.

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Bottoni e orologio appartenenti a M.M.

I resti sono quelli di un uomo alto 175 cm e la cui situazione finanziaria era abbastanza florida: è possibile affermarlo perché l’attrezzatura sciistica ed il vestiario erano di buona qualità e di marca; gli sci modello Olimpique della firma francese Rossignol, bastoncini in metallo (all’epoca un vero lusso), scarponi Le Trappeur di ottima qualità made in France, orologio Omega con numero di serie 11666171, venduto dalla fabbrica l’8 febbraio 1950 alle colonie francesi. M.M. portava occhiali con gradazione per miopia e in tasca, al momento della morte, aveva lire italiane, di un tipo che fu coniato per la prima volta nel 1946.

Un italiano o un francese, questo misterioso M.M.? La polizia ha condotto un’accuratissima indagine, cercando negli archivi delle persone scomparse. Sfortunatamente nella banca dati non c’è nessuno che può essere associato allo sconosciuto: alcun M.M., alcuna denuncia di scomparsa collegabile a questo ignoto.

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Occhiali con correzione per miopia

Il problema è l’orologio: si sa che l’Omega lo spedì verso les colonies. Ma quale delle tante? Guyana? Algeria? Gibuti? Senegal? Costa d’avorio? Tunisia? Pondichéry? Non stiamo parlando di una manciata di isolette, ma di un impero coloniale che ha potuto competere con quello britannico! Restringere il campo è difficile, anche perché i casi della vita sono infiniti: e se quell’orologio fosse stato un regalo di un cugino o di un socio d’affari? Se gli stessi abiti su cui sono cucite le lettere M.M. fossero state prestati da un amico che lo aveva ospitato per qualche giorno?

Una cosa è certa: le ultime ore di questo poveretto devono essere state terribili, al freddo e completamente solo, in balìa della neve e con la certezza della morte davanti agli occhi. Possiamo solo augurarci che la caduta lo abbia fatto spirare sul colpo e che non gli abbia inflitto una lunga agonia in mezzo ai ghiacci.

Mi auguro che la polizia italiana e quella francese vengano a capo di questo mistero e che M.M. trovi presto un nome ed un cognome, un’identità e forse una famiglia che possa dargli sepoltura.