Lo sconosciuto del ghiacciaio: M.M. e gli scii di lusso

Qualche giorno fa sul Corriere della sera è uscito un articolo molto interessante intitolato “Sci di lusso e scarponi francesi –  il giallo di M.M. morto negli anni ’50”.

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Carnet da 60 corse per la funivia ‘Breuil – Plan Maison’

Si tratta di un cosiddetto cold case che di freddo non ha solo la data (il decennio 1950) ma anche il contesto: Plateau Rosa, sopra Cervinia. Il cadavere di questo sconosciuto, le cui iniziali sono M.M. come si evince dagli abiti su cui sono cucite le due lettere, fu ritrovato nel luglio del 2005, a più di 3000 metri di quota. L’evento che fece riaffiorare il corpo fu lo scioglimento del ghiacciaio del Ventina, dalle parti di una località chiamata Cime Bianche.

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Bottoni e orologio appartenenti a M.M.

I resti sono quelli di un uomo alto 175 cm e la cui situazione finanziaria era abbastanza florida: è possibile affermarlo perché l’attrezzatura sciistica ed il vestiario erano di buona qualità e di marca; gli sci modello Olimpique della firma francese Rossignol, bastoncini in metallo (all’epoca un vero lusso), scarponi Le Trappeur di ottima qualità made in France, orologio Omega con numero di serie 11666171, venduto dalla fabbrica l’8 febbraio 1950 alle colonie francesi. M.M. portava occhiali con gradazione per miopia e in tasca, al momento della morte, aveva lire italiane, di un tipo che fu coniato per la prima volta nel 1946.

Un italiano o un francese, questo misterioso M.M.? La polizia ha condotto un’accuratissima indagine, cercando negli archivi delle persone scomparse. Sfortunatamente nella banca dati non c’è nessuno che può essere associato allo sconosciuto: alcun M.M., alcuna denuncia di scomparsa collegabile a questo ignoto.

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Occhiali con correzione per miopia

Il problema è l’orologio: si sa che l’Omega lo spedì verso les colonies. Ma quale delle tante? Guyana? Algeria? Gibuti? Senegal? Costa d’avorio? Tunisia? Pondichéry? Non stiamo parlando di una manciata di isolette, ma di un impero coloniale che ha potuto competere con quello britannico! Restringere il campo è difficile, anche perché i casi della vita sono infiniti: e se quell’orologio fosse stato un regalo di un cugino o di un socio d’affari? Se gli stessi abiti su cui sono cucite le lettere M.M. fossero state prestati da un amico che lo aveva ospitato per qualche giorno?

Una cosa è certa: le ultime ore di questo poveretto devono essere state terribili, al freddo e completamente solo, in balìa della neve e con la certezza della morte davanti agli occhi. Possiamo solo augurarci che la caduta lo abbia fatto spirare sul colpo e che non gli abbia inflitto una lunga agonia in mezzo ai ghiacci.

Mi auguro che la polizia italiana e quella francese vengano a capo di questo mistero e che M.M. trovi presto un nome ed un cognome, un’identità e forse una famiglia che possa dargli sepoltura.

 

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Mademoiselle Maupin, la miglior spadaccina del ouest

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Segnatevi questo nome: Julie d’Aubigny. Poco conosciuto, forse, magari perché è passata alla storia come Mademoiselle Maupin. Se non vi dice niente nemmeno sotto questo pseudonimo, De amore gallico corre subito ai ripari parlandovi di questo personaggio davvero fuori dell’ordinario.

Lo scrittore Théophile Gautier, il papà di Gargantua e di Pantagruel, si ispirò alla sua vicenda per scrivere il romanzo “Madeleine de Maupin”. Non l’ho letto ma l’ho inserito nella lista dei libri da affrontare presto o tardi. Per quello che riguarda l’attendibilità delle notizie qui di seguito riportate, ho controllato il volume “La Maupin (1670-1707), sa vie, ses duels, ses aventures” di G. Letainturier-Fradin, il blog Savoirs d’Histoire ed il sito The adventures of Maupin. Tutte le fonti fanno fatica a separare la leggenda dalla storia, ma immagino che ai lettori di De amore gallico questo non dispiacerà.

Nacque nel 1670 in una famiglia vicina alla corte di Versailles: suo padre era segretario del palafreniere reale, il Conte d’Armagnac. Prima che l’educazione à la graçonne diventasse di moda grazie a Lady Oscar (sto scherzando, ovviamente), Julie d’Aubigny fu istruita dal padre in molte discipline quali la danza, la musica, il disegno, le lettere e non in ultimo la scherma. Il genitore fece appello ai migliori spadaccini di Francia perché la fanciulla potesse apprendere a difendersi e a maneggiare sapientemente le armi.

Era bella, di corporatura atletica, con gli occhi azzurri e i capelli castano chiaro. Crescendo sviluppò un carattere forte e indomito che intrigò il Conte di Armagnac il quale ne fece la sua amante. Era molto giovane, quando questo accadde, talmente giovane che aveva a malapena quindici anni quando lo stesso Conte la diede in sposa, per comodità, ad un tale sieur de Maupin, un funzionario mite e ubbidiente che fu prontamente trasferito in provincia ad espletare le sue funzioni amministrative. Ciò senza portar con sé la moglie, la quale lo aveva abilmente convinto a lasciarla in città a menar la vita che pareva a lei.

Libera da vincoli e doveri, Mademoiselle Maupin, come iniziò a farsi chiamare, sembra si innamorò di uno spadaccino fuorilegge di nome Sérannes che riuscì a batterla in un duello. I due, in preda al colpo di fulmine, scapparono nel sud della Francia perché lui era un ricercato e Parigi non era più un luogo sicuro. Lei ne approfittò per vestirsi da uomo.

Sebbene non vi siano documenti che provino la presenza di Mademoiselle Maupin a Marsiglia, sembra che, a causa dell’indigenza in cui i due fuggiaschi si trovarono, Julie pensò bene di guadagnare un po’ di spiccioli cantando e dando spettacolo per le vie di Marsiglia. Il successo fu tale che fu chiamata ad esibirsi all’Opéra.
Sempre secondo la leggenda, durante il periodo trascorso nel midi, Mademoiselle Maupin, vestendo i suoi famigerati abiti maschili, ebbe una liason con una nobile fanciulla del posto. La famiglia della dulcinea, scandalizzata da questo amore omosessuale, fece rinchiudere in un convento la giovanetta. Ma la passione che legava le due ragazze era tale che Julie si finse novizia per penetrare nel convento e continuare la relazione amorosa con l’oggetto dei suoi sospiri. Il piano per fuggire dal monastero fu poi assai rocambolesco: disseppellirono una suora che era appena stata tumulata, misero il cadavere nel letto di Maupin, appiccarono il fuoco alla cella e, approfittando del tumulto generato dall’incendio, se la diedero a gambe.

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La storia d’amore finì così, con la giovane che tornò in seno alla famiglia e Julie che si diede alla macchia, alla volta di Parigi. Lungo il tragitto incappò in un nobile, tale Louis-Joseph d’Albert de Luynes che, prendendola per un ragazzo, gli disse qualcosa che alla Maupin non andò giù. Fu la volta di un nuovo duello galeotto. Scoperta la vera identità della Maupin, de Luynes se ne innamorò e i due divennero amanti. L’idillio ebbe vita breve, ma lasciò campo ad una duratura amicizia epistolare testimoniata dalle numerose lettere ritrovate nei carteggi del nobile cavaliere.

L’incontro che cambiò il destino di Julie fu quello con il cantante d’opera Gabriel-Vincent Thévenard. Lui ne divenne il pigmalione, istruendola e migliorando le sue doti canore. La introdusse poi all’Opéra, al tempo conosciuta come Accademia Reale di Musica. La sua voce da contralto le valse il debutto nel ruolo di Pallade Atena nell’opera Cadmus et Hermione del Lully. Il successo fu enorme e la sua carriera operistica condita dalla sua stravaganza le valsero una grande popolarità.

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Durante la sua permanenza all’Opéra i litigi coi colleghi furono innumerevoli: gelosie e passioni fungevano da micce per esplosioni plateali che culminavano con duelli arditi. Si innamorò della bellissima soprano Fanchon Moreau, amante del Gran Delfino di Francia. La cantante rifiutò le avances di Julie, la quale si disperò a tal punto che tentò il suicidio.

Ma la terrible Maupin si rimise presto in carreggiata e tornò a far parlare di sé nel 1692, quando ad un ballo di corte ove era intervenuta vestita da uomo, sfidò e vinse in duello ben tre gentiluomini. I duelli erano fuorilegge e affrontarne ben tre sotto il naso del re significava una cosa sola: darsi nuovamente alla fuga.

Julie riparò a Bruxelles e lì rimase, invischiata in una relazione col principe elettore di Baviera Massimiliano Emanuele, fino all’anno seguente, quando rientrò a Parigi trionfalmente, riprendendo il suo posto al teatro dell’Opéra. Passarono degli anni in cui la Mupin fece sempre parlare di lei, salvo poi innamorarsi perdutamente della magnifica Marchesa di Florensac. La loro storia d’amore durò a malapena due anni e fu spezzata dall’improvvisa morte della Florensac. Annichilita dal dolore e annientata dalla perdita, la Maupin si ritirò dalle scene e dalla vita pubblica e morì due anni dopo, nel 1707, all’età di trentaquattro anni. Sembra che alla fine si sia riunita al marito, quel povero funzionario inviato chissà dove nella provincia francese dal Conte d’Armagnac.

Che vita, questa d’Aubigny!

Comunicazione di servizio:

i lettori di De amore gallico, pochi ma buoni e soprattutto fedelissimi, avranno notato che di recente scrivo con minor frequenza, limitandomi a tre – quattro articoli al mese. Questo perché da settembre ho affiancato al lavoro anche la ripresa degli studi. Non me ne vogliate, ma continuate a seguire De amore gallico, perché sono sempre alla ricerca di storie, personaggi, tradizioni, fatti e curiosità galliche da raccontarvi, solo con una cadenza più rilassata e meno impegnativa per me.

A presto con un nuovo articolo e tante belle storie da proporvi.

Pillola: bonjour!

Quando ero piccola e guardavo le videocassette di Disney cantavo le canzoni con i personaggi, come qualunque altro bambino o bambina della mia generazione, credo.

Ne “La bella e la bestia” la prima melodia inizia con Belle che gorgheggia in solitudine uscendo di casa per andare al villaggio. Appena entra in paese eccolo che parte:

– Bonjour!

– BoNJoUr!

– BOJOUR!

– bonjour

– Bonjouuuur!

– Ecco il fornaio con il suo vassoio… lo stesso pane venderàààà!

-Bonjour!

– È dal giorno che arrivai che non è cambiato mai…

e via dicendo.

Da piccola credevo che tutti quei “Bonjour” fossero una fantasia, un’invenzione disneyana per fare una bella canzone allegra.

Dopo tre anni in Francia mi sento di dire che in realtà in quella canzoncina di cartone animato c’è un condensato sociologico, uno studio sui mores gallici quanto mai accurato e autorevole.

Perché in Francia tutti dicono “Bonjour!” a tutti, ovunque, sempre. Anche di notte.

È la famosa politesse à la française e, se inizialmente – o anche dopo tanto tempo – può sembrare bizzarro e ridondante, vien da dire che è una norma di civiltà a cui potremmo ispirarci un po’ di più, noialtri.

Bonjour!

Ode alla tapenade

« Cantami, oliva, dell’aglio fragrante
e del cappero verde che infiniti adduce
sapori alla salsina, molti aliti olezza
con generose acciughe sotto sale,
e di olio e prezzemolo nobile pesto
col limone emulsiona (così di Provenza
l’alta cucina si fia), da quando
in aperitivo si degusta saporita tapenade
sul croccante pan francese col divin vino. »

 

La tapenade: croce e delizia. Delizia per chi la gusta, croce per coloro che devono sopportare l’alito del fortunato degustatore. Io, personalmente, la amo, la venero, credo che debba essere esaltata e che non se ne possa mai mangiare troppa. Salsa tipica della Provenza, non è un banale patè di olive, come potreste pensare, ma un sapiente connubio di sapori e di consistenze mediterranee.

Oggi per pranzo ne ho preparata una ciotola e, insieme al pane croccante, è stato l’apice di questa domenica dal tempo incerto e dal maestrale arrabbiato.

 

Voici la recette pour 6 personnes:

200 g d’olives noires dénoyautées
5 filets d’anchois à l’huile
8 petites câpres
1 gousse d’ail
3 cuillères à soupe d’huile d’olive
1 cuillère à soupe de jus de citron

Preparation:

Mettre dans le bol d’un mixeur les filets d’anchois, les câpres, la gousse d’ail hachée, les olives noires, le jus de citron et l’huile d’olive et mixer assez fin.

Bon appetit!

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Pillola: le bidet

Aujourd’hui j’ai envie de envoyer un message très important aux français mais spécialement aux françaises. Le sujet dont je vais vous parler est le bidet.

Je vie en France depuis trois ans, desormais, j’ai assez voyagé en Europe et dans le monde depuis mon adolescence, j’ai etudié les langues, j’ai plongé en cultures et sociétés très differentes de celles d’où je viens, donc je pense de ne pas être une chauvine à la mentalité étroite et arrogante.

J’ai cherché de m’adapter à vos habitudes, au manque de confiture dans le croissants, a votre obsession pour le pain et le beurre, a votre horrible goût pour la pizza avec de l’emmental et du chèvre, j’ai pas réagi de façon méchante à des épisodes desagreables concernants mon accent et votre incapacité de faire attention à l’articulation des mots, votre conviction d’être les meilleurs au monde et d’avoir tout inventé.

Je pense que je pourrais supporter beacoup d’autres choses au fur et à mesure des années. Mais il y a un truc que je ne comprendrai jamais, et c’est le manque du bidet. Je veux que il soit clair que je sais que c’est pas que vous qui n’avez pas l’habitude d’utiliser ce magnifique instrument d’hygiene intime: beaucoup de pays ne l’utilisent pas en général, mais, etant expat en France, c’est a vous que je m’adresse, surtout parce que il parait que c’est vous qui l’avez inventé, ou bien, vos prostitués. Le bidet c’est un sujet sensible pour les italiens expatriés, ou, comme vous nous appelez, les Ritals.

Bon, j’arrête de vous faire perdre du temps et je vous demande, chères françaises, comment vous vous lavez le vagin pendant vos règles? Vous vous faites la douche? Mais est-ce-que vous vous faites la douche toute le fois que vous devez vous changer de serviette, c’est à dire 4 ou 5 fois par jour? Combien d’eau vous gâchez en faisant ça? Oui, je sais que il existe les lingettes humidifiées, mais ça pollue, toutefois comme les serviettes, c’est pour ça que il faudrait convertir tout le monde à la coupe menstruelle. En tout cas, il ne s’agit pas que des femmes et de leurs règles: quand vous les français avez la diarrhée comment vous faites pour vous nettoyer les fesses? Et les pieds? Vous le lavez pas?

Je vous raconte cet anecdote: une fois je devais faire une visite gynécologique en sortant du boulot, donc après toute une journée sans le confort d’une douche. J’ai du m’arrêter chez la mamie de mon compagnon, qui vit dans une vieille maison avec bidet pour pouvoir me rafraîchir avant d’aller m’enlever les culottes face au medecin. Elle est la seule personne que je connais ici en France à avoir un bidet chez elle. On dirait une perle rare!

Bref, aujourd’hui je me suis trouvée en détresse à cause du manque de bidet. J’ai fait aussi une petite crise de nerfs, parce que je trouve le manque de bidet un manque de civilisation.

C’est pour ça que j’ai décidé de faire un post si personnel sur mon blog, en français, même si je maîtrise pas trop le français écrit et la bonne syntaxe, parce que je voudrais que ce sujet soit un peu plus discuté et que peut être vous preniez en considération l’idée de returner aux bonnes habitudes de vos prostituées.

L’Hermione a Tolone, la plus belle de la rade

Sulla fregata Hermione scrissi a suo tempo un articolo in cui spiegavo di quale straordinario progetto di archeologia e filologia navale si trattasse. Il link per rileggerlo lo trovate qui. E già che ci siamo metto anche il link per un altro articolo al sapore di mare, in cui si parla delle superstizioni dei navigatori francesi. Casomai ve li foste persi per strada.

Ieri pomeriggio sono stata a Tolone a vedere dal vivo la splendida Hermione. Armata del mio tricorno da capitano settecentesco e abbigliata in blubiancorosso, ho potuto avvicinarmi a questo capolavoro di ingegneria e di filologia. Una bellezza mozzafiato, che mi ha catapultata dritta tra le pagine di Capitani Coraggiosi, Gordon Pym, L’isola del tesoro, Il corsaro nero, Peter Pan e La tigre di Mompracen. Purtroppo i biglietti per salire a bordo erano tutti esauriti, corpo di mille balene, ma al prossimo scalo non mancherò di prenotarmi per tempo, e mi ci fionderò sopra vestita da ufficiale della marina borbonica.

Intanto accludo qualche foto scattata dal molo.

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Lo so, sono solo quattro, ma nelle altre ci sono sempre io con il volto estasiato e non mi sembrava il caso di pubblicarle.

A presto, lupi di mare!

Il caso Seznec: 95 anni dopo è ancora mistero (parte 1)

Di recente il caso Seznec è balzato nuovamente agli onori della cronaca perché, dopo ben 95 anni, sembra essere ancora aperto. Anche se ci fu una condanna, scontata, e ben quattordici tentativi di revisione tutti con risultato nullo, gli eredi Seznec non si danno pace e continuano le ricerche del corpo di Pierre Quémeneur. Di recente, delle ossa sono state ritrovate nella casa dei Seznec, anche se gli esami non hanno dato risultati utili per la risoluzione dell’affare.

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I casi giudiziari sono materia molto affascinante. L’affaire Dreyfus, per esempio, è il caso francese più conosciuto nel mondo e quasi ogni studente lo conosce per via del coinvolgimento degli intellettuali del tempo a difesa dell’ufficiale ebreo ingiustamente accusato. Ora, il caso Seznec non ha gli ingredienti di antisemitismo e di spionaggio, non ci furono grandi menti che si esposero per l’ipotesi di colpevolezza o di innocenza. Ma è estremamente interessante e varrà la pena parlarne in modo dettagliato.

Le fonti da cui ho attinto le notizie e che se volete potete consultare voi stessi sono: il libro “Pour en finir avec l’affaire Seznec” di Denis Langlois, il sito France Justice, il sito della rivista Le Point, Wikipedia per la cronologia, anche se Wikipedia stessa è un riassunto esaustivo della vicenda, Le Monde e alcuni documentari che ho trovato online.

Cominciamo con il quando: maggio 1923. Dove? Tra Rennes, Morlaix e Houdan (Bretagna e Ile-de-France). Chi? Guillaume Seznec e Pierre Quémeneur sono i due protagonisti della vicenda.

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In questa prima parte parlerò di Guillaume Seznec e della sua storia personale, che tanto peso ebbe in sede di processo.
Nacque il 1 maggio 1878 a Finisterre da una famiglia contadina.

France Justice riporta dettagli interessanti sulla sua infanzia:

 La malédiction qui le guettait dès son plus jeune âge n’allait pas tarder à entrer en scène. Le secrétaire de mairie qui enregistra la naissance de l’enfant l’affubla d’un mauvais prénom (Joseph – qui ne devait être que son deuxième prénom). On continua cependant à l’appeler Guillaume. Six ans plus tard, nouvelle erreur du préposé ! L’enfant fut déclaré officiellement mort le 28 décembre 1884, à la place de son jeune frère Hervé, décédé à vingt-trois mois des suites d’une grave maladie.

Curieux et inquiétant présage : pour les Bretons, porter dès sa naissance un autre prénom que le sien et décéder à la place de son frère ne peut que porter malheur. Pour une fois, ces superstitions allaient amplement se justifier.

La maledizione che lo seguiva sin dalla più giovane età non tardò ad entrare in scena. Il segretario del municipio che registrò il suo atto di nascita gli affibbiò il nome sbagliato (Joseph, che doveva essere solo il suo secondo nome). Nonostante ciò la famiglia lo chiamò sempre Guillaume (ed è così che viene ricordato n.d.a.). Sei anni dopo ci fu un nuovo errore dell’addetto municipale: Guillaume fu dichiarato morto erroneamente, al posto si suo fratello Hervé, deceduto a ventitré mesi a causa di una grave malattia.

Curioso ed inquietante presagio: per i bretoni portare alla nascita un nome diverso da quello dato dai genitori e morire al posto del proprio fratello non può che portare sfortuna. Per una volta queste superstizioni sarebbero state ampiamente giustificate.

Il padre lo lasciò orfano molto presto e Guillaume Seznec crebbe con la madre che diresse la fattoria con polso e abilità. Il giovane Seznec non ebbe successo negli studi e si volse presto alla meccanica, che lo appassionava moltissimo. Forse è per questo che, dopo aver sposato Marie-Jeanne Marc nel 1906, aprì un laboratorio di vendita e riparazioni di biciclette a Plomodien. Nel 1908 consacrò un periodo di qualche mese al servizio militare a Chateaulin. Nel novembre di quell’anno ricevette la notizia che la moglie, incinta, aveva appena partorito una bambina, Marie. Appena arrivato al villaggio si accorse che il fienile accanto a casa e al negozio era andato a fuoco. Si precipitò chez lui per salvare la moglie, la figlia e pochi averi dalle fiamme che si stavano espandendo e in quell’occasione si ustionò al volto e alle mani, cosa che gli lasciò delle cicatrici che lo resero facilmente riconoscibile.

L’assicurazione li risarcì per i danni dell’incendio e con i soldi ricevuti la famigliola, che nel 1910 contava quattro membri con la nascita di Guillaume, aprì una nuova attività: una lavanderia a Saint-Pierre-Quilbignon. Altri due bambini vennero al mondo: Jeanne e Albert.
Allo scoppio della prima guerra mondiale Guillaume Seznec fu riformato: le ustioni che aveva riportato a causa dell’incendio lo tennero accanto alla sua famiglia, ma nonostante ciò il conflitto ebbe delle ripercussioni sulla sua vita, perché alla sua lavanderia fu affidato il compito di prendersi cura delle uniformi di tutta la guarnigione della città di Brest. Nonostante ciò, Seznec sentiva di non fare abbastanza per il suo paese e volle partire comunque come volontario, per un anno, alla fabbrica di polvere da sparo sull’isola di Ouessant, al largo della Bretagna. Di questo fatto c’è solo la testimonianza di suo nipote Denis, figlio di Jeanne.

Mentre la lavanderia continuava ad andare a gonfie vele, la famiglia si trasferì a Morlaix dove Seznec decise di fare un ulteriore investimento e di acquistare una segheria. Grazie a questa impresa, lo status sociale dei Seznec si consolidò. La guerra stava volgendo al termine, gli americani erano arrivati in Europa e questo significava maggiore circolazione di denaro: le truppe statunitensi pagavano tre volte quello che dava l’esercito francese, e specialmente saldavano i conti in dollari. La cosa, forse, ispirò Seznec ad intraprendere una nuova via negli affari, la rivendita di automobili Cadillac abbandonate dagli americani al loro ritorno in patria.

Arrivò il 1922 e quell’anno fu decisivo per Seznec: il cognato Charles-Marc gli propose di rilevare la lavanderia e Guillaume accettò. Stilarono un atto di vendita che stabiliva dei pagamenti rateali. Purtroppo, però, quando ancora il passaggio di proprietà non era concluso e il pagamento terminato, la lavanderia andò a fuoco. Essendo Seznec ed il cognato legalmente coproprietari del bene al momento dell’incendio, l’assicurazione risarcì entrambi in parti proporzionali.

Le voci cominciarono a girare: Seznec non era altro che un furbastro che imbrogliava le assicurazioni per intascare i soldi e ripagare i debiti, era un disonesto, un truffatore.

Nel 1922 fece anche la conoscenza di Pierre Quémeneur, l’altro protagonista di questa misteriosa vicenda.

Continua nel prossimo articolo.

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