Il podcast di De amore gallico

Vi siete mai chiesti perché il titolo dell’erede al trono di Francia fosse ‘delfino’? In questo podcast ve lo spiego e vi invito ad iscrivervi alla newsletter di Una parola al giorno, per avere ogni giorno una chicca sulla lingua italiana ed arricchire il linguaggio, lo strumento con cui produciamo i nostri pensieri.

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Buon ascolto!

La Mauresse de Moret: un mistero alla corte di Luigi XIV

Sœur Louise Marie de Sainte-Thérèse, detta la Mauresse de Moret, è un nome avvolto ancora oggi dalle tenebre del mistero più fitto.
Fu una religiosa benedettina di etnia mista, vissuta tra il 1658 circa e il 1730 nel convento di Moret-sur-Loig, non lontano da una residenza reale molto famosa, il castello di Fontainebleau.

Il solo ritratto esistente della Mauresse

Non si conoscono con certezza né la data di nascita né quando e in quali circostanze la donna entrò nel convento. Si sa però che nomi importanti della corte del re Luigi XIV facevano sovente visita alla suora, senza che il motivo di questo illustre andirivieni sia stato delucidato: spiccano tra i vari visitatori della Mauresse de Moret la regina Maria Teresa d’Austria, moglie del re Sole, il Gran Delfino, il Duca di Saint-Simon, Voltaire e molti altri.

Il mistero si infittisce quando fonti storiche attendibili affermano che la casa reale versava donazioni cospicue al convento, un istituto dalla storia umile che non aveva mai ospitato suore di sangue nobile, ed elargiva perfino una pensione regolare alla religiosa.

Finito. Niente, Nisba. Non si sa altro. C’è un’omertà totale sulle sue origini, il che è quantomai intrigante quando si pensa al tipo di relazioni sociali che stavano alla base della vita di corte: ricatti, segreti, pettegolezzi, affaires… il silenzio stampa che è stato tramandato su questa figura, la cui storicità è irrefutabile, risulta molto strano: i fascicoli che normalmente dovrebbero riguardarla sono stati forse rubati dall’archivio del convento e tutto il resto tace.

Nei secoli sono state avanzate diverse teorie, delle più fantasiose a dire il vero, ma gli storici ne hanno scartate la maggior parte per lasciare solo tre carte sul tavolo da gioco: la prima ipotesi è che si tratti di una figlia avuta dal Re Sole con un’attrice di origini africane, la seconda è che la Mauresse sia stata una figlia nascosta di Maria Teresa regina di Francia, la terza è che questa donna fosse semplicemente una figlioccia della coppia di sovrani (la qual cosa sarebbe totalmente ‘innocente’ e non spiegherebbe in alcun modo i misteri legati alla sua figura, all’andirivieni che si creò tra la corte e il convento e al silenzio tombale nella documentazione storica).

Il Re Sole

La prima ipotesi non è affatto peregrina, perché il Re Sole collezionò conquiste a destra e manca, si sa, generando figli illegittimi un po’… a getto continuo, se mi è permessa l’espressione. Tra l’altro Madame la Marquise de Maintenon, che in maniera molto succinta possiamo definire la dama incaricata di occuparsi dei figli illegittimi del re, fece visita alla Mauresse in convento innumerevoli volte. Voltaire stesso scrive a proposito di queste visite e, soprattutto, della somiglianza tra la religiosa e il re. Inoltre è storicamente accertata la presenza di cortigiani e membri del personale del re che avevano origini africane.

Se queste sono solo prove indiziarie, come si suol dire in linguaggio tribunalesco, vi sono degli incartamenti, o meglio, un ammanco di incartamenti di cui la sola traccia è un ritratto di religiosa dalla pelle scura con l’annotazione “Moresque fille de Louis 14”. La carta su cui questi documenti sono stati stampati è molto rara e costituirebbe una prova di autenticità di tale ritratto.

L’annotazione sulla Moresque

La tesi secondo cui la suora fosse una figlia segreta della Regina Maria Teresa è stata molto apprezzata dal pubblico, soprattutto grazie al racconto che ne fa Victor Hugo nel romanzo ‘L’homme qui rit’.
L’idea è che la Mauresse e la principessa Marie-Anne di Francia, terzogenita della coppia reale, vissuta poco più di un mese alla fine dell’anno 1664, siano in realtà la stessa persona. Pare che la principessa Marie-Anne, partorita pubblicamente dalla regina come era uso al tempo, sia morta il 26 dicembre, che la salma sia stata esposta al popolo, come da tradizione, che il cuore sia stato deposto nelle urne reali nella chiesa Val-de-Grace more teutonico e che il feretro sia stato poi tumulato a Saint-Denis come tutti i reali defunti. Solo che questa, secondo i sostenitori della tesi sulla Mauresse figlia della regina, fu tutta una messinscena organizzata usando un altro infante morto in fasce, poverino, per nascondere la verità, ovvero che la bambina partorita dalla regina aveva la pelle nera!

Maria Teresa regina di Francia

Il pettegolezzo correva a corte… i medici cercavano di spiegare la cosa con la passione della sovrana per la cioccolata (proprio così) o col fatto che la regina aveva troppo spesso assistito agli spettacoli del buffone nano e di colore Nabo (il quale poi sparì dalla circolazione, poverino). Gli storici tuttavia sono quasi tutti concordi nell’affermare che questa possibilità sia più adatta alla trama di un romanzo feuilleton che al rigore di un’indagine storica fatta bene.

La terza ipotesi è invece la più noiosa, trattandosi di una spiegazione semplice come quella del rapporto tra padrino e madrina reali con una figlioccia. La sola cosa inedita, per l’epoca, è il colore della pelle della figlioccia in questione.

Io, per quello che vale la mia opinione, credo che si sia trattato di una dei tanti figli illegittimi del Re Sole. Ma resterà per sempre un mistero, come quello della famigerata Maschera di Ferro.

Per approfondire:
https://www.ina.fr/video/CPF86600807 oppure http://une-autre-histoire.org/la-mauresse-de-moret/ oppure https://www.europe1.fr/emissions/Au-coeur-de-l-histoire/les-grands-portraits-dau-coeur-de-lhistoire-la-mauresse-de-moret-2642823 o ancora http://archives.seine-et-marne.fr/louise-marie-therese-1675-1731

‘Interieur d’une cuisine’, il quadro col color di mummia reale

‘Interieur d’une cuisine’ dell’artista alsaziano Martin Drölling

Osservate questo quadretto del 1815 dipinto da un pittore alsaziano di nome Martin Drölling, conservato al museo del Louvre e raffigurante un’innocente scena domestica: due donne, un bambino che gioca con un gattino, una cucina umile ma dipinta senza tralasciare alcun dettaglio, giochi di luce che ricordano i fasti della pittura fiamminga del secolo d’oro. Grazioso.

L’autore del tableau che trovate riprodotto più sopra è abbastanza conosciuto grazie ai materiali che utilizzava per fabbricare i suoi pigmenti.

Ma andiamo con ordine.

Quanto scritto qui di seguito trova conferma in alcuni documenti conservati agli Archives nationales. L’autorevole rivista Beaux Arts riporta perfino il codice di classificazione dei fascicoli in questione: 03 623.

In questi documenti si legge che nell’anno 1793, cioè in piena Rivoluzione e in piena stesura della Costituzione Montagnarda e Giacobina, l’architetto Louis-François-Petit-Radel, membro del Comité de Santé Publique, fu incaricato di disfarsi dei reliquiari posti nella chapelle Sainte-Anne au Val de Grâce. Codesti oggetti contenevano quarantacinque cuori di membri della famiglia reale francese. In effetti non tutte le sacre reliquie della famiglia reale si trovavano a Saint-Denis, tradizionalmente mausoleo dei Borboni di Francia sin dai tempi del Re Sole: il costume del tempo, detto ‘mos teutonicus‘, prevedeva che alcuni organi vitali, come appunto i cuori, venissero asportati per essere conservati altrove e per facilitare la conservazione dei corpi.

‘Violazione delle tombe reali a Saint Denis’, dipinto di Hubert Robert

Per cui, quando Petit-Radel si vide assegnato questo incarico, forte della sua autorità, andò ad impadronirsi di codesti preziosissimi oggetti tutti decorati di smalti pregiati e decise di tenere i contenitori di grande valore per se stesso.

L’episodio di Sainte-Anne au Val de Grâce fa parte di un capitolo oscuro e grottesco della Rivoluzione, quello dell’estumulazione e profanazione delle tombe reali. A Saint-Denis i copri di monarchi come Caterina e Maria de’ Medici, Pipino il Breve, Margherita di Valois, Luigi XIII e Luigi XIV furono riesumati e gettati in una fossa comune adiacente la chiesa.

Se vi state chiedendo che cosa accadde ai reliquiari rubati da Petit-Radel, come già detto, lui si tenne i preziosi oggetti smaltati.

Quanto al loro contenuto…

Petit-Radel vendette i cuori a peso d’oro, ed essi finirono nelle mani di diversi pittori, Martin Drölling incluso. Costui pare entrò in possesso di dodici organi mummificati, tra i quali vale la pena nominare dello di Maria Teresa d’Austria, moglie del Re Sole. Questi cuori furono poi, con molta probabilità, bolliti e trasformati attraverso complessi procedimenti chimici in un colore assi ricercato dagli artisti del passato chiamato ‘nero di mummia’.

Riporto un passo di un articolo molto interessante circa il colore nero pubblicato dal magazine online ‘Stile arte’:

Il nero di mummia è un colore che ha in sé qualcosa di spirituale.

Si tratta di un nero terragno, quasi terra d’ombra, ricavato dalla triturazione e dalla riduzione in polvere di mummie egiziane, prelevate dalle rive del Nilo e contrabbandate in gran quantità in occidente. Già dall’epoca delle crociate si commerciava in mummie, ma soltanto tra il XVII e il XVIII secolo se ne segnala gran commercio in tutta Europa: nelle farmacie si preparava questa polvere ad un altissimo prezzo vendendola come rara medicina. Ciò durò fino alla fine del Settecento, quando in tutte le città del vecchio continente la polvere di mummia veniva prescritta per curare molte malattie dello spirito e dell’anima. Alcuni pittori, come Tintoretto, impegnando le loro fortune, mescolavano e macinavano più sottilmente questa polvere, “più preziosa dell’oro e dei lapislazzuli, per dipingere le loro ultime opere e fare delle opere e di loro stessi un’arte e un nome eterni”. Dal XVIII secolo si iniziò a rispettare le mummie, indirizzandosi verso un altro modo di prelevare “il colore delle tenebre”: ecco il nero di seppia, un succo prelevato dal mollusco marino con un metodo scrupoloso e attento.

Quindi, quell’innocente scenetta campagnola, in cui due donne fanno lavori di cucito e un bambino gioca con un gatto, che avete ammirato all’inizio di quest’articolo, con ogni probabilità è stata dipinta usando colori fabbricati a partire dai cuori di principi e sovrani di Francia.

Di che sentire dei brividi d’orrore percorrervi la schiena mentre andate a riguardare nel dettaglio il quadro in questione!

Diario della quarantena, tra Dantès, crostate di ricotta e 'Memorie di Adriano'

Questo tempo denso e immobile chiamato quarantena, confinement, isolamento o come volete voi, è spunto per ogni sorta di riflessione.

Cerchiamo di combattere la stasi, affannandoci tra telefonate con la famiglia, videochiamate coi colleghi, tutorial per la pizza fatta in casa, Netflix, ‘aperichat’ con gli amici, musica dal balcone, applausi e televisione accesa ad oltranza. Ma tutto ciò non fa altro che allontanarci ancora di più e spingerci sul fondo di quel gorgo nero e soffocante che tutto risucchia chiamato solitudine.

Beata solitudo, sola beatitudo, recita l’adagio. La solitudine liberamente scelta è evasione e viaggio, rifugio per l’anima e sollievo per la testa. Quando imposta, invece, è una fortezza in mezzo ad un’isola lontana lontana. Alcatraz, il Castello d’If… e noi siamo novelli Edmond Dantès, alla convulsa ricerca di una via d’uscita o d’un abate Faria con cui condividere questo tempo appannato e uno scopo, seppur vago.

Ma se invece di ‘combattere’ la quarantena e di sentirla come un peso si iniziasse a considerarla un tempo prezioso che ci è concesso per far cose rimandate da anni o semplicemente sognate? Risistemare la libreria, ricatalogare i libri accumulati e ritrovarne di dimenticati, cambiare la disposizione dei quadri sul muro, spostare l’orientamento della scrivania, preparare una ricetta difficile e laboriosa, truccarsi da Cleopatra, imparare a memoria ‘Le rimembranze’ di Leopardi, guardare ‘Via col vento’, leggere ‘Il conte di Montecristo’, insegnare al proprio cane mosse e giochini divertenti, imparare le regole degli scacchi…

D’altra parte nei quattordici anni di prigionia, Dantès apprende molte cose dall’abate Faria: matematica, filosofia, lingue straniere… da giovane marinaio ingenuo e gentile uscirà trasformato in un colto, affascinante, oscuro gentiluomo che nessuno saprà riconoscere. Che questa quarantena possa essere un periodo di mutazione della nostra mente, in cui da bruchi ci raggomitoliamo in una crisalide di pensieri intrecciati, da cui usciremo fuori come fresche farfalle mentali? Magari!

Io, nel mio piccolo, approfitto di questo momento per affrontare un libro la cui lettura ho troppo a lungo rimandato. Ne ho sempre sentito parlare, lo ho sul comodino da qualche mese, ed ecco, lo sto finalmente leggendo. Ed è molto bello. Inizia con questi versi:

Animula vagula blandula

Hospes comesque corporis,

Quae nunc abibis in loca

Pallidula, rigida, nudula,

Nec, ut soles, dabis iocos…

Che questo confinement sia di breve durata per tutti, ma specialmente, che sia un tempo fruttifero e costruttivo. Restate a casa, fate la vostra parte nella lotta contro il virus, non uscite, chiudete la porta.

Ma aprite un libro.

Aprirete anche il cuore.

Consigli per non annoiarsi in quarantena

#iorestoacasa è la regola da seguire in questo momento, senza se e senza ma. Rispettare le distanze, le norme di sicurezza, adottare pratiche di igiene più approfondita e specialmente evitare i contatti sono comportamenti salvifici che non vanno presi sottogamba.
Io sono in Francia: qui non si è ancora arrivati a misure così drastiche, ma è probabile che presto se ne vedrà la necessità. Sono molto in pena per la mia famiglia e i miei amici.

Nel mio piccolo vorrei contribuire con qualche consiglio di lettura, di ascolto, di visione, per non annoiarsi e cogliere l’occasione di riscoprire autori, romanzi, musica e film, per approfondire, magari iniziare a studiare una nuova lingua o interessarsi a cose che prima d’ora non sospettavate potessero interessarvi. Ecco quindi una miscellanea di tutto quello che io amo e apprezzo: spero vi possa essere utile.

Bon courage à tout le monde. On va s’en sortir!

Film:
– Quel che resta del giorno (regia di James Ivory, con il grande sir Anthony Hopkins e una giovane e già strepitosa Emma Thompson), tratto dall’omonimo romanzo di Kazuo Ishiguro;

– La comunidad – intrigo all’ultimo piano (regia di Alex de la Iglesia, con la favolosa Carmen Maura);

– Nel nome del padre (regia di Jim Sheridan, con quel genio di Daniel Day-Lewis e sempre sua maestà Emma Thompson);

– Angel-A (regia di Luc Besson con Jamel Debbouze, che vi commuoverà);

– Il canto del lupo (regia di Antonin Baudry, con la superstar francese Omar Sy);

– Invito a cena con delitto (regia di Robert Moore con una batteria di interpreti da standing ovation).

Libri:

– ‘Il giro della letteratura in 80 parole’ di Giorgio Moretti e Lucia Masetti;

– ‘Il mercato di San Benedetto’ di Giorgio Moretti e Mauro Aresu;

– ‘La pietra di luna’ di Wilkie Collins;

– ‘La donna guerriera’ di Maxine H. Kingston;

– ‘Perché i pesci non affoghino’ di Amy Tan;

– ‘I Goldbaum’ di Natasha Solomon;

– ‘Il manoscritto incompleto’ di Kamal Abdullah;

– ‘Memorie’ di Giacomo Casanova;

– ‘I libri proibiti’ di Mario Infelise;

– ‘La porta’ di Magda Szabò;

– ‘Storia del ghetto di Venezia’ di Riccardo Calimani.

Mi astengo dal consigliarvi ‘I promessi sposi’, per quanto, se sfogliaste la vostra copia scolastica del romanzo, potreste trovare sorprese nascoste dal tempo che vi riporteranno a periodi più felici e incoscienti, e ‘La peste’ di Camus.

I podcast che vi raccomando sono inoltre ‘Il gorilla ce l’ha piccolo‘, e ‘Espanol automatico con Karo Martinez‘, per ripassare un po’ di scienze, biologia e magari iniziare ad imparare lo spagnolo.

A presto, state distanti e rimanete in casa.

Cavalier d’Eon, l’Orlando francese

Nigel Nicolson definì il romanzo ‘Orlando’ come ‘la più lunga e incantevole lettera d’amore mai scritta’.

Ne sapeva qualcosa, lui, giacché ‘Orlando’ fu scritto da Virginia Woolf per Vita Sackville-West, la quale altri non era che sua madre. Le due scrittrici e intellettuali inglesi del secolo scorso vissero una storia d’amore molto intensa negli anni ’20 e ‘Orlando’ può essere considerato il frutto, il figlio di questo loro amore.

Locandina del film tratto dal romanzo ‘Orlando’, regia di Sally Potter, con Tilda Swinton nei panni del/la protagonista

Chi è Orlando? Un uomo, una donna, è un giovane che vive alla corte della regina Elisabetta I, è una scrittrice innamorata di un lord. Orlando cambia sesso a seguito di un lungo sonno durato una settimana, mentre si trova come ambasciatore in oriente. Vive durante quattro secoli, senza invecchiare, figura che trascorre il mondo e il tempo, eterea e diafana.

Proprio ad Orlando fa pensare il personaggio del Cavaliere d’Eon. Chi era costui?

Vissuto tra il 1728 e il 1810, fu un diplomatico, una spia, uno spadaccino, uno scrittore. Davvero un essere politropo, dal ‘multiforme ingegno’. Ma la cosa che più è avvolta nel mistero e che lo ha quindi fatto passare alla storia è… il suo sesso: uomo o donna?

Charles-Geneviève-Louis-Auguste-André-Thimothée d’Eon de Beaumont nacque a Tonnerre da una famiglia della bassa nobiltà – alta borghesia. Il padre discendeva da una dinastia avvocatesca seminobile, la madre era figlia di un burocrate dell’esercito. Un perfetto mélange di sangue scorreva nelle vene di questo enigmatico personaggio, rendendolo un po’ l’emblema dell’homo novus settecentesco: una figura che sapesse incarnare al contempo la tradizione e la modernità, la storia e i lumi. Non stupisce, dunque, il fatto che fu anche un membro di quell’organismo occulto tra i principali attori della rivoluzione francese: la massoneria.

Esiste effettivamente una biografia di questo personaggio. Fu redatta da tale la Fortelle e potete trovarla qui. La veridicità di quanto vi è affermato è, naturalmente, assai dubbia. Nondimeno costituisce un interessante racconto! Pare che nacque femmina ma che fu cresciuto ed educato come un maschietto perché il padre potesse ereditare la fortuna di famiglia (l’avere un erede maschio fosse la conditio sine qua non). Altrove si legge che d’Eon nacque completamente coperto di membrana fetale, rendendo impossibile il riconoscimento immediato del suo sesso. In altri libri ancora, come la biografia scritta da Gaillardet e che potete consultare qui, si dice che i testimoni della sua nascita, ovvero il dottore e la sage femme, giurarono che si trattava di un maschietto. Insomma, è normale che lo giurassero, se il padre di d’Eon aveva loro promesso una lauta ricompensa, una volta ottenuti i beni di famiglia! Ma lasciamo perdere…

A scuola, il giovane eccelse nelle lingue e dimostrò di avere una memoria prodigiosa. Grande spadaccino, uno dei migliori di Francia, era dotato anche nell’equitazione. Divenuto avvocato, come da tradizione di famiglia, dapprima praticò la professione a Parigi, per poi divenire censore. Era lui a dare l’imprimatur ai testi che trattavano di storia e di letteratura. Nel frattempo creò attorno a se stesso una rete di contatti e di rapporti molto utili ed altolocati, dimostrando grande sapienza in quelle che oggi definiremmo ‘pubbliche relazioni’.

La sua carriera avanzò velocemente: nel 1756, fu spia per conto della società ‘Le Secret du Roi’, che lavorava per il re Luigi XV. Il sovrano lo inviò in gran secreto a trattare per suo conto con la zarina Elisabetta, per tastare il terreno e preparare un’alleanza antiasburgica.

Sembra che il d’Eon sia riuscito ad incontrare in privato la zarina e a discutere con lei usando un semplice espediente: vestendosi da donna ed impersonando Lia de Beaumont, damigella di compagnia e lettrice personale di Elisabetta I di Russia. Questo escamotage non fu casuale. Pare infatti che d’Eon fu assoldato come agente segreto da Luigi XV in persona, il quale, in occasione di un ballo in maschera, fu sedotto da una fanciulla estremamente graziosa che altri non era se non il d’Eon stesso, ma en travesti.

Tornato in Francia nel 1761, prese parte alla guerra dei sette anni come capitano dei dragoni. Il suo coraggio sul campo di battaglia, benché il suo intervento si fosse limitato alle ultimissime fasi, gli valse anche un riconoscimento molto importante: la Croce di San Luigi. Ciò gli fruttò il cavalierato: era nato le Chevalier d’Eon.

Il nuovo capitolo della sua vita si sarebbe svolto in Inghilterra, a Londra, dove lavorò come segretario dell’ambasciatore e come spia: al tempo Luigi XV voleva invadere l’Inghilterra e d’Eon aveva molti documenti e corrispondenze segrete riguardo questo progetto segretissimo.
Divenne poi lui stesso ambasciatore ad interim poiché il suo superiore dovette ritornare in Francia per ragioni di salute. Ecco che il d’Eon aveva raggiunto l’apogeo, l’apice della sua carriera. Da quel momento iniziò la caduta in disgrazia, lenta, graduale, che lo portò fino all’indigenza e alla carcerazione per debiti. La sua vita come ambasciatore fu costellata di successo, lusso, ricchezza, relazioni utili e contatti di prestigio. Feste, eleganza, eccessi… regalava vino di Borgogna, era popolare, ben visto, apprezzato, desiderato. Ma dilapidò in breve tempo il budget dell’ambasciata e, alla sua richiesta di aumentare il plafond, gli fu risposto un secco no.

Un nuovo ambasciatore fu mandato a Londra, allora, e il d’Eon fu declassato e posto in una posizione di minor prestigio. Iniziò a sospettare che il nuovo arrivato lo volesse avvelenare e rubargli i piani segreti che riguardavano la sua missione come spia per conto del re Luigi XV e gli incartamenti sul progetto di invadere l’Inghilterra, piano che il sovrano francese aveva nel frattempo abbandonato. Il fatto che d’Eon li tenesse segreti e che non li abbia mai pubblicati, forse, è stato ciò che gli ha salvato la pelle anche nei momenti peggiori, quando era diventato ormai un personaggio scomodo.

In effetti i rovesci di fortuna del d’Eon nella seconda parte della sua vita sono abbastanza complessi da seguire. Cadde in disgrazia presso la corte londinese così come a quella francese e gli fu garantita dal re di Francia una pensione che non fu bastevole a tenerlo fuori dalle galere d’Albione. Finì dentro per debiti e, per mantenersi e non sacrificare la sua preziosissima biblioteca, composta di libri rari e preziosi e costituita con sacrificio e dedizione per lunghi anni, fu costretto a fare affidamento alle sue sole forze. Mise a frutto il suo proverbiale talento di spadaccino e si diede a duelli a pagamento e tornei di scherma. Vinse la quasi totalità delle competizioni, nonostante l’età che avanzava e gli ingombranti vestiti femminili che gli impedivano movimenti fluidi ed efficaci.

Sì, perché arrivato ad un certo punto della sua vita, il d’Eon volle essere pubblicamente riconosciuto come la d’Eon. Pretese che il governo legittimasse il suo cambio di sesso e al mondo si presentò sempre e solo vestito da donna.

Di fatto il re non aveva nulla da obiettare in proposito, anzi, gli diede pure una somma per finanziare il suo nuovo guardaroba da donna. La d’Eon dunque, ormai in pensione e dedita solo ai duelli e ai tornei di scherma, decise di andare a vivere con una vedova, tale Mrs Cole, e trascorse il resto della sua esistenza portando sottane e crinoline, vivendo felicemente la sua nuova identità fino alla morte, avvenuta nel 1810 a Londra. I medici che esaminarono la salma trovarono degli organi genitali maschili perfettamente sviluppati, sebbene un pomo d’Adamo poco prominente, la mancanza di barba e la figura minuta possano far pensare, oggi, alla sindrome di Kallman o ad altre condizioni affini.

Proprio dalla figura del Cavaliere d’Eon nasce il termine éonisme, nella lingua francese, che designa il desiderio che provano alcuni uomini di vestirsi da donne ed interagire con la società assumendo atteggiamenti tipici del genere femminile.

E se questa storia vi ha fatto pensare anche ad un altro personaggio un po’ più pop e nipponico nonostante i biondi capelli ricci e gli scintillanti occhi azzurri, non vi state sbagliando. Lady Oscar, la rosa di Versailles, è in effetti ispirata al personaggio del Cavaliere d’Eon.

Un classico dell’animazione giapponese che ha fatto ripassare la rivoluzione francese a tanti studenti pigri ma appassionati di manga e anime.

Pillola: candelora, candelora, dall’inverno semo fora… con le crêpes!

Oggi è la candelora, la festa con cui si ricorda la presentazione di Gesù al tempio.

Presentazione di Gesù al Tempio di Hyacinthe Rigaud, 1743, conservato al Louvre

Mio nonno mi raccontava spesso delle processioni dei bambini con le candeline tra le mani, a cui lui prendeva parte durante la sua infanzia, in paese. Questo giorno era usato, nel calendario, per capire se la primavera fosse o meno vicina e se l’inverno fosse sul punto di fare le valigie per andarsene davvero durante il mese di Marzo. Quest’anno c’è solo da chiedersi se l’inverno sia arrivato! La catastrofe climatica è una realtà con cui ci confrontiamo tutti i giorni e io ne soffro molto, personalmente.

Parlando di cose più allegre, forse per distogliere codardamebte la nostra attenzione da questo problema… oggi in Francia le famiglie si riuniranno a tavola per mangiare le crêpes. È una tradizione, infatti, e io sono convinta che le tradizioni, soprattutto quelle culinarie, vadano sempre perpetuate (ma la caccia alla volpe e la corrida andrebbero completamente abolite). Io amo molto le crêpes sarrasin salate col beurre demi-sel (eh no, non sono molto appassionata di Nutella, preferisco la crème de marrons).

Ecco qui una ricetta per fare le crêpes e per festeggiare questo giorno… À la française!

Per 10 crêpes: 330 g di farina di grano saraceno, 10 g di sale grosso, 75 cl d’acqua, 1 uovo. Mescolare la farina e il sale grosso. Con una frusta mescolare la preparazione mentre si aggiunge l’acqua. Aggiungere l’uovo, sempre mescolando bene con la frusta. Lasciare a riposo per un’ora in frigo prima di cuocere la pastella sulla piastra.

Pillola: una selezione di film francesi per la Giornata della Memoria

In occasione della Giornata della Memoria, ecco una selezione di film francesi sulla tragedia della Shoah. Alcuni li ho visti, altri sono ancora sulla mia ‘lista d’attesa cinematografica’.

La chiave di Sara (titolo originale ‘Elle s’appellati Sarah’), regia di Gilles Paquet-Brenner.

Arrivederci, ragazzi (titolo originale ‘Aurevoir les enfants’), regia di Louis Malle.

Un sacchetto di biglie (titolo originale ‘Un sac de billes’), in due versioni: la prima, diretta da Jacques Doillon, del 1975, la seconda, di Christian Duguay, del 2017.

Vento di primavera (titolo originale ‘La Rafle’), di Roselyne Bosch.

Se ne avete altri da suggerirmi, prego, scriveteli nei commenti.