L’epidemia del ballo di Strasburgo del 1518

Quando lavoravo in libreria, mi capitò tra le mani un volume di Jean Teulé. Sulla copertina due scheletri gialli saltellanti, con i radi capelli sparati sul cranio nudo, chiaramente estrapolati da un contesto medievale, catturavano il mio sguardo con frequenza allarmante. Il padrone della libreria lo aveva liquidato come un volume poco avvincente, un’opera minore, trascurabile, deludente di questo autore.

Proprio perché al mio capo non piaceva, io mi ci fiondai sopra con entusiasmo. Fu grazie a questo volume che venni a conoscenza di un fait divers quanto mai bizzarro ed interessante: l’epidemia del ballo di Strasburgo del 1518.


Une étrange épidémie a eu lieu dernièrement
Et s’est répandue dans Strasbourg
De telle sorte que, dans leur folie,
Beaucoup se mirent à danser
Et ne cessèrent jour et nuit, pendant deux mois
Sans interruption,
Jusqu’à tomber inconscients.
Beaucoup sont morts.


Chronique alsacienne, 1519

Nel luglio di quell’anno una donna di nome Troffea si mise a ballare in strada. Nulla di male se non fosse che non smise più, nonostante le suppliche del marito, i piedi insanguinati, i vestiti zuppi di sudore attaccati al corpo. Una settimana dopo l’inizio di questo suo comportamento da invasata, un centinaio di persone, uomini, donne, vecchi, bambini si unirono a lei nel ballo forsennato. In tutto i contagiati furono 400. Pareva una febbre, un’epidemia. I medici del tempo la chiamarono “sindrome del sangue caldo”. Forse doveva semplicemente essere sfogata, come una febbre che faccia sudare per una notte intera. Fu così che le autorità decisero di aiutare i contagiati a sfogare questa follia collettiva, approntando dei palchi scenici e delle orchestrine perché i tarantolati potessero ballare in condizioni di maggiore sicurezza e specialmente accompagnati dalla musica.

Danza della morte – M. Wolgemut

La scena non aveva alcunché di gioioso o di allegro. Le cronache del tempo dipingono tale situazione con tinte fosche, tetre, degne dell’Inferno dantesco. John Waller ha scritto un saggio su questo episodio angoscioso, “The dancing plague”, in cui riporta quanto accadde e scrive di gente stremata, al limite della propria resistenza fisica e che non riusciva a smettere di danzare, come in preda ad una trance ipnotica irresistibile.

La piaga del ballo iniziò a metà estate e si protrasse fino a settembre. Dopo poco tempo la gente iniziò a morire di sfinimento, di disidratazione, di arresti cardiaci, cadendo per terra a causa delle caviglie slogate, dei bacini sciancati. Spiravano circa quindici persone al giorno. Furono tentati benedizioni collettive, esorcismi. L’epidemia si dileguò gradualmente e lasciò nella città stupore generale, sbigottimento e paura che potesse ripetersi.

In realtà questo episodio, come spiega la pagina di Wikipedia, non fu l’unico nella storia. Altre epidemie di danza collettiva avvennero nella regione del Belgio e del Lussemburgo, ma quello di Strasburgo resta l’exploit più conosciuto.

Gli scienziati hanno provato a dare delle spiegazioni alla cosa. Sono giunti alla conclusione che deve essersi trattato di una follia collettiva, un caso di isteria generale e nulla più.

D’altra parte in Italia, nel sud, vi è il tarantismo, una sindrome culturale isterica che nel passato affliggeva prevalentemente le giovani donne nel periodo della mietitura del grano e che era ricondotta al morso della taranta, un ragno velenoso. Questa malattia, che portava cupezza, insofferenza, dolori al ventre, insensatezza e spasmi, era curata dalla società con delle sessioni di ballo (chiamato pizzica o taranta – tarantella) scandito da musica tradizionale, dal ritmo molto sincopato. Come spiega l’enciclopedia Treccani:


Nelle sue linee essenziali il tarantismo si apre con la caduta del soggetto (per lo più femminile) in una condizione di crisi (non identificabile con una forma definita di turba psichica) attribuita al morso di una taranta (anch’essa non identificabile con questo o quel ragno). Al fine di restaurare la condizione normale si dà luogo a una terapia musicale nella quale vengono sottoposte alla tarantata, che versa in uno stato d’inerzia, melodie diverse fino a individuare quella che la stimola al ballo. Questa ‘esplorazione’ musicale è dovuta al fatto che le tarante sono concepite come una pluralità di figure mitiche articolate in categorie diverse, ciascuna delle quali è portatrice di un atteggiamento psicologico definito (tarante “libertine”, se la crisi si presenta con manifestazioni erotiche; “canterine”, se inducono una vistosa tendenza al canto; “tempestose”, se il soggetto palesa atteggiamenti agonistici e di potenza guerriera; “tristi e mute”, se la crisi si presenta con la morfologia degli stati depressivi) ed è legata a una melodia determinata. Dopo l’identificazione della taranta, ha inizio la fase più propriamente catartica. […] L’intero arco esorcistico può durare anche molti giorni, e il suo carattere simbolico è denunciato dal fatto che la crisi si rinnova di norma per molti anni secondo una periodicità calendariale che ne fissa l’insorgenza tra giugno e agosto; questo rinnovarsi è spiegato per lo più con l’idea tradizionalizzata di una “discendenza” lasciata dalla taranta; dopo l’esorcismo ha luogo un rendimento di grazie a s. Paolo.

Pizzicata, Salento
San Vito Martire

Altro paio di maniche il Ballo di San Vito, nome popolare della Corea di Sydenham, tipo di encefalite che provoca spasmi e movimenti incontrollati. Il perché sia popolarmente chiamata così, col nome del santo patrono degli attori e dei ballerini (eh già), è da ricercarsi nell’episodio che vuole San Vito abile taumaturgo che riuscì a placare gli attacchi, forse epilettici, del figlio di Diocleziano, l’imperatore romano. Ecco perché san Vito protegge anche gli epilettici.


Salsicce fegatini 
viscere alla brace 
e fiaccole danzanti 
lamelle dondolanti 
sul dorso della chiesa fiammeggiante 

vino, bancarelle 
terra arsa e rossa 
terra di sud, terra di sud 
terra di confine
terra di dove finisce la terra 

e il continente se ne infischia 
e non il vento 
e il continente se ne infischia e non il vento 
Mustafà viene di Affrica 
e qui soffia il vento d’Affrica 
e ci dice tenetemi fermo 
e ci dice tenetemi fermo 

ho il ballo di San Vito e non mi passa
ho il ballo di San Vito e non mi passa

La desolazione che era nella sera 
s’è soffiata via col vento 
s’è soffiata via col rhum 
s’è soffiata via da dove era ammorsata 
Vecchi e giovani pizzicati 
vecchie e giovani pizzicati 
dalla taranta, dalla taranta
dalla tarantolata 
cerchio che chiude, cerchio che apre 
cerchio che stringe, cerchio che spinge 
cerchio che abbraccia e poi ti scaccia 

ho il ballo di San Vito e non mi passa
ho il ballo di San Vito e non mi passa

dentro il cerchio del voodoo mi scaravento 
e lì vedo che la vita è quel momento 
scaccia, scaccia satanasso 
scaccia il diavolo che ti passa 
scaccia il male che ci ho dentro o non stò fermo 
scaccia il male che ci ho dentro o non stò fermo 

A noi due balliam la danza delle spade 
fino alla squarcio rosso d’alba 
nessuno che m’aspetta, nessuno che m’aspetta 
nessuno che mi aspetta o mi sospetta 

Il cerusico ci ha gli occhi ribaltati 
il curato non se ne cura 
il ragioniere non ragiona 
Santo Paolo non perdona 

ho il ballo di San Vito e non mi passa
ho il ballo di San Vito e non mi passa

Questo è il male che mi porto da 
trent’anni addosso 
fermo non so stare in nessun posto 
rotola rotola rotola il masso 
rotola addosso, rotola in basso 
e il muschio non si cresce sopra il sasso 
e il muschio non si cresce sopra il sasso 

scaccia scaccia satanasso 
scaccia il diavolo che ti passa 
le nocche si consumano 
ecco iniziano i tremmori 
della taranta, della taranta 
della tarantolata…

Vinicio Capossela
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L’affaire dei veleni: scandalo nella Francia del XVII secolo – parte seconda

Quando la Marchesa dei veleni fu giustiziata a Parigi, il 17 luglio 1676, l’attenzione degli inquirenti si volse ad altre morti sospette avvenute negli anni precedenti: la rete di avvelenatori poteva essere più grande di quanto si fosse sospettato in un primo momento, la “polvere della successione” poteva aver mietuto vittime a iosa.

Un certo Perrin, avvocatucolo di scarso successo, invitato ad una cena ben innaffiata di buon vino, udì tale Marie Bosse, conosciuta per le sue doti d’indovina, vantarsi poco prudentemente del successo della sua professione segreta, quella di avvelenatrice. Perrin, che conosceva Desgrez, uno dei poliziotti incaricati di investigare sulla rete di avvelenatori, riferì subito quanto appreso. Gli inquirenti scoprirono che la Bosse aveva fornito veleni alle mogli di numerosi parlamentari. Arrestata, Marie Bosse, in un estremo tentativo di difesa, indicò come vera responsabile una certa La Voisin.

La Voisin

Costei è passata alla storia con questo pseudonimo, ma in realtà si chiamava Catherine Deshayes, vedova di un certo Montvoisin o Monvoisin, gioielliere finito in bancarotta. Per sostentare la famiglia, aveva iniziato a lavorare come chiaroveggente, cartomante, chiromante e maga. Vendeva amuleti misteriosi, aiutava le donne ad abortire, dispensava polveri afrodisiache, organizzava messe nere. Fu arrestata il 12 Marzo 1679. Dalle sue confessioni si risalì a nomi illustri, personaggi in vista come le nipoti del Mazarino e Madame de Montespan, la favorita di re Luigi XIV, la quale aveva partecipato alle messe nere della La Voisin officiate tra gli altri anche dal noto prete scomunicato e occultista Étienne Guibourg.

Egli era un prete immorale che aveva mantenuto per lungo tempo un’amante con la quale aveva generato diversi figli e che si era poi dato all’occultismo e alle magie nere. Il suo nome è legato all’alchimia, alla chimica e alle messe blasfeme officiate in nome del diavolo, con spargimento di sangue innocente (bambini appena nati o nati prematuri) e altri elementi maligni. Codesti rituali oscuri e orribili, codeste blasfemie violente erano realizzate dalla Montespan con l’intento di diventare amante del re, al quale effettivamente diede ben sei figli, essendogli legata per lungo tempo. Successivamente la nobildonna aveva tramato, sempre con La Voisin, per uccidere il re: il sovrano infatti aveva cambiato favorita e messo in un angolo la Montespan. Purtroppo per le due congiurate, l’avvelenamento reale era fallito per una serie di circostanze fortuite: il foglio su cui era stata vergata una petizione da sottoporre al re, intriso di veleno, non gli era arrivato nelle mani poiché il giorno prescelto per l’assassinio la folla presente all’udienza ed il numero di petizioni presentate a sua maestà erano notevoli. Il sovrano non ebbe il tempo di occuparsi della finta petizione, e quindi la congiura fallì. L’arma del delitto fu poi bruciata dalla figlia della La Voisin.

Madame de Montespan, la favorita del Re Sole

Lo scandalo dei veleni in ogni caso si era rivelato così esteso e così complesso che fu istituito un tribunale speciale chiamato “Camera Ardente”. In tre anni di attività questa corte speciale emanò ben trentasei condanne a morte, trentadue ergastoli e trentaquattro bandi di esilio. In tutto questo bailamme, la Montespan restò immune e non venne mai sottoposta a processo: il re, sebbene non più innamorato, la preservò dal giudizio della Camera Ardente e, anni dopo la conclusione del fatto, ordinò la distruzione di tutti gli atti processuali. Gli incartamenti furono distrutti, ma tracce ne restarono un po’ ovunque, tanto che gli storici sono riusciti a ricostruire la vicenda con accuratezza.

Finisce qui la narrazione o piuttosto il riassunto di un capitolo assai misterioso della storia di Francia. Molti sono gli enigmi irrisolti, i misteri e le bizzarrie che si celano tra le pieghe del tempo. Non resta che tentare di sbrogliare queste matasse avviluppate di nebbia e leggenda!

L’affaire dei veleni: scandalo nella Francia del XVII secolo – parte prima

Marchesa Marie-Madeleine Dreux d’Aubray. Un nome poco noto.

Eppure c’è stato un tempo in cui la donna era sulla bocca di tutti, in Francia.

31 luglio 1672: Godin de Sainte-Croix, ufficiale di cavalleria, muore accidentalmente. Pieno di debiti fino al collo, i suoi creditori domandano autorizzazione ufficiale per un inventario dei suoi beni. Tra gli averi del defunto viene trovato un scrigno rosso contrassegnato da un avviso:


” à n’ouvrir qu’en cas de mort antérieure à celle de la Marquise

Questo scrigno, aperto proprio perché il capitano di cavalleria era morto prima della nobildonna, contiene cose molto interessanti: il diario personale della d’Aubray, delle lettere d’amore scritte dalla marchesa e al Sainte-Croix indirizzate (erano infatti amanti), obbligazioni controfirmate dalla dama in date successive alla morte del padre di lei e alcune fiale piene di veleno.

Fu questo il casus belli del cosiddetto affaire des poisons, lo scandalo dei veleni che scosse l’opinione pubblica francese durante il regno di Luigi XIV.

La Marchesa d’Aubray

Il Sainte-Croix e la d’Aubray erano stati amanti per tanto tempo: avevano condotto una vita dissoluta e dispendiosa che aveva macchiato la reputazione della donna e quella dei suoi familiari i quali si opponevano a questa unione adulterina. Curiosamente non era il marito di lei, Antoine Gobelin, marchese di Brinvilliers, a disapprovare la liason, ma il padre della nobile, Antoine d’Aubray.

Vi si opponeva così strenuamente che nel 1663 fece “imbastigliare” il Sainte-Croix per sei settimane. Non poteva sapere che, così facendo, aveva firmato la sua condanna a morte. L’amante della figlia, infatti, strinse un sodalizio col suo misterioso compagno di cella, tale Nicolò Egidi, un chimico e avvelenatore italiano passato alla storia con lo pseudonimo di Exili. Da costui, il Sainte-Croix apprese numerose nozioni di alchimia e chimica, destreggiandosi nell’arte della preparazione di veleni.

Una volta uscito dalla Bastiglia, ritrovò la sua amante e la introdusse a questo suo nuovo passatempo, per il quale ella si rivelò particolarmente dotata.

Fu l’inizio di un’ecatombe: dapprima la marchesa si esercitò sui malati in ospedale, sperimentando le dosi ed annotando accuratamente effetti collaterali, tempi di agonia, eventuali tracce lasciate dalle polveri di arsenico nell’organismo e il verdetto dei medici quando il malato spirava.

Dopo aver fatto pratica, la donna si volse ai suoi familiari ai quali somministrò quella che fu poi soprannominata “la polvere della successione”: dapprima il padre, poi i due fratelli e la sorella. L’eredità dei Brainvilliers sarebbe stata tutta sua e coloro che si opponevano alla sua focosa relazione col Sainte-Croix sarebbero stati tolti di mezzo. Il marito, occupato con le sue amanti a sua volta e sospettoso nei confronti della moglie, molto prudentemente fece finta di nulla e abbandonò Parigi per rifugiarsi nelle terre di famiglia e lasciare la consorte al suo amante alchimista.

Tuttavia la cosa fu scoperta quando il Sainte-Croix, mascalzone ricattatire, tirò le cuoia e fece ritrovare tra i suoi beni il famoso cofanetto rosso. Alla marchesa non restò che fuggire via lontano, nella speranza di scampare dalla mannaia della giustizia.

Ritratto della Marchesa durante il processo

Fu acciuffata in un convento nei pressi di Liegi, torturata con l’ingestione forzata d’acqua e il cavalletto, processata e condannata a morte. La donna non confessò mai, nemmeno durante i supplizi a cui fu sottoposta durante la prigionia, e si comportò sempre con un fare degno di una innocente: pacata, pietosa nei confronti di tutti coloro che la circondavano in prigione, dignitosissima. Presto si diffuse la voce, sostenuta dal prete confessore che si occupò di lei, che in realtà la d’Aubray fosse una santa, una martire, ingiustamente accusata e condannata. Ma nemmeno queste voci poterono risparmiarle il patibolo: la donna fu decapitata con la spada nel 1667. Il suo corpo fu cremato e le ceneri sparse.

Fu così che iniziò l’affare dei veleni che scosse Parigi tra il 1670 ed il 1680.

Fine prima parte

La contessa delle tenebre, un enigma tuttora irrisolto

Hildburghausen, Turingia, 7 febbraio 1807: una coppia misteriosa fa la sua apparizione per le strade della città. Lui è alto, lei è di nero vestita, il volto completamente occultato da un velo scuro.

L’uomo si presenterà come Vavel de Versay, nobile e diplomatico olandese. Sulla sua compagna nemmeno una parola, neanche quando si trasferiranno nel castello d’Eishausen, dove la coppia misteriosa soggiornerà per trent’ann, né more uxorio, né sotto il sacro vincolo, ma semplicemente come coinquilini. Tre decadi in cui lei riuscirà a mantenere il riserbo totale sulla sua identità e sulle sue fattezze, tanto da essere conosciuta esclusivamente col soprannome di Comtesse des ténèbres, Dunkelgräfin in tedesco, la contessa delle tenebre.

Quando la donna morì, la sua identità continuò ad essere protetta: fu tumulata non nel cimitero né nella chiesa della città, bensì nel giardino del castello di Eishausen, con una stele completamente anonima. Il de Versay la seguì al Creatore otto anni dopo, disseminando l’informazione, sicuramente falsa, che la donna si fosse chiamata Sophie Botta e che fosse stata una nobile originaria della Vestfalia. Il problema è che tale nome non risulta in nessun registro parrocchiale, in nessun albo nobiliare della regione.

Fu così che si diffuse una voce, un sospetto: forse che la contessa delle tenebre…? Ma no, impossibile! Ma sì, ti dico, è lei! Chi te lo ha detto? L’ho saputo in città, notizie fresche da Parigi. Seh, fosse stata davvero lei allora sarebbero venuti a prenderla anni fa per tagliarle la testa, ti pare? Ma se l’hanno lasciata andare per uno scambio di prigionieri…!

Maria Teresa dipinta da Fuger

Insomma, sembra che la misteriosa donna fosse in realtà Maria Teresa Carlotta di Borbone-Francia, figlia di re Luigi XVI e di Maria Antonietta. Quando fu rilasciata dalle autorità repubblicane per uno scambio di prigionieri con Vienna, nel 1795, aveva diciassette anni ed era molto provata dalla tragedia che si era abbattuta sulla sua famiglia (sembra che avesse anche subito uno stupro durante la reclusione); la carrozza che l’attendeva fuori dal Tempio, dove aveva trascorso tutto il tempo della sua atroce detenzione, l’avrebbe portata in Austria, dagli Asburgo, i parenti della madre. Tuttavia la leggenda vuole che a metà strada Maria Teresa abbia fatto un patto con la sua amica Ernestine Lambriquet, figlia della sua tutrice a corte, affezionata compagna di giochi nel tempo dell’infanzia e, forse, figlia illegittima di Luigi XVI. Secondo questa versione dei fatti, la Lambriquet avrebbe assunto l’identità di Maria Teresa e come tale si sarebbe presentata dagli Asburgo, alla cui corte avrebbe vissuto in esilio, soprannominata Madame Royale, per poi sposare il cugino germano Luigi Antonio di Borbone-Francia, erede del ducato di Angoulême, dando vita ad una discendenza legittima di pretendenti al trono francese e diventando il simbolo della Restaurazione post-napoleonica.

Maria Teresa, invece, afflitta dagli orrori della rivoluzione, traumatizzata, stanca della vita pubblica, si sarebbe ritirata in Turingia nell’anonimato assoluto, dando vita poi alla leggenda della Contessa delle tenebre.

Nel 2013 è stata eseguita l’esumazione della Dunkelgräfin; i resti disseppelliti sono poi stati sottoposti all’analisi del DNA e i risultati hanno rivelato che la donna non era legata in alcun modo né ai Borbone né agli Asburgo.

Escludere questi legami familiari non chiarisce però né perché questa donna abbia vissuto nell’anonimato totale, né perché sia stata seppellita in terra sconsacrata e alla chetichella.

Contessa delle tenebre, chi sei stata?

L’ultimo duello avvenuto in Francia

I duelli son roba da romanzi cappa e spada, quella letteratura feuilleton, d’appendice, da me sempre amata profondamente. Ah, D’Artagnan!

Che siano affrontati con spada o con pistola, rimangono degli eventi alquanto pittoreschi, per noi gente del XXI secolo. La scena è sempre la seguente: un affronto, un’offesa o un insulto che macchiano l’onore, il guanto della sfida che viene lanciato e la frase: “Fatemi sapere quando vi aggrada di più incontrarmi fuori le mura, messere!” e la risposta: “Con molto piacere, messere!”

La scelta del secondo, la paura, perché i duelli per soddisfazione, almeno in Francia, furono proibiti dal re Enrico IV già nel 1599 – anche se poi nessuno, in fondo, rispettò questa legge per tanto tempo. In Inghilterra, invece, il duello giudiziario fu accettato fino al 1819 (altro popolo, altre tradizioni).

A quando pensate che risalga l’ultimo duello per soddisfazione qui in Francia? Vi stupirò con effetti speciali, perché avvenne nientemeno che nel 1967!

Primavera del 1967: Gaston Deferre è il presidente della compagine socialista all’Assemblea Nazionale. Durante una sessione parlamentare particolarmente agitata, volano insulti e offese, specie nei confronti del deputato gaullista René Ribière, al quale il socialista arriva a rivolgere la seguente ingiuria:

Taisez-vous, abruti!

Ovvero: stia zitto, stupido!

Al tempo non ci si dava del “coglione” o dello “stronzo” come facciamo noi oggi, con tanta nonchalance. C’era un’altra classe, un altro livello. Ribière è scandalizzato e domanda delle pubbliche scuse da parte del suo avversario politico, il quale rifiuta categoricamente. Al gaullista non resta che chiedere soddisfazione come si faceva nei tempi antichi, alla maniera dei gentiluomini: un duello! Manda due testimoni dal socialista a chiedere a che ora e dove gli convenga fare l’incontro e in quattro e quattr’otto i preparativi per il duello son fatti. De Gaulle disapprova apertamente questa faccenda, ma tant’è, les jeux sont faits, niente potrebbe convincere i due parlamentari a rimangiarsi la parola. Ovviamente si tratta di un duello al primo sangue, voyons!

Qui il video dell’incontro, una chicca da un passato che sembrava morto e sepolto e invece sembra esser ancora là, ad animare il sangue francese. Non ridete per la goffaggine dei due spadaccini, vorrei vedere voialtri alle prese con una cosa del genere!

Il 21 Aprile, in un giardino ombreggiato piacevolmente da alberelli e arbusti, i due uomini, in maniche di camicia si sfidano:

Ribère di spalle e Defferre di faccia si sfidano a duello

Defferre, colui che offese per primo, vinse il duello, colpendo l’avversario all’avambraccio e versando così il primo sangue, ma almeno Ribère vide salvo il suo onore.

Defferre, tempo dopo, disse che durante l’incontro aveva mirato all’inguine del suo avversario, con l’intento di rovinargli la prima notte di nozze; Ribère, infatti, si sposò il giorno dopo aver combattuto il duello con Defferre!

Per approfondire: l’articolo comparso su Le Monde e qualche nozione generale sulla storia dei duelli su Wikipedia

Pillola: “La baia del francese”, vino di Borgogna, pasta alle olive nere e un porcellino

Un viaggio in treno, andata e ritorno in giornata. Vedere la città dai vetri lacrimosi di una macchina asfissiante di fumo di sigaretta e ricordi.

Mangiare una pasta che è il simbolo dei miei anni universitari accompagnata da un pregiatissimo bianco della Côte-d’Or, un nettare francese emblema della mia vita adulta, che accostamento strano! Imprevedibile corto circuito emotivo, inaspettato distacco dal passato e gioia per il presente, senza nostalgia eccessiva.

Avere il tempo magico della lettura, un angolo di vita in cui non si può far nulla se non oziare, dormire, scrutare pigramente il finestrino del treno come se fosse uno schermo cinematografico rotto o leggere avidamente.

Ho fatto il tragitto di ritorno, in serata, vicino ad una coppia che viaggiava con un porcellino setoloso e tranquillo. Tra le mani e sotto gli occhi “La baia del francese” di Daphne Du Maurier. Iniziato e finito, come un calice di quel delizioso vino borgognone che mi ha scaldata a pranzo.

Avevo dimenticato gli occhiali a casa, ma poco mi è importato: dovevo sapere che ne sarebbe stato di Dona e di Jean-Benoit Aubéry.

Amo leggere romanzi cappa e spada, forse un po’ démodé.

Il caso Calas: l’errore giudiziario che fu rettificato nientemeno che da Voltaire – Écrasez l’infâme!

Tolosa, 13 ottobre 1761. A casa di Jean Calas, commerciante ugonotto, si sta cenando. In casa si trovano sei persone: lui stesso, sua moglie, la domestica di fede cattolica Jeanne Viguier, i figli Pierre e Marc-Antoine e un amico di famiglia, Gubert Lavaysse.

Durante in pasto, Marc-Antoine si alza da tavola scusandosi, accusando un leggero malessere. Esce dalla sala da pranzo. Sarà ritrovato poco dopo, appeso ad una trave, suicida per impiccagione.

A quel tempo ai suicidi veniva inflitto un trattamento tremendo. Come scrive Lorenzo Manetta nel suo saggio “Voltaire, l’affaire Calas e altri casi giudiziari. Il grido del sangue innocente“:

Il padre, per evitare al cadavere del figlio il trattamento disonorevole che a Tolosa veniva riservato ai suicidi (per la legge francese, il suicida era soggetto ad un vergognoso processo farsa, veniva trascinato lungo le strade per i talloni e impiccato come se fosse stato un infame criminale)  dichiarò alle autorità che il figlio era stato ucciso da uno sconosciuto che era riuscito ad entrare in casa.

Le cause dell’estremo gesto possono essere ricercate nella depressione che affliggeva Marc-Antoine: egli, pur avendo una laurea in legge dal 1759, non era abilitato ad esercitare la professione di avvocato perché a tale scopo era necessario un attestato di ortodossia religiosa rilasciato dal prete della propria parrocchia; Marc-Antoine cercò di convertirsi, ma invano dal momento che l’attestato gli venne comunque negato. Il giovane Calas assunse un atteggiamento malinconico e dissoluto, si diede al gioco d’azzardo, motivo per cui il padre non lo ritenne adatto a partecipare agli affari di famiglia.
Le testimonianze contraddittorie dei membri della famiglia indussero le autorità giudiziarie a credere che Marc-Antoine fosse stato ucciso dal padre con l’aiuto dei suoi familiari e del suo ospite – teorema che venne amplificato dalla folla che intanto si era radunata attorno a casa Calas – il movente del figlicidio venne individuato nel tentativo di conversione al cattolicesimo del figlio, per questo punito dal padre. David de Beudrigue, magistrato cittadino che era presente in mezzo alla folla, fece arrestare seduta stante i membri della famiglia insieme a Gaubert Lavaysse, i quali rimasero in prigione per i cinque mesi successivi.


Pierre Calas scopre il cadavere del fratello

Il processo fu una farsa: le testimonianze accettate per vere non erano altro che stupidi pettegolezzi sorti intorno ad una vicenda triste e tragica, fomentati dalle malelingue. La ricostruzione del crimine in casa Calas fu una beffa ed il tutto non fece altro che mettere in mostra i difetti del sistema giuridico francese di allora.

Marc-Antoine ebbe un funerale cattolico con tutti gli onori possibili. Fu anche dichiarato martire. Suo padre, invece, fu condannato a morte il 9 maggio del 1762: finì torturato sulla ruota, strangolato ed infine messo sul rogo.

Il suo atteggiamento di sopportazione e l’aver continuato a professarsi innocente, anche sotto tortura, iniziarono a far serpeggiare il dubbio che si fosse trattato di un enorme errore giudiziario. Le condanne inflitte agli altri imputati si rivelarono molto blande: esilio per il fratello di Marc-Antoine, non luogo a procedere per la madre e l’amico di famiglia, piena assoluzione per la serva cattolica.

Voltaire

In questo clima di dubbio, Voltaire si interessò al caso, coinvolgendo anche Madame Pompadour, sua amica e corrispondente, lanciando petizioni, scrivendo e pubblicando memoranda sul caso, raccogliendo denaro per la famiglia Calas, ormai caduta in disgrazia. Per sostenere questa giusta causa scrisse anche il suo famoso “Trattato sulla tolleranza”, il cui titolo completo non è altro che “Traité sur la tolérance à l’occasion de la mort de Jean Calas” che potete consultare qui.

Sempre Manetta scrive:


Nonostante i notevoli sforzi, i magistrati di Tolosa non ammisero mai l’errore commesso, quindi Voltaire ritenne opportuno fare pressione sul
Conseil du roi affinché il processo venisse rivisto. Il 7 marzo 1763 la petizione fu accolta e nel giugno 1764 il Consiglio annullò i verdetti emessi dalla corte di Tolosa nei confronti di Jean Calas, mentre tutti gli altri imputati furono definitivamente assolti il 9 marzo 1765.

Dunque è nel “Trattato sulla tolleranza” che Voltaire enuclea alcune idee cardine della sua filosofia, specie nell’arcinota “Preghiera a Dio”, che molti studenti francesi hanno affrontato in sede di Bac, nel tempo:

Ce n’est donc plus aux hommes que je m’adresse ; c’est à toi, Dieu de tous les êtres, de tous les mondes et de tous les temps : s’il est permis à de faibles créatures perdues dans l’immensité, et imperceptibles au reste de l’univers, d’oser te demander quelque chose, à toi qui a tout donné, à toi dont les décrets sont immuables comme éternels, daigne regarder en pitié les erreurs attachées à notre nature ; que ces erreurs ne fassent point nos calamités. Tu ne nous as point donné un cœur pour nous haïr, et des mains pour nous égorger ; fais que nous nous aidions mutuellement à supporter le fardeau d’une vie pénible et passagère ; que les petites différences entre les vêtements qui couvrent nos débiles corps, entre tous nos langages insuffisants, entre tous nos usages ridicules, entre toutes nos lois imparfaites, entre toutes nos opinions insensées, entre toutes nos conditions si disproportionnées à nos yeux, et si égales devant toi ; que toutes ces petites nuances qui distinguent les atomes appelés hommes ne soient pas des signaux de haine et de persécution ; que ceux qui allument des cierges en plein midi pour te célébrer supporte ceux qui se contentent de la lumière de ton soleil ; que ceux qui couvrent leur robe d’une toile blanche pour dire qu’il faut t’aimer ne détestent pas ceux qui disent la même chose sous un manteau de laine noire ; qu’il soit égal de t’adorer dans un jargon formé d’une ancienne langue, ou dans un jargon plus nouveau ; que ceux dont l’habit est teint en rouge ou en violet, qui dominent sur une petite parcelle d’un petit tas de boue de ce monde, et qui possèdent quelques fragments arrondis d’un certain métal, jouissent sans orgueil de ce qu’ils appellent grandeur et richesse, et que les autres les voient sans envie : car tu sais qu’il n’y a dans ces vanités ni envier, ni de quoi s’enorgueillir. 

      Puissent tous les hommes se souvenir qu’ils sont frères ! Qu’ils aient en horreur la tyrannie exercée sur les âmes, comme ils ont en exécration le brigandage qui ravit par la force le fruit du travail et de l’industrie paisible ! Si les fléaux de la guerre sont inévitables, ne nous haïssons pas, ne nous déchirons pas les uns les autres dans le sein de la paix, et employons l’instant de notre existence à bénir également en mille langages divers, depuis Siam jusqu’à la Californie, ta bonté qui nous a donné cet instant.