Il mio primo articolo su ‘Il Mercurio’

Ai lettori di De amore gallico un invito personale alla lettura del mio primo articolo su ‘Il Mercurio’, la sezione di approfondimento linguistico, etimologico e storico del sito ‘Una parola al giorno’.

Vi ricordo inoltre l’appuntamento bisettimanale del venerdì, sempre con UPAG, per l’analisi di una parola della lingua italiana di radice semitica, commentata e spiegata da me.

Buona lettura e grazie a chi mi segue e apprezza il mio scrivere ed il mio divulgare.

Maria Costanza

Pillola: lo strano caso della bambina che fu rapita da un'aquila

Mentre stavo facendo ricerche per un articolo, mi sono imbattuta in questo fait divers. Un avvenimento così bizzarro da DOVER essere raccontato su De amore gallico.

In breve, le cose sono andate così: nel 1838, sulle Alpi francesi, una bambina di nome Marie Delex, di soli cinque anni, fu rapita da un’aquila mentre stava giocando con degli amichetti su di un pendio. Il rapace, di dimensioni fuori della norma, le piombò addosso e la afferrò con i suoi temibili artigli.

I suoi compagni gridarono e andarono in cerca di aiuto, ma tutto quello che i compaesani della piccola accorsi sul luogo della tragedia riuscirono a trovare fu solo una delle sue scarpette, che giaceva abbandonata sull’orlo di un burrone. Come riporta Felix A. Pouchet nel suo “L’univers. Le infiment grands et les infiniment petits” del 1865, il cadavere della bambina fu trovato due mesi dopo a soltanto un chilometro di distanza dal luogo della scomparsa.

Ora, le aquile più grandi e potenti del continente europeo, le aquile reali, che pesano tra i 3 e i 7 chili, sono in grado di agguantare e trasportare solo prede di medie dimensioni. Una bambina di cinque anni, per quanto rachitica, malnutrita o di bassa statura, costituisce un carico impossibile da trasportare per gli artigli e le zampe del rapace.

Eppure…

Misteri della criptozoologia. La bestia del Gévaudan manda i suoi cordiali saluti.

Pillola: la salopette tra sessismo, insulti, sporcizia e denim.

Comincio questa pillola con una dichiarazione di intenti: parlerò della salopette, di prostitute, di sessismo, di insulti, di linguaggio volgare.

Penso che tutti gli sventurati nati tra gli anni ’70 e ’90 siano in possesso di una foto della loro infanzia in cui sono ritratti in salopette (magari in braccio alla mamma, anch’ella abbigliata in salopette).

Un indumento spesso di denim, resistente, adatto per i lavori pesanti, per le mansioni che fanno sporcare. Ci immaginiamo i pionieri alla ricerca dell’oro di Eldorado intenti a setacciare le acque di rivoli magri vestiti di una lercia salopette, un cappello da cow-boy, stivaloni consumati e una pipa fumante all’angolo della bocca.
In generale, dunque, la salopette è lercia. Ed è proprio da lì, dal concetto di sporcizia che deriva il suo nome: il verbo saloper, di registro informale, addirittura très familier, significa infatti ‘insudiciare’. La radice del verbo ci riporta senza problemi a ‘salir‘, uno dei primi falsi amici che si incontrano nello studio del francese, e che non significa ‘salire’, come potrebbe sembrare di primo acchito, ma ‘sporcare’, stavolta di registro né formale né informale, semplicemente in francese corretto. Per farla breve: ‘saloper‘ lo potete strillare in preda ai nervi a vostro figlio che vi ha imbrattato tutto il piano della cucina appena lavato con il miele, ‘salir‘ è un passepartout.

Ma per chi parli correntemente français, c’è un’altra parola che risuona nella testa, quando si parla di salopette, e si tratta di un insulto. Se si è donna c’è la possibilità di esserselo sentito rivolgere almeno una volta nella vita; se si è uomo, no. Sto parlando di ‘salope‘, un termine che è in giro sin dal XVII secolo e che veniva usato per denigrare uomini e donne indifferentemente, dando dello ‘zozzo’, del ‘disgustoso’, dello ‘schifoso’. Oggi questa parola è l’equivalente dell’italiano ‘troia’, ‘puttana’, ed è utilizzata solo per le donne. Se si vuole insultare un uomo si può urlargli dietro ‘salopard!‘ (sempre della stessa famiglia), ovvero ‘stronzo!’, ‘infame!’, oppure si può usare la parola cugina, ‘salaud!‘, con lo stesso significato e diretta discendente del preciso ‘salir‘.

Se si vuol inveire contro una donna, la sfera linguistica a cui i linguaggi hanno sempre attinto abbondantemente è quella sessuale, ma se si tratta di un uomo, allora no. Un atto di sessismo linguistico contro cui mi batto costantemente, un aspetto che aborrisco dal profondo.

Insomma, una vera saloperie.

Pillola: la Santa Barbara e le tradizioni provenzali

Oggi, 4 Dicembre, è il giorno di Santa Barbara martire. Patrona dei vigili del fuoco, della marina militare, degli artiglieri, degli artificieri e degli architetti, è un personaggio storico attorno cui sono sorte moltissime leggende, nutrite senza dubbio dalla Legenda Aurea, il best-seller di Jacopo da Varagine, frate domenicano e grande agiografo vissuto nel Duecento.

Dicevamo, le vicende di Santa Barbara sono variegate e differenti, a seconda della fonte a cui ci si accosta per apprendere sulla sua vita. Ad ogni modo, tutte hanno alcuni tratti in comune: un padre orribile che la vuol costringere all’abiura del cristianesimo e che le fa subire tutti i più inenarrabili supplizi, la capacità di attraversare i muri, la volontà di far aprire una terza finestra nella torre in cui è rinchiusa per simboleggiare così la Santa Trinità, il dono del volo, qualche folgore qua e là sparsa che si porta via uomini malvagi che l’hanno osteggiata nella sua fede in Cristo.

In Provenza c’è una tradizione che riguarda il giorno di Santa Barbara: si devono mettere a germinare in tre ciotoline, con un po’ di terra o di cotone inumidito, tre manciate di chicchi di grano del raccolto precedente, o qualche lenticchia, o dei piselli. Se i chicchi germinano a dovere, allora l’anno venturo si prospetta buono, secondo l’adagio provenzale:

Quand lou blad vèn bèn, tout vèn bèn !

Quando il grano viene su bene, tutto andrà bene!

Perché le ciotoline debbono essere tre? Per simboleggiare la Santa Trinità, così come Santa Barbara insisteva tanto per far costruire una terza finestra nella torre in cui il padre la teneva prigioniera.

Buona Santa Barbara a voi, nella speranza di un anno in cui la terra dia buoni frutti e sia meno ferita dalle azioni dell’uomo. Un saluto dalla costa provenzale, martoriata dalle intemperie di queste ultime settimane.

Santa Barbara Martire

Che il diavolo ti porti… a Bessans!

Bessans è un minuscolo villaggio del dipartimento della Savoia, sulle Alpi francesi, non lontano dal confine italiano e situato a 2000 metri di altitudine. Il censimento del 2016 ha attestato che vi risiedono circa 345 persone, implicando una densità di 2,7 abitanti per kilometro quadrato. Una metropoli!

Questo pittoresco paesino, già incanutito a metà novembre e pronto ad accogliere gli appassionati dello sci di fondo, ha una bella storia da raccontare agli affamati di curiosità e bizzarrie. In un sabato pomeriggio autunnale, grigio e piovoso, un intrigante racconto dal sapore doncamillesco, fatto di diavoli e curati, è l’ideale per accompagnare una profumata tazza di tè fumante. Mettetevi comodi, sta per iniziare la storia dei diavoli di Bessans.

Il diavolo ha da sempre fatto parte dei racconti folkloristici locali. Appare, ben raffigurato con corna e coda puntuta, in diversi episodi sacri affrescati all’interno della cappella di Sant’Antonio. Non stupisce che ai bambini fossero raccontate favole e leggende in cui esso compariva come personaggio principale; tuttavia è solo a metà del XIX secolo che il diavolo ci mette veramente lo zampino, a Bessans.

Tutto ebbe inizio nel 1857: viveva al tempo in paese un tale, Etienne Vincedet, detto Etienne dei santi, perché, oltre ad essere sacrestano della parrocchia e membro della corale del paese, si dilettava anche di scultura ed era molto noto per le belle figurine di santi che intagliava sapientemente nel legno. All’epoca era tradizione che il curato offrisse un pasto speciale ai cantori della corale in occasione della festa di Santa Cecilia, patrona della musica, il giorno 22 novembre. Quell’anno, non si sa bene perché, o forse io non sono riuscita a risalire al motivo, la corale non si esibì e il curato si rifiutò dunque di offrire il pranzo ai cantori.

«Niente musica? Niente pranzo!» sbottò indispettito il prete.

Etienne dei santi non era d’accordo. Ci mancava solo di dover rinunciare all’appuntamento annuale per la festa di Santa Cecilia! Rimuginò a lungo su come ottenere una vendetta, innocua, ma comunque abbastanza efficace da far ritornare sui suoi passi quel testardo del prete. L’idea gli balenò in testa mentre era chino ad intagliare una delle sue famose figurine sacre: stava scolpendo un San Bernardo di Mentone, il patrono degli alpinisti, quello a cui si deve il nome del cane e anche il toponimo del Grande e Piccolo San Bernardo. Codesto santo è tradizionalmente raffigurato insieme al diavolo, quest’ultimo tenuto prigioniero con una catena o un pezzo di corda.

Etienne riprese a scolpire una nuova statuina e, una volta terminatala, l’andò a posare nottetempo sotto la finestra del curato di Bessans. Il prete, svegliatosi e aperta la finestra, vide la scultura e non ebbe dubbi su chi ne fosse l’autore. Irritato, la osservò bene: un diavolo grande e grosso portava sottobraccio un prete con le mani giunte in preghiera, forse intento a profferire parole di rimorso e pentimento per la sua pessima decisione di revocare il pranzo di Santa Cecilia. “Che il diavolo ti porti, prete!” era il chiaro messaggio della statuetta.

Il curato non perse tempo e, con sdegnoso orgoglio, andò a mettere la statua sotto la finestra dello scultore, il quale non esitò a riportarla davanti la porta della sagrestia. Il prete, il giorno seguente, la rimise alla finestra di Etienne che in risposta la pose nuovamente davanti la casa del curato. Via così per un bel pezzo, con il diavolo ed il sacerdote di legno che facevano la spola tra la dimora di Etienne e quella del prete. La gente del paese si divertì un mondo a vedere come curato e sacrestano si facevano la guerra a suon di statuina. Quando poi i due fecero la pace, Etienne decise di tenere la figurina alla sua finestra, in ricordo della burla.

Qualche tempo dopo, un forestiero di passaggio a Bessans, camminando davanti la finestra di Etienne, scorse la sculturina e, trovandola interessante ed originale, volle acquistarla. Etienne, nel guardare il tale andarsene con la famosa statua sottobraccio, si disse che forse poteva essere una potenziale fonte di guadagno. Ecco che quindi Etienne dei santi non si limitò più solo a produrre e vendere figurine sacre e personaggi del presepe, ma anche il diavolo col prete sottobraccio, avviando così il fiorente commercio dei diavoli di Bessans.

Se andate in vacanza da quelle parti, tra una sciata di fondo e una raclette davanti al caminetto in baita, non mancate di acquistare una riproduzione della famosa statua da uno dei numerosi artigiani locali che continuano a far vivere la tradizione e a raccontare la storia del curato avaro, del sagrestano scultore e del diavolo che si porta il prete!