De amore gallico a Parigi

Oggi De amore gallico vi porta con sé a Parigi!

La settimana scorsa è stata infatti occupata da un favoloso viaggio nella capitale francese, durante il quale ho avuto modo di rivedere luoghi e cose già visitati con grande piacere in passato, ma soprattutto di scoprire posti nuovi e sorprendenti. Pronti? Si parte!

La prima tappa, obbligatoria anche per l’emplacement dell’hotel presso cui ho alloggiato (Hotel Les Dames du Panthéon), è stato il tempio civile della Francia, il Panthéon. Come già sentito nel cuore in precedenza, per me codesto monumento è un luogo che incute timore, sia per le dimensioni, i volumi dello spazio, sia per la sua importanza nella storia civica francese. Ad ogni modo, svegliarsi tutte le mattine ed affacciarsi sulla piazza di fronte a siffatto sesquipedale sacrario è stata una delle cose più belle del mio soggiorno. Ecco qualche scatto di quella magnifica giornata:

Ovviamente una mirabile passeggiata per il Quartier Latin, chiamato così perché, essendo il circondario dell’università, tutti gli studenti e i professori parlavano il latino, con visita alle sue favolose librerie è stata d’obbligo. Ho proseguito fino al Jardin du Luxembourg, per poi dirigermi verso Saint Sulpice, una delle chiese parigine che preferisco e dove fu anche battezzato Charles Baudelaire, Saint Germain des Prés, nei cui dintorni ho fatto una visita all’Officine Universelle Buly, un luogo da alchimisti e stregoni d’altri tempi presso cui acquistare dei lussuosi cosmetici. Tappa poi verso i bouquinistes del lungo Senna, il luogo dove sorgeva la Tour de Nesle e la mitologica libreria Shakespeare and Company, a fianco alla cattedrale di Notre Dame.

Il giorno seguente è stato all’insegna di due mie grandi passioni: i cimiteri e l’ebraismo. Tappa al Père Lachaise, in cui non ero stata in visita nei miei precedenti soggiorni, per quanto strano possa sembrare. Impressionante è il muro esterno del cimitero, percorso da un’installazione che riporta tutti i nomi di tutti i caduti della sola Parigi della Prima Guerra Mondiale, in ordine alfabetico e divisi per anno di guerra.

Avrei un video dettagliato di questa installazione, grazie al quale potreste rendervi conto della quantità immane di persone che morirono al fronte e successivamente, ma non posso caricarlo nel blog. Vi dovrete fidare delle mie parole quando affermo che è un posto presso cui andare e raccogliersi in silenziosa riflessione; leggere quei nomi è stato particolarmente toccante, per me, anche alla luce del periodo dell’anno in cui ho compiuto questo viaggio, pochi giorni dopo il 4 novembre, data del cessate il fuoco sul fronte italo-austriaco, e in concomitanza con l’11 novembre, armistizio sul fronte occidentale (e mio compleanno).

Al Père Lachaise mi sono concentrata su tombe di gente non famosa, la cui bellezza mi ha suggerito alcuni scatti di carattere lirico…

Il giorno in cui ho compiuto questo pellegrinaggio era il 9 novembre, anniversario della scomparsa di Apollinaire. Grande gioia è stata per me ritrovarmi presso la sua tomba insieme a tanti altri appassionati, che volevano rendere omaggio al poeta in occasione di questa ricorrenza. Sono andata a trovare anche Marcel Proust, Ingres ed Abelardo ed Eloisa.

La giornata è proseguita con una visita particolare ed importante per me: dal Père Lachaise sono andata a piedi fino al numero 209 di rue Saint Maur. Si tratta di un immobile qualunque dell’XI arrondissement, ma la cui storia è stata soggetto di un libro e di un reportage a cura della giornalista Ruth Zylberman. La lettura del saggio e la visione di questo documentario sono stati fondamentali nella mia personale ricerca della storia e delle storie ebraiche europee. Il 209 di rue Saint Maur custodisce infatti, tra le sue mura e nel selciato del cortile, le vicende di tanti parigini dal momento della sua costruzione fino ad oggi: tra i vari abitanti si ricordano un comunardo che cadde nell’ultima tragicissima settimana di esistenza della Comune di Parigi, un membro dei servizi segreti che era informato circa alcuni fatti che avrebbero potuto scagionare il Capitano Dreyfus, tante povere famiglie di emigrati degli anni ’20 e gli ebrei (forse la maggior parte degli inquilini negli anni ’30) che o si nascosero fortunosamente, o furono deportati e non fecero mai ritorno dai campi di sterminio. Se avete piacere di scoprire queste storie e di commuovervi profondamente, vi consiglio di leggere ‘209, rue Saint Maur, autobiographie d’un immeuble’ e di guardare il reportage ‘Les enfants du 209 rue Saint Maur’.

Quando sono arrivata l’emozione era grande. Non nego di aver avuto un nodo alla gola strettissimo e di aver versato qualche lacrima varcandone la soglia e addentrandomi nel suo ventre. Il concierge, Momo, lo stesso che ha accolto tanto spesso la giornalista Ruth Zylberman durante le ricerche, era al suo posto anche quel giorno, e ho avuto modo di scambiare qualche parola con lui. Non dimenticherò mai questo momento, resterà inciso nel mio cuore per sempre.

Il richiamo ebraico per me è irresistibile, ecco allora che ho fatto rotta verso il Marais, dove ho visitato il Mahj, il museo d’arte e storia ebraiche. In tutta onestà ne sono stata leggermente delusa, perché mi aspettavo che avesse un focus più potente sulla storia degli ebrei di Francia, e non dell’ebraismo lato sensu. Mi sarebbe piaciuto un indirizzo un po’ più specifico della collezione permanente, con un chiaro rimando alla storia francese. Nondimeno mi sono goduta la visita e ho apprezzato moltissimo la parte sull’affaire Dreyfus e quella sui costumi tipici delle donne sefardite e la presenza di uno Chagall. Ecco qualche scatto:

Il giorno successivo ho proseguito il mio percorso cimiteriale in modo inaspettatamente personale, addirittura con un legame familiare importante.

Cominciamo dalla visita a Montmartre, che mi ha riportata nel Sacré Coeur, chiesa eretta per espiare i peccati della Comune, in stile neo-bizantino, e che onestamente è più bella fuori che dentro. Discesa a piedi per le stradine di quel vicoletto, con un ciao-ciao al Moulin de la Galette, il ristorante che compare anche in uno dei quadri più celebri di Renoir.

Ero già venuta due volte al cimitero di Montmartre prima di questa visita; la prima volta con mia madre, per i miei diciotto anni, e la seconda col mio fidanzato di jeunesse, da neo-laureata. Ero affascinata dalle personalità che vi sono sepolte, dall’atmosfera romantica e decadente del luogo.
Chi lo sapeva che qui riposano le spoglie degli antenati di colui che poi sarebbe diventato mio marito? Sono passata per ben due volte di fronte alla cappellina della famiglia Vaubourzeix, in vita mia, senza sapere che quel cognome così particolare sarebbe divenuto importante per me. E non finisce qui, perché non si tratta di una famiglia qualunque! Infatti all’entrata del cimitero ci hanno spiegato che la cappelletta è catalogata come monumento di interesse per la storia parigina, in quanto vi riposano le spoglie di una personalità storica: si tratta dell’antenato di mio marito, Hippolyte Vaubourzeix, orafo e gioielliere a Parigi nel XIX secolo, con una boutique al numero 19, rue de la Paix.

Che storia incredibile…

Oltre alla cappellina di famiglia sono passata a visitare altre persone a me care sepolte lì (non tutti quelli che avrei voluto, viste le tempistiche, ma alcuni sì) e ho fotografato tombe israelitiche molto interessanti. Ah, ho anche visitato la tomba dei Sanson, i boia della rivoluzione.

La serata è stata meravigliosa, perché sono andata al Teatro de la Comédie Italienne, a rue de la Gaieté. Lo spettacolo à l’affiche si intitola ‘Et vive la Commedia dell’arte!’, lo consiglio a chiunque passi per Parigi nei prossimi mesi.

Il giorno seguente, 11 novembre, mio compleanno, ho avuto modo di trascorrere qualche ora in compagnia di Leonardo, Raffaello, Mantegna, Giotto, Carracci, Caravaggio, Veronese, Perugino, Canova, Paolo Uccello, Delacroix, Ingres, David, Gericault… Proprio così: la mattina sono stata al Louvre, dove ho rivisto le pièces de resistance della collezione, specie tutte quelle opere che Napoleone ci ha rubato vergognosamente. Ammetto di esser quasi svenuta di piacere panico, come un attacco della sindrome di Stendhal.

Ho apprezzato molto anche il nuovo allestimento dei gioielli reali nella Galleria d’Apollo e la nuova sistemazione della galleria delle statue greche, con la Venere di Milo regina in fondo alla sala.

Il pomeriggio ho festeggiato il mio compleanno, e la sera mi sono goduta una cena al Georges, ristorante sul tetto del Centro Pompidou, con una vista molto bella su Parigi. Un compleanno memorabile!

Venerdì è stata una giornata interamente dedicata al Castello di Versailles. Prima di andare a prendere la Rer, però, sono riuscita a vedere due posti, a Parigi, a cui tenevo in modo particolare. Il primo è la Chapelle de la Medaille Miraculeuse, di cui non ho scattato foto perché è stata una visita spirituale. Il secondo è stato l’hotel Lutetia, poco lontano dalla Chapelle.

Questo albergo di lusso è molto importante nella storia ebraica di Parigi, perché quando i lager nazisti furono liberati e i pochi prigionieri che erano stati salvati poterono tornare a casa, fu proprio al Lutetia che i sopravvissuti parigini furono ricoverati per mesi, al loro ritorno in città. Dall’aprile al luglio 1945 centinaia di famiglie che si erano salvate fortunosamente, nascondendosi o scappando, venivano ogni giorno ad aspettare madri, padri, figli, fratelli, sorelle, cugini, mariti, mogli… insomma, ad attendere e a sperare che tra i pochissimi sopravvissuti vi fosse un loro caro. Ecco la foto dell’entrata del Liutetia e della placca commemorativa.

Dopo questa deviazione cittadina, via a prendere la Rer, direzione Versailles Chateau! Purtroppo la sala della pallacorda è attualmente chiusa per restauro, ma sono stata felice di visitare il Grand e il Petit Trianon, che nel viaggio precedente avevo purtroppo negletto.

Sabato il tempo è stato meno clemente: sebbene non sia piovuto a catinelle, le nuvole sono state le compagne fedeli della giornata. Ma non mi sono lasciata scoraggiare nemmeno un po’. Capatina veloce a Trocadéro per una foto con la Lady di Ferro a parte, sono andata a trovare una persona a me carissima al Cimitero di Passy, poco lontano:

E poi via dritta alle catacombe di Parigi, un luogo che desideravo tantissimo visitare e che mi ha dato tanto materiale per la prossima stagione dei podcast di De amore Gallico. Per il momento accludo solo qualche scatto, senza approfondire la materia: stay tuned, ben presto chiacchiereremo assai su questo argomento!

Nel pomeriggio di sabato, oltre ad essere tornata al Marais per delle compere, sono passata nel quartiere Bastille per visitare una bottega davvero eccezionale: la Galcante. Si tratta di un’emeroteca storica che conserva tantissimi giornali e riviste antichi. Potete trovare Le Figaro o Le monde del giorno in cui siete nati, per fare solo un esempio. Davvero un indirizzo parigino imperdibile.

Sabato sera mi sono goduta un bellissimo spettacolo al teatro De la Michodière, a due traverse dall’Opéra Garnier. A l’affiche la commedia ‘Le système Ribadier’ di Georges Feydeau. Una serata divertente, attori di altissimo livello, un testo che ancora oggi fa ridere a crepapelle. Ho concluso questo soggiorno in una brasserie di fronte al Teatro dell’Opera, un locale chiamato ‘L’entracte’ il cui mobilio d’antan si addiceva perfettamente al sapore di fin de siècle della soirée.

Visto che rue de la Paix era a qualche metro da lì, sono passata a dare un’occhiata al numero 19, dove sorgeva la boutique del gioielliere Hippolyte Vaubourzeix. Ancora oggi i locali sono occupati da un negozio di bijoux, Waskoll.

In sette giorni ho visitato tutte queste belle cose e ne ho tralasciate forse il quintuplo, ma a Parigi ci si deve sempre tornare e si deve sempre lasciare qualcosa di non visto, non fatto, non visitato per la volta successiva…

Ho già la lista delle cose da fare per il prossimo soggiorno: una visita al Memoriale del Vel d’Hiv, un pomeriggio al Museo d’Orsay, che questa volta ho tralasciato, avendolo già visitato spesso, un giro al cimitero di Picpus, una visita alla Chiesa della Madeleine, un giro più approfondito degli Champs Eylsées, dei grandi boulevard, al primo arrondissement, ma specialmente un giro tematico sui posizionamenti delle barricate della Comune di Parigi, una visita alla sala d’armi Coudurier, al Parc Monceau, alla Conciergerie, a Place Vendome, a Place des Vosges, alla casa di Nicolas Flamel, agli archivi nazionali, una cena al Procope, un pranzo al Moulin de la Galette e poi mostre, mostre, mostre, musei…

Parigi non smetterà mai di piacermi.

News dall’asta di gioielli reali organizzata da Christie’s il prossimo novembre

Abbiamo già discusso dei braccialetti di Marie-Antoinette che andranno all’asta il mese prossimo a Ginevra. Ma ci sono alcune eccitanti novità circa il lotto di gioielli che sarà presentato per la vendita: Vincent Meylan, il grande esperto di gioie reali, ha pubblicato delle foto davvero interessanti sul suo profilo Instagram.

Foto di Christie’s

Andiamo con ordine e cominciamo con una spilla di rubini e diamanti montati in oro davvero eccezionale. Si tratta di un orecchino trasformato in broche appartenuto alla Duchessa di Angoulême, l’unica figlia di Luigi XVI e Marie-Antoinette ad essere sopravvissuta alla rivoluzione. Questo gioiello, che faceva parte di una parure di diamanti e rubini della quale al Louvre, presso la Galleria d’Apollo, sono presenti i bracciali (potete leggere qualcosa in merito qui), o comunque la coppia di orecchini da cui proviene, era stato dato per perso dagli storici della gioielleria reale europea a causa della tragica asta in cui furono svenduti tutti i gioielli reali di Francia nel 1887.

Un po’ di storia: la parure di diamanti e rubini in questione fu creata nel 1816, l’anno dopo la disfatta di Napoleone, per la Duchessa di Angoulême dai gioiellieri Evrard Bapst e Pierre-Nicholas Menière. Essi utilizzarono le pietre che erano appartenute a Maria Luisa d’Asburgo-Lorena, seconda moglie di Napoleone e Imperatrice dei Francesi. Considerata una suite di gioielli della corona e non un bene personale, quando la Duchessa dovette abbandonare il paese nel 1830 lasciò in Francia la preziosa parure, che passò successivamente nelle mani dell’imperatrice Eugenia, consorte di Napoleone III. Quando avvenne l’asta del 1887, gli orecchini furono presumibilmente acquistati dal gioielliere Boin Taburet e sparirono per 134 anni. Oggi ne è rispuntato fuori uno, e tutti sono col fiato sospeso, curiosi di sapere dove sia finito l’altro.

Ma non finisce qui: anche un gioiello appartenuto a Paolina Borghese Bonaparte, sorella di Napoleone, attirerà su di sé le attenzioni di tutti il prossimo 9 novembre. Si tratta di una tiara a spighe di grano in oro, argento e diamanti di taglio vecchio, un perfetto esempio dell’estetica neoclassica tipica del periodo imperiale. Secondo Vincent Meylan, è lecito supporre che questa sia stata la tiara indossata da Paolina in occasione dell’incoronazione come Imperatore di suo fratello, nel 1804. D’altra parte, secondo Christie’s, essa fu creata nel 1811 – diversi anni dopo l’incoronazione – da François Nitot, la cui ‘azienda’ continua a vivere tuttora sotto un altro nome: Chaumet. Vero è che nel celebre dipinto di Jen-Louis David Paolina compare indossando una tiara della medesima foggia, ma è possibile che fosse semplicemente un altro diadema, vista la popolarità del tema agreste in gioielleria all’epoca.

La tiara sembra sia rimasta con la famiglia Borghese per tutto questo tempo e sarà venduta partendo da una base d’asta di  440,000-650,000 franchi svizzeri. Non resta che godersi lo spettacolo!

Foto di Christie’s

Maitresses illustri: la storia delle amanti dei re di Francia – parte 2

Saliamo nuovamente sulla macchina del tempo, direzione le alcove dei re di Francia. Dopo la relazione di tutta una vita che vide Caterina de’ Medici tradita in favore di Diana di Poitiers, concentriamoci su Carlo IX, uno dei figli della regina nera, che fu sovrano dal 1560 al 1574.

La donna con cui visse una storia d’amore torrida e duratura, la sua unica amante di cui si abbia notizia, fu una dama conosciuta per la grande bellezza e lo spirito vivo e acuto: Marie Touchet, figlia del signore di Beauvais e Quillard, ugonotto, consigliere a corte. Aveva la pelle fine, i capelli molto folti e di un nero corvino, gli occhi più grandi della media. Una vera bellezza, della quale era ben cosciente, tanto che si dice abbia affermato, nell’osservare il ritratto della promessa sposa del suo amante: ‘Non la temo affatto.’

Pare che l’incontro tra i due sia avvenuto durante le rispettive adolescenze, in occasione di una caccia organizzata durane un viaggio in giro per il regno, e che l’amore sia durato per tutta la vita. Purtroppo le fonti che riportano notizie su di lei sono poche, per la maggior parte letterarie o artistiche (e quindi molto romanzate), ma si sa che il re e la giovane usavano incontrarsi di nascosto, in un casino di caccia, cercando di tenere all’oscuro la madre di lui, che disapprovava questa relazione. Nonostante i tentativi di vivere il loro divorante amore in sordina, Caterina de’ Medici venne a conoscenza della liason grazie alla sua rete di agenti segreti e fece in modo di allontanare i due amanti.

Il loro legame, invece, era così forte che né la distanza né tantomeno il matrimonio combinato tra Carlo IX ed Elisabetta d’Asburgo riuscirono a spegnere la fiamma che li univa. Ebbero anche due figli: uno morì in fasce, il secondo, invece, battezzato col nome del padre, divenne duca di Angoulême. Purtroppo, però, il destino aveva altri piani, per i due amanti e per la Francia: Carlo morì nel 1574, un anno dopo la nascita del secondo figlio.

Maria Touchet, dunque, dovette sposarsi, alla fine. Nel 1578 convolò a nozze col governatore d’Orléans, al quale diede due figlie, anche loro future maitresses royales. Morì a Parigi nel 1638, ma la sua figura ha continuato a vivere nelle opere di grandi scrittori quali Dumas, Rivet e de Balzac.

Con la morte di Carlo IX fu il fratello Enrico che ricevette la corona e il fardello della nazione. Passato alla storia col nome di Enrico III, egli fu l’ultimo sovrano della dinastia dei Valois a sedere sul trono di Francia. Durante il suo regno ci fu quella che viene ricordata come la Guerra dei Tre Enrichi e che vide fronteggiarsi da una parte il re, Enrico di Valois, dall’altra Enrico di Navarra l’ugonotto e dall’altra ancora Enrico duca di Guisa, partigiano cattolico, pari di Francia e grande personalità politica del tempo.

Ma lasciamo la guerra ai condottieri: a noi ci interessano gli amori. E questo Enrico qui ne ebbe a bizzeffe. Innanzi tutto dobbiamo ricordare i famosi Mignons, che non sono gli esserini gialli con gli occhiali che piacciono tanto agli infanti, ma i favoriti del re. Qui dobbiamo fare una piccola digressione sui costumi di Enrico: allevato ‘all’italiana’, per gli standard dell’epoca i suoi modi erano molto effemminati, quasi debosciati. Era un grande amante della moda e delle arti, un uomo colto e di gran gusto. I contemporanei videro di cattivo occhio i suoi atteggiamenti e forse è questo il motivo per cui la storia ha tramandato racconti equivoci a proposito del re e dei suoi favoriti. Certo, è possibile che il re avesse tra i Mignons anche degli amanti, nel qual caso non sarebbe stato né il primo né l’ultimo re ad avere un orientamento sessuale di più ampio raggio, ma gli storici non sono tutti concordi in merito a questo punto. Non sapremo mai la verità, ma che importanza ha? A me piace pensare che alla corte di Parigi Enrico III se la sia spassata alla faccia di tutti e nei modi che più gli aggradavano.

Tra i vari sollazzi, comunque, egli aveva anche gli incontri galanti con alcune dame, la più nota delle quali fu la bionda e avvenente Maria di Clèves. Ella non ebbe mai il titolo di favorita. In realtà nessuna delle amanti di Enrico III godette mai di tale ufficializzazione, ma la fitta corrispondenza che il re intrattenne con la belle Marie è ancora oggi testimonianza di un amore bruciante che li legò per quattro anni. Diventato re, Enrico sperò addirittura di far annullare il matrimonio della sua dulcinea per poterla portare lui all’altare, ma il suo sogno si infranse sugli scogli del destino: Maria morì dando alla luce un figlio nel 1574. Fu così che Enrico sposò una sosia della sua amante perduta, Luisa di Mercoeur. Questo matrimonio non aveva importanza politica particolare, ma si rivelò un’unione molto riuscita, perché pare che i due coniugi si siano amati sinceramente e appassionatamente.

Ovvio, l’amore coniugale non impedì al re di coltivare altre avventurette par ci et par là. Tuttavia le visse in grande discrezione per non mancare di rispetto alla sua sposa. Si segnala anche una supposta liason con una meravigliosa figura storica, la cortigiana veneziana Veronica Franco, la cui vita meriterebbe un articolo dedicato a lei esclusivamente.

Morto Enrico III, per farla davvero breve, il regno passò nelle mani del cognato, l’ugonotto Enrico IV che aveva sposato la principessa Margot (con tutto quel che segue, notte di San Bartolomeo inclusa). Si disse che in fondo Parigi valeva bene una messa, si convertì, e con lui la dinastia dei Borboni inaugurò la sua epoca d’oro, arrivando successivamente a regnare su mezza Europa.

Che dire di costui? Il matrimonio con la principessa Valois fu annullato (e la storia della povera Margot, tragica e mozzafiato, è stata oggetto di tanti racconti e romanzi storici vergati dalle migliori penne della letteratura). Riconvolò a nozze, portando nuovamente la famiglia De’ Medici sul trono. La sua seconda moglie, infatti, altri non era che Maria De’ Medici, la quale gli diede ben sei figli. Non fu un marito fedele: le avventure galanti gli guadagnarono il soprannome di vert galant. In italiano potremmo tradurlo come ‘volpone d’argento’, cioè un vegliardo parecchio arzillo, specie per quanto riguarda le attività del talamo. Sue maitresses furono Gabrielle d’Estrées, nota per essere ritratta nel dipinto della scuola di Fontainbleau ‘Gabrielle d’Estrées e sua sorella al bagno’, in cui l’una pizzica il capezzolo dell’altra, le sorelle Catherine Henriette de Balzac e Carlotta di Essart, entrambe figlie di quella Marie Touchet che aveva amato Carlo IX, e anche Giacomina di Bueil, una dama che gli diede un figlio.

Di queste quattro favorite, vale la pena discutere di alcune cose: una delle più celebri, Gabrielle d’Estrées, ebbe il merito di influenzare Enrico nell’abiura della fede ugonotta. Ella era una fervente cattolica e il suo ascendente sul re deve aver giocato un ruolo di primo piano in questa vicenda. Era una donna di grande spirito, molto intelligente, abilissima oratrice e lo amava con trasporto sincero. La sua capacità diplomatica e il suo discernimento le valsero un riconoscimento molto importante per una donna di quel tempo: un posto nella camera del consiglio del re. Quando Enrico ottenne l’annullamento delle nozze con Margot, si fidanzò con la sua amante, la quale però, forse a causa di un avvelenamento, morì anzitempo subito dopo un parto drammatico, durante il quale anche il bambino spirò. Il re portò a lungo il lutto per la sua favorita, una cosa senza precedenti a corte.

Tempo dopo, quando le trattative per il matrimonio con Maria de’ Medici erano già in corso, fu Catherine Henriette a soggiogare col suo charme il sovrano. In realtà la loro storia d’amore si trasformò in una relazione d’odio per dissidi su benefici e titoli che la donna desiderava per sé e, soprattutto, per il riconoscimento di uno dei figli della coppia come Delfino di Francia. Ella partecipò anche ad un complotto ai danni del re che fu sventato, ma la sua reputazione restò macchiata e, alla morte di Enrico, fu bandita dalla corte.

Possiamo davvero dire che la fine dei Valois e l’ascesa dei Borbone furono davvero roventi, sia sul campo di battaglia che nella camera da letto.

Ma non finisce qui! Il meglio deve ancora venire. A presto con la terza parte di questo excursus storico nelle reali alcove di Francia!

Maitresses illustri: la storia delle amanti dei re di Francia – parte 1

Fare un compendio esaustivo di tutte le donne che nei secoli si sono fregiate del titolo di ‘favorita del re’ sarebbe un obiettivo troppo ambizioso per un semplice articolo di blog dalle umili aspirazioni.

Nondimeno possiamo dare una sbirciata alle reali alcove ‘più famose e illustri’ ponendoci come punto di partenza un’epoca, o un re in particolare. Nel nostro caso ritengo sia adatto scegliere di iniziare con Carlo VII il Ben-servito, colui la cui vita si intrecciò a quella dell’eroina nazionale di Francia, Giovanna d’Arco. L’amante più famosa di Carlo VII si chiamava Agnès Sorel.

Siamo nel XV secolo. Alla corte di Francia, in quel tempo, le concubine reali avevano uno statuto ufficioso, nascosto nell’ombra: non dovevano, insomma, vivere sotto i riflettori della società. Questa cosa cambiò proprio con Agnès Sorel, la quale iniziò la sua scalata sociale dalla città di Compiègne per diventare maîtresse-en-titre du roi.

Nata da una famiglia della piccola nobiltà, ricevette un’accurata educazione; questo, insieme alla sua folgorante bellezza, la portò a diventare dama di compagnia di Isabella di Lorena, consorte del re di Napoli. Ma Agnès non era destinata a rimanere una dama al servizio di una regina di secondo rango. Le sue grazie fisiche, infatti, fecero sì che il re di Francia ne rimanesse completamente abbacinato. Ecco allora che, nel 1444, Agnès divenne dama di compagnia della regina di Francia, Maria d’Angiò. Questa posizione era in realtà una scusa perché la bella piccarda potesse vivere a corte e diventare la favorita ufficiale del sovrano. E lei, donna di grande ambizione, approfittò fino in fondo delle possibilità offerte da una situazione simile.

Agnès era intelligente, colta e bella. Secoli prima di Maria Antonietta, conosciuta da tutti come trend-setter ante litteram, madame Sorel influenzò la moda del regno di Francia, portando opulenti abiti dagli scolli molto profondi, che mettevano in risalto il suo seno. Il décolleté di Agnès Sorel pare abbia sortito due reazioni contrastanti, al tempo. Come spesso accade, infatti, da una parte i più duri censori la condannarono per l’impudicizia che dimostrava così vestendosi, dall’altra, però, le procurò una serie di ‘ammiratori’, e molti di essi erano artisti. Furono così impressionati dalla foggia ostentativa dei suoi abiti che, ad esempio, il pittore Jean Fouquet la ritrasse come Madonna Lactans.

Madame Sorel sfruttò al meglio l’ascendente che esercitava sul sovrano, tanto che in molti la chiamarono la reine sans couronne, alludendo al potere effettivo che la dama aveva concentrato nelle proprie mani. Negli anni si fece fare ricchi doni in gioielli ( pare che abbia ricevuto in dono il primo diamante tagliato di cui si abbia notizia, quando ancora era in vigore la legge secondo cui solo i re di Francia potevano indossare diamanti) e in tenute terriere, che ‘ricambiò’ dando al sovrano figlie femmine. Purtroppo, poco dopo aver dato alla luce la quartogenita, Agnès Sorel morì a soli ventotto anni di una cosiddetta ‘febbre puerperale’. In molti paventarono un avvelenamento da parte del Delfino di Francia, il quale riteneva la Sorel una cospiratrice e una malvagia tessitrice di trame ai danni della propria madre, la regina Maria, oppure da parte della cugina Antoinette, che successivamente rimpiazzò Agnès nel letto e nel cuore di Carlo VII. In realtà sembra che, dopo un attento esame della salma avvenuto nel 2004, Agnès Sorel sia morta per un eccessiva ingestione di mercurio, metallo usato al tempo come purgante.

Saltiamo i secoli ed arriviamo al re Francesco I di cui sono note due amanti: Françoise de Foix e Anne de Pisseleu d’Heill . Quella ad interessarci maggiormente è la seconda, che ebbe una notevole influenza sul sovrano. Era stata dama d’onore della di lui madre, Luisa di Savoia, e aveva solo diciotto anni quando Francesco I la elesse sua concubina ufficiale. Fu una donna di gran peso nelle scelte politiche del sovrano. Pare che sia da imputare nientemeno che a lei il motivo del cambio di politica adottato da Francesco I nei confronti di Carlo V, col quale il re di Francia aveva avuto una ‘scaramuccia’ (non andremo nel dettaglio circa questa faccenda). Questa sua attività politica condotta da dietro le quinte fu uno dei motivi della sua disgrazia. Infatti, morto Francesco I, Anne de Pisseleu fu abbandonata da quanti a corte si erano detti suoi amici e si vide messa da parte con l’arrivo del nuovo re, il figlio di Francesco I, Enrico II di Valois

Ed è con questo nuovo re che conosciamo la terza amante reale di questo nostro viaggio nella storia. Stiamo parlando nientemeno che di Diana di Poitiers, la favorita di Enrico II e arcinemica di Caterina de’ Medici.

Nata a Saint Vallier, andò in sposa giovanissima, a soli quindici anni, al conte di Maleuvrier, nipote (!) di Carlo VII e Agnès Sorel. Rimase vedova abbastanza presto e divenne la favorita di Enrico II quando questi era ‘solo’ il duca di Orléans e non era ancora sposato. Diane aveva una figurina snella e atletica, era colta, conosceva il latino, il greco, l’etichetta e sapeva conversare in maniera eccellente. Sembra che fu lei a suggerire Caterina de’ Medici come possibile sposa al suo amante.

Non appena il duca di Orléans divenne re col nome di Enrico II, Diana di Poitiers fece il suo ingresso trionfale a corte, sentendosi subito a suo agio e prendendo decisioni nette: intentò un processo contro Anne de Pisseleu d’Heilly per aver minato la politica di Francesco I e la fece esiliare. C’era una nuova favorita ufficiale, a corte, che fosse chiaro a tutti! Caterina de’ Medici, ironicamente imparentata alla lontana con Diana, malgrado la sequela infinita di eredi forniti al marito, soffrì sempre per il posto che questa bellezza francese occupava nel cuore del marito.

Diana di Poitiers, probabile modelle per questo dipinto di Clouet

Sulla forma del seno di Diana di Poitiers, si dice, fu modellata la misura della coppa di champagne. Leggenda o verità, è un fatto che è stato tramandato e ancora oggi molto conosciuto. Durante i suoi anni come favorita, fece costruire quella meraviglia che è il Castello di Chenonceaux, a cavallo sull’acqua, ricevette in dono dal re alcuni gioielli della corona che in precedenza erano stati dati ad Anne de Pisseleu, e si vide conferiti perfino il ducato di Valentinois e quello di Etampes. Quest’ultimo vale la pena menzionarlo perché era precedentemente appartenuto alla de Pisseleu. Insomma, Diana fece piazza pulita di tutto quello che era stato dell’amante ufficiale di Francesco I e mise in chiaro che ora era lei la donna più importante di corte.

Non aveva però fatto i conti con il destino: Enrico II morì durante una giostra in onore delle nozze di sua figlia Elisabetta. Da quel momento in poi, malgrado il numero di eredi maschi da lui lasciati, il vero potere cadde nelle mani della vedova, successivamente soprannominata la Regina Nera.

Strano a dirsi, dopo tanti anni di umiliazioni, Caterina non si vendicò. Le fece restituire tutti i gioielli ricevuti in dono, le fece dare alla corona il castello di Chenonaceaux in cambio di quello di Chaumont e fu semplicemente invitata a lasciare la corte, senza processi né angherie.

Diana, nonostante la presenza di una moglie regina e di molte altre amanti dalle quali il re ebbe vari figli illegittimi, fu la compagna di una vita intera per Enrico II. Non ebbero mai eredi loro, ma le tracce della storia d’amore che condivisero per tanti anni restano ancora nelle firme delle lettere ufficiali, che sigillavano coi nomi HenriDiane, e anche nel monogramma ufficiale di Enrico, in cui la H di Henry si intreccia a due C di Caterina poste in modo simile a quelle del logo Chanel, ma che in realtà fanno molto più pensare a due D di Diana. Dopo la morte del marito, Caterina lo fece modificare in modo che le due C fossero ben evidenti.

Diana morì, sembra, per aver ingerito troppo oro liquido, poiché al tempo veniva considerato un elisir di giovinezza.

Vanitas…

Continua nel prossimo articolo…

Marthe Richard, prostituta, aviatrice, spia, politica o impostora?

Oggi andiamo a conoscere un personaggio che ha attraversato il secolo scorso sotto le più svariate vesti: si tratta di Marthe Richard, conosciuta come prostituta, aviatrice, spia e la politica che ha fatto chiudere le case chiuse di tutta la Francia.

Marthe Betenfeld nacque nel 1889 a Blâmont da una famiglia operaia di condizioni modeste in cui il flagello dell’alcolismo si era abbattuto sul padre. Dopo esser stata presso un istituto cattolico, a quattordici anni divenne apprendista culottière nella città di Nancy, ma ben presto fu nota alle forze dell’ordine per adescamento. Riportata prontamente presso la casa dei genitori, poco dopo fuggì per tornare a Nancy, dove si innamorò di un italiano che affermava di essere un artista. In realtà questo individuo altri non era che un lenone, il quale dapprima la mise su di un marciapiede, poi in un bordello chiamato maison d’abattage. Questa espressione francese non indica un lupanare qualunque: le maisons d’abattage erano luoghi in cui alle prostitute veniva richiesto di avere anche cinquanta clienti al giorno. La marchetta era pagata all’incirca 3 franchi, l’equivalente di 10 euro dei giorni nostri.

Questo solo per dare un’idea della realtà di alcune donne in quell’epoca.

Dai sedici ai diciotto anni Marthe visse in queste condizioni, fino a che non accadde qualcosa di molto comune, purtroppo: contrasse la sifilide. Sembra che abbia poi rifilato la malattia ad un soldato, il quale la denunciò alla polizia. I gendarmi la schedarono come prostituta, fu espulsa dal bordello in cui aveva lavorato fino ad allora e, senza sapere dove andare o che fare, la giovane decise di tentare la sorte a Parigi.

Lì si fece assumere in un lupanare di livello più alto rispetto a quello in cui aveva lavorato a Nancy. Non sono riuscita a reperire informazioni riguardo il suo stato di salute negli anni successivi, ma a giudicare dalla vita straordinaria che ha condotto e dalla sua longevità (morì a 92 anni), la sifilide non deve essere stata un grande problema per lei, o forse riuscì a farsi curare.

La giovane e bella Marthe

A Parigi, nel settembre del 1907, Marthe incontrò il suo primo marito, l’industriale Henri Richer. Il cognome col quale sarà nota ai posteri, Richard, non è altro che una storpiatura di Richer. Il matrimonio le permise di rinnovarsi e di risorgere: non più povera e volgare prostituta, ma donna sposata appartenente alla buona borghesia. Grazie a quest’unione, Marthe scoprì una disciplina che divenne sua passione e nella quale poté fregiarsi del titolo di pioniera: l’aviazione.

Il marito, infatti, le regalò un aeroplano, per il quale lei ottenne il brevetto di pilota (fu la sesta donna in Francia ad averlo) e col quale gareggiò, divenne membro di aeroclub e partecipò a meeting importanti. La stampa, che la seguiva avidamente in questi suoi exploits, la soprannominò ‘l’allodola’, apprezzandone il coraggio, la bellezza e l’audacia. Ma un giorno, il 31 agosto 1913, l’allodola commise un errore tremendo: atterrò su di un terreno non adatto e si ferì gravemente, così gravemente da cadere in coma per quasi un mese. La carriera d’aviatrice, però, non finì. Ripresasi, fu protagonista di un’impresa un po’ fraudolenta: un enorme bluff col quale però ottenne il record per il volo più lungo condotto da una donna (in realtà si fece aiutare da un altro pilota per spostare l’aereo, che aveva avuto dei problemi, via treno).

L’aviatrice

I venti di guerra soffiavano sull’Europa: Marthe sperava che la Francia avesse bisogno delle sue aviatrici. Così non fu e il mancato richiamo al fronte fu per lei un vero scacco. Il marito, però, fu inviato in battaglia, dove trovò la morte nel 1916. Vedova, non si diede per vinta e grazie al suo amante si fece arruolare dai servizi segreti francesi, per i quali collaborò anche con la famosa Mata Hari a Madrid. Un incidente d’auto, tuttavia, svelò il suo ruolo nell’intelligence: fu subito richiamata in patria ed esclusa da ogni ulteriore manovra di spionaggio. Finita la guerra, conobbe un inglese, un ricco banchiere, tale Thomas Crompton. Nel 1926 i due convolarono a nozze, ma il destino richiamava ancora una volta il coniuge dall’altra parte del velo: nel 1928 Marthe rimase per la seconda volta vedova.

L’eredità lasciatale dal marito fu grande e le permise uno stile di vita molto agiato negli anni successivi. Alcuni hanno messo in dubbio la veridicità della sua attività spionistica. Perfino l’onorificenza conferitale, la Legion d’Onore, sembra essere stata una sorta di ‘contentino’, più per riconoscenza verso il supporto finanziario dato alla Francia dalla banca del marito che per i meriti veri di Marthe.

Allo scoppio della seconda guerra mondiale, ella, sconosciuta all’intelligence tedesca, entrò nelle Forces françaises de l’intérieur e militò nella Resistenza, malgrado qualche legame poco chiaro con un marsigliese collaborazionista che ha gettato non poche ombre sulla sua carriera. La militanza di Marthe durante la seconda guerra mondiale fu senza dubbio il trampolino di lancio per la sua carriera politica: nel 1945 fu eletta consigliera del 4 arrondissement parigino. Grazie alla sua opera di sensibilizzazione condotta per mezzo stampa e ad un suo discorso tenuto il 13 dicembre dello stesso anno, Marthe Richard riuscì a far approvare, nel 1946, una legge che chiuse definitivamente i bordelli in Francia. La sua proposta non condannava le prostitute, ma la società intera, che avallava comportamenti debosciati e spingeva le giovani alla vita di strada.

La sua esistenza continuò fino alla veneranda età di 92 anni sulla falsa riga di ciò che era stata fino ad allora: scrisse mémoirs e libri sulla sua vita di spia, diede conferenze, fondò premi letterari per romanzi erotici e in generale menò una vita piacevole e nell’agio, grazie soprattutto alla rendita garantitale dal secondo marito.

Una nota a proposito di questo matrimonio: l’unione con un cittadino inglese, al tempo, significava la perdita della cittadinanza francese. C’è dunque chi ha avanzato l’ipotesi che Marthe Richard abbia condotto una carriera politica in territorio francese senza averne più i diritti, ma la questione è stata poi liquidata senza sequele.

Più aspre furono le critiche che gettarono ombre sulla sua carriera di spia durante le due guerre, accusandola di essere nient’altro che un’impostora, una raccontafavole approfittatrice.

Marthe da anziana

In merito a questo noi non possiamo sapere la verità. Essa sarà stabilita solo quando gli storici avranno condotto a termine il loro lavoro di indagine sulla vita rocambolesca di questa donna. Per me, intanto, va ricordata come una personalità poliedrica e multiforme, che è stata capace di reinventarsi e di fare anche cose importanti per il proprio paese, forse non con le sue doti di spia, ma con la legge che tuttora porta il suo nome.

Ecco a voi un ritratto succinto ma denso di Marthe Richard, le cui ceneri si trovano oggi al Père Lachaise sotto il nome di Marthe Crompton, come vuole lo stile francese secondo cui le donne prendono il nome del loro marito.

Ma rentrée

Ben ritrovati a tutti i lettori di De amore gallico. Mi sono presa una pausa lunga tre mesi (come le vacanze estive di quando ero piccola… ah, che bei ricordi!) ma non vi ho dimenticati. Tutt’altro!

Sono stata però molto occupata con momenti ed eventi personali importanti e indimenticabili che mi hanno resa felice. Ho dovuto e voluto consacrarmi interamente a questo tempo della mia vita che ho atteso a lungo e desiderato nel profondo.

Chi mi segue, però, avrà potuto continuare a leggere i miei scritti sul sito Una parola al giorno, dove pubblico con cadenza regolare approfondimenti linguistici, etimologici e semantici delle parole appartenenti alla lingua italiana ma derivate dalle lingue semitiche.

Eccomi qui, insomma, più attiva e vivace che pria!

A prestissimo con articoli, podcast e tante interessantissime storie.

Ei fu… un problema anche oggi.

Questo anniversario napoleonico è quanto mai fonte di polemiche e l’opinione pubblica da mesi è profondamente divisa. Da una parte i fautori della cosiddetta cancel culture, ovvero quella che fino a qualche anno fa si chiamava damnatio memoriae, dall’altra coloro che affermano che celebrare i duecento anni dalla dipartita dell’ uom fatale non significhi per forza condividerne le politiche coloniali né le smanie espansionistiche. Abbiamo visto quel che è successo all’ultima persona che ha provato ad invadere tutta l’Europa e a sottometterla al suo potere: finito suicida in un bunker con la compagna, divenuto quasi antonomasia dell’uomo folle e odioso, del dittatore velenoso. Vien da dire che a Bonaparte sia andata molto meglio, confinato in un’isola africana, ‘in sì breve sponda‘. Ma va anche detto che, sebbene Napoleone fosse al centro di una politica espansionistica e colonialista di stampo antico, la sua ascesa e declino non si sono accompagnati ad una politica dittatoriale improntata all’odio razziale, almeno non nell’accezione contemporanea di razzismo.

Ampliando un po’ il discorso, ritengo molto interessante che la letteratura italiana annoveri tra le opere di uno dei suoi maggiori autori un’ode dedicata al generale: in effetti, quando spiego ad un francese che in Italia a scuola ci fanno spesso imparare a memoria il ‘5 maggio’, la reazione che mi ritrovo di fronte è di stucco. E Foscolo nel frattempo si rivolta nella tomba. Se però prendiamo in considerazione il potere che quell’uomo ha avuto sulle sorti dell’Europa di inizio XIX secolo, forse possiamo mettere tutto in una prospettiva più ampia e capire che celebrare il duecentesimo anniversario della sua dipartita non è un capriccio per storici, per nostalgici, per revisionisti od occhialuti appassionati che brancolano per le strade ricoperti della polvere di musei, biblioteche ed archivi. Significa riconoscere il peso specifico di una figura che ha contribuito a rendere la Francia quello che è. Altrimenti dovremmo fare lo stesso discorso per un’altra ricorrenza cara ai francesi e chiederci perché sparare fuochi d’artificio all’impazzata in un giorno di mezza estate che celebra l’inizio di un processo sanguinoso che la storia ha poi battezzato ‘Rivoluzione’ e che portò ad estreme conseguenze quali il Terrore e la ghigliottina?

Se si vuol fare cancel culture, penso che purtroppo ciò significhi mettersi a guerreggiar con tutto il passato umano. Reputo molto più utile e costruttivo, invece, fare un discorso ben più complesso, e per questo difficile e arduo da mettere in pratica: sapere quali mali sono stati perpetrati e da chi, e condannarli senza se e senza ma, riconoscendo però, se ce ne sono stati, i meriti di una figura storica al netto del nostro giudizio di uomini contemporanei su di essa.

Questo territorio, lo so bene, è davvero scivoloso, specie per noi italiani, che poco più di 70 anni fa risorgevamo dalle ceneri di una dittatura indescrivibilmente violenta e tragica. Essa aveva trascinato la nazione in una guerra al fianco di un’altra dittatura disgustosa e di questo avremo sempre vergogna. Per cui sia chiaro che non è mia intenzione far revisionismo storiografico spiccio e all’acqua di rose. A mio avviso, riconoscere e celebrare l’anniversario della morte di uno degli uomini storicamente più importanti del millennio scorso, il quale tra le altre cose ha cambiato per sempre il volto dell’Europa, non è approvare l’istituzione della schiavitù, del colonialismo e lo sfruttamento degli esseri umani, tanto quanto non significa pensare che Bonaparte avesse ragione a voler invadere e schiacciare tutto il vecchio continente, a deturpare l’Egitto e a sottomettere intere popolazioni con la sua politica coloniale. Nella fattispecie, Napoleone non si è fatto portatore di una dottrina dell’odio come hanno fatto altri dopo di lui. Ha agito sempre e solo nell’interesse militare e per il prestigio del paese, con una sete di potere che molti re e imperatori venuti ben prima hanno avuto in massimo grado e che non può essere misurata col metro di oggi, poiché Bonaparte appartiene ad un mondo che non esiste più, morto con la disfatta del nipote sul campo di battaglia di Sedan nel 1870.

Ecco la differenza tra Bonaparte e altre figure del novecento, sulle quali, al contrario, un giudizio netto e irrefutabile si auspica ed è necessario.

Detto questo, è ora scossa che la Francia restituisca un po’ di roba all’Italia, oltre che i terroristi estradati.

Pillola: Nîmes, il Colosseo e le gaffes epocali dei politici

Che i politici non siano nuovi a gaffes, sfondoni ed errori di ogni tipo non è cosa nuova. I più recenti comprendono anche delle colte citazioni dantesche, salvo poi scoprire che del Sommo quei versi non sono: sono nati infatti dalla penna dei fantastici autori de ‘L’inferno di Topolino’.

La gaffe di oggi vede protagonista la sindaca di Roma Virginia Raggi, o meglio, il suo staff di gestione dei social media. Pare che, invece di una foto del glorioso Colosseo, sia stata usata un’immagine dell’arena di Nîmes per un video promozionale di un evento golfistico.

Ovviamente qui in Francia la cosa ha fatto ridere, sorridere, e ha fatto molto piacere soprattutto agli abitanti della bella Nîmes. Ma agli italiani residenti in Francia invece ha causato non poco imbarazzo… Ma insomma! Suvvia! Ma come si fa a confondersi così…? Mais quand même…!!!!

La bella arena di Nîmes
Il Colosseo by night.

Le foto non sono mie e appartengono ai loro legittimi proprietari

Pillola: vivevano a colori

Di recente ho acquistato un libro fotografico estremamente interessante che vorrei consigliare a tutti i lettori di De amore gallico: si intitola ‘Ils vivaient en couleurs’ e l’autrice è Aude Goeminne, Editions du Chêne.

Raccoglie al suo interno 250 foto d’epoca ricolorate artificialmente per ripercorrere 100 anni di storia, 1838 an 1945.

Da un punto di vista storico la colorazione delle foto è trattata con pareri discordanti: c’è chi la critica aspramente perché la interpreta come un voler ‘manipolare’ la storia e renderla falsa, ma c’è anche chi crede che possa invece renderla più viva e più ‘attuale’.

Non sta a me esprimermi su questo punto, desidero solo esternare il mio apprezzamento per questo libro a mio avviso mirabile, che riporta in vita scampoli di storia rendendoceli più vicini e tangibili. Alcune delle immagini contenute sono tragiche, altre mi hanno sconvolta (quelle sul lavoro minorile, su alcuni animali morti e sulla prima guerra mondiale soprattutto), altre sono divertentissime e davvero buffe.

Ogni foto è corredata da un breve testo esplicativo o un commento, e ciascun capitolo, dedicato ad un ambito della vita umana o ad un periodo storico specifico, è introdotto da una breve spiegazione storica per chi a scuola fosse andato in bagno proprio mentre la prof. spiegava il patto Molotov-Ribbentrop.

Dai, su, alzate la cornetta e prenotatelo dal vostro libraio di fiducia!

Di seguito un piccolo estratto del libro.

Nella prima foto un gruppo di breaker boys della Pennsylvania. Erano i fanciulli che, nelle miniere di carbone, dovevano picconare i grossi blocchi di materiale estratto per romperli in pezzi più piccoli. Il lavoro minorile è la prima sezione del libro. Inutile dire che è un vero e proprio pugno allo stomaco.

La seconda immagine raffigura una suffragetta che viene arrestata a Londra. Pensare a quanto noi donne abbiamo dovuto lottare (e stiamo ancora lottando) per avere gli stessi diritti degli uomini fa venire un groppo in gola…

La terza foto è la conosciutissima immagine di Garibaldi ferito sull’Aspromonte. Quando ero piccola i miei nonni e bisnonni materni mi cantavano sempre questa canzone: ‘Garibaldi fu ferito, fu ferito ad una gamba, Garibaldi che comanda, che comanda il battaglion!’

L’ultima foto ritrae Maria Montessori, illustre chiaravallese, grande donna, grande scienziata e grande educatrice. Un personaggio storico di cui l’Italia deve essere fiera! Io sono nata nel suo stesso villaggio.

Pillola: il fil rouge che parte da Parigi e arriva a Panama

Ho da poco scoperto che Parigi, oltre ad essere soprannominata in modo un po’ trito, la ville lumière, è anche detta Paname.

Che stregoneria è mai questa?

Sono andata a cercare di qua e di là e, sebbene da nessuna parte si trovi una risposta certa, è pacifico che ci sia di mezzo il canale di Panama. La versione più accreditata, infatti, è quella data dal giornalista e storico Claude Dubois: verso la fine del XIX secolo, si iniziarono i lavori per la costruzione del canale di Panama. Gli operai addetti agli scavi usavano questo copricapo per proteggersi dal sole cocente, ma grazie al presidente americano Roosevelt, in visita al sito di scavo, il panama fu sdoganato anche nell’alta società e divenne un accessorio di moda. Questa voga giunse fino a Parigi, dove tutti portavano il panama per sentirsi à la page. La capitale francese divenne quindi la città del cappello panama, la capitale dell’eleganza e della fatuità.

C’è un’altra versione, meno frivola, che invece imputa l’origine di questo soprannome allo scandalo finanziario legato al canale di Panama e alle conseguenze che ebbe sulla borsa di Parigi. Addirittura Clemenceau e Eiffel ne furono gravemente danneggiati… chiamare Parigi Paname diventa allora una sorta di punizione per l’affaire che fece quasi crollare l’economia francese.

Quale che sia l’origine di Paname, non resta che sederci sul divano, chiudere gli occhi e ascoltare la canzone di Léo Ferré…

Unbekannt, ‘Scavo del canale di Panama’, 1888