Hypokhâgne e khâgne, che stregoneria è mai questa? Un tentativo di comprensione del sistema di istruzione superiore francese.

Il sistema scolastico francese, non è una novità, ha grandi differenze rispetto a quello italiano, a cominciare dalla durata: tredici anni in Italia, dodici oltralpe. Ma anche quello accademico è radicalmente diverso.

Infatti, dopo il bac, il baccalauréat, cioè l’esame di maturità (che non è l’unica opzione esistente, in quanto esistono altri diplomi professionali, come il Cap o il Bep per chi vuole intraprendere carriere nell’artigianato o nei settori tecnici), gli allievi francesi possono scegliere diversi percorsi: l’università, la via più comune, quella classica per noi italiani, chiamata brevemente fac (faculté), oppure les grandes écoles, come la famigerata école de commerce, che in certi ambienti è considerata una fabbrica di pedine del capitalismo in pieno stile corporate. A quanto ho capito, ma potrei sbagliarmi, vista la complessità di tutto ciò, per accedere alle écoles de commerce ci sono dei test di ingresso che non richiedono un percorso specifico e vi si può accedere direttamente dopo la maturità. Altre grandes écoles, invece, hanno regole di accesso ben più rigide.

Ecco perché c’è anche un’altra opzione, quella di ritornare al liceo dopo il bac: in questo caso si chiama lycée préparatoire, in breve (perché i francesi, se potessero, abbrevierebbero pure la parola maman) prépa. Le prépa durano due anni e preparano, appunto, ai concorsi di accesso alle écoles normales supérieures, degli istituti prestigiosi di istruzione superiore presso cui si conseguono diplomi come il master e il dottorato.

Ovviamente le classi preparatorie sono molto dure, proverbialmente difficili, poiché debbono allenare gli studenti al concorso e alla severità delle grandes écoles.

Questa struttura complessa e a tratti incomprensibile per noi italiani, abituati a considerare l’università come l’istituto di istruzione superiore per eccellenza, la Francia la deve sia a Napoleone ma anche all’influenza del’68, che ha portato a guardare con occhio più critico al mondo universitario, facendo quindi prediligere gli altri percorsi di istruzione superiore ad una certa fascia sociale.

A seconda di che cosa si voglia fare nella vita, comunque, ci sono diversi tipi di prépa: scientifica per chi volesse entrare nelle scuole di ingegneria, di veterinaria, al Politecnico etc. Umanistica, invece, per chi è votato a studi letterari, linguistici, storici o filosofici.
E qui arriviamo ad un punto interessante. Il primo anno di prépa littéraire si chiama hypokhâgne, il secondo khâgne Si tratta di argot scolastico preso in prestito direttamente al greco antico e mischiato al francese. Hypo, cioè ‘sotto’, ‘in basso’ viene dalla lingua greca, e fin qui siamo tutti d’accordo, khâgne, invece, è la grecizzazione della parola cagne. Essere cagneux in francese significa avere le gambe storte. Durante il XIX secolo, questo aggettivo iniziò ad essere utilizzato per prendere in giro gli studenti e i professori di materie umanistiche col naso sempre in mezzo ai libri e la schiena ingobbita: non lo stereotipo del fisico sportivo e prestante. I primi ad utilizzare questa parola per deridere i letterati furono gli allievi delle scuole militari, sempre a cavallo e sempre in movimento. Ma ecco che, per spirito di contraddizione e orgoglio, gli studenti di lettere iniziarono ad adottare questa parola per autodefinirsi, cambiandola però in modo che suoni un po’ più greca.

Ovviamente le tradizioni goliardiche che gli universitari nostrani conoscono bene esistono anche in Francia, specie nelle scuole preparatorie, che coincidono con gli anni più belli, i 18, i 19, i 20… Uno dei capricci degli studenti di hypokhâgne e khâgne è quello di dare un’aura latinizzante o grecizzante a tutte le parole, proprio come è accaduto con il loro nome.

D’altra parte, quale studente, italiano o francese, di fac, università, prépa o liceo non ha mai partecipato a goliardate o assunto atteggiamenti snob ed elitisti volti a farsi belli con gli studenti delle altre scuole e degli altri licei?

L’ingresso dell’Ecole normale supérieure de Paris

Un tour cimiteriale nel Golfo di St. Tropez

Dato che il confinement permette di andare a far visita ai cimiteri e che perciò mi lascia libera di dedicarmi ad una delle mie grandi passioni, ho approfittato per visitare un po’ di camposanti della zona in cui non ero ancora stata e scattare delle foto a tombe antiche, interessanti, misteriose.

Ho il piacere, dunque, di condividerle con i lettori di De amore gallico. Spero che questa galleria di immagini delle mie flâneries cimiteriali vi faccia viaggiare…

In queste due foto, scattate al cimitero di Ramatuelle, si notano le tipiche corone floreali di ceramica, una tradizione tutta francese.

Ogni cimitero che si rispetti ha il suo guardiano a quattro zampe. Anche quello di Ramatuelle.

Il tempo che passa si fa vedere al cimitero di Gassin.

Simboli che parlano del mestiere della famiglia sepolta sotto questo monumento, cimitero di Gassin.

Cognomi particolari, tombe ‘scadute’, tombe di bambini… al cimitero di Gassin ho trovato davvero tante cose interessanti.

Perfino un micio che assomiglia al disegno di Simba fatto da Rafiki ne ‘Il re leone’.

Una fine commovente…

A Grimaud c’è un mulino che domina il paesaggio dietro il cimitero. Tombe senza nome ma ricoperte di vegetazione lussureggiante, sepolcri nascosti nell’angolo più lontano e discreto…

Sepolcri di notevole solennità…

Il guardiano del cimitero di Cogolin è stato disturbato da una paparazza cimiteriale…

Un’interessante discrepanza ortografica che fa domandare… ma c’entra niente il poeta Arthur Rimbaud col villaggio di Cogolin?

Statue che sembrano viventi, epigrafi cancellate di proposito (quale mistero!) come per attuare una damnatio memoriae, sepolcri abbandonati da tempo a Cogolin.

Per concludere con una tomba solenne di un’illustre famiglia di medici e sindaci.

A presto, sempre su De amore gallico, con podcast, articoli, foto e storie interessanti.

Pillola: le croque-mort e il beccamorto, ovvero i francesi addentano mentre gli italiani pungolano

Essendo in periodo di Toussaint, cioè di Ognissanti e morti, oggi parleremo di… becchini.

Perché, se in Italia l’addetto delle pompe funebri che si occupa di tutti i vari aspetti delle esequie lo chiamiamo con goliardia ‘beccamorto’, cioè ‘quello che acchiappa i morti’ (e in tempi di peste nera era un’immagine non così fantasiosa come potremmo pensare) o anche ‘quello che li pungola con uno spillone per vedere se son davvero stecchiti’ (per non rischiare di seppellirne un vivo che poi si risveglia tumulato e al buio), in Francia l’equivalente di questa parola è croque-mort, che significa… ‘addenta-morto’.

Mi è stato riferito che l’origine di questo soprannome scherzoso è sempre il voler controllare che il morto sia ben morto. Solo che, al posto dello spillo, il metodo usato è quello del morso all’alluce!

Cimitero di Ramatuelle

La cosa pone di fronte a numerosi interrogativi, anche se dei buontemponi mi hanno suggerito che la passione gallica per il formaggio può aver influito sulla scelta dei croque-morts della cosa da addentare.

Io resto perplessa, ma anche meravigliata di come le lingue mi portino ogni giorno nuove sorprese e nuove cose da imparare.

Le corone funebri in ceramica sono tipiche dei cimiteri francesi

Le Télémaque: il mistero del tesoro di Luigi XVI

Che cosa trasportava il brigantino Télémaque il 3 gennaio del 1790? Quali segreti erano custoditi nella sua stiva? Un mistero che ha intrigato storici, scrittori e cercatori d’oro degli ultimi duecento anni…

Struttura di un brigantino, un’imbarcazione a due alberi molto veloce

Il Télémaque, al momento del naufragio, non si chiamava più così. Il brigantino era infatti stato acquistato al rouennese Louis Durand da Jean-Vincent Le Canu, commerciante di rue des Charrettes, e dai suoi soci, il Capitano Quemin e altri. Le Canu aveva ribattezzato il Télémaque: la scelta del nuovo nome era caduta su Le Quintanadoine, in onore di una ‘famosa famiglia di armatori di Rouen’. Si sa, cambiare il nome ad una barca porta molta sfortuna! Poco importa come sia stato rinominato, questo bateau è comunque passato alla storia come Télémaque.

Il ruolo di bordo del Télémaque

Era stato anche riparato e ingrandito: dopo i lavori di ristrutturazione il brigantino misurava 26 metri di lunghezza per 7,33 di larghezza e 4,33 di altezza. Va sottolineato che il Capitano Quemin e tutto l’equipaggio che salì a bordo del Quintanadoine per la missione che finì in naufragio erano gli stessi che aveva lavorato su quelbrigantino quando si chiamava Télémaque. Squadra che vince non si cambia!

Il 24 Dicembre 1789 il Quintanadoine ricevette il lasciapassare dall’ammiragliato di Rouen e salpò alla volta di Brest per trasportare legname e carbone, ufficialmente…
Il brigantino solcava le placide acque della Senna, destreggiandosi tra le anse del fiume, arrivando il 2 gennaio 1790 a Quillebeuf-sur-Seine. L’equipaggio mise l’ex Télémaque au mouillage a circa 100 metri di distanza dalla riva della città. Ed ecco che accadde il fatto che diede vita al mistero.

Le cronache narrano che un frangente, cioè un’onda particolarmente violenta e anomala, si sia riversata sul brigantino, lo abbia schiantato da babordo verso tribordo, gli abbia fatto perdere gran parte del carico e abbia rotto tutte le cime e tutte le gomene che assicuravano l’imbarcazione.

Quemin fece immediatamente mettere in acqua le scialuppe di salvataggio e tutta la ciurma fortunatamente si salvò, fatta eccezione per il mozzo, poveretto. Infatti il Télémaque colò a picco, portando con sé il giovane apprendista marinaio di cui non è più stato trovato il corpo e, pare, tutto il carico che trasportava in quella missione. Il Capitano avrebbe dovuto immediatamente riportare l’incidente alle autorità competenti, ma sembra che l’ammiragliato di Quillebeuf non abbia ricevuto notifica del naufragio che tre giorni dopo, il 5 gennaio 1790. La cosa strana è che negli archivi non risulta nulla e che l’impiegato addetto alla registrazione dei documenti, intervistato in seguito, disse di non aver alcun ricordo riguardante il dossier del naufragio del Télémaque.

Il tragitto dell’ultimo viaggio del Télémaque

La leggenda – perché forse di leggenda si tratta, o magari di storia, noi non lo sappiamo – vuole che, invece di legname e carbone, il Télémaque trasportasse un tesoro incalcolabile: l’oro di Luigi XVI, del clero, delle abbazie di Jumièges, di Saint-Martin-de-Boscherville, di aristocratici e nobili che avevano pianificato la grande fuga all’estero, per mettersi al sicuro ed evitare che la Rivoluzione li espropriasse di tutto. Il problema è che, se anche si può reputare credibile che clericali e aristocratici, a cavallo tra il 1789 e il 1790, volessero prendere armi e bagagli e andarsene dalla Francia messa a ferro e fuoco dai giacobini, il re e la famiglia reale non tentarono la fuga che un anno dopo, nel 1791, quando furono scoperti nottetempo a Varennes (firmando così, in un certo senso, la loro condanna).

Negli anni successivi diversi personaggi, specialmente dei privati, fecero di tutto per spostare il relitto dal fondo della Senna di fronte a Quillebeuf, ufficialmente per ‘intralcio alla navigazione’, affermando che l’épave adagiata sul fondo del letto del fiume ostacolava il viavai fluviale, ma in realtà per cercare di recuperare il fantomatico tesoro. Primo tra essi fu un certo armatore del porto di Le Havre di nome Le Canut (strano e sospetto come il cognome ricordi quello del proprietario del Quintanadoine).

Va detto che ad alimentare la leggenda del Télémaque contribuì anche un pamphlet pubblicato nel 1842 da un inglese, un certo Taylor, uno dei tanti privati che negli anni aveva cercato di riportare in superficie il relitto. In questo pamphlet intitolato “Sauvetage du navire le Télémaque, naufragé en Seine devant Quillebeuf, le 3 janvier 1790, supposé contenir de 30 000 000 à 80 millions de francs” si leggeva che diversi testimoni illustri, nessuno dei quali desiderava essere nominato, affermavano che:

Una quantità considerevole di gioielli e tesori proveniente da alcune chiese sarebbe stata segretamente condotta dentro un magazzino di Rouen affittato di nascosto. In quel luogo, nottetempo, tutti quei tesori furono fusi in lingotti d’oro, poi messi in barili cerchiati di ferro e fatti rotolare fino nelle stive di DUE imbarcazioni: il Télémaque ribattezzato Quintanadoine e una misteriosa goletta.

Sempre in questo pamphlet si leggeva che la destinazione ufficiale era Brest, ma il Capitano Quemin aveva in realtà ricevuto una busta da aprire solo e soltanto una volta superato il Capo de la Hève. Regola della massima importanza: evitare ad ogni costo i doganieri. Questi, però, riuscirono a rintracciare le due barche. La goletta fu arrestata e fatta rientrare in un porticciolo fluviale non lontano da Quillebeuf; il suo carico prezioso fu ispezionato e requisito: vi fu trovata tutta l’argenteria della famiglia reale, pare.

Crestois in azione

Il Télémaque invece arrivò fino a Quillebeuf e… colò a picco. Secondo il pamphlet ciò accadde perché il capitano Quemin, di fretta com’era, manovrò maldestramente la barca. Insomma, una bellissima storia, un’interessantissima storia che portò come risultato altri tentativi di recuperare il relitto che si susseguirono nel tempo, con minore e maggiore frequenza, per i successivi centrotrentotto anni.

Recupero di una parte del relitto

Infatti nel 1939, proprio quando venti di guerra soffiavano sull’Europa, finalmente, André Crestois, un industriale di Parigi, ottiene l’autorizzazione amministrativa ad effettuare dei lavori di recupero. Lo Stato francese era incoraggiato dai successi di missioni analoghe avvenute in quegli anni in giro per il mondo. Un sommozzatore in scafandro, René Cabioche, di Roscof, fu l’uomo che rese possibile il recupero di alcuni materiali dal relitto: candelabri, serrature, chiavi, chiodi, catene, ma anche dei crocifissi, dei sigilli con lo stemma fleur de lis, una catena enorme in oro massiccio usata come pettorale dai vescovi, monete d’oro… i lavori continuarono fino a che, nella primavera del 1940, una parte del relitto fu riportata in superficie. Peccato che su questa parte di relitto non si sia trovato nulla e che la stiva e la camera del Capitano siano sempre in fondo al fiume. Magari il tesoro vero e proprio sta ancora là sotto!

Oggi, purtroppo, dopo che molti lavori di sistemazione del letto fluviale della Senna sono stati fatti durante gli anni, sembra che il punto in cui il relitto affondò e fu successivamente ispezionato e in parte recuperato sia finito sotto un campo di calcio.

Va anche detto che all’epoca dei fatti gli abitanti di Quillebeuf erano conosciuti per essere degli sciacalli di relitti fluviali molto rapidi ed efficaci… chi lo sa, magari il Télémaque non fece nemmeno in tempo ad affondare che già tutto il tesoro era stato distribuito tra gli abitanti della cittadina; resta da vedere, come dicono, se tra le argenterie di famiglia a Quillebeuf ci sia niente recante lo stemma reale. Inoltre, i fanatici delle teorie del complotto affermano che il mozzo annegato durante il naufragio altri non era che il Delfino di Francia. Alla fine possiamo ben dire che tutto è possibile e che tutto è immaginabile.

Il libro di Simenon ispirato ai fatti del Télémaque

La vicenda ha ispirato fior di scrittori, da Victor Hugo che ci si mise di mezzo con un pettegolezzo da salotto, a Georges Simenon, con il suo libro ‘I superstiti del Télémaque’ e al contemporaneo Michel Bussi, che nel suo ‘Usciti di Senna’, pubblicato quest’estate in italiano per le Edizioni e/o mescola intrighi, pirati, tesori e misteri. Magari è la lettura giusta per le prossime domeniche autunnali, con un bel tè caldo e una coperta morbida sul divano, mentre fuori la pioggia sferza i vetri e vi porta, col suo suono lento e ripetitivo, indietro nel tempo, fino al Dicembre di duecentotrentuno anni fa…

Mademoiselle Lenormand – sibilla, chiaroveggente e cartomante di Napoleone

Spesso, dietro personaggi storici di calibro e reputazione insormontabili, si celano figure poco conosciute, financo oscure, che li hanno influenzati fatalmente.

È il caso di Mademoiselle Lenormand, sibilla, chiaroveggente e cartomante che guidò i passi di uomini politici come Robespierre e Napoleone. A lei si rifà un celebre mazzo di carte utilizzato molto spesso dai cartomanti per predire gli avvenimenti riguardanti la parte più semplice e ‘quotidiana’ della vita umana: i nuovi vicini saranno simpatici? Andremo d’accordo col nuovo capo? Qualcuno ha rubato dei soldi dalla cassa? L’appuntamento andrà bene o male? Nulla a che vedere con la potenza simbolica e archetipica incarnata dai tarocchi, a cui si è interessato Jung stesso.

Ritratto della Lenormand nel 1802

Dunque, Mademoiselle Lenormand. Chi era costei? Qui va fatta una precisazione: ci sono i fatti, cioè le notizie sulla sua vita raccolte da storici che indagarono su di lei in modo serio e sistematico, e i suoi racconti e diari, in cui si dipinge con colori vivaci e si attribuisce gesta mirabili. Nata ad Alençon nel 1768 (a suo dire 1772, ma i tentativi di ringiovanirsi sono un peccato che commettiamo tutti…), rimase orfana molto presto, all’età di cinque anni, ed entrò così in un collegio di suore benedettine, come avveniva alle bambine rimaste senza genitori. Dicono che, quando aveva sette anni, predisse la caduta di una delle sorelle del convento e che, sebbene il fatto fosse avvenuto davvero, la cosa le causò una marea di guai con le religiose, le quali le fecero scontare una dura punizione.

Arrivò a Parigi da giovane, tra il 1790, data da lei affermata, e il 1793, anno riscontrato dalle ricerche. Diceva di aver sin da subito frequentato i salotti bene della società, ma sembra che abbia svolto inizialmente lavori molto umili, come la lavandaia. La si può davvero biasimare per aver truccato e abbellito la propria vita? Chi, stando al suo posto, non avrebbe cercato di crearsi un’aura ed un passato migliori?

Mlle Lenormand apprese la cartomanzia, dicunt, sui tarocchi di Etteilla (a proposito di questa figura De amore gallico pubblicherà presto un articolo) da una signora chiamata Madame Gilbert. Questo dato è assai misterioso o una magica coincidenza, visto che sembra che il cognome da nubile di sua madre fosse proprio Gilbert. Pare comunque che Mlle Lenormand non si sia limitata solo alla cartomanzia, ma che avesse esteso il suo campo di conoscenze anche alla chiromanzia, alla negromanzia e all’astrologia.

Giuseppina imperatrice con i gioielli disegnati dal grande Nitot

Sebbene quest’attività di pitonessa fosse considerata illegale in Francia, al tempo, ella si guadagnò presto una certa fama e attirò clienti provenienti da diverse classi sociali: gente del popolo, ma anche borghesi ed infine nobili. Durante la rivoluzione pare che abbia consigliato figure quali Marat, Robespierre e perfino Saint-Just. Tuttavia la svolta definitiva avvenne quando una bellezza creola dai denti guasti, i modi frivoli, vedova con due figli e in procinto di sposarsi con un generale andò a trovarla per avvalersi delle sue capacità mantiche. Quella donna esotica era una tale Marie-Josèphe-Rose Tascher de La Pagerie, vedova Beauharnais, futura moglie del generale Bonaparte. Napoleone, dal canto suo, pare che sia stato sovente spinto dalla moglie a consultare le carte attraverso la sibilla, sebbene egli stesso non facesse affidamento su queste cose e vedesse con sospetto l’influenza che la veggente esercitava sulla sua preziosissima, amatissima moglie.

Altre fonti dicono che Giuseppina Bonaparte e Mlle Lenormand si siano incontrate in carcere quando il Regime del Terrore aveva fatto arrestare Giuseppina e il primo marito, Beauharnais, e la profetessa vi si trovava per una delle sue numerose capatine punitive, perché, come dicevamo, al tempo la sua attività era illegale e spesso le cartomanti venivano pizzicate dalle autorità e spedite al fresco per brevi periodi.

Il successo della Lenormand, comunque, una volta divenuta celebre grazie ai Bonaparte, fu inevitabile: andare a farsi tirare le carte da lei era diventato quello che al giorno d’oggi viene chiamato un must. La sua fama di Sibilla dei Salotti attraversò addirittura i confini nazionali e divenne in tutto e per tutto la pitonessa più famosa d’Europa e una delle più conosciute della storia. Anche Talleyrand, il ministro francese che dovette gestire la spinosissima situazione in cui la Francia si ritrovò al Congresso di Vienna, fece appello alle capacità mantiche di Mlle Lenormand.

Alcune carte del mazzo storico Lenormand

Da un punto di vista ‘tecnico’, pare che la donna predicesse il futuro usando, molto semplicemente, il mazzo di carte francesi, quello da Scala Quaranta, per intenderci, e non i tarocchi mistici e misteriosi che altri veggenti hanno prediletto. E va anche detto, quindi, che il mazzo oggi conosciuto come ‘Sibilla Lenormand’ non è altro che l’evoluzione di un giuoco di carte precedente, chiamato ‘Della Speranza’: il bouquet, l’anello, la torre, le nuvole… non hanno nulla a che vedere con la sibilla di Napoleone, ma li dobbiamo all’editore storico delle carte francesi Grimaud.

Tornando alla vicenda terrena della donna, la copertura legale che Mlle Lenormand usava per la sua attività era quella di ‘libraia’, a rue de Tournon, ma spesso spie e soffiate la denunciarono alle autorità, col risultato che la sibilla si vide obbligata a qualche andirivieni tra il suo domicilio e le patrie galere. Tanto era il traffico di gente illustre che veniva a chiederle responsi, che una vita siffatta non poteva esser perduta nelle nebbie del tempo. Fu così che Mlle Lenormand iniziò a redigere le sue memorie, a cui è possibile far riferimento, certo, ma su cui non si può fare affidamento, come abbiamo già detto.

La sua vita continuò tra vaticini, oroscopi, personaggi illustri, mémoirs, andirivieni in prigione fino al 1843, quando si spense, il 25 giugno, lasciando dietro di lei un’eredità cospicua sia dal punto di vista economico, per i suoi nipoti (non ebbe figli, ma lasciò il suo patrimonio ai figli dei fratelli), sia in mistero e mitologia, per tutti noi che siamo ancora qui a leggere la sua verità e le sue presunte gesta.

Per chi volesse andarla a trovare, Mlle Lenormand si trova ancora a Parigi, la città che l’ha resa famosa, in una tomba situata nella terza divisione del cimitero Père Lachaise.

Il gadget: da una fonderia francese agli omaggi venduti insieme alle riviste

La parola gadget, la cui forma e pronuncia ce la fanno pensare come un anglicismo che l’italiano ha accolto nel proprio dizionario, ha un’origine ben lontana dalle sponde del Tamigi o dalle brughiere scozzesi.

Siamo in Francia nel 1871: uno scultore di nome Auguste Bartholdi, insieme all’architetto Eugène Viollet-le-Duc e, in seguito alla morte di quest’ultimo, all’ingegnere Gustave Eiffel, uniscono i loro geni per la progettazione e la realizzazione di una statua che raffiguri la Libertà che rischiara il mondo. La Francia farà dono di quest’opera monumentale agli Stati Uniti d’America: un gesto che celebri il centenario della Dichiarazione di Indipendenza e che suggelli l’amicizia tra i due paesi.

Bartholdi, per la parte relativa all’esecuzione, si rivolgerà ad una fonderia parigina, Gaget-Gauthier et Cie., situata dans le 17eme arrondissement, precisamente a rue de Chazelles: con Monsieur Gaget, Bartholdi deciderà di realizzare la statua in fogli di rame battuto con la tecnica dello sbalzo, cioè lavorando il materiale in negativo, dal rovescio.

Qualche dato su questa scultura: la statua è alta 46,05 metri; considerando anche il basamento, essa arriva a 93 metri. La struttura è in acciaio, il rivestimento in rame, la torcia, sostituita durante i lavori di restauro iniziati nel 1984 e terminati nel 1986, in occasione del centenario, è placcata d’oro a 24 carati. La torcia originale è conservata nella hall del basamento.

La torcia originaria nella hall del basamento

Per portare Liberty dalla Francia all’altra sponda dell’Atlantico furono necessarie 1883 casse in cui furono stipate le varie componenti. Una volta portati a New York tutti i materiali, si dovette procedere alla costruzione del piedistallo,

Questa fu una delle prime operazioni di crowdfunding più di successo della storia. Contribuirono il New York Times ma anche un’intelligente strategia ideata nientemeno che da Monsieur Gaget, il direttore della fonderia parigina dove si era lavorato il rame di Liberty. Fece arrivare dalla Francia delle repliche in miniatura della statua, come quelle che oggi l’amico in viaggio di nozze a New York porta come souvenir un po’ banale e prevedibile ai compagni e ai familiari. Il prezzo di ciascuna miniatura era davvero irrisorio, tanto da spingere anche i meno abbienti a comperare un ricordino di questo straordinario evento commemorativo della Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti. La vendita fu un gran successo e permise in poco tempo di raccogliere abbastanza fondi per finanziare la costruzione del piedistallo e portare finalmente a termine il progetto.

Monsieur Gaget, durante la produzione delle miniature, aveva fatto scrivere il suo cognome sui piedistalli dei souvenir: una mossa pubblicitaria per favorire gli affari della sua fonderia ed associarla per sempre alla lavorazione del rame di Liberty. Non male, come idea!

Quello che Monsieur Gaget non sapeva era che il suo cognome francese, arrivato sulle bocche di migliaia di newyorkesi grazie ai souvenir di Liberty, da gajé divenne gaghet e poi, col tempo, gadget come lo diciamo oggi, come il nome dell’Ispettore dei cartoni animati, per capirci meglio.

In effetti, nel senso odierno, le statuine in miniatura che aiutarono l’operazione di finanziamento del piedistallo di Liberty sono considerati dei gadget, come il ciarpame di cui sono pieni i negozietti di souvenir, come gli oggettini che d’estate si trovano acclusi alle riviste per aumentare le vendite e solleticare la curiosità dei vacanzieri che non sanno che giornale leggere sotto l’ombrellone.

Foto d’epoca: la Statua della Libertà in costruzione a Parigi.

Come è noto, a Parigi esiste una replica di Liberty, assai più piccola, che guarda verso ovest, cioè verso la ‘sorella maggiore’. Essa è stata posta sull’Île aux Cygnes, ma non è l’unica: ce ne stanno anche nei giardini du Louxembourg, all’entrata del Musée d’Orsay e nel Museo delle Arti e dei Mestieri.

Il francese, dunque, che ha così tanto orrore dell’invasione linguistica operata dagli angli e dai sassoni, può ammettere senza paura la parola gadget nei suoi dizionari: alla fine si tratta semplicemente di un ritorno a casa di un cognome illustre che ha compiuto un lunghissimo viaggio oltreoceano!

Pillola: le trou normand, non per i deboli di stomaco

Quando si va ai matrimoni francesi, spesso, durante il pasto, c’è il momento del “trou normand“, cioè il buco della Normandia. Si tratta di una pausa tra una portata e l’altra annaffiata abbondantemente da liquore Calvados o altro. Attendere e bere permette agli ospiti di digerire e di preparare lo stomaco al resto del pasto.

La mia modesta esperienza è consistita di un trou normand servito subito dopo il plat, prima del fromage.

Sebbene non abbia favorito il Calvados o altri liquori forti per personalissima idiosincrasia, aspettare un’oretta prima di rimettermi a tavola e far onore agli sposi gustando i formaggi scelti per il banchetto ha avuto l’effetto desiderato: lo chèvre avec confiture e il brie à la truffe sono spariti in men che non si dica.

Ma la domanda sorge spontanea: quando si tratta di fromages, serve davvero il trou normand per gustarseli? Io dico di no.

La fioritura della lavanda in Provenza

La fioritura della lavanda in Provenza

La settimana scorsa ho avuto finalmente modo di visitare Manosque e Valensole e godere di uno spettacolo famoso in tutto il mondo: la fioritura della lavanda in Provenza.

Il sole cadeva a picco gettando i suoi raggi con noncuranza. Il vento soffiava lento e pigro mentre con la macchina ci inerpicavamo lungo le stradine che si arrotolano tra le colline e i campi. Ci fermavano spesso, ogni angolo meritava uno scatto. Quel colore fresco e semplice, così indissolubilmente legato al profumo di pulito del fiorellino, rinfrancava il corpo accaldato con la sua sola vista. Erano tappeti violacei che si stendevano a perdita d’occhio e che si donavano allo spettatore con elegante generosità.

Ma soprattutto era quello che io ho scelto di chiamare “il suono della lavanda” ad affascinarmi: i campi echeggiavano di ronzii di api affaccendate sulle spighe violette, intente a suggere i dolci nettari per poi portare il bottino goloso al proprio alveare o alla propria arnia. La terra rimbombava di questo tenero ronzio restituendolo centuplicato all’orecchio. Il suono della lavanda, il suono della terra e degli animali, semplici miracoli di vita e di natura.

Le distese di grano e di lavanda, il blu terso del cielo assolato, il verde dei boschi, l’ocra delle tegole sui tetti. Questa terra del sud francese è una tavolozza post-impressionista, un bouquet prezioso. Ma non bisogna lasciarsi ingannare dalle bellezze da cartolina: la lavanda fiorisce d’estate, quando il solstizio è trascorso e la luce già cede il passo ad una tenebra lenta e suadente; ammanta tutto piano piano e dolcemente, senza che ci si possa accorgere del consumarsi lento di un dramma naturale, ciclico. È il dramma del parossismo solare, che è già notte, che è già autunno.

Spero che le mie foto vi piacciano. Sono state scattate tutte nei dintorni di Valensole, Manosque e sulla spiaggia di Gigaro, di notte. La luna non era ancora piena, lo sarebbe stata la sera dopo.

Lo strano caso del ‘pet-en-gueule’ e la storia di un’artista poco conosciuta

Letteralmente significa ‘peto in faccia’, con la parola che indica la faccia, gueule, di registro molto basso, tanto da essere propriamente il termine che si utilizza per definire il muso e la bocca degli animali.
Ma non è quello che si può pensare.
Sebbene si parli di peti e flatulenze, esse non c’entrano affatto, a meno che non s’abbia mangiato fagioli con le cotiche la sera prima di sollazzarsi con questo giuoco all’antica.

Si tratta infatti di un passatempo da ragazzini, un gioco da cortile della ricreazione, molto simpatico:

Due ragazzi si mettono ‘a pecoroni’, direbbe Trilussa, noi invece ‘a gattoni’, l’uno di fianco all’altro, ma coi visi rivolti in direzioni opposte. Gli altri due si debbono ingegnare per abbarbicarsi l’uno all’altro, sempre in sensi differenti: uno in piedi dando le spalle ai due compagni che stanno a gattoni, l’altro con la testa rivolta verso i piedi del compagno e sostenuto da quest’ultimo per le gambe.

Il ragazzo in piedi deve rotolare di schiena sulle schiene dei due compagni per terra. Lo scopo è quello di ritrovarsi dall’altra parte con i ruoli invertiti: quello che penzolava sostenuto dall’amico ora è in piedi e mantiene per le gambe quello che prima stava in piedi e che è rotolato sul dorso.

Come tutti i giochi per ragazzi è più facile a farsi che a dirsi.

Come spiega eloquentemente questa illustrazione:

Il giuoco del peto in faccia

Questo sollazzo è assai innocente
e in questo giuoco divertente
i bambini si dilettan liberamente

Ma giacché si stringon fortemente,
senza volerlo o coscientemente,
il didietro il naso teme terribilmente.

Queste debolissime e mediocri rime sono la mia traduzione di quanto è riportato sotto l’incisione che raffigura quei putti grassocci darsi al giuoco del peto in faccia.

Pare che questa incisione sia opera di una donna, Claudine Bouzonnet-Stella. Nata nel 1636 a Lione, studiò arte presso suo zio, a Parigi, dal quale apprese le tecniche dell’incisione. Jacques Stella, infatti, aprì un atelier al Louvre e chiese che la sorella mandasse su da Lione la sua prole per assisterlo in questo progetto. Claudine, quindi, raggiunse lo zio insieme ai fratellini e alle sorelline. Nel 1657 Jacques Stella morì e la nipote Claudine divenne la direttrice dell’atelier, ottenendo dal re l’esclusiva sulla riproduzione dei cliché dello zio.

Claudine successivamente produsse anche delle incisioni originali, come la raccolta intitolata ‘Les Jeux et Plaisirs de l’Enfance‘, in cui si parla del pet en gueule, e ‘Les pastorales’. Gli storici dell’arte sono comunque propensi a credere che le incisioni firmate dallo zio fossero in realtà opera della giovane Claudine, cosa che non stupisce più di tanto…

Ma ci pensate? Una donna che dirigeva un intero atelier d’arte a quell’epoca? Che cosa straordinaria!