Pillola: candelora, candelora, dall’inverno semo fora

La Candelora è una festa sentita non solo in Italia, ma anche in Francia, che per tradizione associa le crêpes a questa ricorrenza religiosa.

Essendo la Candelora la commemorazione della presentazione di Gesù al tempio e anche della purificazione di Maria dopo il parto, essa diventa una ricorrenza legata alla luce e alla catarsi, uno spartiacque tra il cuore dell’inverno, tempo di buio e ristrettezze, e le prime avvisaglie di primavera, ovvero il periodo dell’abbondanza e della prosperità: si dice allora che, nel giorno di Candelora, si debbano far saltare le crêpes tenendo stretta in mano una moneta d’oro.

Questo perché sin dall’antichità il soldino presente in ogni rituale apotropaico o benaugurale ha la funzione di attirare ricchezze e di scacciare la penuria e la carestia (mettiamo sempre una moneta nel portamonete nuovo che regaliamo ad un amico per il compleanno, o rendiamo sempre un soldino all’amica che ci dona un foulard a Natale).

Dunque non mi resta che augurarvi buona Candelora ed un 2018 di abbondanza e gioia!

Ah… e anche bon appétit avec les crêpes!

Ringrazio Anna Maria Fedeli per il suggerimento.

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Pillola: Bazinga, francesi!

“The big bang theory” è la sit com migliore di tutti i tempi, e non c’è Friends o How I met your mother che tengano.

L’ho sempre guardata in inglese o in italiano (la so praticamente tutta a memoria fino all 8 stagione), ma oggi, poltrendo in casa, mi è capitato di guardare qualche episodio col doppiaggio francese.

Il dolori sono iniziati quando mi sono accorta che dell’incredibile accento del “misterioso subcontinente indiano” di Raj non è rimasta alcuna traccia.

Sono continuati quando ho sentito come alcune battute che funzionano così bene in inglese sono state trasformate in francese. Poi mi sono detta che anche in italiano alcune scene sono più deboli, quindi non dovevo preoccuparmi, ma accettare la cosa con rispetto.

Ma il peggio è giunto quando ho realizzato che “Bazinga!” è stato tradotto in “Triple buse!”

Non ci ho visto più.

Non è accettabile.

È un affronto paragonabile alla traduzione di Hogwarts in Poudlard!

Protesto formalmente!

Ancora baci (alla francese, alla russa, di Catullo e Lesbia, di Giuda, basci sulla bocca tutti tremanti)

Vivamus, mea Lesbia, atque amemus,
rumoresque senum severiorum
omnes unius aestimemus assis.
Soles occidere et redire possunt;
nobis cum semel occidit brevis lux,
nox est perpetua una dormienda.
Da mi basia mille, deinde centum,
dein mille altera, dein secunda centum,
deinde usque altera mille, deinde centum;
dein, cum milia multa fecerīmus,
conturbabimus illa, ne sciamus,
aut ne quis malus invidere possit,
cum tantum sciat esse basiorum

Catullo, carme 5

Se la bise è il bacino informale che si fa ogni volta che si incontra qualcuno in Francia, che dire dei baci alla francese? Premesso che quelli alla russa sono sconvolgenti:

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Dmitri Vrubel “Mio Dio aiutami a sopravvivere a questo amore mortale”, murales alla East Side Gallery di Berlino raffigurante il bacio tra Breznev e Honecker

anche il bacio alla francese può far andare a mille il cervello: è infatti il bacio d’amore, quello più intimo, che interessa non solo le labbra ma anche la lingua con un abbondante scambio di saliva. Insomma, la pomiciata, una bella limonata, di quelle succulente e stuzzicanti. Ma perché viene chiamato bacio alla francese? Forse perché i francesi sono molto coquins. Fatto sta che in Francia il pomiciare si dice rouler une pelle, ruotare una vanga, forse perché la lingua ruota e scava nella bocca dell’altro. Su internet si trova anche un’altra curiosità: baiser à la florentine, baciare alla fiorentina, che sembra esser stata l’espressione vecchio stile per rouler une pelle. Divertente: tutto il mondo attribuisce i baci appassionati ai francesi, ma i francesi li definiscono tipicamente fiorentini. Non sarà che anche la pomiciata fu un’esportazione toscana ad opera di Caterina de’ Medici? (Per sapere quali altre cose Caterina fece scoprire ai francesi clicca qui).

Baiser come sostantivo vuol dire bacio, come verbo significa baciare, ma più spesso lo si usa per indicare il far l’amore, lo scopare (perdonate la volgarità). Per cui attenzione: se volete dire al vostro fidanzato o al tipo con cui state limonando con foga “Baciami, stupido”, citando il film di Wilder, con la Novak e Martin, non ditegli in alcun modo: “Baise-moi, stupid“, perché potrebbe capire invece: “Scopami, stupido.” Di nuovo, perdonate la volgarità, ma dovevo avvertirvi, soprattutto perché parlo per esperienza personale.

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Martin e la Novak

Per la cronaca, “Kiss me, stupid” in Francia è stato tradotto con “Embrasse-moi, idiot”. Ciò mi permette di introdurre il verbo embrasser che, mannaggia a Victor Hugo, vuol dire sia “baciare” che “abbracciare”. Per quest’ultima azione, inoltre, vi è un’altra traduzione ancora: enlacer.

Un vero labirinto linguistico-sentimentale.

Penso avrete notato che, nel carme 5, Catullo dice “basia“, neutro plurale di basium. Ma che ne è di tutto quel po’ po’ di diritto romano che regolamentava i baci e in cui li si definiva oscula? Pensiamo ad esempio al famigerato ius osculi, che permetteva ad un pater familias di baciare le componenti della sua famiglia per controllare se avessero alzato il gomito. Sono andata cercare risposte in uno dei miei siti preferiti, Una parola al giorno.  Si legge:

L’osculum, voce più elevata, era il bacio d’amicizia e rispetto, che per esempio ci si scambiava fra famigliari, e che pure poteva essere dato sulla bocca; il suavium era invece il bacio erotico, con una carica passionale quasi volgare; il basium aveva un valore intermedio, che partecipava tanto dell’affetto quanto di una dimensione amorosa. E forse è proprio per la sua versatilità, che lo rendeva termine da bosco e da riviera, che ha prevalso sugli altri.

Bacio.

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Un bacio al giorno che male può fare?

Che bella parola che riempe la bocca (come la lingua di quello che ti stai pomiciando), sembra di mangiarsi un cioccolatino! Chissà che Luisa Spagnoli non abbia battezzato i Baci Perugina in questo modo proprio per tale motivo? Che carina, poi, l’idea dei biglietti con un pensiero d’amore di poeti e scrittori… penso che la stragrande maggioranza dei Baci Perugina della storia sia stata accompagnata dalla citazione tratta dal Cyrano de Bergerac di Rostand, quella arcinota, che oramai ha perso la sua carica poetica, tanto è stata usata e riusata:

Un point rose qu’on met sur l’i du verbe aimer

Forse voi la conoscerete meglio nella sua traduzione italiana:

Un apostrofo rosa fra le parole “t’amo”

Giuda bacia Gesù nel Getsemani dopo averlo tradito in cambio dei famigerati trenta pezzi d’argento. Non ci è dato sapere con quale faccia tosta lo abbia fatto, possiamo solo immaginarla. Così come immaginiamo con grande versamento di lacrime il modo in cui Paolo la bocca […] basciò tutto tremante a Francesca, mentre leggevano di Lincillotto alle spalle dell’orrido Gianciotto.
A Dante i basci piacciono molto. Anche a Romeo e Giulietta, che ci rifilano tutta quella manfrina sui pellegrini e le sante quando noi del pubblico si vorrebbe urlare a gran voce: “BACIO! BACIO! BACIO!”

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Ma come fai a resistere? Prendi la faccia di DiCaprio tra le mani e pomiciatelo!

Nella versione Disney della fiaba di Andersen “La Sirenetta”, il granchio Sebastian conduce un coro di animali acquatici che incitano il principe a baciare la sirena. Nelle fiabe di “Biancaneve” e “La bella addormentata nel bosco” il bacio è salvifico.

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Ah, ecco!

Insomma, si cresce con un’aspettativa enorme nei confronti dei baci e con un’altrettanto enorme ansia da prestazione. Le tecniche che ci si passa sottobanco alla scuola media per essere dei buoni baciatori variano dal “devi scrivere il tuo nome con la lingua” al “non sbavare”. E se quest’ultimo è in generale un consiglio da seguire in linea di massima per tutta la propria carriera da baciatore, quello del nome ha i suoi pro e i suoi contro. “Eva Riva” può pure permetterselo, ma una come me, con un nome lunghissimo, deve sperare che il baciato gradisca il bacio abbastanza a lungo da permetterle di finire di firmare con la punta della lingua dentro la sua bocca.

Voi mi direte: c’è di peggio.

Concordo.

La bise, croce e delizia: flusso di coscienza su di un boccone amaro mai veramente ingoiato.

Giorni fa ho letto un articolo scritto da Federico Iarlori per Il fatto Quotidiano in cui si discute della scelta di una sindaca francese di non fare più la famigerata bise ai suoi collaboratori e sottoposti. Quindi, dopo aver molto rimandato questo argomento, credo che sia il caso che De amore gallico affronti il proprio personale elefante nella stanza, ovvero questa benedetta bise.

Sono ad una festa. Conosco solo l’ospite e due o tre persone, per il resto è buio totale. Volti, voci, nomi dalle r arrotate si susseguono… non tengo il passo. Ecco, arriva il momento della tanto temuta bise. Io la odio cordialmente: che problema c’è in una franca stretta di mano? Io non ti conosco, non ti ho mai nemmeno toccato, sono a malapena riuscita a sentire come cavolo ti hanno chiamato i tuoi genitori da sopra il frastuono della musica e si pretende che io ti lasci penetrare nella sfera del mio spazio intimo, appoggiando le tue labbra o le tue guance sul mio viso perfettamente truccato in occasione del party? Ma è roba da matti! Perché devo aspirare il tuo odore? Perché devo lasciarti sentire il mio? Non siamo mica cani che si annusano il deretano e poi dicono “Ciao, come va?”

Stringermi la mano; posso concederti solo quello. Ed è già troppo, perché di mani mollicce e sudaticce ne ho strette tante e ogni volta che mi vedo costretta a ripetere il gesto localizzo mentalmente la toilette più vicina e agogno al momento in cui potrò lavare i palmi sotto il getto fresco e purificante del lavandino. Tendo l’arto meccanicamente, quello lo stringe e mi trascina verso di sé, col chiaro intento di baciarmi.

Non toccarmi! Non – devi – toccarmi. Non mi ricordo più come ti chiami. Sì, lo so, me lo ha detto l’ospite, ma sinceramente… siete in diciassette e non posso trattenere nelle meningi diciassette nomi nuovi e francesi, non mentre sono emotivamente scossa da tutte queste ridicole bises!

Niente da fare. La bise avviene. Posso trattenere quanto voglio il busto all’indietro, impettita come Ugo Bellini in Gian Burrasca, posso svicolare come un’anguilla che non vuol farsi friggere, ma tanto la bise mi arriva come uno schiaffo in volto. E quasi avrei preferito un ceffone.

Quando cerco di protendere in modo perentorio e cipiglio convinto la mano, fornendo all’altro un non velato indizio sulle mie intenzioni di civiltà e distacco, mi becco uno sguardo che può variare dal cane bastonato al bambino sperduto, dal fratacchione in fregola allo sciovinista contrariato: non ho voglia di creare uno scandalo, mi umilio, rinuncio ai miei valori e alle mie credenze, cedo alla bise e mi riprometto solennemente di impuntarmi sulla faccenda la prossima volta che sarò ad una presentazione a tu per tu, senza che una folla di spettatori se ne stia tutt’attorno a me, osservando ogni saluto e ogni bise come un calcio di rigore ai mondiali.

Quando giunge il momento dell’uscita di scena, grande è la voglia di far l’inglese e svanire nel nulla senza dire au revoir à personne. Ma sono educata, non potrei mai cedere a questa tentazione barbara e rock ‘n’ roll. Però trovo il giusto compromesso: io saluto con la mano, da lontano, come una sovrana. Mostro i miei denti accuratamente spazzolati e rifiniti col filo interdentale, basculo il palmo della mano come una parabola sul perno del polso e resto ferma dove sono. Non voglio più protendermi verso l’altro, offrendogli la guancia, non voglio più rischiare di avere tracce di saliva di sconosciuti sulle gote, non voglio più sentire gli aliti altrui così pericolosamente vicini alle mie nari. Saluto tutti, dalla porta, mando baci in aria come una diva, magari faccio anche l’occhiolino a qualcuno, il gesto del telefono tra orecchio e labbra, l’indice che ruota in aria sottintendendo “più tardi”, la mano che imita il gesto dello scrivere in una promessa di copiosi messaggi. Chiedetemi pure che mutandine porto stasera, ma, per carità, non mi baciate!

Scivolo fuori dall’appartamento, chiudo la porta alle spalle, mi precipito per le scale ticchettando sui tacchi alti e tiro un sospiro di sollievo.

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Come mi sento dentro quando mi fanno la bise

I numeri nella lingua francese e la soluzione dei belgi

Chiunque si sia accostato all’apprendimento del francese ha dovuto far fronte ad una difficoltà da non sottovalutare: i numeri.

Fino al sessantanove nessun problema. Dal settanta in poi iniziano i guai.

Sessanta e dieci = 70
Sessanta e undici = 71
Sessanta e dodici = 72

Eccetera fino ad arrivare al tanto temuto ottanta: quattro venti.

Quattro venti e uno, e due, e tre e quattro… e dieci, e undici, e dodici…

(4 x 20) + …

Ricordo che alla scuola media snobbavo la lingua francese, preferendole l’inglese, e detestavo cordialmente la matematica. La fusione delle mie due nemesi scolastiche fu l’argomento che mi valse uno dei peggiori voti mai avuti.

Mi ci sono voluti ben due anni di permanenza stabile in Francia per riuscire a gestire con facilità la numerazione vigesimale, anche se, come tutti sanno, si conta, si prega e si insulta sempre nella propria lingua madre.

Sono andata a dare un’occhiata all’origine di questo sistema e ho trovato la seguente spiegazione nel sito dell’Accademia di Lione:

Difficile de comprendre la suite des noms des dizaines. Cela commence par dix, vingt. Puis, tous les noms suivants se terminent par le suffixe -ante. Puis un mélange avec soixante-dix et retour de “vingt” dans quatre-vingt, quatre-vingt-dix.

Pourquoi ce changement alors que cela semblait plus être logique de continuer à mettre -ante à la fin de chaque mot?

Actuellement, personne ne peut dire exactement le pourquoi, mais voici quelques éléments pour comprendre :

Au Moyen-Age, les gens comptent par paquet de vingt : vingt-dix (30), deux vingt (40), deux vingt-dix (50), trois vingt (60), trois vingt-dix (70), quatre vingt (80), quatre vingt dix (90). L’origine de ce comptage remonterait aux Celtes, qui auraient influencé les Gaulois.

A la fin du Moyen-Age, les langues évoluent et de nouveaux mots apparaissent dont trente, quarante, cinquante, soixante, septante, octante, nonante qui sont basés sur un comptage de dix en dix.

Ce n’est qu’au XVIIe Siècle, l’époque où l’on rédige les premiers dictionnaires que la décision est prise d’utiliser les mots en usage aujourd’hui : dix, vingt, quatre-vingt, quatre-vingt-dix de l’ancien système ; trente, quarante, cinquante, soixante.

Certains historiens avancent que l’usage de soixante-dix, quatre-vingt et quatre-vingt-dix auraient été conservés car ils facilitent le calcul mental.

Non paga di questa spiegazione, ho cercato ancora e ho scoperto dal Wikizionario che l’antico popolo Vascone, originario della Navarra e da cui discendono i Baschi e i Guasconi ( e quindi anche D’Artagnan), utilizzava il sistema vigesimale. L’origine risiede nel numero totale di dita del corpo umano: la base dieci è più immediata, forse, perché abbiamo dieci dita della mani, ma in tempi in cui ancora non si usavano calzature, come 20 000 anni fa, esattamente dopo l’ultima glaciazione, era normale tenere in considerazione anche le altre dieci laggiù. Che siano stati dunque i Vasconi a suggerire il sistema ai Celti, i quali poi lo hanno trasmesso ai Galli?

Con una punta di ironia più che sapida viene da affermare che i francesi, nello scegliere questo modo di contare, abbiano voluto distinguersi e mettersi bene in mostra. Io dico pure che è per far dispetto agli altri, tanto per rendere ancor più difficile il tutto.
Questa cervellotica e machiavellica cospirazione numerica gallica mi fa pensare a quanto le cose siano complicate nella lingua araba: infatti nell’arabo classico, se si conta un oggetto il cui genere è maschile, l’aggettivo numerale sarà declinato al femminile e viceversa, con trappole sparse qua e là quando di mezzo ci si mettono le decine e le centinaia, che costituiscono esse stesse delle “cose contate” (es. due  di centinaia e nove di scarpe = 209 scarpe). Quel bazar!

I belgi, benedetti loro, che per ammissione degli stessi francesi sono “dei francesi simpatici” (e io potrei metterci la mano sul fuoco visto che una delle mie più care amiche è belga) e gli svizzeri sono francofoni meno integralisti e perciò hanno adottato un sistema che non costituisce un ostacolo all’apprendimento della lingua per chi coi numeri ha sempre fatto a cazzotti sin dall’asilo.

Quanto è piacevole e familiare sentir dire septante, huitante e nonante!

Pillola: dell’intraducibilità del “taquiner”

Uno degli ostacoli culturali con cui sento di dover far fronte quotidianamente e spesso in modo sfiancante ed esasperante è la tendenza del popolo francese a taquiner, a embêter il prossimo senza soluzione di continuità. Dal posto di lavoro all’intimità della casa, dalla fila al supermercato alla visita dal veterinario mi trovo spesso disarmata di fronte a degli exploits di uno spirito che reputo troppo frequentemente déplacé.

Sarà che la lingua francese l’ho appresa da adulta, e così i codici di comunicazione e i registri ad essa pertinenti, ma la sento spesso assai distante rispetto all’inglese. Specie quando non ho la battuta pronta per rispondere alle taquineries del capo al lavoro o al fare embêtant del mio compagno: saltano fuori liti domestiche che spaziano dal “Voi italiani raccontate tutti i fatti vostri a tutti anche per la strada!” al “Voi francesi siete coincés e insopportabilmente arroganti!”.

Il peggio arriva quando devo spiegare ad un italiano che conosce poco la civiltà e la società francesi che cosa è il “taquiner”. Ci provo chiamando in causa la gallina ed il suo movimento di testa mentre becca i semini al suolo, ma mi rendo conto che solo chi subisce un quotidiano piccarsi e ripiccarsi con gli altri può davvero realizzare il senso profondo ed esasperante di questa azione si française!

Pillola: la parigina fa tutto senza sforzo

Sono tornata per una vacanza natalizia in Italia. Le feste si avvicinano e arriva la passerella di vigilia, Natale, Santo Stefano, Capodanno ed Epifania. Trovare la giusta mise è un arduo compito a cui ho iniziato a pensare da giorni. A casa ho il manuale di Ines De La Fressange e nei preferiti del mio browser ho salvato una pagina in cui ci sono schematizzate le regole d’oro di Coco Chanel e di altri grandi della haute couture francese.

Cerco di tenere bene impresso nella mente tutto quello che leggo su come avere quella classe à la parisienne, quella nonchalance della parigina che riesce ad essere elegante senza mai dar a vedere di provarci troppo.

Poi però mi fermo davanti ad una vetrina e mi dico che in Francia non hanno da gestire tutti i pasti festivi che abbiamo noi in Italia, perché oltralpe Santo Stefano non è una ricorrenza sentita e in Italia tendiamo a fare pranzi lunghissimi con infinite e abbondantissime portate.

Le parigine fanno tutto senza sforzo, sì, ma perché non si devono sforzare per niente! Non devono trovare il vestito giusto che stia bene prima e dopo un pantagruelico e tarraresco pranzo di Natale all’italiana, quando il ventre può raggiungere le dimensioni di un cucciolo di elefante.

Ah, le parigine… che classe!

Ah, le italiane… che pranzi!