Pillola: la questione della restituzione parte 2 e i qui pro quo intorno ad un aggettivo. Buon 25 Aprile!

È della fine di Marzo la notizia che l’Italia restituirà alla Cina più di 700 opere d’arte di varie epoche.

La Francia fa orecchie da mercante e non dice nulla. Quando ci ridate quello che Napoleone ci ha arrubbato? Quando lo svuotate, quel museo con la piramide di vetro?

Altra notizia, fresca fresca di telegiornale: Macron parlerà infine delle misure che prenderà in relazione a quanto è emerso dal grand débat. I giornalisti non fanno che discutere della soppressione di un giorno festivo e dell’istituzione di un’altra giornata di solidarietà. Sono decisioni che possono urtare la sensibilità collettiva, ecco perché pare che il presidente dovrà spiegare in modo pédagogique.

Non mi è chiaro perché Macron debba mettersi in cattedra e bacchettare la classe indisciplinata come un maestrino che applichi i principi della pedagogia per educare bambini turbolenti. Così sono andata a guardare le mot pédagogique sul dizionario di francese.

Mentre in italiano è limitato all’ambito stretto della pedagogia come disciplina dell’educazione infantile, in francese, più genericamente, significa “educativo”.

Non posso fare a meno di notare un certo accento paternalistico nell’uso di questo aggettivo in francese.

Eh beh…

Buon 25 Aprile! Qui io lavoro, l’armistizio della seconda guerra mondiale si festeggia l’8 Maggio. Inoltre “Bella ciao!” è diventata una hit estiva con Maître Gims che la sbraita da dietro i suoi occhiali da sole da 9000 euro.

La vita, talvolta, è amaramente sarcastica.

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Pillola: “Crolla il tempo delle cattedrali”

Tous les yeux s’étaient levés vers le haut de l’église. Ce qu’ils voyaient était extraordinaire. Sur le sommet de la galerie la plus élevée, plus haut que la rosace centrale, il y avait une grande flamme qui montait entre les deux clochers avec des tourbillons d’étincelles, une grande flamme désordonnée et furieuse dont le vent emportait par moments un lambeau dans la fumée. Au-dessous de cette flamme, au-dessous de la sombre balustrade à trèfles de braise, deux gouttières en gueules de monstres vomissaient sans relâche cette pluie ardente qui détachait son ruissellement argenté sur les ténèbres de la façade inférieure.

Tutti gli occhi si erano alzati verso il sommo della chiesa, ciò che vedevano era straordinario. In cima alla galleria più elevata, più in alto del rosone centrale, c’era una grande fiamma che montava tra i due campanili, con turbini di scintille, una grande fiamma disordinata e furiosa di cui il vento a tratti portava via un limbo nel fumo. Sotto quella fiamma, sotto la cupa balaustrata a trifogli arroventati, due doccioni foggiati a forma di fauci di mostri vomitavano senza sosta quella pioggia ardente, l’argenteo getto della quale spiccava sulle tenebre della facciata inferiore.

Victor Hugo “Notre-Dame de Paris”

L’epidemia del ballo di Strasburgo del 1518

Quando lavoravo in libreria, mi capitò tra le mani un volume di Jean Teulé. Sulla copertina due scheletri gialli saltellanti, con i radi capelli sparati sul cranio nudo, chiaramente estrapolati da un contesto medievale, catturavano il mio sguardo con frequenza allarmante. Il padrone della libreria lo aveva liquidato come un volume poco avvincente, un’opera minore, trascurabile, deludente di questo autore.

Proprio perché al mio capo non piaceva, io mi ci fiondai sopra con entusiasmo. Fu grazie a questo volume che venni a conoscenza di un fait divers quanto mai bizzarro ed interessante: l’epidemia del ballo di Strasburgo del 1518.


Une étrange épidémie a eu lieu dernièrement
Et s’est répandue dans Strasbourg
De telle sorte que, dans leur folie,
Beaucoup se mirent à danser
Et ne cessèrent jour et nuit, pendant deux mois
Sans interruption,
Jusqu’à tomber inconscients.
Beaucoup sont morts.


Chronique alsacienne, 1519

Nel luglio di quell’anno una donna di nome Troffea si mise a ballare in strada. Nulla di male se non fosse che non smise più, nonostante le suppliche del marito, i piedi insanguinati, i vestiti zuppi di sudore attaccati al corpo. Una settimana dopo l’inizio di questo suo comportamento da invasata, un centinaio di persone, uomini, donne, vecchi, bambini si unirono a lei nel ballo forsennato. In tutto i contagiati furono 400. Pareva una febbre, un’epidemia. I medici del tempo la chiamarono “sindrome del sangue caldo”. Forse doveva semplicemente essere sfogata, come una febbre che faccia sudare per una notte intera. Fu così che le autorità decisero di aiutare i contagiati a sfogare questa follia collettiva, approntando dei palchi scenici e delle orchestrine perché i tarantolati potessero ballare in condizioni di maggiore sicurezza e specialmente accompagnati dalla musica.

Danza della morte – M. Wolgemut

La scena non aveva alcunché di gioioso o di allegro. Le cronache del tempo dipingono tale situazione con tinte fosche, tetre, degne dell’Inferno dantesco. John Waller ha scritto un saggio su questo episodio angoscioso, “The dancing plague”, in cui riporta quanto accadde e scrive di gente stremata, al limite della propria resistenza fisica e che non riusciva a smettere di danzare, come in preda ad una trance ipnotica irresistibile.

La piaga del ballo iniziò a metà estate e si protrasse fino a settembre. Dopo poco tempo la gente iniziò a morire di sfinimento, di disidratazione, di arresti cardiaci, cadendo per terra a causa delle caviglie slogate, dei bacini sciancati. Spiravano circa quindici persone al giorno. Furono tentati benedizioni collettive, esorcismi. L’epidemia si dileguò gradualmente e lasciò nella città stupore generale, sbigottimento e paura che potesse ripetersi.

In realtà questo episodio, come spiega la pagina di Wikipedia, non fu l’unico nella storia. Altre epidemie di danza collettiva avvennero nella regione del Belgio e del Lussemburgo, ma quello di Strasburgo resta l’exploit più conosciuto.

Gli scienziati hanno provato a dare delle spiegazioni alla cosa. Sono giunti alla conclusione che deve essersi trattato di una follia collettiva, un caso di isteria generale e nulla più.

D’altra parte in Italia, nel sud, vi è il tarantismo, una sindrome culturale isterica che nel passato affliggeva prevalentemente le giovani donne nel periodo della mietitura del grano e che era ricondotta al morso della taranta, un ragno velenoso. Questa malattia, che portava cupezza, insofferenza, dolori al ventre, insensatezza e spasmi, era curata dalla società con delle sessioni di ballo (chiamato pizzica o taranta – tarantella) scandito da musica tradizionale, dal ritmo molto sincopato. Come spiega l’enciclopedia Treccani:


Nelle sue linee essenziali il tarantismo si apre con la caduta del soggetto (per lo più femminile) in una condizione di crisi (non identificabile con una forma definita di turba psichica) attribuita al morso di una taranta (anch’essa non identificabile con questo o quel ragno). Al fine di restaurare la condizione normale si dà luogo a una terapia musicale nella quale vengono sottoposte alla tarantata, che versa in uno stato d’inerzia, melodie diverse fino a individuare quella che la stimola al ballo. Questa ‘esplorazione’ musicale è dovuta al fatto che le tarante sono concepite come una pluralità di figure mitiche articolate in categorie diverse, ciascuna delle quali è portatrice di un atteggiamento psicologico definito (tarante “libertine”, se la crisi si presenta con manifestazioni erotiche; “canterine”, se inducono una vistosa tendenza al canto; “tempestose”, se il soggetto palesa atteggiamenti agonistici e di potenza guerriera; “tristi e mute”, se la crisi si presenta con la morfologia degli stati depressivi) ed è legata a una melodia determinata. Dopo l’identificazione della taranta, ha inizio la fase più propriamente catartica. […] L’intero arco esorcistico può durare anche molti giorni, e il suo carattere simbolico è denunciato dal fatto che la crisi si rinnova di norma per molti anni secondo una periodicità calendariale che ne fissa l’insorgenza tra giugno e agosto; questo rinnovarsi è spiegato per lo più con l’idea tradizionalizzata di una “discendenza” lasciata dalla taranta; dopo l’esorcismo ha luogo un rendimento di grazie a s. Paolo.

Pizzicata, Salento
San Vito Martire

Altro paio di maniche il Ballo di San Vito, nome popolare della Corea di Sydenham, tipo di encefalite che provoca spasmi e movimenti incontrollati. Il perché sia popolarmente chiamata così, col nome del santo patrono degli attori e dei ballerini (eh già), è da ricercarsi nell’episodio che vuole San Vito abile taumaturgo che riuscì a placare gli attacchi, forse epilettici, del figlio di Diocleziano, l’imperatore romano. Ecco perché san Vito protegge anche gli epilettici.


Salsicce fegatini 
viscere alla brace 
e fiaccole danzanti 
lamelle dondolanti 
sul dorso della chiesa fiammeggiante 

vino, bancarelle 
terra arsa e rossa 
terra di sud, terra di sud 
terra di confine
terra di dove finisce la terra 

e il continente se ne infischia 
e non il vento 
e il continente se ne infischia e non il vento 
Mustafà viene di Affrica 
e qui soffia il vento d’Affrica 
e ci dice tenetemi fermo 
e ci dice tenetemi fermo 

ho il ballo di San Vito e non mi passa
ho il ballo di San Vito e non mi passa

La desolazione che era nella sera 
s’è soffiata via col vento 
s’è soffiata via col rhum 
s’è soffiata via da dove era ammorsata 
Vecchi e giovani pizzicati 
vecchie e giovani pizzicati 
dalla taranta, dalla taranta
dalla tarantolata 
cerchio che chiude, cerchio che apre 
cerchio che stringe, cerchio che spinge 
cerchio che abbraccia e poi ti scaccia 

ho il ballo di San Vito e non mi passa
ho il ballo di San Vito e non mi passa

dentro il cerchio del voodoo mi scaravento 
e lì vedo che la vita è quel momento 
scaccia, scaccia satanasso 
scaccia il diavolo che ti passa 
scaccia il male che ci ho dentro o non stò fermo 
scaccia il male che ci ho dentro o non stò fermo 

A noi due balliam la danza delle spade 
fino alla squarcio rosso d’alba 
nessuno che m’aspetta, nessuno che m’aspetta 
nessuno che mi aspetta o mi sospetta 

Il cerusico ci ha gli occhi ribaltati 
il curato non se ne cura 
il ragioniere non ragiona 
Santo Paolo non perdona 

ho il ballo di San Vito e non mi passa
ho il ballo di San Vito e non mi passa

Questo è il male che mi porto da 
trent’anni addosso 
fermo non so stare in nessun posto 
rotola rotola rotola il masso 
rotola addosso, rotola in basso 
e il muschio non si cresce sopra il sasso 
e il muschio non si cresce sopra il sasso 

scaccia scaccia satanasso 
scaccia il diavolo che ti passa 
le nocche si consumano 
ecco iniziano i tremmori 
della taranta, della taranta 
della tarantolata…

Vinicio Capossela

Pillola: il ritorno alla moda dei cahiers de doléances

La crisi dei gilet gialli, in Francia, ha riportato in auge qualcosa di estremamente antico e molto, molto français. Si tratta dei cahiers de doléances.

Un cahier del 1789

Chiunque ne ha sentito parlare, a scuola, quando si affrontava il periglioso scoglio della rivoluzione francese. I quaderni delle lamentele, infatti, furono usati per la prima volta nel 1600, ma i più noti, quelli che son passati alla storia, erano i fascicoli compilati dalle circoscrizioni elettorali dei deputati degli Stati Generali per raccogliere le lamentele del popolo, oppresso dalle tasse, specialmente le decime ecclesiastiche, e dalla disparità sociale.

1789 – 2019.

Le grand débat inaugurato da Macron nel Dicembre scorso e terminato nel mese di Marzo per rispondere alle istanze della popolazione sollevatasi prevede la raccolta delle lamentele dei cittadini. Al tempo della rivoluzione si trattava di 28 milioni di francesi.
Oggigiorno i milioni sono 60.
L’ultima volta finì con il re decapitato, il Terrore e l’arrivo di Napoleone.
Questa volta chissà?

Lo scopriremo nella prossima puntata (!) o nel prossimo Acte dei gilet gialli.

L’affaire dei veleni: scandalo nella Francia del XVII secolo – parte seconda

Quando la Marchesa dei veleni fu giustiziata a Parigi, il 17 luglio 1676, l’attenzione degli inquirenti si volse ad altre morti sospette avvenute negli anni precedenti: la rete di avvelenatori poteva essere più grande di quanto si fosse sospettato in un primo momento, la “polvere della successione” poteva aver mietuto vittime a iosa.

Un certo Perrin, avvocatucolo di scarso successo, invitato ad una cena ben innaffiata di buon vino, udì tale Marie Bosse, conosciuta per le sue doti d’indovina, vantarsi poco prudentemente del successo della sua professione segreta, quella di avvelenatrice. Perrin, che conosceva Desgrez, uno dei poliziotti incaricati di investigare sulla rete di avvelenatori, riferì subito quanto appreso. Gli inquirenti scoprirono che la Bosse aveva fornito veleni alle mogli di numerosi parlamentari. Arrestata, Marie Bosse, in un estremo tentativo di difesa, indicò come vera responsabile una certa La Voisin.

La Voisin

Costei è passata alla storia con questo pseudonimo, ma in realtà si chiamava Catherine Deshayes, vedova di un certo Montvoisin o Monvoisin, gioielliere finito in bancarotta. Per sostentare la famiglia, aveva iniziato a lavorare come chiaroveggente, cartomante, chiromante e maga. Vendeva amuleti misteriosi, aiutava le donne ad abortire, dispensava polveri afrodisiache, organizzava messe nere. Fu arrestata il 12 Marzo 1679. Dalle sue confessioni si risalì a nomi illustri, personaggi in vista come le nipoti del Mazarino e Madame de Montespan, la favorita di re Luigi XIV, la quale aveva partecipato alle messe nere della La Voisin officiate tra gli altri anche dal noto prete scomunicato e occultista Étienne Guibourg.

Egli era un prete immorale che aveva mantenuto per lungo tempo un’amante con la quale aveva generato diversi figli e che si era poi dato all’occultismo e alle magie nere. Il suo nome è legato all’alchimia, alla chimica e alle messe blasfeme officiate in nome del diavolo, con spargimento di sangue innocente (bambini appena nati o nati prematuri) e altri elementi maligni. Codesti rituali oscuri e orribili, codeste blasfemie violente erano realizzate dalla Montespan con l’intento di diventare amante del re, al quale effettivamente diede ben sei figli, essendogli legata per lungo tempo. Successivamente la nobildonna aveva tramato, sempre con La Voisin, per uccidere il re: il sovrano infatti aveva cambiato favorita e messo in un angolo la Montespan. Purtroppo per le due congiurate, l’avvelenamento reale era fallito per una serie di circostanze fortuite: il foglio su cui era stata vergata una petizione da sottoporre al re, intriso di veleno, non gli era arrivato nelle mani poiché il giorno prescelto per l’assassinio la folla presente all’udienza ed il numero di petizioni presentate a sua maestà erano notevoli. Il sovrano non ebbe il tempo di occuparsi della finta petizione, e quindi la congiura fallì. L’arma del delitto fu poi bruciata dalla figlia della La Voisin.

Madame de Montespan, la favorita del Re Sole

Lo scandalo dei veleni in ogni caso si era rivelato così esteso e così complesso che fu istituito un tribunale speciale chiamato “Camera Ardente”. In tre anni di attività questa corte speciale emanò ben trentasei condanne a morte, trentadue ergastoli e trentaquattro bandi di esilio. In tutto questo bailamme, la Montespan restò immune e non venne mai sottoposta a processo: il re, sebbene non più innamorato, la preservò dal giudizio della Camera Ardente e, anni dopo la conclusione del fatto, ordinò la distruzione di tutti gli atti processuali. Gli incartamenti furono distrutti, ma tracce ne restarono un po’ ovunque, tanto che gli storici sono riusciti a ricostruire la vicenda con accuratezza.

Finisce qui la narrazione o piuttosto il riassunto di un capitolo assai misterioso della storia di Francia. Molti sono gli enigmi irrisolti, i misteri e le bizzarrie che si celano tra le pieghe del tempo. Non resta che tentare di sbrogliare queste matasse avviluppate di nebbia e leggenda!

L’affaire dei veleni: scandalo nella Francia del XVII secolo – parte prima

Marchesa Marie-Madeleine Dreux d’Aubray. Un nome poco noto.

Eppure c’è stato un tempo in cui la donna era sulla bocca di tutti, in Francia.

31 luglio 1672: Godin de Sainte-Croix, ufficiale di cavalleria, muore accidentalmente. Pieno di debiti fino al collo, i suoi creditori domandano autorizzazione ufficiale per un inventario dei suoi beni. Tra gli averi del defunto viene trovato un scrigno rosso contrassegnato da un avviso:


” à n’ouvrir qu’en cas de mort antérieure à celle de la Marquise

Questo scrigno, aperto proprio perché il capitano di cavalleria era morto prima della nobildonna, contiene cose molto interessanti: il diario personale della d’Aubray, delle lettere d’amore scritte dalla marchesa e al Sainte-Croix indirizzate (erano infatti amanti), obbligazioni controfirmate dalla dama in date successive alla morte del padre di lei e alcune fiale piene di veleno.

Fu questo il casus belli del cosiddetto affaire des poisons, lo scandalo dei veleni che scosse l’opinione pubblica francese durante il regno di Luigi XIV.

La Marchesa d’Aubray

Il Sainte-Croix e la d’Aubray erano stati amanti per tanto tempo: avevano condotto una vita dissoluta e dispendiosa che aveva macchiato la reputazione della donna e quella dei suoi familiari i quali si opponevano a questa unione adulterina. Curiosamente non era il marito di lei, Antoine Gobelin, marchese di Brinvilliers, a disapprovare la liason, ma il padre della nobile, Antoine d’Aubray.

Vi si opponeva così strenuamente che nel 1663 fece “imbastigliare” il Sainte-Croix per sei settimane. Non poteva sapere che, così facendo, aveva firmato la sua condanna a morte. L’amante della figlia, infatti, strinse un sodalizio col suo misterioso compagno di cella, tale Nicolò Egidi, un chimico e avvelenatore italiano passato alla storia con lo pseudonimo di Exili. Da costui, il Sainte-Croix apprese numerose nozioni di alchimia e chimica, destreggiandosi nell’arte della preparazione di veleni.

Una volta uscito dalla Bastiglia, ritrovò la sua amante e la introdusse a questo suo nuovo passatempo, per il quale ella si rivelò particolarmente dotata.

Fu l’inizio di un’ecatombe: dapprima la marchesa si esercitò sui malati in ospedale, sperimentando le dosi ed annotando accuratamente effetti collaterali, tempi di agonia, eventuali tracce lasciate dalle polveri di arsenico nell’organismo e il verdetto dei medici quando il malato spirava.

Dopo aver fatto pratica, la donna si volse ai suoi familiari ai quali somministrò quella che fu poi soprannominata “la polvere della successione”: dapprima il padre, poi i due fratelli e la sorella. L’eredità dei Brainvilliers sarebbe stata tutta sua e coloro che si opponevano alla sua focosa relazione col Sainte-Croix sarebbero stati tolti di mezzo. Il marito, occupato con le sue amanti a sua volta e sospettoso nei confronti della moglie, molto prudentemente fece finta di nulla e abbandonò Parigi per rifugiarsi nelle terre di famiglia e lasciare la consorte al suo amante alchimista.

Tuttavia la cosa fu scoperta quando il Sainte-Croix, mascalzone ricattatire, tirò le cuoia e fece ritrovare tra i suoi beni il famoso cofanetto rosso. Alla marchesa non restò che fuggire via lontano, nella speranza di scampare dalla mannaia della giustizia.

Ritratto della Marchesa durante il processo

Fu acciuffata in un convento nei pressi di Liegi, torturata con l’ingestione forzata d’acqua e il cavalletto, processata e condannata a morte. La donna non confessò mai, nemmeno durante i supplizi a cui fu sottoposta durante la prigionia, e si comportò sempre con un fare degno di una innocente: pacata, pietosa nei confronti di tutti coloro che la circondavano in prigione, dignitosissima. Presto si diffuse la voce, sostenuta dal prete confessore che si occupò di lei, che in realtà la d’Aubray fosse una santa, una martire, ingiustamente accusata e condannata. Ma nemmeno queste voci poterono risparmiarle il patibolo: la donna fu decapitata con la spada nel 1667. Il suo corpo fu cremato e le ceneri sparse.

Fu così che iniziò l’affare dei veleni che scosse Parigi tra il 1670 ed il 1680.

Fine prima parte

La contessa delle tenebre, un enigma tuttora irrisolto

Hildburghausen, Turingia, 7 febbraio 1807: una coppia misteriosa fa la sua apparizione per le strade della città. Lui è alto, lei è di nero vestita, il volto completamente occultato da un velo scuro.

L’uomo si presenterà come Vavel de Versay, nobile e diplomatico olandese. Sulla sua compagna nemmeno una parola, neanche quando si trasferiranno nel castello d’Eishausen, dove la coppia misteriosa soggiornerà per trent’ann, né more uxorio, né sotto il sacro vincolo, ma semplicemente come coinquilini. Tre decadi in cui lei riuscirà a mantenere il riserbo totale sulla sua identità e sulle sue fattezze, tanto da essere conosciuta esclusivamente col soprannome di Comtesse des ténèbres, Dunkelgräfin in tedesco, la contessa delle tenebre.

Quando la donna morì, la sua identità continuò ad essere protetta: fu tumulata non nel cimitero né nella chiesa della città, bensì nel giardino del castello di Eishausen, con una stele completamente anonima. Il de Versay la seguì al Creatore otto anni dopo, disseminando l’informazione, sicuramente falsa, che la donna si fosse chiamata Sophie Botta e che fosse stata una nobile originaria della Vestfalia. Il problema è che tale nome non risulta in nessun registro parrocchiale, in nessun albo nobiliare della regione.

Fu così che si diffuse una voce, un sospetto: forse che la contessa delle tenebre…? Ma no, impossibile! Ma sì, ti dico, è lei! Chi te lo ha detto? L’ho saputo in città, notizie fresche da Parigi. Seh, fosse stata davvero lei allora sarebbero venuti a prenderla anni fa per tagliarle la testa, ti pare? Ma se l’hanno lasciata andare per uno scambio di prigionieri…!

Maria Teresa dipinta da Fuger

Insomma, sembra che la misteriosa donna fosse in realtà Maria Teresa Carlotta di Borbone-Francia, figlia di re Luigi XVI e di Maria Antonietta. Quando fu rilasciata dalle autorità repubblicane per uno scambio di prigionieri con Vienna, nel 1795, aveva diciassette anni ed era molto provata dalla tragedia che si era abbattuta sulla sua famiglia (sembra che avesse anche subito uno stupro durante la reclusione); la carrozza che l’attendeva fuori dal Tempio, dove aveva trascorso tutto il tempo della sua atroce detenzione, l’avrebbe portata in Austria, dagli Asburgo, i parenti della madre. Tuttavia la leggenda vuole che a metà strada Maria Teresa abbia fatto un patto con la sua amica Ernestine Lambriquet, figlia della sua tutrice a corte, affezionata compagna di giochi nel tempo dell’infanzia e, forse, figlia illegittima di Luigi XVI. Secondo questa versione dei fatti, la Lambriquet avrebbe assunto l’identità di Maria Teresa e come tale si sarebbe presentata dagli Asburgo, alla cui corte avrebbe vissuto in esilio, soprannominata Madame Royale, per poi sposare il cugino germano Luigi Antonio di Borbone-Francia, erede del ducato di Angoulême, dando vita ad una discendenza legittima di pretendenti al trono francese e diventando il simbolo della Restaurazione post-napoleonica.

Maria Teresa, invece, afflitta dagli orrori della rivoluzione, traumatizzata, stanca della vita pubblica, si sarebbe ritirata in Turingia nell’anonimato assoluto, dando vita poi alla leggenda della Contessa delle tenebre.

Nel 2013 è stata eseguita l’esumazione della Dunkelgräfin; i resti disseppelliti sono poi stati sottoposti all’analisi del DNA e i risultati hanno rivelato che la donna non era legata in alcun modo né ai Borbone né agli Asburgo.

Escludere questi legami familiari non chiarisce però né perché questa donna abbia vissuto nell’anonimato totale, né perché sia stata seppellita in terra sconsacrata e alla chetichella.

Contessa delle tenebre, chi sei stata?