L’argot franco-arabo spiegato agli italiani

Lingue come l’italiano, il francese, lo spagnolo e l’inglese, durante i secoli, hanno integrato nel loro vocabolario molti termini derivanti dalla lingua araba: sciroppo, azzardo, alcool, algebra, zenit, azimut, nadir, algoritmo, cifra, elisir, alambicco, magazzino, assassino, bizzeffe, fondaco, sensale, zerbino, marzapane, sambuco, materasso… In linea di massima si può dire che molto lessico astronomico, matematico e chimico vanta origine semitica.
Quando ero all’università e sudavo settanta volte sette camicie per superare l’esame di vocalizzazione, non avevo molta voglia di soffermarmi su queste raffinatezze della linguistica, preoccupata com’ero di riuscire ad arraffare un voto decente che non facesse piovere disonore sul mio libretto accademico e colare a picco la mia media. Ora, di tanto in tanto, ho piacere nell’andare a sfogliare i miei appunti e trovare collegamenti inimmaginabili e sorprendenti, analogie inaspettate e luccicanti come insetti rari della Foresta Amazzonica della linguistica.

Abitando in Francia, poco lontano da una città dalla fama levantina come Marsiglia, mi sono imbattuta in prestiti linguistici dall’arabo al francese che sono ben lontani dall’essere le “voci dotte” o dall’avere gli illustri etimi cui sono abituata grazie ai miei studi. Si tratta infatti di parole entrate nel lessico quotidiano familiare francese che danno al discorso un arrière-goût da gangsta-in-da-ghetto. Io stessa ho imparato ad usare con disinvoltura qualcuno di questi termini (ed altri, assai volgari e ben conosciuti e non di origine araba) per farmi valere nelle fasi più concitate di una discussione con gente che riesce a capire un discorso solo se corredato da una buona dose di violenza verbale. Come se un francese che vivesse in Italia ed iniziasse a discutere animatamente per un vicolo di Napoli con una vaiassa: se non in grado di usare un po’ del gergo partenopeo più tagliente, la battaglia è persa in partenza.

Per esempio il verbo fottere, usato sia per indicare il coito che per parlare di un imbroglio (subìto o perpetrato) si dice niquer. La parola viene da  ناك  che si legge nāka e che vuol dire appunto fottere. E per fottere serve lo zob, cioè il pene.

Il dottore è il tubib, dall’arabo classico طبيب ṭabīb. La prima vocale è cambiata, probabilmente perché il prestito in francese viene dall’arabo magrebino delle ex-colonie, che reca delle differenze rispetto all’arabo classico.

Quando qualche cosa ci piace possiamo dire Je kiffe. Kiffer infatti viene da una parola dell’arabo del Mashreq (Iraq, Siria, Giordania, Palestina) che vuol dire “piacere, apprezzare”, ma kif-kif (da كفء ) significa invece essere alla pari, dividere egualmente una spesa o aver pareggiato il conto .

Qualche volta è possibile sentir dire kawa al posto di café. Questo perché in arabo il caffè è qahwa, قهوة. L’aspirazione della h è sparita e ha lasciato una parola piana, svelta, rapidissima, quasi svogliata.

I francesi di origine magrebina spesso durante le vacanze tornano al bled, cioè “al paese”. Questo termine viene da بَلَد , balad, che significa “paese” e anche “villaggio”.

Il mio clebs si chiama Mario ed è un bellissimo continental bulldog di un anno e tre mesi. Cane in arabo si dice كلب kalb. In arabo è possibile utilizzare questa parola come insulto. In effetti nella società araba i cani godono di minor ammirazione e affetto rispetto ai gatti (قِطّ, ovvero qitt, che a me ricorda molto l’inglese kitty).

Per uscire la sera e andare a fare nouba con gli amici, cioè la festa, serve il flouze, cioè i soldi, altrimenti bisogna essere proprio un maboul, un matto, e rischiare di dover tornare a casa di notte a piedi anziché in taxi. In quel caso servirebbe la baraka divina per non farsi aggredire da qualche lascar (ceffo) al buio! Se quindi non c’è flouze, allora walou (niente, nada, nisba)! Spesso la penuria di soldi per uscire e divertirsi è causa di seum, ovvero rabbia, nervosismo e frustrazione.

Però tra poco è Natale e i parenti dovrebbero mettere qualche soldino sotto l’albero come regalo… chissà, magari mi ci posso comperare qualche cosa che kiffo particolarmente!

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Aventuriers des mers, lupi di mare, esploratori e navigatori in mostra al MuCEM

Il MuCEM di Marsiglia è un bellissimo impianto museale a vocazione prettamente mediterranea. La collezione permanente che racconta la storia delle civiltà nate intorno al bacino del Mare Nostrum è spesso affiancata da mostre temporanee interessantissime e di natura estremamente variegata.
Mesi fa ho visitato la fantastica esposizione “Après Babel, traduire“, di cui potete leggere un resoconto qui.
Ieri ho avuto modo di avventurarmi nella storia degli esploratori e dei lupi di mare, dei coraggiosi pionieri delle rotte mercantili del Mediterraneo, dell’Oceano Indiano e dell’Atlantico: un periplo salmastro e piccante, ricco di colori e di poesia che De amore gallico è lieto di raccontarvi.

Ad accogliere il visitatore all’ingresso della mostra c’è nientemeno che una mascella. Non è specificato a quale tipo di mostro marino sia appartenuta: Moby Dick, forse? No, la balena di Giona. O Scilla? Magari Cariddi… no, sono certa che si trattasse del pesce-cane che divorò Geppetto e Pinocchio.

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Un’enorme proiezione di un oceano in piena tempesta accompagna questa terrificante gnatovisione. A quel punto il visitatore onirico è ben presto scaraventato sul ponte del Pequod, da poco salpato da Nantucket.

“Dans le même voyage, l’homme de terre et l’homme de mer ont deux buts differents. Le but du premier est d’arriver, le but du deuxième est de repartir. La terre nous tire vers le passé, la mer les pousse vers le futur.”

Albert Londres, “Marseille, porte du sud”, 1927

Una giostra di sapienze e conoscenze forma un puzzle variopinto: ci sono le mappe dei navigatori arabi, gli estratti della Bibbia, le illustrazioni preziosissime e miniaturizzate della vicenda di Giona. C’è perfino la proiezione di un interessante documentario in cui un autorevole sociologo delle isole Comore spiega come, nei secoli passati, l’Oceano Indiano era considerato un Mar Mediterraneo molto più grande: terre africane a ovest, Arabia, India e sud-est asiatico a nord, il continente Oceania a est, solo il sud è aperto sulla terra più sconosciuta di tutte: l’Antartide. La tesi è supportata dalla rappresentazione cartografica fatta dagli arabi nel “Libro delle curiosità”, un tomo composto nel secolo XI e ritrovato qualche anno fa in Egitto. Lì vi si trovano carte che indicano l’Oceano Indiano come un bacino d’acqua interamente circondato dalla terra.

La cartografia, in effetti, ottiene la pars leonis di questo percorso espositivo: gli spagnoli, dominatori dell’emisfero occidentale del globo a partire dal trattato di Tordesillas (1497), patto stretto con il Portogallo per spartirsi i domini del nuovo mondo, hanno prodotto dei capolavori di inestimabile valore. Ecco, ad esempio, l’Atlas Catalan, del 1450, composto da sei fogli di pergamena, che rappresenta con minuzioso dettaglio, ogni dominio dell’uomo allora conosciuto.

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Ma la più spettacolare di tutte è la carta del planisfero di Fra Mauro, monaco camaldolese, vissuto a cavallo tra il 1300 e il 1459. Egli è l’autore di uno dei planisferi più importanti della storia. A questo progetto dedicò quasi tutta la vita: raccolse le informazioni geografiche e cartografiche disponibili all’epoca, attuando un metodo di ricerca certosina negli archivi e nei testi storici, aggiungendo le informazioni ricavate dai resoconti dei marinai che, di ritorno dai loro viaggi, si fermavano a Venezia. Di fatto, Fra Mauro compose un’opera di proporzioni sesquipedali senza aver mai lasciato le sponde dell’Adriatico.
Le vicissitudini di questa mappa sono molto complesse, Wikipedia ne fornisce un buon sunto. Il lettore che volesse approfondire l’argomento può cliccare qui.

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Come potete notare, il planisfero è concepito capovolto rispetto a come siamo abituati noi.

La mostra continua con una sontuosa carrellata di tesori: oggetti d’avorio, oro, pietre preziose, spezie, resine e incensi. Si posso ammirare meraviglie di vetro e maiolica provenienti dalla Turchia, dall’Iran, dalla Siria, stoffe e sete cinesi, broccati bizantini. Qui di seguito qualche foto che ho scattato durante il percorso.

Uno degli oggetti più bizzarri e che ogni appassionato di Harry Potter potrà riconoscere è stato il bezoar, la pietra che si forma nel ventre di alcuni ruminanti e che nell’antichità

20170901_174233[1]era considerato il più potente degli antidoti contro ogni veleno. Il bezoar esposto a “Aventuriers des mers” è incastonato nell’oro, come una preziosa reliquia cristiana.

A proposito di reliquie… un bel segmento è dedicato alle crociate, evento storico che ha creato contatti, violenti e non, tra popoli diversi ma tutti collegati da un fattore chiave: il mar Maditerraneo.

La mostra ci lascia, storicamente, all’inizio del 1600, poco dopo la battaglia di Lepanto che segnò il trionfo della Lega Santa, composta dalle marine di Stato Pontificio, Spagna, Repubblica di Venezia, Malta, Genova, Lucca e i granducati italiani, sulla flotta ottomana, al tempo in piena espansione.
Ci illustra l’esplorazione di Marco Polo e di Colombo, Magellano e Da Gama senza arrivare toccare, però, il delicato argomento del colonialismo, forse troppo politicamente sensibile e recente.

Se ne esce soddisfatti, anche se, personalmente, avrei preferito gustare un sapore più letterario che storico: un’attenzione maggiore al rapporto dell’uomo con l’elemento naturale, richiami ai grandi romanzi e racconti marinareschi come Moby Dick, Capitani coraggiosi, L’isola del tesoro, le saghe dei pirati della Malesia, l’Odissea omerica, la Ballata del vecchio marinaio, Il lupo di mare, magari pure il popolarissimo Jack Sparrow, o il caro vecchio Capitan Uncino.

Però, forse, l’assenza più dolorosa, almeno per me, resta Corto Maltese.
MuCEM, a quando una bella expo sul marinaio senza la linea della fortuna sulla mano?

“Après Babel, traduire” mostra al Mucem di Marsiglia – «Tradurre non è mai semplice né innocente»

“Choosing a meaning is neither easy nor innocent.”

Questo è uno dei tanti spunti di riflessione sulla traduzione che si trovano nella mostra “Après Babel, traduire”, aperta fino al 20 marzo al MuCEM di Marsiglia.
Si parte dal concetto di Babele e dalle sue radici linguistiche (“confusione” in ebraico), per arrivare alla domanda “Babele, maledizione o opportunità?”.
Riporto la sinossi ufficiale della mostra in francese:

La traduction est l’un des grands enjeux culturels et sociétaux d’un monde globalisé. Traduire, c’est préférer à une communication rapide et basique dans une langue dominante plus ou moins artificielle (aujourd’hui le « global english » ou globish) un travail coûteux et parfois déconcertant sur la différence des langues, des cultures, des visions du monde, pour les comparer et les mettre en harmonie.

La traduction est d’abord un fait d’histoire : les routes de la traduction, via le grec, le latin, l’arabe, sont celles de la transmission du savoir et du pouvoir. «La langue de l’Europe, c’est la traduction», a dit Umberto Eco. Les civilisations d’Europe et de Méditerranée se sont construites sur cette pratique paradoxale : dire « presque » la même chose, et inventer en passant, à la confluence des savoirs et des langues.

C’est aussi un enjeu contemporain. La diversité des langues apparaît souvent comme un obstacle à l’émergence d’une société unie et d’un espace politique commun, mais l’exposition Après Babel, traduire inverse cette proposition et montre comment la traduction, savoir-faire avec les différences, est un excellent modèle pour la citoyenneté d’aujourd’hui.

Partant d’une abstraction – le passage d’une langue à une autre -, l’exposition donne à voir, à penser et à voyager dans cet entre-deux. Du mythe de Babel à la pierre de Rosette, d’Aristote à Tintin et de la parole de Dieu aux langues des signes, elle présente près de deux cents œuvres, objets, manuscrits, documents installations, qui manifestent de façon spectaculaire ou quotidienne les jeux et les enjeux de la traduction.

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It’s raining cats and dogs – il pleut des cordes

Si parte dalle riproduzioni fiamminghe della torre di Babele, dal modello del monumento alla Terza Internazionale di Vladimir Tatin, passando naturalmente per la Stele di Rosetta e la sua importanza non solo nella traduzione, ma anche per la gestione del sapere in pieno periodo colonialista. Ci sono le tavolette in cuneiforme bustrofedico che fanno capolino dall’antica Mesopotamia, così come anfore greche a riportare miti e storie ellenici che saranno poi tradotti i centinaia di idiomi.

Si seguono le vie della traduzione che, come quelle della seta e delle spezie, hanno segnato profondamente la storia e lo sviluppo occidentale: dalla Grecia all’Arabia, passando per la Spagna, la Sicilia, arrivando fino a Wittenberg, Londra e Parigi. E Venezia.
Sempre Venezia. Perché la Serenissima, forte della sua indipendenza da papato e altri potentati maggiori, fu il centro editoriale più esuberante e all’avanguardia per secoli e secoli.
Se si cercano libri e grandi traduzioni, la mostra non lascia delusi: Bibbie e Corani antichi tradotti in tutte le lingue che vi possano venire in mente. C’è addirittura la traduzione della geometria euclidea in cinese fatta da Padre Matteo Ricci. Si trovano le traduzioni delle opere filosofiche classiche in arabo ed in ebraico. C’è perfino Tin Tin in esperanto, in mezzo a decine di manifesti polilinguistici comunisti, pieni zeppi di errori. Si sta là, di fronte ad un manifesto in cinese che riporta i ritratti di Marx, Engels, Lenin, Stalin e Mao, ed improvvisamente sembra che fuori fischi il vento e che infuri la bufera.
Chagall fa la sua comparsa con un dipinto in cui Mosè riceve le tavole della legge sul Sinai, mentre sullo sfondo una Madonna azzurra affiancata da un bue violetto regge un Bambinello celeste.

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Un’allegoria della traduzione presente nel triplo autoritratto di Johannes Gumpp.

Un esperimento linguistico è mostrato in video: un’anziana tunisina che parla solo arabo e che comprende un po’ il francese comunica con la figlia, arabofona e francofona. A sua volta ella comunica con sua figlia, nata e cresciuta tra Francia e Regno Unito, e che parla solo francese ed inglese senza avere nozione alcuna dell’arabo. Tra nonna e nipote la comunicazione, dunque, è limitata a gesti e a sorrisi.
C’è anche Dario Fo, con una sua masterclass-spettacolo sulla storia del gramelot, c’è un’installazione sulla lingua dei segni, con i gesti che variano da nazione a nazione, rispecchiando in modo visuale e mimico lo spirito di ogni popolo.

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Placca funeraria palermitana, circa 1149. Riporta iscrizioni in greco, latino, ebraico ed arabo.

Un’esposizione imperdibile per chi vive ogni giorno nel coloratissimo e mai noioso limbo del traduttore, mai interamente preciso, sempre problematico ed avventuroso.
I testi accuratamente redatti che accompagnano la mostra sono indicativi della complessità del tema trattato, così come della sua conformazione varia ed avvincente. Come è possibile limitare la traduzione ad un qualcosa di scritto sulla carta stampata, quando così tanti fattori incidono sulla sua efficacia e pienezza? Arte, editoria, archeologia, storia, sociologia ed antropologia sono ingredienti fondamentali della pozione magica che è il risultato del mestiere di traduttore, così come la politica ne definisce i contorni in modo fatalmente imprescindibile.

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Testina con cappello frigio rinvenuta in Afghanistan.
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Mel Bochner, BlahBlahBlah. “Babele” significa “confusione”, “barbaro” significa “balbettante”

Un viaggio interessante anche per chi non ha fatto della traduzione la sua occupazione principale, ma magari la vive quotidianamente per caso: una coppia mista, un datore di lavoro o un collega straniero. Tutti siamo traduttori, perché nessun messaggio arriva mai al destinatario nell’esatta forma e col senso preciso inteso da chi lo ha emesso: applichiamo sempre la nostra interiorità agli stimoli che l’esterno ci fornisce, sfumando di volta in volta i colori sulla tela con pennellate differenti. Mi pare dunque il caso di concludere con una delle tante citazioni stimolanti ed interessanti che la mostra espone lungo lo svolgersi del suo percorso:

“El original es infiel a la traduccion”
Jorge Luis Borges

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Palestina ed Israele: due lingue semitiche a confronto
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Modello del monumento alla Terza Internazionale di Tatlin

Pillola: Olympique Marseille vs A.S. Monaco

La settimana scorsa sono stata ad una partita di calcio.
La prima della mia vita.

E anche l’ultima.

Si è disputata allo stadio Vélodrome di Marsiglia e ha visto in campo l’O.M. contro la squadra del principato di Monaco, che gareggia nel campionato francese.
Il 99% dei tifosi vestiva i colori della squadra di casa, mentre solo una piccola balconata, in un angolino, era decorata col bianco ed il rosso del Monaco.
Un Davidino di tifo monegasco per il Golia delle curve marsigliesi.

Io ero in curva.
Già.
In curva. Alla domanda “Come ci sei finita?” non voglio rispondere.
Si sappia solo che non ho mai visto tanti energumeni riuniti tutti insieme in vita mia.
Il Monaco, prevedibilmente, ha stracciato l’O.M., finendo col far andare a casa tutti quanti i sostenitori del club marsigliese con le facce lunghe, mogi mogi (io no, io ero solo sollevata che fosse finita, visto che ho passato due tempi regolamentari e due supplementari in piedi, senza la possibilità di posare il didietro sul posto che avevo pagato, perché tale posto era occupato dai piedi e dalle birre degli energumeni di cui sopra).

Una cosa bella, però, è successa: non ho mai visto i bagni riservati alle donne così sgombri, lindi e pinti.
Kudos per me.

Carte da gioco e Tarocchi: quando l’Italia e la Francia si siedono al tavolo verde o nel carrozzone degli zingari.

Le carte da gioco hanno una storia misteriosa e molto antica.
Anche la nascita del loro uso divinatorio si perde nelle nebbie dei secoli, per arrivare fino ai nostri giorni ancora avvolta di fascino e magia.
Di certo è nota la nomenclatura “carte italiane” e “carte francesi”. Le prime si distinguono in tipo piacentino, bergamasco, napoletano e siciliano e hanno i semi utilizzati nel gioco della Briscola: bastoni, coppe, spade e denari. Questi quattro pittogrammi si sono trasformati col tempo, per divenire rispettivamente fiori, cuori, picche e quadri nelle lame da gioco di nazionalità francese.

Sono numerosi i giochi che si possono fare con questi due tipi di carte: dalla già citata Briscola al Rubamazzo, dalla Scopa semplice allo Scopone, dalla Scala quaranta al Machiavelli, dal Burraco al Bridge per finire con il Poker nelle sue diverse varianti, quella tradizionale, lo Stud e il Texas hold ‘em. Vale sempre la dicitura “Come quando fuori piove” e siamo tutti contenti.
Ma perché fermarsi a questo e non andare ancora più indietro nel tempo per scoprire come i semi italiani, di cui quelli francesi sono solo un’evoluzione, siano presenti nel mazzo più misterioso di tutti, quello attorno cui leggenda, storia e superstizione si avviluppano insieme, formando una rete indistricabile? Perché non scoprire che cosa nasconde il mazzo dei Tarocchi, anche detti Trionfi, e come Italia e Francia siano legate anche in questo caso? Perché non dare un’occhiata all’arte della cartomanzia e a ciò che essa cela dietro la coltre di mistero che la avvolge?

Vi è un documento risalente al X secolo d.C. che attesta l’esistenza della cartomanzia in Cina, chiamata I-Ching, anche se non è da escludere che questa pratica sia stata diffusa ai tempi delle civiltà mesopotamiche.
Roberto La Paglia, nel suo “Il grande libro dei tarocchi”, riporta che nel 1527 Teofilo Folengo pubblicò “Il Caos del Triperuno”, riferendo dell’uso dei Trionfi in divinazione come pratica molto antica. Forse la cartomanzia fu introdotta in Europa dalle carovane di zingari provenienti dall’Indostan, ma di fatto i gitani giunsero qui in occidente solo dal 1400, mentre è cosa certa che i Tarocchi fossero in uso qui da noi già da tempo. Papus e Court de Gebelin li collegarono al Libro di Toth, ascrivendo all’antico Egitto il merito della loro invenzione. Questa teoria deve molto all’opera di Ermete Trismegisto. Eliphas Levi sviluppò la teoria del legame con la Cabala ebraica, sottolineando come i numeri nel mazzo dei Trionfi abbiano corrispondenze importanti con le Sephirot del Keter cabalistico (accenno solo en passant a questa disciplina complessa, non me ne voglia il lettore).
Nel 1700 un commerciante di granaglie francese e noto indovino, tale Jean-Baptiste Alliette , disegnò e pubblicò i famosi Tarocchi di Etteilla. Non fu il primo “mazzo famoso”: molti altri lo precedettero, dipinti anche da mani illustrissime come i famosi “Tarocchi del Mantegna” (attribuitigli) o i “Visconti-Sforza”.

Proprio questi ultimi sembrano essere stati l’ispirazione per il mazzo dei “Tarocchi di Marsiglia”, il più usato nella cartomanzia. Uno dei primi mazzi attestati fu stampato nel 1650 da tale Noblet, ma uno dei più noti è senza dubbio il mazzo Burdel, 1751: lo stampatore aveva fatto aggiungere le sue iniziali alla lama del Carro e, cosa innovativa, il nome del Trionfo in francese (sgrammaticato) impresso su lato inferiore della carta, contrassegnandolo con un numero romano.

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Tre lame Visconti-Sforza del mazzo Pierpont-Morgan (l’imperatrice, il bagatto e l’eremita)

Come sono composti i Tarocchi? Sono un mazzo di settantotto carte complessive, suddivise in due gruppi di lame: i ventidue arcani maggiori, o Trionfi, e i cinquantasei arcani minori.
I Trionfi sono numerati dalla carta numero 1 (il bagatto) alla 21 (il mondo) ed includono il “jolly”, la lama numero 0 che rappresenta “il matto”. Rappresentano gli archetipi della vita e del comportamento umani.

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Tarocchi di Marsiglia del mazzo Burdel

Gli arcani minori hanno i quattro semi italiani, dal numero 1 al 10, e delle figure: il fante, il cavallo, la regina ed il re, uno per ciascun pittogramma. Ogni numero ha una sua valenza simbolica a seconda che sia bastoni, coppe, spade o denari: ecco il punto dove i cabalisti hanno innestato il collegamento all’impianto numerologico ebraico.

Di seguito la lista degli Arcani maggiori:

0. Il matto
1. Il bagatto
2. La papessa
3. L’imperatrice
4. L’imperatore
5. Il papa
6. Gli amanti
7. Il carro
8. La giustizia
9. L’eremita
10. La ruota della fortuna
11. La forza
12. L’appeso
13. La morte
14. La temperanza
15. Il diavolo
16. La torre
17. Le stelle
18. La luna
19. Il sole
20. Il giudizio
21. Il mondo.

Ogni Trionfo è dipinto in modo da portare in qualche centimetro quadrato di carta un patrimonio di simbologia e significati reconditi da far girare la testa. I Tarocchi sono stati persino definiti un libro a pagine slegate, in cui ciascuno di noi potrebbe leggervi la propria anima.
Al di là degli usi divinatori ed esoterici, queste carte sono anche un passatempo, un gioco che in Francia è noto come “Jeu du tarot” diffuso e praticato da molti.
Vi va di fare una partita con me?

Per approfondire:
“Kabbalah”di Gabriella Samuel, edizioni Oscar Mondadori;
“Il gande libro dei tarocchi” di Roberto La Paglia, edizioni Xenia;
“I tarocchi” di Antonia Mattiuzzi, edizioni Bur.

Le superstizioni dei marinai francesi

Il marinaio, il contadino, la guaritrice e la levatrice sono figure che condividono sin dalla notte dei tempi un tratto in particolare: la superstizione. E come biasimarli: a Odisseo, marinaio esperto e uomo intelligentissimo, bastò offendere Poseidone per essere alla mercé delle tempeste e delle sventure per ben dieci anni!

Entrare in contatto con gente di mare, qui in Francia, mi ha fatto conoscere alcune pittoresche superstizioni e riti scaramantici che ho il piacere di condividere con i lettori del blog De amore gallico.
La prima, e la più buffa, forse, mi è stata raccontata un giorno a pranzo, mentre rosicchiavo verdure crude come un coniglietto:
– Lo sai che sulle navi è proibito portare conigli? Anzi, molti detestano che si pronunci perfino la parola lapin.
– E perché mai?
-Pensaci: è una superstizione che risale ai tempi dei navigli in legno.

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La bête aux grandes oreilles

A quanto pare questi adorabili roditori, quando venivano trasportati nelle stive per lunghissimi viaggi, rosicchiavano coi dentoni ogni cosa si frapponesse tra loro e la libertà, incluse le chiglie dei bateaux. I danni che causavano ve li lascio immaginare: sventura e disgrazia su ogni nave che li trasportasse!

Altrettanto malanimo c’è stato, almeno fino a tre secoli fa, nei confronti delle donne a bordo. Per nessuna ragione esse potevano far parte dell’equipaggio ed erano accettate solo come passeggere. Non vi è una spiegazione legata alla magia o all’ira degli dei ma piuttosto un ragionamento logico che chiunque può comprendere: una donna in mezzo ad una ciurma di soli uomini poteva creare rivalità e rancori per motivi di cuore o di sesso. D’altro canto chissà quanti litigi e ammutinamenti sono avvenuti, nei secoli, non a causa di femmes fatales ma di uomini innamorati di altri uomini? La storia non prende mai troppo in considerazione l’omosessualità e se lo fa non ne comprende mai la dimensione ed il peso nel vivere quotidiano.

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Hermione 2014 – Il suo equipaggio è composto da uomini e donne in egual misura: bando alle superstizioni!

Ascoltando i racconti di un ex marinaio si viene a sapere anche che il venerdì non si salpa mai. Dalle mie parti si dice: “Di Venere e di Marte non si dà principio all’arte”. Ma non è questo il caso. La storia di tale usanza risale infatti ai tempi in cui i marinai ricevevano la loro paga di giovedì: uscivano dalla nave e finivano dritti in qualche osteria o in qualche casa di piacere a godersi i soldi guadagnati. Il venerdì non si vedeva anima viva sul ponte della nave: chi era alle prese con il post-sbornia, chi si riprendeva da traumi cranici e facciali multipli dovuti a risse furibonde, chi si ritrovava con un coltello piantato nella schiena, buttato in qualche vicolo a morire dissanguato, chi a dormire tra le braccia di qualche fanciulla o fanciullo… la partenza doveva essere rimandata per forza.

A proposito delle abitudini sessuali dei marinai ritengo che sia necessario fare menzione della divisa ufficiale della Marina Militare Francese: firmata da Jean Paul Gaultier, si ispira alle divise tradizionali dei navigatori dell’hexagone aggiungendo però l’estro che contraddistingue il gusto dello stilista e i colori della bandiera di Francia. Se avete occasione di vederne una dal vivo fate caso ad un particolare: l’apertura delle brache.

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La parte anteriore si sbottona completamente lasciando cadere un lembo quadrato di stoffa e denudando del tutto i genitali. Perché? Per mantenere i pantaloni puliti anche durante il coito frettoloso consumato all’angolo di un vicolo del porto con la prima prostituta incontrata! Di necessità virtù, è proprio il caso di dirlo. Jean Paul Gaultier ha poi fatto sua cifra distintiva sia la triade blubiancorosso sia la maglia marinière, tenuta d’ordinanza dei pescatori bretoni.

In ultimo voglio ricordare l’importanza del nome Maria: specialmente in Bretagna, terra di tradizioni e superstizioni fortissime. marseille-la-bonne-mere-273x300Maria, la madre di Gesù, è ritenuta protettrice dei marinai ed è uso comune tra i pescatori includere il prénom Marie quando si battezzano i propri figli, sia maschi che femmine.
Dopotutto non è un caso chesia dedicata proprio a Maria la basilica di Notre-Dame-de-la-Garde, la Bonne Mère che domina il porto di Marsiglia proteggendo tutti i marinai che salpano e accogliendo quelli che attraccano, di ritorno da un viaggio pericoloso nelle sterminate acque dei sette mari.

Pillola: europei di calcio a colazione (già non ne posso più)

Oggi a colazione ho mangiato una viennoiserie ( così si chiama la pasticceria da bar, “vienneseria”), al cioccolato e alla crème anglaise. Questo dolce si chiama Suisse.

Una “vienneseria” chiamata “Svizzera”, con crema inglese, fatta in Francia e acquistata da un’italiana affamata. Altro che europei di calcio… io me li mangio a colazione!

Intanto a Marsiglia se le sono date di santa ragione, gli inglesi e i russi.
Would you like a cup of tea, tovarish?” disse l’hooligan armato di baguette mentre picchiava in testa un cosacco imbufalito.

Gli europei sono iniziati da due giorni e già non ne posso più.