Gli ebrei del papa: quando la diaspora seguì la ferula e parlò francese

La diaspora ebraica ha avuto contorni e storia estremamente variegati: la nascita di due grandi gruppi nel seno di una stessa radice etnica e culturale condizionata dalla distanza geografica (Ashkenaziti e Sefarditi, nomi derivanti da Ashkenaz, che in lingua ebraica indica la regione germanica – ergo tutta l’Europa del nord, nord-est, e da Sefarad, ovvero la Spagna – quindi tutta l’area mediterranea), le variazioni di riti religiosi che sussistono tutt’oggi, la differenza di trattamento da parte dei goyim, i gentili, a seconda che fossero cristiani o musulmani.
Si sa che è a Roma la comunità ebraica più antica d’Europa: gli israeliti si insediarono sin da subito sulle sponde del Tevere, all’altezza di Trastevere, per poi spostarsi successivamente – sotto coercizione papale – dall’altra parte del fiume, verso l’isola Tiberina, laddove oggi c’è la ben nota via del Portico d’Ottavia, che brulica di vita all’ombra del bel Tempio Maggiore.

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Il ghetto di Roma visto dal Portico di Ottavia

Forse è più noto il ghetto di Venezia, sia per il ruolo storico che esso ha avuto, relativamente allo sviluppo economico e commerciale della Serenissima, sia per la commedia shakespeariana “The merchant of Venice“, una delle mie preferite, dove si trova il monologo dell’ebreo Shylock:

To bait fish withal. If it will feed nothing else, it will feed my revenge. He hath disgraced me and hindered me half a million, laughed at my losses, mocked at my gains, scorned my nation, thwarted my bargains, cooled my friends, heated mine enemies—and what’s his reason? I am a Jew. Hath not a Jew eyes? Hath not a Jew hands, organs, dimensions, senses, affections, passions? Fed with the same food, hurt with the same weapons, subject to the same diseases, healed by the same means, warmed and cooled by the same winter and summer as a Christian is? If you prick us, do we not bleed? If you tickle us, do we not laugh? If you poison us, do we not die? And if you wrong us, shall we not revenge? If we are like you in the rest, we will resemble you in that. If a Jew wrong a Christian, what is his humility? Revenge. If a Christian wrong a Jew, what should his sufferance be by Christian example? Why, revenge. The villainy you teach me I will execute—and it shall go hard but I will better the instruction.

L’Inghilterra, che ospitava comunità sin dall’arrivo di Guglielmo il Conquistatore nel 1066, mal li sopportava, tant’è che Shakespeare scrisse “The merchant of Venice” in un momento di particolare astio nei confronti degli israeliti insediati in terra britannica. Tuttavia era Shakespeare antisemita? Il ritratto che ne fa è piuttosto una caricatura, un fantoccio messo sul palco più per ridicolizzare gli antisemiti e le loro convinzioni che per offendere gli ebrei. Molto si è dibattuto in merito e per chi volesse approfondire l’argomento consiglio la lettura di questa pagina e di quest’altra.

Le juderìas spagnole furono quasi del tutto svuotate con il decreto dell’Alhambra (qui un link per approfondire), stipulato dalla regina Isabella di Castiglia il 31 marzo del 1492 (sì, qualche mese prima che Colombo sbarcasse nelle Indie Occidentali), che cacciò gli ebrei dalla Spagna e che obbligò alla conversione tutti coloro che non volevano lasciare il suolo iberico. Con “suolo iberico” intendo anche la Sicilia, che al tempo era sotto dominazione spagnola. In effetti il primo Bar Mitzvah celebrato in Trinacria dal 1492 è avvenuto solo nel 2011, dopo la recente formazione di una comunità giudaica a Palermo. Qui la notizia.

Le terre slave si distinsero per una pratica chiamata pogrom, ovvero le rivolte antisemite che culminavano con cacciate, uccisioni, roghi e nefandezze di ogni tipo verso le comunità ebraiche. Molto spesso il casus belli di questi orrendi episodi erano delle false accuse che avevano origine da una morte violenta e sospetta di un cristiano. Ciò dava modo di muovere una accusa del sangue. Le accuse del sangue sono state molto utilizzate a partire dall’anno 1000: si diceva che gli ebrei utilizzassero sangue umano per rituali e celebrazioni, prediligendo quello dei bambini. L’ultimo processo istituito per un’accusa del sangue ha avuto luogo a Kiev nel 1913 e solo col Concilio Vaticano II si è riusciti ad eliminare dal martirologio i nomi di santi che erano stati seviziati dagli ebrei (dicerie senza fondamento storico).

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Il Palazzo dei papi ad Avignone

Quali furono le sorti del popolo ebraico in terra francese? La cosa si fa estremamente interessante, perché va presa in considerazione la cosiddetta Cattività avignonese, ovvero quel periodo che va dal 1309 al 1377 e che vide la sede del papato spostarsi da Roma ad Avignone, bella città del dipartimento della Vaucluse, in Provenza. Lo Stato Pontificio fu relativamente tollerante nei confronti degli ebrei, specialmente se paragonato al trattamento riservato alle enclavi israelitiche in altre parti del mondo. Questo fece sì che durante la Cattività avignonese si venisse a creare una comunità chiamata “ebrei del papa”.
Il popolo israelitico giunse in Francia approdando, come quasi tutti coloro venuti dal sud, nel porto di Marsiglia. In generale la presenza ebraica nel sud della Francia fu sempre pronunciata, sebbene mal sopportata: accuse del sangue, linciaggi e roghi non mancarono mai. Nel 1274 il re di Francia Filippo l’Ardito fece dono al papa di una regione chiamata Contado Venassino, una porzione di territorio che includeva la città di Avignone. Questo contado divenne, col tempo, un rifugio per gli ebrei che dovevano fuggire le persecuzioni francesi. Nel Contado Venassino sorsero quattro ghetti, detti carrières, in cui si svilupparono quattro comunità chiamate Arba Kehilot, ad Avignone, Carpentras, Cavaillon, e Isle sur la Sorgue. Vi fu un episodio caratterizzato dall’espulsione degli ebrei venassini, ma si trattò di una misura temporanea: rientrarono tutti in breve tempo e dal 1394, anno della cacciata degli ebrei dal Regno di Francia, la comunità crebbe, visto che agli ebrei del papa fu consentita la residenza a condizione che indossassero un cappello giallo e risiedessero nei loro carrières, che la notte venivano chiusi a chiave dall’esterno, come avveniva già in altri ghetti d’Europa. In più vi erano tasse extra da pagare e dovevano sottoporsi a delle messe coatte, niente di nuovo. Esattamente come accadeva a Venezia o a Roma, le case crebbero in altezza, arrivando a quattro o cinque piani, nel tentativo di espandere lo spazio a disposizione in senso verticale, visto che orizzontalmente era impossibile.

Tuttavia è stato notato che nei secoli gli ebrei del papa svilupparono relazioni molto buone con i goyim venassini, tanto che risultano essere la sola comunità israelitica europea che riuscì a praticare gli stessi mestieri dei non ebrei. Ricordo infatti che per i giudei fu molto difficile adattarsi alle restrizioni imposte sui mestieri esercitabili, che variavano di zona in zona. Ad Avignone, invece, poterono diventare contadini e lavorare la terra come i gentili, sviluppando così un ebraismo sui generis, avulso da legami con la cultura ashkenazita o sefardita: gli ebrei del papa parlavano shuadit, un miscuglio di ebraico e occitano, avevano un rito religioso unico ed erano molto legati alla terra.

Le cose cambiarono con l’avvento della Rivoluzione, perché Avignone fu annessa alla Francia e gli ebrei ebbero la cittadinanza: i ghetti perdettero la loro ragion d’essere e gli israeliti si sparsero su tutto il territorio nazionale, salvo poi essere vittime di un’ennesima ondata di antisemitismo che percorse l’Europa nel 1800 e che culminò con l’affaire Dreyfus, scandalo che scosse l’opinione pubblica e l’élite culturale. Non è un caso che il saggio a fondamento del sionismo, Der Judenstaat, scritto dal Theodor Herzl, fu partorito nel 1896, proprio nel pieno della bufera dreyfussiana.

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Sul giornale “L’aurore” Emile Zola pubblicò la sua famosa lettera aperta “J’accuse”, a sostegno di Dreyfus e della sua innocenza.

 

Non finisce qui la storia dei luoghi che videro lo sviluppo comunitario degli ebrei del papa. Se i ghetti, specialmente dopo la Shoah, avevano cessato di esistere come tali, ritornarono ad essere centri fondamentali per l’integrazione di nuove comunità ebraiche, quelle che giunsero in Francia dopo la guerra d’Algeria e l’indipendenza della nazione nordafricana. Non dimentichiamo che anche noi, in Italia, fummo testimoni di un’ondata migratoria ebraica nel 1967: la Guerra dei Sei Giorni era scoppiata e costrinse molti ebrei libici a trasferirsi altrove. Quasi cinquemila persone sbarcarono nel nostro paese, tra coloro che non avevano compiuto l’aliyah a Gerusalemme.

Qui di seguito link a pagine che potrebbero interessare per un approfondimento:
la storia degli ebrei libici;
il sito della comunità ebraica di Avignone;
pagina Wikipedia sui carrières

Precisazione: questo articolo non ha alcun intento politico, è solo un excursus storico volto ad informare e ad approfondire in modo neutrale e super partes un capitolo della storia europea, francese ed ebraica. Chiunque voglia discutere di argomenti inerenti Israele, Palestina e la questione mediorientale è pregato di farlo in contesto più appropriato, ovvero altrove. L’autrice non ha alcuna intenzione di esporre il proprio pensiero in merito alla faccenda. Grazie.

Pillola: far west à Marseille

In questi ultimi giorni pare ci sia stata un’eccezionale frequenza di sparatorie in quel di Marsiglia. Non seguo molto i telegiornali francesi, sono estremamente prolissi e gli orari non mi sono consoni, tuttavia non ho potuto fare a meno di notare tali notizie, molto tristi, sull’altissimo tasso di violenza in questa città.

Spero prima o poi si sfati il mito della “cloaca umana di Francia”, perché Marsiglia non merita davvero questa fama, bella, antica e cosmopolita com’è.

Lo ammetto, però: quando ripenso al fatto di vivere con un marsigliese, mi sento molto “donna del gangster”.

Candelora e carnevale: tra nuove scoperte e nostalgia di casa

Febbraio è il mese più crudele.
Non si sta prendendo in giro Eliot, ma si sta parlando di nostalgia.
Sebbene l’espatrio sia una strada imboccata volontariamente, poco importa il motivo, ci si sente pur sempre un po’ Odìsseo, seduto sulla spiaggia di Ogigia, i sensi ricolmi della splendida Calipso, ma in preda a spasmi per la sua Penelope, umile regina tessitrice.
L’Italia è Penelope, e per accorgersene basta pensare alle meraviglie che si sono mancate trascorrendo oltralpe il carnevale: zeppole, castagnole, chiacchiere, frappe e cicerchiata a profusione, senza contare il numero di feste carnascialesche tra cui poter scegliere per festeggiare mascherandosi con gli amici, sfogando lo spirto goliardico e teatrale ch’entro mi rugge.
Certo, vale la pena fare un salto a vedere il Carnevale di Nizza: sicuramente è bellissimo. Sì, le crêpes sono deliziose, sia quelle alla Nutella che quelle salate farcite al prosciutto e al groviera.
Ma a carnevale ci vogliono le porcherie fritte ricoperte di granella di zucchero che al primo morso ricopre le labbra, facendo diventare la bocca tutta bianca come quella di un clown, ci vogliono le delizie mielate che appiccicano tutti i denti e fanno subito salire la glicemia e il buonumore, ci vogliono i coriandoli infilati dappertutto, pure nelle mutande, le stelle filanti tra i capelli e bambini in maschera a tutti gli angoli delle strade.
Che fare? Lasciare che la nostalgia prenda il sopravvento facendo diventare sgradevolmente campanilisti? No, grazie, è una disposizione d’animo di pessimo gusto da cui è meglio rifuggire, salvo che per la questione bidet.
Forse è il momento propizio per andare alla ricerca di qualche ghiottoneria locale, che sia diversa dalla solita brioche, dal solito pain au chocolat e anche dalla crêpe che, per quanto gustosa e tipica della stagione, oramai non fa più notizia.
Si schivano le grandiose charlottes che fanno tanto Trianon de Versailles, si evitano i macarons, una sciccheria per ricche rampolle dell’Upper East Side di New York, si mette da parte la celebre galette des rois, visto che l’Epifania è passata da un pezzo. Che fare? Sfogliare i libri di cucina regionale è la cosa più giusta: servirà a trovare ispirazione per comperare prodotti locali, che è l’unica soluzione al sottile senso di colpa che accompagna ogni acquisto alimentare: sarà a km 0? Sarà bio? Sarà senza olio di palma? Sarà senza olio di colza?

Un qualsiasi libro di cucina provenzale lo si trova in una qualsiasi libreria. Anche le edicole ne vendono diversi. Se si dà un’occhiata alla sezione dedicata alla presente stagione e alle golosità più tipiche, saltano all’occhio tre ricette, ciascuna di esse legata a storie e tradizioni affascinanti.
Si prendano ad esempio les navettes de Marseille: questi dolci dal sapore di fior d’arancio sono preparati specialmente per la festa della Candelora (2 febbraio). Prima dell’alba l’arcivescovo di Marsiglia conduce una processione in memoria della presentazione di Gesù al Tempio e benedice le candele, simbolo della luce e della salvezza portate dal Cristo. Dopo aver detto messa, l’arcivescovo si dirige a rue Sainte e procede alla benedizione del Four des Navettes.  Questa boulangerie ha qualcosa in più rispetto a tutte le altre: oltre ad essere più antica della Repubblica Francese (fu fondata nel 1781), da più di duecento anni produce le navettes sempre allo stesso modo, mantenendo l’antica ricetta segreta e garantendo il gusto vero di questi dolci della Candelora. Sembrano essi stessi delle candele: lunghi circa quindici centimetri e costituiti di una pasta robusta e profumata, si conservano addirittura per un anno intero. Sono gli unici ad avere questa magica caratteristica. Infatti negli altri forni di Marsiglia si possono acquistare delle navettes di altro tipo, più corte e di forma molto simile alla chiglia di un vascello, hanno una pasta molto friabile e possono essere aromatizzate al fior d’arancio o all’anice: buonissime ma “tarocche” rispetto al prodotto sfornato da secoli (è proprio il caso di dirlo) dal Four des Navettes.
La leggenda vuole che dietro l’invenzione di questi gateaux ci sia la nave senza remi sulla quale giunsero in Francia le tre Marie, approdando esattamente a Saintes-Maries-de-la-Mer, in Camargue. Assieme ad esse venne una serva egiziana di nome Sara, detta Sara la Nera che, sebbene non sia stata canonizzata da nessuna confessione cristiana, è venerata come santa dalla comunità gitana della regione. Per maggiori informazioni: http://www.imninalu.net/tradizioniRom.htm

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Le navettes del forno marsigliese Le four des navettes

Un altro dolce tipico della Provenza che può soddisfare il palato del goloso in crisi di nostalgia per le ghiottonerie italiche è il Calisson d’Aix. Aix-en-Provence… più la si conosce e più segreti nasconde! Queste sucreries alle mandorle e alla frutta candita, così morbide che si sciolgono in bocca, hanno una storia italica alle spalle. Infatti pare che la ricetta sia stata esportata oltralpe solo nel XVI secolo e che sia invece originaria di Venezia: ci sono documenti in latino medievale e in italiano del duecento che parlano di un dolce di nome calisone, fatto con mandorle e frutta secca. Una curiosità: a Creta, isola che per molto tempo è stata dominata dalla Serenissima, si prepara un dolce fatto con mandorle e spezie che si chiama kalitsounia. Queste notizie, molto prevedibilmente, sono state trovate su Wikipedia, ma se si vuole approfondire si può cercare un testo a cui la stessa enciclopedia Wiki fa riferimento: “Calissons d’Aix, Nougats de Provence”, di Patrick Langer, edizioni Equinox.

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Calissons d’Aix

La terza ghiottoneria che non può deludere è detta croquant aux amandes de Provence. Nella tradizione dolciaria del sud francese le mandorle vanno forte, non c’è che dire. Un po’ come nel sud italiano, dove cassata e marzapane sono i re dei dessert. I croccanti provenzali sono specialità della biscotteria secca che, con numerose varianti, rientra nell’alveo dei “brutti ma buoni” o “spaccadenti”, solo col fine di giustificare l’abbinamento eccellente di queste specialità con un vino liquoroso in cui inzupparle. Proprio come i nostri cantucci con vin santo.

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I croccanti alle mandorle di Provenza

La nostalgia si è affievolita, si sopporta meglio la lontananza da casa e dagli affetti, anche se nei sogni torna sempre a fare visita il profumo di delizie fatte in casa dalla nonna e legato a dolci ricordi d’infanzia. Ci si consola con qualche dolcezza gallica, rendendosi conto che, in fin dei conti, sia italiani che francesi se la sanno ben godere a tavola, senza nulla togliere all’uno o all’altro: che si tratti di vino, pasta, pizza, carni, pesci, formaggi o dessert non è un caso che ci si consideri cugini germani, anche con quella rivalità e notevole urto di nervi che c’è tra Paolino Paperino e Gastone il fortunato.

Buon mercoledì delle ceneri a tutti: inizia la Quaresima. O la dieta. In ogni caso i preti indosseranno paramenti viola e i guitti piangeranno miseria.

Neo-bizantino: da Marsiglia a Parigi.

La fine del secolo XIX e l’inizio del XX videro il fiorire di una moda architettonica che ha lasciato tracce imponenti, al suo passaggio, ovvero lo stile neo-bizantino, di cui si trovano esempi notevoli specialmente in quella parte di Europa che è tutt’ora tradizionalmente legata a “Bisanzio”, nell’immaginario comune (Bulgaria, Russia, Grecia etc.).
Anche la Francia (e con essa il Belgio e il Canada) seguì la voga del tempo e si concesse la bellezza di quattro chiese, qualche sinagoga e pure una parte del rinomato cimitero Père Lachaise.

Vorrei soffermarmi su due edifici in particolare, due chiese che ho avuto il piacere di visitare personalmente e che, nel mio sentire, collegano in modo ideale le due più vaste città francesi, Parigi e Marsiglia.
La prima, in ordine cronologico, è Notre-Dame-de-la-Garde, arrampicata su un cucuzzolo a cavallo tra due quartieri marsigliesi, Vauban e Roucas Blanc. Anche chiamata “La Bonne Mère”, è la chiesa dedicata al culto della Madonna protettrice dei marinai. E tante grazie, viene da dire: chi mai dovrebbe proteggere la Madonna a Marsiglia?

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Notre Dame de la Garde

La chiesa, di rito cattolico romano, fu progettata da un architetto protestante, Henri Espérandieu, nativo di Nimes. I lavori iniziarono nel 1853 e durarono più di vent’anni. L’ideatore del progetto morì prima che la sua opera fosse portata a compimento.
La prima cosa che colpisce è la sua imponenza esteriore: arroccata su una piattaforma alta tredici metri, reliquia di un antico fortino, domina Marsiglia tutta. Una volta entrati dentro la basilica, però, le dimensioni interne stupiscono per il contrasto: raccolta, intima, modesta, come se metri e metri cubi di volume fossero occupati esclusivamente dallo spessore delle mura.
In virtù dello stile architettonico così particolare, è legittimo pensare di essere entrati per errore in un luogo di culto ortodosso o armeno, salvo poi ricredersi, una volta resisi conto dell’enorme numero di ex voto presenti alle pareti della chiesa: per uomini tornati sani e salvi dalla guerra, per persone che hanno scampato il colera, per marinai ritornati da viaggi e da naufragi catastrofici… le date sono varie, gli stili di ex voto anche. Si va dalle placche di metallo o d’argento alle iscrizioni su marmo e ai quadri e ritratti dipinti a olio. L’oro la fa da padrone, nelle decorazioni, anche se, inesplicabilmente, l’effetto che ne risulta è molto meno impressionante di quello che si ha visitando monumenti il cui stile è bizantino tout court, vale a dire il mausoleo di Galla Placidia, a Ravenna, o Sant’Apollinare Nuovo e in Classe, della medesima città.
Ad ogni modo, essendo come sempre alla ricerca dell’ironico e del paradossale, mi preme parlare di ciò che accadde alla fine della seconda guerra mondiale, durante la liberazione, di cui le mura della basilica portano ancora i segni: non son sicura se siano “cicatrici” da bombardamento, da cannonate o da altro tipo di artiglieria, ma di certo fu opera dei tedeschi.
Comunque, il 15 agosto del 1944 gli alleati sbarcarono in Provenza. Marsiglia fu liberata con una battaglia che durò diverse giornate: dal 20 agosto al 28. Non è questo il luogo per una cronaca approfondita della manovra (per un diario dettagliato potete cliccare qui e qui), mi limito a riferire che la collina e la basilica furono liberate dal giogo tedesco per mano di soldati algerini (musulmani) facenti parte dell’ Armée d’Afrique.

Notre Dame de la Garde: una basilica cattolica, dalle sembianze ortodosse, progettata da un protestante, salvata dai musulmani.
Come è ironica la Storia.

Il secondo edificio su cui desidero soffermarmi è, insieme al Vittoriano di Roma, come riporta giustamente l’onnisciente Wikipedia, una delle costruzioni più bianche d’Europa: la pietra di Château-Landon (Seine-et-Marne), di cui è costituito, è un tipo di travertino che rigetta la polvere e l’inquinamento, restando sempre bianco, malgrado il passare del tempo e delle intemperie. Sto parlando della basilica del Sacré-Coeur di Parigi, che, eretta in un punto alto come la sua “cugina” marsigliese, domina la ville lumière dalla collina di Montmartre dal 1873, anno di inizio della sua costruzione, apparentemente voluta dall’Assemblea Nazionale per “espiare i peccati commessi dai Comunardi” (per un breve ripasso dell’avventura della Comune di Parigi cliccate qui).
Tuttavia non avvenne questo, in quanto è stato provato che la decisione di costruire una basilica sulla sacra collina di Montmartre (“Monte dei martiri”, forse a causa della disavventura di San Dionigi, decapitato proprio lì sopra) da parte dell’Assemblea fu anteriore all’avventura della Comune di Parigi. Qui trovate la fonte della mia affermazione.

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Le Sacré-Coeur

La sua stazza è colossale: la pianta della basilica è a croce greca, con un catino absidale decorato da un gigantesco mosaico dominato dall’oro e dal blu. Anche in questo caso l’architetto, Paul Abadie, vincitore della gara di appalto, morì prima di vedere la sua creatura completa. Il Sacro Cuore, infatti, fu conclusa solo nel 1914, ma la chiesa fu consacrata solo nel 1919, alla fine della prima guerra mondiale.
La prima volta che la vidi, duramente provata da una giornata trascorsa a zonzo per Parigi, non ebbi le energie sufficienti da dedicare al suo interno, per cui mi limitai ad una toccata e fuga da turista che mi fece quasi vergognare.
La seconda volta mi rifeci ampiamente, arrivando anche a seguire una funzione religiosa in lingua filippina che si stava celebrando in quel momento, sia per poter osservare con calma l’interno della basilica, sia per poter riposare i piedi, sia per ascoltare quell’idioma a me sconosciuto e dai suoni alquanto bizzarri.

C’è sempre magia, un’atmosfera spessa e vischiosa, in questi luoghi così ricchi di Storia e di storie. A Notre Dame de la Garde l’aria sa di anice e di salsedine, è ruvida e arrabbiata, un po’ come un marinaio marsigliese appena sceso giù al porto. Al Sacré-Coeur, invece, essa lascia in gola un sentore di pioggia e di zucchero, dolce e un po’ stucchevole, come la Parigi delle cartoline, come la Parigi che ci immaginiamo e che, per fortuna, non troviamo.

 

 

 

Pastìs, un pasticcio alcolico occitano

Chi ha avuto modo di passare del tempo in Provenza, ha potuto gustare i diversi sapori e odori che la rendono una terra magica.

Una di queste fragranze è l’anice, ingrediente principale di una bevanda emblematica della città di Marsiglia, il Pastis. Da bere come aperitivo, diluito con acqua e rinfrescato da cubetti di ghiaccio, è un must per chiunque voglia godersi la città con in bocca il suo sapore più autentico.

Il nome del liquore deriva da una parola occitana, “pastìs“, che significa “miscuglio”, “pasticcio”, ma l’aperitivo alcolico viene anche chiamato pastaga. Fece la sua comparsa nel 1915, quando il governo francese proibì il consumo dell’assenzio, la fée verte, terribile musa ispiratrice di poeti e scrittori che son passati alla storia sia per il loro contributo alla letteratura che per essere stati i padri dello stile di vita “sesso, droga e rock ‘n’ roll”, con molta droga e niente rock ‘n’ roll. La fata verde, dicevo, fu proibita dal governo francese, preoccupato per la dilagante piaga sociale dell’alcolismo, ma fu sorprendentemente coadiuvato dalle case produttrici di vino, che avevano visto i loro affari cadere in disgrazia a causa della popolarità dell’assenzio.

Iniziò così la ricerca di un liquore commercializzabile, che avesse un gusto simile a quello dell’assenzio, che fosse composto di una varietà d’erbe aromatiche già utilizzate per la fata verde, ma con un tasso alcolico di molto inferiore. Questo mélange, allora, prese ad assumere dei connotati ben definiti, sebbene ancora fino al 1932 ciascun banco di mescita marsigliese avesse una sua propria ricetta: qualcuno aggiungeva più anice, qualcuno utilizzava più zucchero, ma nessuno di loro ebbe mai l’idea che invece fece la fortuna di un giovane ventenne marsigliese, tale Paul Ricard.

Figlio di un commerciante di vini, Ricard aveva una grande ambizione: fare il pittore. Suo padre, contrario all’aspirazione del figlio, lo obbligò ad entrare nell’azienda di famiglia. Nonostante lo sconforto dovuto a tale coercizione, il giovane non si diede per vinto e trovò il modo di esprimere la sua creatività tra alambicchi e profumi. Aggiunse al mélange di base, che allora costituiva la matrice della ricetta di questo pastaga, un ingrediente che rese la bevanda famosa in tutta la Francia: la liquirizia. Il successo fu enorme. Ricard disegnò anche la bottiglia e l’etichetta del liquore e, negli anni, creò campagne pubblicitarie innovative, sfogo di uno spirito creativo che non aveva potuto manifestarsi nella pittura.

Nel tempo, la ditta Ricard e la Pernod, altra grande produttrice di Pastis, si unirono e crearono la Pernod-Ricard, da cui, nel 1951 nacque anche un altro tipo di pastaga, il 51. Tale numero ricorda sia l’anno della sua creazione, sia le proporzioni con cui il liquore va consumato: cinque parti di acqua per una di Pastis.

Per riportare qualche dato, pensate che in Francia se ne consumano 130 milioni di litri per anno, l’equivalente di due litri per abitante. Si direbbe una bevanda irrinunciabile per qualsiasi francese. Forse è proprio per questo che l’attore marsigliese Fernandel diceva, a proposito del Pastis: “È come il seno femminile: uno non basta, tre sono troppi!”

Vedi Marsiglia e poi muori.

Qual è la caratteristica preponderante di Marsiglia? Nell’immaginario italiano, essa ha un po’ la fama di “Napoli della Francia”, sottintendendo con questa espressione tutta una serie di aspetti negativi strettamente legati alla malavita e alla povertà, assai poco lusinghieri per entrambe. Ma la saggezza popolare, che Goethe stesso apprezzava, la sa più lunga, e, come è vero che “vedi Napoli e poi muori”, così si potrebbe dire per Marsiglia.

La via d’accesso per eccellenza a questa città è l’acqua. Si direbbe che Marsiglia tutta sia costituita di questo elemento: i muri delle case, i volti delle persone, persino il sole caldo e splendente di un 14 luglio qualsiasi sembrano galleggiare su una superficie iridescente e salmastra, che la magia della ville rievoca negli occhi appannati del viaggiatore un po’ affaticato. Ma se non si ha la possibilità di giungervi per nave, allora vale la pena prendere il primo treno che passa, in qualsiasi punto della Francia ci si trovi, e arrivare a Marsiglia scendendo sui binari della Gare Saint Charles, stazione ferroviaria che commuove per la sua ineluttabile ottocenteschitudine.

Si scende il grande scalone che dalla Gare conduce al boulevard d’Athènes; ci si getta in questo reticolato di magnifiche costruzioni e ampi viali che portano al cuore di Marsiglia, la zona che l’ha resa tanto nota, nel bene e nel male: le Vieux Port, un bacino d’acqua letteralmente abbracciato dalla città, che vi si aggrappa, come una madre che non riesca a staccarsi da un figlio non ancora svezzato.

Notre Dame de La Garde osserva tutto da sud. La chiesa, dedicata alla Madonna protettrice dei marinai, ricorda vagamente l’arroganza accigliata del Sacré Coeur di Parigi. Nostra Signora della Guardia, arroccata sul punto più alto della città, si pavoneggia ostentando bellezza e distacco, mentre la sua antagonista, la Cathédrale la Major sembra ergersi, serena e pacata, direttamente dalle acque. La si incontra discendendo verso il mare, cedendo al suo richiamo irresistibile, dopo una passeggiata e un pranzo in uno dei localini del quartiere più tipico di tutta la città: le Panier.

“Il cesto” deve il suo nome alla via che ne costituisce la spina dorsale. A sua volta, essa lo ha preso dall’insegna di uno dei numerosi alberghi che lì si trovavano. Le Panier sorge nel secondo arrondissement, laddove un tempo i coraggiosi navigatori greci che si erano spinti fino al Mediterraneo nord-occidentale avevano fondato la colonia battezzata Messalia. Nei secoli, esso fu abbandonato dalle classi sociali più abbienti, divenendo così un quartiere popolare, dove marinai e migranti, poveri e prostitute trovarono rifugio. Da ciò la sua pessima fama, che lo ha accompagnato fino ad una ventina di anni fa, quando una notevole opera di riqualificazione lo ha reso un quartiere vivo e vitale, pieno di bei negozi di artigiani locali, brasserie e ristoranti che lo animano fino a tarda sera. È una zona colorata, tipicamente mediterranea, gioiosa e ricca di teatri-studio, laboratori artistici e luoghi di incontro e di scambio culturale.

Marsiglia si offre con grande generosità, senza pretendere riconoscimenti che non le sono dovuti. Senza vergogna dispone le sue bellezze fianco a fianco con le sue miserie, ben esposte lungo la Canebière, strada piena di eleganti boutiques e di clochard, di sudici negozietti di terz’ordine e di turisti curiosi, una quantità allarmante dei quali arriva armata di costose macchine Reflex, di cui evidentemente non conosce né l’utilizzo né le potenzialità.

Il viaggiatore, invece, osserva e tocca la città, la annusa nelle parti intime come un cane randagio che incontri un suo simile, ne stacca un morso e lo brancica fino a renderlo una poltiglia di bolo disgustoso, lo ingoia e forse lo rivomita, ne prende un altro, magari più dolce, e se lo gusta voluttuosamente. A Marsiglia, così come a Napoli, un viaggiatore può percepirsi interamente, può specchiarsi nell’acqua e vedersi più bello e più ricco di prima, anche se esausto dal suo peregrinare, e con le tasche più vuote per il Pastis (o il Limoncello) trincato seduto al bar.

Approdo e scoperta

Approdo e scoperta

Case inerpicate su colli verdi e fioriti, fontane gorgoglianti poste nel mezzo della piazza antistante la chiesa, mercatini del sabato con bancarelle stracolme di lavanda, saponi, olive e spezie… tutto sembra appena uscito da una cartolina, qui, in Provenza – Costa Azzurra. Se ci si riesce a fermare per un po’ in questi villaggi della costa meridionale francese, tuttavia, si scopre che la vita qui scorre esattamente in questo modo: intrecciando tradizione e contemporaneità in modo sapiente ed aggraziato, come trama e ordito vengono annodati tra loro nella famosa fabbrica di tappeti di Cogolin, borgo provenzale noto anche per le sue pipe fatte a mano dagli artigiani del luogo.

La Provenza – Costa Azzurra è un luogo che richiama alla mente immagini di natura molto diversa: l’eleganza di località come Cannes o Saint Tropez, la ruvidezza dei porti di Tolone e Marsiglia, la pittoresca tipicità dei borghi dell’entroterra come Grimaud e Gassin, il sacro che si percepisce nei posti dove grandi penne e grandi pennelli hanno vissuto e lavorato, sono solo alcuni dei vari sapori che il palato di un viaggiatore può gustare, attraversando la regione alla scoperta di ciò che essa sa offrire a chi è pronto per ricevere.

In qualità di ultimo avamposto mediterraneo prima di procedere verso nord, essa è stata nei secoli meta di colonizzazioni e migrazioni. Innumerevoli sono le culture e i popoli che si sono avvicendati sulle sue rive blu: dai focesi, che fondarono il primo nucleo di Marsiglia, ai romani, che impressero un marchio indelebile sul territorio, tanto da lasciare un’eredità culturale  da rendere la corte di Provenza una delle più raffinate e colte di tutto il medioevo. Costanza d’Aragona, prima moglie dello Stupor Mundi Federico II, aveva ricevuto la sua educazione proprio in questo luogo di grande tradizione, e lo stesso Dante menziona la provincia in diversi punti della Commedia. Mentre si va a spasso per i borghi occitani, non è raro trovare cognomi di chiara origina italiana sui campanelli dei portoni, e, più che in altre parti della Francia, ad eccezione forse di Parigi, la presenza di migranti magrebini è assai forte. Non va inoltre dimenticata la presenza della cultura gitana, in questa terra crocevia di migrazioni: documenti rinvenuti nella città di Arles attestano infatti che sin dal 1400 questa affascinante terra era percorsa dalle genti gitane, anche se, da altre fonti, si può desumere che gli zingari siano entrati in Francia sin dal IX secolo. In questo contesto si inserisce il culto gitano della Madonna Nera, la protettrice dei nomadi. In lingua romanì essa si chiama Sara-Kâli, e la tradizione prevede una grandiosa processione a cui i gitani, ferventi fedeli, prendono parte ancora oggi ogni 24 e 25 maggio, quando la statua della Sara Nera viene trasportata dalla cripta fino al mare di Saint Marie de la  Mer. Questo rituale ha radici antiche, sin dai tempi in cui gli zingari arrivavano i Provenza con le loro carovane trainate da cavalli, radunandosi nei pressi della costa della Camargue, dando luogo a celebrazioni, libagioni e canti al chiarore di tante candele e falò.

La Provenza – Costa Azzurra è tutto questo e molto di più. Il cuore della vita mondana, Saint Tropez, accoglie il viaggiatore con la sua patina iridescente di eleganza ed esclusività. Chi volesse cogliere appieno la sua essenza, però, dovrebbe perforare questa pellicola luccicante ed addentrarsi per le vie meno gremite e meno conosciute, che, serpeggiando in salita, menano alla sommità del promontorio, dove si trova la vera perla di questa città: il fortino. Una visita a questo luogo permette al viaggiatore di immergersi nelle nebbie della storia e, forse, se vi si accosta con animo sgombro e giocosamente infantile, lo trasporta tra le pagine di romanzi come “Il conte di Montecristo” o “I tre moschettieri”, in un vortice immaginifico di storia e di storie.

Il profumo dei gelsomini in fiore si spande nell’aria calda e ventosa di giugno, distendendosi lungo tutto il litorale. Ci sono posti come Cavalair – sur – mer, una località che ricorda la banalità delle spiagge romagnole perché priva dell’afflato snob che si può trovare a Saint Tropez. O paesini come Grimaud, la cui anima così esasperatamente provenzale fa quasi sospettare che sia stato tutto architettato ed orchestrato abilmente per soddisfare le aspettative dei turisti.

Se ci si spinge ad ovest, fino alla città portuale di Tolone, si scopre ancora un altro volto di questa terra, quello più screpolato dalla salsedine e più cotto dal sole. Tolone accoglie il visitatore con un aspro e diffidente saluto: è una città che va scoperta in discesa, andando dalla stazione fino al porto, luogo magico, ove essa si schiude del tutto, conducendo il viaggiatore nel suo budello più intimo: il mercato tradizionale che si apre ogni mattina (eccetto il lunedì) nel quartiere medievale. Voci, colori, odori e sapori si mescolano saturando i sensi, il tutto inasprito dal sale che proviene dalle banchine, a pochi metri da lì.

Il viaggio in questa terra del sud francese non può dirsi ancora concluso: vi sono altri suoi volti da guardare, ed il viandante non può esimersi dal continuare il suo percorso verso ovest, là, dove Marsiglia, Aix – en – Provence e Arles lo attendono con i loro tesori.