La fioritura della lavanda in Provenza

La fioritura della lavanda in Provenza

La settimana scorsa ho avuto finalmente modo di visitare Manosque e Valensole e godere di uno spettacolo famoso in tutto il mondo: la fioritura della lavanda in Provenza.

Il sole cadeva a picco gettando i suoi raggi con noncuranza. Il vento soffiava lento e pigro mentre con la macchina ci inerpicavamo lungo le stradine che si arrotolano tra le colline e i campi. Ci fermavano spesso, ogni angolo meritava uno scatto. Quel colore fresco e semplice, così indissolubilmente legato al profumo di pulito del fiorellino, rinfrancava il corpo accaldato con la sua sola vista. Erano tappeti violacei che si stendevano a perdita d’occhio e che si donavano allo spettatore con elegante generosità.

Ma soprattutto era quello che io ho scelto di chiamare “il suono della lavanda” ad affascinarmi: i campi echeggiavano di ronzii di api affaccendate sulle spighe violette, intente a suggere i dolci nettari per poi portare il bottino goloso al proprio alveare o alla propria arnia. La terra rimbombava di questo tenero ronzio restituendolo centuplicato all’orecchio. Il suono della lavanda, il suono della terra e degli animali, semplici miracoli di vita e di natura.

Le distese di grano e di lavanda, il blu terso del cielo assolato, il verde dei boschi, l’ocra delle tegole sui tetti. Questa terra del sud francese è una tavolozza post-impressionista, un bouquet prezioso. Ma non bisogna lasciarsi ingannare dalle bellezze da cartolina: la lavanda fiorisce d’estate, quando il solstizio è trascorso e la luce già cede il passo ad una tenebra lenta e suadente; ammanta tutto piano piano e dolcemente, senza che ci si possa accorgere del consumarsi lento di un dramma naturale, ciclico. È il dramma del parossismo solare, che è già notte, che è già autunno.

Spero che le mie foto vi piacciano. Sono state scattate tutte nei dintorni di Valensole, Manosque e sulla spiaggia di Gigaro, di notte. La luna non era ancora piena, lo sarebbe stata la sera dopo.

Lo strano caso del ‘pet-en-gueule’ e la storia di un’artista poco conosciuta

Letteralmente significa ‘peto in faccia’, con la parola che indica la faccia, gueule, di registro molto basso, tanto da essere propriamente il termine che si utilizza per definire il muso e la bocca degli animali.
Ma non è quello che si può pensare.
Sebbene si parli di peti e flatulenze, esse non c’entrano affatto, a meno che non s’abbia mangiato fagioli con le cotiche la sera prima di sollazzarsi con questo giuoco all’antica.

Si tratta infatti di un passatempo da ragazzini, un gioco da cortile della ricreazione, molto simpatico:

Due ragazzi si mettono ‘a pecoroni’, direbbe Trilussa, noi invece ‘a gattoni’, l’uno di fianco all’altro, ma coi visi rivolti in direzioni opposte. Gli altri due si debbono ingegnare per abbarbicarsi l’uno all’altro, sempre in sensi differenti: uno in piedi dando le spalle ai due compagni che stanno a gattoni, l’altro con la testa rivolta verso i piedi del compagno e sostenuto da quest’ultimo per le gambe.

Il ragazzo in piedi deve rotolare di schiena sulle schiene dei due compagni per terra. Lo scopo è quello di ritrovarsi dall’altra parte con i ruoli invertiti: quello che penzolava sostenuto dall’amico ora è in piedi e mantiene per le gambe quello che prima stava in piedi e che è rotolato sul dorso.

Come tutti i giochi per ragazzi è più facile a farsi che a dirsi.

Come spiega eloquentemente questa illustrazione:

Il giuoco del peto in faccia

Questo sollazzo è assai innocente
e in questo giuoco divertente
i bambini si dilettan liberamente

Ma giacché si stringon fortemente,
senza volerlo o coscientemente,
il didietro il naso teme terribilmente.

Queste debolissime e mediocri rime sono la mia traduzione di quanto è riportato sotto l’incisione che raffigura quei putti grassocci darsi al giuoco del peto in faccia.

Pare che questa incisione sia opera di una donna, Claudine Bouzonnet-Stella. Nata nel 1636 a Lione, studiò arte presso suo zio, a Parigi, dal quale apprese le tecniche dell’incisione. Jacques Stella, infatti, aprì un atelier al Louvre e chiese che la sorella mandasse su da Lione la sua prole per assisterlo in questo progetto. Claudine, quindi, raggiunse lo zio insieme ai fratellini e alle sorelline. Nel 1657 Jacques Stella morì e la nipote Claudine divenne la direttrice dell’atelier, ottenendo dal re l’esclusiva sulla riproduzione dei cliché dello zio.

Claudine successivamente produsse anche delle incisioni originali, come la raccolta intitolata ‘Les Jeux et Plaisirs de l’Enfance‘, in cui si parla del pet en gueule, e ‘Les pastorales’. Gli storici dell’arte sono comunque propensi a credere che le incisioni firmate dallo zio fossero in realtà opera della giovane Claudine, cosa che non stupisce più di tanto…

Ma ci pensate? Una donna che dirigeva un intero atelier d’arte a quell’epoca? Che cosa straordinaria!

Les gorges du Verdon e il villaggio della stella.

La vista del lac de la Sainte-Croix

Sublime e panica è la manifestazione della natura alle Gole del Verdon. Il fiume omonimo attraversa la montagna creando un budello turchese nel mezzo della roccia, un canyon di altezza vertiginosa, tra i 250 e i 700 metri di profondità.

Les gorges du Verdon

La corniche sublime è un percorso che permette di ammirare le gole percorrendole dal lato meridionale.

Una vista dei monti
Rapaci in volo

Una visita al villaggio di Moustiers Sainte-Marie, meraviglia nascosta tra i dirupi, è d’obbligo: oltre ad essere conosciuto per le faïences estremamente fini e delicate, il paesino ospita un santuario mariano al quale si accede dopo un’ardua salita che sa mettere a dura prova anche gli spiriti più devoti. Mentre si sale, col fiato corto e le gambe bollenti, si deve alzare il capo verso il cielo: una stellina dorata pende da una catena tesa in mezzo alle due pareti rocciose; essa adorna il cielo di Moustiers e veglia sui suoi abitanti. Vista da lontano, sembrerebbe la stella cometa che brillò sulla capanna della Natività, guidando i Magi da oriente. Secondo lo scrittore Frédéric Mistral essa fu un ex voto dedicato alla Vergine Maria da parte del cavaliere crociato Blacas. Egli fu fatto prigioniero dai saraceni. Pregò Maria di risparmiargli la vita e promise che, se fosse tornato sano e salvo nel suo villaggio, vi avrebbe fatto appendere una stella in suo onore.

Un tratto della salita verso il santuario
Mentre si sale verso la vetta
Verso il santuario
La ceramica di Moustiers

Se le prossime vacanze vi porteranno Oltralpe, fate pure le vostre foto ai campi di lavanda, sì, magari andate a fare il bagno a Pampelonne, certo, ma prendete il tempo di immergervi in questo angolo di Provenza selvaggio, antico, misterioso e ricco di fascino.

Che il diavolo ti porti… a Bessans!

Bessans è un minuscolo villaggio del dipartimento della Savoia, sulle Alpi francesi, non lontano dal confine italiano e situato a 2000 metri di altitudine. Il censimento del 2016 ha attestato che vi risiedono circa 345 persone, implicando una densità di 2,7 abitanti per kilometro quadrato. Una metropoli!

Questo pittoresco paesino, già incanutito a metà novembre e pronto ad accogliere gli appassionati dello sci di fondo, ha una bella storia da raccontare agli affamati di curiosità e bizzarrie. In un sabato pomeriggio autunnale, grigio e piovoso, un intrigante racconto dal sapore doncamillesco, fatto di diavoli e curati, è l’ideale per accompagnare una profumata tazza di tè fumante. Mettetevi comodi, sta per iniziare la storia dei diavoli di Bessans.

Il diavolo ha da sempre fatto parte dei racconti folkloristici locali. Appare, ben raffigurato con corna e coda puntuta, in diversi episodi sacri affrescati all’interno della cappella di Sant’Antonio. Non stupisce che ai bambini fossero raccontate favole e leggende in cui esso compariva come personaggio principale; tuttavia è solo a metà del XIX secolo che il diavolo ci mette veramente lo zampino, a Bessans.

Tutto ebbe inizio nel 1857: viveva al tempo in paese un tale, Etienne Vincedet, detto Etienne dei santi, perché, oltre ad essere sacrestano della parrocchia e membro della corale del paese, si dilettava anche di scultura ed era molto noto per le belle figurine di santi che intagliava sapientemente nel legno. All’epoca era tradizione che il curato offrisse un pasto speciale ai cantori della corale in occasione della festa di Santa Cecilia, patrona della musica, il giorno 22 novembre. Quell’anno, non si sa bene perché, o forse io non sono riuscita a risalire al motivo, la corale non si esibì e il curato si rifiutò dunque di offrire il pranzo ai cantori.

«Niente musica? Niente pranzo!» sbottò indispettito il prete.

Etienne dei santi non era d’accordo. Ci mancava solo di dover rinunciare all’appuntamento annuale per la festa di Santa Cecilia! Rimuginò a lungo su come ottenere una vendetta, innocua, ma comunque abbastanza efficace da far ritornare sui suoi passi quel testardo del prete. L’idea gli balenò in testa mentre era chino ad intagliare una delle sue famose figurine sacre: stava scolpendo un San Bernardo di Mentone, il patrono degli alpinisti, quello a cui si deve il nome del cane e anche il toponimo del Grande e Piccolo San Bernardo. Codesto santo è tradizionalmente raffigurato insieme al diavolo, quest’ultimo tenuto prigioniero con una catena o un pezzo di corda.

Etienne riprese a scolpire una nuova statuina e, una volta terminatala, l’andò a posare nottetempo sotto la finestra del curato di Bessans. Il prete, svegliatosi e aperta la finestra, vide la scultura e non ebbe dubbi su chi ne fosse l’autore. Irritato, la osservò bene: un diavolo grande e grosso portava sottobraccio un prete con le mani giunte in preghiera, forse intento a profferire parole di rimorso e pentimento per la sua pessima decisione di revocare il pranzo di Santa Cecilia. “Che il diavolo ti porti, prete!” era il chiaro messaggio della statuetta.

Il curato non perse tempo e, con sdegnoso orgoglio, andò a mettere la statua sotto la finestra dello scultore, il quale non esitò a riportarla davanti la porta della sagrestia. Il prete, il giorno seguente, la rimise alla finestra di Etienne che in risposta la pose nuovamente davanti la casa del curato. Via così per un bel pezzo, con il diavolo ed il sacerdote di legno che facevano la spola tra la dimora di Etienne e quella del prete. La gente del paese si divertì un mondo a vedere come curato e sacrestano si facevano la guerra a suon di statuina. Quando poi i due fecero la pace, Etienne decise di tenere la figurina alla sua finestra, in ricordo della burla.

Qualche tempo dopo, un forestiero di passaggio a Bessans, camminando davanti la finestra di Etienne, scorse la sculturina e, trovandola interessante ed originale, volle acquistarla. Etienne, nel guardare il tale andarsene con la famosa statua sottobraccio, si disse che forse poteva essere una potenziale fonte di guadagno. Ecco che quindi Etienne dei santi non si limitò più solo a produrre e vendere figurine sacre e personaggi del presepe, ma anche il diavolo col prete sottobraccio, avviando così il fiorente commercio dei diavoli di Bessans.

Se andate in vacanza da quelle parti, tra una sciata di fondo e una raclette davanti al caminetto in baita, non mancate di acquistare una riproduzione della famosa statua da uno dei numerosi artigiani locali che continuano a far vivere la tradizione e a raccontare la storia del curato avaro, del sagrestano scultore e del diavolo che si porta il prete!

Sainte Victoire, una montagna e un luogo dell’arte

Di tanto in tanto mi capita di andare ad Aix en Provence. A questa città ho già dedicato un articolo innamorato. Per me è bellissima: sporca, piena, piana, ricca e varia. Per raggiungerla partendo da casa mia, si deve attraversare una cospicua porzione della regione PACA (Provence – Alpes – Cote d’Azur). Si ha così la possibilità di accarezzare con lo sguardo, durante il tragitto in automobile, un luogo che ossessionò Cézanne negli ultimi tempi, un po’ come accadde a Monet con la cattedrale di Rouen. Si tratta della montagna Sainte Victoire.

Cézanne – La Sainte Victorie

Ci sono voluti 140 milioni di anni per disegnare il paesaggio che Cézanne ha immortalato nelle sue tele. La Sainte Victoire è il risultato di movimenti tettonici opposti che hanno portato al sollevamento del terreno, alla formazione di una piega e alla rottura della piega. Ecco il processo sintetizzato in immagini che ho trovato in questo sito, particolarmente accurato e chiaro nella spiegazione scientifica:

Quando ci si passa accanto, si è soggiogati, annichiliti dalla maestà possente di questo massiccio. La montagna è seduta su di un trono, una piattaforma chiamata cengle, è imperatrice, papessa, è viva e ci osserva con pena infinita per quello che stiamo facendo al pianeta Terra. Ricordo ancora la prima volta che la vidi: non riuscivo a credere ai miei occhi. Eravamo in autostrada e, malgrado la velocità sostenuta, era come se ci stessimo accostando lentamente, pieni di rispetto e di umiltà, ad una statua naturale, ad un colosso antico, ad un luogo santo. La osservavo dal punto di vista che i fedeli hanno quando entrano in chiesa e guardano le pale d’altare, le statue e gli affreschi con le storie dei santi e della Vergine: dal basso verso l’alto. Come una pellegrina che si inginocchi davanti ad una stauroteca dopo un lungo viaggio.

Foto di Georges Flayols

La Sainte Victoire mi fece pensare alle meraviglie del mondo antico, come il faro d’Alessandria, il colosso di Rodi, la statua crisoelefantina di Zeus o anche alle grandi costruzioni che mi hanno sempre fatto tanta paura, come il Pantheon romano, quello parigino, la cupola del Brunelleschi.

Non sono riuscita a risalire all’autore di questa foto.

Cézanne ne fece la sua musa ispiratrice in quel processo pittorico che lo portò ad anticipare il cubismo picassiano, a semplificare geometricamente le figure in una sintesi delle forme e del colore data dalla pennellata stessa. Quindi se nelle prime tele in cui la montagna compare ci sono ancora linee curve che danno dolcezza al paesaggio, piano piano esse spariscono e, col tempo, Cézanne arriva alla scomposizione sintetica massima.

Per usare le sue stesse parole:

«Bisogna trattare la natura attraverso il cilindro, la sfera, il cono, il tutto messo in prospettiva, in modo che ogni parte di un oggetto, di un piano, sia diretta verso un punto centrale. Le linee parallele all’orizzonte esprimono la larghezza, che è un aspetto della natura, o se preferite dello spettacolo che il Pater Omnipotens Aeterne Deus dispiega davanti ai vostri occhi. Le linee perpendicolari all’orizzonte rappresentano la profondità. Per noi uomini la natura è più in profondità che in superficie; di qui la necessità d’introdurre nelle nostre vibrazioni luminose, rappresentate dai rossi e dai gialli, una certa dose di toni blu per far sentire l’aria»

La Sainte Victoire è la sua demoiselle d’Avignon, la sua ninfea, la sua odalisca, una Madonna raffaellesca post-impressionista, l’Uomo Vitruviano di un artista solitario, sofferente, permaloso, che non fu mai soddisfatto della sua ricerca artistica e che morì nel tentativo di arrivare a qualcosa che “si sviluppi meglio che in passato, diventando la prova concreta delle mie teorie: il difficile, infatti, è provare ciò che si pensa.

La Forêt de Broceliande: leggende, fate, maghi, storie fantastiche e cavalleresche

La canicola, quella vera (per info su quella falsa leggere qui), è infine arrivata e ci sta stritolando nella sua morsa feroce. Spesso mi sorprendo a rinfrescarmi viaggiando col pensiero verso climi più rigidi, verso terre più fredde: la mente mi porta tra i fiordi scandinavi, sui laghi scozzesi, nelle verdeggianti brughiere irlandesi. Questi luoghi straordinari sono dalla notte dei tempi l’ambientazione di storie fantastiche, racconti di fate e mitologie appassionanti.

Anche la Francia ha un luogo profondamente legato ai cicli mitologici arturiani e alle tradizioni ancestrali del popolo celtico. È la meravigliosa Bretagna, penisola protesa verso le infinità oceaniche nel nord-ovest dell’Esagono, terra di fascino e magia. Uno dei siti bretoni più favolosi è la Foresta di Brocelandia.

Ufficialmente denominata “Forêt de Paimpont”, Brocelandia è spesso citata nei menù delle crêperies bretonnes, le quali non mancano mai di intitolare una delle specialità della casa al bosco incantato, teatro delle avventure della Dama del Lago, Viviana, e di Merlino.

Chrétien de Troyes (circa 1135 – 1190), poeta francese medievale, maggiore esponente della letteratura cavalleresca e cortese in Francia, ne parla nelle sue opere Erec et Enide, Cligès, Lancelot ou le chevalier de la charrette, Yvain ou le chevalier au lion, Le Roman de Perceval ou le conte du Graal, titoli che compongono il cosiddetto “ciclo bretone”.

Merlino e Viviana in un’incisione di Gustave Doré

Brocelandia è una foresta di latifoglie e conifere. Qui potete trovare la mappa che vi illustra la sua estensione e i sentieri più suggestivi da percorrere per godere della sua magica atmosfera.

La fontana di Barenton, una fonte incantata che compare anche nell’opera Yvain ou le chevalier au lion, si trova vicino al villaggio La Folle Pensée, così chiamato per le virtù curative dell’acqua della fonte: si credeva infatti che essa potesse guarire gli spiriti pazzi, le menti disturbate. Pare comunque che l’acqua ogni tanto offra uno spettacolo notevole: malgrado la temperatura molto bassa, infatti, può capitare che essa ribollisca come in un pentolone sul fuoco. La tradizione popolare vuole inoltre che le fanciulle in cerca d’amore possano andare alla fontana, gettarci dentro uno spillo pronunciando una formula di buon augurio e ritrovarsi sposate prima di Pasqua!

La tomba di Merlino

La tomba di Merlino, o forse sarebbe meglio dire il luogo dove si trova la torre d’aria incantata costruita dalla fata Viviana per imprigionare il grande druido di lei follemente innamorato, è ciò che resta di un sito di sepoltura del neolitico. Esso era costituito di megaliti, ma purtroppo fu in parte distrutto nel XIX secolo. Ora non resta altro che una coppia di pietre che ricorda due amanti vicini, protesi l’uno verso l’altra.

Nella foresta di Brocelandia ci sono anche alcuni alberi notevoli, dei totem naturali, esseri viventi antichissimi che fanno pensare agli Ent della Terra di Mezzo: la quercia Gullotin, ad esempio, è un albero che ha tra gli 800 e i 1000 anni e il cui tronco sfiora i 10 metri di circonferenza. Il suo nome si deve all’abate Gullotin il quale, durante la Rivoluzione Francese, trovò rifugio in questo albero (in, non su, perché si nascose dentro un anfratto del tronco) per sfuggire alla furia anticlericale dei giacobini rivoluzionari.

La quercia Gullotin

Io non ci sono mai stata, ma desidero moltissimo visitare questa terra di fiaba e mistero. Mi piacerebbe molto poter fare un tour celtico, partendo dalla Bretagna, passando per l’Irlanda, la Scozia, scendendo verso il Galles, la Cornovaglia, per finire in Normandia.

Chissà che in questa peregrinazione non mi imbatta in qualche fata o folletto?

Le foto non sono mie, sono state trovate nel web e il copyright appartiene ai legittimi proprietari.

Le Jas des Roberts, un appuntamento domenicale nel golfo di St. Tropez

Poco lontano da Saint Tropez, in mezzo ai vigneti che decorano la campagna di Grimaud, ogni domenica mattina centinaia di antiquari e robivecchi si danno appuntamento per dare vita al pittoresco vide-grenier del Jas des Roberts.

Il Jas des Roberts in realtà è un ristorante, ma col tempo il suo nome è diventato anche quello del mercato delle pulci domenicale. Un rapporto di commensalismo per cui il brocante attira gente e la locanda beneficia del flusso di persone creatosi  (anche se il mercato nacque proprio perché, in principio, era la trattoria il luogo di ritrovo domenicale).IMG_20181127_110123_708

Arrancando su e giù per la pineta in cui si situa il mercato, si odono tutte le lingue possibili: francese, inglese, tedesco, italiano, portoghese… chiunque trascorra un weekend nel golfo di Saint Tropez ha voglia di venire a ficcanasare tra i banchi del Jas de Roberts, la domenica mattina. Ci sono i professionisti del chiner: quelli arrivano alle otto, presto, quando ancora gli espositori stanno mettendo la merce sui banchi. Sono lì per fare dei veri affari, per accaparrarsi la mercanzia migliore e più rara. Lasceranno solo le briciole ai pigroni che fanno il loro ingresso al Jas des Roberts verso le dieci – dieci e mezzo.

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Un’altra peculiarità adorabile del mercato del Jas des Roberts sono i cani. Un espositore su tre ha il suo fido che lo accompagna nell’avventura tropeziana domenicale e molti degli avventori amano portarsi appresso l’amico a quattro zampe (io sono tra questi). Il risultato è che, in mezzo ai vari idiomi, si odono guaiti e latrati di cagnolini che fanno amicizia tra loro o che si sfidano a duello in mezzo ai banchi, su cui traballano busti di vecchie botteghe, cestini da uova, radio obsolete e sediacce spagliate. IMG_20181125_205138_854

Il tempo meteorologico è un fattore preponderante sulla qualità della visita al Jas. Può anche esserci un sole spendente, ma, se il giorno prima è piovuto, è il caso di armarsi con scarpe resistenti e pratiche per affrontare il fango che ricopre lo spazio dedicato al mercato. Niente scarpette della domenica per le signore né mocassini preziosi per i signori.

Sembra che il Jas des Roberts sia nato negli anni ’60, l’epoca d’oro di Saint Tropez. Non sono riuscita a parlare con gli organizzatori, ma ho potuto intervistare diversi espositori che vengono tutte le domeniche da tanto tempo. C’è “L’atelier de Ninie”, che frequenta il Jas da tre anni circa, la signora J. che viene da vent’anni a mercanteggiare le sue chincaglierie ritrovate chissà dove, Madame et Monsieur F., venditori al Jas da sedici o diciassette anni.

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Al Jas, col passare del tempo, ho scovato diverse cose interessanti: una ciotola in ceramica decorata con una carpa azzurra e verde, uno specchio per la mia coiffeuse, il mobile del salone a cui ho cambiato le maniglie e che sto riflettendo su come ridipingere. il lampadario industriale color giallo sole, quello color acciaio e bianco, una sfera di cristallo di rocca purissimo e anche un riflettore da studio cinematografico che tengo sulla libreria di casa in mezzo ai libri, a simboleggiare che la lettura illumina la mente.

Una volta ho incontrato anche una veggente, al Jas de Roberts. Però quello che mi ha predetto non ve lo dirò mai.

Pillola: Zoro, in giro per l’Europa

Stamane, andando a comperare il pane e passeggiando per godermi la pacifica festa della Toussaint, ho incontrato Zoro.
Camminavo col mio cane al guinzaglio e, probabilmente, Zoro mi ha udita dargli i comandi in italiano. Si è avvicinato e ha iniziato a parlarmi nella mia lingua, presentandosi, dicendo che abita ad Amburgo, chiedendomi se fossi veneziana, visto che i colori ramati dei miei abiti avevano un che di tizianesco. Aveva un forte accento dell’est, non tedesco, parlava spedito e fluente, senza errori di grammatica, con grande proprietà di vocabolario; a giudicare dai suoi occhi chiari, poteva essere un polacco residente in Germania. Aveva qualcosa che mi ricordava papa Wojtyla, forse una parlata simile alla sua.
Con un sorriso sghembo mi ha risposto: “Io parlo otto lingue: italiano, inglese, francese, tedesco, olandese, russo, spagnolo e la mia lingua madre.”

Zoro è bulgaro, cattolico, e dagli anni ’80 vive girando per l’Europa senza aver mai trovato il suo posto d’elezione, anche se ammette di avere un debole per la Germania, l’Austria, i Paesi Bassi e la Scandinavia.
“Mi piace l’Italia. In passato ho fatto affari con siciliani, veneti, lombardi… dei marchigiani so che sono i più onesti e precisi tra tutti gli italiani. Mi piacciono le italiane, perché non sono razziste. Gli uomini sì, invece. Mi ricordo che nell’86, a Milano, la polizia mi fermò per chiedermi i documenti. Io al tempo ero clandestino. Mi insultarono, mi dissero ‘zingaro di merda’. A me, cattolico come loro, questa cosa non è mai andata giù. Forse, nonostante la mia simpatia per il tuo paese, è stato questo episodio a spingermi verso i paesi del nord Europa, nella culla della razza ariana.” Dice proprio così, razza ariana. Lo fa apposta per provocarmi? Non so, ma la sua domanda successiva mi stupisce: “Tu sei ebrea?” Io gli dico di no, che sono cattolica, anche se una mia nonna discendeva da ebrei fuggiti dalla Spagna nel 1492.

Mi chiede se può offrirmi un caffè. So che non dovrei fidarmi di uno sconosciuto incontrato così, ma ho il mio cane con me, il quale mi difenderebbe al primo segnale di pericolo, e poi sono troppo curiosa di ascoltare la sua storia per non accettare. Ci sediamo. Tira fuori un pacchetto di sigarette a cui stacca il filtro e ne fuma tre in dieci minuti. Si sfrega spesso il viso con la mano sinistra e mi racconta delle persone che ha conosciuto, dei suoi rimorsi e dei suoi rimpianti. Nel 1988 ebbe l’occasione di partire e di trasferirsi in Australia, ma non la colse al volo. Ora se ne dispiace. Mi dice che la Costa Azzurra è forse il luogo più bizzarro d’Europa, perché le persone sono chiuse e arroganti. Niente a che vedere con i francesi del nord, calorosi, accoglienti e simpatici.

“Ma tu che ci fai qui, in questo angolo di mondo pieno di gente superba e antipatica?”
“Sono qui per amore. Il mio compagno è di La Croix Valmer.”

Inizia a guardare altrove. Io gli parlo un po’ del mio processo di adattamento alla società francese, ma lui sembra lontano. Le sue parole me lo confermano: “Scusa, io ti ascolto, sono qui fisicamente, ma con la mente sono già ad Oslo, dove sono atteso per la settimana prossima. Adesso prenderò un autobus per Tolone e poi da lì salirò a nord. Una volta là, tirerò un sospiro di sollievo: nessuno che mi guarderà male, tutti saranno gentili e cortesi, ma non falsi come qui.”
Capisco che Zoro mi ha detto tutto quello che aveva da raccontarmi, o che voleva raccontare. Accarezzo il mio cane, sorrido a Zoro, lo ringrazio per il caffè, gli dico che purtroppo devo proprio andare e gli stringo la mano. Lui è già in Scandinavia con la mente, lo si vede dai suoi occhi celesti, chiarissimi e molto tristi.

Mi sono alzata e lo ho lasciato al tavolo del caffè. Si era appena acceso la quarta sigaretta, chiamava il cameriere per ordinare un bicchiere d’acqua frizzante, sembrava deluso. Non mi è dispiaciuto lasciarlo lì, in attesa del suo autobus, del suo ennesimo spostamento: era pieno di pensieri tristi, era senza pace. Io non potevo far nulla per lui, lui non poteva far nulla per me.

“Sea of desire” exhibition at Carmignac Foundation

In a magnificent restored Provençal villa, under the glaring sun of the French Riviera, Edouard Carmignac’s precious contemporary art collection is superbly displayed in the form of “Sea of desire”, an exhibition running until the 4th November.

The visitor is invited to dive in and enjoy the spectacle barefoot, feeling the ground right under the soles of their feet. This allows an unexpected feeling of profound connection with the place and with the tormented beauty of the artworks exhibited.

Roy Lichtenstein’s “Beach scene with Starfish”  welcomes the visitor, whose gaze is then attracted by two Andy Warhol pieces: the portraits of Mao Tse Tung and Lenin. Many more masterpieces are then to be discovered step by step.

The exhibition deliberately presents what could be found in the “sea of desire” that is human nature: not only the incandescent experiences of love, eros and beauty, represented by Botticelli’s Virgin Mary and Venus – sacred and profane love, but also desperation, tragedy and revolution.

This voyage continues in the garden of the villa where, in the middle of the grapevines and olive tree groves, among other remarkable artworks, the whimsical “Path of Emotions” by Jeppe Hein, a maze constituted by mirrored posts and rushes, leaves the visitor astounded, thanks to indescribable disturbing reflections.

This outstanding exhibition is surely a must, a rendezvous for any art lover, but it is also a space-time for anybody in need of an occasion to fathom their own “sea of desire”.

“Sea of desire” – Carmignac Foundation, Porquerolles isle, Hyères, running until 4th November. Entry ticket 15 euros.

“Sea of desire”, mostra della fondazione Carmignac sull’isola di Porquerolles

Scrive il Dr Buchhart, curatore della mostra “Sea of desire”:

Sea of desire: cette phrase, dont les mots se déploient sur la surface d’une grande toile d’Ed Ruscha, attend les visiteurs en fin de parcours, dans la foret. «Les mots ont une temperature» déclare l’artiste «quand ils atteignent un certain degré et deviennent brulants, ils m’attirent…» la temperature des mots de SEA OF DESIRE est chaude, elle bouillonne de sens et d’ambiguités. D’un coté, cette phrase exprime notre Eros et notre désir de beauté; de l’autre, elle contient notre irrésistible attirance pour le drame, voire la destruction.

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Due inquadrature della struttura che ospita la mostra Sea of desire

La fondazione Carmignac ha inaugurato Sea of desire lo scorso giugno: in una grande villa provenzale ristrutturata e adattata alle esigenze della fruizione artistica, in mezzo ai vigneti dell’isola di Porquerolles, di fronte alla città di Hyères, si nasconde una panoplia di opere d’arte contemporanea, tra cui diversi Lichtestein, due Warhol, due Basquiat, Barcelò e numerose opere di artisti meno noti al grande pubblico ma non per questo di minor pregio.

Il viaggio dello spettatore nei fondali di questo mar del disìo avviene a piedi nudi, le piante rigorosamente a contatto con la pietra di cui è costituito il pavimento della batisse. Bianco, blu e verde sono i colori dominanti, valorizzati dalla luce del sole di Provenza, che  penetra di taglio dai soffitti trasparenti e bagnati.

La mostra si articola in capitoli, come un romanzo che narri di desiderio e di terrore: Pop Icons reloaded, Héritage et transgression, Abstraction et disruption, Révolution, terreur et effondrement, Suspense, Fallen Angels, Dèsastre, Brave new world revisited. Al lettore-visitatore della mostra l’ardua sentenza.
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In questa distesa, in questo mare contemporaneo, urbano, straniante e all’odor di acrilico, vi sono due pezzi che alcuno s’aspetterebbe di trovarvi: una Madonna con bambino e una Venere di Sandro Botticelli.

Lui porta a spasso per il paese l’amore sacro e l’amor profano.

Il giardino della fondazione è anch’esso costellato di opere, agguati lungo un sentiero che conduce lo spettatore da una rappresentazione laminata de la Méditerranée ad un Path of Emotions, labirinto di canneti e specchi che riflettono i raggi del sole caliginoso e forse anche i battiti del proprio cuore.

Se è vero che le parole hanno una temperatura, come afferma Ed Ruscha, il silenzio sereno che si è portati a rispettare mentre a piedi scalzi si vive la mostra, contingentata a cinquanta visitatori ogni mezz’ora, ha la temperatura di una goccia d’olio d’oliva raccolta con un pezzo di pane appena sfornato.

Sea of desire è aperta fino al 4 novembre 2018 alla Fondation Carmignac, Isola di Porquerolles, Hyères. Biglietti a 15 euro da prenotare preferibilmente in anticipo sul sito della fondazione: www.fondationcarmignac.com

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Edouard Carmignac e i due Botticelli presenti alla mostra

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I due Warhol esposti