La bête du Gevaudan, un caso ancora aperto?

Tempo fa sono andata a Marsiglia a trovare i parenti del mio compagno. Suo nonno, in quell’occasione, mi ha raccontato la storia della Bestia del Gevaudan.
Oggi voglio riferirvi la vicenda e tutte le speculazioni che nei secoli sono fiorite attorno a questi sanguinosi fatti, facendoli divenire un caposaldo dell’archeocriptozoologia quasi quanto il Sasquatch, lo Yeti, il Chupacabras o il mostro di Loch Ness.
Insomma: animali fantastici e dove trovarli, per citare J.K.Rowling.

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Incisione dell’epoca

I fatti si svolsero nel XVIII secolo, in una regione chiamata Gevaudan, oggi conosciuta come Lozère. Il nonno del mio compagno mi ha mostrato in un atlante dove si trova questo luogo e io riporto la cartina per maggiore accuratezza geografica. In quel tempo la provincia del Gevaudan era territorio prevalentemente dedito alla pastorizia, con diverse fattorie sparse qua e là per la campagna punteggiata di villaggi sparuti e poveri. La rivoluzione non sarebbe avvenuta che dopo qualche decade; i mezzi di comunicazione, le strade e il tenore di vita del popolino che abitava la regione  lasciavano molto a desiderare. gevaudanTutto questo non fece che aumentare l’aura di mistero e di terrore che avviluppò la vicenda, anche quando i racconti di quanto stava accadendo in quella remota provincia del centro-sud francese giunsero alla corte di Versailles, dove fu costituita una sorta di task force militare con il compito specifico di gettar luce sull’oscura e tragica sequela di morti e di stanare la bestia.

Andiamo con ordine: nell’aprile del 1764 una giovane pastora fu attaccata da un essere mostruoso, dotato di lunghi canini. La ragazza sopravvisse perché furono le mucche di cui si occupava a salvarla, intervenendo in branco.
Il sito “L’ombre de la bête” riporta che i testimoni oculari descrissero l’essere:

un corps massif, les oreilles courtes, un pelage fauve parcouru de bandes sombres, une bande noire sur le dos, la queue grosse et touffue, et une tache blanche en forme de cour sur la poitrine. Autre détail important: aucune victime ni témoin ne parlera jamais d’un loup.

Non passò molto tempo che la bestia riuscì ad uccidere qualcuno: era il 30 giugno e la vittima fu un’adolescente, Jeanne Boulet. Si susseguirono non meno di 124 morti in circa tre anni. La maggior parte delle vittime erano donne e bambini, sorpresi da soli nei pascoli mentre gli armenti si cibavano. La solitudine al momento dell’attacco era in qualche modo l’elemento in comune a tutte le aggressioni, insieme alla morte per sgozzamento. I corpi, poi, venivano mangiati, anche solo parzialmente. La bestia che aggrediva gli umani, nonostante non avesse in alcun modo l’aspetto di un lupo, venne subito bollata come lupo mannaro, loup garou, cosa che portò ad una strage di animali innocenti in tutta la regione. Altri dissero che si trattava di mastini particolarmente grossi, o di ibridi bizzarri, allevati da qualche famiglia di malintenzionati apposta per aggredire gli umani. Una sorta di Mastino dei Baskerville in piena campagna francese, senza le soluzioni fluorescenti e i mozziconi di sigaretta tanto cari a Conan Doyle.gevaudan2
Si pensò anche che la bestia fosse un animale messo sotto incantesimo da qualche magone che abitava nei paraggi, il quale amava stregarla per i suoi sadici scopi. Nella fattispecie, si sarebbe trattato di Jean Chastel, sospettato di essere un meneur de loups.
Altre teorie affermano che la bestia era in verità un animale esotico, come una iena o un licaone, magari giunto dall’Africa per divertire qualche nobiluomo bizzarro che voleva tenerlo in gabbia nel proprio giardino: l’animale, poi, sarebbe riuscito a darsi alla fuga fortunosamente, vivendo da allora come vagabondo in un habitat non suo.

Il 12 gennaio 1765, quando la bestia cercò di attaccare nuovamente, un gruppo di ragazzini riuscì a scacciarla, ligi al detto “l’unione fa la forza”. Re Luigi XV fu così colpito dall’audacia di quei fanciulli che donò loro 300 soldi.

Le morti continuarono e, come riporta il sito ufficiale del museo della Bestia del Gevaudan:

De 1764 à 1767, deux animaux (l’un identifié comme un gros loup, l’autre comme un canidé s’apparentant au loup) furent abattus. Le gros loup fut abattu par François Antoine, porte-arquebuse du roi de France, en septembre 1765, sur le domaine de l’abbaye royale des Chazes. À partir de cette date, les journaux et la cour se désintéressèrent du Gévaudan, bien que d’autres morts attribuées à la Bête aient été déplorées ultérieurement. Le second animal fut abattu par Jean Chastel, enfant du pays domicilié à La Besseyre-Saint-Mary, le 19 juin 1767. Selon la tradition, l’animal tué par Chastel était bien la Bête du Gévaudan car, passé cette date, plus aucune mort ne lui fut attribuée.

Sì, proprio lo stesso Chastel sospettato di essere meneur de loups. Giusto per aggiungere ulteriore foschia al quadro.
Alcune testimonianze di sopravvissuti hanno portato, nel tempo, a razionalizzare i fatti, mettendoli in un’ottica meno favolistica, forse, ma assai più inquietante, perché la realtà supera sempre di molto la fantasia, nel bene e nel male.
Riporto di seguito quanto scritto nella monografia “Notes sur ‘La bête du Gevaudan’ de Pascal Cazottes” redatta da Robert Dumont:

Il est flagrant que, sur le nombre de victimes (plus de 100 même en ne considérant que les estimations les plus restrictives), certaines ne sont pas imputables à la Bête elle-même. Les hommes étant ce qu’ils sont, il est inévitable que, lorsque sévit un « tueur en série » (qu’il soit humain ou animal), d’aucuns profitent de la circonstance pour régler un compte personnel, avec la quasi-certitude que ledit tueur endossera sans problème quelques meurtres de plus. Il semble également que, durant ces sanglants évènements, se soit manifesté un personnage plus ou moins « déguisé » en animal. Le 11 août 1765 la Bête attaque Marie-Jeanne Vallet, servante du curé de Paulhac. Notons au passage que pour ce faire, la Bête se dresse sur ses membres postérieurs. Sans perdre son sang-froid, Marie-Jeanne Vallet lui allonge un coup de baïonnette en plein poitrail. La Bête pousse un cri déchirant et porte l’une de ses pattes antérieures à sa blessure. A-t-on jamais vu un quadrupède accomplir un tel geste ? 

Gli attacchi sferrati in modo sistematico, con il modus operandi di cui sopra, a posteriori fanno pensare non solo ad un uomo, ma ad un gruppo di uomini, forse dedito a rituali magici di qualche tipo, che si dilettavano nella caccia all’umano nascondendo le loro fattezze sotto una pelle d’orso o di lupo. Una qualche setta, forse, contraddistinta da sadismo e perfidia.gevaudan4
Un’altra teoria afferma che il responsabile di questi attacchi potrebbe esser stato un uomo affetto da ipertricosi, emarginato dalla società per questa sua triste condizione, ridotto alla follia e assetato di vendetta nei confronti degli altri.
Ancora, si è pensato che gli autori di tutto l’affaire siano stati dei soldati divenuti antropofagi per necessità, di ritorno dalla guerra dei Sette Anni e nascostisi nelle campagne, ridotti ad uno stato psicologico di profonda prostrazione ed aggressività.

Comunque sia, la bestia del Gevaudan costituisce tuttora un mistero su cui gli appassionati di archeocriptozoologia continuano ad arrovellarsi. Che cos’era? O forse è meglio domandarsi chi era? Le ipotesi più disparate compongono questo puzzle misterioso e affascinante, sì, ma specialmente terribile, perché macchiato dal sangue di più di un centinaio di innocenti periti in circostanze davvero drammatiche.

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Chaim Soutine: lo Chagall dell’ombra, il Modì dell’oscurità

L’école de Paris contava innumerevoli personalità e personaggi. Quegli anni magici e maledetti della capitale francese videro un coacervo di talenti e spiriti lucenti annidarsi per le sue strade brulicanti, chi con pennelli in mano, chi con penna e calamaio, chi con lo strumento musicale al seguito. Già, perché è impossibile scollegare il fervore pittorico di quell’epoca da quello scrittorio, musicale e registico-teatrale. Com’è possibile parlare di Picasso senza menzionare Cocteau e Apollinaire, Erik Satie e Kiki de Montparnasse?

Tra tutti, De amore gallico oggi porta il lettore a conoscere Chaim Soutine, uno di quelli meno noti, meno citati, uno di quelli che a scuola non viene quasi mai nominato.
Come Chagall, anch’egli veniva dai territori della Grande Madre Russia, anche se il villaggio in cui nacque oggi si trova in Bielorussia.
Il suo nome in cirillico si scrive  Хаим Соломонович Сутин e si legge Chaim Solomonovic Sutin. Il nome e il patronimico non lasciano dubbi in merito alle sue origini ebraiche né, immagino, alle sofferenze patite negli anni della sua giovinezza. 

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“Natura morta” di Soutine


Dotato di un talento innato per il disegno, Soutine ruppe il divieto di raffigurazione imposto dalla fede ebraica ortodossa e per questo fu punito con durezza. Un episodio in particolare segnò il suo cammino: a sedici anni fu punito dal figlio del macellaio del villaggio, che era stato ritratto da Soutine. L’artista fu rinchiuso nella cella di frollatura delle carni, dove i quarti di bue e altre carcasse animali pendevano come tetri addobbi dalle mura e dal soffitto del locale, e lì vi rimase per diverso tempo. La madre riuscì ad ottenergli un risarcimento; fu con quel denaro che il giovane e già introverso pittore partì per cercare fortuna altrove.

Soutine giunse a Parigi il 13 luglio del 1913; ad accoglierlo aveva dei colleghi e connazionali, tra cui Krémègne, coi quali mosse i primi passi nella capitale francese.
Di lì a poco conobbe persone che avrebbero significato molto per la sua vicenda personale ed artistica, primo tra tutti Amedeo Modigliani, anche lui ebreo, di cui ammirava estroversione, allegria, spigliatezza e non in ultimo arte. Con Chagall ebbe modo di trovare analogie non comuni: erano entrambi ebrei russi poverissimi, emigrati in Francia alla ricerca di fortuna. Chagall poi divenne una storta di superstar della pittura, richiesto ovunque nel mondo; Soutine, anche a causa delle sue ferite psicologiche legate ad un passato di violenza, povertà ed emarginazione che condizionavano non poco il suo comportamento sociale, non conobbe mai la fama di molti altri suoi colleghi, sebbene negli anni riuscì a raggiungere un discreto successo e stabilità economica.

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“Carcassa di bue”, di Soutine, 1925

I primi tempi parigini furono all’insegna della sporcizia e della scarsa igiene, tanto scarsa che un medico gli trovò nell’orecchio addirittura un nido di cimici. Era brusco e taciturno, non sapeva come avvicinare le donne, non aveva maniere capaci di attirarne. Frequentava prostitute nei bordelli di Montparnasse e di Montmartre: sceglieva le più brutte e le più segnate dal tempo e dalle malattie. Le ritraeva poi sulle sue tele, forse crogiolandosi in quella bruttezza e in quello squallore.
Detestava che le persone esprimessero opinioni sul suo lavoro e, se per caso udiva qualcuno criticare una sua opera, correva a stracciarla in pezzi, salvo poi ricucirla certosinamente per non sprecare materiale prezioso e, per lui, caro. Ridipingeva su quelle tele rattoppate, su delle croste acquistate per due soldi ai mercatini delle pulci, osservava affascinato il suo amico Modì bere sempre di più e scambiare le proprie opere per un goccio di vino. In breve tempo tutta Montparnasse possedeva almeno uno scarabocchio di Modigliani.

La sua salute era pessima: dolori allo stomaco lo accompagnavano costantemente. A posteriori è possibile individuare in quegli attacchi di mal di pancia l’ulcera che, a cinquant’anni, lo avrebbe ucciso. I ricordi della sua infanzia difficile lo attanagliavano e, sulla tela, deformavano la sua pittura, distorcendo segni e linee per produrre ritratti e nature morte tormentatissimi.

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“La donna pazza”, di Soutine, 1919


Modigliani morì nel 1920. Soutine aveva avuto in lui un amico fraterno e la scomparsa del pittore livornese si aggiunse alla serie di dispiaceri che costellavano la sua esistenza. Tuttavia, come spesso accade, la fortuna arrivò, postuma per Modì, tardiva per Soutine, nella persona del collezionista americano Albert C. Barnes. Le loro opere divennero improvvisamente richiestissime e arcinote e la buona sorte non lo abbandonò più fino allo scoppio della seconda guerra mondiale: la Germania invase la Francia e le leggi antisemite gli impedirono di continuare a soggiornare a Parigi. Fuggì e si diede alla macchia, vagando per tutta la Francia con la donna con cui si era accompagnato negli ultimi tempi, Marie-Berthe Aurenche, prima moglie di Ernst, tra l’altro.

La sua ulcera gastrica degenerò in un’emorragia; nulla poté l’operazione cui fu sottoposto a Parigi: il 9 agosto del 1943 Chaim Soutine spirò e fu seppellito al cimitero di Montparnasse.

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Chaim Soutine

L’opera di Soutine è morbosa: ricorrono come soggetti carcasse di animali (eco del suo trauma adolescenziale nel villaggio natio?), paesaggi lugubri, ritratti e autoritratti deformati. Risulta difficile inserire Soutine in una corrente artistica, tanto forte fu il suo individualismo e la sua identità pittorica. Espressionista? Fauve? Di certo Van Gogh, Velazquez e Courbet ebbero un ruolo fondamentale nella sua formazione stilistica, ma Soutine riuscì a costruirsi una cifra inconfondibile, fatta di dolore e amarezza, impastandoli sulla tela insieme coi colori. Modigliani lo influenzò notevolmente, questo è sicuro, ma se nei quadri del livornese c’è una sorta di gioiosa e calorosa celebrazione delle forme umane, esaltate ed esasperate dalla sofferenza causata dalla malattia fisica, in Soutine ci sono sporcizia, sangue, ricordi, traumi e dolori provocati dalla malattia dell’anima.

Per approfondire:
“La grande avventura dell’arte”, programma in onda su Rai 5.
“L’ultimo viaggio di Soutine” di Ralph Dutli
Settemuse

Mulhouse e Strasbourg: viaggio notturno sentimentale in un pezzo di Francia che è già Germania (o forse no).

Ho attraversato l’Alsazia in una fredda sera di metà novembre, direzione Treviri.
Le due brevi tappe che mi sono concessa sono state a Mulhouse e a Strasbourg. Nulla di che, nemmeno il tempo di sgranchirmi le gambe, figuriamoci andare a dare un’occhiata a qualche via o monumento.
Però è bastato quel poco per percepire il senso di transizione che ispira quel pezzo di terra.
L’Alsazia (e la Lorena) è salita agli onori della cronaca nel programma scolastico di storia più e più volte: una disputa secolare per il dominio della regione tra Francia e Germania.
E se si mette il naso fuori dal finestrino della macchina si capisce il perché: si è in Francia, a tutti gli effetti. Basta contare il numero di boulangeries che, seducenti, ammiccano nella gelida aria notturna novembrina. Ma i nomi dei luoghi e delle località rimandano ad un passato tormentato, ad un’identità assai più teutonica che gallica. Il nome stesso della regione deriva dall’alto tedesco antico Ali-saz or Elisaz, che significa “dominio straniero”.

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Mulhouse

Una breve cronologia del palleggio tra Francia e Germania potrebbe dare un’idea della precarietà storica di questa terra e di come è assurta a simbolo della rivalità franco-asburgica:
già assegnata a Lotario alla morte di Carlo Magno (814), l’Alsazia-Lorena fu parte del Sacro Romano Impero, se si vogliono considerare l’Impero Carolingio ed il Sacro Romano Impero due entità separate. Alcuni storici sono contrari a questa lettura, preferendo individuare nei due regni un unicum senza soluzione di continuità. Prendendo per buona però la prima versione e ponendo l’inizio del S.R.I. nel 962, quando fu eletto imperatore Ottone I (nota bene: la particolarità del S.R.I. era proprio la carica elettiva del sovrano, che rispecchiava in un certo qual modo la tradizione tribale barbarica del primus inter pares), si può dire che l’Alsazia-Lorena passò dall’Impero Carolingio al Sacro Romano Impero mantenendo un’identità più prettamente teutonica.
 Durante la catastrofica guerra dei trent’anni, essa non venne risparmiata e finì per diventare un pezzo del complesso puzzle geopolitico risultante di quel guazzabuglio europeo. Col passare dei secoli le due regioni furono assegnate al Regno di Francia, precisamente sotto Luigi XIV le roi soleil, per ritornare alla Germania durante il conflitto franco-prussiano nel 1870. Alla fine della prima guerra mondiale l’Alsazia-Lorena fu riammessa alla Francia, fu re-invasa dalla Germania durante l’offensiva bellica del secondo conflitto mondiale, alla fine del quale il territorio conteso rientrò nei confini francesi dove è tutt’oggi.

Niente male per una provincia qualunque dell’Europa centrale.

C’è da immaginare un bel clima di tensione nel periodo delle due guerre mondiali: spionaggio, fraternizzazione col nemico, doppio gioco e nazionalismo da ambo le parti. A questo proposito consiglio la visione di un film meraviglioso uscito quest’anno nelle sale: “Frantz“, produzione franco-tedesca, diretto da François Ozon, girato quasi interamente in bianco e nero, un film struggente sull’elaborazione del lutto e sullo stress post-traumatico sofferto dai poveri soldati reduci della Grande Guerra.

Mantenendo tutto questo a mente, il canto notturno di una donna errante d’Europa si trasforma in una sequela di toponomi di villaggi e cittadine, masticati fingendo un accento tedesco che non ho (perché non conosco il tedesco) e sputati arrotando la erre alla francese.
La tappa a Mulhouse si trasforma in un sogguardare in giro, timidamente, sapendo che è la città natale di un personaggio tanto ammirato, Philippe Daverio, e di un tale Alfred Dreyfus, il cui affaire, se proprio si vuole fare il gioco della causa-effetto, è il casus belli del conflitto israelo-palestinese. Sì, perché se Dreyfus non fosse stato accusato ingiustamente, Zola non avrebbe mai scritto il “J’accuse“, in Europa non si sarebbe espansa l’ondata di antisemitismo che spinse Theodor Herzl a scrivere “Der Judenstaat” e forse tutto sarebbe stato diverso.

Colmar, Strasbourg… l’Alsazia sfila nel buio della notte autunnale, l’automobile fa le acrobazie sul confine tra due stati, come un equilibrista, un circense ubriaco. Ho fame, ma c’è tanta strada da percorrere, ancora, non si può indugiare.
Ci si tuffa nella foresta tedesca, francophonie alle spalle, boulangeries dietro di noi, davanti Treviri e Karl Marx, le pale eoliche che nel buio lampeggiano rubizze, come tanti UFO venuti a prelevarci per riprogrammarci. La carreggiata è dritta, in discesa e in salita, in mezzo ad un bosco immenso, dagli alberi glabri e lugubri. La luna è piena, ma celata da una coltre di nubi che attutisce ogni pensiero.
Il buio appanna i sensi, non li acuisce. Il freddo penetra nelle ossa, si è disorientati dalla mancanza di civiltà: la città è ancora lontana, l’ora di arrivo è posposta, il cuore è affannato.

Una delle persone più care mi ha lasciato, e io lo vengo a sapere in viaggio, di notte, lungo una strada infinita attraverso una selva oscura tra Francia e Germania.

Pillola: Renault 5 tra i vitigni

Ho una Renault 5 del 1988, è perfino più vecchia di me.
Ha solo quattro marce e tre porte, la carrozzeria è blu scurissimo, il tettuccio tutto bianco.
I finestrini si aprono e chiudono con la manovella, le portiere si aprono a mano e per farla partire serve dare molto gas.
I sedili sono ruvidi, graffiano le gambe.

Non so per quante mani sia già passata, ma mi piace pensare che qualcuno ci abbia perso la verginità, al suo interno, o che ci abbia fumato qualche spinello, o che ci abbia preso una sbornia o che una donna che stava per partorire ci abbia fatto il tragitto in ospedale.

Arranca sulle colline del Var, mi porta piano piano dove devo andare.

Impressione, calar del sole.

Quando si vede con i propri occhi l’ardente sfrigolio di colori del sud della Francia, si comprende nell’intimo del cuore il perché essa sia stata lo sfondo e l’ispirazione di tante opere pittoriche.

Il paesaggio è dipinto dal vento che ne sfuma i contorni o li rende più nitidi, a seconda che soffi capriccioso, nervoso, gioioso, voluttuoso.
Le isole a largo del mare si muovono, ieri erano lontane, avvolte dalla foschia, arrivate da molto lontano, forse dalle pagine di un romanzo marinaresco di tanto tempo fa. Oggi sono vicinissime, curiose e prepotenti, si fanno vedere in ogni dettaglio, si pavoneggiano nella luce irradiata dall’alba dalle dita rosate, bella come quelle aurore che si immaginano leggendo l’Iliade.

Con lo sguardo ci si sposta verso la campagna, ovvero si fa un salto, come Mary Poppins, dentro un disegno; ma non è lo schizzo a gesso fatto da uno spazzacamino sul selciato di Londra, è una tela di Renoir, perché il mescolarsi del grano non ancora dorato col  viola dei cardi, col rosso dei papaveri e col giallo del tarassaco sono come pennellate amorose di un marito che ritrae la moglie e il figlio in mezzo al campo in una giornata di sole.

Il mezzogiorno è cocente. Ci si rende conto che non si è poi così lontani dalla Liguria montaliana: ossi di seppia e reti smagliate giacciono sulla spiaggia, l’ora del giorno diventa un’occasione, il momento più opportuno per indugiare con gli occhi sulle vigne. Disegnate da una mano precisa, rotonde e spigolose al tempo stesso, si sdraiano, si srotolano, si crogiolano nella terra farinosa. Attraversarle fa sentire come la navetta che percorre su e giù il telaio, disegnando trama e ordito coi pensieri, scacciando i ronzii fastidiosi di tanti insetti che si nutrono di calore e zucchero, di preoccupazioni e amarezze. Il paesaggio diventa pastoso, materico come un quadro di Van Gogh, impantanato di sopita disperazione.

Il giorno procede e la parabola solare scalda di rosso più cupo la terra, riverberando però dorata e brillante tra i passi dei colli montuosi, illuminando di taglio tutto quanto è concesso all’occhio. Si vorrebbe fare qualche bella foto, ma con l’obiettivo non si è abbastanza capaci per riuscire a catturare tale bellezza come meriterebbe di esser ritratta.

È così che ci si affida alle parole.

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I mulini di Paillas, un segreto celato dalle chiome degli alberi.

Sono stata due volte a Parigi, e in ciascuna di esse ho avuto modo di rendere visita ai celebri moulins della città, il Moulin Rouge e il meno noto Moulin de la Galette, ristorante immortalato anche da Renoir nel suo dipinto “Bal au moulin de la Galette”.

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Bal au moulin de la Galette, Renoir

In generale i mulini a vento richiamano alla mente Don Chisciotte e i Paesi Bassi, tuttavia c’è una fiaba popolarissima che ha origine proprio dalle vicende del figlio di un mugnaio. Sto parlando de “Il gatto con gli stivali”. Ne esistono diverse versioni, ma la più celebre è con ogni probabilità quella di Charles Perrault, a cui dobbiamo il gioco di parole “Marquis de Carabas” (Marchese delle Carabattole). Il vecchio mugnaio, in punto di morte, lasciò i suoi averi ai suoi tre figli: al maggiore diede il mulino a vento, al secondogenito il mulo e al terzogenito un gatto. Il resto della fiaba, presumo, è conosciuto da tutti.

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Il gatto con gli stivali parla al suo giovane amico

Il mugnaio è una figura oramai scomparsa nel nostro quotidiano, anche se conserva un certo fascino farinoso. Sarà per questo che la Mulino Bianco ha affibbiato ad Antonio Banderas, noto sex symbol, il ruolo del buon mugnaio che fa pure il pane e che parla con le galline? Forse.
Personalmente provo una certa attrazione per i mulini, edifici caduti in disuso ma che hanno pur sempre quel certo je ne sais quoi, celebrato ampiamente dalla tradizione orale della Francia popolare. Qui un link utile per approfondire l’argomento.
Dalle parti di Saint Tropez c’è un sito molto interessante, in tal senso. Sto parlando dei mulini di Paillas, nel comune di Ramatuelle: vista l’esposizione favorevole delle colline tropeziane, la zona era particolarmente vocata alla costruzione di questi edifici, che furono eretti ed utilizzati sin dal XVI secolo. Ma chi era questo Paillas il cui nome viene utilizzato per identificare il sito? Nient’altro che l’ultimo mugnaio ad averli avuti in gestione, monsieur Jean-Baptiste.
Fino al 2002 dei quattro mulini di Paillas non rimanevano che delle rovine, senza contare uno ancora in piedi ma proprietà privata (molto privata: sul cancello che delimita l’entrata sono apposti numerosi cartelli assai simili, nel significato, a quelli che Zio Paperone ha piantato tutto intorno al suo deposito per tenere distanti ospiti indesiderati, tra cui i Bassotti).


Come stavo dicendo, nel 2002 l’architetto Alain Bellegy è stato incaricato di riportare al suo antico splendore uno dei mulini diroccati. Devo ammettere che il lavoro di ristrutturazione è notevole: la meccanica è stata ripresa completamente in modo da poterlo far funzionare a pieno ritmo. Qui trovate il sito del comune di Ramatuelle e informazioni sul magnifico risultato raggiunto da Bellegy.

Un’aria fiabesca circonda l’edificio e mi spinge a fermarmi ogni volta che passo di lì. Ci sono posti che esercitano un forte magnetismo e il più delle volte tale attrazione è del tutto inspiegabile. La collina dei mulini di Paillas è uno di quei luoghi, anche se questa fatale attrazione non ha nulla di misterioso: un tempo mulino significava presenza umana, acqua, farina e cibo, un tetto, un riparo, un volto amico a cui chiedere indicazioni sul sentiero da seguire. Forse è il viandante che si cela nell’animo umano a far sentire questo sentimento di simpatia e di conforto alla vista delle pale turbinanti.

E poi c’è Don Chisciotte.

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Don Chisciotte e Sancho Panza.

Tauromachia à la fançaise, ovvero Arles e la sua selvaggia mascolinità

La Francia offre una varietà di paesaggi e di tradizioni davvero vasta, una tavolozza di sfumature culturali le cui radici affondano nei secoli e creano entusiasmanti riflessi cangianti sul tricolore blubiancorosso che fiero sventola “d’in su i veroni” di ogni Hôtel de ville.
La Camargue ha aggiunto un sapore aspro e sapido all’immagine che sto costruendo di questo paese vicinolontano.
Stretta tra i due bracci del delta del Rodano, a sud della bella Arles, la regione è molto conosciuta per essere una tela su cui le pennellate rosa dei fenicotteri, bianche dei cavalli e nere dei tori spiccano in mezzo all’atmosfera caliginosa e salina.

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I magnifici tori della Camargue

Il sale ed il riso sono i prodotti prìncipi della Camargue, così come la lavanda di mare e le myricae, o se preferite tamerici “salmastre e arse“, che crescono sul suolo salato e paludoso, sono le piante più diffuse.
Le leggende legate a questo luogo sono numerose. La più conosciuta è sicuramente lo sbarco a Saintes-Maries-de-la-mer delle tre Marie, seguite da Marta di Betania e da Sara la nera, venerata dalla nutrita comunità zigana come santa, come ho scritto nel precedente post.
Anche la cittadina di Tarascona, a sud di Arles, offre una notevole quantità di storie, sia grazie alla penna di Daudet, che nel ciclo picaresco di Tartarino immortala lo spirito del Midi, sia grazie alla leggenda del mostro chiamato Tarasque, ammansito proprio da Marta di Betania e che successivamente battezzerà il nucleo urbano.

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La Tarasque, il mostro della Camargue

Ma l’essenza della Camargue, più che nelle storie ad essa legate, si percepisce nel suo essere profondamente maschile.
In un post del settembre scorso ho spiegato ciò che intendo per “genere dei luoghi”: è la sensazione che si prova nell’approdare in un posto ed avere la stessa tensione d’anima di quando si fa la conoscenza di un uomo o di una donna. La Camargue è un bel maschietto, per dirla come lo strillerebbe un’ostetrica in sala parto. Forse a farmi sentire questa profonda mascolinità è stato l’epigono dell’antica ταυρομαχία/tauromachia greca, ovvero la moderna corrida.
Sebbene nell’immaginario comune sia più tipicamente legata alla penisola iberica e alle ex colonie, questo tipo di spettacolo è ben presente anche nel mezzogiorno francese e ha il suo centro proprio nella Camargue, precisamente ad Arles.
Numerose sono le vestigia romane che abbelliscono il centro storico della città che è stata teatro del taglio dell’orecchio di Van Gogh in seguito ad una furiosa litigata con Gaugain.

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Autoritratto con benda all’orecchio e trafiletto sul giornale locale in cui si parla del fattaccio.

Le più suggestive sono senza dubbio i criptoportici, ovvero i portici dell’antico forum visitabili nel sottosuolo della città e a cui si accede dal pianterreno del municipio. Arles rivela in questo la sua importanza al tempo della repubblica e dell’impero di Roma, quando veniva chiamata Arelate. Successivamente, sotto Costantino, mutò di nome a causa della vanità del sovrano a cui non era bastato ribattezzare Bisanzio “Costantinopoli”: avendovi infatti fatto nascere il figlio Costantino II, rinominò Arles “Constantina”. Poi il toponimo cambiò ancora divenendo “Constantia”, per tornare infine alle origini con la caduta dell’impero e l’invasione visigota.
Non solo criptoportici: i resti del teatro romano sono lì per essere ammirati, sebbene chiunque abbia già provato la meraviglia di assistere ad una tragedia di Euripide nel teatro greco di Siracusa, nella nostra Sicilia, ha ben poco di cui stupirsi.
La pars leonis è tutta per la famosa Arena, il più grande anfiteatro romano rimasto in piedi in Francia. Dalla caduta dell’Impero essa fu utilizzata come una fornitura di pietre che portò alla sua destrutturazione parziale. Successivamente divenne una sorta di fortino abitato, in quanto vennero aggiunte quattro torri di guardia e costruite delle vere e proprie abitazioni al suo interno, cosicché l’arena doveva apparire in questo modo:

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L’arena di Arles diventata villaggio fortificato

Un vero e proprio paesello, con una chiesa e un santo venerato al suo interno. Tutto questo fu demolito nel XIX secolo, quando un’opera di restaurazione massiccia lasciò in piedi solo lo scheletro romano e le torri di guardia. Da allora l’anfiteatro ha assunto la funzione di plaza de toros. La corrida è stata introdotta in Francia a partire dal 1850 dall’imperatrice Eugenia de Montijo, moglie di Napoleone III, sebbene lo sport taurino per eccellenza praticato in Camargue sia la Course camarguaise: essa coinvolge il toro tipico della regione, molto più piccolo e più agile rispetto ai bovini da combattimento spagnoli, e non finisce in un bagno di sangue. Qui trovate delle informazioni interessanti su questa competizione. Personalmente ritengo che qualsiasi attività ludica legata agli animali vada abolita, e per attività ludica intendo caccia, corrida, spettacoli circensi e pesca sportiva:
un tempo questo tipo di pratiche agonistiche e venatorie aveva un senso molto profondo, legato alla sopravvivenza dell’uomo, alla sua supremazia sul Creato e all’alimentazione. Ora sono solo un simulacro divenuto quasi status symbol, come la partecipazione al concerto di capodanno dei Wiener Philharmoniker.
Al di là di ciò, per tornare alla lotta col toro, la sua origine mediterranea risale alla civiltà micenea (3650 a.C.-1100 a.C.), conosciuta anche dai non addetti ai lavori per la sua natura spiccatamente matriarcale. Da dove viene allora questo spirito così virile? Dal culto del toro come divinità, ancora più antico della stessa civiltà minoica: abbiamo notizie che giungono addirittura dal Pelolitico in merito alla venerazione del bovino e della sua forza vitale e riproduttiva: le grotte di Lascaux, proprio qui in Francia, ne sono la testimonianza più eclatante. Il Gran Toro Celeste viene ucciso da Gilgamesh nell’epopea mesopotamica e gli egizi ne fanno l’incarnazione terrestre di un dio.

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Particolare delle grotte di Lascaux

Arriviamo dunque alla già menzionata civiltà Cretese, dove il salto del toro, la taurocathapsia, diventa un rituale importantissimo, praticato da uomini e donne. È proprio a Creta che nasce la leggenda del Minotauro, il mostro dallo statuario corpo umano e dalla spaventosa testa cornuta.

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Palazzo di Cnosso, Creta: affresco che raffigura la taurocathapsia.

Narra il mito che Pasifae, regina dell’isola, ninfa oceanina di grande bellezza, moglie di re Minosse, provò una passione carnale bruciante nei confronti del Toro di Creta. Questo ardente desiderio le fu indotto dal dio Poseidone, offeso dall’oltraggio di Minosse (il re aveva rifiutato di sacrificare un bel bovino sull’altare dedicato alla divinità marina).
Poseidone riteneva dunque che obbligare Pasifae a tradire il marito fosse una punizione più che giusta: la donna iniziò quindi ad anelare all’unione con il bellissimo esemplare taurino. Arrivò a chiedere aiuto al famoso architetto Dedalo: egli si ingegnò e compose un aggeggio dalla forma di vacca, tutto in legno e cavo, cosicché la ninfa, accecata dalla passione, potesse entrarvi e consumare finalmente l’unione con l’animale.
Ne nacque il Minotauro.

 

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Il Minotauro

La storia procede poi con la caduta di Icaro, l’arrivo di Teseo, l’aiuto di Arianna, la sua “piantatura in Nasso” (letteralmente), il suo incontro con Dioniso, il cambio delle vele della nave di Teseo per concludere in bellezza col suicidio di Egeo.
Per la cronaca: quel bellissimo toro seduttore fu catturato da Eracle e poi passò di proprietà fino ad arrivare nelle mani di Era.
Come si vede, la mitologia greca celebra in modo molto esplicito la vitalità del toro, la sua carica sessuale e l’importanza che la riproduzione del bovino aveva per la sopravvivenza della specie umana la quale, da nomade e cacciatrice, era divenuta stanziale e allevatrice.
Natura, evoluzione, pulsioni, mitologia e cultura si fondono in un unicum, un patrimonio che costituisce il sostrato del nostro sentire, del nostro essere odierno. Ecco quindi che, sebbene con pratiche deplorevoli per il giorno d’oggi, questo antico legame con il toro viene celebrato e perpetuato nelle tradizioni, nel linguaggio comune, nell’astronomia e nell’astrologia. Il toro è un animale sacro perfino ora e laddove viene tipicamente allevato è possibile percepirne l’essenza, non soltanto nella sua presenza effettiva sui pascoli, nella gastronomia tradizionale regionale e nelle arene dove è costretto a sbuffare e a correre: il suo spirito così maschile è presente soprattutto nella ruvida e terrena atmosfera che avvolge ogni cosa laggiù, nella bella Camargue.