Ei fu… un problema anche oggi.

Questo anniversario napoleonico è quanto mai fonte di polemiche e l’opinione pubblica da mesi è profondamente divisa. Da una parte i fautori della cosiddetta cancel culture, ovvero quella che fino a qualche anno fa si chiamava damnatio memoriae, dall’altra coloro che affermano che celebrare i duecento anni dalla dipartita dell’ uom fatale non significhi per forza condividerne le politiche coloniali né le smanie espansionistiche. Abbiamo visto quel che è successo all’ultima persona che ha provato ad invadere tutta l’Europa e a sottometterla al suo potere: finito suicida in un bunker con la compagna, divenuto quasi antonomasia dell’uomo folle e odioso, del dittatore velenoso. Vien da dire che a Bonaparte sia andata molto meglio, confinato in un’isola africana, ‘in sì breve sponda‘. Ma va anche detto che, sebbene Napoleone fosse al centro di una politica espansionistica e colonialista di stampo antico, la sua ascesa e declino non si sono accompagnati ad una politica dittatoriale improntata all’odio razziale, almeno non nell’accezione contemporanea di razzismo.

Ampliando un po’ il discorso, ritengo molto interessante che la letteratura italiana annoveri tra le opere di uno dei suoi maggiori autori un’ode dedicata al generale: in effetti, quando spiego ad un francese che in Italia a scuola ci fanno spesso imparare a memoria il ‘5 maggio’, la reazione che mi ritrovo di fronte è di stucco. E Foscolo nel frattempo si rivolta nella tomba. Se però prendiamo in considerazione il potere che quell’uomo ha avuto sulle sorti dell’Europa di inizio XIX secolo, forse possiamo mettere tutto in una prospettiva più ampia e capire che celebrare il duecentesimo anniversario della sua dipartita non è un capriccio per storici, per nostalgici, per revisionisti od occhialuti appassionati che brancolano per le strade ricoperti della polvere di musei, biblioteche ed archivi. Significa riconoscere il peso specifico di una figura che ha contribuito a rendere la Francia quello che è. Altrimenti dovremmo fare lo stesso discorso per un’altra ricorrenza cara ai francesi e chiederci perché sparare fuochi d’artificio all’impazzata in un giorno di mezza estate che celebra l’inizio di un processo sanguinoso che la storia ha poi battezzato ‘Rivoluzione’ e che portò ad estreme conseguenze quali il Terrore e la ghigliottina?

Se si vuol fare cancel culture, penso che purtroppo ciò significhi mettersi a guerreggiar con tutto il passato umano. Reputo molto più utile e costruttivo, invece, fare un discorso ben più complesso, e per questo difficile e arduo da mettere in pratica: sapere quali mali sono stati perpetrati e da chi, e condannarli senza se e senza ma, riconoscendo però, se ce ne sono stati, i meriti di una figura storica al netto del nostro giudizio di uomini contemporanei su di essa.

Questo territorio, lo so bene, è davvero scivoloso, specie per noi italiani, che poco più di 70 anni fa risorgevamo dalle ceneri di una dittatura indescrivibilmente violenta e tragica. Essa aveva trascinato la nazione in una guerra al fianco di un’altra dittatura disgustosa e di questo avremo sempre vergogna. Per cui sia chiaro che non è mia intenzione far revisionismo storiografico spiccio e all’acqua di rose. A mio avviso, riconoscere e celebrare l’anniversario della morte di uno degli uomini storicamente più importanti del millennio scorso, il quale tra le altre cose ha cambiato per sempre il volto dell’Europa, non è approvare l’istituzione della schiavitù, del colonialismo e lo sfruttamento degli esseri umani, tanto quanto non significa pensare che Bonaparte avesse ragione a voler invadere e schiacciare tutto il vecchio continente, a deturpare l’Egitto e a sottomettere intere popolazioni con la sua politica coloniale. Nella fattispecie, Napoleone non si è fatto portatore di una dottrina dell’odio come hanno fatto altri dopo di lui. Ha agito sempre e solo nell’interesse militare e per il prestigio del paese, con una sete di potere che molti re e imperatori venuti ben prima hanno avuto in massimo grado e che non può essere misurata col metro di oggi, poiché Bonaparte appartiene ad un mondo che non esiste più, morto con la disfatta del nipote sul campo di battaglia di Sedan nel 1870.

Ecco la differenza tra Bonaparte e altre figure del novecento, sulle quali, al contrario, un giudizio netto e irrefutabile si auspica ed è necessario.

Detto questo, è ora scossa che la Francia restituisca un po’ di roba all’Italia, oltre che i terroristi estradati.

Pillola: il fil rouge che parte da Parigi e arriva a Panama

Ho da poco scoperto che Parigi, oltre ad essere soprannominata in modo un po’ trito, la ville lumière, è anche detta Paname.

Che stregoneria è mai questa?

Sono andata a cercare di qua e di là e, sebbene da nessuna parte si trovi una risposta certa, è pacifico che ci sia di mezzo il canale di Panama. La versione più accreditata, infatti, è quella data dal giornalista e storico Claude Dubois: verso la fine del XIX secolo, si iniziarono i lavori per la costruzione del canale di Panama. Gli operai addetti agli scavi usavano questo copricapo per proteggersi dal sole cocente, ma grazie al presidente americano Roosevelt, in visita al sito di scavo, il panama fu sdoganato anche nell’alta società e divenne un accessorio di moda. Questa voga giunse fino a Parigi, dove tutti portavano il panama per sentirsi à la page. La capitale francese divenne quindi la città del cappello panama, la capitale dell’eleganza e della fatuità.

C’è un’altra versione, meno frivola, che invece imputa l’origine di questo soprannome allo scandalo finanziario legato al canale di Panama e alle conseguenze che ebbe sulla borsa di Parigi. Addirittura Clemenceau e Eiffel ne furono gravemente danneggiati… chiamare Parigi Paname diventa allora una sorta di punizione per l’affaire che fece quasi crollare l’economia francese.

Quale che sia l’origine di Paname, non resta che sederci sul divano, chiudere gli occhi e ascoltare la canzone di Léo Ferré…

Unbekannt, ‘Scavo del canale di Panama’, 1888

Un diario assurdo del confinement

Quanto segue è la raccolta di un diario umoristico scritto in ventinove giorni di confinement.

Da prendere in pillole!

Venerdì, 30 ottobre 2020:
Primo giorno nella Bastiglia: c’è un tizio con una maschera di ferro che suona il violino e mangia piatti prelibati. Qui gatta ci cova.

Sabato, 31 ottobre 2020:
Secondo giorno nella Bastiglia. Il mio compagno di cella a quanto pare compie gli anni. Il tizio con la maschera di ferro gli ha suonato ‘Tanti auguri’ col violino.

Domenica, 1 novembre 2020:
Terzo giorno nella Bastiglia. Il morale vola basso, il rancio è senza glutine e dietetico, il tizio con la maschera di ferro sta diventando noioso.

Lunedì, 2 novembre 2020:
Quarto giorno nella Bastiglia: il gatto vede gli spiriti dei condannati che sono già trapassati, il cane si deprime e io racconto storielle divertenti al tizio con la maschera di ferro.

Martedì, 3 novembre 2020:
Quinto giorno nella Bastiglia. Il tizio con la Maschera di Ferro adora le mie storie sui Dpcm di Conte. Lui invece mi ha raccontato di un certo Conte di Saint Germain.

Mercoledì, 4 novembre 2020:
Sesto giorno nella Bastiglia. Ho chiesto al tizio con la maschera di ferro se ha così paura della pandemia da essersi fatto mettere la mascherina di metallo per proteggersi meglio. Mi ha risposto: “Non c’è n’è coviddi.”

Giovedì, 5 novembre 2020:
Settimo giorno nella Bastiglia. Oggi giochiamo a Risiko. Il tizio con la maschera di ferro vuole conquistare il nord Italia. Io gli ho detto che è quasi tutta zona rossa e che se la può tenere, io mi prendo Le Marche e sto.

Venerdì, 6 novembre 2020:
Ottavo giorno nella Bastiglia. Il tizio con la maschera di ferro ha messo un cappellino con scritto: “Make ancien régime great again.”Il cane e il gatto lo stanno snobbando.

Sabato, 7 novembre 2020:
Nono giorno nella Bastiglia. Oggi ho chiesto al tizio con la maschera di ferro che cosa ha provato quando è stato interpretato al cinema da Leonardo DiCaprio. Mi ha risposto: “Sono il re del mondo!”

Domenica, 8 novembre 2020:
Decimo giorno nella Bastiglia. Il tizio con la maschera di ferro ha messo il broncio perché non voglio giocare al gioco dell’oca. Gli ho detto che tanto qui in Francia le oche finiscono tutte male. Allora è andato a giocare col Conte di Cagliostro. Si stanno azzuffando per il colore delle pedine.

Lunedì, 9 novembre 2020:
Decimo giorno nella Bastiglia. Cagliostro dice di poter evadere con una formula magica scritta su di un pezzo di carta. Il tizio con la maschera di ferro pende dalle sue labbra. Non si è accorto che il pezzo di carta è solo un’ennesima autocertificazione.

Martedì, 10 novembre 2020:
Undicesimo giorno nella Bastiglia. La situazione sta degenerando. Il tizio con la maschera di ferro si presta ad esperimenti magico – alchemici di dubbio gusto ad opera di Cagliostro. Stanno cercando di comunicare telepaticamente con Macron per far aprire i negozi almeno per il Black Friday. Disapprovo tutto ciò.

Mercoledì, 11 novembre 2020:
Dodicesimo giorno nella Bastiglia. Oggi hanno insistito per giocare di nuovo a Risiko. Cagliostro dice che con un incantesimo può trasformare le zone rosse in zone arancioni e il tizio con la maschera di ferro gli crede ciecamente. Ho risposto che se mi toccano Le Marche taglio loro le mani.

Giovedì, 12 novembre 2020:
Tredicesimo giorno nella Bastiglia. Oggi si gioca a ‘Strega comanda colore’. Il tizio con la maschera di ferro si sta sovreccitando e Cagliostro insiste per cambiare il nome del gioco in ‘Stregone cambia colore’. Il cane e il gatto stanno disapprovando.

Venerdì, 13 novembre 2020:
Quattordicesimo giorno nella Bastiglia. Macron riaprirà i negozi dal 1 dicembre. Cagliostro afferma che è grazie ai suoi esperimenti magico-psichici di pessimo gusto e il tizio con la maschera di ferro si sta esagitando. Mi hanno messa con degli esaltati.

Sabato, 14 novembre 2020:
Quindicesimo giorno nella Bastiglia. Oggi Voltaire suona con la sua band. La scaletta include ‘Jailhouse rock’, ‘Folsom Prison Blues’ e ‘Man of constant sorrow’.

Domenica, 15 novembre 2020:
Sedicesimo giorno nella Bastiglia. Il tizio con la maschera di ferro vuole unirsi alla band di Voltaire. Cagliostro oggi guarda Law and Order alla TV.

Lunedì, 16 novembre 2020:
Diciassettesimo giorno nella Bastiglia.
È lunedì anche qua dentro.
Passo e chiudo.

Martedì, 17 novembre 2020:
Diciottesimo giorno nella Bastiglia. Mentre Voltaire rampogna tutti quanti sulla vexata quaestio di ‘Le covid’ o ‘La covid’, Cagliostro e il tizio con la maschera di ferro sono arrivati all’ottava stagione di Law and Order.

Mercoledì, 18 novembre 2020:
Diciannovesimo giorno nella Bastiglia. Voltaire delizia tutti con la sua rivisitazione della hit rap anni ’90 ‘Sound of da police’. Cagliostro e il tizio con la maschera di ferro stanno cercando di accaparrarsi delle scarpe della Lidl su eBay attraverso un incantesimo psicologico.

Giovedì, 19 novembre 2020:
Ventesimo giorno nella Bastiglia. Cagliostro e il tizio con la maschera di ferro smesso di guardare Law and Order alla 13esima stagione. Dicono che senza Briscoe non è più la stessa cosa. Voltaire sta rappando su un brano di Charles Aznavour.

Venerdì, 20 novembre 2020:
Ventunesimo giorno nella Bastiglia. Cagliostro dice che il vaccino è stato scoperto grazie a lui. Voltaire e il tizio con la maschera di ferro giocano a Indovina Chi edizione Merovei e Clodovei.

Sabato, 21 novembre 2020:
Ventiduesimo giorno nella Bastiglia. Voltaire sta scrivendo un’opera dal titolo: ‘Il migliore dei lockdown possibili’. Dice che è una critica filosofica agli assunti di Macron, ma per sicurezza prende per i fondelli pure Leibnitz.

Domenica, 22 novembre 2020:
Ventitreesimo giorno nella Bastiglia. Di sotto fanno un festino in maschera ffp2. Il tizio con la maschera di ferro è già pronto per il ballo. Lo ha organizzato un certo Marchese De Sade.

Lunedì, 23 novembre 2020:
Ventiquattresimo giorno nella Bastiglia. I postumi della festa a tema ffp2 si fanno sentire al piano di sotto: un odore di gel disinfettante e di guanti di lattice ha invaso le celle della prigione. Il tizio con la maschera di ferro è un po’ offeso perché qualcuno ha criticato il suo look.

Martedì, 24 novembre 2020:
Venticinquesimo giorno nella Bastiglia. Oggi si gioca a Uno. Cagliostro cerca di dribblare le carte +4 coi suoi poteri psichici. De Sade invece le accetta con gioia masochista.

Mercoledì, 25 novembre 2020:
Ventiseiesimo giorno nella Bastiglia. Stavamo giocando a Shangai quando Voltaire s’è accorto che le asticelle puntute sparivano mano a mano… Cagliostro dice che non c’entra nulla la telepatia e che è colpa di De Sade e delle sue manie. Il tizio con la maschera di ferro ancora non ha capito di che manie si tratti.

Giovedì, 26 novembre 2020:
Ventisettesimo giorno nella Bastiglia. Iniziamo a vedere la luce in fondo al tunnel: sabato riaprono i cancelli per uscite diurne. Voltaire continua a fare dello spirito sul migliore dei lockdown possibili.

Venerdì, 27 novembre 2020:
Ventottesimo giorno nella Bastiglia. Ho chiesto al Marchese de Sade che cosa si prova ad avere una parola coniata sul proprio cognome. Mi ha risposto: ‘Dolore e piacere al tempo stesso.’
Q.e.d.

Sabato, 28 novembre 2020:
Ventinovesimo e ultimo giorno nella Bastiglia. Si aprono i cancelli per uscite diurne. Prima di andare a zonzo, Voltaire mi ha detto: “La carestia, la peste e la guerra sono i tre ingredienti più famosi di questo mondo.” Cagliostro lo ha corretto: “Vecchio parruccone, non si dice più peste ma Covid!” e poi è andato a farsi fare le carte col tizio con la maschera di ferro. De Sade è filato via dal ferramenta.

Starring: Voltaire, Cagliostro, il Marchese De Sade e il tizio con la maschera di ferro.

Mademoiselle Lenormand – sibilla, chiaroveggente e cartomante di Napoleone

Spesso, dietro personaggi storici di calibro e reputazione insormontabili, si celano figure poco conosciute, financo oscure, che li hanno influenzati fatalmente.

È il caso di Mademoiselle Lenormand, sibilla, chiaroveggente e cartomante che guidò i passi di uomini politici come Robespierre e Napoleone. A lei si rifà un celebre mazzo di carte utilizzato molto spesso dai cartomanti per predire gli avvenimenti riguardanti la parte più semplice e ‘quotidiana’ della vita umana: i nuovi vicini saranno simpatici? Andremo d’accordo col nuovo capo? Qualcuno ha rubato dei soldi dalla cassa? L’appuntamento andrà bene o male? Nulla a che vedere con la potenza simbolica e archetipica incarnata dai tarocchi, a cui si è interessato Jung stesso.

Ritratto della Lenormand nel 1802

Dunque, Mademoiselle Lenormand. Chi era costei? Qui va fatta una precisazione: ci sono i fatti, cioè le notizie sulla sua vita raccolte da storici che indagarono su di lei in modo serio e sistematico, e i suoi racconti e diari, in cui si dipinge con colori vivaci e si attribuisce gesta mirabili. Nata ad Alençon nel 1768 (a suo dire 1772, ma i tentativi di ringiovanirsi sono un peccato che commettiamo tutti…), rimase orfana molto presto, all’età di cinque anni, ed entrò così in un collegio di suore benedettine, come avveniva alle bambine rimaste senza genitori. Dicono che, quando aveva sette anni, predisse la caduta di una delle sorelle del convento e che, sebbene il fatto fosse avvenuto davvero, la cosa le causò una marea di guai con le religiose, le quali le fecero scontare una dura punizione.

Arrivò a Parigi da giovane, tra il 1790, data da lei affermata, e il 1793, anno riscontrato dalle ricerche. Diceva di aver sin da subito frequentato i salotti bene della società, ma sembra che abbia svolto inizialmente lavori molto umili, come la lavandaia. La si può davvero biasimare per aver truccato e abbellito la propria vita? Chi, stando al suo posto, non avrebbe cercato di crearsi un’aura ed un passato migliori?

Mlle Lenormand apprese la cartomanzia, dicunt, sui tarocchi di Etteilla (a proposito di questa figura De amore gallico pubblicherà presto un articolo) da una signora chiamata Madame Gilbert. Questo dato è assai misterioso o una magica coincidenza, visto che sembra che il cognome da nubile di sua madre fosse proprio Gilbert. Pare comunque che Mlle Lenormand non si sia limitata solo alla cartomanzia, ma che avesse esteso il suo campo di conoscenze anche alla chiromanzia, alla negromanzia e all’astrologia.

Giuseppina imperatrice con i gioielli disegnati dal grande Nitot

Sebbene quest’attività di pitonessa fosse considerata illegale in Francia, al tempo, ella si guadagnò presto una certa fama e attirò clienti provenienti da diverse classi sociali: gente del popolo, ma anche borghesi ed infine nobili. Durante la rivoluzione pare che abbia consigliato figure quali Marat, Robespierre e perfino Saint-Just. Tuttavia la svolta definitiva avvenne quando una bellezza creola dai denti guasti, i modi frivoli, vedova con due figli e in procinto di sposarsi con un generale andò a trovarla per avvalersi delle sue capacità mantiche. Quella donna esotica era una tale Marie-Josèphe-Rose Tascher de La Pagerie, vedova Beauharnais, futura moglie del generale Bonaparte. Napoleone, dal canto suo, pare che sia stato sovente spinto dalla moglie a consultare le carte attraverso la sibilla, sebbene egli stesso non facesse affidamento su queste cose e vedesse con sospetto l’influenza che la veggente esercitava sulla sua preziosissima, amatissima moglie.

Altre fonti dicono che Giuseppina Bonaparte e Mlle Lenormand si siano incontrate in carcere quando il Regime del Terrore aveva fatto arrestare Giuseppina e il primo marito, Beauharnais, e la profetessa vi si trovava per una delle sue numerose capatine punitive, perché, come dicevamo, al tempo la sua attività era illegale e spesso le cartomanti venivano pizzicate dalle autorità e spedite al fresco per brevi periodi.

Il successo della Lenormand, comunque, una volta divenuta celebre grazie ai Bonaparte, fu inevitabile: andare a farsi tirare le carte da lei era diventato quello che al giorno d’oggi viene chiamato un must. La sua fama di Sibilla dei Salotti attraversò addirittura i confini nazionali e divenne in tutto e per tutto la pitonessa più famosa d’Europa e una delle più conosciute della storia. Anche Talleyrand, il ministro francese che dovette gestire la spinosissima situazione in cui la Francia si ritrovò al Congresso di Vienna, fece appello alle capacità mantiche di Mlle Lenormand.

Alcune carte del mazzo storico Lenormand

Da un punto di vista ‘tecnico’, pare che la donna predicesse il futuro usando, molto semplicemente, il mazzo di carte francesi, quello da Scala Quaranta, per intenderci, e non i tarocchi mistici e misteriosi che altri veggenti hanno prediletto. E va anche detto, quindi, che il mazzo oggi conosciuto come ‘Sibilla Lenormand’ non è altro che l’evoluzione di un giuoco di carte precedente, chiamato ‘Della Speranza’: il bouquet, l’anello, la torre, le nuvole… non hanno nulla a che vedere con la sibilla di Napoleone, ma li dobbiamo all’editore storico delle carte francesi Grimaud.

Tornando alla vicenda terrena della donna, la copertura legale che Mlle Lenormand usava per la sua attività era quella di ‘libraia’, a rue de Tournon, ma spesso spie e soffiate la denunciarono alle autorità, col risultato che la sibilla si vide obbligata a qualche andirivieni tra il suo domicilio e le patrie galere. Tanto era il traffico di gente illustre che veniva a chiederle responsi, che una vita siffatta non poteva esser perduta nelle nebbie del tempo. Fu così che Mlle Lenormand iniziò a redigere le sue memorie, a cui è possibile far riferimento, certo, ma su cui non si può fare affidamento, come abbiamo già detto.

La sua vita continuò tra vaticini, oroscopi, personaggi illustri, mémoirs, andirivieni in prigione fino al 1843, quando si spense, il 25 giugno, lasciando dietro di lei un’eredità cospicua sia dal punto di vista economico, per i suoi nipoti (non ebbe figli, ma lasciò il suo patrimonio ai figli dei fratelli), sia in mistero e mitologia, per tutti noi che siamo ancora qui a leggere la sua verità e le sue presunte gesta.

Per chi volesse andarla a trovare, Mlle Lenormand si trova ancora a Parigi, la città che l’ha resa famosa, in una tomba situata nella terza divisione del cimitero Père Lachaise.

Il mistero del punzecchiatore di sederi di Parigi

Parigi, anno 1819. Mentre, nelle pagine di Hugo, Jean Valjean è da qualche tempo uscito di prigione e vive come cittadino rispettabile sotto lo pseudonimo di Monsieur Madeleine, le giovani di buona famiglia tra i quindici e i vent’anni che passeggiano per la capitale sono le vittime del famigerato ‘piqueur de fesses de Paris‘.

Tra l’agosto e il dicembre del 1819, infatti, almeno quattrocento donne (ma anche qualche uomo!) affermarono di essere state subdolamente aggredite da qualcuno con un ago o uno spillone ben appuntito o comunque un oggetto aguzzo posto con molta probabilità sulla punta di un bastone da passeggio.

Immagine satirica (e puramente inventata) che raffigura due piccatori nell’atto di aggredire tre giovani parigine

Le aggressioni sembravano avvenire indiscriminatamente di giorno e di notte: il misterioso piccatore affondava la punta acuminata di questo oggetto non meglio identificato nei sederi, nelle cosce, nei petti o anche nelle braccia della malcapitata che gli si era trovata a tiro.

La voce corse in ogni parte della Francia e, come spesso accade, il pettegolezzo gonfiò i fatti talmente tanto che furono divulgate addirittura fandonie come l’avvelenamento e la morte delle giovani ‘piccate’. Tuttavia il piccatore di Parigi ebbe emuli in tutto il paese, fino a Marsiglia, Bordeaux, Lione e Calais. Pare addirittura che la fama di costui fosse giunta fino in Belgio, dove qualcuno si affrettò a rendergli omaggio replicandone le gesta sulle giovani belghe.

In poche parole era nata una nuova categoria di criminali, i piqueurs, i piccatori. Nel dicembre 1819 la polizia parigina diede alla stampa un comunicato in cui si diceva che:

Un particulier dont on n’a pu se procurer le signalement que d’une manière imparfaite, se fait, depuis quelques temps, un plaisir cruel de piquer par derrière, soit avec un poinçon, soit avec une aiguille fixée au bout d’une canne ou d’un parapluie, les jeunes personnes de quinze à vingt ans que le hasard lui fait rencontrer dans les rues.

Le dame provano i para-fondoschiena

Fu istituita una task-force ante litteram, specialmente dedicata all’indagine sui piqueurs. La pruriginosa natura di questi fatti delittuosi portò i giornali dell’epoca a divulgare immagini satiriche molto divertenti, in cui erano raffigurati anche i fabbri e gli artigiani che, con grande spirito imprenditoriale, cavalcarono l’onda di paura generata dal piqueur mettendosi a produrre ‘para-sederi’ in metallo, delle vere e proprie armature per il fondoschiena delle signore. Ricordiamo inoltre che nel 1819 la moda femminile stava cambiando e che le crinoline, che tutte sole avrebbero potuto fungere da protezione, avevano già lasciato posto agli abiti in stile impero, più attillati lungo il corpo, con la vita alta, appena sotto il seno.

Les gendarmes indagano sulle aggressioni. Notare la moda delle dame, vestite con abiti in stile impero

La vicenda ebbe un tornante nell’arresto di un sarto di trentacinque anni, Bizeul. Non fu preso con ‘le mani nel sacco’, per così dire, e con molta probabilità fu un capro espiatorio, la persona a cui, attraverso un processo sommario si rimproverò di essere questo delinquente erotomane con una perversione legata agli aghi, ai petti e ai sederi. Gli fu comminata una multa di 500 franchi dell’epoca e poi venne condannato a ben cinque anni di galera.

Fabbro alle prese col parasedere

Fu davvero lui? Chi lo sa. Gli attacchi continuarono, sporadicamente, anche dopo il suo arresto, ma il piqueur, o i piqueurs, ebbe talmente tanta notorietà ed così tanti emuli in tutto il paese che ogni conclusione, oggi, potrebbe esser quella sbagliata.

Cavalier d’Eon, l’Orlando francese

Nigel Nicolson definì il romanzo ‘Orlando’ come ‘la più lunga e incantevole lettera d’amore mai scritta’.

Ne sapeva qualcosa, lui, giacché ‘Orlando’ fu scritto da Virginia Woolf per Vita Sackville-West, la quale altri non era che sua madre. Le due scrittrici e intellettuali inglesi del secolo scorso vissero una storia d’amore molto intensa negli anni ’20 e ‘Orlando’ può essere considerato il frutto, il figlio di questo loro amore.

Locandina del film tratto dal romanzo ‘Orlando’, regia di Sally Potter, con Tilda Swinton nei panni del/la protagonista

Chi è Orlando? Un uomo, una donna, è un giovane che vive alla corte della regina Elisabetta I, è una scrittrice innamorata di un lord. Orlando cambia sesso a seguito di un lungo sonno durato una settimana, mentre si trova come ambasciatore in oriente. Vive durante quattro secoli, senza invecchiare, figura che trascorre il mondo e il tempo, eterea e diafana.

Proprio ad Orlando fa pensare il personaggio del Cavaliere d’Eon. Chi era costui?

Vissuto tra il 1728 e il 1810, fu un diplomatico, una spia, uno spadaccino, uno scrittore. Davvero un essere politropo, dal ‘multiforme ingegno’. Ma la cosa che più è avvolta nel mistero e che lo ha quindi fatto passare alla storia è… il suo sesso: uomo o donna?

Charles-Geneviève-Louis-Auguste-André-Thimothée d’Eon de Beaumont nacque a Tonnerre da una famiglia della bassa nobiltà – alta borghesia. Il padre discendeva da una dinastia avvocatesca seminobile, la madre era figlia di un burocrate dell’esercito. Un perfetto mélange di sangue scorreva nelle vene di questo enigmatico personaggio, rendendolo un po’ l’emblema dell’homo novus settecentesco: una figura che sapesse incarnare al contempo la tradizione e la modernità, la storia e i lumi. Non stupisce, dunque, il fatto che fu anche un membro di quell’organismo occulto tra i principali attori della rivoluzione francese: la massoneria.

Esiste effettivamente una biografia di questo personaggio. Fu redatta da tale la Fortelle e potete trovarla qui. La veridicità di quanto vi è affermato è, naturalmente, assai dubbia. Nondimeno costituisce un interessante racconto! Pare che nacque femmina ma che fu cresciuto ed educato come un maschietto perché il padre potesse ereditare la fortuna di famiglia (l’avere un erede maschio fosse la conditio sine qua non). Altrove si legge che d’Eon nacque completamente coperto di membrana fetale, rendendo impossibile il riconoscimento immediato del suo sesso. In altri libri ancora, come la biografia scritta da Gaillardet e che potete consultare qui, si dice che i testimoni della sua nascita, ovvero il dottore e la sage femme, giurarono che si trattava di un maschietto. Insomma, è normale che lo giurassero, se il padre di d’Eon aveva loro promesso una lauta ricompensa, una volta ottenuti i beni di famiglia! Ma lasciamo perdere…

A scuola, il giovane eccelse nelle lingue e dimostrò di avere una memoria prodigiosa. Grande spadaccino, uno dei migliori di Francia, era dotato anche nell’equitazione. Divenuto avvocato, come da tradizione di famiglia, dapprima praticò la professione a Parigi, per poi divenire censore. Era lui a dare l’imprimatur ai testi che trattavano di storia e di letteratura. Nel frattempo creò attorno a se stesso una rete di contatti e di rapporti molto utili ed altolocati, dimostrando grande sapienza in quelle che oggi definiremmo ‘pubbliche relazioni’.

La sua carriera avanzò velocemente: nel 1756, fu spia per conto della società ‘Le Secret du Roi’, che lavorava per il re Luigi XV. Il sovrano lo inviò in gran secreto a trattare per suo conto con la zarina Elisabetta, per tastare il terreno e preparare un’alleanza antiasburgica.

Sembra che il d’Eon sia riuscito ad incontrare in privato la zarina e a discutere con lei usando un semplice espediente: vestendosi da donna ed impersonando Lia de Beaumont, damigella di compagnia e lettrice personale di Elisabetta I di Russia. Questo escamotage non fu casuale. Pare infatti che d’Eon fu assoldato come agente segreto da Luigi XV in persona, il quale, in occasione di un ballo in maschera, fu sedotto da una fanciulla estremamente graziosa che altri non era se non il d’Eon stesso, ma en travesti.

Tornato in Francia nel 1761, prese parte alla guerra dei sette anni come capitano dei dragoni. Il suo coraggio sul campo di battaglia, benché il suo intervento si fosse limitato alle ultimissime fasi, gli valse anche un riconoscimento molto importante: la Croce di San Luigi. Ciò gli fruttò il cavalierato: era nato le Chevalier d’Eon.

Il nuovo capitolo della sua vita si sarebbe svolto in Inghilterra, a Londra, dove lavorò come segretario dell’ambasciatore e come spia: al tempo Luigi XV voleva invadere l’Inghilterra e d’Eon aveva molti documenti e corrispondenze segrete riguardo questo progetto segretissimo.
Divenne poi lui stesso ambasciatore ad interim poiché il suo superiore dovette ritornare in Francia per ragioni di salute. Ecco che il d’Eon aveva raggiunto l’apogeo, l’apice della sua carriera. Da quel momento iniziò la caduta in disgrazia, lenta, graduale, che lo portò fino all’indigenza e alla carcerazione per debiti. La sua vita come ambasciatore fu costellata di successo, lusso, ricchezza, relazioni utili e contatti di prestigio. Feste, eleganza, eccessi… regalava vino di Borgogna, era popolare, ben visto, apprezzato, desiderato. Ma dilapidò in breve tempo il budget dell’ambasciata e, alla sua richiesta di aumentare il plafond, gli fu risposto un secco no.

Un nuovo ambasciatore fu mandato a Londra, allora, e il d’Eon fu declassato e posto in una posizione di minor prestigio. Iniziò a sospettare che il nuovo arrivato lo volesse avvelenare e rubargli i piani segreti che riguardavano la sua missione come spia per conto del re Luigi XV e gli incartamenti sul progetto di invadere l’Inghilterra, piano che il sovrano francese aveva nel frattempo abbandonato. Il fatto che d’Eon li tenesse segreti e che non li abbia mai pubblicati, forse, è stato ciò che gli ha salvato la pelle anche nei momenti peggiori, quando era diventato ormai un personaggio scomodo.

In effetti i rovesci di fortuna del d’Eon nella seconda parte della sua vita sono abbastanza complessi da seguire. Cadde in disgrazia presso la corte londinese così come a quella francese e gli fu garantita dal re di Francia una pensione che non fu bastevole a tenerlo fuori dalle galere d’Albione. Finì dentro per debiti e, per mantenersi e non sacrificare la sua preziosissima biblioteca, composta di libri rari e preziosi e costituita con sacrificio e dedizione per lunghi anni, fu costretto a fare affidamento alle sue sole forze. Mise a frutto il suo proverbiale talento di spadaccino e si diede a duelli a pagamento e tornei di scherma. Vinse la quasi totalità delle competizioni, nonostante l’età che avanzava e gli ingombranti vestiti femminili che gli impedivano movimenti fluidi ed efficaci.

Sì, perché arrivato ad un certo punto della sua vita, il d’Eon volle essere pubblicamente riconosciuto come la d’Eon. Pretese che il governo legittimasse il suo cambio di sesso e al mondo si presentò sempre e solo vestito da donna.

Di fatto il re non aveva nulla da obiettare in proposito, anzi, gli diede pure una somma per finanziare il suo nuovo guardaroba da donna. La d’Eon dunque, ormai in pensione e dedita solo ai duelli e ai tornei di scherma, decise di andare a vivere con una vedova, tale Mrs Cole, e trascorse il resto della sua esistenza portando sottane e crinoline, vivendo felicemente la sua nuova identità fino alla morte, avvenuta nel 1810 a Londra. I medici che esaminarono la salma trovarono degli organi genitali maschili perfettamente sviluppati, sebbene un pomo d’Adamo poco prominente, la mancanza di barba e la figura minuta possano far pensare, oggi, alla sindrome di Kallman o ad altre condizioni affini.

Proprio dalla figura del Cavaliere d’Eon nasce il termine éonisme, nella lingua francese, che designa il desiderio che provano alcuni uomini di vestirsi da donne ed interagire con la società assumendo atteggiamenti tipici del genere femminile.

E se questa storia vi ha fatto pensare anche ad un altro personaggio un po’ più pop e nipponico nonostante i biondi capelli ricci e gli scintillanti occhi azzurri, non vi state sbagliando. Lady Oscar, la rosa di Versailles, è in effetti ispirata al personaggio del Cavaliere d’Eon.

Un classico dell’animazione giapponese che ha fatto ripassare la rivoluzione francese a tanti studenti pigri ma appassionati di manga e anime.

L’incendio del Bazar de la Charité di Parigi

Gli appassionati di period drama, ovvero di serie televisive a sfondo storico, non si saranno certamente persi una produzione TF1 e Netflix che sta avendo un gran successo in Francia, ‘Le Bazar de la Charité’. La serie tratta della vita di tre donne appartenenti a ceti sociali diversi nella Parigi di fin de siècle e le cui esistenze sono stravolte dal terribile incendio del Bazar de la Charité.

Al di là della sceneggiatura e delle storie dei personaggi, il fatto storico da cui la trama del telefilm prende le mosse è molto interessante e vale la pena raccontarlo ai lettori di De amore gallico.

Il Bazar de la Charité di Parigi, fondato nel 1885, era una sorta di grande fiera delle associazioni di beneficenza che allestivano stand, spettacoli, mostre e bancarelle per raccogliere denaro e finanziare le cause che sostenevano. Era un appuntamento annuale delle opere pie, nonché una vetrina per l’alta società, per le famiglie dei politici che stavano conducendo campagne e che desideravano essere riconosciuti per la loro generosità. Non stupisce che fossero in prevalenza donne, dunque, sia le organizzatrici, sia il pubblico a cui una simile manifestazione era indirizzata.

L’edizione del Bazar che più ci interessa è quella del 1897. Quell’anno la decisione fu di organizzare la fiera seguendo il tema ‘Parigi nel medioevo’ e di installarla nell’ottavo arrondissement, a rue Jean Goujon, dove sorgeva un grande capannone in legno, ampio abbastanza da ospitare una simile manifestazione: più di mille metri quadrati in cui sarebbe stata riprodotta, grazie a scenografie teatrali e oggetti di scena, una strada che avrebbero potuto percorrere Quasimodo ed Esmeralda nel 1482.

Oltre a ciò, il Bazar offriva agli avventori anche un’attrazione nuova e meravigliosa, qualcosa che al tempo veniva considerato ancora un passatempo da fiera paesana, ma che poi divenne nientemeno che la settima arte e una delle maggiori industrie del mondo: il cinematografo.

Un fotogramma del celebre corto dei Fratelli Lumière ‘Il treno che arriva alla stazione de La Ciotat’

Chi ha ancora nelle orecchie la colonna sonora di “Nuovo cinema Paradiso”, sa che, fino a pochi decenni fa, le pellicole ed il materiale di proiezione erano tra le cose più infiammabili al mondo. Figuriamoci nel 1897, quando i Fratelli Lumière avevano da poco girato il film del treno che arriva alla stazione di La Ciotat, vicino Marsiglia, e i macchinari funzionavano ad etere e ossigeno. Pare che i due addetti alle manovre tecniche del cinematografo del Bazar, Monsieur Normandin e Monsieur Bagrachow, si fossero lamentati delle dimensioni ridotte dello spazio a loro dedicato: non avevano abbastanza posto per muoversi agevolmente e per posare i bidoni con il materiale ed erano separati dalla sala di proiezione solo per mezzo di una tenda. Ma insomma, ecco come andarono le cose:

il 4 maggio 1897, il secondo giorno della fiera, che avrebbe dovuto durarne quattro, verso le ore 16.15, la lampada di proiezione aveva esaurito la riserva di etere che andava dunque rifornito. Normandin chiese all’assistente Bagrachow di fargli un po’ di luce per poter vedere bene. Bagrachow, invece di scostare la tenda che separava il loro spazio tecnico dal resto della sala, commise un errore fatale: accese un fiammifero. La fiammella incendiò i vapori di etere che si sprigionavano dall’apparecchio. In poco tempo la tenda prese fuoco e le fiamme si propagarono velocemente, anche perché la struttura era completamente fatta di legno.

In quegli istanti, all’interno del capannone, provvisto di due sole porte di accesso e di uscita, erano presenti circa 1200 persone.

Il panico si diffuse, le persone cercavano disperatamente di uscire dalla fiera, accalcandosi verso le porte. Molti caddero e furono schiacciati dalla folla pressante, col risultato che una delle due porte fu presto bloccata dai cadaveri.

Alcuni tentarono di uscire dall’edificio in fiamme attraversando la corte posteriore e volgendosi verso le costruzioni adiacenti, ovvero la tipografia del giornale ‘La Croix’, tuttora vivo e vegeto, e l’Hôtel du Palais. In meno di un quarto d’ora tutto bruciò, tutto arse, tutto si consumò e persero la vita più di centoventi persone.

Immagine d’epoca che raffigura le operazioni di recupero dei cadaveri dopo l’incendio del Bazar de la Charité del 1897

Tra le vittime si ricorda la Duchessa d’Alençon, Sofia Carlotta di Baviera, sorella dell’Imperatrice Sissi, il cui cadavere carbonizzato fu riconosciuto nientemeno che dal suo dentista personale, Monsieur Davenport, il quale individuò nella dentatura la presenza di un ponte in oro che lui stesso aveva installato alla nobildonna. L’odontostomatologia forense, in effetti, ebbe grande importanza nei penosissimi momenti che seguirono la tragedia, quando i familiari delle vittime dovettero rendersi al Palais de l’Industrie, trasformato in obitorio, per riconoscere i resti carbonizzati delle vittime, 126 in totale, di cui 118 donne.

Vi sono delle testimonianze di sopravvissute molto toccanti, come ad esempio questa che potete ascoltare qui: una donna, all’epoca dei fatti bambina, ha raccontato i suoi ricordi in un’intervista del 1956.

Ovviamente ci furono un’inchiesta ed un processo. Ecco qualche estratto degli atti processuali che furono pubblicati su alcuni numeri del gazzettino giuridico e politico tra il Maggio e l’Agosto di quell’anno, in cui si parla del destino dei due tecnici del cinematografo che fecero divampare il tragico incendio:

Bagrachow, di fatto, non scontò mai nessuna pena perché durante la tragedia dimostrò eroismo e coraggio e salvò tantissime persone dirigendo al meglio delle sue capacità le operazioni di evacuazione. Negli anni seguenti si diede anche ad esperimenti e ricerca per migliorare la sicurezza dei macchinari di proiezione. Come spesso accade, infatti, le tragedie sono l’input perché il progresso tecnico, scientifico e di prassi porti a protocolli di sicurezza efficaci, garanzia che disastri come quelli del Bazar de la Charité o dell’affondamento del Titanic non si ripetano più.

Sul luogo dell’incendio sorge ora la Chapelle Notre-Dame-de-Consolation, edificata nel 1900 in stile neo-barocco e dedicata alle vittime delle fiamme, mentre al cimitero Père Lachaise si può vedere anche un monumento in ricordo dei caduti che non furono identificati.

La serie televisiva di TF1, a mio avviso, non è fatta molto bene ed è poco accurata nei dettagli, nonché mal interpretata (sia chiaro che questa non è altro che la mia opinione), tuttavia le va riconosciuto un pregio: quello di aver portato sullo schermo il dramma dell’incendio del Bazar de la Charité e di aver stimolato la curiosità storica di molti spettatori, tra cui la mia.

Se volete approfondire potete visitare il sito ufficiale dell’associazione delle vittime del Bazar de la Charité, i cui discendenti si occupano di mantenere vivo il ricordo della tragedia come monito per le generazioni future.

I Cafés maudits parigini: dimenticate il Moulin Rouge… benvenuti all’inferno!

Ah, Parigi! Una foto al Moulin Rouge, una sbirciata di qua e di là a Montmartre, un’occhiata alle Folies Bergères e magari un souvenir coquin da Pigalle, perché, anche se si è già stati ad Amsterdam e si sono viste le famose vetrine e i peep show, niente può competere con la classe del quartiere a luci rosse della ville lumière! Ma che mi dite dei cafès maudits?

Prima che andiate a sfogliare febbrilmente la vostra guida Lonely Planet alla ricerca di questi cabaret, lasciate che vi rassicuri, non li troverete. La ragione è assai semplice: non esistono più. E se vi dico perché, piangerete con me: il Cabaret de l’Enfer ed il suo speculare Cabaret du Ciel furono demoliti negli anni ’50 per far spazio al supermercato Monoprix. Sorgevano su Boulevard de Clichy, la via sulla quale sbucate quando uscite dalla fermata del metro Pigalle ed entrambi nacquero dalla fantasia di un uomo chiamato Antonin Alexandre.

Les deux cabarets

Per entrare ne l’Enfer, ci si doveva avventurare nella bocca del leviatano: la porta d’entrata, infatti, era foggiata a guisa di fauci del pesce-cane biblico, melvilliano e pinocchiesco. Ecco una foto per voi, pescata dal web e ricavata, evidentemente, da una cartolina d’epoca:

Come si può leggere nella didascalia, era un “café artistique“: aperto nel 1892, fu uno dei primi locali a tema, in cui il proprietario offriva un’atmosfera e un intrattenimento circoscritti ad un argomento ben specifico. Trucchi di magia, personale mascherato, statue di dannati in preda alle più tremende pene, diavoli acrobati sospesi su trapezi attaccati al soffitto, diavolesse accompagnate da fiamme e fuochi… al cabaret infernale si era accolti da Mefistofele in persona, che offriva un assaggio di quello che si sarebbe trovato nel suo Regno se, una volta deceduti, la propria anima fosse stata condannata alla dannazione eterna. La musica doveva essere in accordo con la spaventosa atmosfera del locale e così il menù a disposizione degli avventori.

Saint Pierre

Accanto, nel Cabaret du Ciel, erano San Pietro o un sacerdote che fungevano da maestri di cerimonia, accogliendo gli ospiti tra angeli, cherubini, spruzzi d’acqua “benedetta”, quadri viventi di paradisiaca beatitudine, mise en scène di passi del Paradiso dantesco, il tutto accompagnato da celestiale musica d’arpa. Ca va sans dire che molti dei numeri delle esibizioni paradisiache includevano ballerine e ballerini molto belli e (s)vestiti in modo provocante.

I café furono spostati di qualche numero civico – dal 34 al 53 – pochi anni dopo la loro apertura, e al 53 rimasero fino alla sventurata fine che la grande distribuzione fece loro fare. Nel vecchio emplacement, un concorrente di Antonin Alexandre, tale Roger, affiancato dall’illusionista Dorville, aprì un altro cabaret a tema, chiamato il Cabaret du Néant, assai più sinistro, molto meno goliardico degli altri due. Il personale era vestito da croque-mort o da scheletro, i tavoli erano delle bare, i candelieri fatti con ossa umane (sic!), i calici in cui si potevano consumare le bevande (devo proprio specificare che si trattava di assenzio?) avevano forma di cranio, gli spettacoli di illusionismo erano paurosi, e, sembra, molto ben fatti. Il locale fu addirittura citato in riviste scientifiche per l’alto livello di un effetto illusorio chiamato fantasma di Pepper.

Ora che siete venuti a conoscenza dell’esistenza di questi tre locali niente male, il Mouin Rouge vi sembra noioso, vero?

Per approfondire:
F Is for France: A Curious Cabinet of French Wonders, di Marie Eatwell;
The awesomely insane Heaven and Hell nightclubs of 1890s Paris;
Bohemian Paris of to-day, di W.C. Morrow;
Chronicles of Old Paris: Exploring the Historic City of Light, di John Baxter;
Il sempre favoloso sito Bizzarro Bazar!

Le foto appartengono ai legittimi proprietari.

Pillola: la questione della restituzione parte 3 e l’anniversario della morte di Leonardo

Oggi Sergio Mattarella ed Emmanuel Macron si sono incontrati in occasione dell’anniversario della morte di Leonardo da Vinci, il più sublime intelletto, il più abbagliante astro, il più politropo essere umano che abbia mai visto la luce dai tempi di Odisseo.

L’incontro è avvenuto nel castello di Amboise, sulla Loira, dove riposano quelli che sono comunemente accettati come i resti di Leonardo. L’appuntamento tra i due capi dello stato può anche essere inteso come un tentativo di ricucire i rapporti diplomatici tra i nostri due paesi, che negli ultimi mesi si sono comportati come se fossero ai due estremi di una corda per il tiro alla fune.

In ogni caso il 2019 è l’annus Leonardi, c’è poco da dire. Da Firenze a Milano, da Roma a Parigi, ovunque il Maestro abbia soggiornato si organizzano mostre ed eventi di varia natura che ne celebrano la grandezza e l’unicità.

Già, Parigi… c’è un posto, a Parigi, che è pieno da scoppiare di opere leonardesche. Pare sia stato l’antico palazzo dei reali di Francia, poi qualcuno ha avuto la balzana idea di trasformarlo in un museo e di piantarci nel mezzo una piramide di vetro… lo hanno infarcito di meraviglie italiane, una marea di opere d’arte che, chissà come, qualcuno ci ha arrubbato e ha portato bellamente fino all’antica Lutetia.

Quel qualcuno mi pare si chiamasse… Pantaleone… no, ah, ecco, si chiamava Napoleone, e alle sue prodezze ladresche, alle sue scorribande da filibustiere in Europa è dedicata una pagina di Wikipedia intitolata nientemeno che furti napoleonici.

Roba da matti!

Uno dei dipinti di Leonardo custoditi al Louvre: San Giovanni Battista, a cui io assomiglio.

Pillola: “Crolla il tempo delle cattedrali”

Tous les yeux s’étaient levés vers le haut de l’église. Ce qu’ils voyaient était extraordinaire. Sur le sommet de la galerie la plus élevée, plus haut que la rosace centrale, il y avait une grande flamme qui montait entre les deux clochers avec des tourbillons d’étincelles, une grande flamme désordonnée et furieuse dont le vent emportait par moments un lambeau dans la fumée. Au-dessous de cette flamme, au-dessous de la sombre balustrade à trèfles de braise, deux gouttières en gueules de monstres vomissaient sans relâche cette pluie ardente qui détachait son ruissellement argenté sur les ténèbres de la façade inférieure.

Tutti gli occhi si erano alzati verso il sommo della chiesa, ciò che vedevano era straordinario. In cima alla galleria più elevata, più in alto del rosone centrale, c’era una grande fiamma che montava tra i due campanili, con turbini di scintille, una grande fiamma disordinata e furiosa di cui il vento a tratti portava via un limbo nel fumo. Sotto quella fiamma, sotto la cupa balaustrata a trifogli arroventati, due doccioni foggiati a forma di fauci di mostri vomitavano senza sosta quella pioggia ardente, l’argenteo getto della quale spiccava sulle tenebre della facciata inferiore.

Victor Hugo “Notre-Dame de Paris”