Maitresses illustri: la storia delle amanti dei re di Francia – parte 3

Eccoci arrivati al terzo e penultimo capitolo sulle amanti illustri dei re di Francia, un viaggio indiscreto nelle alcove dei sovrani fino alla Rivoluzione.

Siamo alla fine del regno di Enrico di Navarra l’ugonotto, colui che mise fine alle guerre di religione convertendosi al cattolicesimo, sposando la principessa Margot eccetera eccetera. Dalla seconda moglie, Maria de’ Medici (la seconda italiana a salir sul trono di Francia), ebbe diversi discendenti, tra i quali spicca il Delfino di Francia, Luigi, che sarebbe diventato re col nome di Luigi XIII, il Giusto. Se vi pare di conoscerlo un po’, non vi state sbagliando: compare infatti ne ‘I tre moschettieri’, romanzo in cui fa la figura dello scemo cornuto, poiché la moglie, Anna d’Austria, ha intessuto una liason con il Duca di Buckingham, al quale ha donato i famosi ‘puntali di diamanti’. Il re s’appoggia moralmente e politicamente al Gran Cardinale Richelieu, arcinemico – insieme alla sua accolita Milady – dei nostri amati eroi Athos, Porthos, Aramis e D’Artagnan.

La figura di Luigi XIII è un po’ controversa per quel che riguarda la sua relazione con le donne. Era un uomo pio e devoto e sembra aver aborrito le mollezze tipiche delle corti reali. Nondimeno la storia ha registrato due amanti che hanno diviso il talamo del re con la consorte Anna: Marie de Hautefort e Louise de LaFayette.

Marie de Hautefort

La figura di Marie è estremamente interessante: soprannominata ‘L’aurore’, ella fu dapprima fille d’honneur della regina madre. Bionda, educata, altera, quando era di cattivo umore sembra che fosse una vera e propria peste. Divenne dama di compagnia della regina Anna per volere del re, che cacciò dalla corte Madame de Fargis, la quale ricopriva quel ruolo ed era sospettata di agire come spia per conto degli spagnoli. Durante questo periodo tra i due sembra essere nato una sorta di idillio, di intimità, tanto che, nei momenti di malumore di Marie, il re la chiamava ‘La créature’. Alcuni storiografi dicono che la relazione tra il re e Marie fosse del tutto platonica, altri invece affermano che consumassero anche carnalmente il loro amore. Una cosa è certa: quale che fosse la natura della relazione tra il sovrano e la cortigiana, il re non aveva fatto i conti con un’eventualità che avrebbe potuto mettergli i bastoni tra le ruote, come effettivamente accadde.

Louis XIII in un dipinto di Champaigne conservato al Louvre

La regina Anna, infatti, che non nutriva gelosia alcuna nei confronti del consorte, e la giovane Marie divennero grandi amiche. Marie fu alleata e complice della sovrana, riuscendo ad evitarle dei guai seri quando una lettera di Anna destinata alla Spagna fu intercettata dal cardinale Richelieu: la giovane dama si travestì da uomo, penetrò nella Bastiglia dove era stato incarcerato il portalettere, riuscì a consegnargli una missiva della regina contenente la versione dei fatti che andava data alle autorità dell’interrogatorio e tutto l’intrigo fu salvo, il portalettere e la regina scagionati da ogni accusa. Ma il re, che aveva scoperto la lealtà totale di Marie alla moglie, decise di interrompere il rapporto romantico con la De Hautefort, passando ad un amoretto con Louise de LaFayette. La liason con quest’ultima durò fino a che la donna non decise di prendere i voti. Fu allora che il re tornò da Marie, per poi morire nel 1643.

Marie de Hautefort fu esiliata dalla corte: i tempi e la fortuna erano cambiati. Il giovane delfino, il futuro Luigi XIV, trascorse l’infanzia e la giovinezza sotto la reggenza di sua madre e del Cardinale Mazarin. Marie si sposò col duca e maresciallo di Francia Charles de Schomberg, col quale visse in estrema neutralità durante tutto il periodo della Fronda. Dopo dieci anni di matrimonio, il duca morì, lasciando Marie vedova a Parigi, dove prese a frequentare i salotti più esclusivi e dove ritornò nelle grazie della regina Anna, la quale ne lasciò un ricordo pieno di affetto nella lettera testamento destinata al figlio, Luigi XIV. Il Re Sole, dal canto suo, fu sempre affezionato a questa nobildonna che tanto aveva fatto per sua madre.

Il Re Sole in uno dei ritratti più famosi

Arriviamo quindi al grande, mitologico, leggendario, irripetibile Re Sole, il pazzo visionario che fece costruire Versailles, l’accentratore, l’uomo di guerra e di etichetta, il re che cambiò le sorti della Francia con la politica assolutistica e il lunghissimo regno. Il suo letto era una piazza parecchio trafficata. Andiamo dritti al punto e facciamo l’elenco delle dames di cui parleremo: la prima è Enrichetta Anna d’Inghilterra, poi c’è la Duchessa de la Vallière, seguta dalla Duchessa di Montespan. Viene poi la Duchessa de Fontanges che lascia il posto successivamente alla Marchesa di Maintenon. Menzione speciale alle due italiane, le sorelle Mancini, nipoti di Mazarino note come Les Mazarinettes, che incantarono il Re Sole.

Louise de la Vallière iniziò la sua carriera di nobildonna come damina di compagnia delle cugine del Re Sole (le figlie di Gaston, fratello di Luigi XIII) presso il castello di Blois. Affetta da zoppia sin da piccola, questo difetto non toglieva nemmeno un grammo di bellezza alla giovane, la quale aveva la pelle di straordinario candore, gli occhi cerulei e i capelli di un biondo chiarissimo. Da Blois passò poi alla corte di Fontainbleau, presso la cognata del re, Enrichetta Anna d’Inghilterra.

Louise de la Vallière

Costei, sebbene fosse sposata al Duca d’Orleans, fratello del sovrano, era l’amante del re. Sia la regina Maria Teresa che la regina madre Anna le intimarono di interrompere questa liason. Ma Enrichetta Anna, credendosi più furba di tutti, escogitò un piano secondo il quale il re avrebbe dovuto fingersi innamorato di una delle sue dame di compagnia, cosa che avrebbe dato minor scandalo di una relazione tra cognati, e invece passare il tempo con lei. Fatto sta che il re si innamorò per davvero della dama di compagnia prescelta come specchietto per le allodole! Louise, che allora aveva diciassette anni, stregò il re. Fu molto odiata a corte. Il ministro delle finanze, Fouquet, tentò di convincerla a rompere la relazione col sovrano a suon di danari, ma il tentativo di corruzione fu denunciato da Louise al re, il quale ordinò al moschettiere D’Artagnan l’arresto immediato del politico. Louise al tempo della liason fu alloggiata in un relais de chasse del re, al fine di evitarle noie con la regina madre e la regina stessa. Lei e il re ebbero almeno cinque figli insieme, gli ultimi due dei quali sopravvissero fino all’età adulta e furono riconosciuti dal sovrano. Caduta in disgrazia presso il re, che non l’amava più preferendole Madame de Montespan, la quale lo aizzava contro la sua ex-amante, si ritirò presso il convento delle carmelitane del faubourg Saint-Jacques, dopo aver chiesto il perdono della regina Maria Teresa.

Occupiamoci ora di Madame de Montespan, da molti soprannominata la VERA regina di Francia. L’influenza che esercitò sul re fu estremamente potente, durante la loro lunga relazione, iniziata nel 1667 e terminata con la sua caduta in disgrazia a causa dell’affaire des poisons, di cui trovate un esaustivo resoconto qui e qui.

Madame de Montespan

Nata nel 1640 nella famiglia antichissima e nobilissima de Rochechouart, entrò a corte dapprima come dama di compagnia della cognata-amante del re, e in un secondo momento della regina Maria Teresa. Sposò il Marchese di Montespan e incantò il suo entourage con bellezza e spirito arguto. Di fatto pare che la Montespan non sia diventata per caso amante del re. Era una posizione a cui lei ambiva profondamente e si adoperò in ogni modo per ottenere il titolo di favorita ufficiale, cosa che accadde durante un ballo avvenuto nel 1667. Il re l’adorava e lei si circondò di un’accolita di intellettuali e amici utilissimi per esercitare il suo potere a Versailles. Era anche una influencer di moda molto seguita, tanto che alcune delle tendenze da lei inaugurate continuarono ad imperversare ben dopo la sua caduta in disgrazia. Il sovrano l’amava così tanto che spesso se la portava appresso durante le campagne belliche, lasciando la regina Maria Teresa a Versailles da sola.

Ebbero sette figli, solo quattro dei quali riuscirono a diventare adulti. Quando scoppiò lo scandalo dei veleni il rapporto col re si avviò verso un declino irreversibile, fino a che nel 1691, quando già da tempo non era più la maîtresse-en-titre, si ritirò a vita religiosa e di penitenza. Morì a sessant’anni.

Angélique de Fontanges

Dopo aver amato la Montespan, il re si prese una passione per Angélique de Fontanges, nobildonna dalla chioma rossiccia e dalla pelle bianchissima che era a corte come dama di compagnia della cognata del sovrano, la principessa palatina Elisabetta Carlotta, seconda moglie del Duca di Orléans. Sebbene fosse un’incantevole fanciulla, il suo spirito e la sua arguzia non erano altrettanto affascinanti, e il re si stancò presto di lei, che morì, poveretta, dopo aver dato alla luce un figlio morto. Si sospettò che la Montespan l’avesse avvelenata per gelosia. Chissà… in ogni caso, morta la Duchessa de Fontanges, il re si consolò presto con un’altra, famosissima amante.

Si trattava di una certa Madame de Maintenon, nata Françoise d’Aubigné, che non fu propriamente sua maîtresse, bensì sposa morganatica. Entrò a corte da giovane vedova di un noto intellettuale e poeta del tempo, Paul Scarron. Il primo marito le aveva dato la possibilità di frequentare le persone più colte ed interessanti di Parigi, cosa che le permise di affinarsi culturalmente e di elevare le proprie maniere. Aveva un tocco magico coi bambini, amava moltissimo occuparsene e forse per questa sua dote naturale con gli infanti entrò a corte come governante dei figli che Madame de Montespan partoriva nel tempo e che erano frutto della sua relazione col Re Sole.

Madame de Maintenon e due principini

Fu proprio la sua capacità coi bambini che la fece brillare agli occhi del sovrano. I principini adoravano Françoise, la consideravano la loro vera madre, a differenza di Madame de Montespan, che invece era fredda e distaccata. Addirittura accadde che uno dei figli del re e della Montespan, affetto da zoppia, riuscisse a guarire e a camminare da solo dopo una lunga cura termale per la quale Françoise aveva lungamente insistito e a cui la Montespan si era opposta. Quale vittoria morale fu per la vedova Scarron ritornare a corte accompagnata dal principino che camminava da solo senza bisogno d’aiuto!

Gli anni passarono, Fransoise intanto era diventata Marchesa di Maintenon e aveva acquistato un gran domaine con un castello. Lo scandalo dei veleni si era abbattuto sulla Montespan, la regina Maria Teresa era morta. Al re non restò che sposare morganaticamente Françoise de Maintenon, madre adottiva amatissima di tutti i principini e le principessine avute dal re al di fuori del matrimonio con la regina. Fu così che in una cerimonia privata tenutasi nell’ottobre del 1693 convolarono a nozze. Sembra che Madame de Maintenon sia stata l’ultima donna con cui il re sia più andato a letto. Con lei a Versailles giunse un periodo di maggior rigore e morigeratezza, durante il quale riuscì ad influenzare il re nella sua politica con la Spagna. I due non ebbero figli, ma va anche detto che al momento del matrimonio morganatico in re aveva 45 anni e la Maintenon 48, per cui il tempo di procreare era passato da tempo per entrambi.

Come già accennato, tra i vari amoretti passeggeri di Luigi XIV si annoverano anche due delle cinque sorelle Mancini, nipoti del Mazarino, Maria e Olimpia. Quest’ultima sembra esser stata colei che suggerì a Enrichetta Maria di usare Louise de La Vallière come paravento per la sua storia d’amore col re. Inoltre fu invischiata nello scandalo dei veleni…

Insomma, al tempo si conducevano vite ricche di intrighi a corte. I costumi erano parecchio dissoluti e, va da sé, le malattie sessualmente trasmissibili affliggevano le reali alcove ben più di quanto si sia detto. Se siete curiosi e volete dar sfogo a quel gusto dell’orrido che si cela in ognuno di noi, cercate notizie sullo stato di salute di Luigi XIV… da far venire i brividi!

Continua nel prossimo articolo, l’ultimo della serie sulle maitresses royales.

De amore gallico a Parigi

Oggi De amore gallico vi porta con sé a Parigi!

La settimana scorsa è stata infatti occupata da un favoloso viaggio nella capitale francese, durante il quale ho avuto modo di rivedere luoghi e cose già visitati con grande piacere in passato, ma soprattutto di scoprire posti nuovi e sorprendenti. Pronti? Si parte!

La prima tappa, obbligatoria anche per l’emplacement dell’hotel presso cui ho alloggiato (Hotel Les Dames du Panthéon), è stato il tempio civile della Francia, il Panthéon. Come già sentito nel cuore in precedenza, per me codesto monumento è un luogo che incute timore, sia per le dimensioni, i volumi dello spazio, sia per la sua importanza nella storia civica francese. Ad ogni modo, svegliarsi tutte le mattine ed affacciarsi sulla piazza di fronte a siffatto sesquipedale sacrario è stata una delle cose più belle del mio soggiorno. Ecco qualche scatto di quella magnifica giornata:

Ovviamente una mirabile passeggiata per il Quartier Latin, chiamato così perché, essendo il circondario dell’università, tutti gli studenti e i professori parlavano il latino, con visita alle sue favolose librerie è stata d’obbligo. Ho proseguito fino al Jardin du Luxembourg, per poi dirigermi verso Saint Sulpice, una delle chiese parigine che preferisco e dove fu anche battezzato Charles Baudelaire, Saint Germain des Prés, nei cui dintorni ho fatto una visita all’Officine Universelle Buly, un luogo da alchimisti e stregoni d’altri tempi presso cui acquistare dei lussuosi cosmetici. Tappa poi verso i bouquinistes del lungo Senna, il luogo dove sorgeva la Tour de Nesle e la mitologica libreria Shakespeare and Company, a fianco alla cattedrale di Notre Dame.

Il giorno seguente è stato all’insegna di due mie grandi passioni: i cimiteri e l’ebraismo. Tappa al Père Lachaise, in cui non ero stata in visita nei miei precedenti soggiorni, per quanto strano possa sembrare. Impressionante è il muro esterno del cimitero, percorso da un’installazione che riporta tutti i nomi di tutti i caduti della sola Parigi della Prima Guerra Mondiale, in ordine alfabetico e divisi per anno di guerra.

Avrei un video dettagliato di questa installazione, grazie al quale potreste rendervi conto della quantità immane di persone che morirono al fronte e successivamente, ma non posso caricarlo nel blog. Vi dovrete fidare delle mie parole quando affermo che è un posto presso cui andare e raccogliersi in silenziosa riflessione; leggere quei nomi è stato particolarmente toccante, per me, anche alla luce del periodo dell’anno in cui ho compiuto questo viaggio, pochi giorni dopo il 4 novembre, data del cessate il fuoco sul fronte italo-austriaco, e in concomitanza con l’11 novembre, armistizio sul fronte occidentale (e mio compleanno).

Al Père Lachaise mi sono concentrata su tombe di gente non famosa, la cui bellezza mi ha suggerito alcuni scatti di carattere lirico…

Il giorno in cui ho compiuto questo pellegrinaggio era il 9 novembre, anniversario della scomparsa di Apollinaire. Grande gioia è stata per me ritrovarmi presso la sua tomba insieme a tanti altri appassionati, che volevano rendere omaggio al poeta in occasione di questa ricorrenza. Sono andata a trovare anche Marcel Proust, Ingres ed Abelardo ed Eloisa.

La giornata è proseguita con una visita particolare ed importante per me: dal Père Lachaise sono andata a piedi fino al numero 209 di rue Saint Maur. Si tratta di un immobile qualunque dell’XI arrondissement, ma la cui storia è stata soggetto di un libro e di un reportage a cura della giornalista Ruth Zylberman. La lettura del saggio e la visione di questo documentario sono stati fondamentali nella mia personale ricerca della storia e delle storie ebraiche europee. Il 209 di rue Saint Maur custodisce infatti, tra le sue mura e nel selciato del cortile, le vicende di tanti parigini dal momento della sua costruzione fino ad oggi: tra i vari abitanti si ricordano un comunardo che cadde nell’ultima tragicissima settimana di esistenza della Comune di Parigi, un membro dei servizi segreti che era informato circa alcuni fatti che avrebbero potuto scagionare il Capitano Dreyfus, tante povere famiglie di emigrati degli anni ’20 e gli ebrei (forse la maggior parte degli inquilini negli anni ’30) che o si nascosero fortunosamente, o furono deportati e non fecero mai ritorno dai campi di sterminio. Se avete piacere di scoprire queste storie e di commuovervi profondamente, vi consiglio di leggere ‘209, rue Saint Maur, autobiographie d’un immeuble’ e di guardare il reportage ‘Les enfants du 209 rue Saint Maur’.

Quando sono arrivata l’emozione era grande. Non nego di aver avuto un nodo alla gola strettissimo e di aver versato qualche lacrima varcandone la soglia e addentrandomi nel suo ventre. Il concierge, Momo, lo stesso che ha accolto tanto spesso la giornalista Ruth Zylberman durante le ricerche, era al suo posto anche quel giorno, e ho avuto modo di scambiare qualche parola con lui. Non dimenticherò mai questo momento, resterà inciso nel mio cuore per sempre.

Il richiamo ebraico per me è irresistibile, ecco allora che ho fatto rotta verso il Marais, dove ho visitato il Mahj, il museo d’arte e storia ebraiche. In tutta onestà ne sono stata leggermente delusa, perché mi aspettavo che avesse un focus più potente sulla storia degli ebrei di Francia, e non dell’ebraismo lato sensu. Mi sarebbe piaciuto un indirizzo un po’ più specifico della collezione permanente, con un chiaro rimando alla storia francese. Nondimeno mi sono goduta la visita e ho apprezzato moltissimo la parte sull’affaire Dreyfus e quella sui costumi tipici delle donne sefardite e la presenza di uno Chagall. Ecco qualche scatto:

Il giorno successivo ho proseguito il mio percorso cimiteriale in modo inaspettatamente personale, addirittura con un legame familiare importante.

Cominciamo dalla visita a Montmartre, che mi ha riportata nel Sacré Coeur, chiesa eretta per espiare i peccati della Comune, in stile neo-bizantino, e che onestamente è più bella fuori che dentro. Discesa a piedi per le stradine di quel vicoletto, con un ciao-ciao al Moulin de la Galette, il ristorante che compare anche in uno dei quadri più celebri di Renoir.

Ero già venuta due volte al cimitero di Montmartre prima di questa visita; la prima volta con mia madre, per i miei diciotto anni, e la seconda col mio fidanzato di jeunesse, da neo-laureata. Ero affascinata dalle personalità che vi sono sepolte, dall’atmosfera romantica e decadente del luogo.
Chi lo sapeva che qui riposano le spoglie degli antenati di colui che poi sarebbe diventato mio marito? Sono passata per ben due volte di fronte alla cappellina della famiglia Vaubourzeix, in vita mia, senza sapere che quel cognome così particolare sarebbe divenuto importante per me. E non finisce qui, perché non si tratta di una famiglia qualunque! Infatti all’entrata del cimitero ci hanno spiegato che la cappelletta è catalogata come monumento di interesse per la storia parigina, in quanto vi riposano le spoglie di una personalità storica: si tratta dell’antenato di mio marito, Hippolyte Vaubourzeix, orafo e gioielliere a Parigi nel XIX secolo, con una boutique al numero 19, rue de la Paix.

Che storia incredibile…

Oltre alla cappellina di famiglia sono passata a visitare altre persone a me care sepolte lì (non tutti quelli che avrei voluto, viste le tempistiche, ma alcuni sì) e ho fotografato tombe israelitiche molto interessanti. Ah, ho anche visitato la tomba dei Sanson, i boia della rivoluzione.

La serata è stata meravigliosa, perché sono andata al Teatro de la Comédie Italienne, a rue de la Gaieté. Lo spettacolo à l’affiche si intitola ‘Et vive la Commedia dell’arte!’, lo consiglio a chiunque passi per Parigi nei prossimi mesi.

Il giorno seguente, 11 novembre, mio compleanno, ho avuto modo di trascorrere qualche ora in compagnia di Leonardo, Raffaello, Mantegna, Giotto, Carracci, Caravaggio, Veronese, Perugino, Canova, Paolo Uccello, Delacroix, Ingres, David, Gericault… Proprio così: la mattina sono stata al Louvre, dove ho rivisto le pièces de resistance della collezione, specie tutte quelle opere che Napoleone ci ha rubato vergognosamente. Ammetto di esser quasi svenuta di piacere panico, come un attacco della sindrome di Stendhal.

Ho apprezzato molto anche il nuovo allestimento dei gioielli reali nella Galleria d’Apollo e la nuova sistemazione della galleria delle statue greche, con la Venere di Milo regina in fondo alla sala.

Il pomeriggio ho festeggiato il mio compleanno, e la sera mi sono goduta una cena al Georges, ristorante sul tetto del Centro Pompidou, con una vista molto bella su Parigi. Un compleanno memorabile!

Venerdì è stata una giornata interamente dedicata al Castello di Versailles. Prima di andare a prendere la Rer, però, sono riuscita a vedere due posti, a Parigi, a cui tenevo in modo particolare. Il primo è la Chapelle de la Medaille Miraculeuse, di cui non ho scattato foto perché è stata una visita spirituale. Il secondo è stato l’hotel Lutetia, poco lontano dalla Chapelle.

Questo albergo di lusso è molto importante nella storia ebraica di Parigi, perché quando i lager nazisti furono liberati e i pochi prigionieri che erano stati salvati poterono tornare a casa, fu proprio al Lutetia che i sopravvissuti parigini furono ricoverati per mesi, al loro ritorno in città. Dall’aprile al luglio 1945 centinaia di famiglie che si erano salvate fortunosamente, nascondendosi o scappando, venivano ogni giorno ad aspettare madri, padri, figli, fratelli, sorelle, cugini, mariti, mogli… insomma, ad attendere e a sperare che tra i pochissimi sopravvissuti vi fosse un loro caro. Ecco la foto dell’entrata del Liutetia e della placca commemorativa.

Dopo questa deviazione cittadina, via a prendere la Rer, direzione Versailles Chateau! Purtroppo la sala della pallacorda è attualmente chiusa per restauro, ma sono stata felice di visitare il Grand e il Petit Trianon, che nel viaggio precedente avevo purtroppo negletto.

Sabato il tempo è stato meno clemente: sebbene non sia piovuto a catinelle, le nuvole sono state le compagne fedeli della giornata. Ma non mi sono lasciata scoraggiare nemmeno un po’. Capatina veloce a Trocadéro per una foto con la Lady di Ferro a parte, sono andata a trovare una persona a me carissima al Cimitero di Passy, poco lontano:

E poi via dritta alle catacombe di Parigi, un luogo che desideravo tantissimo visitare e che mi ha dato tanto materiale per la prossima stagione dei podcast di De amore Gallico. Per il momento accludo solo qualche scatto, senza approfondire la materia: stay tuned, ben presto chiacchiereremo assai su questo argomento!

Nel pomeriggio di sabato, oltre ad essere tornata al Marais per delle compere, sono passata nel quartiere Bastille per visitare una bottega davvero eccezionale: la Galcante. Si tratta di un’emeroteca storica che conserva tantissimi giornali e riviste antichi. Potete trovare Le Figaro o Le monde del giorno in cui siete nati, per fare solo un esempio. Davvero un indirizzo parigino imperdibile.

Sabato sera mi sono goduta un bellissimo spettacolo al teatro De la Michodière, a due traverse dall’Opéra Garnier. A l’affiche la commedia ‘Le système Ribadier’ di Georges Feydeau. Una serata divertente, attori di altissimo livello, un testo che ancora oggi fa ridere a crepapelle. Ho concluso questo soggiorno in una brasserie di fronte al Teatro dell’Opera, un locale chiamato ‘L’entracte’ il cui mobilio d’antan si addiceva perfettamente al sapore di fin de siècle della soirée.

Visto che rue de la Paix era a qualche metro da lì, sono passata a dare un’occhiata al numero 19, dove sorgeva la boutique del gioielliere Hippolyte Vaubourzeix. Ancora oggi i locali sono occupati da un negozio di bijoux, Waskoll.

In sette giorni ho visitato tutte queste belle cose e ne ho tralasciate forse il quintuplo, ma a Parigi ci si deve sempre tornare e si deve sempre lasciare qualcosa di non visto, non fatto, non visitato per la volta successiva…

Ho già la lista delle cose da fare per il prossimo soggiorno: una visita al Memoriale del Vel d’Hiv, un pomeriggio al Museo d’Orsay, che questa volta ho tralasciato, avendolo già visitato spesso, un giro al cimitero di Picpus, una visita alla Chiesa della Madeleine, un giro più approfondito degli Champs Eylsées, dei grandi boulevard, al primo arrondissement, ma specialmente un giro tematico sui posizionamenti delle barricate della Comune di Parigi, una visita alla sala d’armi Coudurier, al Parc Monceau, alla Conciergerie, a Place Vendome, a Place des Vosges, alla casa di Nicolas Flamel, agli archivi nazionali, una cena al Procope, un pranzo al Moulin de la Galette e poi mostre, mostre, mostre, musei…

Parigi non smetterà mai di piacermi.

Maitresses illustri: la storia delle amanti dei re di Francia – parte 2

Saliamo nuovamente sulla macchina del tempo, direzione le alcove dei re di Francia. Dopo la relazione di tutta una vita che vide Caterina de’ Medici tradita in favore di Diana di Poitiers, concentriamoci su Carlo IX, uno dei figli della regina nera, che fu sovrano dal 1560 al 1574.

La donna con cui visse una storia d’amore torrida e duratura, la sua unica amante di cui si abbia notizia, fu una dama conosciuta per la grande bellezza e lo spirito vivo e acuto: Marie Touchet, figlia del signore di Beauvais e Quillard, ugonotto, consigliere a corte. Aveva la pelle fine, i capelli molto folti e di un nero corvino, gli occhi più grandi della media. Una vera bellezza, della quale era ben cosciente, tanto che si dice abbia affermato, nell’osservare il ritratto della promessa sposa del suo amante: ‘Non la temo affatto.’

Pare che l’incontro tra i due sia avvenuto durante le rispettive adolescenze, in occasione di una caccia organizzata durane un viaggio in giro per il regno, e che l’amore sia durato per tutta la vita. Purtroppo le fonti che riportano notizie su di lei sono poche, per la maggior parte letterarie o artistiche (e quindi molto romanzate), ma si sa che il re e la giovane usavano incontrarsi di nascosto, in un casino di caccia, cercando di tenere all’oscuro la madre di lui, che disapprovava questa relazione. Nonostante i tentativi di vivere il loro divorante amore in sordina, Caterina de’ Medici venne a conoscenza della liason grazie alla sua rete di agenti segreti e fece in modo di allontanare i due amanti.

Il loro legame, invece, era così forte che né la distanza né tantomeno il matrimonio combinato tra Carlo IX ed Elisabetta d’Asburgo riuscirono a spegnere la fiamma che li univa. Ebbero anche due figli: uno morì in fasce, il secondo, invece, battezzato col nome del padre, divenne duca di Angoulême. Purtroppo, però, il destino aveva altri piani, per i due amanti e per la Francia: Carlo morì nel 1574, un anno dopo la nascita del secondo figlio.

Maria Touchet, dunque, dovette sposarsi, alla fine. Nel 1578 convolò a nozze col governatore d’Orléans, al quale diede due figlie, anche loro future maitresses royales. Morì a Parigi nel 1638, ma la sua figura ha continuato a vivere nelle opere di grandi scrittori quali Dumas, Rivet e de Balzac.

Con la morte di Carlo IX fu il fratello Enrico che ricevette la corona e il fardello della nazione. Passato alla storia col nome di Enrico III, egli fu l’ultimo sovrano della dinastia dei Valois a sedere sul trono di Francia. Durante il suo regno ci fu quella che viene ricordata come la Guerra dei Tre Enrichi e che vide fronteggiarsi da una parte il re, Enrico di Valois, dall’altra Enrico di Navarra l’ugonotto e dall’altra ancora Enrico duca di Guisa, partigiano cattolico, pari di Francia e grande personalità politica del tempo.

Ma lasciamo la guerra ai condottieri: a noi ci interessano gli amori. E questo Enrico qui ne ebbe a bizzeffe. Innanzi tutto dobbiamo ricordare i famosi Mignons, che non sono gli esserini gialli con gli occhiali che piacciono tanto agli infanti, ma i favoriti del re. Qui dobbiamo fare una piccola digressione sui costumi di Enrico: allevato ‘all’italiana’, per gli standard dell’epoca i suoi modi erano molto effemminati, quasi debosciati. Era un grande amante della moda e delle arti, un uomo colto e di gran gusto. I contemporanei videro di cattivo occhio i suoi atteggiamenti e forse è questo il motivo per cui la storia ha tramandato racconti equivoci a proposito del re e dei suoi favoriti. Certo, è possibile che il re avesse tra i Mignons anche degli amanti, nel qual caso non sarebbe stato né il primo né l’ultimo re ad avere un orientamento sessuale di più ampio raggio, ma gli storici non sono tutti concordi in merito a questo punto. Non sapremo mai la verità, ma che importanza ha? A me piace pensare che alla corte di Parigi Enrico III se la sia spassata alla faccia di tutti e nei modi che più gli aggradavano.

Tra i vari sollazzi, comunque, egli aveva anche gli incontri galanti con alcune dame, la più nota delle quali fu la bionda e avvenente Maria di Clèves. Ella non ebbe mai il titolo di favorita. In realtà nessuna delle amanti di Enrico III godette mai di tale ufficializzazione, ma la fitta corrispondenza che il re intrattenne con la belle Marie è ancora oggi testimonianza di un amore bruciante che li legò per quattro anni. Diventato re, Enrico sperò addirittura di far annullare il matrimonio della sua dulcinea per poterla portare lui all’altare, ma il suo sogno si infranse sugli scogli del destino: Maria morì dando alla luce un figlio nel 1574. Fu così che Enrico sposò una sosia della sua amante perduta, Luisa di Mercoeur. Questo matrimonio non aveva importanza politica particolare, ma si rivelò un’unione molto riuscita, perché pare che i due coniugi si siano amati sinceramente e appassionatamente.

Ovvio, l’amore coniugale non impedì al re di coltivare altre avventurette par ci et par là. Tuttavia le visse in grande discrezione per non mancare di rispetto alla sua sposa. Si segnala anche una supposta liason con una meravigliosa figura storica, la cortigiana veneziana Veronica Franco, la cui vita meriterebbe un articolo dedicato a lei esclusivamente.

Morto Enrico III, per farla davvero breve, il regno passò nelle mani del cognato, l’ugonotto Enrico IV che aveva sposato la principessa Margot (con tutto quel che segue, notte di San Bartolomeo inclusa). Si disse che in fondo Parigi valeva bene una messa, si convertì, e con lui la dinastia dei Borboni inaugurò la sua epoca d’oro, arrivando successivamente a regnare su mezza Europa.

Che dire di costui? Il matrimonio con la principessa Valois fu annullato (e la storia della povera Margot, tragica e mozzafiato, è stata oggetto di tanti racconti e romanzi storici vergati dalle migliori penne della letteratura). Riconvolò a nozze, portando nuovamente la famiglia De’ Medici sul trono. La sua seconda moglie, infatti, altri non era che Maria De’ Medici, la quale gli diede ben sei figli. Non fu un marito fedele: le avventure galanti gli guadagnarono il soprannome di vert galant. In italiano potremmo tradurlo come ‘volpone d’argento’, cioè un vegliardo parecchio arzillo, specie per quanto riguarda le attività del talamo. Sue maitresses furono Gabrielle d’Estrées, nota per essere ritratta nel dipinto della scuola di Fontainbleau ‘Gabrielle d’Estrées e sua sorella al bagno’, in cui l’una pizzica il capezzolo dell’altra, le sorelle Catherine Henriette de Balzac e Carlotta di Essart, entrambe figlie di quella Marie Touchet che aveva amato Carlo IX, e anche Giacomina di Bueil, una dama che gli diede un figlio.

Di queste quattro favorite, vale la pena discutere di alcune cose: una delle più celebri, Gabrielle d’Estrées, ebbe il merito di influenzare Enrico nell’abiura della fede ugonotta. Ella era una fervente cattolica e il suo ascendente sul re deve aver giocato un ruolo di primo piano in questa vicenda. Era una donna di grande spirito, molto intelligente, abilissima oratrice e lo amava con trasporto sincero. La sua capacità diplomatica e il suo discernimento le valsero un riconoscimento molto importante per una donna di quel tempo: un posto nella camera del consiglio del re. Quando Enrico ottenne l’annullamento delle nozze con Margot, si fidanzò con la sua amante, la quale però, forse a causa di un avvelenamento, morì anzitempo subito dopo un parto drammatico, durante il quale anche il bambino spirò. Il re portò a lungo il lutto per la sua favorita, una cosa senza precedenti a corte.

Tempo dopo, quando le trattative per il matrimonio con Maria de’ Medici erano già in corso, fu Catherine Henriette a soggiogare col suo charme il sovrano. In realtà la loro storia d’amore si trasformò in una relazione d’odio per dissidi su benefici e titoli che la donna desiderava per sé e, soprattutto, per il riconoscimento di uno dei figli della coppia come Delfino di Francia. Ella partecipò anche ad un complotto ai danni del re che fu sventato, ma la sua reputazione restò macchiata e, alla morte di Enrico, fu bandita dalla corte.

Possiamo davvero dire che la fine dei Valois e l’ascesa dei Borbone furono davvero roventi, sia sul campo di battaglia che nella camera da letto.

Ma non finisce qui! Il meglio deve ancora venire. A presto con la terza parte di questo excursus storico nelle reali alcove di Francia!

Ei fu… un problema anche oggi.

Questo anniversario napoleonico è quanto mai fonte di polemiche e l’opinione pubblica da mesi è profondamente divisa. Da una parte i fautori della cosiddetta cancel culture, ovvero quella che fino a qualche anno fa si chiamava damnatio memoriae, dall’altra coloro che affermano che celebrare i duecento anni dalla dipartita dell’ uom fatale non significhi per forza condividerne le politiche coloniali né le smanie espansionistiche. Abbiamo visto quel che è successo all’ultima persona che ha provato ad invadere tutta l’Europa e a sottometterla al suo potere: finito suicida in un bunker con la compagna, divenuto quasi antonomasia dell’uomo folle e odioso, del dittatore velenoso. Vien da dire che a Bonaparte sia andata molto meglio, confinato in un’isola africana, ‘in sì breve sponda‘. Ma va anche detto che, sebbene Napoleone fosse al centro di una politica espansionistica e colonialista di stampo antico, la sua ascesa e declino non si sono accompagnati ad una politica dittatoriale improntata all’odio razziale, almeno non nell’accezione contemporanea di razzismo.

Ampliando un po’ il discorso, ritengo molto interessante che la letteratura italiana annoveri tra le opere di uno dei suoi maggiori autori un’ode dedicata al generale: in effetti, quando spiego ad un francese che in Italia a scuola ci fanno spesso imparare a memoria il ‘5 maggio’, la reazione che mi ritrovo di fronte è di stucco. E Foscolo nel frattempo si rivolta nella tomba. Se però prendiamo in considerazione il potere che quell’uomo ha avuto sulle sorti dell’Europa di inizio XIX secolo, forse possiamo mettere tutto in una prospettiva più ampia e capire che celebrare il duecentesimo anniversario della sua dipartita non è un capriccio per storici, per nostalgici, per revisionisti od occhialuti appassionati che brancolano per le strade ricoperti della polvere di musei, biblioteche ed archivi. Significa riconoscere il peso specifico di una figura che ha contribuito a rendere la Francia quello che è. Altrimenti dovremmo fare lo stesso discorso per un’altra ricorrenza cara ai francesi e chiederci perché sparare fuochi d’artificio all’impazzata in un giorno di mezza estate che celebra l’inizio di un processo sanguinoso che la storia ha poi battezzato ‘Rivoluzione’ e che portò ad estreme conseguenze quali il Terrore e la ghigliottina?

Se si vuol fare cancel culture, penso che purtroppo ciò significhi mettersi a guerreggiar con tutto il passato umano. Reputo molto più utile e costruttivo, invece, fare un discorso ben più complesso, e per questo difficile e arduo da mettere in pratica: sapere quali mali sono stati perpetrati e da chi, e condannarli senza se e senza ma, riconoscendo però, se ce ne sono stati, i meriti di una figura storica al netto del nostro giudizio di uomini contemporanei su di essa.

Questo territorio, lo so bene, è davvero scivoloso, specie per noi italiani, che poco più di 70 anni fa risorgevamo dalle ceneri di una dittatura indescrivibilmente violenta e tragica. Essa aveva trascinato la nazione in una guerra al fianco di un’altra dittatura disgustosa e di questo avremo sempre vergogna. Per cui sia chiaro che non è mia intenzione far revisionismo storiografico spiccio e all’acqua di rose. A mio avviso, riconoscere e celebrare l’anniversario della morte di uno degli uomini storicamente più importanti del millennio scorso, il quale tra le altre cose ha cambiato per sempre il volto dell’Europa, non è approvare l’istituzione della schiavitù, del colonialismo e lo sfruttamento degli esseri umani, tanto quanto non significa pensare che Bonaparte avesse ragione a voler invadere e schiacciare tutto il vecchio continente, a deturpare l’Egitto e a sottomettere intere popolazioni con la sua politica coloniale. Nella fattispecie, Napoleone non si è fatto portatore di una dottrina dell’odio come hanno fatto altri dopo di lui. Ha agito sempre e solo nell’interesse militare e per il prestigio del paese, con una sete di potere che molti re e imperatori venuti ben prima hanno avuto in massimo grado e che non può essere misurata col metro di oggi, poiché Bonaparte appartiene ad un mondo che non esiste più, morto con la disfatta del nipote sul campo di battaglia di Sedan nel 1870.

Ecco la differenza tra Bonaparte e altre figure del novecento, sulle quali, al contrario, un giudizio netto e irrefutabile si auspica ed è necessario.

Detto questo, è ora scossa che la Francia restituisca un po’ di roba all’Italia, oltre che i terroristi estradati.

Pillola: il fil rouge che parte da Parigi e arriva a Panama

Ho da poco scoperto che Parigi, oltre ad essere soprannominata in modo un po’ trito, la ville lumière, è anche detta Paname.

Che stregoneria è mai questa?

Sono andata a cercare di qua e di là e, sebbene da nessuna parte si trovi una risposta certa, è pacifico che ci sia di mezzo il canale di Panama. La versione più accreditata, infatti, è quella data dal giornalista e storico Claude Dubois: verso la fine del XIX secolo, si iniziarono i lavori per la costruzione del canale di Panama. Gli operai addetti agli scavi usavano questo copricapo per proteggersi dal sole cocente, ma grazie al presidente americano Roosevelt, in visita al sito di scavo, il panama fu sdoganato anche nell’alta società e divenne un accessorio di moda. Questa voga giunse fino a Parigi, dove tutti portavano il panama per sentirsi à la page. La capitale francese divenne quindi la città del cappello panama, la capitale dell’eleganza e della fatuità.

C’è un’altra versione, meno frivola, che invece imputa l’origine di questo soprannome allo scandalo finanziario legato al canale di Panama e alle conseguenze che ebbe sulla borsa di Parigi. Addirittura Clemenceau e Eiffel ne furono gravemente danneggiati… chiamare Parigi Paname diventa allora una sorta di punizione per l’affaire che fece quasi crollare l’economia francese.

Quale che sia l’origine di Paname, non resta che sederci sul divano, chiudere gli occhi e ascoltare la canzone di Léo Ferré…

Unbekannt, ‘Scavo del canale di Panama’, 1888

Un diario assurdo del confinement

Quanto segue è la raccolta di un diario umoristico scritto in ventinove giorni di confinement.

Da prendere in pillole!

Venerdì, 30 ottobre 2020:
Primo giorno nella Bastiglia: c’è un tizio con una maschera di ferro che suona il violino e mangia piatti prelibati. Qui gatta ci cova.

Sabato, 31 ottobre 2020:
Secondo giorno nella Bastiglia. Il mio compagno di cella a quanto pare compie gli anni. Il tizio con la maschera di ferro gli ha suonato ‘Tanti auguri’ col violino.

Domenica, 1 novembre 2020:
Terzo giorno nella Bastiglia. Il morale vola basso, il rancio è senza glutine e dietetico, il tizio con la maschera di ferro sta diventando noioso.

Lunedì, 2 novembre 2020:
Quarto giorno nella Bastiglia: il gatto vede gli spiriti dei condannati che sono già trapassati, il cane si deprime e io racconto storielle divertenti al tizio con la maschera di ferro.

Martedì, 3 novembre 2020:
Quinto giorno nella Bastiglia. Il tizio con la Maschera di Ferro adora le mie storie sui Dpcm di Conte. Lui invece mi ha raccontato di un certo Conte di Saint Germain.

Mercoledì, 4 novembre 2020:
Sesto giorno nella Bastiglia. Ho chiesto al tizio con la maschera di ferro se ha così paura della pandemia da essersi fatto mettere la mascherina di metallo per proteggersi meglio. Mi ha risposto: “Non c’è n’è coviddi.”

Giovedì, 5 novembre 2020:
Settimo giorno nella Bastiglia. Oggi giochiamo a Risiko. Il tizio con la maschera di ferro vuole conquistare il nord Italia. Io gli ho detto che è quasi tutta zona rossa e che se la può tenere, io mi prendo Le Marche e sto.

Venerdì, 6 novembre 2020:
Ottavo giorno nella Bastiglia. Il tizio con la maschera di ferro ha messo un cappellino con scritto: “Make ancien régime great again.”Il cane e il gatto lo stanno snobbando.

Sabato, 7 novembre 2020:
Nono giorno nella Bastiglia. Oggi ho chiesto al tizio con la maschera di ferro che cosa ha provato quando è stato interpretato al cinema da Leonardo DiCaprio. Mi ha risposto: “Sono il re del mondo!”

Domenica, 8 novembre 2020:
Decimo giorno nella Bastiglia. Il tizio con la maschera di ferro ha messo il broncio perché non voglio giocare al gioco dell’oca. Gli ho detto che tanto qui in Francia le oche finiscono tutte male. Allora è andato a giocare col Conte di Cagliostro. Si stanno azzuffando per il colore delle pedine.

Lunedì, 9 novembre 2020:
Decimo giorno nella Bastiglia. Cagliostro dice di poter evadere con una formula magica scritta su di un pezzo di carta. Il tizio con la maschera di ferro pende dalle sue labbra. Non si è accorto che il pezzo di carta è solo un’ennesima autocertificazione.

Martedì, 10 novembre 2020:
Undicesimo giorno nella Bastiglia. La situazione sta degenerando. Il tizio con la maschera di ferro si presta ad esperimenti magico – alchemici di dubbio gusto ad opera di Cagliostro. Stanno cercando di comunicare telepaticamente con Macron per far aprire i negozi almeno per il Black Friday. Disapprovo tutto ciò.

Mercoledì, 11 novembre 2020:
Dodicesimo giorno nella Bastiglia. Oggi hanno insistito per giocare di nuovo a Risiko. Cagliostro dice che con un incantesimo può trasformare le zone rosse in zone arancioni e il tizio con la maschera di ferro gli crede ciecamente. Ho risposto che se mi toccano Le Marche taglio loro le mani.

Giovedì, 12 novembre 2020:
Tredicesimo giorno nella Bastiglia. Oggi si gioca a ‘Strega comanda colore’. Il tizio con la maschera di ferro si sta sovreccitando e Cagliostro insiste per cambiare il nome del gioco in ‘Stregone cambia colore’. Il cane e il gatto stanno disapprovando.

Venerdì, 13 novembre 2020:
Quattordicesimo giorno nella Bastiglia. Macron riaprirà i negozi dal 1 dicembre. Cagliostro afferma che è grazie ai suoi esperimenti magico-psichici di pessimo gusto e il tizio con la maschera di ferro si sta esagitando. Mi hanno messa con degli esaltati.

Sabato, 14 novembre 2020:
Quindicesimo giorno nella Bastiglia. Oggi Voltaire suona con la sua band. La scaletta include ‘Jailhouse rock’, ‘Folsom Prison Blues’ e ‘Man of constant sorrow’.

Domenica, 15 novembre 2020:
Sedicesimo giorno nella Bastiglia. Il tizio con la maschera di ferro vuole unirsi alla band di Voltaire. Cagliostro oggi guarda Law and Order alla TV.

Lunedì, 16 novembre 2020:
Diciassettesimo giorno nella Bastiglia.
È lunedì anche qua dentro.
Passo e chiudo.

Martedì, 17 novembre 2020:
Diciottesimo giorno nella Bastiglia. Mentre Voltaire rampogna tutti quanti sulla vexata quaestio di ‘Le covid’ o ‘La covid’, Cagliostro e il tizio con la maschera di ferro sono arrivati all’ottava stagione di Law and Order.

Mercoledì, 18 novembre 2020:
Diciannovesimo giorno nella Bastiglia. Voltaire delizia tutti con la sua rivisitazione della hit rap anni ’90 ‘Sound of da police’. Cagliostro e il tizio con la maschera di ferro stanno cercando di accaparrarsi delle scarpe della Lidl su eBay attraverso un incantesimo psicologico.

Giovedì, 19 novembre 2020:
Ventesimo giorno nella Bastiglia. Cagliostro e il tizio con la maschera di ferro smesso di guardare Law and Order alla 13esima stagione. Dicono che senza Briscoe non è più la stessa cosa. Voltaire sta rappando su un brano di Charles Aznavour.

Venerdì, 20 novembre 2020:
Ventunesimo giorno nella Bastiglia. Cagliostro dice che il vaccino è stato scoperto grazie a lui. Voltaire e il tizio con la maschera di ferro giocano a Indovina Chi edizione Merovei e Clodovei.

Sabato, 21 novembre 2020:
Ventiduesimo giorno nella Bastiglia. Voltaire sta scrivendo un’opera dal titolo: ‘Il migliore dei lockdown possibili’. Dice che è una critica filosofica agli assunti di Macron, ma per sicurezza prende per i fondelli pure Leibnitz.

Domenica, 22 novembre 2020:
Ventitreesimo giorno nella Bastiglia. Di sotto fanno un festino in maschera ffp2. Il tizio con la maschera di ferro è già pronto per il ballo. Lo ha organizzato un certo Marchese De Sade.

Lunedì, 23 novembre 2020:
Ventiquattresimo giorno nella Bastiglia. I postumi della festa a tema ffp2 si fanno sentire al piano di sotto: un odore di gel disinfettante e di guanti di lattice ha invaso le celle della prigione. Il tizio con la maschera di ferro è un po’ offeso perché qualcuno ha criticato il suo look.

Martedì, 24 novembre 2020:
Venticinquesimo giorno nella Bastiglia. Oggi si gioca a Uno. Cagliostro cerca di dribblare le carte +4 coi suoi poteri psichici. De Sade invece le accetta con gioia masochista.

Mercoledì, 25 novembre 2020:
Ventiseiesimo giorno nella Bastiglia. Stavamo giocando a Shangai quando Voltaire s’è accorto che le asticelle puntute sparivano mano a mano… Cagliostro dice che non c’entra nulla la telepatia e che è colpa di De Sade e delle sue manie. Il tizio con la maschera di ferro ancora non ha capito di che manie si tratti.

Giovedì, 26 novembre 2020:
Ventisettesimo giorno nella Bastiglia. Iniziamo a vedere la luce in fondo al tunnel: sabato riaprono i cancelli per uscite diurne. Voltaire continua a fare dello spirito sul migliore dei lockdown possibili.

Venerdì, 27 novembre 2020:
Ventottesimo giorno nella Bastiglia. Ho chiesto al Marchese de Sade che cosa si prova ad avere una parola coniata sul proprio cognome. Mi ha risposto: ‘Dolore e piacere al tempo stesso.’
Q.e.d.

Sabato, 28 novembre 2020:
Ventinovesimo e ultimo giorno nella Bastiglia. Si aprono i cancelli per uscite diurne. Prima di andare a zonzo, Voltaire mi ha detto: “La carestia, la peste e la guerra sono i tre ingredienti più famosi di questo mondo.” Cagliostro lo ha corretto: “Vecchio parruccone, non si dice più peste ma Covid!” e poi è andato a farsi fare le carte col tizio con la maschera di ferro. De Sade è filato via dal ferramenta.

Starring: Voltaire, Cagliostro, il Marchese De Sade e il tizio con la maschera di ferro.

Mademoiselle Lenormand – sibilla, chiaroveggente e cartomante di Napoleone

Spesso, dietro personaggi storici di calibro e reputazione insormontabili, si celano figure poco conosciute, financo oscure, che li hanno influenzati fatalmente.

È il caso di Mademoiselle Lenormand, sibilla, chiaroveggente e cartomante che guidò i passi di uomini politici come Robespierre e Napoleone. A lei si rifà un celebre mazzo di carte utilizzato molto spesso dai cartomanti per predire gli avvenimenti riguardanti la parte più semplice e ‘quotidiana’ della vita umana: i nuovi vicini saranno simpatici? Andremo d’accordo col nuovo capo? Qualcuno ha rubato dei soldi dalla cassa? L’appuntamento andrà bene o male? Nulla a che vedere con la potenza simbolica e archetipica incarnata dai tarocchi, a cui si è interessato Jung stesso.

Ritratto della Lenormand nel 1802

Dunque, Mademoiselle Lenormand. Chi era costei? Qui va fatta una precisazione: ci sono i fatti, cioè le notizie sulla sua vita raccolte da storici che indagarono su di lei in modo serio e sistematico, e i suoi racconti e diari, in cui si dipinge con colori vivaci e si attribuisce gesta mirabili. Nata ad Alençon nel 1768 (a suo dire 1772, ma i tentativi di ringiovanirsi sono un peccato che commettiamo tutti…), rimase orfana molto presto, all’età di cinque anni, ed entrò così in un collegio di suore benedettine, come avveniva alle bambine rimaste senza genitori. Dicono che, quando aveva sette anni, predisse la caduta di una delle sorelle del convento e che, sebbene il fatto fosse avvenuto davvero, la cosa le causò una marea di guai con le religiose, le quali le fecero scontare una dura punizione.

Arrivò a Parigi da giovane, tra il 1790, data da lei affermata, e il 1793, anno riscontrato dalle ricerche. Diceva di aver sin da subito frequentato i salotti bene della società, ma sembra che abbia svolto inizialmente lavori molto umili, come la lavandaia. La si può davvero biasimare per aver truccato e abbellito la propria vita? Chi, stando al suo posto, non avrebbe cercato di crearsi un’aura ed un passato migliori?

Mlle Lenormand apprese la cartomanzia, dicunt, sui tarocchi di Etteilla (a proposito di questa figura De amore gallico pubblicherà presto un articolo) da una signora chiamata Madame Gilbert. Questo dato è assai misterioso o una magica coincidenza, visto che sembra che il cognome da nubile di sua madre fosse proprio Gilbert. Pare comunque che Mlle Lenormand non si sia limitata solo alla cartomanzia, ma che avesse esteso il suo campo di conoscenze anche alla chiromanzia, alla negromanzia e all’astrologia.

Giuseppina imperatrice con i gioielli disegnati dal grande Nitot

Sebbene quest’attività di pitonessa fosse considerata illegale in Francia, al tempo, ella si guadagnò presto una certa fama e attirò clienti provenienti da diverse classi sociali: gente del popolo, ma anche borghesi ed infine nobili. Durante la rivoluzione pare che abbia consigliato figure quali Marat, Robespierre e perfino Saint-Just. Tuttavia la svolta definitiva avvenne quando una bellezza creola dai denti guasti, i modi frivoli, vedova con due figli e in procinto di sposarsi con un generale andò a trovarla per avvalersi delle sue capacità mantiche. Quella donna esotica era una tale Marie-Josèphe-Rose Tascher de La Pagerie, vedova Beauharnais, futura moglie del generale Bonaparte. Napoleone, dal canto suo, pare che sia stato sovente spinto dalla moglie a consultare le carte attraverso la sibilla, sebbene egli stesso non facesse affidamento su queste cose e vedesse con sospetto l’influenza che la veggente esercitava sulla sua preziosissima, amatissima moglie.

Altre fonti dicono che Giuseppina Bonaparte e Mlle Lenormand si siano incontrate in carcere quando il Regime del Terrore aveva fatto arrestare Giuseppina e il primo marito, Beauharnais, e la profetessa vi si trovava per una delle sue numerose capatine punitive, perché, come dicevamo, al tempo la sua attività era illegale e spesso le cartomanti venivano pizzicate dalle autorità e spedite al fresco per brevi periodi.

Il successo della Lenormand, comunque, una volta divenuta celebre grazie ai Bonaparte, fu inevitabile: andare a farsi tirare le carte da lei era diventato quello che al giorno d’oggi viene chiamato un must. La sua fama di Sibilla dei Salotti attraversò addirittura i confini nazionali e divenne in tutto e per tutto la pitonessa più famosa d’Europa e una delle più conosciute della storia. Anche Talleyrand, il ministro francese che dovette gestire la spinosissima situazione in cui la Francia si ritrovò al Congresso di Vienna, fece appello alle capacità mantiche di Mlle Lenormand.

Alcune carte del mazzo storico Lenormand

Da un punto di vista ‘tecnico’, pare che la donna predicesse il futuro usando, molto semplicemente, il mazzo di carte francesi, quello da Scala Quaranta, per intenderci, e non i tarocchi mistici e misteriosi che altri veggenti hanno prediletto. E va anche detto, quindi, che il mazzo oggi conosciuto come ‘Sibilla Lenormand’ non è altro che l’evoluzione di un giuoco di carte precedente, chiamato ‘Della Speranza’: il bouquet, l’anello, la torre, le nuvole… non hanno nulla a che vedere con la sibilla di Napoleone, ma li dobbiamo all’editore storico delle carte francesi Grimaud.

Tornando alla vicenda terrena della donna, la copertura legale che Mlle Lenormand usava per la sua attività era quella di ‘libraia’, a rue de Tournon, ma spesso spie e soffiate la denunciarono alle autorità, col risultato che la sibilla si vide obbligata a qualche andirivieni tra il suo domicilio e le patrie galere. Tanto era il traffico di gente illustre che veniva a chiederle responsi, che una vita siffatta non poteva esser perduta nelle nebbie del tempo. Fu così che Mlle Lenormand iniziò a redigere le sue memorie, a cui è possibile far riferimento, certo, ma su cui non si può fare affidamento, come abbiamo già detto.

La sua vita continuò tra vaticini, oroscopi, personaggi illustri, mémoirs, andirivieni in prigione fino al 1843, quando si spense, il 25 giugno, lasciando dietro di lei un’eredità cospicua sia dal punto di vista economico, per i suoi nipoti (non ebbe figli, ma lasciò il suo patrimonio ai figli dei fratelli), sia in mistero e mitologia, per tutti noi che siamo ancora qui a leggere la sua verità e le sue presunte gesta.

Per chi volesse andarla a trovare, Mlle Lenormand si trova ancora a Parigi, la città che l’ha resa famosa, in una tomba situata nella terza divisione del cimitero Père Lachaise.

Il mistero del punzecchiatore di sederi di Parigi

Parigi, anno 1819. Mentre, nelle pagine di Hugo, Jean Valjean è da qualche tempo uscito di prigione e vive come cittadino rispettabile sotto lo pseudonimo di Monsieur Madeleine, le giovani di buona famiglia tra i quindici e i vent’anni che passeggiano per la capitale sono le vittime del famigerato ‘piqueur de fesses de Paris‘.

Tra l’agosto e il dicembre del 1819, infatti, almeno quattrocento donne (ma anche qualche uomo!) affermarono di essere state subdolamente aggredite da qualcuno con un ago o uno spillone ben appuntito o comunque un oggetto aguzzo posto con molta probabilità sulla punta di un bastone da passeggio.

Immagine satirica (e puramente inventata) che raffigura due piccatori nell’atto di aggredire tre giovani parigine

Le aggressioni sembravano avvenire indiscriminatamente di giorno e di notte: il misterioso piccatore affondava la punta acuminata di questo oggetto non meglio identificato nei sederi, nelle cosce, nei petti o anche nelle braccia della malcapitata che gli si era trovata a tiro.

La voce corse in ogni parte della Francia e, come spesso accade, il pettegolezzo gonfiò i fatti talmente tanto che furono divulgate addirittura fandonie come l’avvelenamento e la morte delle giovani ‘piccate’. Tuttavia il piccatore di Parigi ebbe emuli in tutto il paese, fino a Marsiglia, Bordeaux, Lione e Calais. Pare addirittura che la fama di costui fosse giunta fino in Belgio, dove qualcuno si affrettò a rendergli omaggio replicandone le gesta sulle giovani belghe.

In poche parole era nata una nuova categoria di criminali, i piqueurs, i piccatori. Nel dicembre 1819 la polizia parigina diede alla stampa un comunicato in cui si diceva che:

Un particulier dont on n’a pu se procurer le signalement que d’une manière imparfaite, se fait, depuis quelques temps, un plaisir cruel de piquer par derrière, soit avec un poinçon, soit avec une aiguille fixée au bout d’une canne ou d’un parapluie, les jeunes personnes de quinze à vingt ans que le hasard lui fait rencontrer dans les rues.

Le dame provano i para-fondoschiena

Fu istituita una task-force ante litteram, specialmente dedicata all’indagine sui piqueurs. La pruriginosa natura di questi fatti delittuosi portò i giornali dell’epoca a divulgare immagini satiriche molto divertenti, in cui erano raffigurati anche i fabbri e gli artigiani che, con grande spirito imprenditoriale, cavalcarono l’onda di paura generata dal piqueur mettendosi a produrre ‘para-sederi’ in metallo, delle vere e proprie armature per il fondoschiena delle signore. Ricordiamo inoltre che nel 1819 la moda femminile stava cambiando e che le crinoline, che tutte sole avrebbero potuto fungere da protezione, avevano già lasciato posto agli abiti in stile impero, più attillati lungo il corpo, con la vita alta, appena sotto il seno.

Les gendarmes indagano sulle aggressioni. Notare la moda delle dame, vestite con abiti in stile impero

La vicenda ebbe un tornante nell’arresto di un sarto di trentacinque anni, Bizeul. Non fu preso con ‘le mani nel sacco’, per così dire, e con molta probabilità fu un capro espiatorio, la persona a cui, attraverso un processo sommario si rimproverò di essere questo delinquente erotomane con una perversione legata agli aghi, ai petti e ai sederi. Gli fu comminata una multa di 500 franchi dell’epoca e poi venne condannato a ben cinque anni di galera.

Fabbro alle prese col parasedere

Fu davvero lui? Chi lo sa. Gli attacchi continuarono, sporadicamente, anche dopo il suo arresto, ma il piqueur, o i piqueurs, ebbe talmente tanta notorietà ed così tanti emuli in tutto il paese che ogni conclusione, oggi, potrebbe esser quella sbagliata.

Cavalier d’Eon, l’Orlando francese

Nigel Nicolson definì il romanzo ‘Orlando’ come ‘la più lunga e incantevole lettera d’amore mai scritta’.

Ne sapeva qualcosa, lui, giacché ‘Orlando’ fu scritto da Virginia Woolf per Vita Sackville-West, la quale altri non era che sua madre. Le due scrittrici e intellettuali inglesi del secolo scorso vissero una storia d’amore molto intensa negli anni ’20 e ‘Orlando’ può essere considerato il frutto, il figlio di questo loro amore.

Locandina del film tratto dal romanzo ‘Orlando’, regia di Sally Potter, con Tilda Swinton nei panni del/la protagonista

Chi è Orlando? Un uomo, una donna, è un giovane che vive alla corte della regina Elisabetta I, è una scrittrice innamorata di un lord. Orlando cambia sesso a seguito di un lungo sonno durato una settimana, mentre si trova come ambasciatore in oriente. Vive durante quattro secoli, senza invecchiare, figura che trascorre il mondo e il tempo, eterea e diafana.

Proprio ad Orlando fa pensare il personaggio del Cavaliere d’Eon. Chi era costui?

Vissuto tra il 1728 e il 1810, fu un diplomatico, una spia, uno spadaccino, uno scrittore. Davvero un essere politropo, dal ‘multiforme ingegno’. Ma la cosa che più è avvolta nel mistero e che lo ha quindi fatto passare alla storia è… il suo sesso: uomo o donna?

Charles-Geneviève-Louis-Auguste-André-Thimothée d’Eon de Beaumont nacque a Tonnerre da una famiglia della bassa nobiltà – alta borghesia. Il padre discendeva da una dinastia avvocatesca seminobile, la madre era figlia di un burocrate dell’esercito. Un perfetto mélange di sangue scorreva nelle vene di questo enigmatico personaggio, rendendolo un po’ l’emblema dell’homo novus settecentesco: una figura che sapesse incarnare al contempo la tradizione e la modernità, la storia e i lumi. Non stupisce, dunque, il fatto che fu anche un membro di quell’organismo occulto tra i principali attori della rivoluzione francese: la massoneria.

Esiste effettivamente una biografia di questo personaggio. Fu redatta da tale la Fortelle e potete trovarla qui. La veridicità di quanto vi è affermato è, naturalmente, assai dubbia. Nondimeno costituisce un interessante racconto! Pare che nacque femmina ma che fu cresciuto ed educato come un maschietto perché il padre potesse ereditare la fortuna di famiglia (l’avere un erede maschio fosse la conditio sine qua non). Altrove si legge che d’Eon nacque completamente coperto di membrana fetale, rendendo impossibile il riconoscimento immediato del suo sesso. In altri libri ancora, come la biografia scritta da Gaillardet e che potete consultare qui, si dice che i testimoni della sua nascita, ovvero il dottore e la sage femme, giurarono che si trattava di un maschietto. Insomma, è normale che lo giurassero, se il padre di d’Eon aveva loro promesso una lauta ricompensa, una volta ottenuti i beni di famiglia! Ma lasciamo perdere…

A scuola, il giovane eccelse nelle lingue e dimostrò di avere una memoria prodigiosa. Grande spadaccino, uno dei migliori di Francia, era dotato anche nell’equitazione. Divenuto avvocato, come da tradizione di famiglia, dapprima praticò la professione a Parigi, per poi divenire censore. Era lui a dare l’imprimatur ai testi che trattavano di storia e di letteratura. Nel frattempo creò attorno a se stesso una rete di contatti e di rapporti molto utili ed altolocati, dimostrando grande sapienza in quelle che oggi definiremmo ‘pubbliche relazioni’.

La sua carriera avanzò velocemente: nel 1756, fu spia per conto della società ‘Le Secret du Roi’, che lavorava per il re Luigi XV. Il sovrano lo inviò in gran secreto a trattare per suo conto con la zarina Elisabetta, per tastare il terreno e preparare un’alleanza antiasburgica.

Sembra che il d’Eon sia riuscito ad incontrare in privato la zarina e a discutere con lei usando un semplice espediente: vestendosi da donna ed impersonando Lia de Beaumont, damigella di compagnia e lettrice personale di Elisabetta I di Russia. Questo escamotage non fu casuale. Pare infatti che d’Eon fu assoldato come agente segreto da Luigi XV in persona, il quale, in occasione di un ballo in maschera, fu sedotto da una fanciulla estremamente graziosa che altri non era se non il d’Eon stesso, ma en travesti.

Tornato in Francia nel 1761, prese parte alla guerra dei sette anni come capitano dei dragoni. Il suo coraggio sul campo di battaglia, benché il suo intervento si fosse limitato alle ultimissime fasi, gli valse anche un riconoscimento molto importante: la Croce di San Luigi. Ciò gli fruttò il cavalierato: era nato le Chevalier d’Eon.

Il nuovo capitolo della sua vita si sarebbe svolto in Inghilterra, a Londra, dove lavorò come segretario dell’ambasciatore e come spia: al tempo Luigi XV voleva invadere l’Inghilterra e d’Eon aveva molti documenti e corrispondenze segrete riguardo questo progetto segretissimo.
Divenne poi lui stesso ambasciatore ad interim poiché il suo superiore dovette ritornare in Francia per ragioni di salute. Ecco che il d’Eon aveva raggiunto l’apogeo, l’apice della sua carriera. Da quel momento iniziò la caduta in disgrazia, lenta, graduale, che lo portò fino all’indigenza e alla carcerazione per debiti. La sua vita come ambasciatore fu costellata di successo, lusso, ricchezza, relazioni utili e contatti di prestigio. Feste, eleganza, eccessi… regalava vino di Borgogna, era popolare, ben visto, apprezzato, desiderato. Ma dilapidò in breve tempo il budget dell’ambasciata e, alla sua richiesta di aumentare il plafond, gli fu risposto un secco no.

Un nuovo ambasciatore fu mandato a Londra, allora, e il d’Eon fu declassato e posto in una posizione di minor prestigio. Iniziò a sospettare che il nuovo arrivato lo volesse avvelenare e rubargli i piani segreti che riguardavano la sua missione come spia per conto del re Luigi XV e gli incartamenti sul progetto di invadere l’Inghilterra, piano che il sovrano francese aveva nel frattempo abbandonato. Il fatto che d’Eon li tenesse segreti e che non li abbia mai pubblicati, forse, è stato ciò che gli ha salvato la pelle anche nei momenti peggiori, quando era diventato ormai un personaggio scomodo.

In effetti i rovesci di fortuna del d’Eon nella seconda parte della sua vita sono abbastanza complessi da seguire. Cadde in disgrazia presso la corte londinese così come a quella francese e gli fu garantita dal re di Francia una pensione che non fu bastevole a tenerlo fuori dalle galere d’Albione. Finì dentro per debiti e, per mantenersi e non sacrificare la sua preziosissima biblioteca, composta di libri rari e preziosi e costituita con sacrificio e dedizione per lunghi anni, fu costretto a fare affidamento alle sue sole forze. Mise a frutto il suo proverbiale talento di spadaccino e si diede a duelli a pagamento e tornei di scherma. Vinse la quasi totalità delle competizioni, nonostante l’età che avanzava e gli ingombranti vestiti femminili che gli impedivano movimenti fluidi ed efficaci.

Sì, perché arrivato ad un certo punto della sua vita, il d’Eon volle essere pubblicamente riconosciuto come la d’Eon. Pretese che il governo legittimasse il suo cambio di sesso e al mondo si presentò sempre e solo vestito da donna.

Di fatto il re non aveva nulla da obiettare in proposito, anzi, gli diede pure una somma per finanziare il suo nuovo guardaroba da donna. La d’Eon dunque, ormai in pensione e dedita solo ai duelli e ai tornei di scherma, decise di andare a vivere con una vedova, tale Mrs Cole, e trascorse il resto della sua esistenza portando sottane e crinoline, vivendo felicemente la sua nuova identità fino alla morte, avvenuta nel 1810 a Londra. I medici che esaminarono la salma trovarono degli organi genitali maschili perfettamente sviluppati, sebbene un pomo d’Adamo poco prominente, la mancanza di barba e la figura minuta possano far pensare, oggi, alla sindrome di Kallman o ad altre condizioni affini.

Proprio dalla figura del Cavaliere d’Eon nasce il termine éonisme, nella lingua francese, che designa il desiderio che provano alcuni uomini di vestirsi da donne ed interagire con la società assumendo atteggiamenti tipici del genere femminile.

E se questa storia vi ha fatto pensare anche ad un altro personaggio un po’ più pop e nipponico nonostante i biondi capelli ricci e gli scintillanti occhi azzurri, non vi state sbagliando. Lady Oscar, la rosa di Versailles, è in effetti ispirata al personaggio del Cavaliere d’Eon.

Un classico dell’animazione giapponese che ha fatto ripassare la rivoluzione francese a tanti studenti pigri ma appassionati di manga e anime.

L’incendio del Bazar de la Charité di Parigi

Gli appassionati di period drama, ovvero di serie televisive a sfondo storico, non si saranno certamente persi una produzione TF1 e Netflix che sta avendo un gran successo in Francia, ‘Le Bazar de la Charité’. La serie tratta della vita di tre donne appartenenti a ceti sociali diversi nella Parigi di fin de siècle e le cui esistenze sono stravolte dal terribile incendio del Bazar de la Charité.

Al di là della sceneggiatura e delle storie dei personaggi, il fatto storico da cui la trama del telefilm prende le mosse è molto interessante e vale la pena raccontarlo ai lettori di De amore gallico.

Il Bazar de la Charité di Parigi, fondato nel 1885, era una sorta di grande fiera delle associazioni di beneficenza che allestivano stand, spettacoli, mostre e bancarelle per raccogliere denaro e finanziare le cause che sostenevano. Era un appuntamento annuale delle opere pie, nonché una vetrina per l’alta società, per le famiglie dei politici che stavano conducendo campagne e che desideravano essere riconosciuti per la loro generosità. Non stupisce che fossero in prevalenza donne, dunque, sia le organizzatrici, sia il pubblico a cui una simile manifestazione era indirizzata.

L’edizione del Bazar che più ci interessa è quella del 1897. Quell’anno la decisione fu di organizzare la fiera seguendo il tema ‘Parigi nel medioevo’ e di installarla nell’ottavo arrondissement, a rue Jean Goujon, dove sorgeva un grande capannone in legno, ampio abbastanza da ospitare una simile manifestazione: più di mille metri quadrati in cui sarebbe stata riprodotta, grazie a scenografie teatrali e oggetti di scena, una strada che avrebbero potuto percorrere Quasimodo ed Esmeralda nel 1482.

Oltre a ciò, il Bazar offriva agli avventori anche un’attrazione nuova e meravigliosa, qualcosa che al tempo veniva considerato ancora un passatempo da fiera paesana, ma che poi divenne nientemeno che la settima arte e una delle maggiori industrie del mondo: il cinematografo.

Un fotogramma del celebre corto dei Fratelli Lumière ‘Il treno che arriva alla stazione de La Ciotat’

Chi ha ancora nelle orecchie la colonna sonora di “Nuovo cinema Paradiso”, sa che, fino a pochi decenni fa, le pellicole ed il materiale di proiezione erano tra le cose più infiammabili al mondo. Figuriamoci nel 1897, quando i Fratelli Lumière avevano da poco girato il film del treno che arriva alla stazione di La Ciotat, vicino Marsiglia, e i macchinari funzionavano ad etere e ossigeno. Pare che i due addetti alle manovre tecniche del cinematografo del Bazar, Monsieur Normandin e Monsieur Bagrachow, si fossero lamentati delle dimensioni ridotte dello spazio a loro dedicato: non avevano abbastanza posto per muoversi agevolmente e per posare i bidoni con il materiale ed erano separati dalla sala di proiezione solo per mezzo di una tenda. Ma insomma, ecco come andarono le cose:

il 4 maggio 1897, il secondo giorno della fiera, che avrebbe dovuto durarne quattro, verso le ore 16.15, la lampada di proiezione aveva esaurito la riserva di etere che andava dunque rifornito. Normandin chiese all’assistente Bagrachow di fargli un po’ di luce per poter vedere bene. Bagrachow, invece di scostare la tenda che separava il loro spazio tecnico dal resto della sala, commise un errore fatale: accese un fiammifero. La fiammella incendiò i vapori di etere che si sprigionavano dall’apparecchio. In poco tempo la tenda prese fuoco e le fiamme si propagarono velocemente, anche perché la struttura era completamente fatta di legno.

In quegli istanti, all’interno del capannone, provvisto di due sole porte di accesso e di uscita, erano presenti circa 1200 persone.

Il panico si diffuse, le persone cercavano disperatamente di uscire dalla fiera, accalcandosi verso le porte. Molti caddero e furono schiacciati dalla folla pressante, col risultato che una delle due porte fu presto bloccata dai cadaveri.

Alcuni tentarono di uscire dall’edificio in fiamme attraversando la corte posteriore e volgendosi verso le costruzioni adiacenti, ovvero la tipografia del giornale ‘La Croix’, tuttora vivo e vegeto, e l’Hôtel du Palais. In meno di un quarto d’ora tutto bruciò, tutto arse, tutto si consumò e persero la vita più di centoventi persone.

Immagine d’epoca che raffigura le operazioni di recupero dei cadaveri dopo l’incendio del Bazar de la Charité del 1897

Tra le vittime si ricorda la Duchessa d’Alençon, Sofia Carlotta di Baviera, sorella dell’Imperatrice Sissi, il cui cadavere carbonizzato fu riconosciuto nientemeno che dal suo dentista personale, Monsieur Davenport, il quale individuò nella dentatura la presenza di un ponte in oro che lui stesso aveva installato alla nobildonna. L’odontostomatologia forense, in effetti, ebbe grande importanza nei penosissimi momenti che seguirono la tragedia, quando i familiari delle vittime dovettero rendersi al Palais de l’Industrie, trasformato in obitorio, per riconoscere i resti carbonizzati delle vittime, 126 in totale, di cui 118 donne.

Vi sono delle testimonianze di sopravvissute molto toccanti, come ad esempio questa che potete ascoltare qui: una donna, all’epoca dei fatti bambina, ha raccontato i suoi ricordi in un’intervista del 1956.

Ovviamente ci furono un’inchiesta ed un processo. Ecco qualche estratto degli atti processuali che furono pubblicati su alcuni numeri del gazzettino giuridico e politico tra il Maggio e l’Agosto di quell’anno, in cui si parla del destino dei due tecnici del cinematografo che fecero divampare il tragico incendio:

Bagrachow, di fatto, non scontò mai nessuna pena perché durante la tragedia dimostrò eroismo e coraggio e salvò tantissime persone dirigendo al meglio delle sue capacità le operazioni di evacuazione. Negli anni seguenti si diede anche ad esperimenti e ricerca per migliorare la sicurezza dei macchinari di proiezione. Come spesso accade, infatti, le tragedie sono l’input perché il progresso tecnico, scientifico e di prassi porti a protocolli di sicurezza efficaci, garanzia che disastri come quelli del Bazar de la Charité o dell’affondamento del Titanic non si ripetano più.

Sul luogo dell’incendio sorge ora la Chapelle Notre-Dame-de-Consolation, edificata nel 1900 in stile neo-barocco e dedicata alle vittime delle fiamme, mentre al cimitero Père Lachaise si può vedere anche un monumento in ricordo dei caduti che non furono identificati.

La serie televisiva di TF1, a mio avviso, non è fatta molto bene ed è poco accurata nei dettagli, nonché mal interpretata (sia chiaro che questa non è altro che la mia opinione), tuttavia le va riconosciuto un pregio: quello di aver portato sullo schermo il dramma dell’incendio del Bazar de la Charité e di aver stimolato la curiosità storica di molti spettatori, tra cui la mia.

Se volete approfondire potete visitare il sito ufficiale dell’associazione delle vittime del Bazar de la Charité, i cui discendenti si occupano di mantenere vivo il ricordo della tragedia come monito per le generazioni future.