Pillola: anatre, giornali, foie-gras, goose, gander e Nonna Papera

Il piatto più rappresentativo della cuisine à la française è senza dubbio niuno il foie-gras.
A me non piace, ringraziando il cielo.
Non sto qua a sollevar questioni su vegetarianismo, veganismo, fruttarismo, paleoliticismo, però la façon di preparazione di questo piatto è crudele fino allo svenimento, per me.
Quando ero piccola, spesso guardavo in videocassetta “Gli aristogatti” e ridevo a crepapelle quando comparivano Adelina e Guendalina Blabla che andavano a trovare lo zio Reginaldo, il quale, ubriaco fradicio, scampava per un soffio al martirio culinario in un ristorante parigino.

Il mercoledì esce in edicola l’hebdo satirico “Le canard enchainé” che fu fondato nel lontano 1915. Come spiega Wikipedia:

Son nom fait malicieusement allusion au quotidien L’Homme libre édité par Georges Clemenceau, qui critiquait ouvertement le gouvernement de l’époque. Ce journal (en français familier, ce « canard ») doit alors subir la censure de la guerre, et son nom est changé en L’Homme enchaîné. S’inspirant de ce titre, les deux journalistes Maurice et Jeanne Maréchal aidés par le dessinateur H.-P. Gassier décident d’appeler leur propre journal Le Canard enchaîné, dont le premier numéro paraît le 10 septembre 1915.

La première série, faite avec des moyens limités, se termine au cinquième numéro. Le journal renaît cependant le 5 juillet 1916, point de départ de la série actuelle. Le titre du journal a connu une variante : Le Canard déchaîné, du  au .

Les deux canards de la manchette du journal (chacun dans une des oreilles du titre du journal) et les canetons qui s’ébattent dans les pages sont l’œuvre du dessinateur Henri Guilac, un des premiers collaborateurs du journal.

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Non c’è dubbio che le canard sia un animale assai presente nella cultura popolare francese, dalla cucina alla stampa. Molto più che in Italia.

Gli inglesi, dal canto loro, dicono “What is good for the goose is good for the gander“, che è uno dei proverbi che preferisco per le sue implicazioni femministe.

Tra tutte queste anatre sembra di trovarsi a Paperopoli.
O meglio, nelle campagne paperopolesi, appisolati sotto un bel platano insieme a Ciccio, mentre sogniamo una bella torta alla panna e fragole appena sfornata da Nonna Papera.

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L’affaire della torre di Nesle, ovvero: quando gli arcinoti “puntali della regina” erano solo dei bei borselli ricamati.

Alcuni cinefili incalliti avranno dato per scontato che oggi si voglia parlare di un film del 1954 con la bellissima Silvana Pampanini.
Invece De amore gallico desidera accompagnarvi alla scoperta di uno dei sexgate più intricati e sanguinosi della storia di Francia, risalente addirittura ai tempi del dominio diretto della dinastia capetingia.
Ricordiamo infatti che le casate reali francesi iniziarono con i Merovingi (da Meroveo), fu poi il turno dei Carolingi (con Carlo Magno) e poi arrivarono i Capetingi (capostipite Ugo Capeto). I rami cadetti di questa dinastia ne perpetuarono la discendenza: dapprima i Valois, indi i Borbone, per finire i D’Orléans.

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Filippo il bello

Filippo il Bello, che governò la Francia dal 1285 al 1314, prese in moglie Giovanna di Navarra, da cui ebbe sette figli: Margherita, Luigi (futuro Luigi X detto l’attaccabrighe), Bianca, Filippo (futuro Filippo V detto il lungo), Isabella, Carlo (futuro Carlo IV detto il bello) e Roberto (che non fu né “futuro” né “detto” perché morì troppo presto).

Interessanti sono i matrimoni che i figli maschi di Filippo contrassero per la ragion di stato: Luigi si sposò con Margherita di Borgogna, Filippo e Carlo invece convolarono a nozze con due cugine di Margherita, Bianca e Giovanna di Borgogna, sorelle, che alla morte della loro madre ereditarono la regione dell’Artois, contribuendo così all’ingrandimento del regno.

Al tempo la vita di corte era ben lontana dall’offrire svaghi di sorta: di là da venire erano ancora i tempi di Versailles. Fu così che le tre cugine-sorelle-cognate iniziarono a darsi da fare per animare un po’ la routine di palazzo. Annoiate da vite coniugali insoddisfacenti se non addirittura inesistenti, fecero delle feste e delle occasioni mondane il centro delle loro esistenze, così come la moda: abiti sontuosi e provocanti, che potessero attirare l’attenzione dei cavalieri e dei cortigiani, dettagli coquin per portare del brio nei corridoi e nelle alcove, anticipando di secoli gli eccessi sartoriali per cui ricordiamo spesso Maria Antonietta, considerata la prima trendsetter della storia.
Fu questo comportamento malizioso e rilassato a far girare inizialmente delle voci poco lusinghiere nei confronti delle tre principesse.

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Miniatura del 1315 con i protagonisti dell’affaire

Niente di troppo eccessivo, all’inizio, solo qualche commento imbarazzato per i corridoi. Il peggio arrivò quando la principessa di Francia Isabella, quintogenita di Filippo il Bello, tornò a Parigi per far visita alla famiglia da Londra, dove viveva in qualità di sposa del futuro Edoardo II d’Inghilterra. Il matrimonio tra i due non era dei più felici. Si presume che Edoardo II fosse omosessuale e che perciò Isabella soffrisse assai.
Una volta giunta a Parigi, dunque, vide in che stato versavano le unioni dei suoi fratelli con le rispettive consorti. Prese atto del fatto che codesti matrimoni non fossero più riusciti del suo, ma la gelosia scattò quando ebbe prova della vivacità e dell’allegria con cui le cognate allietavano le proprie vite amorose. Con ogni probabilità Margherita,

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Isabella di Francia, regina d’Inghilterra, gelosa delle belle e allegre cognate

Bianca e Giovanna avevano ovviato alla mancanza d’amore coniugale trovandosi degli amanti appassionati tra i cavalieri parigini. Leggenda vuole che, durante uno dei balli dati in onore della visita dei due reali d’Inghilterra, Isabella notò che due giovani e aitanti cortigiani portavano alla cintura dei bei borselli finemente ricamati e molto somiglianti a quelli che lei stessa aveva donato alle cognate qualche tempo prima.

Niente di familiare, fin qui?
Non vi è tornato in mente nessun arcinoto snodo di una delle trame più conosciute della letteratura occidentale?  A me sì: “I tre moschettieri”, capolavoro di Alexandre Dumas padre, e l’affaire dei puntali di diamante che la regina Anna dona al suo amante, il duca di Buckingham. Dumas deve aver ben preso ispirazione da questa faccenda, visto e considerato che compose anche un dramma teatrale sulla Torre di Nesle.

Chi erano questi due giovani agghindati con le borsette delle principesse? Si trattava dei fratelli Philippe e Gauthier d’Aulnay, i quali si ritiravano spesso e volentieri con Margherita e Bianca nelle stanze della torre di Nesle, sulla rive gauche della Senna.

Quello che succedeva nella torre di Nesle restava nella torre di Nesle.

Non proprio.

Isabella fece la spia al padre, il quale ordinò che si effettuassero delle indagini sulle nuore presunte adultere (tutte e tre).
La verità venne a galla: gli incontri amorosi extraconiugali avvenivano veramente nella torre di Nesle, ma, come sempre accade, furono dipinti coi colori tipici degli scandali. Orge e bagordi osceni degni di Semiramide, festini in cui le nuore reali diventavano delle meretrici dedite ai vizi più osceni.

Giovanna fu però assolta da ogni accusa, in quanto sembra che non avesse mai veramente tradito il marito, sebbene fosse stata complice negli incontri clandestini della sorella e della cugina. Margherita e Bianca finirono i loro giorni in ritiro dal mondo, come punizione estrema per l’adulterio perpetrato nei confronti dei rispettivi consorti.
I due amanti, i fratelli d’Aulnay, ebbero una sorte ben peggiore. Secondo le cronache di un contemporaneo, infatti, furono:

écorchés tous vivants sur la place publique. On leur coupa les parties viriles et genitales, et leur tranchant la tete, on les traina au gibet public où, dépoillés de toute leur peau, ils furent pendus par les épaules et les jointures des bras.

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Il supplizio dei due fratelli d’Aulnay

Poco dopo si esaurì anche il ramo principale dei Capetingi e il trono passò, come si è detto all’inizio, al ramo cadetto dei Valois.
Ma questa è un’altra storia e De amore gallico ve la racconterà un’altra volta.

24 Messidoro

Oggi, 14 luglio, festa nazionale francese e anniversario della presa della Bastiglia, è il 24 Messidoro.
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Il calendario rivoluzionario francese è una di quelle cose artificiose e assurde che spesso si incontrano nella storia e che hanno vita estremamente breve. Come l’esperanto e il movimento futurista.
Il calendario repubblicano fu il frutto del lavoro di menti illuminate ed illustri quali Lagrange, Lalande e Laplace (sembra che se il tuo cognome non iniziava con “La” non potevi entrare a far parte dell’esclusivo Club degli Inventori del Calendario Rivoluzionario).

Era un calendario laico, privato della simbologia religiosa che la metrica settimanale possiede intrinsecamente, basato su scienza e raziocinio. Abbastanza complicato, per quello che mi riguarda, tanto che sono ancora en train de l’étudier.

Di seguito, a grandi linee, la struttura dell’anno repubblicano in un utile schema che ho trovato navigando in internet:

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I giorni complementari, detti “sanculottidi” (nome quantomai cacofonico, ma chi di noi, a scuola, non ha riso sotto i baffi quando il professore parlava dei sanculotti?) e si aggiungono all’ultimo mese per compensare il divario con l’anno tropico.

Il mio compleanno cade in Brumaio, il 21, ovvero il nonedì della seconda decade di quel mese. Sì, perché ciascun mese, composto di trenta giorni, è suddiviso in tre decadi, composta ciascuna di primidì, duodì, tridì, quartidì, quintidì, sestidì, settidì, ottidì, nonidì e decadì. Essendo nata l’11 novembre, se la mente e i calcoli non mi ingannano, festeggerei il genetliaco il 21 di Brumaio.

E voi? Vi sentite abbastanza girondini, oggi, nell’anniversario della presa della Bastiglia, per mettervi a calcolare il vostro anniversaire révolutionnaire?

Simone Veil 1927 – 2017

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Magistrata, ministra della salute, presidente del parlamento europeo ed eurodeputata, membro dell’Académie française, madre di famiglia, matricola 78651 ad Auschwitz.

Ma specialmente avvocata dei diritti delle donne ed esempio per tutte e tutti.

Nel giorno del suo funerale, De amore gallico segnala la petizione online per far inumare la salma di Simone Veil al Panthéon di Parigi.

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Simone Veil nel giorno della sua entrata all’Académie française, dove ha occupato il seggio che fu anche di Jean Racine.

 

La pallacorda, un gioco ancora vivo e vegeto

Spesso, quando a scuola si affronta la rivoluzione francese, una delle cose che restano di più impresse nella mente degli studenti è l’aneddoto del Giuramento nella sala della pallacorda. Questo sport è considerato l’antenato del tennis odierno, e le sue origini sono contese tra Italia e Francia.
Pochi però sanno che questo sport è tuttora praticato da ben 5000 appassionati in tutto il mondo e che oggi il centro principale e cuore pulsante si trova nientemeno che a Oxford, in Inghilterra.

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Il gioco della pallacorda

In Francia questo gioco si diffuse enormemente tra i nobili, nei secoli scorsi. Veniva chiamato jeu de paume, perché la palla era colpita col palmo della mano e non con l’ausilio della racchetta. Lo strumento infatti fu adottato in particolar modo dagli inglesi, che perfezionarono il gioco chiamandolo a loro volta real (royal) tennis o court tennis.

La pallacorda in generale si gioca al chiuso e gli eventuali rimbalzi effettuati dalla pallina sui muri sono considerati validi, così come avviene nella pelota basca. I punteggi si calcolano in modo analogo a quelli del tennis. Alcune varianti del gioco possono prevedere partite disputate all’aperto. In questi casi il nome dello sport cambia in longue paume.

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Il giuramento nella sala della pallacorda

Vi è una particolarità affascinante, a mio parere, che riguarda le palline utilizzate: sono tutte rigorosamente cucite a mano dal capitano della sezione locale. Il cuore è in sughero e il rivestimento, che prevede un numero ben preciso di punti, è fatto in lana. Ogni pallina ha vita media di una settimana, trascorsa la quale perde di rimbalzo e di resistenza.

Il sito ufficiale della Oxford University Tennis Club dice a proposito della pallacorda:

Real Tennis is a game where subtlety and thought are as valuable as power and fitness. This ancient precursor of tennis is played indoors on a court resembling a Medieval street, complete with sloping roofs, openings (like windows) in the walls and the two sides of the court are not the same shape. You only serve from one end of the court and the main objective is to win the serve, as most point are won from this end. It is a racquet sport, played on a stone floor with a heavy wooden asymetrical racquet and using balls hand-made made by the club Pros. Played by Henry VIII, written about by Shakespeare, and wildly popular in the Middle Ages, this game is now rare.  Merton’s court was first built in 1595.

Il famosissimo e antichissimo Merton’s college è infatti sede dei campi di pallacorda di Oxford.

Ma che cosa avvenne a Versailles il 20 giugno 1789 e perché gli Stati Generali optarono per questa “invasione di campo” che è passata alla storia? In primis dobbiamo chiarire il termine Stati Generali: in Francia, all’alba della rivoluzione, la monarchia era di tipo assoluto, come i machiavellici Richelieu e Mazarino avevano lungamente pianificato, e il Parlamento, chiamato appunto Stati Generali, non era stato più convocato dal lontano 1614, quando Maria de’ Medici era reggente. L’assemblea degli Stati Generali era costituita dai notabili delle tre classi sociali principali: nobiltà, clero e terzo stato, ovvero la plebe. Dato che a ciascuno stato era concesso un voto soltanto e che gli interessi del clero e della nobiltà convergevano, il popolo si trovava sovente in svantaggio nelle votazioni decisive, pur essendo il partito più numeroso (rappresentava infatti il 98% della popolazione francese).
La crisi economica, agraria e sociale stava ineluttabilmente rodendo il Regno di Francia dall’interno; fu per questo motivo che nell’agosto del 1788 Luigi XVI si vide costretto a convocare il Parlamento, dietro forti pressioni della nobiltà, per riuscire a trovare una soluzione in accordo con le varie classi sociali. Purtroppo si arrivò ben presto ad un impasse, proprio perché, col sistema elettorale allora in vigore, il terzo stato non aveva quasi voce in capitolo. Ecco dunque che il 10 giugno i deputati del popolo e del basso clero convocarono un’assemblea, invitando i membri delle altre classi a prendervi parte. Nobiltà e alto clero ignorarono l’invito. L’assemblea ebbe comunque luogo, ma visto che non poteva essere considerata una riunione parlamentare tout court si decise di ribattezzarla Assemblea Nazionale. Da lì le cose si svolsero in una reazione a catena, nella quale ogni azione intrapresa dall’Assemblea era sempre più rivoluzionaria. Nobiltà e alto clero non se ne stettero con le mani in mano, protestando animatamente col re. Luigi XVI, ovviamente, non poteva che parteggiare per questi ultimi, visto che la costituzione dell’Assemblea Nazionale era un vero e proprio affronto alla corona e alla monarchia stessa. Fu così che con una scusa fece chiudere la sala dove si riuniva normalmente l’Assemblea. Questo non bloccò i lavori dei deputati, anzi, li fece arrabbiare e li spronò a trovarsi un nuovo posto in cui riunirsi. Fu scelta la famosa sala della pallacorda, dietro suggerimento dell’arcinoto Gullotin, medico rivoluzionario, ideatore della macchina della morte più conosciuta al mondo. Se ci pensiamo, anche oggi le palestre sono spesso usate come luoghi di riunione collettiva, sia per le assemblee studentesche che per le riunioni condominiali, come Benigni ci ricorda animatamente nel film “Il mostro”.

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Firme dei deputati dell’Assemblea Nazionale

Nella palestra di Versailles si stipulò il Giuramento della sala della pallacorda, la cui stesura avvenne per mano di Jean-Baptiste-Pierre Bevière. In esso si legge:

L’Assemblée nationale, considérant qu’appelée à fixer la constitution du royaume, opérer la régénération de l’ordre public et maintenir les vrais principes de la monarchie, rien ne peut empêcher qu’elle continue ses délibérations dans quelque lieu qu’elle soit forcée de s’établir, et qu’enfin, partout où ses membres sont réunis, là est l’Assemblée nationale;

Arrête que tous les membres de cette assemblée prêteront, à l’instant, serment solennel de ne jamais se séparer, et de se rassembler partout où les circonstances l’exigeront, jusqu’à ce que la Constitution du royaume soit établie et affermie sur des fondements solides, et que ledit serment étant prêté, tous les membres et chacun d’eux en particulier confirmeront, par leur signature, cette résolution inébranlable.

Lecture faite de l’arrêté, M. le Président a demandé pour lui et pour ses secrétaires à prêter le serment les premiers, ce qu’ils ont fait à l’instant ; ensuite l’assemblée a prêté le même serment entre les mains de son Président. Et aussitôt l’appel des Bailliages, Sénéchaussées, Provinces et Villes a été fait suivant l’ordre alphabétique, et chacun des membres * présents [en marge] en répondant à l’appel, s’est approché du Bureau et a signé.

[en marge] * M. le Président ayant rendu compte à l’assemblée que le Bureau de vérification avait été unanimement d’avis de l’admission provisoire de douze députés de S. Domingue, l’assemblée nationale a décidé que les dits députés seraient admis provisoirement, ce dont ils ont témoigné leur vive reconnaissance ; en conséquence ils ont prêté le serment, et ont été admis à signer le procès verbal l’arrêté.

Après les signatures données par les Députés, quelques uns de MM. les Députés, dont les titres ne sont pas [….] jugés, MM. les Suppléants se sont présentés, et ont demandé qu’il leur fût donc permis d’adhérer à l’arrêté pris par l’assemblée, et à apposer leur signature, ce qui leur ayant été accordé par l’assemblée, ils ont signé.

M. le Président a averti au nom de l’assemblée le comité concernant les subsistances de l’assemblée dès demain chez l’ancien des membres qui le composent. L’assemblée a arrêté que le procès verbal de ce jour sera imprimé par l’imprimeur de l’assemblée nationale.

La séance a été continuée à Lundi vingt-deux de ce mois en la salle et à l’heure ordinaires ; M. le Président et ses Secrétaires ont signé.

Considerando che il prossimo 11 giugno il popolo francese sarà chiamato ad eleggere i membri dell’Assemblea Nazionale, a così tanti secoli di distanza, è chiaro che la pallacorda meriti di essere annoverata tra gli sport che più hanno avuto impatto e peso nella storia occidentale.

Fonti:
“Castelli d’Europa”, programma in onda su Rai 5;
Wikipedia per il testo del Giuramento della sala della pallcorda;
Sito ufficiale della Oxford University Tennis Club;
I miei appunti di storia di liceo e università;
I miei libri di storia dell’università.

Kiki e le altre parte 3: le violon d’Ingres

L’espressione “Le violon d’Ingres“, nella lingua francese, indica per antonomasia una passione, un hobby, un’attività prediletta. Questo perché il pittore neoclassico, una volta finito il lavoro al cavalletto, si dilettava con violino e arco. Sulla sua bravura vi sono diverse testimonianze. C’è che dice che, per quanto ne fosse appassionato, Ingres non era davvero un granché. Altri affermano che invero le sue capacità, per quanto coltivate da amatore e dilettante, fossero tali da permettergli di suonare senza imbarazzo i quartetti di Haydn, Mozart e Beethoven assieme a al virtuoso dei virtuosi, Niccolò Paganini, di cui abbozzò anche un ritratto.
Quale che fosse davvero il suo livello, la sua passione per lo strumento è diventata proverbiale, tanto da aver dato il titolo ad una delle opere più note del dadaista Man Ray (sepolto al cimitero di Montmarte). “Le violon d’Ingres” non cita il pittore solo nel titolo, ma la foto intera rieccheggia della sua opera, raffigurando una modella nuda, seduta di spalle, sul cui dorso si trovano le due F degli strumenti ad arco. Le natiche sono a malapena coperte da un drappo e sul capo porta un turbante simile a quello delle odalische al bagno che Ingres ha raffigurato in diversi quadri, quali “La baigneuse” e “Le bain turc”.
Le forme della modella ricordano quelle di un violoncello e nel suo complesso l’opera è molto coquine perché con il suo gioco di parole allude alla più grande passione di Man Ray al di fuori dell’arte: le donne. O forse la Donna. Quella raffigurata nella fotografia.

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Man Ray, Le violon d’Ingres

Chi era?

Si chiamava Alice Prin, ma è meglio nota come Kiki de Montparnasse.
Nacque a Chatillon sur Seine il 2 ottobre 1901 e visse gli anni ruggenti della Parigi degli artisti avanguardisti, vivendoli da protagonista, da regina, da modella e musa. La sua autobiografia “Memorie di una modella” fu introdotta da una prefazione di Ernest Hemingway e, a causa del suo linguaggio esplicito, restò censurata per diverso tempo negli Stati Uniti.

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Man Tay, Lacrime di vetro

Ella era figlia illegittima, visse i primi anni a casa dei nonni, presso i quali Alice ebbe un’infanzia caratterizzata da grande povertà. All’età di dodici anni arrivò a Parigi, dove abitava e lavorava la madre, e lentamente si incamminò verso il sentiero che l’avrebbe resa Kiki de Montparnasse. Fu cacciata di casa all’età di quattordici anni, perché la madre la trovò nuda mentre posava per uno scultore. Kiki dunque si barcamenò a destra e a manca per sopravvivere. Il suo ottimismo e un carattere quasi sempre allegro e gaio furono determinanti per sua sopravvivenza, negli anni della giovinezza. Aveva un talento per scroccare soldi, alcol o semplicemente cibo un po’ dappertutto. Amici, conoscenti e intellettuali parigini la conoscevano e la apprezzavano, non lesinando mance e regalini che le permettevano di mettere insieme un pasto decente al giorno. Alice guadagnava dieci soldi per mostrare il seno dietro le stazioni cittadine di Parigi a vecchi decrepiti e bavosi, posava nuda per scultori, pittori, cantava e ballava il cancan di sera, mostrando le sue grazie à tout le monde e rimediando bicchieri di vino, sigarette e mance. Tra una rissa e l’altra, finì anche in prigione, qualche volta, a smaltire sbornie in cella per una notte.

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Man Ray, foto di Kiki con maschera africana

Conobbe Jean Cocteau, di cui divenne amica, Hemingway stesso, a suo dire un gran spilorcio, Tsuguharu Fujita, Modigliani, a cui Alice rimproverava di essere davvero irritante, Chaim Soutine, Kisling, che la riteneva solo una “bagascia sifilitica”, salvo poi ritrarla anche lui. Kiki scrive nella sua autobiografia:

Usciamo con dei tipi che si chiamano dadaisti e altri che si fanno chiamare surrealisti, ma io non riesco a vedere questa gran differenza tra loro! C’è Tristan Tzara, Breton, Philippe Soupault, Aragon, Max Ernst, Paul Éluard…

Tra tutti, però, l’artista che più è associato al nome di Kiki è sicuramente Man Ray, col quale la ragazza intrecciò una relazione amorosa turbolentissima, passionale, violenta. L’espressione francese “amour vache” definisce perfettamente il loro legame.

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Ritratto di Van Dongen

Si incontrarono in un caffè parigino, nel 1921. Kiki aveva appena finito di provocare nel suo solito modo coquin e sfacciato un cameriere che si rifiutava di servire lei e la sua amica, perché sprovviste di cappello, e, quindi, sicuramente delle poco di buono. Man Ray osservò Kiki dare spettacolo e subito le chiese di posare per lui.
Sin da subito la scintilla si accese e la fiamma bruciò per ben sei anni, tra crisi di gelosia, botte, sbornie e scenate pubbliche.

Fujita dà una breve descrizione di Kiki, quandò andò al suo atelier, dovendo posare per lui:

When she took off her coat, she was absolutely nakes, a small handkerchief, in lively colours, pinned to the inside of her coat gave the ollusion of the latest dress. She took my place in front of the easel, told me not to move, and calmly began to draw my portrait. When the work was finished she had sucked and bitten all my pencils and lost my small eraser, and delighted, dances, sung and yelled, and walked all over a box of Cambembert. She demanded money from me for posing and left triumphantly, carrying her drawing with her. Three minutes later at the Cafe du Dome a rich American collector bought this drawing for an outrageous price.

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Kiki

Kiki fu anche attrice in film sperimentali di registi d’avanguardia come Fernand Léger, dipinse ed espose quadri, firmandoli col suo arcinoto pseudonimo.
Tutto visse, tutto provò, gustando la Parigi di quegli anni fino all’ultima goccia. Negli anni ’30 divenne per un certo periodo anche proprietaria di un locale chiamato”Chez Kiki”.

L’igiene di vita di Alice era dei meno raccomandabili: alcol, droghe, cattiva alimentazione, promiscuità sessuale… un insieme di fattori che portarono ad un precoce peggioramento della salute. Superati trent’anni, occorse un drastico aumentò di peso; ciò fu per lei fonte di gran dolore e vergogna, in quanto era ben cosciente della bellezza delle sue forme, che tanta fama e ammirazione le avevano procurato negli anni della sua adolescenza e giovinezza.

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Ritratto di Kisling

La seconda parte della sua breve parabola è meno gloriosa e assai più triste, sebbene lei sapesse sempre affrontare la realtà con indomito ottimismo e buonumore.

La guerrà bussò alla porta di Kiki: la Germania nazista occupò la Francia e lei ebbe dei problemi con la Gestapo, perché pare che avesse distribuito volantini propagandistici contro il regime della svastica, ma non ci sono testimonianze certe su questo particolare.
Morì nel 1953, per un collasso cardiaco, fuori dalla porta dell’appartamento dove abitava, a Parigi, stella in declino, ombra di quella che era stata nei suoi anni migliori, molto malata.

Hemingway ebbe parole, per lei, che credo meritino di essere riportate:

This is the only book I have ever written an introduction for and, God help me, the only one I ever will. It is a crime to translate it. If it shouldn’t be any good in English, and reading it just now again and seeing how it goes, I know it is going to be a bad job for whoever translates it, please read it in the original. It is written by a woman who, so far as I know, never had a Room of Her Own, but I think part of it will remind you, and some of it will bear comparison with, another book with a woman’s name written by Daniel Defoe. If you ever tire of books written by present day lady writers of all Sexes, you have a book here written by a woman who was never a lady at any time. For about ten years she was about as close as people get nowadays to being a Queen but that, of course, is very different from being a lady.

Non una signora, è vero, ma una regina.

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Autoritratto di Kiki

Fonti:
articolo del NY TimesThe free library; Memorie di una modella, di Kiki de Montparnasse, ed. Castelvecchi; Ingres e Paganini

Kiki e le altre parte 2: Jane Avril chi?

Je me laissai conduire et diriger, éberluée autant qu’éblouie, ouvrant tout grand mes yeux à la découverte de cette vie nouvelle qui s’offrait à moi.

Je croyais rêver.
Aussitôt dans ce bal, aux accents entraînants de l’orchestre endiablé, un élan auquel je ne pus résister m’emporta, malgré que la lutte entre ma timidité et ma tentation fît battre mon cœur à le rompre !
Et me voilà partie à danser et bondir, tel un chevreau échappé, ou mieux, comme une folle que je devais sans doute être un peu.
Par la suite, je m’en suis rendu compte, seul mon instinct dirigeait mes actes.
Au reste, dans les temps qui suivirent, je n’ai jamais pu résister au charme qu’exerce sur moi le rythme de certaines musiques.

On fait comme on peut son entrée dans le monde !

Questo estratto proviene dalle memorie di Jane Avril, stella degli anni d’oro del Moulin Rouge così come lo fu Louise Weber.
Jane Avril, conosciuta anche come TerpsichoreJane la Folle o La Mélinite, musa ispiratrice di molte opere di Henri Toulouse-Lautrec, scrisse di suo pugno questo libello in cui si può assaporare il gusto piccante della Parigi montmatriana ed avere una finestra privilegiata sugli aspetti meno conosciuti dell’epoca.

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Il suo vero nome era Jeanne Louise Beaudon, nata dall’unione tra una cortigiana parigina e, così sembra, un nobiluomo italiano raffinatissimo e colto. Trascorse i primi anni con i nonni materni, affettuosi e presenti, che la lasciarono, morendo a distanza di una settimana l’uno dall’altra, durante la guerra francoprussiana. Jane fu dunque presa in affidamento da un’istituzione religiosa per orfanelle, ma successivamente giunse la madre a reclamarla, per portarla a vivere con sé. Fu l’inizio di un calvario, per Jane Avril, poiché la madre iniziò a maltrattarla in modo orribile, passando le giornate ad interrogare le carte e ad intrecciare monologhi dialogici deliranti con se stessa, alternando urla e insulti alla bambina che, in silenzio, subiva botte e percosse, insieme ad una alquanto equivoca specie di educazione sessuale:

Dans ses moments d’accalmie, aux heures de repas, elle s’efforçait de me faire comprendre que c’était à moi que, désormais, incombait la tâche de rétablir notre situation, que la vertu ici­bas n’a aucune chance de réussir, qu’il existait deux sexes différents, que des messieurs âgés couvraient d’or les jeunes femmes, pourvu qu’elles se laissent embrasser… Comme un fait exprès, je n’avais pas l’air de comprendre où elle en voulait venir !

La giovane Jane Avril iniziò ad avere crisi nervose e attacchi di panico, forse dovuti all’ambiente familiare terrificante in cui stava crescendo. Fatto sta che fu mandata di nuovo in un collegio di religiose dove, negli anni seguenti, fu educata insieme ad altre fanciulle. Là prese delle lezioni settimanali di ginnastica, durante le quali il suo talento per l’esercizio fisico iniziò a rivelarsi.

Come accade in molti casi, la sua strada le si spalancò davanti nel più bizzarro dei modi. Diciassettenne, fu “sedotta e abbandonata” da uno studente di medicina che “amava cogliere i frutti acerbi senza voler poi assumersene la responsabilità”. Decise dunque di  togliersi la vita gettandosi giù per la Senna. Ma, mentre andava a scegliere il punto migliore per eseguire il suo proposito, un ubriacone iniziò a seguirla per le stradine della Parigi di notte, spaventandola. Chiese aiuto ad una prostituta che “potesse tenere a bada per qualche minuto quell’uomo laggiù”, ma la peripatetica, vedendola del tutto fuori di sé, comprese che c’era qualcosa di più d’un ubriaco molesto in strada a sconvolgere a tal punto Jane Avril. Fu così che prese la ragazzina sottobraccio e la condusse con sé in un’osteria, per darle da mangiare, tenerla d’occhio e farla tornare in sé. La sua salvatrice era chiamata

« la grande Marcelle à l’œil de verre », spécialiste experte et prêtresse d’un rite de l’amour qu’elle tenait de la baronne d’Ange.
Je ne l’ai jamais revue mais lui ai gardé un souvenir reconnaissant, elle fut pour moi une bonne et brave fille, et j’ai souvent pensé qu’elle aurait pu essayer de m’entraîner dans son triste milieu. Il est d’ailleurs plus que certain que je m’en serais échappée, tellement ce qui est bas, vulgaire et grossier m’a toujours causé de frayeur et d’instinctive répulsion.

Un po’ facile, prendere le distanze così da un mestiere che, al tempo, era quasi sinonimo di quello della ballerina, ma chi siamo noi per giudicare? Nessuno, quindi atteniamoci alle sue testimonianze e a quelle dei suoi coevi.

Fu dunque grazie alle sue nuove conoscenze della Parigi notturna che Jane scoprì i balli e i cabaret. 789px-henri_de_toulouse-lautrec_-_le_divan_japonais_-_google_art_project-2806a Il suo innato talento per la danza affiorò in superficie e le guadagnò da vivere per un po’ di tempo alla bell’e meglio, ma poi si rivelò essere la chiave per un avvenire luccicante. Fu infatti notata da Zidler, l’impresario del Moulin Rouge, dove iniziò ad esibirsi nelle quadriglie. Là conobbe Louise Weber, la Goulue, prossima all’abbandono del cabaret parigino per dedicarsi alla sua avventura girovaga e circense.

Parmi les reines du quadrille brillait en première place la Goulue, superbe fille d’une insolente beauté, éclatante de fraîcheur et de santé, si appétissante malgré que fort vulgaire de langage et d’allures. Elle réalisait en son entier le type « chair à plaisir ». En tant que danseuse, elle bornait son talent à lever ses jambes parfaites, mais avec tant de désinvolture et de galbe quelle n’arrivait pas à être indécente, même lorsque, au final, Valentin le Désossé, son danseur, l’enlevait toutes voiles dehors dans un fouillis de dentelles; tout ce qu’elle laissait entrevoir était joli de formes.

La sua abilità e la sua grazia le valsero il titolo di prima ballerina. Era diversa dalle altre ragazze del cabaret, più minuta, più aggraziata, più distinta. Fu forse anche per questo che Toulouse Lautrec la prese come sue seconda musa ispiratrice. Scrisse di lui:

De Toulouse­Lautrec, génial infirme — dont la gouaille spirituelle et mordante devait lui aider à masquer une profonde mélancolie —, venait me prendre chez moi afin d’être certain de m’avoir dans son atelier.

Jane Avril divenne così nota che fu chiamata anche all’estero per esibirsi nel can can. Il successo fu grande.
Furono anni incredibili: il bel mondo, l’élite intellettuale, la moda, la musica, il fascino… Jane Avril visse il meglio della belle epoque e delle sue contraddizioni, diventando una superstar richiesta ovunque. Il suo charme particolare e non banale era l’attrazione principale di luoghi come Les folies bergères, Le divan laponais e molti altri.

La sua stella brillò fino a quando non cedette, infine, alle pressioni di uno dei suoi innumerevoli spasimanti, tale Maurice Biais, pittore, che l’aveva già chiesta in sposa non meno di sette volte. Correva l’anno 1911. Biais adottò il figlio di cinque anni che Jane aveva avuto da una relazione precedente. Il piccolo assunse dunque il nome di Jean-Pierre Biais.
La famiglia lasciò l’Europa per New York, ma le cose non andarono bene e tornarono quindi in Francia. Jane, quarantenne, si esibì ancora un po’, perché i soldi in casa mancavano sempre, specialmente a causa della dipendenza da alcol e da gioco d’azzardo del consorte.
La prima guerra mondiale era alle porte: Maurice Biais fu chiamato alle armi. Il figlio scappò di casa per non tornare mai più, e lei si diede da fare come infermiera, cameriera nelle mense, ballerina in spettacoli di beneficenza, nonostante la vita stesse prendendo la peggior piega possibile.
Il marito tornò dal fronte ferito gravemente e lesionato dal gas mostarda. Lei cercò di ripristinare l’intesa coniugale, fece enormi sforzi per rendere la loro vita di nuovo gradevole e piena, ma lui era ormai preda dell’alcol: rubava i gioielli e le proprietà della moglie per venderle e finanziare i suoi vizi.
Jane scoprì anche che Biais le sottraeva di nascosto abiti e articoli femminili per indossarli lui stesso in alcuni posti segreti della Parigi notturna.
Morì nel 1926, dopo aver dilapidato tutto il patrimonio della moglie.
Jane era ormai povera e sola. Prese in affitto una stanza e fece appello a tutte le sue conoscenze e amicizie per andare avanti. La salute andava declinando sempre di più, ma, per fortuna, qualcuno dei suoi antichi ammiratori si interessò alla sua situazione e fece in modo di sistemarla in una casa di riposo per artisti, dove Jane ritrovò una dimensione familiare, la salute e un po’ di conforto.jane avril
Nel 1935 scoprì di essere divenuta nonna: Marguerite Leautier, moglie del figlio Jean-Pierre, le scrisse. Il marito l’aveva abbandonata e lei tirava avanti facendo le pulizie in un convento, così da avere un tetto per lei e per il bambino. Jane iniziò a mettere da parte spiccioli, a cucire vestiti e a fare tutte queste piccole cose per poterli aiutare e riuscire, un giorno, ad andarli a trovare nonostante l’angina pectoris che l’affliggeva.

Per la seconda volta, la guerra mondiale si presentò alle porte di Parigi. Jane non visse abbastanza a lungo da vederne la fine.
L’angina, la vita dura del periodo bellico, la mancanza di cibo e il freddo fecero il resto.
Jane Avril spirò il 16 gennaio del 1943.
Si spegneva un simbolo di qualcosa di meraviglioso che ormai era perduto nelle polveri della guerra. Ne restava il ricordo e i numerosi ritratti sulle gloriose affiches le cui riproduzioni a poco prezzo oggi costituiscono souvenir per i turisti che affollano Pigalle a tutte le ore del giorno e della notte.
Jane Avril chi? Jane Avril la ballerina, la stella. Jane Avril una donna, la cui storia vale la pena di essere letta.

Per chi fosse interessato a visitare la sua tomba, Jane Avril si trova al Père Lachaise di Parigi,  lotto 19, sezione 26, seconda fila.

Per approfondire:
“Mes memoires”, di Jane Avril.
“Jane Avril of the Moulin Rouge”, di Jose Shercliff.
“Toulouse-Lautrec and Jane Avril, beyond the Moulin Rouge”, di N.Ireson.