24 Messidoro

Oggi, 14 luglio, festa nazionale francese e anniversario della presa della Bastiglia, è il 24 Messidoro.
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Il calendario rivoluzionario francese è una di quelle cose artificiose e assurde che spesso si incontrano nella storia e che hanno vita estremamente breve. Come l’esperanto e il movimento futurista.
Il calendario repubblicano fu il frutto del lavoro di menti illuminate ed illustri quali Lagrange, Lalande e Laplace (sembra che se il tuo cognome non iniziava con “La” non potevi entrare a far parte dell’esclusivo Club degli Inventori del Calendario Rivoluzionario).

Era un calendario laico, privato della simbologia religiosa che la metrica settimanale possiede intrinsecamente, basato su scienza e raziocinio. Abbastanza complicato, per quello che mi riguarda, tanto che sono ancora en train de l’étudier.

Di seguito, a grandi linee, la struttura dell’anno repubblicano in un utile schema che ho trovato navigando in internet:

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I giorni complementari, detti “sanculottidi” (nome quantomai cacofonico, ma chi di noi, a scuola, non ha riso sotto i baffi quando il professore parlava dei sanculotti?) e si aggiungono all’ultimo mese per compensare il divario con l’anno tropico.

Il mio compleanno cade in Brumaio, il 21, ovvero il nonedì della seconda decade di quel mese. Sì, perché ciascun mese, composto di trenta giorni, è suddiviso in tre decadi, composta ciascuna di primidì, duodì, tridì, quartidì, quintidì, sestidì, settidì, ottidì, nonidì e decadì. Essendo nata l’11 novembre, se la mente e i calcoli non mi ingannano, festeggerei il genetliaco il 21 di Brumaio.

E voi? Vi sentite abbastanza girondini, oggi, nell’anniversario della presa della Bastiglia, per mettervi a calcolare il vostro anniversaire révolutionnaire?

Simone Veil 1927 – 2017

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Magistrata, ministra della salute, presidente del parlamento europeo ed eurodeputata, membro dell’Académie française, madre di famiglia, matricola 78651 ad Auschwitz.

Ma specialmente avvocata dei diritti delle donne ed esempio per tutte e tutti.

Nel giorno del suo funerale, De amore gallico segnala la petizione online per far inumare la salma di Simone Veil al Panthéon di Parigi.

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Simone Veil nel giorno della sua entrata all’Académie française, dove ha occupato il seggio che fu anche di Jean Racine.

 

La pallacorda, un gioco ancora vivo e vegeto

Spesso, quando a scuola si affronta la rivoluzione francese, una delle cose che restano di più impresse nella mente degli studenti è l’aneddoto del Giuramento nella sala della pallacorda. Questo sport è considerato l’antenato del tennis odierno, e le sue origini sono contese tra Italia e Francia.
Pochi però sanno che questo sport è tuttora praticato da ben 5000 appassionati in tutto il mondo e che oggi il centro principale e cuore pulsante si trova nientemeno che a Oxford, in Inghilterra.

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Il gioco della pallacorda

In Francia questo gioco si diffuse enormemente tra i nobili, nei secoli scorsi. Veniva chiamato jeu de paume, perché la palla era colpita col palmo della mano e non con l’ausilio della racchetta. Lo strumento infatti fu adottato in particolar modo dagli inglesi, che perfezionarono il gioco chiamandolo a loro volta real (royal) tennis o court tennis.

La pallacorda in generale si gioca al chiuso e gli eventuali rimbalzi effettuati dalla pallina sui muri sono considerati validi, così come avviene nella pelota basca. I punteggi si calcolano in modo analogo a quelli del tennis. Alcune varianti del gioco possono prevedere partite disputate all’aperto. In questi casi il nome dello sport cambia in longue paume.

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Il giuramento nella sala della pallacorda

Vi è una particolarità affascinante, a mio parere, che riguarda le palline utilizzate: sono tutte rigorosamente cucite a mano dal capitano della sezione locale. Il cuore è in sughero e il rivestimento, che prevede un numero ben preciso di punti, è fatto in lana. Ogni pallina ha vita media di una settimana, trascorsa la quale perde di rimbalzo e di resistenza.

Il sito ufficiale della Oxford University Tennis Club dice a proposito della pallacorda:

Real Tennis is a game where subtlety and thought are as valuable as power and fitness. This ancient precursor of tennis is played indoors on a court resembling a Medieval street, complete with sloping roofs, openings (like windows) in the walls and the two sides of the court are not the same shape. You only serve from one end of the court and the main objective is to win the serve, as most point are won from this end. It is a racquet sport, played on a stone floor with a heavy wooden asymetrical racquet and using balls hand-made made by the club Pros. Played by Henry VIII, written about by Shakespeare, and wildly popular in the Middle Ages, this game is now rare.  Merton’s court was first built in 1595.

Il famosissimo e antichissimo Merton’s college è infatti sede dei campi di pallacorda di Oxford.

Ma che cosa avvenne a Versailles il 20 giugno 1789 e perché gli Stati Generali optarono per questa “invasione di campo” che è passata alla storia? In primis dobbiamo chiarire il termine Stati Generali: in Francia, all’alba della rivoluzione, la monarchia era di tipo assoluto, come i machiavellici Richelieu e Mazarino avevano lungamente pianificato, e il Parlamento, chiamato appunto Stati Generali, non era stato più convocato dal lontano 1614, quando Maria de’ Medici era reggente. L’assemblea degli Stati Generali era costituita dai notabili delle tre classi sociali principali: nobiltà, clero e terzo stato, ovvero la plebe. Dato che a ciascuno stato era concesso un voto soltanto e che gli interessi del clero e della nobiltà convergevano, il popolo si trovava sovente in svantaggio nelle votazioni decisive, pur essendo il partito più numeroso (rappresentava infatti il 98% della popolazione francese).
La crisi economica, agraria e sociale stava ineluttabilmente rodendo il Regno di Francia dall’interno; fu per questo motivo che nell’agosto del 1788 Luigi XVI si vide costretto a convocare il Parlamento, dietro forti pressioni della nobiltà, per riuscire a trovare una soluzione in accordo con le varie classi sociali. Purtroppo si arrivò ben presto ad un impasse, proprio perché, col sistema elettorale allora in vigore, il terzo stato non aveva quasi voce in capitolo. Ecco dunque che il 10 giugno i deputati del popolo e del basso clero convocarono un’assemblea, invitando i membri delle altre classi a prendervi parte. Nobiltà e alto clero ignorarono l’invito. L’assemblea ebbe comunque luogo, ma visto che non poteva essere considerata una riunione parlamentare tout court si decise di ribattezzarla Assemblea Nazionale. Da lì le cose si svolsero in una reazione a catena, nella quale ogni azione intrapresa dall’Assemblea era sempre più rivoluzionaria. Nobiltà e alto clero non se ne stettero con le mani in mano, protestando animatamente col re. Luigi XVI, ovviamente, non poteva che parteggiare per questi ultimi, visto che la costituzione dell’Assemblea Nazionale era un vero e proprio affronto alla corona e alla monarchia stessa. Fu così che con una scusa fece chiudere la sala dove si riuniva normalmente l’Assemblea. Questo non bloccò i lavori dei deputati, anzi, li fece arrabbiare e li spronò a trovarsi un nuovo posto in cui riunirsi. Fu scelta la famosa sala della pallacorda, dietro suggerimento dell’arcinoto Gullotin, medico rivoluzionario, ideatore della macchina della morte più conosciuta al mondo. Se ci pensiamo, anche oggi le palestre sono spesso usate come luoghi di riunione collettiva, sia per le assemblee studentesche che per le riunioni condominiali, come Benigni ci ricorda animatamente nel film “Il mostro”.

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Firme dei deputati dell’Assemblea Nazionale

Nella palestra di Versailles si stipulò il Giuramento della sala della pallacorda, la cui stesura avvenne per mano di Jean-Baptiste-Pierre Bevière. In esso si legge:

L’Assemblée nationale, considérant qu’appelée à fixer la constitution du royaume, opérer la régénération de l’ordre public et maintenir les vrais principes de la monarchie, rien ne peut empêcher qu’elle continue ses délibérations dans quelque lieu qu’elle soit forcée de s’établir, et qu’enfin, partout où ses membres sont réunis, là est l’Assemblée nationale;

Arrête que tous les membres de cette assemblée prêteront, à l’instant, serment solennel de ne jamais se séparer, et de se rassembler partout où les circonstances l’exigeront, jusqu’à ce que la Constitution du royaume soit établie et affermie sur des fondements solides, et que ledit serment étant prêté, tous les membres et chacun d’eux en particulier confirmeront, par leur signature, cette résolution inébranlable.

Lecture faite de l’arrêté, M. le Président a demandé pour lui et pour ses secrétaires à prêter le serment les premiers, ce qu’ils ont fait à l’instant ; ensuite l’assemblée a prêté le même serment entre les mains de son Président. Et aussitôt l’appel des Bailliages, Sénéchaussées, Provinces et Villes a été fait suivant l’ordre alphabétique, et chacun des membres * présents [en marge] en répondant à l’appel, s’est approché du Bureau et a signé.

[en marge] * M. le Président ayant rendu compte à l’assemblée que le Bureau de vérification avait été unanimement d’avis de l’admission provisoire de douze députés de S. Domingue, l’assemblée nationale a décidé que les dits députés seraient admis provisoirement, ce dont ils ont témoigné leur vive reconnaissance ; en conséquence ils ont prêté le serment, et ont été admis à signer le procès verbal l’arrêté.

Après les signatures données par les Députés, quelques uns de MM. les Députés, dont les titres ne sont pas [….] jugés, MM. les Suppléants se sont présentés, et ont demandé qu’il leur fût donc permis d’adhérer à l’arrêté pris par l’assemblée, et à apposer leur signature, ce qui leur ayant été accordé par l’assemblée, ils ont signé.

M. le Président a averti au nom de l’assemblée le comité concernant les subsistances de l’assemblée dès demain chez l’ancien des membres qui le composent. L’assemblée a arrêté que le procès verbal de ce jour sera imprimé par l’imprimeur de l’assemblée nationale.

La séance a été continuée à Lundi vingt-deux de ce mois en la salle et à l’heure ordinaires ; M. le Président et ses Secrétaires ont signé.

Considerando che il prossimo 11 giugno il popolo francese sarà chiamato ad eleggere i membri dell’Assemblea Nazionale, a così tanti secoli di distanza, è chiaro che la pallacorda meriti di essere annoverata tra gli sport che più hanno avuto impatto e peso nella storia occidentale.

Fonti:
“Castelli d’Europa”, programma in onda su Rai 5;
Wikipedia per il testo del Giuramento della sala della pallcorda;
Sito ufficiale della Oxford University Tennis Club;
I miei appunti di storia di liceo e università;
I miei libri di storia dell’università.

Kiki e le altre parte 3: le violon d’Ingres

L’espressione “Le violon d’Ingres“, nella lingua francese, indica per antonomasia una passione, un hobby, un’attività prediletta. Questo perché il pittore neoclassico, una volta finito il lavoro al cavalletto, si dilettava con violino e arco. Sulla sua bravura vi sono diverse testimonianze. C’è che dice che, per quanto ne fosse appassionato, Ingres non era davvero un granché. Altri affermano che invero le sue capacità, per quanto coltivate da amatore e dilettante, fossero tali da permettergli di suonare senza imbarazzo i quartetti di Haydn, Mozart e Beethoven assieme a al virtuoso dei virtuosi, Niccolò Paganini, di cui abbozzò anche un ritratto.
Quale che fosse davvero il suo livello, la sua passione per lo strumento è diventata proverbiale, tanto da aver dato il titolo ad una delle opere più note del dadaista Man Ray (sepolto al cimitero di Montmarte). “Le violon d’Ingres” non cita il pittore solo nel titolo, ma la foto intera rieccheggia della sua opera, raffigurando una modella nuda, seduta di spalle, sul cui dorso si trovano le due F degli strumenti ad arco. Le natiche sono a malapena coperte da un drappo e sul capo porta un turbante simile a quello delle odalische al bagno che Ingres ha raffigurato in diversi quadri, quali “La baigneuse” e “Le bain turc”.
Le forme della modella ricordano quelle di un violoncello e nel suo complesso l’opera è molto coquine perché con il suo gioco di parole allude alla più grande passione di Man Ray al di fuori dell’arte: le donne. O forse la Donna. Quella raffigurata nella fotografia.

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Man Ray, Le violon d’Ingres

Chi era?

Si chiamava Alice Prin, ma è meglio nota come Kiki de Montparnasse.
Nacque a Chatillon sur Seine il 2 ottobre 1901 e visse gli anni ruggenti della Parigi degli artisti avanguardisti, vivendoli da protagonista, da regina, da modella e musa. La sua autobiografia “Memorie di una modella” fu introdotta da una prefazione di Ernest Hemingway e, a causa del suo linguaggio esplicito, restò censurata per diverso tempo negli Stati Uniti.

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Man Tay, Lacrime di vetro

Ella era figlia illegittima, visse i primi anni a casa dei nonni, presso i quali Alice ebbe un’infanzia caratterizzata da grande povertà. All’età di dodici anni arrivò a Parigi, dove abitava e lavorava la madre, e lentamente si incamminò verso il sentiero che l’avrebbe resa Kiki de Montparnasse. Fu cacciata di casa all’età di quattordici anni, perché la madre la trovò nuda mentre posava per uno scultore. Kiki dunque si barcamenò a destra e a manca per sopravvivere. Il suo ottimismo e un carattere quasi sempre allegro e gaio furono determinanti per sua sopravvivenza, negli anni della giovinezza. Aveva un talento per scroccare soldi, alcol o semplicemente cibo un po’ dappertutto. Amici, conoscenti e intellettuali parigini la conoscevano e la apprezzavano, non lesinando mance e regalini che le permettevano di mettere insieme un pasto decente al giorno. Alice guadagnava dieci soldi per mostrare il seno dietro le stazioni cittadine di Parigi a vecchi decrepiti e bavosi, posava nuda per scultori, pittori, cantava e ballava il cancan di sera, mostrando le sue grazie à tout le monde e rimediando bicchieri di vino, sigarette e mance. Tra una rissa e l’altra, finì anche in prigione, qualche volta, a smaltire sbornie in cella per una notte.

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Man Ray, foto di Kiki con maschera africana

Conobbe Jean Cocteau, di cui divenne amica, Hemingway stesso, a suo dire un gran spilorcio, Tsuguharu Fujita, Modigliani, a cui Alice rimproverava di essere davvero irritante, Chaim Soutine, Kisling, che la riteneva solo una “bagascia sifilitica”, salvo poi ritrarla anche lui. Kiki scrive nella sua autobiografia:

Usciamo con dei tipi che si chiamano dadaisti e altri che si fanno chiamare surrealisti, ma io non riesco a vedere questa gran differenza tra loro! C’è Tristan Tzara, Breton, Philippe Soupault, Aragon, Max Ernst, Paul Éluard…

Tra tutti, però, l’artista che più è associato al nome di Kiki è sicuramente Man Ray, col quale la ragazza intrecciò una relazione amorosa turbolentissima, passionale, violenta. L’espressione francese “amour vache” definisce perfettamente il loro legame.

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Ritratto di Van Dongen

Si incontrarono in un caffè parigino, nel 1921. Kiki aveva appena finito di provocare nel suo solito modo coquin e sfacciato un cameriere che si rifiutava di servire lei e la sua amica, perché sprovviste di cappello, e, quindi, sicuramente delle poco di buono. Man Ray osservò Kiki dare spettacolo e subito le chiese di posare per lui.
Sin da subito la scintilla si accese e la fiamma bruciò per ben sei anni, tra crisi di gelosia, botte, sbornie e scenate pubbliche.

Fujita dà una breve descrizione di Kiki, quandò andò al suo atelier, dovendo posare per lui:

When she took off her coat, she was absolutely nakes, a small handkerchief, in lively colours, pinned to the inside of her coat gave the ollusion of the latest dress. She took my place in front of the easel, told me not to move, and calmly began to draw my portrait. When the work was finished she had sucked and bitten all my pencils and lost my small eraser, and delighted, dances, sung and yelled, and walked all over a box of Cambembert. She demanded money from me for posing and left triumphantly, carrying her drawing with her. Three minutes later at the Cafe du Dome a rich American collector bought this drawing for an outrageous price.

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Kiki

Kiki fu anche attrice in film sperimentali di registi d’avanguardia come Fernand Léger, dipinse ed espose quadri, firmandoli col suo arcinoto pseudonimo.
Tutto visse, tutto provò, gustando la Parigi di quegli anni fino all’ultima goccia. Negli anni ’30 divenne per un certo periodo anche proprietaria di un locale chiamato”Chez Kiki”.

L’igiene di vita di Alice era dei meno raccomandabili: alcol, droghe, cattiva alimentazione, promiscuità sessuale… un insieme di fattori che portarono ad un precoce peggioramento della salute. Superati trent’anni, occorse un drastico aumentò di peso; ciò fu per lei fonte di gran dolore e vergogna, in quanto era ben cosciente della bellezza delle sue forme, che tanta fama e ammirazione le avevano procurato negli anni della sua adolescenza e giovinezza.

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Ritratto di Kisling

La seconda parte della sua breve parabola è meno gloriosa e assai più triste, sebbene lei sapesse sempre affrontare la realtà con indomito ottimismo e buonumore.

La guerrà bussò alla porta di Kiki: la Germania nazista occupò la Francia e lei ebbe dei problemi con la Gestapo, perché pare che avesse distribuito volantini propagandistici contro il regime della svastica, ma non ci sono testimonianze certe su questo particolare.
Morì nel 1953, per un collasso cardiaco, fuori dalla porta dell’appartamento dove abitava, a Parigi, stella in declino, ombra di quella che era stata nei suoi anni migliori, molto malata.

Hemingway ebbe parole, per lei, che credo meritino di essere riportate:

This is the only book I have ever written an introduction for and, God help me, the only one I ever will. It is a crime to translate it. If it shouldn’t be any good in English, and reading it just now again and seeing how it goes, I know it is going to be a bad job for whoever translates it, please read it in the original. It is written by a woman who, so far as I know, never had a Room of Her Own, but I think part of it will remind you, and some of it will bear comparison with, another book with a woman’s name written by Daniel Defoe. If you ever tire of books written by present day lady writers of all Sexes, you have a book here written by a woman who was never a lady at any time. For about ten years she was about as close as people get nowadays to being a Queen but that, of course, is very different from being a lady.

Non una signora, è vero, ma una regina.

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Autoritratto di Kiki

Fonti:
articolo del NY TimesThe free library; Memorie di una modella, di Kiki de Montparnasse, ed. Castelvecchi; Ingres e Paganini

Kiki e le altre parte 2: Jane Avril chi?

Je me laissai conduire et diriger, éberluée autant qu’éblouie, ouvrant tout grand mes yeux à la découverte de cette vie nouvelle qui s’offrait à moi.

Je croyais rêver.
Aussitôt dans ce bal, aux accents entraînants de l’orchestre endiablé, un élan auquel je ne pus résister m’emporta, malgré que la lutte entre ma timidité et ma tentation fît battre mon cœur à le rompre !
Et me voilà partie à danser et bondir, tel un chevreau échappé, ou mieux, comme une folle que je devais sans doute être un peu.
Par la suite, je m’en suis rendu compte, seul mon instinct dirigeait mes actes.
Au reste, dans les temps qui suivirent, je n’ai jamais pu résister au charme qu’exerce sur moi le rythme de certaines musiques.

On fait comme on peut son entrée dans le monde !

Questo estratto proviene dalle memorie di Jane Avril, stella degli anni d’oro del Moulin Rouge così come lo fu Louise Weber.
Jane Avril, conosciuta anche come TerpsichoreJane la Folle o La Mélinite, musa ispiratrice di molte opere di Henri Toulouse-Lautrec, scrisse di suo pugno questo libello in cui si può assaporare il gusto piccante della Parigi montmatriana ed avere una finestra privilegiata sugli aspetti meno conosciuti dell’epoca.

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Il suo vero nome era Jeanne Louise Beaudon, nata dall’unione tra una cortigiana parigina e, così sembra, un nobiluomo italiano raffinatissimo e colto. Trascorse i primi anni con i nonni materni, affettuosi e presenti, che la lasciarono, morendo a distanza di una settimana l’uno dall’altra, durante la guerra francoprussiana. Jane fu dunque presa in affidamento da un’istituzione religiosa per orfanelle, ma successivamente giunse la madre a reclamarla, per portarla a vivere con sé. Fu l’inizio di un calvario, per Jane Avril, poiché la madre iniziò a maltrattarla in modo orribile, passando le giornate ad interrogare le carte e ad intrecciare monologhi dialogici deliranti con se stessa, alternando urla e insulti alla bambina che, in silenzio, subiva botte e percosse, insieme ad una alquanto equivoca specie di educazione sessuale:

Dans ses moments d’accalmie, aux heures de repas, elle s’efforçait de me faire comprendre que c’était à moi que, désormais, incombait la tâche de rétablir notre situation, que la vertu ici­bas n’a aucune chance de réussir, qu’il existait deux sexes différents, que des messieurs âgés couvraient d’or les jeunes femmes, pourvu qu’elles se laissent embrasser… Comme un fait exprès, je n’avais pas l’air de comprendre où elle en voulait venir !

La giovane Jane Avril iniziò ad avere crisi nervose e attacchi di panico, forse dovuti all’ambiente familiare terrificante in cui stava crescendo. Fatto sta che fu mandata di nuovo in un collegio di religiose dove, negli anni seguenti, fu educata insieme ad altre fanciulle. Là prese delle lezioni settimanali di ginnastica, durante le quali il suo talento per l’esercizio fisico iniziò a rivelarsi.

Come accade in molti casi, la sua strada le si spalancò davanti nel più bizzarro dei modi. Diciassettenne, fu “sedotta e abbandonata” da uno studente di medicina che “amava cogliere i frutti acerbi senza voler poi assumersene la responsabilità”. Decise dunque di  togliersi la vita gettandosi giù per la Senna. Ma, mentre andava a scegliere il punto migliore per eseguire il suo proposito, un ubriacone iniziò a seguirla per le stradine della Parigi di notte, spaventandola. Chiese aiuto ad una prostituta che “potesse tenere a bada per qualche minuto quell’uomo laggiù”, ma la peripatetica, vedendola del tutto fuori di sé, comprese che c’era qualcosa di più d’un ubriaco molesto in strada a sconvolgere a tal punto Jane Avril. Fu così che prese la ragazzina sottobraccio e la condusse con sé in un’osteria, per darle da mangiare, tenerla d’occhio e farla tornare in sé. La sua salvatrice era chiamata

« la grande Marcelle à l’œil de verre », spécialiste experte et prêtresse d’un rite de l’amour qu’elle tenait de la baronne d’Ange.
Je ne l’ai jamais revue mais lui ai gardé un souvenir reconnaissant, elle fut pour moi une bonne et brave fille, et j’ai souvent pensé qu’elle aurait pu essayer de m’entraîner dans son triste milieu. Il est d’ailleurs plus que certain que je m’en serais échappée, tellement ce qui est bas, vulgaire et grossier m’a toujours causé de frayeur et d’instinctive répulsion.

Un po’ facile, prendere le distanze così da un mestiere che, al tempo, era quasi sinonimo di quello della ballerina, ma chi siamo noi per giudicare? Nessuno, quindi atteniamoci alle sue testimonianze e a quelle dei suoi coevi.

Fu dunque grazie alle sue nuove conoscenze della Parigi notturna che Jane scoprì i balli e i cabaret. 789px-henri_de_toulouse-lautrec_-_le_divan_japonais_-_google_art_project-2806a Il suo innato talento per la danza affiorò in superficie e le guadagnò da vivere per un po’ di tempo alla bell’e meglio, ma poi si rivelò essere la chiave per un avvenire luccicante. Fu infatti notata da Zidler, l’impresario del Moulin Rouge, dove iniziò ad esibirsi nelle quadriglie. Là conobbe Louise Weber, la Goulue, prossima all’abbandono del cabaret parigino per dedicarsi alla sua avventura girovaga e circense.

Parmi les reines du quadrille brillait en première place la Goulue, superbe fille d’une insolente beauté, éclatante de fraîcheur et de santé, si appétissante malgré que fort vulgaire de langage et d’allures. Elle réalisait en son entier le type « chair à plaisir ». En tant que danseuse, elle bornait son talent à lever ses jambes parfaites, mais avec tant de désinvolture et de galbe quelle n’arrivait pas à être indécente, même lorsque, au final, Valentin le Désossé, son danseur, l’enlevait toutes voiles dehors dans un fouillis de dentelles; tout ce qu’elle laissait entrevoir était joli de formes.

La sua abilità e la sua grazia le valsero il titolo di prima ballerina. Era diversa dalle altre ragazze del cabaret, più minuta, più aggraziata, più distinta. Fu forse anche per questo che Toulouse Lautrec la prese come sue seconda musa ispiratrice. Scrisse di lui:

De Toulouse­Lautrec, génial infirme — dont la gouaille spirituelle et mordante devait lui aider à masquer une profonde mélancolie —, venait me prendre chez moi afin d’être certain de m’avoir dans son atelier.

Jane Avril divenne così nota che fu chiamata anche all’estero per esibirsi nel can can. Il successo fu grande.
Furono anni incredibili: il bel mondo, l’élite intellettuale, la moda, la musica, il fascino… Jane Avril visse il meglio della belle epoque e delle sue contraddizioni, diventando una superstar richiesta ovunque. Il suo charme particolare e non banale era l’attrazione principale di luoghi come Les folies bergères, Le divan laponais e molti altri.

La sua stella brillò fino a quando non cedette, infine, alle pressioni di uno dei suoi innumerevoli spasimanti, tale Maurice Biais, pittore, che l’aveva già chiesta in sposa non meno di sette volte. Correva l’anno 1911. Biais adottò il figlio di cinque anni che Jane aveva avuto da una relazione precedente. Il piccolo assunse dunque il nome di Jean-Pierre Biais.
La famiglia lasciò l’Europa per New York, ma le cose non andarono bene e tornarono quindi in Francia. Jane, quarantenne, si esibì ancora un po’, perché i soldi in casa mancavano sempre, specialmente a causa della dipendenza da alcol e da gioco d’azzardo del consorte.
La prima guerra mondiale era alle porte: Maurice Biais fu chiamato alle armi. Il figlio scappò di casa per non tornare mai più, e lei si diede da fare come infermiera, cameriera nelle mense, ballerina in spettacoli di beneficenza, nonostante la vita stesse prendendo la peggior piega possibile.
Il marito tornò dal fronte ferito gravemente e lesionato dal gas mostarda. Lei cercò di ripristinare l’intesa coniugale, fece enormi sforzi per rendere la loro vita di nuovo gradevole e piena, ma lui era ormai preda dell’alcol: rubava i gioielli e le proprietà della moglie per venderle e finanziare i suoi vizi.
Jane scoprì anche che Biais le sottraeva di nascosto abiti e articoli femminili per indossarli lui stesso in alcuni posti segreti della Parigi notturna.
Morì nel 1926, dopo aver dilapidato tutto il patrimonio della moglie.
Jane era ormai povera e sola. Prese in affitto una stanza e fece appello a tutte le sue conoscenze e amicizie per andare avanti. La salute andava declinando sempre di più, ma, per fortuna, qualcuno dei suoi antichi ammiratori si interessò alla sua situazione e fece in modo di sistemarla in una casa di riposo per artisti, dove Jane ritrovò una dimensione familiare, la salute e un po’ di conforto.jane avril
Nel 1935 scoprì di essere divenuta nonna: Marguerite Leautier, moglie del figlio Jean-Pierre, le scrisse. Il marito l’aveva abbandonata e lei tirava avanti facendo le pulizie in un convento, così da avere un tetto per lei e per il bambino. Jane iniziò a mettere da parte spiccioli, a cucire vestiti e a fare tutte queste piccole cose per poterli aiutare e riuscire, un giorno, ad andarli a trovare nonostante l’angina pectoris che l’affliggeva.

Per la seconda volta, la guerra mondiale si presentò alle porte di Parigi. Jane non visse abbastanza a lungo da vederne la fine.
L’angina, la vita dura del periodo bellico, la mancanza di cibo e il freddo fecero il resto.
Jane Avril spirò il 16 gennaio del 1943.
Si spegneva un simbolo di qualcosa di meraviglioso che ormai era perduto nelle polveri della guerra. Ne restava il ricordo e i numerosi ritratti sulle gloriose affiches le cui riproduzioni a poco prezzo oggi costituiscono souvenir per i turisti che affollano Pigalle a tutte le ore del giorno e della notte.
Jane Avril chi? Jane Avril la ballerina, la stella. Jane Avril una donna, la cui storia vale la pena di essere letta.

Per chi fosse interessato a visitare la sua tomba, Jane Avril si trova al Père Lachaise di Parigi,  lotto 19, sezione 26, seconda fila.

Per approfondire:
“Mes memoires”, di Jane Avril.
“Jane Avril of the Moulin Rouge”, di Jose Shercliff.
“Toulouse-Lautrec and Jane Avril, beyond the Moulin Rouge”, di N.Ireson.

Kiki e le altre parte 1: menando il cancan per l’aia. Storia di Louise Weber.

Louise Weber, chi era costei?
Forse sarà meglio chiamarla col suo pseudonimo ben più noto: La Goulue, la stella del Moulin Rouge, la diva parigina che rese il cancan così celebre.
Ritratta sovente da Henri Toulouse-Lautrec, in realtà fu molto più della ballerina spregiudicata e impudica che è impressa nell’immaginario collettivo; fu infatti animalista ante litteram e attivista per i diritti umani quando ancora questa espressione non veniva contemplata nel linguaggio corrente.

Nacque il 12 luglio 1866 da una famiglia ebrea alsaziana, che poi si trasferì nei pressi di Parigi. La madre aveva una lavanderia, il padre era un muratore che rimase ferito durante la guerra franco-prussiana, perdendo entrambi gli arti inferiori.
Le fonti a cui ho attinto sono discordanti: qualcuna afferma che la madre abbandonò la famiglia quando Louise aveva tre anni, per rifarsi una vita altrove senza mai più rivedere chi si era lasciata alle spalle. Un’altra fonte riporta invece un aneddoto curioso e rocambolesco sull’inizio della passione di Louise per il ballo, lasciando intendere che in realtà ella avesse mantenuto i contatti con la madre fino all’adolescenza: pare che, all’insaputa dei genitori, la giovane se la svignasse per andare a scatenarsi nei gran balli di banlieue vestita degli abiti delle clienti di sua madre che la coquine “prendeva in prestito”.

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Affiches di Toulouse-Lautrec raffigurante la Goulue

Anche l’origine del suo soprannome, La Goulue, sembra essere oggetto di dibattito.
Qualcuno ascrive questo nome d’arte al fatto che fosse stata presa in casa e “protetta” da una sorta di gentiluomo, tale Gaston “Goulu” Chilapane, su quale non sono riuscita a trovare molti dettagli, se non un passo tratto da una finta autobiografia della Weber scritta da un discendente, in cui lo si definisce un gentiluomo che la accarezzava ma a cui, forse, piacevano gli uomini e che finì ammazzato da alcune persone che gli furono presentate proprio da Louise.
Altri affermano che, quando i fratelli Oller e Charles Zidler, impresari di cabaret, la lanciarono nel gran giro del cancan, ella si meritò il soprannome grazie alla sua attitudine spumeggiante:

Lorsqu’elle dansait le quadrille naturaliste, elle taquinait l’audience masculine par le tourbillon de ses jupes à volants relevés qui laissaient entrevoir sa culotte, et de la pointe du pied, elle faisait voler le chapeau d’un homme. Son premier mentor et son habitude de vider les verres des clients, tandis qu’elle passait à leurs tables, lui valut le surnom de « La Goulue ».

Conobbe anche Renoir, in quel primo periodo, che la introdusse nel giro artistico di Montmartre: ciò le permise di iniziare anche a fare da modella a pittori e a pionieri della fotografia come Delmaet, il quale la ritrasse nuda in diversi dagherrotipi.

 

Fu sempre grazie a Zidler e agli Oller che Louise entrò a far parte dello staff del bal du Moulin Rouge, il celebre cabaret che aveva aperto i battenti nel 1889 e dove

Louise fit la connaissance de Jules Étienne Edme Renaudin (1843-1907), une ex-célébrité de la danse devenu marchand de vins. Il dansait encore à ses moments libres sous le nom de scène de Valentin le Désossé. Ils dansaient le « chahut ». Les deux devinrent instantanément un “couple de danse” apprécié, mais c’est la Goulue qui vola la vedette avec sa conduite outrageusement captivante. En permanence en haut de l’affiche, elle fut synonyme de cancan et de Moulin Rouge.

Fu quello il periodo d’oro di cui noi ancora vediamo il magico alone grazie alle affiches e alle altre opere di Henri Toulouse-Lautrec che sono conservate in molte collezioni e musei, uno su tutti quello della Gare d’Orsay. La Goulue fu amica e musa ispiratrice di Lautrec, il quale soggiornò per lunghi periodi nelle case di piacere di Pigalle, frequentando l’ambiente notturno fremente di quel quartiere parigino.

Nel 1895 Weber prese una decisione molto importante: mettersi in proprio e lasciare il Moulin Rouge, che le aveva dato fama e ricchezza, per avventurarsi in un progetto tutto suo e autonomo. Investì i suoi guadagni in uno spettacolo itinerante e ordinò proprio al suo amico Toulouse-Lautrec i pannelli della scenografia per lo show. Purtroppo non ebbe il successo sperato e Louise decise di riconvertirsi come domatrice di animali da circo, apprendendo dunque a domare i leoni. In tutto ciò divenne anche madre di Simon Victor, avuto presumibilmente da un principe.

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La giovane Louise posa nuda per un fotografo

Louise prese atto del fallimento della sua impresa girovaga e si posò, prendendo per marito nientemeno che un mago e prestigiatore, Joseph-Nicolas Droxler. Con lui continuò a far la domatrice di animali fino a che non la lasciò vedova durante la prima guerra mondiale.
Tutto poteva ancora andare, tra la sua attività circense e le sue sporadiche apparizioni in teatro come attrice, sennonché nel 1923 accadde qualcosa che la fece precipitare in un gorgo di depressione e alcolismo senza risalita: Simon Victor, il figlio amatissimo, che lei chiamava “bouton d’or“, morì a soli ventisette anni, lasciando orfana una bambina avuta da una relazione con una ragazza italiana.
Louise sprofondò nel buio. Abitava in una roulotte parcheggiata non lontano dal mercato delle pulci di Saint-Ouen. Per l’inverno, invece, si ritirava in un alloggio di sua proprietà a Boulevard Rochechouart.

Il sito Amis et passionnés du Père Lachaise afferma che Louise aveva riunito attorno a sé

une cour de rejetés de la société, prostituées, homosexuels, recueillait les animaux de cirque malades et âgés ainsi qu’une multitude de chiens et de chats. Elle fut la première célébrité à s’intéresser à la cause des réprouvés et à celle des animaux.

Ora sappiamo chi ha ispirato Brigitte Bardot nella sua vocazione alla difesa degli animali.
Nell’ultimo periodo, Madame Louise, come si faceva ormai chiamare, andava spesso davanti all’entrata del Moulin Rouge a “vedere le beau monde“,  vendere noccioline, fiammiferi e sigarette. Qualcuno la riconosceva e le chiedeva l’autografo, che lei concedeva sempre volentieri. Alcolista e sofferente di obesità, era molto malata, ma qualche volta fu invitata a calcare nuovamente le assi del palco del Moulin Rouge per essere calorosamente presentata al pubblico del cabaret come la prima Regina di Montmartre, la famosa Goulue.
Louise Weber spirò il 29 gennaio 1929 all’ospedale Lariboisière. Era sola, quasi nessuno andò al funerale, solo un sedicenne fac totum mandato dalla direzione del Moulin Rouge, che forse si era sentita in dovere di occuparsi della cosa.
Sempre il sito Amis et passionnés du Père Lachaise riporta:

Grâce à son arrière-petit-fils Michel Souvais, elle fut exhumée en 1992, et le maire de Paris, Jacques Chirac, ordonna le transfert de ses cendres au cimetière de Montmartre. L’inauguration de son nouveau tombeau fut faite en grandes pompes, avec tous les honneurs des associations montmartroises, de la République de Montmartre, Paris-Montmartre et du Moulin Rouge. Le garde champêtre Anatole et sa compagne, Mick la cantinière, étaient présents, ainsi que Michel Souvais qui prononça l’oraison funèbre. Les fameux petits « poulbots », la chanteuse-danseuse LaToya Jackson, alors à l’affiche du fameux Moulin-Rouge, dirigé par Jacki Clérico, les télévisions et la presse internationale, ainsi que d’eminentes personnalites et deux mille personnes, assistaient à cette cérémonie.

«  C’est la Goulue qui inspira Lautrec ! » disait l’actrice Arletty, dont Michel Souvais était le secrétaire bénévole.

La prima volta che andai a Parigi, a diciotto anni appena compiuti, mi aggirai per i vari cimiteri della città, spinta dalla mia bizzarra passione per questo genere di cose. Avevo da poco studiato le meraviglie del periodo impressionista a scuola, ed ero rimasta colpita dall’opera di Lautrec. La Goulue ricorreva sulle pagine del libro di storia dell’arte tanto quanto Jane Avril e grande fu la mia meraviglia quando mi imbattei nella sepoltura della regina di Montmartre, che si trova nel cimitero del quartiere.
Nel ripensare alla sua storia mi commossi molto: ho un debole per la gente d’arte e di spettacolo che cade in disgrazia, dimenticata dalla società, reietta ed emarginata, perché essi, a mio sentire, incarnano la vicenda umana in tutta la sua folgorante bellezza e terribile miseria, con quel senso d’attesa messianica che è l’unico grano di speranza a brillare in un recipiente pieno di ceneri.

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Necrologio

 

Chaim Soutine: lo Chagall dell’ombra, il Modì dell’oscurità

L’école de Paris contava innumerevoli personalità e personaggi. Quegli anni magici e maledetti della capitale francese videro un coacervo di talenti e spiriti lucenti annidarsi per le sue strade brulicanti, chi con pennelli in mano, chi con penna e calamaio, chi con lo strumento musicale al seguito. Già, perché è impossibile scollegare il fervore pittorico di quell’epoca da quello scrittorio, musicale e registico-teatrale. Com’è possibile parlare di Picasso senza menzionare Cocteau e Apollinaire, Erik Satie e Kiki de Montparnasse?

Tra tutti, De amore gallico oggi porta il lettore a conoscere Chaim Soutine, uno di quelli meno noti, meno citati, uno di quelli che a scuola non viene quasi mai nominato.
Come Chagall, anch’egli veniva dai territori della Grande Madre Russia, anche se il villaggio in cui nacque oggi si trova in Bielorussia.
Il suo nome in cirillico si scrive  Хаим Соломонович Сутин e si legge Chaim Solomonovic Sutin. Il nome e il patronimico non lasciano dubbi in merito alle sue origini ebraiche né, immagino, alle sofferenze patite negli anni della sua giovinezza. 

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“Natura morta” di Soutine


Dotato di un talento innato per il disegno, Soutine ruppe il divieto di raffigurazione imposto dalla fede ebraica ortodossa e per questo fu punito con durezza. Un episodio in particolare segnò il suo cammino: a sedici anni fu punito dal figlio del macellaio del villaggio, che era stato ritratto da Soutine. L’artista fu rinchiuso nella cella di frollatura delle carni, dove i quarti di bue e altre carcasse animali pendevano come tetri addobbi dalle mura e dal soffitto del locale, e lì vi rimase per diverso tempo. La madre riuscì ad ottenergli un risarcimento; fu con quel denaro che il giovane e già introverso pittore partì per cercare fortuna altrove.

Soutine giunse a Parigi il 13 luglio del 1913; ad accoglierlo aveva dei colleghi e connazionali, tra cui Krémègne, coi quali mosse i primi passi nella capitale francese.
Di lì a poco conobbe persone che avrebbero significato molto per la sua vicenda personale ed artistica, primo tra tutti Amedeo Modigliani, anche lui ebreo, di cui ammirava estroversione, allegria, spigliatezza e non in ultimo arte. Con Chagall ebbe modo di trovare analogie non comuni: erano entrambi ebrei russi poverissimi, emigrati in Francia alla ricerca di fortuna. Chagall poi divenne una storta di superstar della pittura, richiesto ovunque nel mondo; Soutine, anche a causa delle sue ferite psicologiche legate ad un passato di violenza, povertà ed emarginazione che condizionavano non poco il suo comportamento sociale, non conobbe mai la fama di molti altri suoi colleghi, sebbene negli anni riuscì a raggiungere un discreto successo e stabilità economica.

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“Carcassa di bue”, di Soutine, 1925

I primi tempi parigini furono all’insegna della sporcizia e della scarsa igiene, tanto scarsa che un medico gli trovò nell’orecchio addirittura un nido di cimici. Era brusco e taciturno, non sapeva come avvicinare le donne, non aveva maniere capaci di attirarne. Frequentava prostitute nei bordelli di Montparnasse e di Montmartre: sceglieva le più brutte e le più segnate dal tempo e dalle malattie. Le ritraeva poi sulle sue tele, forse crogiolandosi in quella bruttezza e in quello squallore.
Detestava che le persone esprimessero opinioni sul suo lavoro e, se per caso udiva qualcuno criticare una sua opera, correva a stracciarla in pezzi, salvo poi ricucirla certosinamente per non sprecare materiale prezioso e, per lui, caro. Ridipingeva su quelle tele rattoppate, su delle croste acquistate per due soldi ai mercatini delle pulci, osservava affascinato il suo amico Modì bere sempre di più e scambiare le proprie opere per un goccio di vino. In breve tempo tutta Montparnasse possedeva almeno uno scarabocchio di Modigliani.

La sua salute era pessima: dolori allo stomaco lo accompagnavano costantemente. A posteriori è possibile individuare in quegli attacchi di mal di pancia l’ulcera che, a cinquant’anni, lo avrebbe ucciso. I ricordi della sua infanzia difficile lo attanagliavano e, sulla tela, deformavano la sua pittura, distorcendo segni e linee per produrre ritratti e nature morte tormentatissimi.

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“La donna pazza”, di Soutine, 1919


Modigliani morì nel 1920. Soutine aveva avuto in lui un amico fraterno e la scomparsa del pittore livornese si aggiunse alla serie di dispiaceri che costellavano la sua esistenza. Tuttavia, come spesso accade, la fortuna arrivò, postuma per Modì, tardiva per Soutine, nella persona del collezionista americano Albert C. Barnes. Le loro opere divennero improvvisamente richiestissime e arcinote e la buona sorte non lo abbandonò più fino allo scoppio della seconda guerra mondiale: la Germania invase la Francia e le leggi antisemite gli impedirono di continuare a soggiornare a Parigi. Fuggì e si diede alla macchia, vagando per tutta la Francia con la donna con cui si era accompagnato negli ultimi tempi, Marie-Berthe Aurenche, prima moglie di Ernst, tra l’altro.

La sua ulcera gastrica degenerò in un’emorragia; nulla poté l’operazione cui fu sottoposto a Parigi: il 9 agosto del 1943 Chaim Soutine spirò e fu seppellito al cimitero di Montparnasse.

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Chaim Soutine

L’opera di Soutine è morbosa: ricorrono come soggetti carcasse di animali (eco del suo trauma adolescenziale nel villaggio natio?), paesaggi lugubri, ritratti e autoritratti deformati. Risulta difficile inserire Soutine in una corrente artistica, tanto forte fu il suo individualismo e la sua identità pittorica. Espressionista? Fauve? Di certo Van Gogh, Velazquez e Courbet ebbero un ruolo fondamentale nella sua formazione stilistica, ma Soutine riuscì a costruirsi una cifra inconfondibile, fatta di dolore e amarezza, impastandoli sulla tela insieme coi colori. Modigliani lo influenzò notevolmente, questo è sicuro, ma se nei quadri del livornese c’è una sorta di gioiosa e calorosa celebrazione delle forme umane, esaltate ed esasperate dalla sofferenza causata dalla malattia fisica, in Soutine ci sono sporcizia, sangue, ricordi, traumi e dolori provocati dalla malattia dell’anima.

Per approfondire:
“La grande avventura dell’arte”, programma in onda su Rai 5.
“L’ultimo viaggio di Soutine” di Ralph Dutli
Settemuse