La Bravade di Saint Tropez, tradizione e fede

Quest’oggi è la giornata della Bravade de Saint Tropez, una festa che unisce fede cristiana, tradizione popolare e orgoglio cittadino.

La Bravade in sé per sé è una parata di tropeziani in costume tradizionale, muniti di tamburi, trombette, fucili e moschetti, costituita di diverse parti e fasi che si articolano nell’arco di tempo di tre giornate: il 16, 17 e 18 Maggio di ogni anno.

Il nome fa risuonare subito alle nostre orecchio la parola “bravo”. Andiamo ad analizzarne l’etimologia; il sito Una parola al giorno dice:

Dallo spagnolo: bravo, forse a sua volta dal latino: pravus storto, malvagio, o da barbarus selvaggio, indomito.
Vedendo l’etimologia paradossale di una parola tanto certa e comune qualcosa proprio non torna. Il bravo è l’esatto contrario del selvaggio e del malvagio. Un bravo bambino, una brava persona… hanno qualità di posatezza ed onestà!
Non dobbiamo però scordare il cuore levantino in cui questa mediterranea parola ha ribollito per secoli, acuto nello scovare qualità positive nella canaglia.
Lo storto, fuori regola, è anche eccezionale, e così il selvaggio è indomito, valoroso, e non conosce paura. È vero, restano ancora in piedi i connotati più torbidi delle bravate, delle notti brave, dei bravi di Don Rodrigo, ma sono marginali: la radice di questa parola è esplosa nel mondo in un cristallino odore di apprezzamento, stima, nel vigore dell’abilità volta al bene. Così possiamo pensare al coraggioso inglese, il “brave”, e pensiamo all’universale “bravó” che rimbomba acclamante nei teatri più eleganti di tutto il globo.
Da noi è una parola normale, fondamentale – in virtù della sua storia, forse quasi identitaria, per la nostra cultura. Da piccoli facciamo i bravi a modo nostro e poi diventiamo bravi nel nostro lavoro, tornando a casa ci gustiamo una brava cena – splendido rafforzativo – e portiamo fuori il cane, dicendogli bravo quando ringhia alla vicina bisbetica. Il bravo resta ciò che spicca senza frastuoni, armoniosamente, al suo posto, in un modo anche originale, ormai ripulito dalle passate depravazioni – di cui è però rimasto lo smalto allegro e capace


Le bravate e i bravi di Don Rodrigo hanno tutto a che fare con la Bravade de St.Tropez. A partire dal IX secolo, i pirati saraceni facevano spesso incursioni e scorribande lungo le coste provenzali. Si dice addirittura che la cittadina di Ramatuelle, nella cui municipalità si trova l’arcinota spiaggia di Pampelonne, sia stata fondata da alcuni turchi rimasti a terra dopo un attacco pirata. La prova sarebbe l’etimologia del toponimo: rahmat Allah significa infatti “provvidenza divina” in arabo.

Busto del santo in processione

Fu così che i cittadini tropeziani si organizzarono e si armarono per difendersi dai mori, nominando un condottiero, il Capitain de la ville. Con delle lettere patenti reali, la sua autorità e il suo raggio d’azione furono ufficialmente riconosciuti e la carica restò importante ed attiva fino all’arrivo dell’assolutismo e della centralizzazione totale del potere nella persona del Re Sole. Egli stabilì che una guarnigione fissa dovesse acquartierarsi sul promontorio strategico all’entrata del golfo di Saint Tropez, laddove ora sorge la Citadelle, che ospita un bellissimo museo di storia marinara. I cittadini furono così “espropriati del potere militare” e la difesa della zona fu delegata ai soldati professionisti. Ma i fieri tropeziani si rifiutarono di rendere le armi. Le conservarono e, non potendole usare per la difesa, iniziarono a rispolverarle ogni anno in occasione della festa del santo patrono, come a dire “siamo pronti, nel caso ci fosse bisogno di noi”. Una bravata bella e buona! Ecco perché i tre giorni di Bravade sono accompagnati da un continuo esplodere di colpi a salve.

Costumi tradizionali

Insieme ai fucili e ai costumi provenzali antichi, i tropeziani accompagnano in processione la statua del loro santo patrono, contornata di tanti mazzolini di pitosforo profumato e benedetto: si tratta si San Torpete, ufficiale altolocato della guardia imperiale romana, originario della città di Pisa il quale, al tempo di Nerone, ebbe il coraggio di “fare coming out” e annunciare al folle imperatore piromane la sua fede cristiana (fu convertito nientemeno che da San Paolo in persona). Torpete rifiutò l’abiura impostagli da Nerone e per questo fu martirizzato. Dapprima cercarono di darlo in pasto alle fiere, le quali si accucciavano docili ai suoi piedi. Poi lo vollero flagellare, ma la colonna a cui fu legato cadde a terra. Finirono con il decapitarlo alla foce dell’Arno il 29 Aprile del 68 d.C. I cristiani di Pisa raccolsero la sua testa e la conservarono come santa reliquia in una cappella a lui dedicata. Il corpo fu messo insieme ad un gallo e ad un cane, che presumibilmente dovevano cibarsene, dentro una barca, che fu sospinta al largo dai venti e fu trasportata placidamente dalle acque fino alle coste dell’antica Gallia. Fu una donna, Celerina, avvertita in sogno, che andò in spiaggia ad accogliere la salma del santo, rimasta miracolosamente intatta. Il cane restò con lei, il gallò saltellò fino a qualche chilometro dalla costa, e si fermò in mezzo ad un campo di lino. Era le coq au lin, il volatile che diede il nome al villaggio di Cogolin.

Un luogo di culto fu poi edificato velocemente e le spoglie del santo vi furono traslate il 17 Maggio.

Saint Tropez
Pisa

Ecco anche spiegato perché i colori della Bravade sono il bianco ed il rosso: stanno a simboleggiare il legame tra Saint Tropez e la città di Pisa, una delle grandi repubbliche marinare del medioevo, il cui stemma è proprio bianco e rosso.

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Le Jas des Roberts, un appuntamento domenicale nel golfo di St. Tropez

Poco lontano da Saint Tropez, in mezzo ai vigneti che decorano la campagna di Grimaud, ogni domenica mattina centinaia di antiquari e robivecchi si danno appuntamento per dare vita al pittoresco vide-grenier del Jas des Roberts.

Il Jas des Roberts in realtà è un ristorante, ma col tempo il suo nome è diventato anche quello del mercato delle pulci domenicale. Un rapporto di commensalismo per cui il brocante attira gente e la locanda beneficia del flusso di persone creatosi  (anche se il mercato nacque proprio perché, in principio, era la trattoria il luogo di ritrovo domenicale).IMG_20181127_110123_708

Arrancando su e giù per la pineta in cui si situa il mercato, si odono tutte le lingue possibili: francese, inglese, tedesco, italiano, portoghese… chiunque trascorra un weekend nel golfo di Saint Tropez ha voglia di venire a ficcanasare tra i banchi del Jas de Roberts, la domenica mattina. Ci sono i professionisti del chiner: quelli arrivano alle otto, presto, quando ancora gli espositori stanno mettendo la merce sui banchi. Sono lì per fare dei veri affari, per accaparrarsi la mercanzia migliore e più rara. Lasceranno solo le briciole ai pigroni che fanno il loro ingresso al Jas des Roberts verso le dieci – dieci e mezzo.

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Un’altra peculiarità adorabile del mercato del Jas des Roberts sono i cani. Un espositore su tre ha il suo fido che lo accompagna nell’avventura tropeziana domenicale e molti degli avventori amano portarsi appresso l’amico a quattro zampe (io sono tra questi). Il risultato è che, in mezzo ai vari idiomi, si odono guaiti e latrati di cagnolini che fanno amicizia tra loro o che si sfidano a duello in mezzo ai banchi, su cui traballano busti di vecchie botteghe, cestini da uova, radio obsolete e sediacce spagliate. IMG_20181125_205138_854

Il tempo meteorologico è un fattore preponderante sulla qualità della visita al Jas. Può anche esserci un sole spendente, ma, se il giorno prima è piovuto, è il caso di armarsi con scarpe resistenti e pratiche per affrontare il fango che ricopre lo spazio dedicato al mercato. Niente scarpette della domenica per le signore né mocassini preziosi per i signori.

Sembra che il Jas des Roberts sia nato negli anni ’60, l’epoca d’oro di Saint Tropez. Non sono riuscita a parlare con gli organizzatori, ma ho potuto intervistare diversi espositori che vengono tutte le domeniche da tanto tempo. C’è “L’atelier de Ninie”, che frequenta il Jas da tre anni circa, la signora J. che viene da vent’anni a mercanteggiare le sue chincaglierie ritrovate chissà dove, Madame et Monsieur F., venditori al Jas da sedici o diciassette anni.

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Al Jas, col passare del tempo, ho scovato diverse cose interessanti: una ciotola in ceramica decorata con una carpa azzurra e verde, uno specchio per la mia coiffeuse, il mobile del salone a cui ho cambiato le maniglie e che sto riflettendo su come ridipingere. il lampadario industriale color giallo sole, quello color acciaio e bianco, una sfera di cristallo di rocca purissimo e anche un riflettore da studio cinematografico che tengo sulla libreria di casa in mezzo ai libri, a simboleggiare che la lettura illumina la mente.

Una volta ho incontrato anche una veggente, al Jas de Roberts. Però quello che mi ha predetto non ve lo dirò mai.

“Sea of desire” exhibition at Carmignac Foundation

In a magnificent restored Provençal villa, under the glaring sun of the French Riviera, Edouard Carmignac’s precious contemporary art collection is superbly displayed in the form of “Sea of desire”, an exhibition running until the 4th November.

The visitor is invited to dive in and enjoy the spectacle barefoot, feeling the ground right under the soles of their feet. This allows an unexpected feeling of profound connection with the place and with the tormented beauty of the artworks exhibited.

Roy Lichtenstein’s “Beach scene with Starfish”  welcomes the visitor, whose gaze is then attracted by two Andy Warhol pieces: the portraits of Mao Tse Tung and Lenin. Many more masterpieces are then to be discovered step by step.

The exhibition deliberately presents what could be found in the “sea of desire” that is human nature: not only the incandescent experiences of love, eros and beauty, represented by Botticelli’s Virgin Mary and Venus – sacred and profane love, but also desperation, tragedy and revolution.

This voyage continues in the garden of the villa where, in the middle of the grapevines and olive tree groves, among other remarkable artworks, the whimsical “Path of Emotions” by Jeppe Hein, a maze constituted by mirrored posts and rushes, leaves the visitor astounded, thanks to indescribable disturbing reflections.

This outstanding exhibition is surely a must, a rendezvous for any art lover, but it is also a space-time for anybody in need of an occasion to fathom their own “sea of desire”.

“Sea of desire” – Carmignac Foundation, Porquerolles isle, Hyères, running until 4th November. Entry ticket 15 euros.

“Sea of desire”, mostra della fondazione Carmignac sull’isola di Porquerolles

Scrive il Dr Buchhart, curatore della mostra “Sea of desire”:

Sea of desire: cette phrase, dont les mots se déploient sur la surface d’une grande toile d’Ed Ruscha, attend les visiteurs en fin de parcours, dans la foret. «Les mots ont une temperature» déclare l’artiste «quand ils atteignent un certain degré et deviennent brulants, ils m’attirent…» la temperature des mots de SEA OF DESIRE est chaude, elle bouillonne de sens et d’ambiguités. D’un coté, cette phrase exprime notre Eros et notre désir de beauté; de l’autre, elle contient notre irrésistible attirance pour le drame, voire la destruction.

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Due inquadrature della struttura che ospita la mostra Sea of desire

La fondazione Carmignac ha inaugurato Sea of desire lo scorso giugno: in una grande villa provenzale ristrutturata e adattata alle esigenze della fruizione artistica, in mezzo ai vigneti dell’isola di Porquerolles, di fronte alla città di Hyères, si nasconde una panoplia di opere d’arte contemporanea, tra cui diversi Lichtestein, due Warhol, due Basquiat, Barcelò e numerose opere di artisti meno noti al grande pubblico ma non per questo di minor pregio.

Il viaggio dello spettatore nei fondali di questo mar del disìo avviene a piedi nudi, le piante rigorosamente a contatto con la pietra di cui è costituito il pavimento della batisse. Bianco, blu e verde sono i colori dominanti, valorizzati dalla luce del sole di Provenza, che  penetra di taglio dai soffitti trasparenti e bagnati.

La mostra si articola in capitoli, come un romanzo che narri di desiderio e di terrore: Pop Icons reloaded, Héritage et transgression, Abstraction et disruption, Révolution, terreur et effondrement, Suspense, Fallen Angels, Dèsastre, Brave new world revisited. Al lettore-visitatore della mostra l’ardua sentenza.
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In questa distesa, in questo mare contemporaneo, urbano, straniante e all’odor di acrilico, vi sono due pezzi che alcuno s’aspetterebbe di trovarvi: una Madonna con bambino e una Venere di Sandro Botticelli.

Lui porta a spasso per il paese l’amore sacro e l’amor profano.

Il giardino della fondazione è anch’esso costellato di opere, agguati lungo un sentiero che conduce lo spettatore da una rappresentazione laminata de la Méditerranée ad un Path of Emotions, labirinto di canneti e specchi che riflettono i raggi del sole caliginoso e forse anche i battiti del proprio cuore.

Se è vero che le parole hanno una temperatura, come afferma Ed Ruscha, il silenzio sereno che si è portati a rispettare mentre a piedi scalzi si vive la mostra, contingentata a cinquanta visitatori ogni mezz’ora, ha la temperatura di una goccia d’olio d’oliva raccolta con un pezzo di pane appena sfornato.

Sea of desire è aperta fino al 4 novembre 2018 alla Fondation Carmignac, Isola di Porquerolles, Hyères. Biglietti a 15 euro da prenotare preferibilmente in anticipo sul sito della fondazione: www.fondationcarmignac.com

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Edouard Carmignac e i due Botticelli presenti alla mostra

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I due Warhol esposti

Les enfants de l’île du Levant: una storia da non dimenticare

Tempo fa mi sono imbattuta in un libro chiamato “Les enfants de l’île du Levant” scritto da Claude Gritti, un pescatore natìo di Le Lavandou, poco distante da Hyères.

Al largo di queste coste si stagliano all’orizzonte quattro isole chiamate Les îles d’Or. Si tratta di Porquerolles, ormai meta turistica rinomata, Bagaud, alla quale è proibito accedere per la presenza di un numero esorbitante di ratti, Port Cros, più selvaggia e affascinante, e l’île du Levant, al giorno d’oggi divisa tra naturisti e militari, cioè quanto di più agli antipodi possa esserci.

Un giorno, a metà degli anni ’80, Claude Gritti, pescando attorno a quest’ultima isola, si vide obbligato a rientrare in porto a causa di una “mistralade” violenta. Chi bazzica queste coste conosce la potenza del maestrale che soffia dalla valle del Rodano e prende il cammino attraverso La Ciotat per giungere fino ai dintori di Saint Tropez. È un vento nervoso, che agli uomini causa gli stessi sbalzi d’umore che le donne hanno prima delle mestruazioni. Parole di marinaio che io riporto fedelmente.

Questo colpo di maestrale portò il vecchio pescatore Marius, che accompagnava Gritti, a dedicare un pensiero di compassione agli enfants de l’île. Gritti, incuriosito e ignaro di tutto, lo interrogò a proposito di questi bambini e fu così che venne a conoscenza della storia del bagno penale per minori istituito da Napoleone III sull’isola, rimasto aperto ed attivo per ben 19 anni. Gritti impirgò dei lustri a fare ricerche negli archivi, ad indagare, a ricostruire accuratamente la vicenda dei giovani carcerati. Poi, per caso o per destino, un giorno ebbe inaspettatamente accesso alla parte militarizzata dell’île e poté così visitare il sito militare che fu eretto sulle vestigia del bagno penale. Si recò dunque al cimitero in cui 99 giovani internati, all’incirca il 10% della popolazione della colonia agricola, furono seppelliti durante i vent’anni di attività di questo luogo orribile. La colonia penale vide rinchiusi tra le sue mura non solo piccoli delinquenti, ma anche semplici orfani, giovani vittime di pedofili scappati dai loro aguzzini, bambini ridottisi a rubare per fuggire alla fame, figli di prostitute o fanciullini considerati di troppo da genitori che avevano già molte bocche da sfamare a casa.
Napoleone III, che fondò anche gli altri famigerati bagni penali di cui ho già parlato nei post sull’affaire Seznec, diede l’autorizzazione alla fondazione di questa “colonia agricola” per svuotare le città dei piccoli gavroches che ne abitavano i bassifondi. Sulla carta erano dei luoghi in cui i giovani potevano apprendere i mestieri di contadino, carpentiere, meccanico, muratore, ma in pratica erano dei campi di lavoro forzato, in cui le condizioni igieniche, la malnutrizione e la mancanza di amore generarono morte, dolore, solitudine e malattia.

Claude Gritti ha scritto questo libro per ridare una voce agli enfants dimenticati, perché la loro storia non vada perduta nel tempo. Tessendo i fatti reali con le vicende personali dei piccoli, da lui inventate e liberamente immaginate, ha creato un racconto commovente, che mi ha toccata nel profondo del cuore. L’autore ha anche fatto erigere una stele a memoria dei giovani che sono deceduti sull’isola e che vi sono ancora seppelliti. Di seguito potete trovare la lista di coloro che riposano sull’île du Levant.

Ode alla tapenade

« Cantami, oliva, dell’aglio fragrante
e del cappero verde che infiniti adduce
sapori alla salsina, molti aliti olezza
con generose acciughe sotto sale,
e di olio e prezzemolo nobile pesto
col limone emulsiona (così di Provenza
l’alta cucina si fia), da quando
in aperitivo si degusta saporita tapenade
sul croccante pan francese col divin vino. »

 

La tapenade: croce e delizia. Delizia per chi la gusta, croce per coloro che devono sopportare l’alito del fortunato degustatore. Io, personalmente, la amo, la venero, credo che debba essere esaltata e che non se ne possa mai mangiare troppa. Salsa tipica della Provenza, non è un banale patè di olive, come potreste pensare, ma un sapiente connubio di sapori e di consistenze mediterranee.

Oggi per pranzo ne ho preparata una ciotola e, insieme al pane croccante, è stato l’apice di questa domenica dal tempo incerto e dal maestrale arrabbiato.

 

Voici la recette pour 6 personnes:

200 g d’olives noires dénoyautées
5 filets d’anchois à l’huile
8 petites câpres
1 gousse d’ail
3 cuillères à soupe d’huile d’olive
1 cuillère à soupe de jus de citron

Preparation:

Mettre dans le bol d’un mixeur les filets d’anchois, les câpres, la gousse d’ail hachée, les olives noires, le jus de citron et l’huile d’olive et mixer assez fin.

Bon appetit!

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O tempora, o libertates

Il discorso sulle indipendenze e le autonomie delle nazioni è quantomai di attualità.
In internet gira una mappa politica dell’Europa che rappresenta la frammentazione degli stati se tutti i movimenti indipendentisti avessero successo: sembra un bel guazzabuglio medievale, per citare Mago Merlino ne “La spada nella roccia”.
La Scozia, il Galles, i Paesi Baschi, la Catalogna, le Fiandre, la Baviera ed il Veneto sono forse gli acerrimi indipendentisti europei le cui istanze son cosa nota da molto tempo.
Anche in Francia ci sono correnti indipendentiste locali: la Corsica, Nizza, la Bretagna, la Normandia, la Provenza, la Savoia, l’Occitania, le Fiandre francesi, la Catalogna settentrionale, i Paesi Baschi settentrionali, la Piccardia. Tutti questi movimenti nazionalisti ed indipendentisti hanno radici più o meno antiche e sono giustificati da diverse ragioni di natura storica, linguistica, etnica e politica.

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La Corsica, ad esempio, fu venduta alla Francia da Genova nel 1768. La cosa non piacque ai corsi, i quali già da tempo affermavano la loro identità e anelavano all’indipendenza e all’autodeterminazione. Come si erano battuti coi genovesi, così fecero coi francesi. L’eroe e simbolo del nazionalismo corso è Pasquale Paoli, detto “U babbu di a Patria“. La sua storia è molto appassionante e per certi aspetti ricorda assai la vicenda foscoliana.

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Pasquale Paoli

I francesi del continente dicono spesso che, se ti capita di incontrare un automobilista con targa corsa, è sempre meglio rigare dritto ed evitare qualsiasi gatta da pelare: i corsi son gente che non perdona, fieri e senza paura, il parigino non avrebbe speranze contro di loro!

Oggi il Fronte di Liberazione Nazionale Corso ha cessato la sua lotta armata, ma le tensioni e la corrente sotterranea che lo animano non si sono placate, così come avviene per le altre regioni francesi animate da nazionalismo e spinta autonomista.

La Bretagna è tra queste, avanzando delle istanze indipendentiste basate sulla sua radice etnica celtica. Essa è infatti membro della Celtic League insieme a Irlanda, Scozia, Galles, Isola di Man e Cornovaglia. Il sito della Celtic League afferma:

Political freedom for the Celtic countries is one of the fundamental aims of the League, because without this freedom it would be extremely difficult to secure our other aims. This freedom can only be achieved if the Celtic countries become independent states in their own right. In turn the Celtic League believes that all peoples have the right to pursue self determination should they so wish. This is one of the reasons why the League shows solidarity in its work with other peoples of the world who are also striving for that freedom e.g. Basques, Catalans, Tibetans, Maoris, etc. and are congratulatory of those people who finally obtain it.

Un altro movimento indipendentista interessante riguarda l’area nizzarda, di cui Wikipedia spiega:

Le nationalisme niçois désigne un ensemble de mouvements culturels et politiques revendiquant entre autres une large autonomie voire l’indépendance du pays niçois, la défense de la langue niçoise, la révocation du traité de Turin de 1860 qui incorpora le comté de Nice, devenu arrondissement de Nice à la France centralisée.

Plus généralement il s’agit d’affirmer l’identité culturelle de Nice, trop souvent assimilée à la Provence dominée par Marseille et s’étendant jusqu’à l’embouchure du Var à l’ouest de la ville, ou à une Côte d’Azur à la délimitation géographique assez floue.

Il nazionalismo nizzardo affonda le sue radici nel barbetismo, un movimento spontaneo che nacque a Nizza nel 1793 in seguito alle violenze compiute dalle truppe francesi all’indomani dell’annessione forzata della città – che prima faceva parte del regno di Sardegna – alla Francia rivoluzionaria. Quanto detto per Nizza non va confuso con l’irredentismo italiano.

Curiosamente una parte della Francia che si trova verso i Pirenei, al confine con la Spagna, si proclama in tutto e per tutto parte della Catalogna. Ciò implica che il nazionalismo catalano coinvolge non soltanto Madrid ma anche Parigi, e che in questi giorni si deciderà molto del destino futuro di questa terra. Stessa cosa dicasi per i Paesi Baschi. Nelle due cartine allegate si possono vedere evidenziate le parti della Catalogna e dei Paesi Baschi che si trovano in Francia.

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catalogne

Ovviamente le questioni aperte sono di una natura così complessa che un breve articolo in un blog non potrebbe mai spiegare in modo esaustivo e completo. Per chi volesse approfondire, dunque, ecco qualche link utile in aggiunta a quelli già forniti:

Questione catalana:
http://gauneau.marcel.pagesperso-orange.fr/Html/roussintro.html
http://www.maison-pays-catalans.eu/presentation/la-catalogne-et-les-pays-catalans/

Questione basca:
https://www.nytimes.com/2015/06/07/travel/the-french-side-of-basque-country.html
https://en.wikipedia.org/wiki/Basque_Country_(greater_region)

Questione corsa:
http://www.corsicalibera.com/
http://www.uribombu.corsica/

Questione nizzarda:
http://les-cahiers-de-lannexion.over-blog.net/
http://www.paisnissart.com/archives/2007/05/11/4897530.html

Questione bretone:
http://www.agoravox.fr/actualites/politique/article/bretagne-l-impossible-independance-143417