O tempora, o libertates

Il discorso sulle indipendenze e le autonomie delle nazioni è quantomai di attualità.
In internet gira una mappa politica dell’Europa che rappresenta la frammentazione degli stati se tutti i movimenti indipendentisti avessero successo: sembra un bel guazzabuglio medievale, per citare Mago Merlino ne “La spada nella roccia”.
La Scozia, il Galles, i Paesi Baschi, la Catalogna, le Fiandre, la Baviera ed il Veneto sono forse gli acerrimi indipendentisti europei le cui istanze son cosa nota da molto tempo.
Anche in Francia ci sono correnti indipendentiste locali: la Corsica, Nizza, la Bretagna, la Normandia, la Provenza, la Savoia, l’Occitania, le Fiandre francesi, la Catalogna settentrionale, i Paesi Baschi settentrionali, la Piccardia. Tutti questi movimenti nazionalisti ed indipendentisti hanno radici più o meno antiche e sono giustificati da diverse ragioni di natura storica, linguistica, etnica e politica.

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La Corsica, ad esempio, fu venduta alla Francia da Genova nel 1768. La cosa non piacque ai corsi, i quali già da tempo affermavano la loro identità e anelavano all’indipendenza e all’autodeterminazione. Come si erano battuti coi genovesi, così fecero coi francesi. L’eroe e simbolo del nazionalismo corso è Pasquale Paoli, detto “U babbu di a Patria“. La sua storia è molto appassionante e per certi aspetti ricorda assai la vicenda foscoliana.

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Pasquale Paoli

I francesi del continente dicono spesso che, se ti capita di incontrare un automobilista con targa corsa, è sempre meglio rigare dritto ed evitare qualsiasi gatta da pelare: i corsi son gente che non perdona, fieri e senza paura, il parigino non avrebbe speranze contro di loro!

Oggi il Fronte di Liberazione Nazionale Corso ha cessato la sua lotta armata, ma le tensioni e la corrente sotterranea che lo animano non si sono placate, così come avviene per le altre regioni francesi animate da nazionalismo e spinta autonomista.

La Bretagna è tra queste, avanzando delle istanze indipendentiste basate sulla sua radice etnica celtica. Essa è infatti membro della Celtic League insieme a Irlanda, Scozia, Galles, Isola di Man e Cornovaglia. Il sito della Celtic League afferma:

Political freedom for the Celtic countries is one of the fundamental aims of the League, because without this freedom it would be extremely difficult to secure our other aims. This freedom can only be achieved if the Celtic countries become independent states in their own right. In turn the Celtic League believes that all peoples have the right to pursue self determination should they so wish. This is one of the reasons why the League shows solidarity in its work with other peoples of the world who are also striving for that freedom e.g. Basques, Catalans, Tibetans, Maoris, etc. and are congratulatory of those people who finally obtain it.

Un altro movimento indipendentista interessante riguarda l’area nizzarda, di cui Wikipedia spiega:

Le nationalisme niçois désigne un ensemble de mouvements culturels et politiques revendiquant entre autres une large autonomie voire l’indépendance du pays niçois, la défense de la langue niçoise, la révocation du traité de Turin de 1860 qui incorpora le comté de Nice, devenu arrondissement de Nice à la France centralisée.

Plus généralement il s’agit d’affirmer l’identité culturelle de Nice, trop souvent assimilée à la Provence dominée par Marseille et s’étendant jusqu’à l’embouchure du Var à l’ouest de la ville, ou à une Côte d’Azur à la délimitation géographique assez floue.

Il nazionalismo nizzardo affonda le sue radici nel barbetismo, un movimento spontaneo che nacque a Nizza nel 1793 in seguito alle violenze compiute dalle truppe francesi all’indomani dell’annessione forzata della città – che prima faceva parte del regno di Sardegna – alla Francia rivoluzionaria. Quanto detto per Nizza non va confuso con l’irredentismo italiano.

Curiosamente una parte della Francia che si trova verso i Pirenei, al confine con la Spagna, si proclama in tutto e per tutto parte della Catalogna. Ciò implica che il nazionalismo catalano coinvolge non soltanto Madrid ma anche Parigi, e che in questi giorni si deciderà molto del destino futuro di questa terra. Stessa cosa dicasi per i Paesi Baschi. Nelle due cartine allegate si possono vedere evidenziate le parti della Catalogna e dei Paesi Baschi che si trovano in Francia.

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Ovviamente le questioni aperte sono di una natura così complessa che un breve articolo in un blog non potrebbe mai spiegare in modo esaustivo e completo. Per chi volesse approfondire, dunque, ecco qualche link utile in aggiunta a quelli già forniti:

Questione catalana:
http://gauneau.marcel.pagesperso-orange.fr/Html/roussintro.html
http://www.maison-pays-catalans.eu/presentation/la-catalogne-et-les-pays-catalans/

Questione basca:
https://www.nytimes.com/2015/06/07/travel/the-french-side-of-basque-country.html
https://en.wikipedia.org/wiki/Basque_Country_(greater_region)

Questione corsa:
http://www.corsicalibera.com/
http://www.uribombu.corsica/

Questione nizzarda:
http://les-cahiers-de-lannexion.over-blog.net/
http://www.paisnissart.com/archives/2007/05/11/4897530.html

Questione bretone:
http://www.agoravox.fr/actualites/politique/article/bretagne-l-impossible-independance-143417

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Les voiles de Saint Tropez, un evento marinaro tra lusso e tradizione, perché Odisseo riprenda il suo periplo mediterraneo

Les Voiles de Saint Tropez è uno dei più importanti eventi velistici al mondo, una regata che ha luogo ogni anno a cavallo tra settembre e ottobre, attirando imbarcazioni dai quattro angoli della terra.
Per l’occasione il porto del noto villaggio si svuota di tutti gli yacht di lusso che lo popolano durante l’estate, di modo da poter accogliere alcuni tra i più belli e imponenti bateaux del mondo.
Questa gara ha avuto vita trent’anni fa sotto il nome di “La Nioulargue“, perché lo scopo è quello di doppiare una collina sottomarina che si trova al largo di Pampelonne e che si chiama proprio Nioulargue.

In generale i primi giorni della manifestazione sono occupati dalle grandi parate dei velieri, che scatenano stupore e ammirazione nel pubblico.
Un mio amico, esperto marinaio, ha vinto un concorso e ha avuto l’opportunità di partecipare alla parata inaugurale a bordo di un trimarano di venti metri di nome Ex Gitana 11. Mi ha raccontato di aver trascorso un pomeriggio mozzafiato, nonostante il vento freddo e tagliente che si era levato nel golfo di Saint Tropez.

In effetti il mistral non fa sconti a nessuno. Nel 1995, ultimo anno della manifestazione chiamata “La Nioulargue”, durante la corsa vi fu un incidente molto grave che causò una morte. Per tre anni la regata non ebbe luogo, fino al 1999, quando si decise di riprendere con questo appuntamento velistico mondiale, cambiando però il nome in “Les voiles de Saint Tropez”.

Sul sito ufficiale potete trovare tutte le informazioni pratiche dell’evento.
Si può leggere anche che:

Le mélange de yachts classiques avec des bateaux ultra modernes est la caractéristique principale des Voiles et sa véritable “marque de fabrique”.

In effetti la magia della regata risiede nel fatto che non partecipano solo barche a vela moderne e dotate di ogni tool più recente e innovativo. Ci sono velieri antichi, dei primi del novecento, perfettamente conservati o magnificamente restaurati.

I nomi sono fantasiosi e tutti diversi: Hallowe’en (è quasi ora di mettersi a scavare le zucche, in effetti), Black Legend (astenersi battute di cattivo gusto), Enterprise (forse il proprietario è un trekkie?), Oiseau de feu (un appassionato di Stravinkij?), Galvana (come ser Galvano della saga arturiana), Il moro di Venezia (fan del Bardo?), Samarkand (un omaggio a Hugo Pratt?)…

Dalla baia di Gigaro ho scattato alcune foto che ritraggono le barche a vela in lontananza.voiles
Non sono andata a Saint Tropez di persona, sia perché trascorrerci anche solo qualche ora significa spendere molti soldi, sia perché sono molto presa dallo studio. Però ho potuto godermi un magnifico spettacolo da cartolina seduta sulla sabbia mossa dal vento, in una bella giornata di inizio ottobre.

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Le barche a vela hanno un fascino tutto loro che nessuna imbarcazione a motore potrà mai sprigionare. Negli alberi che si ergono maestosi, nello spiegarsi delle vele di tessuto, nel cigolare del legno, nel respiro della barca tutta si sente la radice prima dell’arte della navigazione, si percepisce il tocco dell’uomo antico, quando grazie al suo solo intelletto e alla sua sola forza riuscì a sfruttare la potenza dei venti e a padroneggiare gli elementi a mani nude, rischiando la vita in ogni momento.
Credo che queste siano azioni che hanno lasciato un segno invisibile ed indelebile, una traccia, una vibrazione umana che si perpetua nel nostro fare e disfare. Quando ripetiamo gesti dalle origini ancestrali rinnoviamo lo sforzo del primo uomo che li compì.
Io, ogni volta che poso gli occhi su una barca a vela, non posso fare a meno di pensare a Odisseo, al suo periplo, all’acume e alla curiosità che lo condussero alla scoperta di luoghi favolosi ed esseri mostruosi.
Davvero pensiamo di essere così cambiati, noi uomini contemporanei? Davvero crediamo di discostarci molto dall’homo curiosus cantato da Omero nell’Odissea?
Io no.
Non la pensava così nemmeno Dante, che lo mise nell’inferno, non per la sua sete di conoscenza né per tracotanza, ma perché fu un consigliere fraudolento e ingannatore.

Se avessi una barca a vela tutta mia la chiamerei Odissea, o Calipso, o Nausicaa e me ne andrei anche io a gareggiare a Les voiles de Saint Tropez, sfidando il vento e gli altri velieri, solcando il mare come se fossimo la flotta achea che giunge all’Ellesponto per assediare la città di Troia.

Estate di fuoco e di fuochi

L’estate ha raggiunto il suo culmine e lentamente le giornate ricominciano ad accorciarsi.
De amore gallico si è preso una pausa. Durante queste settimane sono successe cose gravi ed importanti: gli attentati in Spagna, la morte di Jeanne Moreau, stella del cinema francese, tensioni preoccupanti tra Corea del Nord e U.S.A.

Il fatto che più mi ha toccata, forse perché l’ho visto coi miei occhi, è stato l’ondata di incendi che ha investito la Provenza e la Costa Azzurra.
Vivo a cinque km da dove si è generato e propagato il grande fuoco che ha raggiunto anche il comune di Saint-Tropez e coi miei occhi ho visto le colonne di fumo nero e la devastazione che le fiamme hanno portato su di un tratto di costa tra i più belli del paese. Ho sentito le sirene dei vigili del fuoco strillare per ore e per giorni e i Canadair volare e cercare di arginare i danni.
Ho visto le strade congestionate dal traffico: i turisti, spaventati, se la davano a gambe e tornavano a casa loro, senza sapere che così facendo bloccavano le vie di accesso rapido al luogo del disastro ed impedivano l’arrivo dei soccorsi in tempo utile.

La sera in cui è divampato il grande incendio sulla collina di Gigaro, nel comune di La Croix Valmer, ho scattato queste foto dall’altra parte della baia, nel porto di Cavalaire-sur-mer:

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24 luglio 2017

I giorni seguenti, una volta che le fiamme erano state domate, sono andata a vedere quello che restava della foresta del litorale con il jet-ski. Questo è quello che ho trovato:

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Ci vorranno almeno vent’anni per far ricrescere la flora lussureggiante che prima ricopriva il litorale.

Non avevo mai visto un incendio dal vivo. Devo dire che è stata una delle esperienze più profondamente disturbanti che io abbia mai avuto.
Le indagini dei vigili del fuoco e delle autorità hanno portato alla luce quella che con tutta probabilità è l’origine di questo disastro: un barbecue finito male.

Faccio un appello che può sembrare pedante, ma a cui tengo molto: siate attenti. Sempre. Qualsiasi gesto può fare la differenza. Spegnete le sigarette e buttatele dove non possono nuocere, non accendete falò se non siete esperti e, soprattutto, non fatelo laddove il rischio di incendi è alto, siate prudenti coi vostri barbecue. Abbiamo già danneggiato abbastanza la Terra, non serve causare anche queste disgrazie estive.

Be conscious of climate change and care about our planet: it’s the only home we have.

Pillola: fenicotteri che ballano il flamenco tra fiamme fiamminghe

Sembra che, mai come quest’estate, il fenicottero sia di moda. Dappertutto si vedono accessori, vestiti e gadget che raffigurano il roseo volatile.

In inglese si chiama flamingo, in francese flamant rose. La cosa bizzarra è che, secondo l’ Online Etymology Dictionary, l’inglese sembra aver preso in prestito il termine dal portoghese e dallo spagnolo, che a loro volta lo hanno importato dal dialetto provenzale, che con la parola flamanc indica i rosei uccelli che popolano le terre acquitrinose della Camargue.

Nel provenzale si è fuso il termine latino flamma col suffisso germanico –enc (ovvero “appartenente”).  La fiamma definisce il colore del piumaggio di questo bel volatile ghiotto di gamberi. D’altra parte “fenicottero” deriva dal greco “phoinikopteros” ovvero “dalle ali color della porpora”.

Ma che c’entrano i fenicotteri col flamenco, il passionale ballo iberico?

Le teorie in merito sono infinite. Pare che la parola, in questo caso, debba la sua origine al popolo fiammingo. Non dimentichiamo che la Spagna ha dominato per tanto tempo una parte di Olanda che nei volumi di storia viene chiamata “Paesi Bassi Spagnoli”. A Madrid i fiamminghi avevano nomea di essere gentaccia dal carattere tremendo, e forse è questo il motivo per cui una danza così focosa è associata alle Fiandre. O magari, più semplicemente, fumi dell’olio di papavero, usato per la tecnica pittorica di cui furono gli inventori, avevano dato loro un po’ alla testa…

A me, tutto sommato, piace pensare che il flamenco si chiami così perché le mosse prendono ispirazione dai fenicotteri, che se ne stanno spesso su una zampa sola e battono il becco per acchiappare i gustosi gamberi di cui la loro dieta è principalmente composta.

Che incredibili girandole linguistiche che escono fuori da una buffa moda estiva!

Blogger we want you! De amore gallico partecipa al concorso di Grazia.it

Il mio piccolo, non convenzionale blog rispecchia tutto quello che sono e che mi piace: storia, letteratura, linguistica, teatro, arte, curiosità, umorismo, cucina, viaggi, un pizzico di sehnsucht e, spero, ironia e ingenuità in egual misura, non necessariamente in questo ordine, ma ben mescolate in un ibrido bizzarro che ricorda vagamente un ippogrifo arrabbiato o una chimera che si è persa nella nebbia.

Che cosa accade quando tante cose si fondono in un’unica persona che vaga seguendo la direzione del vento, a metà strada tra Mary Poppins, Vianne Rochet e Pinocchio?
Non lo so. Ma Tolkien scrisse che “Not all who wonder are lost” per cui non mi sento troppo inquieta.

Sono capitata in Francia, sulla costa provenzale, per puro caso. Da quest’esperienza è nato De amore gallico, ma, siccome non mi fermerò qui, penso che nasceranno molti altri “De amore”: ovunque la vita mi porterà, coi suoi mulinelli birichini e profumati, io andrò e là cercherò di dipingerne il ritratto coi colori più vivaci che la mia tavolozza verbale possiede.

Grazia.it cerca IT blogger. De amore gallico è quello giusto?
Forse, ma solo se vi interessano i sapori e i colori francesi goduti col gusto e la vista italiani.blogger-we-want-you-graziait-L-QhR4fg

Pillola: monsieur Serge

Monsieur Serge è un anziano francese che parla con il tipico accento del sud. I capelli, che sono argentati bluastri, gli ricadono lunghi sulle spalle. È sempre abbronzato e il profilo grifagno lo fa assomigliare ad una di quelle illustrazioni d’epoca de “I tre moschettieri”: gli mancano spada, cappello e stivaloni per fare un perfetto Athos.

Monsieur Serge era un pasticcere e ristoratore, da giovane. Ora è in pensione, ma non riesce a star fermo senza far nulla e talvolta svolge qualche lavoro come giardiniere.

Non è sposato, non ha figli, gli rimane solo una sorella che abita lontano. Fino a qualche mese fa le telefonava ogni settimana dall’ultima cabina telefonica del villaggio. Ora che anche quella è stata soppressa dalla compagnia telefonica, monsieur Serge si è visto costretto ad acquistare un cellulare. E tuttavia si ostina a non usarlo, preferendo scrivere alla sorella delle lunghe lettere, come si faceva una volta

Siccome era un pasticcere, quando la mattina scende all’edicola per ritirare il suo giornale acquista anche qualche gratta e vinci dal nome “Dessert en or”. Commenta le notizie del giorno, borbotta tra sé e sé, ride senza troppo curarsi di chi lo circonda. Esce a prendere il caffè, incontra i suoi amici del paese, specialmente monsieur Gegé, sempre con il cappello da pescatore e gli occhiali da sole, che aspetta il momento buono per scommettere sulle corse dei cavalli.

Monsieur Serge ama cucinare, però non ha nessun familiare per cui poterlo fare, così ogni giorno, a pranzo, prepara qualche cosa di buono e lo porta a Tonia, la bionda commessa dell’edicola, che gli vuole tanto bene.

La banque des instruments de musique de Nice et le théâtre Francis Gag, un tour dans le vieux Nice à la découverte de ses petits trésors cachés

Una passeggiata nel Vieux Nice sulle tracce di Garibaldi e della Storia porta il viaggiatore a fare incontri fortuiti e fortunati.
È il caso della Banque des instruments de musique, un’istituzione che ha un che di pinocchiesco, barocco, onirico e meraviglioso.

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Questa associazione da più di dieci anni recupera vecchi strumenti musicali di ogni tipo, li restaura, li ripara e li mette a disposizione di ragazzi provenienti da famiglie disagiate, con situazioni difficili alle spalle, che hanno voglia di imparare a suonare uno strumento. Centinaia di violini, chitarre, clarinetti, fisarmoniche, pianoforti, ottoni, batterie, bassi… tutti hanno casa alla banque e ritrovano vita nelle mani di giovani allievi che altrimenti non potrebbero accedere all’apprendimento musicale: il costo annuale dell’affitto di uno strumento è di soli 40 euro.
L’idea è di una signora nizzarda, melomane ed ex addetta stampa del teatro dell’opera di Nizza, Elisabeth Touraille, che nel 2006 aprì quest’associazione avvalendosi dell’aiuto di molti che parteciparono con entusiasmo al progetto, tra cui il direttore dell’orchestra della città e le istituzioni locali.rec-1367080606-banquedinstrumentmusique
Molti musicisti professionisti svolgono attività di volontariato come insegnanti: la banque infatti organizza corsi e laboratori con saggi ed esibizioni pubbliche.
Oramai è diventata un punto di riferimento per molti e può essere definita un gioiello della Costa Azzurra sia per la sua importanza sociale che per quella artistica ed educativa.

Non lontano dalla banque si trova il Théâtre Francis Gag, ex teatro del Vieux Nice, segnalato da un’insegna alla img_20161210_162219vecchia maniera, di quelle che ricordano le stazioni di posta di una volta, provviste di locanda e stalla per i cavalli.
Fu aperto nel 1989 e intitolato ad un autore di nome Francis Gagliolo, noto per essere un forte sostenitore del dialetto occitano e delle tradizioni del sud-est francese. In Francia tutti conoscono un personaggio da lui creato e divenuto proverbiale: Tanta Vitourina.
Non ho visitato il teatro, limitandomi a guardare l’esterno. Era chiuso, in quel pomeriggio di vagabondaggio nizzardo, ma su Google si trovano delle belle immagini che mostrano la grande sala e, se visitate il sito ufficiale, potete dare un’occhiata al cartellone, alle caratteristiche dello spazio (260 posti, un palco di 98 mq e un ridotto) e ai nomi che sono passati di lì.

Che siate melomani, amatori del teatro, allievi di musica, attori o registi o che vi troviate su questo blog semplicemente di passaggio, non mi resta che salutarvi con l’augurio della gente di teatro: “MERDA! MERDA! MERDA!”

N.B. L’usanza di ripetere tre volte “Merda!” è legata ai tempi in cui i ricchi andavano a teatro in carrozza: poiché i signori di solito acquistavano i biglietti per i posti migliori, che erano anche i più cari, più gente dell’alta società fosse stata presente in sala la sera dello spettacolo, più soldi sarebbero entrati nelle casse della compagnia teatrale. Dato che le vetture attendevano fuori dal teatro per tutto il tempo della rappresentazione, era normale che i cavalli defecassero sulla piazza antistante. Alla fine della serata, quanta più cacca c’era sul selciato, tanta più gente danarosa aveva acquistato il biglietto.