Maitresses illustri: la storia delle amanti dei re di Francia – parte 2

Saliamo nuovamente sulla macchina del tempo, direzione le alcove dei re di Francia. Dopo la relazione di tutta una vita che vide Caterina de’ Medici tradita in favore di Diana di Poitiers, concentriamoci su Carlo IX, uno dei figli della regina nera, che fu sovrano dal 1560 al 1574.

La donna con cui visse una storia d’amore torrida e duratura, la sua unica amante di cui si abbia notizia, fu una dama conosciuta per la grande bellezza e lo spirito vivo e acuto: Marie Touchet, figlia del signore di Beauvais e Quillard, ugonotto, consigliere a corte. Aveva la pelle fine, i capelli molto folti e di un nero corvino, gli occhi più grandi della media. Una vera bellezza, della quale era ben cosciente, tanto che si dice abbia affermato, nell’osservare il ritratto della promessa sposa del suo amante: ‘Non la temo affatto.’

Pare che l’incontro tra i due sia avvenuto durante le rispettive adolescenze, in occasione di una caccia organizzata durane un viaggio in giro per il regno, e che l’amore sia durato per tutta la vita. Purtroppo le fonti che riportano notizie su di lei sono poche, per la maggior parte letterarie o artistiche (e quindi molto romanzate), ma si sa che il re e la giovane usavano incontrarsi di nascosto, in un casino di caccia, cercando di tenere all’oscuro la madre di lui, che disapprovava questa relazione. Nonostante i tentativi di vivere il loro divorante amore in sordina, Caterina de’ Medici venne a conoscenza della liason grazie alla sua rete di agenti segreti e fece in modo di allontanare i due amanti.

Il loro legame, invece, era così forte che né la distanza né tantomeno il matrimonio combinato tra Carlo IX ed Elisabetta d’Asburgo riuscirono a spegnere la fiamma che li univa. Ebbero anche due figli: uno morì in fasce, il secondo, invece, battezzato col nome del padre, divenne duca di Angoulême. Purtroppo, però, il destino aveva altri piani, per i due amanti e per la Francia: Carlo morì nel 1574, un anno dopo la nascita del secondo figlio.

Maria Touchet, dunque, dovette sposarsi, alla fine. Nel 1578 convolò a nozze col governatore d’Orléans, al quale diede due figlie, anche loro future maitresses royales. Morì a Parigi nel 1638, ma la sua figura ha continuato a vivere nelle opere di grandi scrittori quali Dumas, Rivet e de Balzac.

Con la morte di Carlo IX fu il fratello Enrico che ricevette la corona e il fardello della nazione. Passato alla storia col nome di Enrico III, egli fu l’ultimo sovrano della dinastia dei Valois a sedere sul trono di Francia. Durante il suo regno ci fu quella che viene ricordata come la Guerra dei Tre Enrichi e che vide fronteggiarsi da una parte il re, Enrico di Valois, dall’altra Enrico di Navarra l’ugonotto e dall’altra ancora Enrico duca di Guisa, partigiano cattolico, pari di Francia e grande personalità politica del tempo.

Ma lasciamo la guerra ai condottieri: a noi ci interessano gli amori. E questo Enrico qui ne ebbe a bizzeffe. Innanzi tutto dobbiamo ricordare i famosi Mignons, che non sono gli esserini gialli con gli occhiali che piacciono tanto agli infanti, ma i favoriti del re. Qui dobbiamo fare una piccola digressione sui costumi di Enrico: allevato ‘all’italiana’, per gli standard dell’epoca i suoi modi erano molto effemminati, quasi debosciati. Era un grande amante della moda e delle arti, un uomo colto e di gran gusto. I contemporanei videro di cattivo occhio i suoi atteggiamenti e forse è questo il motivo per cui la storia ha tramandato racconti equivoci a proposito del re e dei suoi favoriti. Certo, è possibile che il re avesse tra i Mignons anche degli amanti, nel qual caso non sarebbe stato né il primo né l’ultimo re ad avere un orientamento sessuale di più ampio raggio, ma gli storici non sono tutti concordi in merito a questo punto. Non sapremo mai la verità, ma che importanza ha? A me piace pensare che alla corte di Parigi Enrico III se la sia spassata alla faccia di tutti e nei modi che più gli aggradavano.

Tra i vari sollazzi, comunque, egli aveva anche gli incontri galanti con alcune dame, la più nota delle quali fu la bionda e avvenente Maria di Clèves. Ella non ebbe mai il titolo di favorita. In realtà nessuna delle amanti di Enrico III godette mai di tale ufficializzazione, ma la fitta corrispondenza che il re intrattenne con la belle Marie è ancora oggi testimonianza di un amore bruciante che li legò per quattro anni. Diventato re, Enrico sperò addirittura di far annullare il matrimonio della sua dulcinea per poterla portare lui all’altare, ma il suo sogno si infranse sugli scogli del destino: Maria morì dando alla luce un figlio nel 1574. Fu così che Enrico sposò una sosia della sua amante perduta, Luisa di Mercoeur. Questo matrimonio non aveva importanza politica particolare, ma si rivelò un’unione molto riuscita, perché pare che i due coniugi si siano amati sinceramente e appassionatamente.

Ovvio, l’amore coniugale non impedì al re di coltivare altre avventurette par ci et par là. Tuttavia le visse in grande discrezione per non mancare di rispetto alla sua sposa. Si segnala anche una supposta liason con una meravigliosa figura storica, la cortigiana veneziana Veronica Franco, la cui vita meriterebbe un articolo dedicato a lei esclusivamente.

Morto Enrico III, per farla davvero breve, il regno passò nelle mani del cognato, l’ugonotto Enrico IV che aveva sposato la principessa Margot (con tutto quel che segue, notte di San Bartolomeo inclusa). Si disse che in fondo Parigi valeva bene una messa, si convertì, e con lui la dinastia dei Borboni inaugurò la sua epoca d’oro, arrivando successivamente a regnare su mezza Europa.

Che dire di costui? Il matrimonio con la principessa Valois fu annullato (e la storia della povera Margot, tragica e mozzafiato, è stata oggetto di tanti racconti e romanzi storici vergati dalle migliori penne della letteratura). Riconvolò a nozze, portando nuovamente la famiglia De’ Medici sul trono. La sua seconda moglie, infatti, altri non era che Maria De’ Medici, la quale gli diede ben sei figli. Non fu un marito fedele: le avventure galanti gli guadagnarono il soprannome di vert galant. In italiano potremmo tradurlo come ‘volpone d’argento’, cioè un vegliardo parecchio arzillo, specie per quanto riguarda le attività del talamo. Sue maitresses furono Gabrielle d’Estrées, nota per essere ritratta nel dipinto della scuola di Fontainbleau ‘Gabrielle d’Estrées e sua sorella al bagno’, in cui l’una pizzica il capezzolo dell’altra, le sorelle Catherine Henriette de Balzac e Carlotta di Essart, entrambe figlie di quella Marie Touchet che aveva amato Carlo IX, e anche Giacomina di Bueil, una dama che gli diede un figlio.

Di queste quattro favorite, vale la pena discutere di alcune cose: una delle più celebri, Gabrielle d’Estrées, ebbe il merito di influenzare Enrico nell’abiura della fede ugonotta. Ella era una fervente cattolica e il suo ascendente sul re deve aver giocato un ruolo di primo piano in questa vicenda. Era una donna di grande spirito, molto intelligente, abilissima oratrice e lo amava con trasporto sincero. La sua capacità diplomatica e il suo discernimento le valsero un riconoscimento molto importante per una donna di quel tempo: un posto nella camera del consiglio del re. Quando Enrico ottenne l’annullamento delle nozze con Margot, si fidanzò con la sua amante, la quale però, forse a causa di un avvelenamento, morì anzitempo subito dopo un parto drammatico, durante il quale anche il bambino spirò. Il re portò a lungo il lutto per la sua favorita, una cosa senza precedenti a corte.

Tempo dopo, quando le trattative per il matrimonio con Maria de’ Medici erano già in corso, fu Catherine Henriette a soggiogare col suo charme il sovrano. In realtà la loro storia d’amore si trasformò in una relazione d’odio per dissidi su benefici e titoli che la donna desiderava per sé e, soprattutto, per il riconoscimento di uno dei figli della coppia come Delfino di Francia. Ella partecipò anche ad un complotto ai danni del re che fu sventato, ma la sua reputazione restò macchiata e, alla morte di Enrico, fu bandita dalla corte.

Possiamo davvero dire che la fine dei Valois e l’ascesa dei Borbone furono davvero roventi, sia sul campo di battaglia che nella camera da letto.

Ma non finisce qui! Il meglio deve ancora venire. A presto con la terza parte di questo excursus storico nelle reali alcove di Francia!

Maitresses illustri: la storia delle amanti dei re di Francia – parte 1

Fare un compendio esaustivo di tutte le donne che nei secoli si sono fregiate del titolo di ‘favorita del re’ sarebbe un obiettivo troppo ambizioso per un semplice articolo di blog dalle umili aspirazioni.

Nondimeno possiamo dare una sbirciata alle reali alcove ‘più famose e illustri’ ponendoci come punto di partenza un’epoca, o un re in particolare. Nel nostro caso ritengo sia adatto scegliere di iniziare con Carlo VII il Ben-servito, colui la cui vita si intrecciò a quella dell’eroina nazionale di Francia, Giovanna d’Arco. L’amante più famosa di Carlo VII si chiamava Agnès Sorel.

Siamo nel XV secolo. Alla corte di Francia, in quel tempo, le concubine reali avevano uno statuto ufficioso, nascosto nell’ombra: non dovevano, insomma, vivere sotto i riflettori della società. Questa cosa cambiò proprio con Agnès Sorel, la quale iniziò la sua scalata sociale dalla città di Compiègne per diventare maîtresse-en-titre du roi.

Nata da una famiglia della piccola nobiltà, ricevette un’accurata educazione; questo, insieme alla sua folgorante bellezza, la portò a diventare dama di compagnia di Isabella di Lorena, consorte del re di Napoli. Ma Agnès non era destinata a rimanere una dama al servizio di una regina di secondo rango. Le sue grazie fisiche, infatti, fecero sì che il re di Francia ne rimanesse completamente abbacinato. Ecco allora che, nel 1444, Agnès divenne dama di compagnia della regina di Francia, Maria d’Angiò. Questa posizione era in realtà una scusa perché la bella piccarda potesse vivere a corte e diventare la favorita ufficiale del sovrano. E lei, donna di grande ambizione, approfittò fino in fondo delle possibilità offerte da una situazione simile.

Agnès era intelligente, colta e bella. Secoli prima di Maria Antonietta, conosciuta da tutti come trend-setter ante litteram, madame Sorel influenzò la moda del regno di Francia, portando opulenti abiti dagli scolli molto profondi, che mettevano in risalto il suo seno. Il décolleté di Agnès Sorel pare abbia sortito due reazioni contrastanti, al tempo. Come spesso accade, infatti, da una parte i più duri censori la condannarono per l’impudicizia che dimostrava così vestendosi, dall’altra, però, le procurò una serie di ‘ammiratori’, e molti di essi erano artisti. Furono così impressionati dalla foggia ostentativa dei suoi abiti che, ad esempio, il pittore Jean Fouquet la ritrasse come Madonna Lactans.

Madame Sorel sfruttò al meglio l’ascendente che esercitava sul sovrano, tanto che in molti la chiamarono la reine sans couronne, alludendo al potere effettivo che la dama aveva concentrato nelle proprie mani. Negli anni si fece fare ricchi doni in gioielli ( pare che abbia ricevuto in dono il primo diamante tagliato di cui si abbia notizia, quando ancora era in vigore la legge secondo cui solo i re di Francia potevano indossare diamanti) e in tenute terriere, che ‘ricambiò’ dando al sovrano figlie femmine. Purtroppo, poco dopo aver dato alla luce la quartogenita, Agnès Sorel morì a soli ventotto anni di una cosiddetta ‘febbre puerperale’. In molti paventarono un avvelenamento da parte del Delfino di Francia, il quale riteneva la Sorel una cospiratrice e una malvagia tessitrice di trame ai danni della propria madre, la regina Maria, oppure da parte della cugina Antoinette, che successivamente rimpiazzò Agnès nel letto e nel cuore di Carlo VII. In realtà sembra che, dopo un attento esame della salma avvenuto nel 2004, Agnès Sorel sia morta per un eccessiva ingestione di mercurio, metallo usato al tempo come purgante.

Saltiamo i secoli ed arriviamo al re Francesco I di cui sono note due amanti: Françoise de Foix e Anne de Pisseleu d’Heill . Quella ad interessarci maggiormente è la seconda, che ebbe una notevole influenza sul sovrano. Era stata dama d’onore della di lui madre, Luisa di Savoia, e aveva solo diciotto anni quando Francesco I la elesse sua concubina ufficiale. Fu una donna di gran peso nelle scelte politiche del sovrano. Pare che sia da imputare nientemeno che a lei il motivo del cambio di politica adottato da Francesco I nei confronti di Carlo V, col quale il re di Francia aveva avuto una ‘scaramuccia’ (non andremo nel dettaglio circa questa faccenda). Questa sua attività politica condotta da dietro le quinte fu uno dei motivi della sua disgrazia. Infatti, morto Francesco I, Anne de Pisseleu fu abbandonata da quanti a corte si erano detti suoi amici e si vide messa da parte con l’arrivo del nuovo re, il figlio di Francesco I, Enrico II di Valois

Ed è con questo nuovo re che conosciamo la terza amante reale di questo nostro viaggio nella storia. Stiamo parlando nientemeno che di Diana di Poitiers, la favorita di Enrico II e arcinemica di Caterina de’ Medici.

Nata a Saint Vallier, andò in sposa giovanissima, a soli quindici anni, al conte di Maleuvrier, nipote (!) di Carlo VII e Agnès Sorel. Rimase vedova abbastanza presto e divenne la favorita di Enrico II quando questi era ‘solo’ il duca di Orléans e non era ancora sposato. Diane aveva una figurina snella e atletica, era colta, conosceva il latino, il greco, l’etichetta e sapeva conversare in maniera eccellente. Sembra che fu lei a suggerire Caterina de’ Medici come possibile sposa al suo amante.

Non appena il duca di Orléans divenne re col nome di Enrico II, Diana di Poitiers fece il suo ingresso trionfale a corte, sentendosi subito a suo agio e prendendo decisioni nette: intentò un processo contro Anne de Pisseleu d’Heilly per aver minato la politica di Francesco I e la fece esiliare. C’era una nuova favorita ufficiale, a corte, che fosse chiaro a tutti! Caterina de’ Medici, ironicamente imparentata alla lontana con Diana, malgrado la sequela infinita di eredi forniti al marito, soffrì sempre per il posto che questa bellezza francese occupava nel cuore del marito.

Diana di Poitiers, probabile modelle per questo dipinto di Clouet

Sulla forma del seno di Diana di Poitiers, si dice, fu modellata la misura della coppa di champagne. Leggenda o verità, è un fatto che è stato tramandato e ancora oggi molto conosciuto. Durante i suoi anni come favorita, fece costruire quella meraviglia che è il Castello di Chenonceaux, a cavallo sull’acqua, ricevette in dono dal re alcuni gioielli della corona che in precedenza erano stati dati ad Anne de Pisseleu, e si vide conferiti perfino il ducato di Valentinois e quello di Etampes. Quest’ultimo vale la pena menzionarlo perché era precedentemente appartenuto alla de Pisseleu. Insomma, Diana fece piazza pulita di tutto quello che era stato dell’amante ufficiale di Francesco I e mise in chiaro che ora era lei la donna più importante di corte.

Non aveva però fatto i conti con il destino: Enrico II morì durante una giostra in onore delle nozze di sua figlia Elisabetta. Da quel momento in poi, malgrado il numero di eredi maschi da lui lasciati, il vero potere cadde nelle mani della vedova, successivamente soprannominata la Regina Nera.

Strano a dirsi, dopo tanti anni di umiliazioni, Caterina non si vendicò. Le fece restituire tutti i gioielli ricevuti in dono, le fece dare alla corona il castello di Chenonaceaux in cambio di quello di Chaumont e fu semplicemente invitata a lasciare la corte, senza processi né angherie.

Diana, nonostante la presenza di una moglie regina e di molte altre amanti dalle quali il re ebbe vari figli illegittimi, fu la compagna di una vita intera per Enrico II. Non ebbero mai eredi loro, ma le tracce della storia d’amore che condivisero per tanti anni restano ancora nelle firme delle lettere ufficiali, che sigillavano coi nomi HenriDiane, e anche nel monogramma ufficiale di Enrico, in cui la H di Henry si intreccia a due C di Caterina poste in modo simile a quelle del logo Chanel, ma che in realtà fanno molto più pensare a due D di Diana. Dopo la morte del marito, Caterina lo fece modificare in modo che le due C fossero ben evidenti.

Diana morì, sembra, per aver ingerito troppo oro liquido, poiché al tempo veniva considerato un elisir di giovinezza.

Vanitas…

Continua nel prossimo articolo…

Asta dei gioielli di Maria Antonietta

Novembre sarà un mese molto interessante per tutti gli appassionati della Regina Maria Antonietta. Infatti Christie’s metterà all’asta, nella sua sede di Ginevra, nientemeno che i diamanti della sfortunata sovrana caduta sotto la lama della ghigliottina. Sono oltre cento e si trovano incastonati in due bracciali preziosi. Di taglio antico, tuttora indossabili e valutati tra i due e i quattro milioni di dollari, saranno sicuramente venduti ad una cifra vertiginosa come è accaduto nel 2016 quando Sotheby’s mise all’asta un ciondolo di diamante, anch’esso appartenuto a Marie-Antoinette, che fu acquistato per 36 milioni di dollari.

L’esperto di Christie’s Vincent Meylan, autore di numerosi volumi sulla storia della gioielleria e delle case più rinomate, ha trascorso ben tre anni a tracciare meticolosamente la provenienza e le vicende attraverso cui queste gemme preziose sono arrivati a noi, dal XVIII secolo fino al 2021.

La storia dei favolosi diamanti di Marie-Antoinette inizia nel 1794, l’anno dopo la tragica fine della regina, ghigliottinata il 16 ottobre 1793, quando a Bruxelles il conte Mercy Argenteau, che era stato ambasciatore austriaco in Francia per un intero ventennio ed aveva intessuto una sincera amicizia con la sovrana, aprì davanti a testimoni e notai un cofanetto di gioielli che gli era stato affidato da Marie-Antoinette stessa nel marzo del 1791.

Tali date sono supportate da testimonianze di tutto rispetto, come un inventario redatto su richiesta di Mercy Argenteau stesso, il giorno dell’apertura di quel cofanetto. In questo inventario, infatti, si menzionano:

Un paire de bracelets, dont les deux barrettes sont composées de 3 diamants, dont un gros au milieu, les deux barrettes servant de fermeture sont composées de 4 diamants chaque et 96 chastons.

Nel gennaio del 1796 la figlia di Marie-Antoinette, Maria Teresa Carlotta di Borbone-Francia, Madame Royale, Duchessa di Angoulême, Delfina di Francia, liberata dalla Prison du Temple dopo ben due anni e mezzo di prigionia, unica sopravvissuta della famiglia reale, ricevette in eredità tutti i gioielli della madre, o almeno quelli che erano stati salvati dalla tempesta rivoluzionaria. La Madame Royale apportò delle modifiche ai bracciali, nella fattispecie alle barrette, facendo aggiungere un quinto diamante.

La nostra curiosità non è però ancora interamente soddisfatta: a chi Marie-Antoinette aveva commissionato questi preziosi? Nient’altri che al suo gioielliere di fiducia, ovviamente, il famoso Boehmer. La sovrana li acquistò nel 1776, quando già era oberata di debiti. Pare, a quanto riporta Vincent Meylan, che nel 1777 il re Luigi XVI fu costretto a saldare un conto di 29 000 livres al gioielliere. Poca cosa, visto che ne restavano ancora 16 2660 da pagare!

Alla morte della Madame Royale, la cui vita è degna di una collana interi di romanzi, i suoi gioielli furono ereditati dalla nipote, Duchessa di Parma. Nel testamento i preziosi che saranno messi all’asta sono menzionati come ‘i bracciali di diamanti di Marie-Antoinette’. Altri gioielli appartenuti alla Duchessa di Angoulême si trovano nella Galleria di Apollo al museo del Louvre, a Parigi, tra cui il meraviglioso, glorioso diadema di diamanti e smeraldi di cui ho largamente parlato in un articolo che potete trovare a questo link.

Aspettiamo con curiosità l’esito di questa asta e anche l’uscita, nel 2022, di un libro intero dedicato ai gioielli di Maria Antoinetta scritto da Vncent Meylan, che si andrà ad aggiungere alla sua bibliografia già nutrita ed interessantissima.

Tutte le foto di questo articolo sono state prese dall’account Instagram di Vincent Meylan e appartengono ai loro legittimi proprietari.

Marthe Richard, prostituta, aviatrice, spia, politica o impostora?

Oggi andiamo a conoscere un personaggio che ha attraversato il secolo scorso sotto le più svariate vesti: si tratta di Marthe Richard, conosciuta come prostituta, aviatrice, spia e la politica che ha fatto chiudere le case chiuse di tutta la Francia.

Marthe Betenfeld nacque nel 1889 a Blâmont da una famiglia operaia di condizioni modeste in cui il flagello dell’alcolismo si era abbattuto sul padre. Dopo esser stata presso un istituto cattolico, a quattordici anni divenne apprendista culottière nella città di Nancy, ma ben presto fu nota alle forze dell’ordine per adescamento. Riportata prontamente presso la casa dei genitori, poco dopo fuggì per tornare a Nancy, dove si innamorò di un italiano che affermava di essere un artista. In realtà questo individuo altri non era che un lenone, il quale dapprima la mise su di un marciapiede, poi in un bordello chiamato maison d’abattage. Questa espressione francese non indica un lupanare qualunque: le maisons d’abattage erano luoghi in cui alle prostitute veniva richiesto di avere anche cinquanta clienti al giorno. La marchetta era pagata all’incirca 3 franchi, l’equivalente di 10 euro dei giorni nostri.

Questo solo per dare un’idea della realtà di alcune donne in quell’epoca.

Dai sedici ai diciotto anni Marthe visse in queste condizioni, fino a che non accadde qualcosa di molto comune, purtroppo: contrasse la sifilide. Sembra che abbia poi rifilato la malattia ad un soldato, il quale la denunciò alla polizia. I gendarmi la schedarono come prostituta, fu espulsa dal bordello in cui aveva lavorato fino ad allora e, senza sapere dove andare o che fare, la giovane decise di tentare la sorte a Parigi.

Lì si fece assumere in un lupanare di livello più alto rispetto a quello in cui aveva lavorato a Nancy. Non sono riuscita a reperire informazioni riguardo il suo stato di salute negli anni successivi, ma a giudicare dalla vita straordinaria che ha condotto e dalla sua longevità (morì a 92 anni), la sifilide non deve essere stata un grande problema per lei, o forse riuscì a farsi curare.

La giovane e bella Marthe

A Parigi, nel settembre del 1907, Marthe incontrò il suo primo marito, l’industriale Henri Richer. Il cognome col quale sarà nota ai posteri, Richard, non è altro che una storpiatura di Richer. Il matrimonio le permise di rinnovarsi e di risorgere: non più povera e volgare prostituta, ma donna sposata appartenente alla buona borghesia. Grazie a quest’unione, Marthe scoprì una disciplina che divenne sua passione e nella quale poté fregiarsi del titolo di pioniera: l’aviazione.

Il marito, infatti, le regalò un aeroplano, per il quale lei ottenne il brevetto di pilota (fu la sesta donna in Francia ad averlo) e col quale gareggiò, divenne membro di aeroclub e partecipò a meeting importanti. La stampa, che la seguiva avidamente in questi suoi exploits, la soprannominò ‘l’allodola’, apprezzandone il coraggio, la bellezza e l’audacia. Ma un giorno, il 31 agosto 1913, l’allodola commise un errore tremendo: atterrò su di un terreno non adatto e si ferì gravemente, così gravemente da cadere in coma per quasi un mese. La carriera d’aviatrice, però, non finì. Ripresasi, fu protagonista di un’impresa un po’ fraudolenta: un enorme bluff col quale però ottenne il record per il volo più lungo condotto da una donna (in realtà si fece aiutare da un altro pilota per spostare l’aereo, che aveva avuto dei problemi, via treno).

L’aviatrice

I venti di guerra soffiavano sull’Europa: Marthe sperava che la Francia avesse bisogno delle sue aviatrici. Così non fu e il mancato richiamo al fronte fu per lei un vero scacco. Il marito, però, fu inviato in battaglia, dove trovò la morte nel 1916. Vedova, non si diede per vinta e grazie al suo amante si fece arruolare dai servizi segreti francesi, per i quali collaborò anche con la famosa Mata Hari a Madrid. Un incidente d’auto, tuttavia, svelò il suo ruolo nell’intelligence: fu subito richiamata in patria ed esclusa da ogni ulteriore manovra di spionaggio. Finita la guerra, conobbe un inglese, un ricco banchiere, tale Thomas Crompton. Nel 1926 i due convolarono a nozze, ma il destino richiamava ancora una volta il coniuge dall’altra parte del velo: nel 1928 Marthe rimase per la seconda volta vedova.

L’eredità lasciatale dal marito fu grande e le permise uno stile di vita molto agiato negli anni successivi. Alcuni hanno messo in dubbio la veridicità della sua attività spionistica. Perfino l’onorificenza conferitale, la Legion d’Onore, sembra essere stata una sorta di ‘contentino’, più per riconoscenza verso il supporto finanziario dato alla Francia dalla banca del marito che per i meriti veri di Marthe.

Allo scoppio della seconda guerra mondiale, ella, sconosciuta all’intelligence tedesca, entrò nelle Forces françaises de l’intérieur e militò nella Resistenza, malgrado qualche legame poco chiaro con un marsigliese collaborazionista che ha gettato non poche ombre sulla sua carriera. La militanza di Marthe durante la seconda guerra mondiale fu senza dubbio il trampolino di lancio per la sua carriera politica: nel 1945 fu eletta consigliera del 4 arrondissement parigino. Grazie alla sua opera di sensibilizzazione condotta per mezzo stampa e ad un suo discorso tenuto il 13 dicembre dello stesso anno, Marthe Richard riuscì a far approvare, nel 1946, una legge che chiuse definitivamente i bordelli in Francia. La sua proposta non condannava le prostitute, ma la società intera, che avallava comportamenti debosciati e spingeva le giovani alla vita di strada.

La sua esistenza continuò fino alla veneranda età di 92 anni sulla falsa riga di ciò che era stata fino ad allora: scrisse mémoirs e libri sulla sua vita di spia, diede conferenze, fondò premi letterari per romanzi erotici e in generale menò una vita piacevole e nell’agio, grazie soprattutto alla rendita garantitale dal secondo marito.

Una nota a proposito di questo matrimonio: l’unione con un cittadino inglese, al tempo, significava la perdita della cittadinanza francese. C’è dunque chi ha avanzato l’ipotesi che Marthe Richard abbia condotto una carriera politica in territorio francese senza averne più i diritti, ma la questione è stata poi liquidata senza sequele.

Più aspre furono le critiche che gettarono ombre sulla sua carriera di spia durante le due guerre, accusandola di essere nient’altro che un’impostora, una raccontafavole approfittatrice.

Marthe da anziana

In merito a questo noi non possiamo sapere la verità. Essa sarà stabilita solo quando gli storici avranno condotto a termine il loro lavoro di indagine sulla vita rocambolesca di questa donna. Per me, intanto, va ricordata come una personalità poliedrica e multiforme, che è stata capace di reinventarsi e di fare anche cose importanti per il proprio paese, forse non con le sue doti di spia, ma con la legge che tuttora porta il suo nome.

Ecco a voi un ritratto succinto ma denso di Marthe Richard, le cui ceneri si trovano oggi al Père Lachaise sotto il nome di Marthe Crompton, come vuole lo stile francese secondo cui le donne prendono il nome del loro marito.

Le Télémaque: il mistero del tesoro di Luigi XVI

Che cosa trasportava il brigantino Télémaque il 3 gennaio del 1790? Quali segreti erano custoditi nella sua stiva? Un mistero che ha intrigato storici, scrittori e cercatori d’oro degli ultimi duecento anni…

Struttura di un brigantino, un’imbarcazione a due alberi molto veloce

Il Télémaque, al momento del naufragio, non si chiamava più così. Il brigantino era infatti stato acquistato al rouennese Louis Durand da Jean-Vincent Le Canu, commerciante di rue des Charrettes, e dai suoi soci, il Capitano Quemin e altri. Le Canu aveva ribattezzato il Télémaque: la scelta del nuovo nome era caduta su Le Quintanadoine, in onore di una ‘famosa famiglia di armatori di Rouen’. Si sa, cambiare il nome ad una barca porta molta sfortuna! Poco importa come sia stato rinominato, questo bateau è comunque passato alla storia come Télémaque.

Il ruolo di bordo del Télémaque

Era stato anche riparato e ingrandito: dopo i lavori di ristrutturazione il brigantino misurava 26 metri di lunghezza per 7,33 di larghezza e 4,33 di altezza. Va sottolineato che il Capitano Quemin e tutto l’equipaggio che salì a bordo del Quintanadoine per la missione che finì in naufragio erano gli stessi che aveva lavorato su quelbrigantino quando si chiamava Télémaque. Squadra che vince non si cambia!

Il 24 Dicembre 1789 il Quintanadoine ricevette il lasciapassare dall’ammiragliato di Rouen e salpò alla volta di Brest per trasportare legname e carbone, ufficialmente…
Il brigantino solcava le placide acque della Senna, destreggiandosi tra le anse del fiume, arrivando il 2 gennaio 1790 a Quillebeuf-sur-Seine. L’equipaggio mise l’ex Télémaque au mouillage a circa 100 metri di distanza dalla riva della città. Ed ecco che accadde il fatto che diede vita al mistero.

Le cronache narrano che un frangente, cioè un’onda particolarmente violenta e anomala, si sia riversata sul brigantino, lo abbia schiantato da babordo verso tribordo, gli abbia fatto perdere gran parte del carico e abbia rotto tutte le cime e tutte le gomene che assicuravano l’imbarcazione.

Quemin fece immediatamente mettere in acqua le scialuppe di salvataggio e tutta la ciurma fortunatamente si salvò, fatta eccezione per il mozzo, poveretto. Infatti il Télémaque colò a picco, portando con sé il giovane apprendista marinaio di cui non è più stato trovato il corpo e, pare, tutto il carico che trasportava in quella missione. Il Capitano avrebbe dovuto immediatamente riportare l’incidente alle autorità competenti, ma sembra che l’ammiragliato di Quillebeuf non abbia ricevuto notifica del naufragio che tre giorni dopo, il 5 gennaio 1790. La cosa strana è che negli archivi non risulta nulla e che l’impiegato addetto alla registrazione dei documenti, intervistato in seguito, disse di non aver alcun ricordo riguardante il dossier del naufragio del Télémaque.

Il tragitto dell’ultimo viaggio del Télémaque

La leggenda – perché forse di leggenda si tratta, o magari di storia, noi non lo sappiamo – vuole che, invece di legname e carbone, il Télémaque trasportasse un tesoro incalcolabile: l’oro di Luigi XVI, del clero, delle abbazie di Jumièges, di Saint-Martin-de-Boscherville, di aristocratici e nobili che avevano pianificato la grande fuga all’estero, per mettersi al sicuro ed evitare che la Rivoluzione li espropriasse di tutto. Il problema è che, se anche si può reputare credibile che clericali e aristocratici, a cavallo tra il 1789 e il 1790, volessero prendere armi e bagagli e andarsene dalla Francia messa a ferro e fuoco dai giacobini, il re e la famiglia reale non tentarono la fuga che un anno dopo, nel 1791, quando furono scoperti nottetempo a Varennes (firmando così, in un certo senso, la loro condanna).

Negli anni successivi diversi personaggi, specialmente dei privati, fecero di tutto per spostare il relitto dal fondo della Senna di fronte a Quillebeuf, ufficialmente per ‘intralcio alla navigazione’, affermando che l’épave adagiata sul fondo del letto del fiume ostacolava il viavai fluviale, ma in realtà per cercare di recuperare il fantomatico tesoro. Primo tra essi fu un certo armatore del porto di Le Havre di nome Le Canut (strano e sospetto come il cognome ricordi quello del proprietario del Quintanadoine).

Va detto che ad alimentare la leggenda del Télémaque contribuì anche un pamphlet pubblicato nel 1842 da un inglese, un certo Taylor, uno dei tanti privati che negli anni aveva cercato di riportare in superficie il relitto. In questo pamphlet intitolato “Sauvetage du navire le Télémaque, naufragé en Seine devant Quillebeuf, le 3 janvier 1790, supposé contenir de 30 000 000 à 80 millions de francs” si leggeva che diversi testimoni illustri, nessuno dei quali desiderava essere nominato, affermavano che:

Una quantità considerevole di gioielli e tesori proveniente da alcune chiese sarebbe stata segretamente condotta dentro un magazzino di Rouen affittato di nascosto. In quel luogo, nottetempo, tutti quei tesori furono fusi in lingotti d’oro, poi messi in barili cerchiati di ferro e fatti rotolare fino nelle stive di DUE imbarcazioni: il Télémaque ribattezzato Quintanadoine e una misteriosa goletta.

Sempre in questo pamphlet si leggeva che la destinazione ufficiale era Brest, ma il Capitano Quemin aveva in realtà ricevuto una busta da aprire solo e soltanto una volta superato il Capo de la Hève. Regola della massima importanza: evitare ad ogni costo i doganieri. Questi, però, riuscirono a rintracciare le due barche. La goletta fu arrestata e fatta rientrare in un porticciolo fluviale non lontano da Quillebeuf; il suo carico prezioso fu ispezionato e requisito: vi fu trovata tutta l’argenteria della famiglia reale, pare.

Crestois in azione

Il Télémaque invece arrivò fino a Quillebeuf e… colò a picco. Secondo il pamphlet ciò accadde perché il capitano Quemin, di fretta com’era, manovrò maldestramente la barca. Insomma, una bellissima storia, un’interessantissima storia che portò come risultato altri tentativi di recuperare il relitto che si susseguirono nel tempo, con minore e maggiore frequenza, per i successivi centrotrentotto anni.

Recupero di una parte del relitto

Infatti nel 1939, proprio quando venti di guerra soffiavano sull’Europa, finalmente, André Crestois, un industriale di Parigi, ottiene l’autorizzazione amministrativa ad effettuare dei lavori di recupero. Lo Stato francese era incoraggiato dai successi di missioni analoghe avvenute in quegli anni in giro per il mondo. Un sommozzatore in scafandro, René Cabioche, di Roscof, fu l’uomo che rese possibile il recupero di alcuni materiali dal relitto: candelabri, serrature, chiavi, chiodi, catene, ma anche dei crocifissi, dei sigilli con lo stemma fleur de lis, una catena enorme in oro massiccio usata come pettorale dai vescovi, monete d’oro… i lavori continuarono fino a che, nella primavera del 1940, una parte del relitto fu riportata in superficie. Peccato che su questa parte di relitto non si sia trovato nulla e che la stiva e la camera del Capitano siano sempre in fondo al fiume. Magari il tesoro vero e proprio sta ancora là sotto!

Oggi, purtroppo, dopo che molti lavori di sistemazione del letto fluviale della Senna sono stati fatti durante gli anni, sembra che il punto in cui il relitto affondò e fu successivamente ispezionato e in parte recuperato sia finito sotto un campo di calcio.

Va anche detto che all’epoca dei fatti gli abitanti di Quillebeuf erano conosciuti per essere degli sciacalli di relitti fluviali molto rapidi ed efficaci… chi lo sa, magari il Télémaque non fece nemmeno in tempo ad affondare che già tutto il tesoro era stato distribuito tra gli abitanti della cittadina; resta da vedere, come dicono, se tra le argenterie di famiglia a Quillebeuf ci sia niente recante lo stemma reale. Inoltre, i fanatici delle teorie del complotto affermano che il mozzo annegato durante il naufragio altri non era che il Delfino di Francia. Alla fine possiamo ben dire che tutto è possibile e che tutto è immaginabile.

Il libro di Simenon ispirato ai fatti del Télémaque

La vicenda ha ispirato fior di scrittori, da Victor Hugo che ci si mise di mezzo con un pettegolezzo da salotto, a Georges Simenon, con il suo libro ‘I superstiti del Télémaque’ e al contemporaneo Michel Bussi, che nel suo ‘Usciti di Senna’, pubblicato quest’estate in italiano per le Edizioni e/o mescola intrighi, pirati, tesori e misteri. Magari è la lettura giusta per le prossime domeniche autunnali, con un bel tè caldo e una coperta morbida sul divano, mentre fuori la pioggia sferza i vetri e vi porta, col suo suono lento e ripetitivo, indietro nel tempo, fino al Dicembre di duecentotrentuno anni fa…

Pillola: il finire di settembre, la vendemmia e le parole che non ti aspetti

L’autunno è arrivato, Persefone è tornata negli Inferi da Ade e Demetra, sua madre, sente già la nostalgia della figlia.

Autunno… la stagione che più di tutte ci mette davanti allo specchio a fare i conti con noi stessi, con la nostra interiorità, con le profondità insondabili del cuore. L’autunno, ancor più che l’inverno, è davvero il momento dell’introspezione.

Le foglie si tingono di cromo, di scarlatto, cadono e marciscono ai piedi degli alberi, sono scalzate dai grugni dei cinghiali alla ricerca di ghiotte ghiande e bacche succose. Le giornate, più brevi, lasciano il palcoscenico alle tenebre. Esse diventano protagoniste siderali e ctonie, scendono dal cielo e salgono dal sottosuolo, ci avvolgono, ci coprono, ci proteggono.

Questo è il tempo dei primi fuochi accesi, dei fichi tardivi, delle prime zucche arrostite. Questo è il tempo della vendemmia.

Una curiosità: in francese ‘vendemmia’ si dice ‘vendenge‘, di chiara derivazione latina. Nell’anglo-francese antico, una lingua nata dalle interazioni tra i due idiomi a metà del XIV secolo, ha prodotto il termine ‘vintage‘.

Quindi, se per affrontare questa pioggia incessante vi infilate l’impermeabile vintage alla Humphrey Bogart, vi state mettendo un indumento… d’annata!

Il mio primo articolo su ‘Il Mercurio’

Ai lettori di De amore gallico un invito personale alla lettura del mio primo articolo su ‘Il Mercurio’, la sezione di approfondimento linguistico, etimologico e storico del sito ‘Una parola al giorno’.

Vi ricordo inoltre l’appuntamento bisettimanale del venerdì, sempre con UPAG, per l’analisi di una parola della lingua italiana di radice semitica, commentata e spiegata da me.

Buona lettura e grazie a chi mi segue e apprezza il mio scrivere ed il mio divulgare.

Maria Costanza

Pillola: lo strano caso della bambina che fu rapita da un’aquila

Mentre stavo facendo ricerche per un articolo, mi sono imbattuta in questo fait divers. Un avvenimento così bizzarro da DOVER essere raccontato su De amore gallico.

In breve, le cose sono andate così: nel 1838, sulle Alpi francesi, una bambina di nome Marie Delex, di soli cinque anni, fu rapita da un’aquila mentre stava giocando con degli amichetti su di un pendio. Il rapace, di dimensioni fuori della norma, le piombò addosso e la afferrò con i suoi temibili artigli.

I suoi compagni gridarono e andarono in cerca di aiuto, ma tutto quello che i compaesani della piccola accorsi sul luogo della tragedia riuscirono a trovare fu solo una delle sue scarpette, che giaceva abbandonata sull’orlo di un burrone. Come riporta Felix A. Pouchet nel suo “L’univers. Le infiment grands et les infiniment petits” del 1865, il cadavere della bambina fu trovato due mesi dopo a soltanto un chilometro di distanza dal luogo della scomparsa.

Ora, le aquile più grandi e potenti del continente europeo, le aquile reali, che pesano tra i 3 e i 7 chili, sono in grado di agguantare e trasportare solo prede di medie dimensioni. Una bambina di cinque anni, per quanto rachitica, malnutrita o di bassa statura, costituisce un carico impossibile da trasportare per gli artigli e le zampe del rapace.

Eppure…

Misteri della criptozoologia. La bestia del Gévaudan manda i suoi cordiali saluti.

Pillola: la salopette tra sessismo, insulti, sporcizia e denim.

Comincio questa pillola con una dichiarazione di intenti: parlerò della salopette, di prostitute, di sessismo, di insulti, di linguaggio volgare.

Penso che tutti gli sventurati nati tra gli anni ’70 e ’90 siano in possesso di una foto della loro infanzia in cui sono ritratti in salopette (magari in braccio alla mamma, anch’ella abbigliata in salopette).

Un indumento spesso di denim, resistente, adatto per i lavori pesanti, per le mansioni che fanno sporcare. Ci immaginiamo i pionieri alla ricerca dell’oro di Eldorado intenti a setacciare le acque di rivoli magri vestiti di una lercia salopette, un cappello da cow-boy, stivaloni consumati e una pipa fumante all’angolo della bocca.
In generale, dunque, la salopette è lercia. Ed è proprio da lì, dal concetto di sporcizia che deriva il suo nome: il verbo saloper, di registro informale, addirittura très familier, significa infatti ‘insudiciare’. La radice del verbo ci riporta senza problemi a ‘salir‘, uno dei primi falsi amici che si incontrano nello studio del francese, e che non significa ‘salire’, come potrebbe sembrare di primo acchito, ma ‘sporcare’, stavolta di registro né formale né informale, semplicemente in francese corretto. Per farla breve: ‘saloper‘ lo potete strillare in preda ai nervi a vostro figlio che vi ha imbrattato tutto il piano della cucina appena lavato con il miele, ‘salir‘ è un passepartout.

Ma per chi parli correntemente français, c’è un’altra parola che risuona nella testa, quando si parla di salopette, e si tratta di un insulto. Se si è donna c’è la possibilità di esserselo sentito rivolgere almeno una volta nella vita; se si è uomo, no. Sto parlando di ‘salope‘, un termine che è in giro sin dal XVII secolo e che veniva usato per denigrare uomini e donne indifferentemente, dando dello ‘zozzo’, del ‘disgustoso’, dello ‘schifoso’. Oggi questa parola è l’equivalente dell’italiano ‘troia’, ‘puttana’, ed è utilizzata solo per le donne. Se si vuole insultare un uomo si può urlargli dietro ‘salopard!‘ (sempre della stessa famiglia), ovvero ‘stronzo!’, ‘infame!’, oppure si può usare la parola cugina, ‘salaud!‘, con lo stesso significato e diretta discendente del preciso ‘salir‘.

Se si vuol inveire contro una donna, la sfera linguistica a cui i linguaggi hanno sempre attinto abbondantemente è quella sessuale, ma se si tratta di un uomo, allora no. Un atto di sessismo linguistico contro cui mi batto costantemente, un aspetto che aborrisco dal profondo.

Insomma, una vera saloperie.