Joyeux Noël da De amore gallico

Buon Natale a tutti voi con affetto da De amore gallico, ovvero da chi scrive, Maria Costanza Boldrini.

Spero che queste feste vi vedano riuniti con chi più amate e che il 2018 vi porti salute e serenità.

In Italia sarà anno di elezioni, in Francia chi lo sa che accadrà.

Di certo io sarò qui a commentare e a scrivere approfondimenti di attualità e storia, di cultura e di curiosità per continuare ad interessarvi e divertirvi, con ironia e leggerezza.

A presto!

Pillola: dell’importanza psicologica e sociale della rentrée in Francia

C’è un evento, nell’anno francese, la cui importanza sovrasta di gran lunga il 14 luglio, la Pasqua, il Natale, l’11 novembre e ogni ricorrenza civile e religiosa messe insieme. Dal 16 di agosto in poi è sulla bocca di tutti e va oltre i limiti dell’accademico per diventare un qualcosa che include ogni elemento della vita umana, dalla spesa quotidiana al film al cinema, dal telegiornale di mezzogiorno al ciclismo, dall’antiquariato all’oftalmologia, dalla blanquette de veau alla soupe d’oignons. Ogni cosa, qui in Francia, è toccata dalla RENTRÉE.

Tutti ne parlano, come se tutti fossero stati in vacanza da scuola per i mesi di luglio e agosto. Tutti fanno la rentrée: c’è la rentrée litteraire, la rentrée des programs télé, la rentrée des films au cinema, le make-up pour la rentrée, la mode pour la rentrée, le nouveautées pour la rentrée, la rentrée politique.

In breve, la rentrée è uno spartiacque dell’anno civile francese, molto più che da noi in Italia, in cui l’anno scolastico non ha la stessa data di inizio in tutte le regioni (riprendere la scuola il 10 settembre a Trento non è di certo come farlo a Palermo). La rentrée diventa quasi un capodanno psicologico, un evento sociale, un momento da cui far iniziare molte molte cose.

Jean-Pierre Pernaut, il volto gentile del telegiornale di mezzogiorno a TF1 è per me il simbolo della rentrée. Giusto ieri ha presentato un servizio in cui un giornalista andava a vedere il dietro le quinte di un liceo non so dove, per intervistare un professore sulla frase che avrebbe usato per démarrer avec ses nouveaux élèves. Con un sorriso mite stampato in faccia, annuncia la rentrée des classes con la stessa bonomia con cui parla della bomba H di Pyongyang.

Io divento pazza per questi dettagli della quotidianità francese, così diversa dal mio sentire. Sono i particolari che fanno tutta la differenza e che creano uno shock culturale. Prendetemi in giro, ma è così!

C’est tellement français… c’est la rentrée!

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Buone vacanze da De amore gallico

De amore gallico vi saluta e vi augura buone vacanze per le prossime due settimane. Si tornerà rinfrancati e pronti a raccontare nuove storie, aneddoti, curiosità, etimi, incontri, scontri e menù. Bon voyage, se partite, bon retour, se tornate, bon repos a chi si rilasserà e bon courage a chi ancora sta aspettando che arrivino le ferie.
A chi invece se ne va in territori non francofoni, have fun and see you soon

“Après Babel, traduire” mostra al Mucem di Marsiglia – «Tradurre non è mai semplice né innocente»

“Choosing a meaning is neither easy nor innocent.”

Questo è uno dei tanti spunti di riflessione sulla traduzione che si trovano nella mostra “Après Babel, traduire”, aperta fino al 20 marzo al MuCEM di Marsiglia.
Si parte dal concetto di Babele e dalle sue radici linguistiche (“confusione” in ebraico), per arrivare alla domanda “Babele, maledizione o opportunità?”.
Riporto la sinossi ufficiale della mostra in francese:

La traduction est l’un des grands enjeux culturels et sociétaux d’un monde globalisé. Traduire, c’est préférer à une communication rapide et basique dans une langue dominante plus ou moins artificielle (aujourd’hui le « global english » ou globish) un travail coûteux et parfois déconcertant sur la différence des langues, des cultures, des visions du monde, pour les comparer et les mettre en harmonie.

La traduction est d’abord un fait d’histoire : les routes de la traduction, via le grec, le latin, l’arabe, sont celles de la transmission du savoir et du pouvoir. «La langue de l’Europe, c’est la traduction», a dit Umberto Eco. Les civilisations d’Europe et de Méditerranée se sont construites sur cette pratique paradoxale : dire « presque » la même chose, et inventer en passant, à la confluence des savoirs et des langues.

C’est aussi un enjeu contemporain. La diversité des langues apparaît souvent comme un obstacle à l’émergence d’une société unie et d’un espace politique commun, mais l’exposition Après Babel, traduire inverse cette proposition et montre comment la traduction, savoir-faire avec les différences, est un excellent modèle pour la citoyenneté d’aujourd’hui.

Partant d’une abstraction – le passage d’une langue à une autre -, l’exposition donne à voir, à penser et à voyager dans cet entre-deux. Du mythe de Babel à la pierre de Rosette, d’Aristote à Tintin et de la parole de Dieu aux langues des signes, elle présente près de deux cents œuvres, objets, manuscrits, documents installations, qui manifestent de façon spectaculaire ou quotidienne les jeux et les enjeux de la traduction.

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It’s raining cats and dogs – il pleut des cordes

Si parte dalle riproduzioni fiamminghe della torre di Babele, dal modello del monumento alla Terza Internazionale di Vladimir Tatin, passando naturalmente per la Stele di Rosetta e la sua importanza non solo nella traduzione, ma anche per la gestione del sapere in pieno periodo colonialista. Ci sono le tavolette in cuneiforme bustrofedico che fanno capolino dall’antica Mesopotamia, così come anfore greche a riportare miti e storie ellenici che saranno poi tradotti i centinaia di idiomi.

Si seguono le vie della traduzione che, come quelle della seta e delle spezie, hanno segnato profondamente la storia e lo sviluppo occidentale: dalla Grecia all’Arabia, passando per la Spagna, la Sicilia, arrivando fino a Wittenberg, Londra e Parigi. E Venezia.
Sempre Venezia. Perché la Serenissima, forte della sua indipendenza da papato e altri potentati maggiori, fu il centro editoriale più esuberante e all’avanguardia per secoli e secoli.
Se si cercano libri e grandi traduzioni, la mostra non lascia delusi: Bibbie e Corani antichi tradotti in tutte le lingue che vi possano venire in mente. C’è addirittura la traduzione della geometria euclidea in cinese fatta da Padre Matteo Ricci. Si trovano le traduzioni delle opere filosofiche classiche in arabo ed in ebraico. C’è perfino Tin Tin in esperanto, in mezzo a decine di manifesti polilinguistici comunisti, pieni zeppi di errori. Si sta là, di fronte ad un manifesto in cinese che riporta i ritratti di Marx, Engels, Lenin, Stalin e Mao, ed improvvisamente sembra che fuori fischi il vento e che infuri la bufera.
Chagall fa la sua comparsa con un dipinto in cui Mosè riceve le tavole della legge sul Sinai, mentre sullo sfondo una Madonna azzurra affiancata da un bue violetto regge un Bambinello celeste.

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Un’allegoria della traduzione presente nel triplo autoritratto di Johannes Gumpp.

Un esperimento linguistico è mostrato in video: un’anziana tunisina che parla solo arabo e che comprende un po’ il francese comunica con la figlia, arabofona e francofona. A sua volta ella comunica con sua figlia, nata e cresciuta tra Francia e Regno Unito, e che parla solo francese ed inglese senza avere nozione alcuna dell’arabo. Tra nonna e nipote la comunicazione, dunque, è limitata a gesti e a sorrisi.
C’è anche Dario Fo, con una sua masterclass-spettacolo sulla storia del gramelot, c’è un’installazione sulla lingua dei segni, con i gesti che variano da nazione a nazione, rispecchiando in modo visuale e mimico lo spirito di ogni popolo.

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Placca funeraria palermitana, circa 1149. Riporta iscrizioni in greco, latino, ebraico ed arabo.

Un’esposizione imperdibile per chi vive ogni giorno nel coloratissimo e mai noioso limbo del traduttore, mai interamente preciso, sempre problematico ed avventuroso.
I testi accuratamente redatti che accompagnano la mostra sono indicativi della complessità del tema trattato, così come della sua conformazione varia ed avvincente. Come è possibile limitare la traduzione ad un qualcosa di scritto sulla carta stampata, quando così tanti fattori incidono sulla sua efficacia e pienezza? Arte, editoria, archeologia, storia, sociologia ed antropologia sono ingredienti fondamentali della pozione magica che è il risultato del mestiere di traduttore, così come la politica ne definisce i contorni in modo fatalmente imprescindibile.

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Testina con cappello frigio rinvenuta in Afghanistan.
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Mel Bochner, BlahBlahBlah. “Babele” significa “confusione”, “barbaro” significa “balbettante”

Un viaggio interessante anche per chi non ha fatto della traduzione la sua occupazione principale, ma magari la vive quotidianamente per caso: una coppia mista, un datore di lavoro o un collega straniero. Tutti siamo traduttori, perché nessun messaggio arriva mai al destinatario nell’esatta forma e col senso preciso inteso da chi lo ha emesso: applichiamo sempre la nostra interiorità agli stimoli che l’esterno ci fornisce, sfumando di volta in volta i colori sulla tela con pennellate differenti. Mi pare dunque il caso di concludere con una delle tante citazioni stimolanti ed interessanti che la mostra espone lungo lo svolgersi del suo percorso:

“El original es infiel a la traduccion”
Jorge Luis Borges

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Palestina ed Israele: due lingue semitiche a confronto
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Modello del monumento alla Terza Internazionale di Tatlin