Il naufragio della Méduse, il dipinto di Géricault e una tragedia francese – “L’unico eroe in questa toccante storia è l’umanità”

Uno dei dipinti più conosciuti della storia dell’arte francese è “La zattera della Medusa”, firmato Théodore Géricault. L’artista, esponente più importante della corrente pittorica del romanticismo, è conosciuto universalmente. Il quadro rappresenta alcuni naufraghi accalcati su una zattera di fortuna. Esso è conservato al Louvre e fu realizzato tra il 1818 e il 1819. Si tratta di un olio su tela di dimensioni molto estese: più di 35 metri quadrati. In questo modo le figure rappresentate sono tutte in scala reale o addirittura, per quanto riguarda i soggetti in primo piano, più grandi, quasi il doppio del normale. Géricault completò l’opera quando aveva 27 anni.

La zattera della Medusa

In effetti, nel 1818, quando Géricault s’apprestava a dipingere la tela, fu pubblicato “Naufrage de la frégate la Méduse”, un dettagliato e spaventoso resoconto della tragedia: due dei quindici superstiti, il medico di bordo Savigny e l’ingegnere Corréard, raccontarono con dovizia di particolari la disavventura mortale alla quale riuscirono a scampare fortunosamente. Il temperamento ombroso e sensibile di Géricault, pittore romantico quasi da manuale, se mi è concessa questa espressione, ne fu profondamente scosso. Questo, insieme all’eco che la faccenda aveva avuto nel mondo, furono i motivi alla base della scelta del soggetto.

Ecco come andarono le cose.

Nel 1816 la Francia riottenne il dominio sul Senegal: questa fu una delle molteplici conseguenze del trattato di Parigi, firmato da Francia e Gran Bretagna all’indomani del confino di Napoleone sull’Elba. Fu così che la Méduse, capitanata da Hugues Duroy de Chaumareys , nel giugno di quell’anno, salpò da Rochefort insieme ad una miniflotta composta dal brigantino Argus, dalla corvetta Echo e dal fluyt Loire (il fluyt era un vascello di concezione olandese atto al trasporto di merci e quasi del tutto sprovvisto di armamento difensivo). Le imbarcazioni presero il largo alla volta di Saint Louis, con lo scopo di portare in Senegal il nuovo governatore della colonia Julien-Désiré Schmaltz, la di lui consorte e un contingente militare che avrebbe costituito il nucleo della guarnigione del governatore. In totale a bordo della Méduse si trovavano 400 persone.

Il nuovo governatore voleva arrivare a destinazione il prima possibile. La rotta più diretta significava però un avvicinamento assai rischioso alla costa africana, che in certi punti è costellata di pericolosissimi banchi di sabbia, barriere naturali e scogli. La Méduse iniziò così a staccare le altre navi della flotta: la Loire e l’Argus rimasero indietro, solo la Echo riuscì a seguire la Méduse, in un primo momento, ma poi si vide costretta a riprendere prudentemente il largo e a lasciar procedere la Méduse da sola lungo quella perigliosa rotta.

Il capitano Chaumareys, non sono riuscita a trovare da nessuna parte il perché, decise di includere un passeggero di nome Richefort nelle manovre di navigazione. Questo Richefort era un filosofo e non sembra aver avuto alcuna preparazione tecnica tale da giustificare il suo coinvolgimento. Pare che Richefort si sia sbagliato e abbia preso per Capo Blanco un banco di nubi all’orizzonte. Tale errore lo portò ad approssimare malamente la vicinanza del Golfo di Arguin e a posizionare la Méduse nel punto sbagliato della carta navale del capitano Chaumareys (che non era comunque aggiornata).

Il 2 luglio, continuando ad ignorare segnali preoccupanti come la presenza di fango e creste bianche, Richefort e Chaumareys condussero la Méduse verso acque sempre più basse. Solo il luogotenente Maudet ebbe il coraggio di assumersi la responsabilità del vascello: decise che era il momento di scandagliare le profondità oceaniche su cui si trovavano. Vide che il pericolo che stavano correndo era enorme ed avvisò subito Chaumareys.

Questi comprese e diede ordine di riprendere il largo, ma era troppo tardi: la Méduse si era ormai arenata. Nonostante i numerosi tentativi, non fu possibile disincagliarla, anche perché, da sciocco qual era, Chaumareys si rifiutò di gettare in mare i pesanti cannoni.

Vi erano solo sei scialuppe di salvataggio, del tutto insufficienti per garantire la salvezza alle 400 le persone imbarcate. Diciassette marinai coraggiosi restarono a bordo della Méduse in attesa di essere salvati, cercando di tenere sotto controllo il carico prezioso – la Méduse trasportava infatti anche molto oro. Il resto dei naufraghi prese posto sulle sei scialuppe e su una zattera di fortuna che era stata costruita con legname salvato dal naufragio, pensata per trasportare 147 persone con viveri e bevande ed essere trainata verso terra dalle sei scialuppe.

Disegno della zattera della Medusa

L’impresa si rivelò impossibile dopo pochissimo tempo. La zattera era troppo pesante e rischiava di far affondare anche le imbarcazioni di salvataggio alle quali era legata. Fu quindi presa la drammatica decisione di tagliare la cima che la assicurava alla flottiglia e di abbandonare le persone che vi erano a bordo al loro destino.

Le scialuppe giunsero sulle coste dell’Africa portando in salvo l’incompetente capitano Chaumareys, che non era rimasto con i diciassette valorosi sul legno Méduse, il governatore e la moglie.

La zattera, invece, fu il luogo dove si consumarono atrocità indicibili. Già dalla prima notte alla deriva venti individui trovarono o cercarono da soli la morte. Molte delle botti che avrebbero dovuto contenere acqua si rivelarono piene di vino. I naufraghi iniziarono a battersi tra loro: ufficiali contro passeggeri, marinai contro soldati… un girone dantesco, come mostra con tanta potenza e drammaticità il dipinto di Géricault.

Quattro giorni dopo, dei 147 iniziali, solo 67 ne restavano. Molti di loro si volsero al cannibalismo come extrema ratio. L’ottavo dì vide i quindici individui più sani e forti gettare fuori bordo i feriti e i malati, al fine di alleggerire la zattera. Alla dodicesima alba i superstiti incrociarono la rotta dell’Argus e furono tratti in salvo.

L’inetto capitano Chaumareys, una volta arrivato a Saint Louis, inviò i soccorsi al vascello ancora incagliato, al fine di recuperare il prezioso carico d’oro. Cinquantaquattro giorni dopo il naufragio, la Méduse apparve ai soccorritori ancora abbastanza integra, sebbene dei diciassette arditi che erano rimasti a guardia del bastimento non ne fossero rimasti in vita che tre.

Fu la marina britannica a farsi carico del rimpatrio dei superstiti, visto che il ministro della marina francese non prese alcuna iniziativa.

Per quanto riguarda Chaumareys, sebbene la pena prevista per un capitano che abbandona la nave con ancora delle persone a bordo fosse la morte, gli fu riservato un trattamento assai blando: radiazione dall’albo della marina, tre anni di reclusione e pagamento di tutte le spese processuali.

Se potete, andate a vedere il dipinto di Géricault, e mentre lo osservate, pensate a questa storia.

La contessa delle tenebre, un enigma tuttora irrisolto

Hildburghausen, Turingia, 7 febbraio 1807: una coppia misteriosa fa la sua apparizione per le strade della città. Lui è alto, lei è di nero vestita, il volto completamente occultato da un velo scuro.

L’uomo si presenterà come Vavel de Versay, nobile e diplomatico olandese. Sulla sua compagna nemmeno una parola, neanche quando si trasferiranno nel castello d’Eishausen, dove la coppia misteriosa soggiornerà per trent’ann, né more uxorio, né sotto il sacro vincolo, ma semplicemente come coinquilini. Tre decadi in cui lei riuscirà a mantenere il riserbo totale sulla sua identità e sulle sue fattezze, tanto da essere conosciuta esclusivamente col soprannome di Comtesse des ténèbres, Dunkelgräfin in tedesco, la contessa delle tenebre.

Quando la donna morì, la sua identità continuò ad essere protetta: fu tumulata non nel cimitero né nella chiesa della città, bensì nel giardino del castello di Eishausen, con una stele completamente anonima. Il de Versay la seguì al Creatore otto anni dopo, disseminando l’informazione, sicuramente falsa, che la donna si fosse chiamata Sophie Botta e che fosse stata una nobile originaria della Vestfalia. Il problema è che tale nome non risulta in nessun registro parrocchiale, in nessun albo nobiliare della regione.

Fu così che si diffuse una voce, un sospetto: forse che la contessa delle tenebre…? Ma no, impossibile! Ma sì, ti dico, è lei! Chi te lo ha detto? L’ho saputo in città, notizie fresche da Parigi. Seh, fosse stata davvero lei allora sarebbero venuti a prenderla anni fa per tagliarle la testa, ti pare? Ma se l’hanno lasciata andare per uno scambio di prigionieri…!

Maria Teresa dipinta da Fuger

Insomma, sembra che la misteriosa donna fosse in realtà Maria Teresa Carlotta di Borbone-Francia, figlia di re Luigi XVI e di Maria Antonietta. Quando fu rilasciata dalle autorità repubblicane per uno scambio di prigionieri con Vienna, nel 1795, aveva diciassette anni ed era molto provata dalla tragedia che si era abbattuta sulla sua famiglia (sembra che avesse anche subito uno stupro durante la reclusione); la carrozza che l’attendeva fuori dal Tempio, dove aveva trascorso tutto il tempo della sua atroce detenzione, l’avrebbe portata in Austria, dagli Asburgo, i parenti della madre. Tuttavia la leggenda vuole che a metà strada Maria Teresa abbia fatto un patto con la sua amica Ernestine Lambriquet, figlia della sua tutrice a corte, affezionata compagna di giochi nel tempo dell’infanzia e, forse, figlia illegittima di Luigi XVI. Secondo questa versione dei fatti, la Lambriquet avrebbe assunto l’identità di Maria Teresa e come tale si sarebbe presentata dagli Asburgo, alla cui corte avrebbe vissuto in esilio, soprannominata Madame Royale, per poi sposare il cugino germano Luigi Antonio di Borbone-Francia, erede del ducato di Angoulême, dando vita ad una discendenza legittima di pretendenti al trono francese e diventando il simbolo della Restaurazione post-napoleonica.

Maria Teresa, invece, afflitta dagli orrori della rivoluzione, traumatizzata, stanca della vita pubblica, si sarebbe ritirata in Turingia nell’anonimato assoluto, dando vita poi alla leggenda della Contessa delle tenebre.

Nel 2013 è stata eseguita l’esumazione della Dunkelgräfin; i resti disseppelliti sono poi stati sottoposti all’analisi del DNA e i risultati hanno rivelato che la donna non era legata in alcun modo né ai Borbone né agli Asburgo.

Escludere questi legami familiari non chiarisce però né perché questa donna abbia vissuto nell’anonimato totale, né perché sia stata seppellita in terra sconsacrata e alla chetichella.

Contessa delle tenebre, chi sei stata?

“Sea of desire” exhibition at Carmignac Foundation

In a magnificent restored Provençal villa, under the glaring sun of the French Riviera, Edouard Carmignac’s precious contemporary art collection is superbly displayed in the form of “Sea of desire”, an exhibition running until the 4th November.

The visitor is invited to dive in and enjoy the spectacle barefoot, feeling the ground right under the soles of their feet. This allows an unexpected feeling of profound connection with the place and with the tormented beauty of the artworks exhibited.

Roy Lichtenstein’s “Beach scene with Starfish”  welcomes the visitor, whose gaze is then attracted by two Andy Warhol pieces: the portraits of Mao Tse Tung and Lenin. Many more masterpieces are then to be discovered step by step.

The exhibition deliberately presents what could be found in the “sea of desire” that is human nature: not only the incandescent experiences of love, eros and beauty, represented by Botticelli’s Virgin Mary and Venus – sacred and profane love, but also desperation, tragedy and revolution.

This voyage continues in the garden of the villa where, in the middle of the grapevines and olive tree groves, among other remarkable artworks, the whimsical “Path of Emotions” by Jeppe Hein, a maze constituted by mirrored posts and rushes, leaves the visitor astounded, thanks to indescribable disturbing reflections.

This outstanding exhibition is surely a must, a rendezvous for any art lover, but it is also a space-time for anybody in need of an occasion to fathom their own “sea of desire”.

“Sea of desire” – Carmignac Foundation, Porquerolles isle, Hyères, running until 4th November. Entry ticket 15 euros.

Joyeux Noël da De amore gallico

Buon Natale a tutti voi con affetto da De amore gallico, ovvero da chi scrive, Maria Costanza Boldrini.

Spero che queste feste vi vedano riuniti con chi più amate e che il 2018 vi porti salute e serenità.

In Italia sarà anno di elezioni, in Francia chi lo sa che accadrà.

Di certo io sarò qui a commentare e a scrivere approfondimenti di attualità e storia, di cultura e di curiosità per continuare ad interessarvi e divertirvi, con ironia e leggerezza.

A presto!

Pillola: dell’importanza psicologica e sociale della rentrée in Francia

C’è un evento, nell’anno francese, la cui importanza sovrasta di gran lunga il 14 luglio, la Pasqua, il Natale, l’11 novembre e ogni ricorrenza civile e religiosa messe insieme. Dal 16 di agosto in poi è sulla bocca di tutti e va oltre i limiti dell’accademico per diventare un qualcosa che include ogni elemento della vita umana, dalla spesa quotidiana al film al cinema, dal telegiornale di mezzogiorno al ciclismo, dall’antiquariato all’oftalmologia, dalla blanquette de veau alla soupe d’oignons. Ogni cosa, qui in Francia, è toccata dalla RENTRÉE.

Tutti ne parlano, come se tutti fossero stati in vacanza da scuola per i mesi di luglio e agosto. Tutti fanno la rentrée: c’è la rentrée litteraire, la rentrée des programs télé, la rentrée des films au cinema, le make-up pour la rentrée, la mode pour la rentrée, le nouveautées pour la rentrée, la rentrée politique.

In breve, la rentrée è uno spartiacque dell’anno civile francese, molto più che da noi in Italia, in cui l’anno scolastico non ha la stessa data di inizio in tutte le regioni (riprendere la scuola il 10 settembre a Trento non è di certo come farlo a Palermo). La rentrée diventa quasi un capodanno psicologico, un evento sociale, un momento da cui far iniziare molte molte cose.

Jean-Pierre Pernaut, il volto gentile del telegiornale di mezzogiorno a TF1 è per me il simbolo della rentrée. Giusto ieri ha presentato un servizio in cui un giornalista andava a vedere il dietro le quinte di un liceo non so dove, per intervistare un professore sulla frase che avrebbe usato per démarrer avec ses nouveaux élèves. Con un sorriso mite stampato in faccia, annuncia la rentrée des classes con la stessa bonomia con cui parla della bomba H di Pyongyang.

Io divento pazza per questi dettagli della quotidianità francese, così diversa dal mio sentire. Sono i particolari che fanno tutta la differenza e che creano uno shock culturale. Prendetemi in giro, ma è così!

C’est tellement français… c’est la rentrée!

jean-pierre-pernaut_174995_w460

 

Buone vacanze da De amore gallico

De amore gallico vi saluta e vi augura buone vacanze per le prossime due settimane. Si tornerà rinfrancati e pronti a raccontare nuove storie, aneddoti, curiosità, etimi, incontri, scontri e menù. Bon voyage, se partite, bon retour, se tornate, bon repos a chi si rilasserà e bon courage a chi ancora sta aspettando che arrivino le ferie.
A chi invece se ne va in territori non francofoni, have fun and see you soon

“Après Babel, traduire” mostra al Mucem di Marsiglia – «Tradurre non è mai semplice né innocente»

“Choosing a meaning is neither easy nor innocent.”

Questo è uno dei tanti spunti di riflessione sulla traduzione che si trovano nella mostra “Après Babel, traduire”, aperta fino al 20 marzo al MuCEM di Marsiglia.
Si parte dal concetto di Babele e dalle sue radici linguistiche (“confusione” in ebraico), per arrivare alla domanda “Babele, maledizione o opportunità?”.
Riporto la sinossi ufficiale della mostra in francese:

La traduction est l’un des grands enjeux culturels et sociétaux d’un monde globalisé. Traduire, c’est préférer à une communication rapide et basique dans une langue dominante plus ou moins artificielle (aujourd’hui le « global english » ou globish) un travail coûteux et parfois déconcertant sur la différence des langues, des cultures, des visions du monde, pour les comparer et les mettre en harmonie.

La traduction est d’abord un fait d’histoire : les routes de la traduction, via le grec, le latin, l’arabe, sont celles de la transmission du savoir et du pouvoir. «La langue de l’Europe, c’est la traduction», a dit Umberto Eco. Les civilisations d’Europe et de Méditerranée se sont construites sur cette pratique paradoxale : dire « presque » la même chose, et inventer en passant, à la confluence des savoirs et des langues.

C’est aussi un enjeu contemporain. La diversité des langues apparaît souvent comme un obstacle à l’émergence d’une société unie et d’un espace politique commun, mais l’exposition Après Babel, traduire inverse cette proposition et montre comment la traduction, savoir-faire avec les différences, est un excellent modèle pour la citoyenneté d’aujourd’hui.

Partant d’une abstraction – le passage d’une langue à une autre -, l’exposition donne à voir, à penser et à voyager dans cet entre-deux. Du mythe de Babel à la pierre de Rosette, d’Aristote à Tintin et de la parole de Dieu aux langues des signes, elle présente près de deux cents œuvres, objets, manuscrits, documents installations, qui manifestent de façon spectaculaire ou quotidienne les jeux et les enjeux de la traduction.

img_20170301_192120_921
It’s raining cats and dogs – il pleut des cordes

Si parte dalle riproduzioni fiamminghe della torre di Babele, dal modello del monumento alla Terza Internazionale di Vladimir Tatin, passando naturalmente per la Stele di Rosetta e la sua importanza non solo nella traduzione, ma anche per la gestione del sapere in pieno periodo colonialista. Ci sono le tavolette in cuneiforme bustrofedico che fanno capolino dall’antica Mesopotamia, così come anfore greche a riportare miti e storie ellenici che saranno poi tradotti i centinaia di idiomi.

Si seguono le vie della traduzione che, come quelle della seta e delle spezie, hanno segnato profondamente la storia e lo sviluppo occidentale: dalla Grecia all’Arabia, passando per la Spagna, la Sicilia, arrivando fino a Wittenberg, Londra e Parigi. E Venezia.
Sempre Venezia. Perché la Serenissima, forte della sua indipendenza da papato e altri potentati maggiori, fu il centro editoriale più esuberante e all’avanguardia per secoli e secoli.
Se si cercano libri e grandi traduzioni, la mostra non lascia delusi: Bibbie e Corani antichi tradotti in tutte le lingue che vi possano venire in mente. C’è addirittura la traduzione della geometria euclidea in cinese fatta da Padre Matteo Ricci. Si trovano le traduzioni delle opere filosofiche classiche in arabo ed in ebraico. C’è perfino Tin Tin in esperanto, in mezzo a decine di manifesti polilinguistici comunisti, pieni zeppi di errori. Si sta là, di fronte ad un manifesto in cinese che riporta i ritratti di Marx, Engels, Lenin, Stalin e Mao, ed improvvisamente sembra che fuori fischi il vento e che infuri la bufera.
Chagall fa la sua comparsa con un dipinto in cui Mosè riceve le tavole della legge sul Sinai, mentre sullo sfondo una Madonna azzurra affiancata da un bue violetto regge un Bambinello celeste.

img_20170301_192308_079
Un’allegoria della traduzione presente nel triplo autoritratto di Johannes Gumpp.

Un esperimento linguistico è mostrato in video: un’anziana tunisina che parla solo arabo e che comprende un po’ il francese comunica con la figlia, arabofona e francofona. A sua volta ella comunica con sua figlia, nata e cresciuta tra Francia e Regno Unito, e che parla solo francese ed inglese senza avere nozione alcuna dell’arabo. Tra nonna e nipote la comunicazione, dunque, è limitata a gesti e a sorrisi.
C’è anche Dario Fo, con una sua masterclass-spettacolo sulla storia del gramelot, c’è un’installazione sulla lingua dei segni, con i gesti che variano da nazione a nazione, rispecchiando in modo visuale e mimico lo spirito di ogni popolo.

img_20170301_192556_649
Placca funeraria palermitana, circa 1149. Riporta iscrizioni in greco, latino, ebraico ed arabo.

Un’esposizione imperdibile per chi vive ogni giorno nel coloratissimo e mai noioso limbo del traduttore, mai interamente preciso, sempre problematico ed avventuroso.
I testi accuratamente redatti che accompagnano la mostra sono indicativi della complessità del tema trattato, così come della sua conformazione varia ed avvincente. Come è possibile limitare la traduzione ad un qualcosa di scritto sulla carta stampata, quando così tanti fattori incidono sulla sua efficacia e pienezza? Arte, editoria, archeologia, storia, sociologia ed antropologia sono ingredienti fondamentali della pozione magica che è il risultato del mestiere di traduttore, così come la politica ne definisce i contorni in modo fatalmente imprescindibile.

img_20170301_192743_924
Testina con cappello frigio rinvenuta in Afghanistan.

img_20170301_193234_905
Mel Bochner, BlahBlahBlah. “Babele” significa “confusione”, “barbaro” significa “balbettante”

Un viaggio interessante anche per chi non ha fatto della traduzione la sua occupazione principale, ma magari la vive quotidianamente per caso: una coppia mista, un datore di lavoro o un collega straniero. Tutti siamo traduttori, perché nessun messaggio arriva mai al destinatario nell’esatta forma e col senso preciso inteso da chi lo ha emesso: applichiamo sempre la nostra interiorità agli stimoli che l’esterno ci fornisce, sfumando di volta in volta i colori sulla tela con pennellate differenti. Mi pare dunque il caso di concludere con una delle tante citazioni stimolanti ed interessanti che la mostra espone lungo lo svolgersi del suo percorso:

“El original es infiel a la traduccion”
Jorge Luis Borges

img_20170301_193420_218
Palestina ed Israele: due lingue semitiche a confronto

img_20170301_193655_673
Modello del monumento alla Terza Internazionale di Tatlin