Pillola: fenicotteri che ballano il flamenco tra fiamme fiamminghe

Sembra che, mai come quest’estate, il fenicottero sia di moda. Dappertutto si vedono accessori, vestiti e gadget che raffigurano il roseo volatile.

In inglese si chiama flamingo, in francese flamant rose. La cosa bizzarra è che, secondo l’ Online Etymology Dictionary, l’inglese sembra aver preso in prestito il termine dal portoghese e dallo spagnolo, che a loro volta lo hanno importato dal dialetto provenzale, che con la parola flamanc indica i rosei uccelli che popolano le terre acquitrinose della Camargue.

Nel provenzale si è fuso il termine latino flamma col suffisso germanico –enc (ovvero “appartenente”).  La fiamma definisce il colore del piumaggio di questo bel volatile ghiotto di gamberi. D’altra parte “fenicottero” deriva dal greco “phoinikopteros” ovvero “dalle ali color della porpora”.

Ma che c’entrano i fenicotteri col flamenco, il passionale ballo iberico?

Le teorie in merito sono infinite. Pare che la parola, in questo caso, debba la sua origine al popolo fiammingo. Non dimentichiamo che la Spagna ha dominato per tanto tempo una parte di Olanda che nei volumi di storia viene chiamata “Paesi Bassi Spagnoli”. A Madrid i fiamminghi avevano nomea di essere gentaccia dal carattere tremendo, e forse è questo il motivo per cui una danza così focosa è associata alle Fiandre. O magari, più semplicemente, fumi dell’olio di papavero, usato per la tecnica pittorica di cui furono gli inventori, avevano dato loro un po’ alla testa…

A me, tutto sommato, piace pensare che il flamenco si chiami così perché le mosse prendono ispirazione dai fenicotteri, che se ne stanno spesso su una zampa sola e battono il becco per acchiappare i gustosi gamberi di cui la loro dieta è principalmente composta.

Che incredibili girandole linguistiche che escono fuori da una buffa moda estiva!

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Pillola: Gallia est omnis divisa in partes nonaginta sex

Gallia est omnis divisa in partes tres, quarum unam incolunt Belgae, aliam Aquitani, tertiam qui ipsorum lingua Celtae, nostra Galli appellantur. Hi omnes lingua institutis legibus inter se differunt. Gallos ab Aquitanis Garunna flumen, a Belgis Matrona et Sequana dividit.

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Cesare, nell’incipit del suo De bello gallico spiega come era suddiviso il territorio dell’odierna Francia al tempo della sua campagna militare: numerose tribù ma con una ripartizione definita.
Se volessimo riscrivere l’incipit dell’opera aggiornandola alla suddivisione dipartimentale di oggi allora dovremmo dire:

Gallia est omnis divisa in partes nonaginta sex. 

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Se solo Cesare sapesse che cosa ne è divenuto di quei Galli che tanto ha combattuto!
Nella speranza di non aver commesso un errore di grammatica latina nel concordare il numerale attingendo alle mie reminiscenze del liceo, salus et gratia.

Les Baux de Provence e l’adorazione dei Magi: storia provenzale, tradizione cristiana

Les Baux de Provence è un minuscolo villaggio provenzale che si trova nel dipartimento delle Bocche del Rodano.
Una leggenda ricopre di oro, incenso e mirra i fatti storici riguardanti la sua fondazione.
Se da una parte, infatti, scavi e studi hanno dimostrato che il sito era abitato dai Celti sin dal 6000 a.C. (fonte Wikipedia, notizia non confermata dal sito ufficiale della città che trovate qui), dall’altra parrebbe che il nome del villaggio derivi da quello della casata Baux, anche detta Del Balzo, famiglia discendente diretta di uno dei Re Magi d’oriente.
Riporto qui il passo del Vangelo di Matteo in cui è narrata la vicenda:

Gesù nacque a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode. Alcuni Magi giunsero da oriente a Gerusalemmee domandavano: «Dov’è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella e siamo venuti per adorarlo».
All’udire queste parole, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i sommi sacerdoti e gli scribi del popolo, s’informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Messia.
Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero il più piccolo capoluogo di Giuda: da te uscirà infatti un capo che pascerà il mio popolo, Israele».
Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire con esattezza da loro il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme esortandoli: «Andate e informatevi accuratamente del bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo».
Udite le parole del re, essi partirono. Ed ecco la stella, che avevano visto nel suo sorgere, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino.

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L’adorazione dei Magi secondo il Botticelli

Al vedere la stella, essi provarono una grandissima gioia. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra.
Avvertiti poi in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.
[…] Erode, accortosi che i Magi si erano presi gioco di lui, si infuriò e mandò ad uccidere tutti i bambini di Betlemme e del suo territorio dai due anni in giù, corrispondenti al tempo su cui era stato informato dai Magi.

Il Magio da cui parrebbe discendere la casata di Baux è Baldassarre, o Balthazar. Giovanni di Hildesheim, monaco carmelitano tedesco del XIV secolo, nella sua “Historia Trium Regum” riporta:

E i tre Re, dopo aver umilmente baciato la terra dinanzi la mangiatoia e la mano al Bambinello, gli offrirono, con devozione, i loro doni e, con devozione, li deposero nella mangiatoia presso la testa del Bambinello e le ginocchia della madre.
Ed era Melchiar il più piccolo di statura, Balthazar il mediano, Jaspar il più alto, negro d’Etiopia.

Sulla stella che li guidò si è molto dibattuto, specie in seguito alla raffigurazione che ne fece Giotto nella Cappella degli Scrovegni di Padova, identificandola con la Cometa di Halley. Il punto è che nel testo biblico (e in questo articolo si fa riferimento al Septuaginta), 600px-blason_baux_de_provence-svgessa viene indicata col termine ὁ ἀστὴρ, o astér, semplicemente “stella” e non cometa.
Resta il fatto, però, che essa compare nello stemma di Les Baux de Provence e della famiglia Del Balzo: un astro bianco in campo verde ad esaltare la discendenza della casata.

Sui Magi è stata prodotta tanta arte e tanta letteratura: questi tre saggi astronomi zoroastriani venuti da Oriente in groppa a tre dromedari (dromedari! E non cammelli, ché il bigibbuto viene dalle steppe dell’Asia centrale, mentre il monoggibuto è autoctono dell’Arabia, Persia e Nordafrica) sono il soggetto di una poesia scritta dal massimo poeta del ‘900, Thomas Stearns Eliot.
Qui riporto il testo di “The journey of the Magi”, scritto nel 1927:

A cold coming we had of it,
Just the worst time of the year
For a journey, and such a long journey:
The ways deep and the weather sharp,
The very dead of winter.’
And the camels galled, sore-footed, refractory,
Lying down in the melting snow.
There were times we regretted
The summer palaces on slopes, the terraces,
And the silken girls bringing sherbet.
Then the camel men cursing and grumbling
And running away, and wanting their liquor and women,
And the night-fires going out, and the lack of shelters,
And the cities hostile and the towns unfriendly
And the villages dirty and charging high prices:
A hard time we had of it.
At the end we preferred to travel all night,
Sleeping in snatches,
With the voices singing in our ears, saying
That this was all folly.

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Gentile da Fabriano

Then at dawn we came down to a temperate valley,
Wet, below the snow line, smelling of vegetation,
With a running stream and a water-mill beating the darkness
And three trees on the low sky.
And an old white horse galloped away in the meadow.
Then we came to a tavern with vine-leaves over the lintel,
Six hands at an open door dicing for pieces of silver,
And feet kicking the empty wine-skins.
But there was no information, and so we continued
And arrived at evening, not a moment too soon
Finding the place; it was (you may say) satisfactory.

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Giotto e la cometa di Halley

All this was a long time ago, I remember,
And I would do it again, but set down
This set down
This: were we led all that way for
Birth or Death? There was a Birth, certainly,
We had evidence and no doubt. I had seen birth and death,
But had thought they were different; this Birth was
Hard and bitter agony for us, like Death, our death.
We returned to our places, these Kingdoms,
But no longer at ease here, in the old dispensation,
With an alien people clutching their gods.
I should be glad of another death.

Le raffigurazioni dell’adorazione del Magi sono dei più svariati tipi: l’arte ravennate ne dà un esempio nella chiesa di Sant’Apollinare Nuovo, Giotto, già citato, lo fa a Padova inserendo la novità astronomica di cui sopra, Gentile da Fabriano ne fa il soggetto di un capolavoro datato 1423 e conservato agli Uffizi, Botticelli verticalizza la scena, sovvertendo le regole fino ad allora adottate per rappresentare i tre Re Magi al cospetto del Bambinello, e Leonardo lascia la sua opera incompiuta.

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I Re Magi ravennati

L’Epifania è alle porte e De amore gallico augura a tutti i suoi lettori un felice anno nuovo.
A presto con articoli, curiosità, riflessioni, novità e tante letture!

Saint-Maximin-la-sainte-Baume e la Maddalena penitente

La costa sud della Francia è il teatro di molte storie legate alle tre Marie (vedi articolo di De amore gallico Tauromachia à la française, ovvero Arles e la sua selvaggia mascolinità e Candelora e carnevale: tra nuove scoperte e nostalgia di casa), in particolare a Maria di Magdala, o Maria Maddalena, la prostituta pentita, oggetto di numerose leggende e speculazioni.
Maddalena giunse in Provenza approdando a Sainte-Marie-de-la-mer. La donna si spostò poi a Saint-Maximin-la-sainte-Baume, dove trascorse il periodo del suo ritiro in preghiera. Essa è una località poco distante da Marsiglia e da Aix-en-Provence, situata su una piana circondata dal massiccio della Sainte-Baume e dalla cézanniana Sainte-Victoire; un luogo ricco di fascino che nei secoli ha visto la costruzione di un imponente complesso conventuale, di una importante basilica gotica e lo sfilare di una continua pletora di fedeli in pellegrinaggio.

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Facciata della basilica

Si narra che Maddalena, dopo aver trascorso trent’anni in raccoglimento e preghiera nella grotta della Sainte-Baume, avvertita della morte imminente dagli angeli, uscì dal suo rifugio e percorse la strada che arrivava fino ad Aix-en-Provence, di cui a quel tempo era vescovo Saint-Maximin. Ella si fece somministrare la comunione da San Massimino e spirò poco dopo nel luogo dove ora sorge la basilica di Sainte-Madeleine.
I sarcofagi di Maddalena, di San Massimino, di San Sidonio e delle Sante Marcella e Susanna sono tuttora custoditi nella cripta della basilica, sottoterra, dove sembra siano stati nascosti per salvarli dalle incursioni saracene dell’VIII secolo.
Avvenne poi che, essendo il commercio delle reliquie assai in voga nel periodo delle crociate, Carlo II d’Angiò, tra le altre cose anche conte di Provenza, di ritorno da una di quelle nel 1279, si fermò nei pressi della Sainte-Baume, scavò un po’ e ritrovò i preziosi sarcofagi e le ancor più preziose reliquie della Maddalena. Dopo un certo qual numero di bolle papali firmate da Bonifacio VIII, si diede il via alla costruzione della basilica.
Ovvio, non andò proprio così, la mia è una riduzione semplicistica, ma non si pensi che mi discosti poi tanto dalla realtà dei fatti, seppur abbia deciso di tralasciare lungaggini storiografiche che poco potrebbero interessare il lettore.
Nel 1295 iniziarono i lavori che, per alterne vicende, sarebbero stati completati solo nel 1532. Il risultato fu una basilica che è l’orgoglio gotico del sud della Francia, inserita addirittura nella lista dei monumenti storici nazionali stilata nel 1840.
La chiesa misura 73 metri di lunghezza, 37 metri di larghezza e raggiunge i 29 di altezza. Dimensioni di tutto rispetto, accentuate dalla maestosità dello stile gotico, imponente e nordico, quasi inaspettato in una terra così fortemente mediterranea come la Provenza.
Quando si entra nella basilica si è subito colpiti dall’organo, dalle magnifiche boiseries del coro (1692) e del pulpito (1756) e dalla pala d’altare raffigurante la crocifissione, dipinta da Antoine Ronzen tra il 1517 e il 1520, posta su uno degli altari minori, a sinistra dell’abside principale.

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La pala d’altare firmata Ronzen

La pars leonis è tutta per la cripta, dove sono conservati i sarcofagi già menzionati e le famose reliquie della Maddalena: un cranio, una porzione di mandibola, un femore sinistro, un frammento di tibia e dei capelli. Studi specifici hanno confermato che:

Le crâne conservé dans la crypte de la basilique de Saint-Maximin est, selon toute vraisemblance, celui d’une femme âgée d’environ 50 ans, de type méditerranéen gracile.
Les fragments présentant l’aspect de “cuir sec”, prélevés au niveau des os propres du nez et du conduit auditif gauche, ont été examinés histologiquement par le professeur F. Busser, de Paris.

Inoltre, conservato nel reliquiario di Saint-Maximin, vi è anche una porzione di tessuto, probabilmente appartenente alla sezione frontale della reliquia, che la tradizione vuole essere il punto esatto del “Noli me tangere“, episodio avvenuto la mattina della Resurrezione di Cristo.
Degno di nota è il reliquiario: datato 1860, eseguito dall’artigiano Didron, sostituisce quello più antico e molto prezioso, in oro, argento e pietre di immenso valore, sparito al tempo della rivoluzione.

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Reliquia e reliquiario

La visita procede nel complesso conventuale, trasformato in (affascinante) hotel e (pessimo) ristorante: una purezza di linee e forme che colpisce l’occhio del viaggiatore, gettandolo nel turbinio di archi ad ogiva tipici dell’architettura gotica; si gode appieno di questo slancio verso le altezze, specialmente quando si cammina sotto le campate della sala capitolare e quando si passeggia tra gli archi del chiostro, ora adibito a luogo di fiere e commerci.

Ma i mercanti non erano stati cacciati a pedate fuori dal Tempio?

Per approfondire:
http://marie-madeleine.over-blog.fr/article-32327696.html
https://fr.wikipedia.org/wiki/Basilique_Sainte-Marie-Madeleine_de_Saint-Maximin-la-Sainte-Baume
http://www.saintebaume.org/mariemadeleine.html

Per chi fosse interessato alla raffigurazione di Maria Maddalena nell’arte italiana, consiglio la visita della mostra “La Maddalena tra peccato e penitenza” curata da Vittorio Sgarbi, a Loreto, aperta fino all’8 gennaio 2017. Io ci sono stata e l’ho apprezzata moltissimo.

 

L’abbazia cistercense del Thoronet, parentesi nel tempo e nello spazio.

Nel cuore del dipartimento del Varo, poco lontano dal capoluogo Draguignan, si trova l’abbaye du Thoronet. Assieme a Silvacane e Sénanque compone la cosiddetta “triade di perle cistercensi” in Provenza.

L’abbazia del Thoronet (1160-1230) è un esempio magnifico di architettura romanica: linee pure e nette, alcuna decorazione, pietra nuda e squadrata. Vi si accede dall’ostello, luogo un tempp adibito all’ospitalità dei viandanti. Esso costituiva l’unico punto di contatto tra il monastero ed il mondo esterno, un contatto peraltro a senso unico, visto il divieto ai non religiosi di accedere all’abbazia e agli edifici adibiti alle attività quotidiane dei monaci.

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Thoronet

La chiesa presenta una facciata volta a occidente; il portale centrale è assente perché essa non era aperta ai fedeli, ma solo alla comunità. Vi si accede soltanto tramite due porte laterali: quella dei conversi a sinistra e quella dei monaci a destra. I conversi erano persone che, pur vestendo gli abiti monacali, non avevano pronunciato i voti. Essi abitavano nei monasteri e si occupavano delle mansioni più umili. L’assenza di decorazioni e l’acustica eccezionale rendono questo luogo una parentesi nello spazio e nel tempo. Ci si siede e si ascolta il respiro delle mura, avvolti dalla luce naturale che penetra dalle strette finestre.
Si prosegue la visita, prima nel dormitorio, dove una serie di finestre rende l’ambiente molto luminoso e arioso: davanti a ogni finestra dormiva un monaco ed è possibile vedere i “confini” di ciascun pagliericcio osservando il pavimento: una lastricatura particolare delimita ciascun cubicolo.
Si scende verso il chiostro, un tunnel d’aria e frescura ristoratrici: esso era il cuore del monastero. Vi si trova ancora una grande fontana, chiamata “lavabo”, posta davanti al refettorio, oggi scomparso. Adiacente al chiostro c’è il parlatorio, l’unico posto in cui ai monaci era consentito parlare.

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Thoronet

La dispensa contiene ancora i tini da vino del secolo XVIII ed un frantoio per l’olio azionato con un sistema a vite. Accanto ad essa vi era il locale della cucina, contiguo al refettorio dei monaci e all’edificio dei conversi.
Bellissima è la sala capitolare in cui tutte le mattine i monaci si riunivano per leggere un capitolo della regola di San Benedetto e per trattare questioni della vita comunitaria. Là vi si eleggeva anche il padre abate. L’architettura è influenzata dallo stile gotico e presenta maggiori decorazioni, come i capitelli che sorreggono le volte su crociere a ogiva. Nella sala capitolare i conversi non erano ammessi. Ecco come ha origine l’espressione “non avere voce in capitolo”.

 

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Thoronet

L’ordine dei cistercensi nacque in seno a quello cluniacense, ma se ne distinse per l’assai più rigida osservanza della regola benedettina. I monaci dell’ordine claustrale di Cluny, infatti, avevano raggiunto alti livelli di potenza e ricchezza, del tutto incompatibili con l’insegnamento di San Benedetto (ora et labora).
Fu così che Robert de Molesme, priore di numerosi monasteri, decise di fondare una nuova comunità in quel di Cîteaux (nome latino Cistercium), nella quale le istanze di coloro che auspicavano un ritorno della Chiesa al pauperismo avrebbero trovato compimento. La comunità “vide la luce” il 21 marzo 1098 e nel 1109 fu codificata la regola grazie a Étienne Harding. In meno di vent’anni si fondarono le prime quattro abbazie figlie, tra cui quella di Clairvaux (1115), tradotta in italiano come Chiaravalle. Il suo primo abate fu Bernardo, colui che propagò la regola con vigore e che diede una potente spinta alla diffusione dell’ordine cistercense in tutta Europa.

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Thoronet (foto dal web)

Nel 1153, alla morte di San Bernardo, Clairvaux contava più di 160 monaci e la nuova famiglia cistercense era composta da circa 350 abbazie.
Il monaco cistercense è legato anche all’Ordine dei Cavalieri del Tempio, più noti come Templari. Esistono molte leggende su costoro, certo è che il fondatore dell’ordine, Ugo di Payns, era un parente di Bernardo, il quale scrisse la regola dei Templari
ed un exhortatorius sermo ad Milites Templi, promulgando l’approvazione del nuovo ordine gerosolimitano da parte di Roma.

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Thoronet (foto dal web)

Quando ho letto dell’abbazia del Thoronet, ho subito programmato la visita nel mio giorno di riposo settimanale: è stato un richiamo irresistibile.
Sono nata nella Marche, a Chiaravalle. L’abbazia di Santa Maria in Castagnola è il cuore della cittadina dove ho visto la luce e dove ho trascorso i miei primi diciotto anni. Il sistema della filiazione abbadiale la lega alla comunità di Chiaravalle di Milano, fondata da San Bernardo stesso.
La storia di Santa Maria in Castagnola, però, comincia ancora prima, al tempo della regina longobarda Teodolinda, sovrana di strenua fede cattolica, vissuta tra il VI e il VII secolo d.C.. Ella fece costruire un monastero benedettino nel mezzo di quella che allora era una rigogliosissima selva di querce castagnole sulle sponde dell’ultimo tratto del fiume Esino. Solo più tardi il monastero benedettino fu trasformato in abbazia cistercense, esattamente nel 1147, prendendo il nome di Chiaravalle dall’abbazia madre di Clairvaux.

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Thoronet (foto dal web)

La cittadina festeggia due santi patroni: Antonio Abate, il 17 gennaio, e Bernardo di Clairvaux, naturalmente, il 20 agosto.

Un fil rouge architettonico e religioso lega dunque la mia città all’abbazia del Thoronet. Ho saputo apprezzare appieno la perla conservata nel folto delle selve del Varo: la sua austera e maestosa bellezza e l’ordinata architettura mi hanno subito fatto sentire sulla lingua un sapore familiare, una sensazione di già visto e conosciuto che m’ha scaldato il cuore come se fossi a pochi passi da casa.

Gli ebrei del papa: quando la diaspora seguì la ferula e parlò francese

La diaspora ebraica ha avuto contorni e storia estremamente variegati: la nascita di due grandi gruppi nel seno di una stessa radice etnica e culturale condizionata dalla distanza geografica (Ashkenaziti e Sefarditi, nomi derivanti da Ashkenaz, che in lingua ebraica indica la regione germanica – ergo tutta l’Europa del nord, nord-est, e da Sefarad, ovvero la Spagna – quindi tutta l’area mediterranea), le variazioni di riti religiosi che sussistono tutt’oggi, la differenza di trattamento da parte dei goyim, i gentili, a seconda che fossero cristiani o musulmani.
Si sa che è a Roma la comunità ebraica più antica d’Europa: gli israeliti si insediarono sin da subito sulle sponde del Tevere, all’altezza di Trastevere, per poi spostarsi successivamente – sotto coercizione papale – dall’altra parte del fiume, verso l’isola Tiberina, laddove oggi c’è la ben nota via del Portico d’Ottavia, che brulica di vita all’ombra del bel Tempio Maggiore.

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Il ghetto di Roma visto dal Portico di Ottavia

Forse è più noto il ghetto di Venezia, sia per il ruolo storico che esso ha avuto, relativamente allo sviluppo economico e commerciale della Serenissima, sia per la commedia shakespeariana “The merchant of Venice“, una delle mie preferite, dove si trova il monologo dell’ebreo Shylock:

To bait fish withal. If it will feed nothing else, it will feed my revenge. He hath disgraced me and hindered me half a million, laughed at my losses, mocked at my gains, scorned my nation, thwarted my bargains, cooled my friends, heated mine enemies—and what’s his reason? I am a Jew. Hath not a Jew eyes? Hath not a Jew hands, organs, dimensions, senses, affections, passions? Fed with the same food, hurt with the same weapons, subject to the same diseases, healed by the same means, warmed and cooled by the same winter and summer as a Christian is? If you prick us, do we not bleed? If you tickle us, do we not laugh? If you poison us, do we not die? And if you wrong us, shall we not revenge? If we are like you in the rest, we will resemble you in that. If a Jew wrong a Christian, what is his humility? Revenge. If a Christian wrong a Jew, what should his sufferance be by Christian example? Why, revenge. The villainy you teach me I will execute—and it shall go hard but I will better the instruction.

L’Inghilterra, che ospitava comunità sin dall’arrivo di Guglielmo il Conquistatore nel 1066, mal li sopportava, tant’è che Shakespeare scrisse “The merchant of Venice” in un momento di particolare astio nei confronti degli israeliti insediati in terra britannica. Tuttavia era Shakespeare antisemita? Il ritratto che ne fa è piuttosto una caricatura, un fantoccio messo sul palco più per ridicolizzare gli antisemiti e le loro convinzioni che per offendere gli ebrei. Molto si è dibattuto in merito e per chi volesse approfondire l’argomento consiglio la lettura di questa pagina e di quest’altra.

Le juderìas spagnole furono quasi del tutto svuotate con il decreto dell’Alhambra (qui un link per approfondire), stipulato dalla regina Isabella di Castiglia il 31 marzo del 1492 (sì, qualche mese prima che Colombo sbarcasse nelle Indie Occidentali), che cacciò gli ebrei dalla Spagna e che obbligò alla conversione tutti coloro che non volevano lasciare il suolo iberico. Con “suolo iberico” intendo anche la Sicilia, che al tempo era sotto dominazione spagnola. In effetti il primo Bar Mitzvah celebrato in Trinacria dal 1492 è avvenuto solo nel 2011, dopo la recente formazione di una comunità giudaica a Palermo. Qui la notizia.

Le terre slave si distinsero per una pratica chiamata pogrom, ovvero le rivolte antisemite che culminavano con cacciate, uccisioni, roghi e nefandezze di ogni tipo verso le comunità ebraiche. Molto spesso il casus belli di questi orrendi episodi erano delle false accuse che avevano origine da una morte violenta e sospetta di un cristiano. Ciò dava modo di muovere una accusa del sangue. Le accuse del sangue sono state molto utilizzate a partire dall’anno 1000: si diceva che gli ebrei utilizzassero sangue umano per rituali e celebrazioni, prediligendo quello dei bambini. L’ultimo processo istituito per un’accusa del sangue ha avuto luogo a Kiev nel 1913 e solo col Concilio Vaticano II si è riusciti ad eliminare dal martirologio i nomi di santi che erano stati seviziati dagli ebrei (dicerie senza fondamento storico).

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Il Palazzo dei papi ad Avignone

Quali furono le sorti del popolo ebraico in terra francese? La cosa si fa estremamente interessante, perché va presa in considerazione la cosiddetta Cattività avignonese, ovvero quel periodo che va dal 1309 al 1377 e che vide la sede del papato spostarsi da Roma ad Avignone, bella città del dipartimento della Vaucluse, in Provenza. Lo Stato Pontificio fu relativamente tollerante nei confronti degli ebrei, specialmente se paragonato al trattamento riservato alle enclavi israelitiche in altre parti del mondo. Questo fece sì che durante la Cattività avignonese si venisse a creare una comunità chiamata “ebrei del papa”.
Il popolo israelitico giunse in Francia approdando, come quasi tutti coloro venuti dal sud, nel porto di Marsiglia. In generale la presenza ebraica nel sud della Francia fu sempre pronunciata, sebbene mal sopportata: accuse del sangue, linciaggi e roghi non mancarono mai. Nel 1274 il re di Francia Filippo l’Ardito fece dono al papa di una regione chiamata Contado Venassino, una porzione di territorio che includeva la città di Avignone. Questo contado divenne, col tempo, un rifugio per gli ebrei che dovevano fuggire le persecuzioni francesi. Nel Contado Venassino sorsero quattro ghetti, detti carrières, in cui si svilupparono quattro comunità chiamate Arba Kehilot, ad Avignone, Carpentras, Cavaillon, e Isle sur la Sorgue. Vi fu un episodio caratterizzato dall’espulsione degli ebrei venassini, ma si trattò di una misura temporanea: rientrarono tutti in breve tempo e dal 1394, anno della cacciata degli ebrei dal Regno di Francia, la comunità crebbe, visto che agli ebrei del papa fu consentita la residenza a condizione che indossassero un cappello giallo e risiedessero nei loro carrières, che la notte venivano chiusi a chiave dall’esterno, come avveniva già in altri ghetti d’Europa. In più vi erano tasse extra da pagare e dovevano sottoporsi a delle messe coatte, niente di nuovo. Esattamente come accadeva a Venezia o a Roma, le case crebbero in altezza, arrivando a quattro o cinque piani, nel tentativo di espandere lo spazio a disposizione in senso verticale, visto che orizzontalmente era impossibile.

Tuttavia è stato notato che nei secoli gli ebrei del papa svilupparono relazioni molto buone con i goyim venassini, tanto che risultano essere la sola comunità israelitica europea che riuscì a praticare gli stessi mestieri dei non ebrei. Ricordo infatti che per i giudei fu molto difficile adattarsi alle restrizioni imposte sui mestieri esercitabili, che variavano di zona in zona. Ad Avignone, invece, poterono diventare contadini e lavorare la terra come i gentili, sviluppando così un ebraismo sui generis, avulso da legami con la cultura ashkenazita o sefardita: gli ebrei del papa parlavano shuadit, un miscuglio di ebraico e occitano, avevano un rito religioso unico ed erano molto legati alla terra.

Le cose cambiarono con l’avvento della Rivoluzione, perché Avignone fu annessa alla Francia e gli ebrei ebbero la cittadinanza: i ghetti perdettero la loro ragion d’essere e gli israeliti si sparsero su tutto il territorio nazionale, salvo poi essere vittime di un’ennesima ondata di antisemitismo che percorse l’Europa nel 1800 e che culminò con l’affaire Dreyfus, scandalo che scosse l’opinione pubblica e l’élite culturale. Non è un caso che il saggio a fondamento del sionismo, Der Judenstaat, scritto dal Theodor Herzl, fu partorito nel 1896, proprio nel pieno della bufera dreyfussiana.

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Sul giornale “L’aurore” Emile Zola pubblicò la sua famosa lettera aperta “J’accuse”, a sostegno di Dreyfus e della sua innocenza.

 

Non finisce qui la storia dei luoghi che videro lo sviluppo comunitario degli ebrei del papa. Se i ghetti, specialmente dopo la Shoah, avevano cessato di esistere come tali, ritornarono ad essere centri fondamentali per l’integrazione di nuove comunità ebraiche, quelle che giunsero in Francia dopo la guerra d’Algeria e l’indipendenza della nazione nordafricana. Non dimentichiamo che anche noi, in Italia, fummo testimoni di un’ondata migratoria ebraica nel 1967: la Guerra dei Sei Giorni era scoppiata e costrinse molti ebrei libici a trasferirsi altrove. Quasi cinquemila persone sbarcarono nel nostro paese, tra coloro che non avevano compiuto l’aliyah a Gerusalemme.

Qui di seguito link a pagine che potrebbero interessare per un approfondimento:
la storia degli ebrei libici;
il sito della comunità ebraica di Avignone;
pagina Wikipedia sui carrières

Precisazione: questo articolo non ha alcun intento politico, è solo un excursus storico volto ad informare e ad approfondire in modo neutrale e super partes un capitolo della storia europea, francese ed ebraica. Chiunque voglia discutere di argomenti inerenti Israele, Palestina e la questione mediorientale è pregato di farlo in contesto più appropriato, ovvero altrove. L’autrice non ha alcuna intenzione di esporre il proprio pensiero in merito alla faccenda. Grazie.

I mulini di Paillas, un segreto celato dalle chiome degli alberi.

Sono stata due volte a Parigi, e in ciascuna di esse ho avuto modo di rendere visita ai celebri moulins della città, il Moulin Rouge e il meno noto Moulin de la Galette, ristorante immortalato anche da Renoir nel suo dipinto “Bal au moulin de la Galette”.

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Bal au moulin de la Galette, Renoir

In generale i mulini a vento richiamano alla mente Don Chisciotte e i Paesi Bassi, tuttavia c’è una fiaba popolarissima che ha origine proprio dalle vicende del figlio di un mugnaio. Sto parlando de “Il gatto con gli stivali”. Ne esistono diverse versioni, ma la più celebre è con ogni probabilità quella di Charles Perrault, a cui dobbiamo il gioco di parole “Marquis de Carabas” (Marchese delle Carabattole). Il vecchio mugnaio, in punto di morte, lasciò i suoi averi ai suoi tre figli: al maggiore diede il mulino a vento, al secondogenito il mulo e al terzogenito un gatto. Il resto della fiaba, presumo, è conosciuto da tutti.

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Il gatto con gli stivali parla al suo giovane amico

Il mugnaio è una figura oramai scomparsa nel nostro quotidiano, anche se conserva un certo fascino farinoso. Sarà per questo che la Mulino Bianco ha affibbiato ad Antonio Banderas, noto sex symbol, il ruolo del buon mugnaio che fa pure il pane e che parla con le galline? Forse.
Personalmente provo una certa attrazione per i mulini, edifici caduti in disuso ma che hanno pur sempre quel certo je ne sais quoi, celebrato ampiamente dalla tradizione orale della Francia popolare. Qui un link utile per approfondire l’argomento.
Dalle parti di Saint Tropez c’è un sito molto interessante, in tal senso. Sto parlando dei mulini di Paillas, nel comune di Ramatuelle: vista l’esposizione favorevole delle colline tropeziane, la zona era particolarmente vocata alla costruzione di questi edifici, che furono eretti ed utilizzati sin dal XVI secolo. Ma chi era questo Paillas il cui nome viene utilizzato per identificare il sito? Nient’altro che l’ultimo mugnaio ad averli avuti in gestione, monsieur Jean-Baptiste.
Fino al 2002 dei quattro mulini di Paillas non rimanevano che delle rovine, senza contare uno ancora in piedi ma proprietà privata (molto privata: sul cancello che delimita l’entrata sono apposti numerosi cartelli assai simili, nel significato, a quelli che Zio Paperone ha piantato tutto intorno al suo deposito per tenere distanti ospiti indesiderati, tra cui i Bassotti).


Come stavo dicendo, nel 2002 l’architetto Alain Bellegy è stato incaricato di riportare al suo antico splendore uno dei mulini diroccati. Devo ammettere che il lavoro di ristrutturazione è notevole: la meccanica è stata ripresa completamente in modo da poterlo far funzionare a pieno ritmo. Qui trovate il sito del comune di Ramatuelle e informazioni sul magnifico risultato raggiunto da Bellegy.

Un’aria fiabesca circonda l’edificio e mi spinge a fermarmi ogni volta che passo di lì. Ci sono posti che esercitano un forte magnetismo e il più delle volte tale attrazione è del tutto inspiegabile. La collina dei mulini di Paillas è uno di quei luoghi, anche se questa fatale attrazione non ha nulla di misterioso: un tempo mulino significava presenza umana, acqua, farina e cibo, un tetto, un riparo, un volto amico a cui chiedere indicazioni sul sentiero da seguire. Forse è il viandante che si cela nell’animo umano a far sentire questo sentimento di simpatia e di conforto alla vista delle pale turbinanti.

E poi c’è Don Chisciotte.

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Don Chisciotte e Sancho Panza.