Monsieur C.

Monsieur C. è basso e magro. I capelli grigi, acconciati con il riporto, sono spesso unticci e le orecchie sono interamente occupate da due apparecchi uditivi color pelle i quali, simili a funghi carnosi, spuntano in mezzo al folto pelame che gli orna i canali auricolari.

La dentiera è un po’ ballerina, gli occhiali rotondi, piccoli e spessi, con le lenti in degradé.

Tutte le mattine infila i calzoncini bianchi corti, simili a quelli che i calciatori indossavano negli anni ’70 e ’80, i calzetti di spugna fino al ginocchio e le scarpe da ginnastica Adidas, prende il suo borsello di cuoio tutto consumato, saluta la vecchia moglie, esce di casa, ritira il giornale locale che il fattorino gli recapita nella cassetta della posta e, tenendolo stretto sotto il braccio, si avvia alla libreria per acquistare la sua dose giornaliera di quotidiani: Le Figaro, Le Monde, Les Echos, Liberation, Aujourd’hui en France (monsieur C. legge le testate di tutti gli orientamenti politici).

Li paga, poi tira fuori un ritaglio dal Figaro del giorno prima o dal Liberation dell’altro ieri e ordina i libri che vi sono recensiti, in generale saggi storici, politici, economici, biografie di personaggi storici controversi. Di recente ha ordinato: la saga degli intellettuali francesi dal 1944 al 1989, la biografia di Rommel, l’edizione “Les pleïades” dell’opera di Simone De Beauvoir, “Lo strano suicidio dell’Europa” di Douglas Murray e una retrospettiva sugli “sconfitti della storia”, anche se quest’ultimo libro lo ha molto deluso perché a suo dire: “ficcare Nixon e Giovanna D’Arco nella stessa raccolta è indecente”.

Sovente il conto supera gli ottanta euro. Ecco allora che, insieme alla sua carta fedeltà, tira fuori dal borsello anche il libretto degli assegni, per saldare il tutto con uno svolazzo della penna stilografica.

Monsieur C. spesso torna in libreria il pomeriggio: Le Monde ha recensito un volume interessante e lui lo vuole ordinare. Fa un giro, traballando sulle gambette pelose semicoperte dai calzetti di spugna, sorride con la dentiera che slitta, agita la mano e si ferma a discutere con Louis che, tutto tremolante di Parkinson, è intento a sfogliare l’ultimo thriller macabro di successo. Parlano delle posizioni di certi intellettuali su quello sporco affare che è stata la guerra d’Algeria.

Monsieur C. l’ha combattuta, la guerra d’Algeria, il Vietnam francese.

Monsieur C. è uno di quei rari francesi che non dicono né “Bonjour” né “Aurevoir”. Invece di salutare strepitando, come fa la maggior parte delle persone, agita la mano e sospira: “Eeeeeeeehhhh…” e se ne va.

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Incontro con la giornalista e scrittrice Agnès Grossmann

DISCLAIMER: la seguente intervista si è tenuta martedì 14 agosto, prima che scoppiasse lo scandalo su Asia Argento e le accuse di violenza sessuale da parte di un giovane al tempo 17enne. Le affermazioni sulla Argento si riferiscono all’affare Weinstein.

Incontro e intervista con la giornalista e scrittrice Agnès Grossmann, curatrice del programma “Faites entrer l’accusé” del canale France2 e autrice dei libri “Annie Girardot, le tourbillon de la vie”, “L’enfance des criminels”, “Les salopes de l’histoire” e “Les blondes de l’histoire”.

Madame Grossmann ha uno sguardo penetrante, franco e luminoso. Si definisce “une grande gueule“, una persona che non tace, che non ha paura di dire la sua. Affrontiamo diversi argomenti, durante la nostra chiacchierata, senza peli sulla lingua: la sessualità, il femminile, il maschile, la società, Trump, Salvini, la pubblicità, Eddi De Pretto, Game of Thrones, gli insulti, il corpo, la bellezza, l’educazione dei bambini, #metoo, Asia Argento, il sesso ed il potere, la famiglia, la libertà, il corpo femminile.

D: Il titolo del suo penultimo libro è interessante: le puttane della storia. Si tratta di una provocazione contro chi, per insultare una donna, entra subito nel linguaggio della sfera sessuale, cosa che non avviene quando si insulta un uomo, o è in qualche modo una rivendicazione?
R: In realtà è una deliberata presa in giro di chi usa la parola ‘salope‘ (in italiano ‘puttana’) come un insulto. Qui in Francia definiamo puttana una donna la cui sessualità è libera e senza inibizioni non con malevolenza o fare denigratorio. Le donne che definiscono salopes le altre donne in genere lo dicono quasi con invidia, gli uomini con ammirazione. Cleopatra, Messalina, Mata Hari… erano tutte delle salopes.

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Il titolo è un manifesto, come a dire: “I’m a slut, so what?” Nel libro parlo di donne quali Giuseppina Bonaparte, Caterina la Grande… ho cercato di mettere in evidenza come il sesso abbia significato potere per le donne, nel passato, quando esse esistevano solo in funzione degli uomini. Il sesso era un modo per esistere, per esserci, per accedere al potere e poter essere riconosciute dagli uomini come interlocutori alla pari.
D: Cosa pensa del movimento #metoo?
R: Sono assolutamente a favore e trovo che Asia Argento sia stata di un coraggio fuori dall’ordinario per ammettere e farsi carico di certe cose. Il fatto che questa onda sia nata da Hollywood, l’olimpo delle apparenze, è emblematico di un risveglio delle coscienze generale. Molte femministe della prima ora, che avevano perduto ardore o entusiasmo, si sono scrollate di dosso la polvere e ci stiamo tutti rimboccando le maniche perché le cose cambino. A mio giudizio dovremmo ripartire dalla sessualità, dal sesso, dall’educazione al sesso, perché sì, c’è stata la liberazione sessuale e oggi possiamo fare coming out senza andare in prigione o dormire con degli uomini fuori dal matrimonio senza problemi, ma siamo davvero liberi? Io non penso: c’è una pressione mediatica sui corpi umani, una sovraesposizione del corpo femminile che è tossica e diseduca gli uomini, specialmente i più giovani, e atterrisce e angoscia le donne. Penso anche ad un certo tipo di pornografia alla moda al giorno d’oggi: pare che i più giovani fruitori del porno credano che le donne siano senza peli corporei, come se fossimo tutte glabre e senza imperfezioni.
D: O che il sangue mestruale sia in realtà blu, come quello dei Puffi…
R: Esatto… a questo non avevo mai pensato… beh, io vorrei che il corpo femminile fosse meno esposto, che non fosse più, ancora, visto e considerato come un bottino di guerra. Ma d’altra parte desidero anche la liberazione degli uomini da questi canoni assurdi imposti da una società maschilista che non perdona la debolezza, non perdona l’impotenza… siamo stati educati che l’uomo vero ce l’ha sempre duro… ma non è vero! Ci sono tanti uomini veri che piangono, sono deboli, hanno paura e a cui non viene duro, ma c’est pas grave! Non sono “meno uomini” a causa di queste cose.
D: Come canta Eddy de Pretto, siamo tutti vittime della virilité abusive, la virilità abusiva che vuole gli uomini sempre macho e le donne sempre disponibili.
R: Giusto! Io sono cresciuta in una famiglia molto maschilista e in cui le apparenze e la bellezza esteriore contavano molto. Mio padre era il classico macho, forse per proteggersi e non mostrare le sue debolezze, ma anche mia madre era maschilista, perché d’altronde le donne stesse sono state, nei secoli, complici del maschilismo, di questa società patriarcale da cui siamo nati noi.
D: Come interpreta/concilia/giustifica questa presa di coscienza generale con le scelte politiche che ultimamente sono state fatte in diversi paesi occidentali? Gli U.S.A. hanno eletto il repubblicano e maschilista Trump, in Italia è stata eletta la Lega di Salvini, che non brilla per femminismo, in Ungheria l’estrema destra è al potere e in generale un po’ ovunque c’è una recrudescenza destroide poco incline a prestare attenzione a queste istanze.
R: Sarei propensa a dire che, paradossalmente, tutto questo non fa altro che destare reazioni e stimolare le persone a pensare di più e ad agire. Guardi gli Stati Uniti: Trump stimola delle reazioni contrarie, genera rabbia, rappresaglia, voglia di agire e di cambiare le cose.

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Mi sarei preoccupata di più se nessuno avesse alzato un dito e se tutti avessero assecondato senza proferire verbo le scelte e le affermazioni di Trump.
D: Lei è madre un figlio maschio. Come affronta il tema della sessualità e del consenso, come sta gestendo l’educazione di suo figlio?
R: Cerco di dire le cose come stanno: che no è no e che se tu ti fermi quando ti viene detto no, poco importa quello che stai facendo, non avrai mai problemi nella vita. Gli ho spiegato come funziona la riproduzione: ha dieci anni, ma non ho mai usato diminutivi ridicoli per le parti del corpo. Lui sa tutto, sa di avere un pene, dei testicoli, che le donne sono fatte in modo diverso, che i bambini nascono così e così… di sicuro sta crescendo in un ambiente non maschilista, perché lo sto tirando su da sola.
D: Ha guardato la serie Game of Thrones?
R: Solo la prima stagione e mi sono detta ‘Tiens, è proprio una serie per uomini. Qua ci sono delle attrici stupende sempre nude.’
D: In effetti sono state sollevate molte questioni riguardo la sovraesposizione del corpo femminile in G.o.T. Magari è per questo che con il tempo le cose si sono ribaltate e di donne nude se ne sono viste sempre di meno e, anzi, c’è stato addirittura il primo piano di un pene verrucoso. Senza dimenticare il ribaltamento degli equilibri politici all’interno della storia, che ha visto una netta rivincita delle donne e una loro presa di potere.
R: Mi incuriosisce, voglio finire di guardarla.
D: La ammiro davvero, perché non ha paura di dire la sua ed è una donna libera e molto coraggiosa.
R: Io non mi sento libera, sono ancora prigioniera di tanti nodi che non ho sciolto, nella vita. Credo che una persona sia davvero libera solo quando sa usare sapientemente tutti gli strumenti che ha a disposizione e io sento di non essere arrivata a questo punto, non ancora.

Ho da poco terminato la lettura di “Les salopes de l’histoire”. È un’interessante raccolta delle vite private, amorose e sessuali di donne come Cleopatra, Madame du Barry, Caterina la Grande e Mata Hari: sono analizzate, quasi scandagliate, con piglio giornalistico e stile diretto, godibile. Il volume è edito dalla casa Acropole. Nella stessa serie è appena uscito “Les blondes de l’histoire”.

A breve la stessa intervista in inglese e in francese.

Notizia! Risolto il mistero dello sciatore deceduto negli anni ’50

Henri Joseph Leonce Le Masne, di Alençon, classe 1919.

H.M. e non M.M.

Il tempo aveva rovinato le iniziali cucite sugli abiti di questo signore deceduto in montagna il 26 Marzo del 1954, il giorno del suo 35esimo compleanno.

Grazie ai comunicati diffusi dalla polizia italiana tramite radio e social network, il fratello e la nipote dello scomparso si sono messi in contatto con le autorità, le quali hanno provveduto all’analisi del DNA. L’esito ha confermato l’identità dello sciatore misterioso.

Era un appassionato di montagna e apparteneva ad un ceto agiato, essendo funzionario del Minister delle Finanze francese. Il fratello lo aveva cercato tanto, ma il fatto che il corpo non fosse mai stato trovato aveva condotto la polizia ad archiviare il caso come irrisolto e la famiglia a darsi delle spiegazioni altre, a credere che si fosse trattato di una fuga volontaria per quanto assurda.

Il fratello Roger e la nipote Emma ora potranno seppellirlo nella cappella di famiglia.

Les enfants de l’île du Levant: una storia da non dimenticare

Tempo fa mi sono imbattuta in un libro chiamato “Les enfants de l’île du Levant” scritto da Claude Gritti, un pescatore natìo di Le Lavandou, poco distante da Hyères.

Al largo di queste coste si stagliano all’orizzonte quattro isole chiamate Les îles d’Or. Si tratta di Porquerolles, ormai meta turistica rinomata, Bagaud, alla quale è proibito accedere per la presenza di un numero esorbitante di ratti, Port Cros, più selvaggia e affascinante, e l’île du Levant, al giorno d’oggi divisa tra naturisti e militari, cioè quanto di più agli antipodi possa esserci.

Un giorno, a metà degli anni ’80, Claude Gritti, pescando attorno a quest’ultima isola, si vide obbligato a rientrare in porto a causa di una “mistralade” violenta. Chi bazzica queste coste conosce la potenza del maestrale che soffia dalla valle del Rodano e prende il cammino attraverso La Ciotat per giungere fino ai dintori di Saint Tropez. È un vento nervoso, che agli uomini causa gli stessi sbalzi d’umore che le donne hanno prima delle mestruazioni. Parole di marinaio che io riporto fedelmente.

Questo colpo di maestrale portò il vecchio pescatore Marius, che accompagnava Gritti, a dedicare un pensiero di compassione agli enfants de l’île. Gritti, incuriosito e ignaro di tutto, lo interrogò a proposito di questi bambini e fu così che venne a conoscenza della storia del bagno penale per minori istituito da Napoleone III sull’isola, rimasto aperto ed attivo per ben 19 anni. Gritti impirgò dei lustri a fare ricerche negli archivi, ad indagare, a ricostruire accuratamente la vicenda dei giovani carcerati. Poi, per caso o per destino, un giorno ebbe inaspettatamente accesso alla parte militarizzata dell’île e poté così visitare il sito militare che fu eretto sulle vestigia del bagno penale. Si recò dunque al cimitero in cui 99 giovani internati, all’incirca il 10% della popolazione della colonia agricola, furono seppelliti durante i vent’anni di attività di questo luogo orribile. La colonia penale vide rinchiusi tra le sue mura non solo piccoli delinquenti, ma anche semplici orfani, giovani vittime di pedofili scappati dai loro aguzzini, bambini ridottisi a rubare per fuggire alla fame, figli di prostitute o fanciullini considerati di troppo da genitori che avevano già molte bocche da sfamare a casa.
Napoleone III, che fondò anche gli altri famigerati bagni penali di cui ho già parlato nei post sull’affaire Seznec, diede l’autorizzazione alla fondazione di questa “colonia agricola” per svuotare le città dei piccoli gavroches che ne abitavano i bassifondi. Sulla carta erano dei luoghi in cui i giovani potevano apprendere i mestieri di contadino, carpentiere, meccanico, muratore, ma in pratica erano dei campi di lavoro forzato, in cui le condizioni igieniche, la malnutrizione e la mancanza di amore generarono morte, dolore, solitudine e malattia.

Claude Gritti ha scritto questo libro per ridare una voce agli enfants dimenticati, perché la loro storia non vada perduta nel tempo. Tessendo i fatti reali con le vicende personali dei piccoli, da lui inventate e liberamente immaginate, ha creato un racconto commovente, che mi ha toccata nel profondo del cuore. L’autore ha anche fatto erigere una stele a memoria dei giovani che sono deceduti sull’isola e che vi sono ancora seppelliti. Di seguito potete trovare la lista di coloro che riposano sull’île du Levant.

Mademoiselle Maupin, la miglior spadaccina del ouest

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Segnatevi questo nome: Julie d’Aubigny. Poco conosciuto, forse, magari perché è passata alla storia come Mademoiselle Maupin. Se non vi dice niente nemmeno sotto questo pseudonimo, De amore gallico corre subito ai ripari parlandovi di questo personaggio davvero fuori dell’ordinario.

Lo scrittore Théophile Gautier, il papà di Gargantua e di Pantagruel, si ispirò alla sua vicenda per scrivere il romanzo “Madeleine de Maupin”. Non l’ho letto ma l’ho inserito nella lista dei libri da affrontare presto o tardi. Per quello che riguarda l’attendibilità delle notizie qui di seguito riportate, ho controllato il volume “La Maupin (1670-1707), sa vie, ses duels, ses aventures” di G. Letainturier-Fradin, il blog Savoirs d’Histoire ed il sito The adventures of Maupin. Tutte le fonti fanno fatica a separare la leggenda dalla storia, ma immagino che ai lettori di De amore gallico questo non dispiacerà.

Nacque nel 1670 in una famiglia vicina alla corte di Versailles: suo padre era segretario del palafreniere reale, il Conte d’Armagnac. Prima che l’educazione à la graçonne diventasse di moda grazie a Lady Oscar (sto scherzando, ovviamente), Julie d’Aubigny fu istruita dal padre in molte discipline quali la danza, la musica, il disegno, le lettere e non in ultimo la scherma. Il genitore fece appello ai migliori spadaccini di Francia perché la fanciulla potesse apprendere a difendersi e a maneggiare sapientemente le armi.

Era bella, di corporatura atletica, con gli occhi azzurri e i capelli castano chiaro. Crescendo sviluppò un carattere forte e indomito che intrigò il Conte di Armagnac il quale ne fece la sua amante. Era molto giovane, quando questo accadde, talmente giovane che aveva a malapena quindici anni quando lo stesso Conte la diede in sposa, per comodità, ad un tale sieur de Maupin, un funzionario mite e ubbidiente che fu prontamente trasferito in provincia ad espletare le sue funzioni amministrative. Ciò senza portar con sé la moglie, la quale lo aveva abilmente convinto a lasciarla in città a menar la vita che pareva a lei.

Libera da vincoli e doveri, Mademoiselle Maupin, come iniziò a farsi chiamare, sembra si innamorò di uno spadaccino fuorilegge di nome Sérannes che riuscì a batterla in un duello. I due, in preda al colpo di fulmine, scapparono nel sud della Francia perché lui era un ricercato e Parigi non era più un luogo sicuro. Lei ne approfittò per vestirsi da uomo.

Sebbene non vi siano documenti che provino la presenza di Mademoiselle Maupin a Marsiglia, sembra che, a causa dell’indigenza in cui i due fuggiaschi si trovarono, Julie pensò bene di guadagnare un po’ di spiccioli cantando e dando spettacolo per le vie di Marsiglia. Il successo fu tale che fu chiamata ad esibirsi all’Opéra.
Sempre secondo la leggenda, durante il periodo trascorso nel midi, Mademoiselle Maupin, vestendo i suoi famigerati abiti maschili, ebbe una liason con una nobile fanciulla del posto. La famiglia della dulcinea, scandalizzata da questo amore omosessuale, fece rinchiudere in un convento la giovanetta. Ma la passione che legava le due ragazze era tale che Julie si finse novizia per penetrare nel convento e continuare la relazione amorosa con l’oggetto dei suoi sospiri. Il piano per fuggire dal monastero fu poi assai rocambolesco: disseppellirono una suora che era appena stata tumulata, misero il cadavere nel letto di Maupin, appiccarono il fuoco alla cella e, approfittando del tumulto generato dall’incendio, se la diedero a gambe.

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La storia d’amore finì così, con la giovane che tornò in seno alla famiglia e Julie che si diede alla macchia, alla volta di Parigi. Lungo il tragitto incappò in un nobile, tale Louis-Joseph d’Albert de Luynes che, prendendola per un ragazzo, gli disse qualcosa che alla Maupin non andò giù. Fu la volta di un nuovo duello galeotto. Scoperta la vera identità della Maupin, de Luynes se ne innamorò e i due divennero amanti. L’idillio ebbe vita breve, ma lasciò campo ad una duratura amicizia epistolare testimoniata dalle numerose lettere ritrovate nei carteggi del nobile cavaliere.

L’incontro che cambiò il destino di Julie fu quello con il cantante d’opera Gabriel-Vincent Thévenard. Lui ne divenne il pigmalione, istruendola e migliorando le sue doti canore. La introdusse poi all’Opéra, al tempo conosciuta come Accademia Reale di Musica. La sua voce da contralto le valse il debutto nel ruolo di Pallade Atena nell’opera Cadmus et Hermione del Lully. Il successo fu enorme e la sua carriera operistica condita dalla sua stravaganza le valsero una grande popolarità.

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Durante la sua permanenza all’Opéra i litigi coi colleghi furono innumerevoli: gelosie e passioni fungevano da micce per esplosioni plateali che culminavano con duelli arditi. Si innamorò della bellissima soprano Fanchon Moreau, amante del Gran Delfino di Francia. La cantante rifiutò le avances di Julie, la quale si disperò a tal punto che tentò il suicidio.

Ma la terrible Maupin si rimise presto in carreggiata e tornò a far parlare di sé nel 1692, quando ad un ballo di corte ove era intervenuta vestita da uomo, sfidò e vinse in duello ben tre gentiluomini. I duelli erano fuorilegge e affrontarne ben tre sotto il naso del re significava una cosa sola: darsi nuovamente alla fuga.

Julie riparò a Bruxelles e lì rimase, invischiata in una relazione col principe elettore di Baviera Massimiliano Emanuele, fino all’anno seguente, quando rientrò a Parigi trionfalmente, riprendendo il suo posto al teatro dell’Opéra. Passarono degli anni in cui la Mupin fece sempre parlare di lei, salvo poi innamorarsi perdutamente della magnifica Marchesa di Florensac. La loro storia d’amore durò a malapena due anni e fu spezzata dall’improvvisa morte della Florensac. Annichilita dal dolore e annientata dalla perdita, la Maupin si ritirò dalle scene e dalla vita pubblica e morì due anni dopo, nel 1707, all’età di trentaquattro anni. Sembra che alla fine si sia riunita al marito, quel povero funzionario inviato chissà dove nella provincia francese dal Conte d’Armagnac.

Che vita, questa d’Aubigny!

Comunicazione di servizio:

i lettori di De amore gallico, pochi ma buoni e soprattutto fedelissimi, avranno notato che di recente scrivo con minor frequenza, limitandomi a tre – quattro articoli al mese. Questo perché da settembre ho affiancato al lavoro anche la ripresa degli studi. Non me ne vogliate, ma continuate a seguire De amore gallico, perché sono sempre alla ricerca di storie, personaggi, tradizioni, fatti e curiosità galliche da raccontarvi, solo con una cadenza più rilassata e meno impegnativa per me.

A presto con un nuovo articolo e tante belle storie da proporvi.

Il caso Seznec: 95 anni dopo è ancora mistero (parte ultima)

Dopo aver introdotto i protagonisti della vicenda ed aver dato un’idea delle loro rispettive posizioni sociali, attingendo sempre alle fonti già segnalate, eccoci all’ultimo capitolo, quello in cui si narrerà dei fatti veri e propri che portarono poi all’istruzione dell’inchiesta, alle indagini, all’accusa, al processo e alla condanna.

Seznec e Quéméneur erano dunque entrati in affari: la rivendita delle auto usate dall’esercito americano durante la Grande Guerra e abbandonate dopo l’armistizio era un mercato interessante che avrebbe potuto fruttare assai ad entrambi i soci. La prima di una lunga serie di vendite avrebbe dovuto aver luogo a Parigi. Fu così che il 24 maggio 1923 Seznec lasciò il proprio domicilio a Morlaix a bordo di una Cadillac da rivendere. Sarebbe dovuto passare a Rennes, dove, in un hotel, alloggiava Quéméneur, ed insieme avrebbero fatto il tragitto fino alla capitale, fino al loro compratore. La Cadillac, tuttavia, versava in condizioni pietose: consumava molta benzina, aveva problemi agli pneumatici e ai fari. Soste continue fecero arrivare Seznec in gran ritardo a Rennes. Sembra che, durante il tragitto Rennes-Parigi, esasperato dalla lentezza del viaggio, Quéméneur abbia chiesto a Seznec di fermarsi ad una vicina stazione ferroviaria per prendere un treno ed essere in città quanto prima per poter incontrare l’acquirente del veicolo, un certo Cherdy, che voleva comperarne ben cento.

Seznec riprese la via di Parigi ma, ad appena cinquanta chilometri dalla città, la Cadillac cadde di nuovo in panne. L’epopea durò diversi giorni. L’uomo decise di farla riparare alla bell’e meglio e di tornarsene a casa, preferendo lasciar perdere l’affare della compravendita, estenuato da tutti i problemi che la vettura aveva. Tornò a Morlaix la notte del 28 maggio.

Quéméneur non fu mai più visto.

Il 10 giugno il cognato di Quéméneur, il notaio Pouliquen, il fratello dello scomparso e Seznec stesso, andarono a deporre una denuncia di sparizione presso la polizia. Tre giorni dopo la famiglia ricevette però un telegramma firmato Quéméneur proveniente dal porto di Le Havre in cui si diceva che stava bene.

« Ne rentrerai Landerneau que dans quelques jours tout va pour le mieux – Quéméneur »

Successivamente l’accusa dimostrò con una perizia calligrafica che questo telegramma era stato in realtà stilato da Seznec. Sembra inoltre che, sempre a Le Havre, Seznec avesse acquistato una macchina da scrivere di modello Royal-10, con la quale aveva poi stilato dei documenti falsi in cui si diceva che Quéméneur aveva venduto un immobile a Seznec per una cifra irrisoria. Tali documenti furono rinvenuti nella valigia di Quéméneur, trovata in stato malconcio e con la serratura divelta alla stazione ferroviaria di Le Havre.

C’erano tutti gli elementi per istruire un’inchiesta per sparizione sospetta.

Da qui si potrebbe continuare a raccontare la storia in due modi: quello più affine al punto di vista degli inquirenti e dell’accusa, che, guidati dal cognato notaio Pouliquen e dal famigerato ispettore Bonny, noto collaborazionista della Gestapo durante la seconda guerra mondiale, riuscirono a far condannare Seznec, oppure quello sostenuto strenuamente dalla famiglia di Seznec e che continua tutt’oggi ad essere il motore immobile della riapertura del caso, delle nuove ricerche e della voglia di riabilitare il nome di quest’uomo nonostante siano passati 95 anni.

Premesso che io sono dell’idea che senza dubbio sono meglio cinque colpevoli a spasso per il mondo che un solo innocente dietro le sbarre, proseguirò questo racconto nel modo più neutrale possibile, sebbene non sia facile.

Seznec fu arrestato il 1 luglio 1923 e condotto al carcere di Quimper. Wikipedia riporta che:

Nella stessa città, sede della Corte d’Assise di Bretagna, si apre il processo nell’ottobre del 1924, processo che si svolge in un’atmosfera allucinante, carica di tensione e violenza. Il processo di primo grado, nella Francia di allora, prevedeva una sentenza inappellabile; e l’atteggiamento del presidente della corte, Dollin du Fresnel, è assai ostile all’imputato.

I testimoni a favore della difesa furono denigrati, parlarono inascoltati, e d’altro canto l’evidente fabbricazione di prove da parte di Seznec era più che sufficiente ad indicarlo come colpevole.
Si noti che il corpo di Quéméneur NON FU MAI TROVATO. Resti umani e una cartuccia furono rinvenuti anni dopo nella tenuta appartenente a Quéméneur e oggetto della falsa compravendita a Seznec, ma negli archivi giudiziari di queste prove non vi è traccia e la testimonianza di un pescatore che aveva udito uno sparo provenire proprio da quel podere non fu presa sul serio. Si noti che il cognato notaio era uno degli acerrimi  “cavalieri dell’accusa” e che ad ogni modo egli stesso aveva un movente più che consistente per commettere l’omicidio: mi riferisco naturalmente all’esorbitante prestito che Quéméneur gli aveva concesso per poter aprire lo studio notarile e che il giurista stentava a rimborsare.

Le accuse contro Seznec furono di omicidio di primo grado e di falso e gli valsero una condanna al bagno penale dove avrebbe espletato i lavori forzati. Chi tra i lettori di De amore gallico ha già visto il film “Papillon”, con Steve McQueen, non ha bisogno che io descriva le atrocità che venivano commesse sui detenuti nella Guyana francese. Per coloro che non hanno guardato questo film, oltre che consigliarlo caldamente, segnalo dei link illuminanti a proposito dell’ l’isola del diavolo orribile luogo di purga.

Già il viaggio fu un orrore indicibile. L’approdo condusse Seznec all’inferno in terra, dove trascorse ben più di due decenni con il numero di matricola 49302. Mente si trovava in quel lembo di terra dimenticato da Dio, Seznec perse la madre e la moglie, le quali pertanto, una volta emessa la condanna dopo il processo, non lo videro mai più. Seznec fu costretto a vivere per sei mesi nel silenzio e nel buio, in permanenza dentro una cella di 12 mq, dalla quale poteva uscire solo una volta al mese.
Fu poi assegnato ad un’altra mansione, perché il suo stato di salute precipitò orrendamente a causa delle condizioni da tregenda del bagno penale.

Intanto in Métropole la figlia minore, Jeanne, continuava la campagna per la scarcerazione del padre, già iniziata dalla madre e dalla moglie di Seznec. Va detto che Seznec non chiese mai la grazia presidenziale, e questo, insieme al suo professarsi innocente, potrebbe essere un indizio a favore dell’ultima tesi emersa dalle indagini e di cui parlerò in chiusura, essendo tra tutte le ipotesi vagliate quella più convincente, a mio giudizio.
La grazia per mano di De Gaulle fu raggiunta nel 1947. Il merito va all’azione del gruppo capitanato da Jeanne e, tra gli altri, da dal giornalista Emile Petitcolas, dal giudice Victor Hervé, da Françoise Bosser della Lega dei Diritti dell’Uomo e al ripensamento clamoroso di alcuni giurati che si pentirono pubblicamente di aver mandato Seznec al bagno penale. L’uomo aveva passato vent’anni in Guyana.

A bordo del Colombie Seznec fece ritorno a casa. Durante la traversata gli fu scattata questa foto: sezneccolombie

Aveva 69 anni.

In Francia concesse delle interviste e partecipò ad alcune conferenze sugli errori giudiziari e non smise mai di professarsi innocente. Purtroppo Seznec trovò la morte pochi anni dopo essere tornato un uomo libero: nel novembre del 1954, all’età di 76 anni, fu investito da un’automobile a Parigi e morì qualche mese dopo per le ferite riportate nell’incidente. Chi era alla guida del veicolo? Seznec finì sotto le ruote per accidente o fu spinto? Era un personaggio pubblico, e probabilmente scomodo. Chi aveva un valido motivo per liberarsene? Nessuna di queste domande ha avuto risposta, ma l’epilogo della vicenda, e forse la spiegazione più razionale, va ricercato nelle parole di uno dei figli di Seznec. Come riporta la nota testata francese Le Point:

À l’origine de ce qui pourrait devenir un spectaculaire rebondissement, le témoignage inédit d’un des enfants de Guillaume et Marie-Jeanne Seznec. Celui qui fut surnommé « Petit-Guillaume » avait onze ans au moment des faits. En 1978, il se confie à l’un de ses neveux qui l’enregistre. En ce jour de mai 1923, le garçon entendit sa mère crier. Il la vit repousser les avances d’un homme, puis se souvient d’un homme à terre. « Je crois qu’elle a dû se défendre et le frapper à la tête », confie-t-il. Était-ce Pierre Quémeneur dont Marie-Jeanne se défendait ?

All’origine di quello che potrebbe diventare uno spettacolare risvolto, la testimonianza inedita di uno dei figli di Guillaume e Marie-Jeanne Seznec. Colui che fu soprannominato “Petit-Guillaume” undici anni al momento dei fatti. Nel 1978 si confidò con uno dei suoi nipoti che lo registrò. In quel giorno di maggio 1923, il ragazzino sentì sua madre urlare. La vide respindere le avances di un uomo, e poi si ricorda dell’uomo disteso a terra. “Io credo che lei debba essersi difesa e che lo abbia colpito alla testa.” Era Pierre Quéméneur l’uomo da cui marie-Jeanne si stava difendendo?

Questa testimonianza, unita alla professione di innocenza di Seznec, insieme al suo rifiuto di chiedere la grazia, gettano nuova luce e fanno vedere il tutto da un’altra prospettiva.

Tanti anni sono passati, i protagonisti della vicenda sono da tempo sottoterra, ma la ricerca di una verità inoppugnabile continua. Perché il tema degli errori giudiziari è troppo importante e perché non c’è giustizia se un innocente finisce dietro le sbarre.

Date un’occhiata a quanti sono i casi clamorosi di errori giudiziari nel mondo. Bob Dylan compose Hurricane, Daniel Day-Lewis ed Emma Thompson recitarono in “Nel nome del padre”, Amnesty International continua con le sue campagne in favore della scarcerazione di tanti che non hanno commesso nulla e tuttavia si trovano confinati in prigioni a scontare pene ingiuste.

La giustizia è fallace, purtroppo, perché è fatta dagli uomini e gli uomini sono fallaci. Ma c’è sempre la possibilità di sbagliare di meno, di dubitare di più, di risparmiare qualcuno. E se magari l’errore ci fa cadere dall’altra parte del filo del rasoio, ebbene, lo ripeto: meglio cinque colpevoli liberi che un solo innocente condannato.

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L’Hermione a Tolone, la plus belle de la rade

Sulla fregata Hermione scrissi a suo tempo un articolo in cui spiegavo di quale straordinario progetto di archeologia e filologia navale si trattasse. Il link per rileggerlo lo trovate qui. E già che ci siamo metto anche il link per un altro articolo al sapore di mare, in cui si parla delle superstizioni dei navigatori francesi. Casomai ve li foste persi per strada.

Ieri pomeriggio sono stata a Tolone a vedere dal vivo la splendida Hermione. Armata del mio tricorno da capitano settecentesco e abbigliata in blubiancorosso, ho potuto avvicinarmi a questo capolavoro di ingegneria e di filologia. Una bellezza mozzafiato, che mi ha catapultata dritta tra le pagine di Capitani Coraggiosi, Gordon Pym, L’isola del tesoro, Il corsaro nero, Peter Pan e La tigre di Mompracen. Purtroppo i biglietti per salire a bordo erano tutti esauriti, corpo di mille balene, ma al prossimo scalo non mancherò di prenotarmi per tempo, e mi ci fionderò sopra vestita da ufficiale della marina borbonica.

Intanto accludo qualche foto scattata dal molo.

hermione dal vivohermione dal vivo 4hermione dal vivo 3hermione dal vivo 2

Lo so, sono solo quattro, ma nelle altre ci sono sempre io con il volto estasiato e non mi sembrava il caso di pubblicarle.

A presto, lupi di mare!