L’affaire dei veleni: scandalo nella Francia del XVII secolo – parte seconda

Quando la Marchesa dei veleni fu giustiziata a Parigi, il 17 luglio 1676, l’attenzione degli inquirenti si volse ad altre morti sospette avvenute negli anni precedenti: la rete di avvelenatori poteva essere più grande di quanto si fosse sospettato in un primo momento, la “polvere della successione” poteva aver mietuto vittime a iosa.

Un certo Perrin, avvocatucolo di scarso successo, invitato ad una cena ben innaffiata di buon vino, udì tale Marie Bosse, conosciuta per le sue doti d’indovina, vantarsi poco prudentemente del successo della sua professione segreta, quella di avvelenatrice. Perrin, che conosceva Desgrez, uno dei poliziotti incaricati di investigare sulla rete di avvelenatori, riferì subito quanto appreso. Gli inquirenti scoprirono che la Bosse aveva fornito veleni alle mogli di numerosi parlamentari. Arrestata, Marie Bosse, in un estremo tentativo di difesa, indicò come vera responsabile una certa La Voisin.

La Voisin

Costei è passata alla storia con questo pseudonimo, ma in realtà si chiamava Catherine Deshayes, vedova di un certo Montvoisin o Monvoisin, gioielliere finito in bancarotta. Per sostentare la famiglia, aveva iniziato a lavorare come chiaroveggente, cartomante, chiromante e maga. Vendeva amuleti misteriosi, aiutava le donne ad abortire, dispensava polveri afrodisiache, organizzava messe nere. Fu arrestata il 12 Marzo 1679. Dalle sue confessioni si risalì a nomi illustri, personaggi in vista come le nipoti del Mazarino e Madame de Montespan, la favorita di re Luigi XIV, la quale aveva partecipato alle messe nere della La Voisin officiate tra gli altri anche dal noto prete scomunicato e occultista Étienne Guibourg.

Egli era un prete immorale che aveva mantenuto per lungo tempo un’amante con la quale aveva generato diversi figli e che si era poi dato all’occultismo e alle magie nere. Il suo nome è legato all’alchimia, alla chimica e alle messe blasfeme officiate in nome del diavolo, con spargimento di sangue innocente (bambini appena nati o nati prematuri) e altri elementi maligni. Codesti rituali oscuri e orribili, codeste blasfemie violente erano realizzate dalla Montespan con l’intento di diventare amante del re, al quale effettivamente diede ben sei figli, essendogli legata per lungo tempo. Successivamente la nobildonna aveva tramato, sempre con La Voisin, per uccidere il re: il sovrano infatti aveva cambiato favorita e messo in un angolo la Montespan. Purtroppo per le due congiurate, l’avvelenamento reale era fallito per una serie di circostanze fortuite: il foglio su cui era stata vergata una petizione da sottoporre al re, intriso di veleno, non gli era arrivato nelle mani poiché il giorno prescelto per l’assassinio la folla presente all’udienza ed il numero di petizioni presentate a sua maestà erano notevoli. Il sovrano non ebbe il tempo di occuparsi della finta petizione, e quindi la congiura fallì. L’arma del delitto fu poi bruciata dalla figlia della La Voisin.

Madame de Montespan, la favorita del Re Sole

Lo scandalo dei veleni in ogni caso si era rivelato così esteso e così complesso che fu istituito un tribunale speciale chiamato “Camera Ardente”. In tre anni di attività questa corte speciale emanò ben trentasei condanne a morte, trentadue ergastoli e trentaquattro bandi di esilio. In tutto questo bailamme, la Montespan restò immune e non venne mai sottoposta a processo: il re, sebbene non più innamorato, la preservò dal giudizio della Camera Ardente e, anni dopo la conclusione del fatto, ordinò la distruzione di tutti gli atti processuali. Gli incartamenti furono distrutti, ma tracce ne restarono un po’ ovunque, tanto che gli storici sono riusciti a ricostruire la vicenda con accuratezza.

Finisce qui la narrazione o piuttosto il riassunto di un capitolo assai misterioso della storia di Francia. Molti sono gli enigmi irrisolti, i misteri e le bizzarrie che si celano tra le pieghe del tempo. Non resta che tentare di sbrogliare queste matasse avviluppate di nebbia e leggenda!

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L’affaire dei veleni: scandalo nella Francia del XVII secolo – parte prima

Marchesa Marie-Madeleine Dreux d’Aubray. Un nome poco noto.

Eppure c’è stato un tempo in cui la donna era sulla bocca di tutti, in Francia.

31 luglio 1672: Godin de Sainte-Croix, ufficiale di cavalleria, muore accidentalmente. Pieno di debiti fino al collo, i suoi creditori domandano autorizzazione ufficiale per un inventario dei suoi beni. Tra gli averi del defunto viene trovato un scrigno rosso contrassegnato da un avviso:


” à n’ouvrir qu’en cas de mort antérieure à celle de la Marquise

Questo scrigno, aperto proprio perché il capitano di cavalleria era morto prima della nobildonna, contiene cose molto interessanti: il diario personale della d’Aubray, delle lettere d’amore scritte dalla marchesa e al Sainte-Croix indirizzate (erano infatti amanti), obbligazioni controfirmate dalla dama in date successive alla morte del padre di lei e alcune fiale piene di veleno.

Fu questo il casus belli del cosiddetto affaire des poisons, lo scandalo dei veleni che scosse l’opinione pubblica francese durante il regno di Luigi XIV.

La Marchesa d’Aubray

Il Sainte-Croix e la d’Aubray erano stati amanti per tanto tempo: avevano condotto una vita dissoluta e dispendiosa che aveva macchiato la reputazione della donna e quella dei suoi familiari i quali si opponevano a questa unione adulterina. Curiosamente non era il marito di lei, Antoine Gobelin, marchese di Brinvilliers, a disapprovare la liason, ma il padre della nobile, Antoine d’Aubray.

Vi si opponeva così strenuamente che nel 1663 fece “imbastigliare” il Sainte-Croix per sei settimane. Non poteva sapere che, così facendo, aveva firmato la sua condanna a morte. L’amante della figlia, infatti, strinse un sodalizio col suo misterioso compagno di cella, tale Nicolò Egidi, un chimico e avvelenatore italiano passato alla storia con lo pseudonimo di Exili. Da costui, il Sainte-Croix apprese numerose nozioni di alchimia e chimica, destreggiandosi nell’arte della preparazione di veleni.

Una volta uscito dalla Bastiglia, ritrovò la sua amante e la introdusse a questo suo nuovo passatempo, per il quale ella si rivelò particolarmente dotata.

Fu l’inizio di un’ecatombe: dapprima la marchesa si esercitò sui malati in ospedale, sperimentando le dosi ed annotando accuratamente effetti collaterali, tempi di agonia, eventuali tracce lasciate dalle polveri di arsenico nell’organismo e il verdetto dei medici quando il malato spirava.

Dopo aver fatto pratica, la donna si volse ai suoi familiari ai quali somministrò quella che fu poi soprannominata “la polvere della successione”: dapprima il padre, poi i due fratelli e la sorella. L’eredità dei Brainvilliers sarebbe stata tutta sua e coloro che si opponevano alla sua focosa relazione col Sainte-Croix sarebbero stati tolti di mezzo. Il marito, occupato con le sue amanti a sua volta e sospettoso nei confronti della moglie, molto prudentemente fece finta di nulla e abbandonò Parigi per rifugiarsi nelle terre di famiglia e lasciare la consorte al suo amante alchimista.

Tuttavia la cosa fu scoperta quando il Sainte-Croix, mascalzone ricattatire, tirò le cuoia e fece ritrovare tra i suoi beni il famoso cofanetto rosso. Alla marchesa non restò che fuggire via lontano, nella speranza di scampare dalla mannaia della giustizia.

Ritratto della Marchesa durante il processo

Fu acciuffata in un convento nei pressi di Liegi, torturata con l’ingestione forzata d’acqua e il cavalletto, processata e condannata a morte. La donna non confessò mai, nemmeno durante i supplizi a cui fu sottoposta durante la prigionia, e si comportò sempre con un fare degno di una innocente: pacata, pietosa nei confronti di tutti coloro che la circondavano in prigione, dignitosissima. Presto si diffuse la voce, sostenuta dal prete confessore che si occupò di lei, che in realtà la d’Aubray fosse una santa, una martire, ingiustamente accusata e condannata. Ma nemmeno queste voci poterono risparmiarle il patibolo: la donna fu decapitata con la spada nel 1667. Il suo corpo fu cremato e le ceneri sparse.

Fu così che iniziò l’affare dei veleni che scosse Parigi tra il 1670 ed il 1680.

Fine prima parte

La contessa delle tenebre, un enigma tuttora irrisolto

Hildburghausen, Turingia, 7 febbraio 1807: una coppia misteriosa fa la sua apparizione per le strade della città. Lui è alto, lei è di nero vestita, il volto completamente occultato da un velo scuro.

L’uomo si presenterà come Vavel de Versay, nobile e diplomatico olandese. Sulla sua compagna nemmeno una parola, neanche quando si trasferiranno nel castello d’Eishausen, dove la coppia misteriosa soggiornerà per trent’ann, né more uxorio, né sotto il sacro vincolo, ma semplicemente come coinquilini. Tre decadi in cui lei riuscirà a mantenere il riserbo totale sulla sua identità e sulle sue fattezze, tanto da essere conosciuta esclusivamente col soprannome di Comtesse des ténèbres, Dunkelgräfin in tedesco, la contessa delle tenebre.

Quando la donna morì, la sua identità continuò ad essere protetta: fu tumulata non nel cimitero né nella chiesa della città, bensì nel giardino del castello di Eishausen, con una stele completamente anonima. Il de Versay la seguì al Creatore otto anni dopo, disseminando l’informazione, sicuramente falsa, che la donna si fosse chiamata Sophie Botta e che fosse stata una nobile originaria della Vestfalia. Il problema è che tale nome non risulta in nessun registro parrocchiale, in nessun albo nobiliare della regione.

Fu così che si diffuse una voce, un sospetto: forse che la contessa delle tenebre…? Ma no, impossibile! Ma sì, ti dico, è lei! Chi te lo ha detto? L’ho saputo in città, notizie fresche da Parigi. Seh, fosse stata davvero lei allora sarebbero venuti a prenderla anni fa per tagliarle la testa, ti pare? Ma se l’hanno lasciata andare per uno scambio di prigionieri…!

Maria Teresa dipinta da Fuger

Insomma, sembra che la misteriosa donna fosse in realtà Maria Teresa Carlotta di Borbone-Francia, figlia di re Luigi XVI e di Maria Antonietta. Quando fu rilasciata dalle autorità repubblicane per uno scambio di prigionieri con Vienna, nel 1795, aveva diciassette anni ed era molto provata dalla tragedia che si era abbattuta sulla sua famiglia (sembra che avesse anche subito uno stupro durante la reclusione); la carrozza che l’attendeva fuori dal Tempio, dove aveva trascorso tutto il tempo della sua atroce detenzione, l’avrebbe portata in Austria, dagli Asburgo, i parenti della madre. Tuttavia la leggenda vuole che a metà strada Maria Teresa abbia fatto un patto con la sua amica Ernestine Lambriquet, figlia della sua tutrice a corte, affezionata compagna di giochi nel tempo dell’infanzia e, forse, figlia illegittima di Luigi XVI. Secondo questa versione dei fatti, la Lambriquet avrebbe assunto l’identità di Maria Teresa e come tale si sarebbe presentata dagli Asburgo, alla cui corte avrebbe vissuto in esilio, soprannominata Madame Royale, per poi sposare il cugino germano Luigi Antonio di Borbone-Francia, erede del ducato di Angoulême, dando vita ad una discendenza legittima di pretendenti al trono francese e diventando il simbolo della Restaurazione post-napoleonica.

Maria Teresa, invece, afflitta dagli orrori della rivoluzione, traumatizzata, stanca della vita pubblica, si sarebbe ritirata in Turingia nell’anonimato assoluto, dando vita poi alla leggenda della Contessa delle tenebre.

Nel 2013 è stata eseguita l’esumazione della Dunkelgräfin; i resti disseppelliti sono poi stati sottoposti all’analisi del DNA e i risultati hanno rivelato che la donna non era legata in alcun modo né ai Borbone né agli Asburgo.

Escludere questi legami familiari non chiarisce però né perché questa donna abbia vissuto nell’anonimato totale, né perché sia stata seppellita in terra sconsacrata e alla chetichella.

Contessa delle tenebre, chi sei stata?

L’ultimo duello avvenuto in Francia

I duelli son roba da romanzi cappa e spada, quella letteratura feuilleton, d’appendice, da me sempre amata profondamente. Ah, D’Artagnan!

Che siano affrontati con spada o con pistola, rimangono degli eventi alquanto pittoreschi, per noi gente del XXI secolo. La scena è sempre la seguente: un affronto, un’offesa o un insulto che macchiano l’onore, il guanto della sfida che viene lanciato e la frase: “Fatemi sapere quando vi aggrada di più incontrarmi fuori le mura, messere!” e la risposta: “Con molto piacere, messere!”

La scelta del secondo, la paura, perché i duelli per soddisfazione, almeno in Francia, furono proibiti dal re Enrico IV già nel 1599 – anche se poi nessuno, in fondo, rispettò questa legge per tanto tempo. In Inghilterra, invece, il duello giudiziario fu accettato fino al 1819 (altro popolo, altre tradizioni).

A quando pensate che risalga l’ultimo duello per soddisfazione qui in Francia? Vi stupirò con effetti speciali, perché avvenne nientemeno che nel 1967!

Primavera del 1967: Gaston Deferre è il presidente della compagine socialista all’Assemblea Nazionale. Durante una sessione parlamentare particolarmente agitata, volano insulti e offese, specie nei confronti del deputato gaullista René Ribière, al quale il socialista arriva a rivolgere la seguente ingiuria:

Taisez-vous, abruti!

Ovvero: stia zitto, stupido!

Al tempo non ci si dava del “coglione” o dello “stronzo” come facciamo noi oggi, con tanta nonchalance. C’era un’altra classe, un altro livello. Ribière è scandalizzato e domanda delle pubbliche scuse da parte del suo avversario politico, il quale rifiuta categoricamente. Al gaullista non resta che chiedere soddisfazione come si faceva nei tempi antichi, alla maniera dei gentiluomini: un duello! Manda due testimoni dal socialista a chiedere a che ora e dove gli convenga fare l’incontro e in quattro e quattr’otto i preparativi per il duello son fatti. De Gaulle disapprova apertamente questa faccenda, ma tant’è, les jeux sont faits, niente potrebbe convincere i due parlamentari a rimangiarsi la parola. Ovviamente si tratta di un duello al primo sangue, voyons!

Qui il video dell’incontro, una chicca da un passato che sembrava morto e sepolto e invece sembra esser ancora là, ad animare il sangue francese. Non ridete per la goffaggine dei due spadaccini, vorrei vedere voialtri alle prese con una cosa del genere!

Il 21 Aprile, in un giardino ombreggiato piacevolmente da alberelli e arbusti, i due uomini, in maniche di camicia si sfidano:

Ribère di spalle e Defferre di faccia si sfidano a duello

Defferre, colui che offese per primo, vinse il duello, colpendo l’avversario all’avambraccio e versando così il primo sangue, ma almeno Ribère vide salvo il suo onore.

Defferre, tempo dopo, disse che durante l’incontro aveva mirato all’inguine del suo avversario, con l’intento di rovinargli la prima notte di nozze; Ribère, infatti, si sposò il giorno dopo aver combattuto il duello con Defferre!

Per approfondire: l’articolo comparso su Le Monde e qualche nozione generale sulla storia dei duelli su Wikipedia

Il caso Calas: l’errore giudiziario che fu rettificato nientemeno che da Voltaire – Écrasez l’infâme!

Tolosa, 13 ottobre 1761. A casa di Jean Calas, commerciante ugonotto, si sta cenando. In casa si trovano sei persone: lui stesso, sua moglie, la domestica di fede cattolica Jeanne Viguier, i figli Pierre e Marc-Antoine e un amico di famiglia, Gubert Lavaysse.

Durante in pasto, Marc-Antoine si alza da tavola scusandosi, accusando un leggero malessere. Esce dalla sala da pranzo. Sarà ritrovato poco dopo, appeso ad una trave, suicida per impiccagione.

A quel tempo ai suicidi veniva inflitto un trattamento tremendo. Come scrive Lorenzo Manetta nel suo saggio “Voltaire, l’affaire Calas e altri casi giudiziari. Il grido del sangue innocente“:

Il padre, per evitare al cadavere del figlio il trattamento disonorevole che a Tolosa veniva riservato ai suicidi (per la legge francese, il suicida era soggetto ad un vergognoso processo farsa, veniva trascinato lungo le strade per i talloni e impiccato come se fosse stato un infame criminale)  dichiarò alle autorità che il figlio era stato ucciso da uno sconosciuto che era riuscito ad entrare in casa.

Le cause dell’estremo gesto possono essere ricercate nella depressione che affliggeva Marc-Antoine: egli, pur avendo una laurea in legge dal 1759, non era abilitato ad esercitare la professione di avvocato perché a tale scopo era necessario un attestato di ortodossia religiosa rilasciato dal prete della propria parrocchia; Marc-Antoine cercò di convertirsi, ma invano dal momento che l’attestato gli venne comunque negato. Il giovane Calas assunse un atteggiamento malinconico e dissoluto, si diede al gioco d’azzardo, motivo per cui il padre non lo ritenne adatto a partecipare agli affari di famiglia.
Le testimonianze contraddittorie dei membri della famiglia indussero le autorità giudiziarie a credere che Marc-Antoine fosse stato ucciso dal padre con l’aiuto dei suoi familiari e del suo ospite – teorema che venne amplificato dalla folla che intanto si era radunata attorno a casa Calas – il movente del figlicidio venne individuato nel tentativo di conversione al cattolicesimo del figlio, per questo punito dal padre. David de Beudrigue, magistrato cittadino che era presente in mezzo alla folla, fece arrestare seduta stante i membri della famiglia insieme a Gaubert Lavaysse, i quali rimasero in prigione per i cinque mesi successivi.


Pierre Calas scopre il cadavere del fratello

Il processo fu una farsa: le testimonianze accettate per vere non erano altro che stupidi pettegolezzi sorti intorno ad una vicenda triste e tragica, fomentati dalle malelingue. La ricostruzione del crimine in casa Calas fu una beffa ed il tutto non fece altro che mettere in mostra i difetti del sistema giuridico francese di allora.

Marc-Antoine ebbe un funerale cattolico con tutti gli onori possibili. Fu anche dichiarato martire. Suo padre, invece, fu condannato a morte il 9 maggio del 1762: finì torturato sulla ruota, strangolato ed infine messo sul rogo.

Il suo atteggiamento di sopportazione e l’aver continuato a professarsi innocente, anche sotto tortura, iniziarono a far serpeggiare il dubbio che si fosse trattato di un enorme errore giudiziario. Le condanne inflitte agli altri imputati si rivelarono molto blande: esilio per il fratello di Marc-Antoine, non luogo a procedere per la madre e l’amico di famiglia, piena assoluzione per la serva cattolica.

Voltaire

In questo clima di dubbio, Voltaire si interessò al caso, coinvolgendo anche Madame Pompadour, sua amica e corrispondente, lanciando petizioni, scrivendo e pubblicando memoranda sul caso, raccogliendo denaro per la famiglia Calas, ormai caduta in disgrazia. Per sostenere questa giusta causa scrisse anche il suo famoso “Trattato sulla tolleranza”, il cui titolo completo non è altro che “Traité sur la tolérance à l’occasion de la mort de Jean Calas” che potete consultare qui.

Sempre Manetta scrive:


Nonostante i notevoli sforzi, i magistrati di Tolosa non ammisero mai l’errore commesso, quindi Voltaire ritenne opportuno fare pressione sul
Conseil du roi affinché il processo venisse rivisto. Il 7 marzo 1763 la petizione fu accolta e nel giugno 1764 il Consiglio annullò i verdetti emessi dalla corte di Tolosa nei confronti di Jean Calas, mentre tutti gli altri imputati furono definitivamente assolti il 9 marzo 1765.

Dunque è nel “Trattato sulla tolleranza” che Voltaire enuclea alcune idee cardine della sua filosofia, specie nell’arcinota “Preghiera a Dio”, che molti studenti francesi hanno affrontato in sede di Bac, nel tempo:

Ce n’est donc plus aux hommes que je m’adresse ; c’est à toi, Dieu de tous les êtres, de tous les mondes et de tous les temps : s’il est permis à de faibles créatures perdues dans l’immensité, et imperceptibles au reste de l’univers, d’oser te demander quelque chose, à toi qui a tout donné, à toi dont les décrets sont immuables comme éternels, daigne regarder en pitié les erreurs attachées à notre nature ; que ces erreurs ne fassent point nos calamités. Tu ne nous as point donné un cœur pour nous haïr, et des mains pour nous égorger ; fais que nous nous aidions mutuellement à supporter le fardeau d’une vie pénible et passagère ; que les petites différences entre les vêtements qui couvrent nos débiles corps, entre tous nos langages insuffisants, entre tous nos usages ridicules, entre toutes nos lois imparfaites, entre toutes nos opinions insensées, entre toutes nos conditions si disproportionnées à nos yeux, et si égales devant toi ; que toutes ces petites nuances qui distinguent les atomes appelés hommes ne soient pas des signaux de haine et de persécution ; que ceux qui allument des cierges en plein midi pour te célébrer supporte ceux qui se contentent de la lumière de ton soleil ; que ceux qui couvrent leur robe d’une toile blanche pour dire qu’il faut t’aimer ne détestent pas ceux qui disent la même chose sous un manteau de laine noire ; qu’il soit égal de t’adorer dans un jargon formé d’une ancienne langue, ou dans un jargon plus nouveau ; que ceux dont l’habit est teint en rouge ou en violet, qui dominent sur une petite parcelle d’un petit tas de boue de ce monde, et qui possèdent quelques fragments arrondis d’un certain métal, jouissent sans orgueil de ce qu’ils appellent grandeur et richesse, et que les autres les voient sans envie : car tu sais qu’il n’y a dans ces vanités ni envier, ni de quoi s’enorgueillir. 

      Puissent tous les hommes se souvenir qu’ils sont frères ! Qu’ils aient en horreur la tyrannie exercée sur les âmes, comme ils ont en exécration le brigandage qui ravit par la force le fruit du travail et de l’industrie paisible ! Si les fléaux de la guerre sont inévitables, ne nous haïssons pas, ne nous déchirons pas les uns les autres dans le sein de la paix, et employons l’instant de notre existence à bénir également en mille langages divers, depuis Siam jusqu’à la Californie, ta bonté qui nous a donné cet instant. 

Rebondissement nel caso Seznec: una nuova testimonianza apre ad ulteriori sviluppi

Forse ricorderete che De amore gallico ha dedicato ben tre articoli alla narrazione della complessa vicenda giudiziaria avvenuta negli anni ’20 del ‘900 e legata alla scomparsa di Pierre Quemeneur, per la quale fu accusato, processato e condannato Guillaume Seznec, sempre professatosi innocente.

Ebbene, una nuova testimonianza porterebbe ad ulteriori sviluppi e alla possibilità, per gli eredi Seznec che desiderano riabilitare il nome del nonno, di far riaprire il caso e forse risolverlo una volta per tutte.

Va sottolineato che, come è stato già riportato su De amore gallico:

All’origine di quello che potrebbe diventare uno spettacolare risvolto, la testimonianza inedita di uno dei figli di Guillaume e Marie-Jeanne Seznec. Colui che fu soprannominato “Petit-Guillaume” undici anni al momento dei fatti. Nel 1978 si confidò con uno dei suoi nipoti che lo registrò. In quel giorno di maggio 1923, il ragazzino sentì sua madre urlare. La vide respindere le avances di un uomo, e poi si ricorda dell’uomo disteso a terra. “Io credo che lei debba essersi difesa e che lo abbia colpito alla testa.” Era Pierre Quéméneur l’uomo da cui Marie-Jeanne si stava difendendo?

Questa testimonianza, unita alla professione di innocenza di Seznec, insieme al suo rifiuto di chiedere la grazia, gettano nuova luce e fanno vedere il tutto da un’altra prospettiva.

Ebbene, ieri RMC ha diffuso una testimonianza inedita data dalla signora Cécilia Morand, 85 anni, figlia del signor Georges Morand, all’epoca dei fatti agricoltore e custode del cimitero di Saint-Lubin-de-la-Haye.

Un jour Raymond Lainé, garagiste, est venu le chercher en pleine nuit pour qu’il l’aide à ramener le corps de Quémeneur. Raymond Lainé avait tiré et l’avait blessé au ventre et ils l’ont ramené au cimetière.

Un giorno Raymond Lainé, meccanico, venne a cercare mio padre in piena notte per farsi aiutare a trasportare il corpo di Quemeneur. Raymond Lainé gli aveva sparato e lo aveva ferito al ventre e lo hanno trasportato al cimitero.

La tomba in cui Quemeneur fu sepolto era in stato di abbandono e nessuno pensò di andare a darle un’occhiata.
Le circostanze dell’omicidio, avvenuto nei pressi della stazione di Houdan, parrebbero essere legate ad un litigio per un veicolo in riparazione.

RMC ha poi spiegato che la donna, da adolescente, sorprese il padre e Lainé, preso dai rimorsi di coscienza nei riguardi di Seznec poiché condannato da innocente, discutere del fatto. Il padre le fece dunque giurare di non dire mai nulla a nessuno della cosa.

Denis Le Her – Seznec, discendente di Guillaume Seznec, ha detto di aver parlato al telefono con la Signora Morand e che la incontrerà nei prossimi giorni per confermare alcuni punti della storia e per poter poi fare domanda, l’ultima si spera, di revisione del processo.

Quale testimonianza è da considerarsi attendibile? Quella della signora Morand o di Petit-Guillaume? Aspettiamo sviluppi.

Pillola: quando il gioco non vale la candela (e nemmeno la menzogna)

L’espressione “il gioco non vale la candela” non è comune soltanto della lingua italiana ma è spesso utilizzata anche in francese (le jeu n’en vaut pas la chandelle) e in inglese (the game isn’t worth the candle).

L’origine parrebbe risalire addirittura al 1580, utilizzata, forse per la prima volta in un testo scritto, dal filosofo francese Michel de Montaigne. Egli si riferiva ai giocatori di carte che trascorrevano le serate nelle locande illuminate da candele. Al termine della serata si era soliti lasciare al proprietario dell’osteria una somma per la spesa della candela che era stata utilizzata. Quando una partita aveva una posta in palio molto bassa allora il gioco non valeva nemmeno il prezzo della candela.

Candela in francese può esser detta dunque chandelle, che assomiglia al sostantivo italiano, o anche bougie, più collegabile alla parola bugìa, che nella nostra lingua significa menzogna. Ma perché?

In realtà anche in italiano, per prestito dal francese, bugìa può voler dire candela, o anche candelabro, o semplicemente portacandela. Questo perché c’è una città algerina, dunque ex-colonia francese, di nome Bejaïa, che era un centro di produzione di cera per candele molto importante. Francesizzatolo, il nome della città passò per metonimia ad indicare la candela tout court.

Quando invece diciamo bugìa nel senso di menzogna, stiamo utilizzando una parola italiana di origine provenzale. Il dizionario etimologico online, infatti, dice che il termine proviene dal provenzale bauzia, a sua volta dal germanico bausa, che significa “cattiveria”. Alcuni invece lo fanno risalire all’arabo buka’er, appunto “menzogna”.

Pinocchio forse vorrebbe dire la sua.

pinocchio