News dall’asta di gioielli reali organizzata da Christie’s il prossimo novembre

Abbiamo già discusso dei braccialetti di Marie-Antoinette che andranno all’asta il mese prossimo a Ginevra. Ma ci sono alcune eccitanti novità circa il lotto di gioielli che sarà presentato per la vendita: Vincent Meylan, il grande esperto di gioie reali, ha pubblicato delle foto davvero interessanti sul suo profilo Instagram.

Foto di Christie’s

Andiamo con ordine e cominciamo con una spilla di rubini e diamanti montati in oro davvero eccezionale. Si tratta di un orecchino trasformato in broche appartenuto alla Duchessa di Angoulême, l’unica figlia di Luigi XVI e Marie-Antoinette ad essere sopravvissuta alla rivoluzione. Questo gioiello, che faceva parte di una parure di diamanti e rubini della quale al Louvre, presso la Galleria d’Apollo, sono presenti i bracciali (potete leggere qualcosa in merito qui), o comunque la coppia di orecchini da cui proviene, era stato dato per perso dagli storici della gioielleria reale europea a causa della tragica asta in cui furono svenduti tutti i gioielli reali di Francia nel 1887.

Un po’ di storia: la parure di diamanti e rubini in questione fu creata nel 1816, l’anno dopo la disfatta di Napoleone, per la Duchessa di Angoulême dai gioiellieri Evrard Bapst e Pierre-Nicholas Menière. Essi utilizzarono le pietre che erano appartenute a Maria Luisa d’Asburgo-Lorena, seconda moglie di Napoleone e Imperatrice dei Francesi. Considerata una suite di gioielli della corona e non un bene personale, quando la Duchessa dovette abbandonare il paese nel 1830 lasciò in Francia la preziosa parure, che passò successivamente nelle mani dell’imperatrice Eugenia, consorte di Napoleone III. Quando avvenne l’asta del 1887, gli orecchini furono presumibilmente acquistati dal gioielliere Boin Taburet e sparirono per 134 anni. Oggi ne è rispuntato fuori uno, e tutti sono col fiato sospeso, curiosi di sapere dove sia finito l’altro.

Ma non finisce qui: anche un gioiello appartenuto a Paolina Borghese Bonaparte, sorella di Napoleone, attirerà su di sé le attenzioni di tutti il prossimo 9 novembre. Si tratta di una tiara a spighe di grano in oro, argento e diamanti di taglio vecchio, un perfetto esempio dell’estetica neoclassica tipica del periodo imperiale. Secondo Vincent Meylan, è lecito supporre che questa sia stata la tiara indossata da Paolina in occasione dell’incoronazione come Imperatore di suo fratello, nel 1804. D’altra parte, secondo Christie’s, essa fu creata nel 1811 – diversi anni dopo l’incoronazione – da François Nitot, la cui ‘azienda’ continua a vivere tuttora sotto un altro nome: Chaumet. Vero è che nel celebre dipinto di Jen-Louis David Paolina compare indossando una tiara della medesima foggia, ma è possibile che fosse semplicemente un altro diadema, vista la popolarità del tema agreste in gioielleria all’epoca.

La tiara sembra sia rimasta con la famiglia Borghese per tutto questo tempo e sarà venduta partendo da una base d’asta di  440,000-650,000 franchi svizzeri. Non resta che godersi lo spettacolo!

Foto di Christie’s

Maitresses illustri: la storia delle amanti dei re di Francia – parte 2

Saliamo nuovamente sulla macchina del tempo, direzione le alcove dei re di Francia. Dopo la relazione di tutta una vita che vide Caterina de’ Medici tradita in favore di Diana di Poitiers, concentriamoci su Carlo IX, uno dei figli della regina nera, che fu sovrano dal 1560 al 1574.

La donna con cui visse una storia d’amore torrida e duratura, la sua unica amante di cui si abbia notizia, fu una dama conosciuta per la grande bellezza e lo spirito vivo e acuto: Marie Touchet, figlia del signore di Beauvais e Quillard, ugonotto, consigliere a corte. Aveva la pelle fine, i capelli molto folti e di un nero corvino, gli occhi più grandi della media. Una vera bellezza, della quale era ben cosciente, tanto che si dice abbia affermato, nell’osservare il ritratto della promessa sposa del suo amante: ‘Non la temo affatto.’

Pare che l’incontro tra i due sia avvenuto durante le rispettive adolescenze, in occasione di una caccia organizzata durane un viaggio in giro per il regno, e che l’amore sia durato per tutta la vita. Purtroppo le fonti che riportano notizie su di lei sono poche, per la maggior parte letterarie o artistiche (e quindi molto romanzate), ma si sa che il re e la giovane usavano incontrarsi di nascosto, in un casino di caccia, cercando di tenere all’oscuro la madre di lui, che disapprovava questa relazione. Nonostante i tentativi di vivere il loro divorante amore in sordina, Caterina de’ Medici venne a conoscenza della liason grazie alla sua rete di agenti segreti e fece in modo di allontanare i due amanti.

Il loro legame, invece, era così forte che né la distanza né tantomeno il matrimonio combinato tra Carlo IX ed Elisabetta d’Asburgo riuscirono a spegnere la fiamma che li univa. Ebbero anche due figli: uno morì in fasce, il secondo, invece, battezzato col nome del padre, divenne duca di Angoulême. Purtroppo, però, il destino aveva altri piani, per i due amanti e per la Francia: Carlo morì nel 1574, un anno dopo la nascita del secondo figlio.

Maria Touchet, dunque, dovette sposarsi, alla fine. Nel 1578 convolò a nozze col governatore d’Orléans, al quale diede due figlie, anche loro future maitresses royales. Morì a Parigi nel 1638, ma la sua figura ha continuato a vivere nelle opere di grandi scrittori quali Dumas, Rivet e de Balzac.

Con la morte di Carlo IX fu il fratello Enrico che ricevette la corona e il fardello della nazione. Passato alla storia col nome di Enrico III, egli fu l’ultimo sovrano della dinastia dei Valois a sedere sul trono di Francia. Durante il suo regno ci fu quella che viene ricordata come la Guerra dei Tre Enrichi e che vide fronteggiarsi da una parte il re, Enrico di Valois, dall’altra Enrico di Navarra l’ugonotto e dall’altra ancora Enrico duca di Guisa, partigiano cattolico, pari di Francia e grande personalità politica del tempo.

Ma lasciamo la guerra ai condottieri: a noi ci interessano gli amori. E questo Enrico qui ne ebbe a bizzeffe. Innanzi tutto dobbiamo ricordare i famosi Mignons, che non sono gli esserini gialli con gli occhiali che piacciono tanto agli infanti, ma i favoriti del re. Qui dobbiamo fare una piccola digressione sui costumi di Enrico: allevato ‘all’italiana’, per gli standard dell’epoca i suoi modi erano molto effemminati, quasi debosciati. Era un grande amante della moda e delle arti, un uomo colto e di gran gusto. I contemporanei videro di cattivo occhio i suoi atteggiamenti e forse è questo il motivo per cui la storia ha tramandato racconti equivoci a proposito del re e dei suoi favoriti. Certo, è possibile che il re avesse tra i Mignons anche degli amanti, nel qual caso non sarebbe stato né il primo né l’ultimo re ad avere un orientamento sessuale di più ampio raggio, ma gli storici non sono tutti concordi in merito a questo punto. Non sapremo mai la verità, ma che importanza ha? A me piace pensare che alla corte di Parigi Enrico III se la sia spassata alla faccia di tutti e nei modi che più gli aggradavano.

Tra i vari sollazzi, comunque, egli aveva anche gli incontri galanti con alcune dame, la più nota delle quali fu la bionda e avvenente Maria di Clèves. Ella non ebbe mai il titolo di favorita. In realtà nessuna delle amanti di Enrico III godette mai di tale ufficializzazione, ma la fitta corrispondenza che il re intrattenne con la belle Marie è ancora oggi testimonianza di un amore bruciante che li legò per quattro anni. Diventato re, Enrico sperò addirittura di far annullare il matrimonio della sua dulcinea per poterla portare lui all’altare, ma il suo sogno si infranse sugli scogli del destino: Maria morì dando alla luce un figlio nel 1574. Fu così che Enrico sposò una sosia della sua amante perduta, Luisa di Mercoeur. Questo matrimonio non aveva importanza politica particolare, ma si rivelò un’unione molto riuscita, perché pare che i due coniugi si siano amati sinceramente e appassionatamente.

Ovvio, l’amore coniugale non impedì al re di coltivare altre avventurette par ci et par là. Tuttavia le visse in grande discrezione per non mancare di rispetto alla sua sposa. Si segnala anche una supposta liason con una meravigliosa figura storica, la cortigiana veneziana Veronica Franco, la cui vita meriterebbe un articolo dedicato a lei esclusivamente.

Morto Enrico III, per farla davvero breve, il regno passò nelle mani del cognato, l’ugonotto Enrico IV che aveva sposato la principessa Margot (con tutto quel che segue, notte di San Bartolomeo inclusa). Si disse che in fondo Parigi valeva bene una messa, si convertì, e con lui la dinastia dei Borboni inaugurò la sua epoca d’oro, arrivando successivamente a regnare su mezza Europa.

Che dire di costui? Il matrimonio con la principessa Valois fu annullato (e la storia della povera Margot, tragica e mozzafiato, è stata oggetto di tanti racconti e romanzi storici vergati dalle migliori penne della letteratura). Riconvolò a nozze, portando nuovamente la famiglia De’ Medici sul trono. La sua seconda moglie, infatti, altri non era che Maria De’ Medici, la quale gli diede ben sei figli. Non fu un marito fedele: le avventure galanti gli guadagnarono il soprannome di vert galant. In italiano potremmo tradurlo come ‘volpone d’argento’, cioè un vegliardo parecchio arzillo, specie per quanto riguarda le attività del talamo. Sue maitresses furono Gabrielle d’Estrées, nota per essere ritratta nel dipinto della scuola di Fontainbleau ‘Gabrielle d’Estrées e sua sorella al bagno’, in cui l’una pizzica il capezzolo dell’altra, le sorelle Catherine Henriette de Balzac e Carlotta di Essart, entrambe figlie di quella Marie Touchet che aveva amato Carlo IX, e anche Giacomina di Bueil, una dama che gli diede un figlio.

Di queste quattro favorite, vale la pena discutere di alcune cose: una delle più celebri, Gabrielle d’Estrées, ebbe il merito di influenzare Enrico nell’abiura della fede ugonotta. Ella era una fervente cattolica e il suo ascendente sul re deve aver giocato un ruolo di primo piano in questa vicenda. Era una donna di grande spirito, molto intelligente, abilissima oratrice e lo amava con trasporto sincero. La sua capacità diplomatica e il suo discernimento le valsero un riconoscimento molto importante per una donna di quel tempo: un posto nella camera del consiglio del re. Quando Enrico ottenne l’annullamento delle nozze con Margot, si fidanzò con la sua amante, la quale però, forse a causa di un avvelenamento, morì anzitempo subito dopo un parto drammatico, durante il quale anche il bambino spirò. Il re portò a lungo il lutto per la sua favorita, una cosa senza precedenti a corte.

Tempo dopo, quando le trattative per il matrimonio con Maria de’ Medici erano già in corso, fu Catherine Henriette a soggiogare col suo charme il sovrano. In realtà la loro storia d’amore si trasformò in una relazione d’odio per dissidi su benefici e titoli che la donna desiderava per sé e, soprattutto, per il riconoscimento di uno dei figli della coppia come Delfino di Francia. Ella partecipò anche ad un complotto ai danni del re che fu sventato, ma la sua reputazione restò macchiata e, alla morte di Enrico, fu bandita dalla corte.

Possiamo davvero dire che la fine dei Valois e l’ascesa dei Borbone furono davvero roventi, sia sul campo di battaglia che nella camera da letto.

Ma non finisce qui! Il meglio deve ancora venire. A presto con la terza parte di questo excursus storico nelle reali alcove di Francia!

Maitresses illustri: la storia delle amanti dei re di Francia – parte 1

Fare un compendio esaustivo di tutte le donne che nei secoli si sono fregiate del titolo di ‘favorita del re’ sarebbe un obiettivo troppo ambizioso per un semplice articolo di blog dalle umili aspirazioni.

Nondimeno possiamo dare una sbirciata alle reali alcove ‘più famose e illustri’ ponendoci come punto di partenza un’epoca, o un re in particolare. Nel nostro caso ritengo sia adatto scegliere di iniziare con Carlo VII il Ben-servito, colui la cui vita si intrecciò a quella dell’eroina nazionale di Francia, Giovanna d’Arco. L’amante più famosa di Carlo VII si chiamava Agnès Sorel.

Siamo nel XV secolo. Alla corte di Francia, in quel tempo, le concubine reali avevano uno statuto ufficioso, nascosto nell’ombra: non dovevano, insomma, vivere sotto i riflettori della società. Questa cosa cambiò proprio con Agnès Sorel, la quale iniziò la sua scalata sociale dalla città di Compiègne per diventare maîtresse-en-titre du roi.

Nata da una famiglia della piccola nobiltà, ricevette un’accurata educazione; questo, insieme alla sua folgorante bellezza, la portò a diventare dama di compagnia di Isabella di Lorena, consorte del re di Napoli. Ma Agnès non era destinata a rimanere una dama al servizio di una regina di secondo rango. Le sue grazie fisiche, infatti, fecero sì che il re di Francia ne rimanesse completamente abbacinato. Ecco allora che, nel 1444, Agnès divenne dama di compagnia della regina di Francia, Maria d’Angiò. Questa posizione era in realtà una scusa perché la bella piccarda potesse vivere a corte e diventare la favorita ufficiale del sovrano. E lei, donna di grande ambizione, approfittò fino in fondo delle possibilità offerte da una situazione simile.

Agnès era intelligente, colta e bella. Secoli prima di Maria Antonietta, conosciuta da tutti come trend-setter ante litteram, madame Sorel influenzò la moda del regno di Francia, portando opulenti abiti dagli scolli molto profondi, che mettevano in risalto il suo seno. Il décolleté di Agnès Sorel pare abbia sortito due reazioni contrastanti, al tempo. Come spesso accade, infatti, da una parte i più duri censori la condannarono per l’impudicizia che dimostrava così vestendosi, dall’altra, però, le procurò una serie di ‘ammiratori’, e molti di essi erano artisti. Furono così impressionati dalla foggia ostentativa dei suoi abiti che, ad esempio, il pittore Jean Fouquet la ritrasse come Madonna Lactans.

Madame Sorel sfruttò al meglio l’ascendente che esercitava sul sovrano, tanto che in molti la chiamarono la reine sans couronne, alludendo al potere effettivo che la dama aveva concentrato nelle proprie mani. Negli anni si fece fare ricchi doni in gioielli ( pare che abbia ricevuto in dono il primo diamante tagliato di cui si abbia notizia, quando ancora era in vigore la legge secondo cui solo i re di Francia potevano indossare diamanti) e in tenute terriere, che ‘ricambiò’ dando al sovrano figlie femmine. Purtroppo, poco dopo aver dato alla luce la quartogenita, Agnès Sorel morì a soli ventotto anni di una cosiddetta ‘febbre puerperale’. In molti paventarono un avvelenamento da parte del Delfino di Francia, il quale riteneva la Sorel una cospiratrice e una malvagia tessitrice di trame ai danni della propria madre, la regina Maria, oppure da parte della cugina Antoinette, che successivamente rimpiazzò Agnès nel letto e nel cuore di Carlo VII. In realtà sembra che, dopo un attento esame della salma avvenuto nel 2004, Agnès Sorel sia morta per un eccessiva ingestione di mercurio, metallo usato al tempo come purgante.

Saltiamo i secoli ed arriviamo al re Francesco I di cui sono note due amanti: Françoise de Foix e Anne de Pisseleu d’Heill . Quella ad interessarci maggiormente è la seconda, che ebbe una notevole influenza sul sovrano. Era stata dama d’onore della di lui madre, Luisa di Savoia, e aveva solo diciotto anni quando Francesco I la elesse sua concubina ufficiale. Fu una donna di gran peso nelle scelte politiche del sovrano. Pare che sia da imputare nientemeno che a lei il motivo del cambio di politica adottato da Francesco I nei confronti di Carlo V, col quale il re di Francia aveva avuto una ‘scaramuccia’ (non andremo nel dettaglio circa questa faccenda). Questa sua attività politica condotta da dietro le quinte fu uno dei motivi della sua disgrazia. Infatti, morto Francesco I, Anne de Pisseleu fu abbandonata da quanti a corte si erano detti suoi amici e si vide messa da parte con l’arrivo del nuovo re, il figlio di Francesco I, Enrico II di Valois

Ed è con questo nuovo re che conosciamo la terza amante reale di questo nostro viaggio nella storia. Stiamo parlando nientemeno che di Diana di Poitiers, la favorita di Enrico II e arcinemica di Caterina de’ Medici.

Nata a Saint Vallier, andò in sposa giovanissima, a soli quindici anni, al conte di Maleuvrier, nipote (!) di Carlo VII e Agnès Sorel. Rimase vedova abbastanza presto e divenne la favorita di Enrico II quando questi era ‘solo’ il duca di Orléans e non era ancora sposato. Diane aveva una figurina snella e atletica, era colta, conosceva il latino, il greco, l’etichetta e sapeva conversare in maniera eccellente. Sembra che fu lei a suggerire Caterina de’ Medici come possibile sposa al suo amante.

Non appena il duca di Orléans divenne re col nome di Enrico II, Diana di Poitiers fece il suo ingresso trionfale a corte, sentendosi subito a suo agio e prendendo decisioni nette: intentò un processo contro Anne de Pisseleu d’Heilly per aver minato la politica di Francesco I e la fece esiliare. C’era una nuova favorita ufficiale, a corte, che fosse chiaro a tutti! Caterina de’ Medici, ironicamente imparentata alla lontana con Diana, malgrado la sequela infinita di eredi forniti al marito, soffrì sempre per il posto che questa bellezza francese occupava nel cuore del marito.

Diana di Poitiers, probabile modelle per questo dipinto di Clouet

Sulla forma del seno di Diana di Poitiers, si dice, fu modellata la misura della coppa di champagne. Leggenda o verità, è un fatto che è stato tramandato e ancora oggi molto conosciuto. Durante i suoi anni come favorita, fece costruire quella meraviglia che è il Castello di Chenonceaux, a cavallo sull’acqua, ricevette in dono dal re alcuni gioielli della corona che in precedenza erano stati dati ad Anne de Pisseleu, e si vide conferiti perfino il ducato di Valentinois e quello di Etampes. Quest’ultimo vale la pena menzionarlo perché era precedentemente appartenuto alla de Pisseleu. Insomma, Diana fece piazza pulita di tutto quello che era stato dell’amante ufficiale di Francesco I e mise in chiaro che ora era lei la donna più importante di corte.

Non aveva però fatto i conti con il destino: Enrico II morì durante una giostra in onore delle nozze di sua figlia Elisabetta. Da quel momento in poi, malgrado il numero di eredi maschi da lui lasciati, il vero potere cadde nelle mani della vedova, successivamente soprannominata la Regina Nera.

Strano a dirsi, dopo tanti anni di umiliazioni, Caterina non si vendicò. Le fece restituire tutti i gioielli ricevuti in dono, le fece dare alla corona il castello di Chenonaceaux in cambio di quello di Chaumont e fu semplicemente invitata a lasciare la corte, senza processi né angherie.

Diana, nonostante la presenza di una moglie regina e di molte altre amanti dalle quali il re ebbe vari figli illegittimi, fu la compagna di una vita intera per Enrico II. Non ebbero mai eredi loro, ma le tracce della storia d’amore che condivisero per tanti anni restano ancora nelle firme delle lettere ufficiali, che sigillavano coi nomi HenriDiane, e anche nel monogramma ufficiale di Enrico, in cui la H di Henry si intreccia a due C di Caterina poste in modo simile a quelle del logo Chanel, ma che in realtà fanno molto più pensare a due D di Diana. Dopo la morte del marito, Caterina lo fece modificare in modo che le due C fossero ben evidenti.

Diana morì, sembra, per aver ingerito troppo oro liquido, poiché al tempo veniva considerato un elisir di giovinezza.

Vanitas…

Continua nel prossimo articolo…

Asta dei gioielli di Maria Antonietta

Novembre sarà un mese molto interessante per tutti gli appassionati della Regina Maria Antonietta. Infatti Christie’s metterà all’asta, nella sua sede di Ginevra, nientemeno che i diamanti della sfortunata sovrana caduta sotto la lama della ghigliottina. Sono oltre cento e si trovano incastonati in due bracciali preziosi. Di taglio antico, tuttora indossabili e valutati tra i due e i quattro milioni di dollari, saranno sicuramente venduti ad una cifra vertiginosa come è accaduto nel 2016 quando Sotheby’s mise all’asta un ciondolo di diamante, anch’esso appartenuto a Marie-Antoinette, che fu acquistato per 36 milioni di dollari.

L’esperto di Christie’s Vincent Meylan, autore di numerosi volumi sulla storia della gioielleria e delle case più rinomate, ha trascorso ben tre anni a tracciare meticolosamente la provenienza e le vicende attraverso cui queste gemme preziose sono arrivati a noi, dal XVIII secolo fino al 2021.

La storia dei favolosi diamanti di Marie-Antoinette inizia nel 1794, l’anno dopo la tragica fine della regina, ghigliottinata il 16 ottobre 1793, quando a Bruxelles il conte Mercy Argenteau, che era stato ambasciatore austriaco in Francia per un intero ventennio ed aveva intessuto una sincera amicizia con la sovrana, aprì davanti a testimoni e notai un cofanetto di gioielli che gli era stato affidato da Marie-Antoinette stessa nel marzo del 1791.

Tali date sono supportate da testimonianze di tutto rispetto, come un inventario redatto su richiesta di Mercy Argenteau stesso, il giorno dell’apertura di quel cofanetto. In questo inventario, infatti, si menzionano:

Un paire de bracelets, dont les deux barrettes sont composées de 3 diamants, dont un gros au milieu, les deux barrettes servant de fermeture sont composées de 4 diamants chaque et 96 chastons.

Nel gennaio del 1796 la figlia di Marie-Antoinette, Maria Teresa Carlotta di Borbone-Francia, Madame Royale, Duchessa di Angoulême, Delfina di Francia, liberata dalla Prison du Temple dopo ben due anni e mezzo di prigionia, unica sopravvissuta della famiglia reale, ricevette in eredità tutti i gioielli della madre, o almeno quelli che erano stati salvati dalla tempesta rivoluzionaria. La Madame Royale apportò delle modifiche ai bracciali, nella fattispecie alle barrette, facendo aggiungere un quinto diamante.

La nostra curiosità non è però ancora interamente soddisfatta: a chi Marie-Antoinette aveva commissionato questi preziosi? Nient’altri che al suo gioielliere di fiducia, ovviamente, il famoso Boehmer. La sovrana li acquistò nel 1776, quando già era oberata di debiti. Pare, a quanto riporta Vincent Meylan, che nel 1777 il re Luigi XVI fu costretto a saldare un conto di 29 000 livres al gioielliere. Poca cosa, visto che ne restavano ancora 16 2660 da pagare!

Alla morte della Madame Royale, la cui vita è degna di una collana interi di romanzi, i suoi gioielli furono ereditati dalla nipote, Duchessa di Parma. Nel testamento i preziosi che saranno messi all’asta sono menzionati come ‘i bracciali di diamanti di Marie-Antoinette’. Altri gioielli appartenuti alla Duchessa di Angoulême si trovano nella Galleria di Apollo al museo del Louvre, a Parigi, tra cui il meraviglioso, glorioso diadema di diamanti e smeraldi di cui ho largamente parlato in un articolo che potete trovare a questo link.

Aspettiamo con curiosità l’esito di questa asta e anche l’uscita, nel 2022, di un libro intero dedicato ai gioielli di Maria Antoinetta scritto da Vncent Meylan, che si andrà ad aggiungere alla sua bibliografia già nutrita ed interessantissima.

Tutte le foto di questo articolo sono state prese dall’account Instagram di Vincent Meylan e appartengono ai loro legittimi proprietari.

Marthe Richard, prostituta, aviatrice, spia, politica o impostora?

Oggi andiamo a conoscere un personaggio che ha attraversato il secolo scorso sotto le più svariate vesti: si tratta di Marthe Richard, conosciuta come prostituta, aviatrice, spia e la politica che ha fatto chiudere le case chiuse di tutta la Francia.

Marthe Betenfeld nacque nel 1889 a Blâmont da una famiglia operaia di condizioni modeste in cui il flagello dell’alcolismo si era abbattuto sul padre. Dopo esser stata presso un istituto cattolico, a quattordici anni divenne apprendista culottière nella città di Nancy, ma ben presto fu nota alle forze dell’ordine per adescamento. Riportata prontamente presso la casa dei genitori, poco dopo fuggì per tornare a Nancy, dove si innamorò di un italiano che affermava di essere un artista. In realtà questo individuo altri non era che un lenone, il quale dapprima la mise su di un marciapiede, poi in un bordello chiamato maison d’abattage. Questa espressione francese non indica un lupanare qualunque: le maisons d’abattage erano luoghi in cui alle prostitute veniva richiesto di avere anche cinquanta clienti al giorno. La marchetta era pagata all’incirca 3 franchi, l’equivalente di 10 euro dei giorni nostri.

Questo solo per dare un’idea della realtà di alcune donne in quell’epoca.

Dai sedici ai diciotto anni Marthe visse in queste condizioni, fino a che non accadde qualcosa di molto comune, purtroppo: contrasse la sifilide. Sembra che abbia poi rifilato la malattia ad un soldato, il quale la denunciò alla polizia. I gendarmi la schedarono come prostituta, fu espulsa dal bordello in cui aveva lavorato fino ad allora e, senza sapere dove andare o che fare, la giovane decise di tentare la sorte a Parigi.

Lì si fece assumere in un lupanare di livello più alto rispetto a quello in cui aveva lavorato a Nancy. Non sono riuscita a reperire informazioni riguardo il suo stato di salute negli anni successivi, ma a giudicare dalla vita straordinaria che ha condotto e dalla sua longevità (morì a 92 anni), la sifilide non deve essere stata un grande problema per lei, o forse riuscì a farsi curare.

La giovane e bella Marthe

A Parigi, nel settembre del 1907, Marthe incontrò il suo primo marito, l’industriale Henri Richer. Il cognome col quale sarà nota ai posteri, Richard, non è altro che una storpiatura di Richer. Il matrimonio le permise di rinnovarsi e di risorgere: non più povera e volgare prostituta, ma donna sposata appartenente alla buona borghesia. Grazie a quest’unione, Marthe scoprì una disciplina che divenne sua passione e nella quale poté fregiarsi del titolo di pioniera: l’aviazione.

Il marito, infatti, le regalò un aeroplano, per il quale lei ottenne il brevetto di pilota (fu la sesta donna in Francia ad averlo) e col quale gareggiò, divenne membro di aeroclub e partecipò a meeting importanti. La stampa, che la seguiva avidamente in questi suoi exploits, la soprannominò ‘l’allodola’, apprezzandone il coraggio, la bellezza e l’audacia. Ma un giorno, il 31 agosto 1913, l’allodola commise un errore tremendo: atterrò su di un terreno non adatto e si ferì gravemente, così gravemente da cadere in coma per quasi un mese. La carriera d’aviatrice, però, non finì. Ripresasi, fu protagonista di un’impresa un po’ fraudolenta: un enorme bluff col quale però ottenne il record per il volo più lungo condotto da una donna (in realtà si fece aiutare da un altro pilota per spostare l’aereo, che aveva avuto dei problemi, via treno).

L’aviatrice

I venti di guerra soffiavano sull’Europa: Marthe sperava che la Francia avesse bisogno delle sue aviatrici. Così non fu e il mancato richiamo al fronte fu per lei un vero scacco. Il marito, però, fu inviato in battaglia, dove trovò la morte nel 1916. Vedova, non si diede per vinta e grazie al suo amante si fece arruolare dai servizi segreti francesi, per i quali collaborò anche con la famosa Mata Hari a Madrid. Un incidente d’auto, tuttavia, svelò il suo ruolo nell’intelligence: fu subito richiamata in patria ed esclusa da ogni ulteriore manovra di spionaggio. Finita la guerra, conobbe un inglese, un ricco banchiere, tale Thomas Crompton. Nel 1926 i due convolarono a nozze, ma il destino richiamava ancora una volta il coniuge dall’altra parte del velo: nel 1928 Marthe rimase per la seconda volta vedova.

L’eredità lasciatale dal marito fu grande e le permise uno stile di vita molto agiato negli anni successivi. Alcuni hanno messo in dubbio la veridicità della sua attività spionistica. Perfino l’onorificenza conferitale, la Legion d’Onore, sembra essere stata una sorta di ‘contentino’, più per riconoscenza verso il supporto finanziario dato alla Francia dalla banca del marito che per i meriti veri di Marthe.

Allo scoppio della seconda guerra mondiale, ella, sconosciuta all’intelligence tedesca, entrò nelle Forces françaises de l’intérieur e militò nella Resistenza, malgrado qualche legame poco chiaro con un marsigliese collaborazionista che ha gettato non poche ombre sulla sua carriera. La militanza di Marthe durante la seconda guerra mondiale fu senza dubbio il trampolino di lancio per la sua carriera politica: nel 1945 fu eletta consigliera del 4 arrondissement parigino. Grazie alla sua opera di sensibilizzazione condotta per mezzo stampa e ad un suo discorso tenuto il 13 dicembre dello stesso anno, Marthe Richard riuscì a far approvare, nel 1946, una legge che chiuse definitivamente i bordelli in Francia. La sua proposta non condannava le prostitute, ma la società intera, che avallava comportamenti debosciati e spingeva le giovani alla vita di strada.

La sua esistenza continuò fino alla veneranda età di 92 anni sulla falsa riga di ciò che era stata fino ad allora: scrisse mémoirs e libri sulla sua vita di spia, diede conferenze, fondò premi letterari per romanzi erotici e in generale menò una vita piacevole e nell’agio, grazie soprattutto alla rendita garantitale dal secondo marito.

Una nota a proposito di questo matrimonio: l’unione con un cittadino inglese, al tempo, significava la perdita della cittadinanza francese. C’è dunque chi ha avanzato l’ipotesi che Marthe Richard abbia condotto una carriera politica in territorio francese senza averne più i diritti, ma la questione è stata poi liquidata senza sequele.

Più aspre furono le critiche che gettarono ombre sulla sua carriera di spia durante le due guerre, accusandola di essere nient’altro che un’impostora, una raccontafavole approfittatrice.

Marthe da anziana

In merito a questo noi non possiamo sapere la verità. Essa sarà stabilita solo quando gli storici avranno condotto a termine il loro lavoro di indagine sulla vita rocambolesca di questa donna. Per me, intanto, va ricordata come una personalità poliedrica e multiforme, che è stata capace di reinventarsi e di fare anche cose importanti per il proprio paese, forse non con le sue doti di spia, ma con la legge che tuttora porta il suo nome.

Ecco a voi un ritratto succinto ma denso di Marthe Richard, le cui ceneri si trovano oggi al Père Lachaise sotto il nome di Marthe Crompton, come vuole lo stile francese secondo cui le donne prendono il nome del loro marito.

Ei fu… un problema anche oggi.

Questo anniversario napoleonico è quanto mai fonte di polemiche e l’opinione pubblica da mesi è profondamente divisa. Da una parte i fautori della cosiddetta cancel culture, ovvero quella che fino a qualche anno fa si chiamava damnatio memoriae, dall’altra coloro che affermano che celebrare i duecento anni dalla dipartita dell’ uom fatale non significhi per forza condividerne le politiche coloniali né le smanie espansionistiche. Abbiamo visto quel che è successo all’ultima persona che ha provato ad invadere tutta l’Europa e a sottometterla al suo potere: finito suicida in un bunker con la compagna, divenuto quasi antonomasia dell’uomo folle e odioso, del dittatore velenoso. Vien da dire che a Bonaparte sia andata molto meglio, confinato in un’isola africana, ‘in sì breve sponda‘. Ma va anche detto che, sebbene Napoleone fosse al centro di una politica espansionistica e colonialista di stampo antico, la sua ascesa e declino non si sono accompagnati ad una politica dittatoriale improntata all’odio razziale, almeno non nell’accezione contemporanea di razzismo.

Ampliando un po’ il discorso, ritengo molto interessante che la letteratura italiana annoveri tra le opere di uno dei suoi maggiori autori un’ode dedicata al generale: in effetti, quando spiego ad un francese che in Italia a scuola ci fanno spesso imparare a memoria il ‘5 maggio’, la reazione che mi ritrovo di fronte è di stucco. E Foscolo nel frattempo si rivolta nella tomba. Se però prendiamo in considerazione il potere che quell’uomo ha avuto sulle sorti dell’Europa di inizio XIX secolo, forse possiamo mettere tutto in una prospettiva più ampia e capire che celebrare il duecentesimo anniversario della sua dipartita non è un capriccio per storici, per nostalgici, per revisionisti od occhialuti appassionati che brancolano per le strade ricoperti della polvere di musei, biblioteche ed archivi. Significa riconoscere il peso specifico di una figura che ha contribuito a rendere la Francia quello che è. Altrimenti dovremmo fare lo stesso discorso per un’altra ricorrenza cara ai francesi e chiederci perché sparare fuochi d’artificio all’impazzata in un giorno di mezza estate che celebra l’inizio di un processo sanguinoso che la storia ha poi battezzato ‘Rivoluzione’ e che portò ad estreme conseguenze quali il Terrore e la ghigliottina?

Se si vuol fare cancel culture, penso che purtroppo ciò significhi mettersi a guerreggiar con tutto il passato umano. Reputo molto più utile e costruttivo, invece, fare un discorso ben più complesso, e per questo difficile e arduo da mettere in pratica: sapere quali mali sono stati perpetrati e da chi, e condannarli senza se e senza ma, riconoscendo però, se ce ne sono stati, i meriti di una figura storica al netto del nostro giudizio di uomini contemporanei su di essa.

Questo territorio, lo so bene, è davvero scivoloso, specie per noi italiani, che poco più di 70 anni fa risorgevamo dalle ceneri di una dittatura indescrivibilmente violenta e tragica. Essa aveva trascinato la nazione in una guerra al fianco di un’altra dittatura disgustosa e di questo avremo sempre vergogna. Per cui sia chiaro che non è mia intenzione far revisionismo storiografico spiccio e all’acqua di rose. A mio avviso, riconoscere e celebrare l’anniversario della morte di uno degli uomini storicamente più importanti del millennio scorso, il quale tra le altre cose ha cambiato per sempre il volto dell’Europa, non è approvare l’istituzione della schiavitù, del colonialismo e lo sfruttamento degli esseri umani, tanto quanto non significa pensare che Bonaparte avesse ragione a voler invadere e schiacciare tutto il vecchio continente, a deturpare l’Egitto e a sottomettere intere popolazioni con la sua politica coloniale. Nella fattispecie, Napoleone non si è fatto portatore di una dottrina dell’odio come hanno fatto altri dopo di lui. Ha agito sempre e solo nell’interesse militare e per il prestigio del paese, con una sete di potere che molti re e imperatori venuti ben prima hanno avuto in massimo grado e che non può essere misurata col metro di oggi, poiché Bonaparte appartiene ad un mondo che non esiste più, morto con la disfatta del nipote sul campo di battaglia di Sedan nel 1870.

Ecco la differenza tra Bonaparte e altre figure del novecento, sulle quali, al contrario, un giudizio netto e irrefutabile si auspica ed è necessario.

Detto questo, è ora scossa che la Francia restituisca un po’ di roba all’Italia, oltre che i terroristi estradati.

Pillola: vivevano a colori

Di recente ho acquistato un libro fotografico estremamente interessante che vorrei consigliare a tutti i lettori di De amore gallico: si intitola ‘Ils vivaient en couleurs’ e l’autrice è Aude Goeminne, Editions du Chêne.

Raccoglie al suo interno 250 foto d’epoca ricolorate artificialmente per ripercorrere 100 anni di storia, 1838 an 1945.

Da un punto di vista storico la colorazione delle foto è trattata con pareri discordanti: c’è chi la critica aspramente perché la interpreta come un voler ‘manipolare’ la storia e renderla falsa, ma c’è anche chi crede che possa invece renderla più viva e più ‘attuale’.

Non sta a me esprimermi su questo punto, desidero solo esternare il mio apprezzamento per questo libro a mio avviso mirabile, che riporta in vita scampoli di storia rendendoceli più vicini e tangibili. Alcune delle immagini contenute sono tragiche, altre mi hanno sconvolta (quelle sul lavoro minorile, su alcuni animali morti e sulla prima guerra mondiale soprattutto), altre sono divertentissime e davvero buffe.

Ogni foto è corredata da un breve testo esplicativo o un commento, e ciascun capitolo, dedicato ad un ambito della vita umana o ad un periodo storico specifico, è introdotto da una breve spiegazione storica per chi a scuola fosse andato in bagno proprio mentre la prof. spiegava il patto Molotov-Ribbentrop.

Dai, su, alzate la cornetta e prenotatelo dal vostro libraio di fiducia!

Di seguito un piccolo estratto del libro.

Nella prima foto un gruppo di breaker boys della Pennsylvania. Erano i fanciulli che, nelle miniere di carbone, dovevano picconare i grossi blocchi di materiale estratto per romperli in pezzi più piccoli. Il lavoro minorile è la prima sezione del libro. Inutile dire che è un vero e proprio pugno allo stomaco.

La seconda immagine raffigura una suffragetta che viene arrestata a Londra. Pensare a quanto noi donne abbiamo dovuto lottare (e stiamo ancora lottando) per avere gli stessi diritti degli uomini fa venire un groppo in gola…

La terza foto è la conosciutissima immagine di Garibaldi ferito sull’Aspromonte. Quando ero piccola i miei nonni e bisnonni materni mi cantavano sempre questa canzone: ‘Garibaldi fu ferito, fu ferito ad una gamba, Garibaldi che comanda, che comanda il battaglion!’

L’ultima foto ritrae Maria Montessori, illustre chiaravallese, grande donna, grande scienziata e grande educatrice. Un personaggio storico di cui l’Italia deve essere fiera! Io sono nata nel suo stesso villaggio.

Madame Tussaud, la donna dietro le cere

Sì, lo sappiamo: andare a Londra e non fare nemmeno una capatina al museo delle cere è una vergogna. Ma se invece di parlare della statua di Elvis o di Maria Antonietta parlassimo della donna a cui il museo è intitolato?

Già, perché Madame Tussaud non era affatto britannica, come il nome rivela. Era francese! E la sua vita è degna di essere raccontata.

Si chiamava Anne-Marie Grosholtz ed era nata in Alsazia nel 1761. Figlia postuma a causa della Guerra dei Sette Anni, Anne-Marie fu cresciuta dalla madre, Anne Made, la quale, dopo esser rimasta vedova decise di lasciare Strasburgo per andare a servizio in casa di un noto medico svizzero di Berna, tale Philippe Curtius.

Mme Tussaud

Costui insegnava anatomia agli studenti e, a tal fine, si serviva di modellini di cera molto accurati, come quelli che si possono vedere nelle wunderkammer degli appassionati di questo genere di artefatti, o nei musei anatomici delle facoltà di medicina. Era una pratica assai comune, al tempo. Il dottor Curtius, dal canto suo, non solo li usava nelle sue lezioni, ma addirittura li fabbricava lui stesso. Anne-Marie, orfana di padre, si affezionò al datore di lavoro della madre, e lui la prese a benvolere, tanto da iniziare ad insegnarle la pratica della scultura con la cera. Curtius pare fosse uno scultore proprio bravo, così bravo che, alla fine, cavalcando l’onda del suo successo come artista, decise di lasciar perdere la medicina: si stabilì a Parigi dove aprì il suo cabinet des cires e iniziò una carriera come scultore. Il successo fu grande. Modellò addirittura il ritratto di Madame du Barry, non so se mi spiego…

Anne-Marie e la madre lo seguirono nella capitale francese. Il clamore delle opere di Curtius era tale che furono organizzate mostre delle sue statue addirittura al Palais-Royal. Ad accompagnarlo nella sua celebrità parigina c’erano sempre Anne-Marie e sua madre. La giovane Anne-Marie divenne la fidata assistente di Curtius, dimostrando un autentico talento nel modellare i ritratti di Voltaire, Rousseau e Benjamin Franklin. La fama della sua bravura arrivò fino alla corte di Versailles, presso cui, a quanto affermava lei stessa, fu un’habituée per diversi anni.

Ma il vento della rivoluzione soffiava turbolento. Nelle sue memorie, che sembrano essere non poco romanzate, Anne-Marie afferma di essere stata arrestata in quanto simpatizzante della monarchia. Sembra che il delatore sia stato un artista rivale di Anne-Marie, tale Jacques Dutruy, assistente del boia (curioso questo particolare, visto che, secondo fonti storiche abbastanza solide, il padre di Anne-Marie discendeva da una stirpe di boia alsaziani…). Fu incarcerata, sempre secondo il suo mémoir, nella stessa cella di Josephine de Beauharnais e venne fatidicamente liberata a due passi dalla ghigliottina (pare che le fossero già stati tagliati i capelli per decapitarla) grazie all’intervento di Jacques-Louis David, collega artista. I rivoluzionari la misero allora a preparare le maschere mortuarie di grandi personaggi che finivano col collo mozzato. Tra i tanti che Anne-Marie ritrasse possiamo citare almeno tre nomi più che celebri: Marat, Robespierre e perfino Maria Antonietta.

La vecchia madame Tussaud

La vita aveva altre cose in serbo per Anne-Marie. Quando Curtius morì, lasciò a lei l’integralità della sua collezione di cere. L’anno seguente la donna si sposò e assunse il nome con cui è passata alla storia: Madame Tussaud. Dall’unione col marito nacquero due figli.

Nel 1802 attraversò la manica accompagnata dal figlio maggiore, accettando l’invito di un prestigiatore in voga all’epoca, Paul Philidor, un pioniere degli spettacoli fantasmagorici. Philidor voleva che Madame Tussaud esponesse le sue opere nell’ambito dei suoi spettacoli e le propose di entrare in società. Questo business, purtroppo, non si rivelò molto remunerativo per Mme Tussaud: Philodr teneva per sé gran parte dei benefici delle mostre e degli spettacoli, tanto da spingerla a ritirarsi dalla fantasmagoria e tentare una strada rischiosa ma assai stimolante: mettersi in proprio. Con la sua vasta collezione di statue, maschere mortuarie e ritratti di criminali viaggiò in lungo e in largo per le isole britanniche, riscuotendo un grande successo per ben tre decenni. Non fece più ritorno in Francia, perché gli anni trascorsero veloci e l’astro fulgido di Napoleone iniziò ad oscurare la stella navale britannica. La situazione degenerò, deflagrando in quelle che sono note come ‘guerre napoleoniche’. Già che c’era, forse, era meglio rimanere in Gran Bretagna…

Nel 1821, finalmente, Mme Tussaud fu raggiunta anche dal figlio minore. Quest’ultimo era stato dato per disperso in mare cinque anni prima. Grande fu il sollievo della donna che, con rinnovato vigore, si mise a lavorare aiutata dai due discendenti: dopo trentacinque anni di vagabondaggi in giro per la Gran Bretagna era giunto il momento di progettare una grande mostra permanente delle sue cere. Londra era il luogo ideale e la via che scelse fu proprio Baker Street (sì, vicino all’appartamento di Sherlock e Watson). In effetti, la primissima mostra di Madame Tussaud aprì i cancelli al secondo piano del Baker Street Bazaar… di fatto non lontano dall’indirizzo attuale, a Marylebone, dove fu trasferita dal nipote Joseph Randall Tussaud nel 1884.

Madame Tussaud morì nel sonno, a Londra, all’età di 88 anni. Alcune delle sue statue di cera esistono ancora, e si trovano proprio in quel museo che tutti vanno a visitare nei loro week-end londinesi.

Che ne dite… valeva la pena leggere la sua storia?

‘Cherchez… l’étymologie’

L’etimologia è… la genealogia delle parole! Lo scienziato etimologo traccia gli alberi familiari dei lemmi di una lingua e, così facendo, come un Poirot che dal suo sofà faccia lavorare le celluline grigie bevendo una cioccolata calda, risolve misteri semantici e scova i bandoli delle matasse, le fila di misfatti e delitti linguistici persi nelle nebbie della storia. Una cosa davvero eccitante!

Di seguito De amore gallico vi presenta alcune parole che ormai fanno parte della lingua italiana e che usiamo con larga disinvoltura, ma che hanno tracce più o meno evidenti di francese nel loro DNA. I termini qui spiegati li trovate, assieme a molti altri, nel libro ‘Perché ci piacciono le parole’, di Giorgio Moretti, co-fondatore, insieme a Massimo Frascati, e principale autore del sito ‘Una parola al giorno’. Lo potete acquistare qui insieme a molti altri libri di UPAG.

Bisturi: questa parola è letteralmente andata e ritornata. Deriva infatti dal francese bistouri, che anticamente designava un mero pugnale. La parola arrivò oltralpe tramite l’italiano settentrionale pistorino, che significava una lama forgiata a Pistoia. In effetti, la città toscana, durante l’età di mezzo, era famosa su scala internazionale per la manifattura di armi bianche. Tra le più conosciute e apprezzate c’era il pugnaletto fine e lungo detto ‘pistolese’. Come è scritto nel libro: ‘Passato in Francia attraverso il nord Italia, si è portato dietro il nome di Pistoia via via sempre più alterato, finché già nel Settecento non ha iniziato a rientrare col significato di coltello operatorio. Praticamente inimmaginabile’.

Silhouette: il famoso ritratto, essenziale e di gran gusto, ma anche la forma fisica da figurino dopo una dieta ferrea devono il loro nome a Monsieur Etienne de Silhouette, Controllore Generale delle finanze del Re Luigi XV. Visse tra il 1709 e il 1767 e tentò vanamente di arginare le spese folli del sovrano, che in quanto a lusso e amore per lo sfarzo non aveva niente da invidiare al suo predecessore, il Re Sole. Silhouette cercò di imporre tagli e tasse, si fece fama di radin e divenne subito antonomasia di uno stile sobrio, financo povero. Ecco perché i ritratti che andavano di moda all’epoca, in cui era tratteggiato solo il profilo della persona, vennero detti, per giuoco, portraits à la Silhouette. Insomma, un ritratto degno di un gran tirchio!

Galoppino: deriva dal nome di un personaggio delle chansons de geste medievali. Galopin era il messaggero, quello che correva di qua e di là per tutto il poema, destreggiandosi tra tante difficoltà grazie alla sua arguzia e alla sua vivacità. Di quel Galopin, oggi, al galoppino è rimasto solo l’esser pieno di faccende da fare, il correre in giro eseguendo tutte le mansioni meno apprezzabili per conto di qualcuno. Uno zerbino, un portaborse, un assistente tuttofare, insomma.

Omaggio: oggi siamo abituati ai cataloghi dei punti del supermercato, terminati i quali riceviamo pentole e stoviglie in omaggio, ma la nascita di questa parola ha una dignità ben più alta. Viene dal francese antico homage e deriva da… homme. Uomo. Non era un regalo, ma una cerimonia, quella durante la quale un signore assegnava un feudo ad un vassallo. Il nobile concedeva la terra, i privilegi e gli onori e il ricevente giurava davanti a Dio e agli uomini di essere suo fedele servitore, di essere il suo uomo e di mantenere il giuramento con tutte le sue forze.
Col tempo questa cerimonia così specifica, l’omaggio, passò a designare più in generale atti di ossequi e di deferenza, e quindi anche il dono che li accompagnava.

L’antenato dei sommelier

Sommelier: potremmo definirla la più francese di tutte le parole, visto che si attaglia ad un ruolo importantissimo nella cultura gallica, quello dell’intenditore di vini, colui che li conosce, li sa distinguere, gustare, giudicare, consigliare a chi, invece, non ci capisce un’acca. Ma sebbene sembri così terribilmente nobile, essa nasconde sotto gli strati ultra-chic delle etichette di vini pregiati un’origine umilissima. Propriamente significa ‘conduttore di bestie da soma’ e nell’antico provenzale si diceva saumalier. Somariere. Nelle corti itineranti del medioevo, in cui il re con lo stuolo di cavalieri, compagni d’arme, cortigiani e servitori andava in lungo e in largo per il regno, il somariere era nientemeno che un vero e proprio ufficiale, quello addetto ai bagagli di corte, un ruolo importante perché la logistica al tempo era cosa alquanto complicata. Quando poi i sovrani si stabilirono permanentemente nei palazzi e la rozza nobiltà medievale si trasformò nella raffinatissima corte dell’ancien régime, i somarieri abbandonarono armi e bagagli per trasferirsi nelle cucine e nelle cantine, occupandosi delle riserve di vino, di cibo e organizzando le squadre di coppieri, di camerieri, curando la tavola. Solo nell’Ottocento il sommelier si ritirò dal campo gastronomico, lasciando spazio allo chef nelle cucine e barricandosi in cantina, tra le botti e le bottiglie, per specializzarsi nell’ambito enologico.

Se questo argomento vi è piaciuto, vi invito ad iscrivervi alla newsletter di UPAG, Una parola al giorno: tutte le mattine col caffè vi arriveranno mail in cui una parola della nostra lingua verrà sviscerata, approfondita, commentata e analizzata con rigore scientifico, accuratezza storica e una buona dose di umorismo.
Un venerdì su due troverete anche una parola scritta da me, che curo il ciclo delle parole semitiche, termini della lingua italiana che affondano le radici nel deserto arabo o che sono fiorite tra le mura di Gerusalemme.

UPAG: il lampo è così grande e così piccolo è il lampone!

Un diario assurdo del confinement

Quanto segue è la raccolta di un diario umoristico scritto in ventinove giorni di confinement.

Da prendere in pillole!

Venerdì, 30 ottobre 2020:
Primo giorno nella Bastiglia: c’è un tizio con una maschera di ferro che suona il violino e mangia piatti prelibati. Qui gatta ci cova.

Sabato, 31 ottobre 2020:
Secondo giorno nella Bastiglia. Il mio compagno di cella a quanto pare compie gli anni. Il tizio con la maschera di ferro gli ha suonato ‘Tanti auguri’ col violino.

Domenica, 1 novembre 2020:
Terzo giorno nella Bastiglia. Il morale vola basso, il rancio è senza glutine e dietetico, il tizio con la maschera di ferro sta diventando noioso.

Lunedì, 2 novembre 2020:
Quarto giorno nella Bastiglia: il gatto vede gli spiriti dei condannati che sono già trapassati, il cane si deprime e io racconto storielle divertenti al tizio con la maschera di ferro.

Martedì, 3 novembre 2020:
Quinto giorno nella Bastiglia. Il tizio con la Maschera di Ferro adora le mie storie sui Dpcm di Conte. Lui invece mi ha raccontato di un certo Conte di Saint Germain.

Mercoledì, 4 novembre 2020:
Sesto giorno nella Bastiglia. Ho chiesto al tizio con la maschera di ferro se ha così paura della pandemia da essersi fatto mettere la mascherina di metallo per proteggersi meglio. Mi ha risposto: “Non c’è n’è coviddi.”

Giovedì, 5 novembre 2020:
Settimo giorno nella Bastiglia. Oggi giochiamo a Risiko. Il tizio con la maschera di ferro vuole conquistare il nord Italia. Io gli ho detto che è quasi tutta zona rossa e che se la può tenere, io mi prendo Le Marche e sto.

Venerdì, 6 novembre 2020:
Ottavo giorno nella Bastiglia. Il tizio con la maschera di ferro ha messo un cappellino con scritto: “Make ancien régime great again.”Il cane e il gatto lo stanno snobbando.

Sabato, 7 novembre 2020:
Nono giorno nella Bastiglia. Oggi ho chiesto al tizio con la maschera di ferro che cosa ha provato quando è stato interpretato al cinema da Leonardo DiCaprio. Mi ha risposto: “Sono il re del mondo!”

Domenica, 8 novembre 2020:
Decimo giorno nella Bastiglia. Il tizio con la maschera di ferro ha messo il broncio perché non voglio giocare al gioco dell’oca. Gli ho detto che tanto qui in Francia le oche finiscono tutte male. Allora è andato a giocare col Conte di Cagliostro. Si stanno azzuffando per il colore delle pedine.

Lunedì, 9 novembre 2020:
Decimo giorno nella Bastiglia. Cagliostro dice di poter evadere con una formula magica scritta su di un pezzo di carta. Il tizio con la maschera di ferro pende dalle sue labbra. Non si è accorto che il pezzo di carta è solo un’ennesima autocertificazione.

Martedì, 10 novembre 2020:
Undicesimo giorno nella Bastiglia. La situazione sta degenerando. Il tizio con la maschera di ferro si presta ad esperimenti magico – alchemici di dubbio gusto ad opera di Cagliostro. Stanno cercando di comunicare telepaticamente con Macron per far aprire i negozi almeno per il Black Friday. Disapprovo tutto ciò.

Mercoledì, 11 novembre 2020:
Dodicesimo giorno nella Bastiglia. Oggi hanno insistito per giocare di nuovo a Risiko. Cagliostro dice che con un incantesimo può trasformare le zone rosse in zone arancioni e il tizio con la maschera di ferro gli crede ciecamente. Ho risposto che se mi toccano Le Marche taglio loro le mani.

Giovedì, 12 novembre 2020:
Tredicesimo giorno nella Bastiglia. Oggi si gioca a ‘Strega comanda colore’. Il tizio con la maschera di ferro si sta sovreccitando e Cagliostro insiste per cambiare il nome del gioco in ‘Stregone cambia colore’. Il cane e il gatto stanno disapprovando.

Venerdì, 13 novembre 2020:
Quattordicesimo giorno nella Bastiglia. Macron riaprirà i negozi dal 1 dicembre. Cagliostro afferma che è grazie ai suoi esperimenti magico-psichici di pessimo gusto e il tizio con la maschera di ferro si sta esagitando. Mi hanno messa con degli esaltati.

Sabato, 14 novembre 2020:
Quindicesimo giorno nella Bastiglia. Oggi Voltaire suona con la sua band. La scaletta include ‘Jailhouse rock’, ‘Folsom Prison Blues’ e ‘Man of constant sorrow’.

Domenica, 15 novembre 2020:
Sedicesimo giorno nella Bastiglia. Il tizio con la maschera di ferro vuole unirsi alla band di Voltaire. Cagliostro oggi guarda Law and Order alla TV.

Lunedì, 16 novembre 2020:
Diciassettesimo giorno nella Bastiglia.
È lunedì anche qua dentro.
Passo e chiudo.

Martedì, 17 novembre 2020:
Diciottesimo giorno nella Bastiglia. Mentre Voltaire rampogna tutti quanti sulla vexata quaestio di ‘Le covid’ o ‘La covid’, Cagliostro e il tizio con la maschera di ferro sono arrivati all’ottava stagione di Law and Order.

Mercoledì, 18 novembre 2020:
Diciannovesimo giorno nella Bastiglia. Voltaire delizia tutti con la sua rivisitazione della hit rap anni ’90 ‘Sound of da police’. Cagliostro e il tizio con la maschera di ferro stanno cercando di accaparrarsi delle scarpe della Lidl su eBay attraverso un incantesimo psicologico.

Giovedì, 19 novembre 2020:
Ventesimo giorno nella Bastiglia. Cagliostro e il tizio con la maschera di ferro smesso di guardare Law and Order alla 13esima stagione. Dicono che senza Briscoe non è più la stessa cosa. Voltaire sta rappando su un brano di Charles Aznavour.

Venerdì, 20 novembre 2020:
Ventunesimo giorno nella Bastiglia. Cagliostro dice che il vaccino è stato scoperto grazie a lui. Voltaire e il tizio con la maschera di ferro giocano a Indovina Chi edizione Merovei e Clodovei.

Sabato, 21 novembre 2020:
Ventiduesimo giorno nella Bastiglia. Voltaire sta scrivendo un’opera dal titolo: ‘Il migliore dei lockdown possibili’. Dice che è una critica filosofica agli assunti di Macron, ma per sicurezza prende per i fondelli pure Leibnitz.

Domenica, 22 novembre 2020:
Ventitreesimo giorno nella Bastiglia. Di sotto fanno un festino in maschera ffp2. Il tizio con la maschera di ferro è già pronto per il ballo. Lo ha organizzato un certo Marchese De Sade.

Lunedì, 23 novembre 2020:
Ventiquattresimo giorno nella Bastiglia. I postumi della festa a tema ffp2 si fanno sentire al piano di sotto: un odore di gel disinfettante e di guanti di lattice ha invaso le celle della prigione. Il tizio con la maschera di ferro è un po’ offeso perché qualcuno ha criticato il suo look.

Martedì, 24 novembre 2020:
Venticinquesimo giorno nella Bastiglia. Oggi si gioca a Uno. Cagliostro cerca di dribblare le carte +4 coi suoi poteri psichici. De Sade invece le accetta con gioia masochista.

Mercoledì, 25 novembre 2020:
Ventiseiesimo giorno nella Bastiglia. Stavamo giocando a Shangai quando Voltaire s’è accorto che le asticelle puntute sparivano mano a mano… Cagliostro dice che non c’entra nulla la telepatia e che è colpa di De Sade e delle sue manie. Il tizio con la maschera di ferro ancora non ha capito di che manie si tratti.

Giovedì, 26 novembre 2020:
Ventisettesimo giorno nella Bastiglia. Iniziamo a vedere la luce in fondo al tunnel: sabato riaprono i cancelli per uscite diurne. Voltaire continua a fare dello spirito sul migliore dei lockdown possibili.

Venerdì, 27 novembre 2020:
Ventottesimo giorno nella Bastiglia. Ho chiesto al Marchese de Sade che cosa si prova ad avere una parola coniata sul proprio cognome. Mi ha risposto: ‘Dolore e piacere al tempo stesso.’
Q.e.d.

Sabato, 28 novembre 2020:
Ventinovesimo e ultimo giorno nella Bastiglia. Si aprono i cancelli per uscite diurne. Prima di andare a zonzo, Voltaire mi ha detto: “La carestia, la peste e la guerra sono i tre ingredienti più famosi di questo mondo.” Cagliostro lo ha corretto: “Vecchio parruccone, non si dice più peste ma Covid!” e poi è andato a farsi fare le carte col tizio con la maschera di ferro. De Sade è filato via dal ferramenta.

Starring: Voltaire, Cagliostro, il Marchese De Sade e il tizio con la maschera di ferro.