Pillola: Toussaint di Verlaine

Ces vrais vivants qui sont les saints,
Et les vrais morts qui seront nous,
C’est notre double fête à tous,
Comme la fleur de nos desseins,

Comme le drapeau symbolique
Que l’ouvrier plante gaîment
Au faite neuf du bâtiment,
Mais, au lieu de pierre et de brique,

C’est de notre chair qu’il s’agit,
Et de notre âme en ce nôtre œuvre
Qui, narguant la vieille couleuvre,
A force de travaux surgit.

Notre âme et notre chair domptées
Par la truelle et le ciment
Du patient renoncement
Et des heures dûment comptées.

Mais il est des âmes encor,
Il est des chairs encore comme
En chantier, qu’à tort on dénomme
Les morts, puisqu’ils vivent, trésor

Au repos, mais que nos prières
Seulement peuvent monnayer
Pour, l’architecte, l’employer
Aux grandes dépenses dernières.

Prions, entre les morts, pour maints
De la terre et du Purgatoire,
Prions de façon méritoire
Ceux de là-haut qui sont les saints.

Paul Verlaine

Bonne fête de la Toussaint.

I gioielli della corona italiana e della corona francese, un’indagine appassionata – parte 2

Benvenuti nella seconda parte della nostra trattazione sui gioielli delle corone d’Italia e Francia. Come anticipato, se da una parte la catalogazione precisa e completa delle gioie d’Italia è difficile per via delle vicende storiche del secolo scorso, quella Francese è più semplice ma anche più frustrante, in quanto ciò che resta del tesoro della corona di Francia si trova tutto nella Galleria d’Apollo al museo del Louvre, ma la quantità di gioielli che dalla Rivoluzione Francese ai giorni nostri è stata perduta, rubata, venduta all’asta, smantellata e riutilizzata è davvero importante.

Certo, i pretendenti al trono di Francia, nel tempo, hanno continuato ad arricchire la loro collezione privata di gioie. Ma il cuore storico si trova nel palazzo che fu residenza dei sovrani, proprio il Louvre. Per una volta non si può aver nulla da ridire su questo!

Tiara di smeraldi della duchessa Maria Teresa, conservata al Louvre
Diadema di smeraldi della famiglia reale norvegese, un tempo appartenuto alla seconda moglie di Napoleone

Il primo pezzo da novanta di cui si parlerà oggi è un diadema in oro, diamanti e smeraldi appartenuto a Maria Teresa, duchessa d’Angoulême, unica figlia di Maria Antonietta e Luigi XVI sopravvissuta alla rivoluzione. Dono di nozze da parte del marito, Louis Antoine duca d’ Angoulême, fu prodotta nel 1819 e vanta ben quaranta smeraldi. Questo è un diadema che fa appassire di invidia, a mio avviso, l’altra grande tiara di smeraldi di origine francese, creata più o meno nello stesso periodo per l’imperatrice Maria Luisa, seconda moglie di Napoleone, e che si trova in possesso di una famiglia reale regnante: la tiara di smeraldi della corona norvegese. La delicatezza e grazia del diadema della duchessa Maria Teresa mette in ombra, a mio modesto parere, la roboante figura della tiara norvegese, sgraziata da quel grosso smeraldo quadrato che sembra un francobollo.

A Maria Luisa, imperatrice di Francia, apparteneva anche una demi-parure, sempre in smeraldi, che si trova al Louvre. Il diadema abbinato alla collana e agli orecchini è oggi conservato allo Smithsonian Institute e gli smeraldi sono stati sostituiti con dei turchesi. Che peccato!

La Galleria d’Apollo custodisce anche due bracciali appartenuti alla Duchessa Maria Teresa, di squisita fattura, in oro, diamanti e rubini.

C’è poi la meravigliosa parure di zaffiri della regina Maria Amelia, la cui storia è assai complessa: sembra che gli zaffiri siano appartenuti all’imperatrice Giuseppina. Sicuramente nell’anno 1821 essi erano in possesso della figlia di lei, Hortense, la quale li vendette al Duca d’Orléans, che nove anni dopo divenne re di Francia col nome di Luis-Philippe I. Egli li donò a sua moglie, passata alla storia come la regina Maria Amelia.

Un diadema meraviglioso, fatto d’oro, diamanti e perle troneggia nella teca in cui sono custoditi tutti questi tesori: si tratta della tiara di perle dell’imperatrice Eugenia prodotta da Gabriel Lemonnier intorno al 1853. Essa fu commissionata nientemeno che da Napoleone III come dono di nozze per la sua sposa Eugenia de Montijo e contiene 1998 diamanti e 212 perle che appartenevano già alla corona di Francia. A causa di ciò, la tiara non fu considerata proprietà privata e, quando Eugenia partì in esilio con il marito, dopo i fatti del 1870, la lasciò in Francia.

Ecco che si arriva al punto cruciale della storia dei gioielli francesi: che cosa accadde? Perché ne restano così pochi? Perché le corone di Svezia, Danimarca e Norvegia sono in possesso di tanti gioielli napoleonici e la Francia, o meglio, il Museo del Louvre, ne è sprovvisto?

Ebbene, nel 1885 la terza repubblica francese vendette all’asta tantissimi pezzi della collezione della corona. I gioielli della monarchia che erano sopravvissuti alla rivoluzione, le gioie dell’impero napoleonico, i preziosi accumulati da Napoleone III subirono una vendita ridicola: molte pietre furono svendute per una frazione del loro valore reale, e questo perché la perizia e la stima furono fatte in fretta e furia, alla carlona. Col tempo l’istituzione del Louvre riuscì a recuperare diversi preziosi, ma di certo le gioie esposte al museo sono un ben misero resto di quello che doveva essere la collezione intera. Come è stato fatto nel post relativo ai gioielli italiani con la Corona Ferrea, vale la pena menzionare un oggetto storico, di grande importanza simbolica, che fa parte della collezione d’oltralpe: si tratta della corona di Luigi XV, che parrebbe tempestata di pietre e perle preziose. In realtà le gemme furono sostituite con dei cristalli allorché la terza repubblica si apprestava ad organizzare la grande vendita all’asta. La corona fu risparmiata, perché aveva una grande importanza storica, nondimeno le pietre originali furono disperse.

Intanto, però, le segrete di Oslo, Stoccolma e Copenaghen traboccano di gioielli francesi. Pourquoi? Parce que il maresciallo Bernadotte, generale napoleonico, divenne re di Svezia e di Norvegia col nome di Carlo XIV Giovanni di Svezia e Carlo III Giovanni di Norvegia. Lui sposò l’ex fidanzata di Napoleone (eh sì, come in una una telenovela), Desirée Clary, la fanciulla che fu piantata in asso dal condottiero e stratega per l’affascinante e sensuale Giuseppina. Il figlio della coppia, Oscar, sposò poi Joséphine di Leuchtemberg, nipotina della Guseppina Bonaparte di cui sopra (ma non nipote di Napoleone, eh, perché Napoleone e Giuseppina non ebbero mai figli insieme!), e del re Massimiliano di Baviera. Gli eredi Bernadotte, sparsi tra Svezia, Norvegia e Danimarca, disseminarono i preziosi del maresciallo, di Desirée e di Joséphine tra le tre capitali e sono oggi tra le parure più belle e raffinate d’Europa: la tiara di camei, il diadema di zaffiri Leuchtemberg, le tiare di bottoni di diamanti, la parure di ametiste, la tiara Braganza… sono tutte ancora a Stoccolma ad ornare i fortunati capi delle reali svedesi; la parure di smeraldi già menzionata invece decora la testa della regina di Norvegia, mentre quella di rubini è appannaggio esclusivo della principessa ereditaria di Danimarca.

Di seguito alcune foto. Se avete bisogno, mettete gli occhiali da sole.

De amore gallico spera di avervi fatto sognare un po’ con questo excursus fatuo e vanesio negli scrigni reali d’Europa. L’arte orafa è meraviglia, frivolezza, moda, gusto, luccichio e anche, come abbiamo visto, storia.

Le foto non sono mie, sono state trovate nel web ed appartengono ai legittimi proprietari.

I gioielli della corona italiana e della corona francese, un’indagine appassionata – parte 1

Sebbene siano due repubbliche, la Francia e l’Italia hanno un passato fatto di splendori reali se non addirittura imperiali.

Ogni tanto, in occasione di cerimonie importanti come le aperture dei parlamenti, le cene di stato, i matrimoni reali, le premiazioni Nobel, vediamo le case regnanti ancora esistenti in Europa (Gran Bretagna, Spagna, Monaco, Belgio, Lussemburgo, Danimarca, Svezia, Norvegia) sfoggiare i gioielli di famiglia. Talvolta a queste riunioni partecipano anche i membri di case reali non più in auge, come la famiglia reale greca, spodestata dalla dittatura dei colonnelli, gli eredi Savoia, i pretendenti al trono delle Due Sicilie (un ramo borbonico), gli eredi della corona di Portogallo, nobili di antichissime case tedesche, i pretendenti al trono asburgico e anche discendenti della famiglia reale di Francia. Essi hanno ancora molti gioielli di famiglia nelle loro casseforti, pezzi storici ed importanti.

Ma il grosso dei gioielli della corona italiana e della corona francese non si trova più in mano ai pretendenti al trono. In linea di massima si può affermare che la maggior parte dei gioielli reali francesi si trova oggi al Museo del Louvre, mentre quelli italiani si trovano in parte in possesso dei pretendenti al trono che hanno ricevuto in eredità i pazzi portati dalla famiglia in esilio in Portogallo, e in parte in un caveau della Banca d’Italia. Fu lo stesso re Umbero II a consegnarli alla banca, tramite l’avvocato Falcone Lucifero che, all’indomani del referendum del giugno 1946, si presentò alla Banca  d’Italia portando un cofanetto a tre piani in cui erano custoditi i gioielli della corona e l’ordine manoscritto di re Umberto II di ridarli alla nazione, ad uso “di chi di dovere”. Pare che codesto scrigno, chiuso da ben dodici sigilli possa essere aperto solo in presenza del presidente della repubblica e del governatore della Banca d’Italia. Il valore di questi oggetti ad oggi sarebbe di circa un miliardo e mezzo di euro: in totale, in quel tesoro, ci sono pietre per più di 1200 carati.

De amore gallico vi porterà in viaggio alla scoperta di bellezze scintillanti, preziosissime e che farebbero gola anche al più morigerato degli individui. Signore e signori, mesdames et messieurs, mettetevi comodi, lo spettacolo sta per iniziare.

Per gioielli reali si intende l’insieme dei gioielli della corona di uno stato, ovvero tutti quegli oggetti di valore (corone, diademi, tiare, spille, parures e demi-parures, regalie, globi, scettri etc.) che appartengono alla casa reale e che vengono usati dai suoi componenti. Vi sono i gioielli ufficiali, che hanno un alto valore simbolico e che sono utilizzati esclusivamente durante cerimonie di stato il cui significato storico, morale, financo religioso, è altissimo (l’incoronazione e l’intronazione, ad esempio). Codesti non sono al centro della nostra indagine, anche perché, strano davvero, i re italiani non sono mai stati protagonisti di vere e proprie cerimonie di incoronazione.
Poi ci sono i gioielli privati, ovvero oggetti che sono stati donati personalmente ad alcuni membri della casa reale e che son divenuti parte dell’eredità che si è tramandata di sovrano in sovrano, o magari di madre regale in regale figlia. Le parures e le demi-parures fanno parte di questa categoria.
Sarà su questi gioielli che la nostra attenzione si concentrerà.

Specifichiamo una cosa: le parures sono dei set di gioielli che comprendono un diadema o tiara (i due termini sono oggi usati indifferentemente), una o più collane, orecchini, spille, devant de corsage (che altro non è che una grossa spilla), e anche braccialetti, spesso ricombinabili in diverse configurazioni come collarini o cinture. Una demi-parure è un set che può comprendere tutto questo tranne la tiara.

La corona ferrea

Per quello che riguarda i gioielli ufficiali della corona italiana, desidero menzionare esclusivamente la Corona Ferrea, simbolo sacro del potere sulla penisola. Si dice che la lamina di ferro posta all’interno del cerchio regale sia stata fatta fondendo uno dei chiodi della croce di Gesù; per questa ragione essa è anche una reliquia sacra ed è oggi conservata nel duomo di Monza. Nonostante la sua importanza, essa non è stata mai utilizzata per le incoronazioni; è antichissima, la datazione fatta con il carbonio 14 indica che alcune parti sono databili addirittura tra i V e il VI secolo.

Ma veniamo agli oggetti privati, il clou della nostra ricerca, la parte più frivola dei miei interessi personali. Le tiare, i diademi, le collane… solo a pensarci viene il capogiro! Casa Savoia, tradizionalmente, ordinò quasi tutti i gioielli che nel tempo entrarono a far parte della collezione ad una gioielleria in particolare, Musy, fondata a Torino addirittura nel 1707. Ora, non dovete aspettarvi una quantità di gioielli che possa far concorrenza alle segrete londinesi o ai forzieri svedesi o agli scrigni olandesi. La monarchia italiana fu di breve durata e sicuramente molto meno ricca di altre corone europee, ma la collezione è comunque molto bella e in ogni caso più vasta di quella belga (pappappero). Ecco qui di seguito una selezione degli oggetti più interessanti dal punto di vista storico ed estetico. Per la maggior parte si tratta di tiare e diademi. Le collane, i bracciali e le spille sono numerosissimi e di difficile reperibilità, almeno per quello che riguarda i gioielli italiani, e si è preferito tralasciarli.

Iniziamo con la parure di diamanti e tormaline rosa. Questo ensemble eccezionale è stato visto di recente nel 2003, al matrimonio di Emanuele Filiberto con l’attrice francese Clotilde Coureau. La mariée per l’occasione indossò la tiara e gli orecchini, ma la parure consta anche di una collana, un collarino, una spilla e dei bracciali. Questa parure fu donata dalla Regina Maria Teresa di Sardegna alla sposa di suo figlio, il principe Ferdinando, Duca di Genova, nel 1850. Oro, diamanti e tormaline rosa, intercambiabili inizialmente con granati, coralli e pare anche acquamarine, fanno di questo set una vera meraviglia.

Il diadema Musy della regina Margherita è un oggetto spettacolare risalente al 1904. Esso può essere indossato in ben otto diverse configurazioni. Nelle foto sono illustrati sette modi diversi in cui la tiara può presentarsi.

Questo ornamento meraviglioso, fatto di oro, diamanti e perle, alla morte di Margherita fu ereditato dal nipote Umberto II, che lo donò a sua moglie Maria Josè, l’ultima regina d’Italia, che lo indossò il giorno del suo matrimonio. Maria Josè lo portò con sé in esilio e lo lasciò in eredità alla nuora, Marina Doria.

La tiara a nodi e stelle della duchessa di Aosta è un altro pezzo da novanta, manufatto sempre dalla gioielleria Musy nel 1895. La struttura di questo diadema, interamente incrostato di diamanti, è molto elaborata: la base, che si può portare come un bandeau secondo la moda degli anni ’20, o come un diademino puntellato di smeraldi (smeraldi che si trovano oggi al collo della principessa Astrid del Belgio – eh sì) è decorata con un motivo di nodi Savoia, la parte superiore è composta da un motivo a festone e a stelle. La prima foto mostra la configurazione originale di questa corona, con le stelle molto elaborate e attorniate da diamanti satelliti. Oggi essa è meno flamboyant, ma mantiene pur sempre una certa imponenza e regalità. Nella seconda foto potete vedere le trasformazioni subite da quando la corona era indossata da Elena, Duchessa d’Aosta nata d’Orléans, fino ai giorni nostri, più o meno. Il diadema appartiene al ramo cadetto dei Savoia, gli Aosta, che contendono il trono italiano a Vittorio Emanuele, a causa dei suoi problemi con la giustizia e per aver sposato la borghese Marina Doria senza l’assenso di Umberto II.

La tiara di perle e diamanti a nodo Savoia della regina Margherita fu prodotta da Musy nel 1883 e pare si trovi attualmente nel famoso scrigno alla Banca d’Italia. Ecco qui una foto d’epoca che ne illustra la bellezza. Quando divenne Regina d’Italia, Margherita non aveva delle gioie degne della sua posizione. Ecco quindi che, per l’anniversario del quindici anni di matrimonio, re Umberto le donò il gran diadema. Esso è composto da undici ampie volute di diamanti di taglio circolare, intersecate da un giro di perle e sormontate anche da undici perle a goccia. In questo oggetto assolutamente incredibile sono incastonati in totale 541 brillanti per un peso pari a 292 carati

La tiara Mellerio a motivi di alloro raffigurata qui sopra fu prodotta nel 1867 ed è composta di diamanti incastonati in oro e argento. Margherita la ricevette in dono da parte del futuro suocero, il re Vittorio Emanuele II, per il suo matrimonio con il principe Umberto. Oggi appartiene all’Albion Art Institute, poiché fu venduta dopo la morte di Maria Josè da una delle sue figlie.

Ecco qui un breve sunto sui diademi principali appartenuti alla casa reale italiana. Vi sarebbero molti altri pezzi da includervi, ma risulta complesso fare delle ricerche esaustive e complete sulla totalità dei gioielli Savoia. Le vicende storiche che si sono abbattute sulla casata piemontese hanno reso molto difficile rintracciarli tutti. Non si sa quali e quanti gioielli siano contenuti nella Banca d’Italia. La stima riportata in questo post è approssimativa. Speriamo che prima o poi sia possibile visitare una mostra permanente in cui questi preziosi siano esposti al pubblico. D’altra parte ora appartengono allo Stato Italiano e sarebbe bene che si potesse godere della loro bellezza e della loro importanza storica.

Qui si è trattato principalmente di tiare e diademi, che sono simbolo della regalità e della dignità dei sovrani. Un giorno, forse, De amore gallico vi presenterà “I paralipomeni dei gioielli della corona”, una lista dettagliata di tutte le collane, anelli, spille e altri ornamenti che non sono stati discussi in questa sede. Per il momento, però, preparatevi alla seconda parte di questo articolo, focalizzata sui gioielli francesi. A bientôt!

Le foto non sono mie, sono state trovate nel web e il copyright appartiene ai legittimi proprietari.

Pillola: la questione della restituzione parte 4

Stamane fa discutere la questione dei marmi del Partenone.

La Gran Bretagna fa orecchie da mercante alle richieste reiterate di restituzione da parte della Grecia: ben quattordici metope create da Fidia, facenti parte del grande tempio dedicato ad Atena Parthene, si trovano infatti al British Museum. La quindicesima è custodita nientemeno che al Louvre. E ti pareva?

Pare che il museo con la piramide di vetro manderà la metopa in suo possesso ad Atene nel 2021, in occasione del duecentesimo anniversario della guerra di indipendenza greca (quella in cui combatté Lord Byron e che portò all’assurda decisione di mettere un ramo della famiglia reale danese sul trono ellenico).

Il British Museum, invece, tace. I marmi del Partenone che vi si trovano furono “ottenuti” dagli inglesi grazie ad una concessione, assai bizzarra e dai contorni quantomai nebulosi, della Sublime Porta, al tempo autorità sul suolo greco, che permetteva al Conte di Elgin, nel 1811, di prendere delle statue che si trovavano “in un certo scavo preciso”.

La questione, come spiega la Encyclopaedia Britannica, è diventata materia di politica internazionale, diplomazia, storia dell’arte e commercio, diventando una parola a sé stante: eliginismo.

Io sto dalla parte dei Greci, ci mancherebbe altro! Ma forse questo mio essere partigiana potrebbe voler dire che noi dovremmo svuotare il museo egizio di Torino e rispedire al mittente tutti gli obelischi istoriati di geroglifici che ornano Roma. E beh… AMEN! Io rivoglio “Le nozze di Cana” del Veronese!

Postilla: al Pergamonmuseum ci sta l’altare di Pergamo, smontato pezzo a pezzo e ricostruito in una grande sala a cui si accede dopo esser passati davanti al celeberrimo Busto di Nefertiti. Eliginismo allo stato puro.

Pillola: anniversari franco-italiani dell’anno ’19

Se quest’estate si è fatto un gran parlare dell’anniversario leonardesco che ha unito (e un po’ pungolato) la Francia e l’Italia, il 2019 è anche l’anno di Caterina de Medici, che nacque sulle sponde dell’Arno nel 1519 e spirò a Blois, dopo aver segnato la storia di Francia e di Navarra, nel 1589. Sempre un palleggio tra paesi trans e cisalpini, bien sûr!

La Regina Nera, la cattolicissima sovrana sanguinaria di Francia, cui De amore gallico ha già dedicato diversi articoli, è ricordata con una stagione fitta di eventi al castello di Chenonceau, a una trentina di chilometri da Tours. Questa fortezza, unico, affascinante esempio di castello – ponte, è spesso soprannominata “Le château des dames” perché molte sono state le nobildonne che lo hanno posseduto, abbellito, arricchito e che vi hanno soggiornato, lasciandovi un segno del loro passaggio. Prima tra tutti la rivale di Caterina, ovvero Diana di Poitiers, poi Caterina stessa, che lo amò e lo modificò a suo gusto e immagine, e poi Marguerite Pelouze, ereditiera inglese che acquistò il castello nel 1864.

Se avete voglia di celebrare l’anniversario della regina italiana di Francia, potete visitare una mostra dedicata alla sovrana che si tiene durante il mese di settembre nel favoloso castello.

Io purtroppo non potrò spostarmi per motivi di lavoro, ma, se qualcuno di voi fosse nei paraggi, sarei ben lieta di sapere le vostre impressioni. Pare che il menù del ristorante del domaine sarà a tema Caterina, riprendendo molte delle ricette che la reine portò in Francia dall’Italia.

Ah, la cuisine française…

Sainte Victoire, una montagna e un luogo dell’arte

Di tanto in tanto mi capita di andare ad Aix en Provence. A questa città ho già dedicato un articolo innamorato. Per me è bellissima: sporca, piena, piana, ricca e varia. Per raggiungerla partendo da casa mia, si deve attraversare una cospicua porzione della regione PACA (Provence – Alpes – Cote d’Azur). Si ha così la possibilità di accarezzare con lo sguardo, durante il tragitto in automobile, un luogo che ossessionò Cézanne negli ultimi tempi, un po’ come accadde a Monet con la cattedrale di Rouen. Si tratta della montagna Sainte Victoire.

Cézanne – La Sainte Victorie

Ci sono voluti 140 milioni di anni per disegnare il paesaggio che Cézanne ha immortalato nelle sue tele. La Sainte Victoire è il risultato di movimenti tettonici opposti che hanno portato al sollevamento del terreno, alla formazione di una piega e alla rottura della piega. Ecco il processo sintetizzato in immagini che ho trovato in questo sito, particolarmente accurato e chiaro nella spiegazione scientifica:

Quando ci si passa accanto, si è soggiogati, annichiliti dalla maestà possente di questo massiccio. La montagna è seduta su di un trono, una piattaforma chiamata cengle, è imperatrice, papessa, è viva e ci osserva con pena infinita per quello che stiamo facendo al pianeta Terra. Ricordo ancora la prima volta che la vidi: non riuscivo a credere ai miei occhi. Eravamo in autostrada e, malgrado la velocità sostenuta, era come se ci stessimo accostando lentamente, pieni di rispetto e di umiltà, ad una statua naturale, ad un colosso antico, ad un luogo santo. La osservavo dal punto di vista che i fedeli hanno quando entrano in chiesa e guardano le pale d’altare, le statue e gli affreschi con le storie dei santi e della Vergine: dal basso verso l’alto. Come una pellegrina che si inginocchi davanti ad una stauroteca dopo un lungo viaggio.

Foto di Georges Flayols

La Sainte Victoire mi fece pensare alle meraviglie del mondo antico, come il faro d’Alessandria, il colosso di Rodi, la statua crisoelefantina di Zeus o anche alle grandi costruzioni che mi hanno sempre fatto tanta paura, come il Pantheon romano, quello parigino, la cupola del Brunelleschi.

Non sono riuscita a risalire all’autore di questa foto.

Cézanne ne fece la sua musa ispiratrice in quel processo pittorico che lo portò ad anticipare il cubismo picassiano, a semplificare geometricamente le figure in una sintesi delle forme e del colore data dalla pennellata stessa. Quindi se nelle prime tele in cui la montagna compare ci sono ancora linee curve che danno dolcezza al paesaggio, piano piano esse spariscono e, col tempo, Cézanne arriva alla scomposizione sintetica massima.

Per usare le sue stesse parole:

«Bisogna trattare la natura attraverso il cilindro, la sfera, il cono, il tutto messo in prospettiva, in modo che ogni parte di un oggetto, di un piano, sia diretta verso un punto centrale. Le linee parallele all’orizzonte esprimono la larghezza, che è un aspetto della natura, o se preferite dello spettacolo che il Pater Omnipotens Aeterne Deus dispiega davanti ai vostri occhi. Le linee perpendicolari all’orizzonte rappresentano la profondità. Per noi uomini la natura è più in profondità che in superficie; di qui la necessità d’introdurre nelle nostre vibrazioni luminose, rappresentate dai rossi e dai gialli, una certa dose di toni blu per far sentire l’aria»

La Sainte Victoire è la sua demoiselle d’Avignon, la sua ninfea, la sua odalisca, una Madonna raffaellesca post-impressionista, l’Uomo Vitruviano di un artista solitario, sofferente, permaloso, che non fu mai soddisfatto della sua ricerca artistica e che morì nel tentativo di arrivare a qualcosa che “si sviluppi meglio che in passato, diventando la prova concreta delle mie teorie: il difficile, infatti, è provare ciò che si pensa.

Pillola: profiter des profiteroles

Ieri, al ristorante, qualcuno a tavola ha ordinato per dessert i profiteroles.

Un trionfo di cioccolato, panna montata, pasta choux e trigliceridi.

Mentre scucchiaiavo pensosa il mio yahourt à la verveine avec abricots, mi sono chiesta quale fosse il legame tra il famoso dessert francese e il verbo profiter, che si usa moltissimo nella lingua di tutti i giorni e che in italiano non significa solo “approfittare, trarre profitto”, come la radice in comune può farci subito pensare, ma anche “godersi, godere di qualcosa”.

ENJOY.

Ebbene, sono andata a scartabellare virtualmente qua e là, ad esempio qui, e ho trovato quanto segue: nel XIV secolo ai domestici veniva dato in premio, alla fine di giornate particolarmente impegnative, una pallina di pasta di pane intrisa di sughi e intingoli e cotta sotto la cenere. Era il petit profit, la carota che dava la motivazione per sopportare i colpi di bastone.

Rabelais, nel romanzo “Pantagruel”, parla di una “Profiterolle des indulgences”, sempre una pallina di pane riempita di qualche buon bocconcino di carne.

Ma è solo grazie alla regina nera Caterina de’ Medici che la base per il moderno profiterole vede la luce: la pasta choux, infatti, come molte altre cose (le forchette, le mutande, i profumi, il gelato, la divisione del pasto in portate salate e dolci) i nostri cari cugini francesi la devono ad una italiana.

Lo chef Antonin Carême, nel XIX secolo, avrà l’idea di riempire questa pasta choux con crema pasticcera e altre farce zuccherate. Successivamente lo chef personale di Talleyrand, Jean Avice, perfezionerà la ricetta di modo che noi, oggi, nel 2019, in questa realtà minacciata dal cambiamento climatico, dalle politiche scervellate dei potenti del mondo, dagli incendi in Siberia e dalla deforestazione dell’Amazzonia, possiamo trovare un breve, sublime momento di oblio, un’occasione d’allegrezza, se vogliamo far riferimento al Montale, nientemeno che en profitant d’une profiterole.

Le foto non sono mie, sono state trovate nel web e il copyright appartiene ai legittimi proprietari.