Il caso Calas: l’errore giudiziario che fu rettificato nientemeno che da Voltaire – Écrasez l’infâme!

Tolosa, 13 ottobre 1761. A casa di Jean Calas, commerciante ugonotto, si sta cenando. In casa si trovano sei persone: lui stesso, sua moglie, la domestica di fede cattolica Jeanne Viguier, i figli Pierre e Marc-Antoine e un amico di famiglia, Gubert Lavaysse.

Durante in pasto, Marc-Antoine si alza da tavola scusandosi, accusando un leggero malessere. Esce dalla sala da pranzo. Sarà ritrovato poco dopo, appeso ad una trave, suicida per impiccagione.

A quel tempo ai suicidi veniva inflitto un trattamento tremendo. Come scrive Lorenzo Manetta nel suo saggio “Voltaire, l’affaire Calas e altri casi giudiziari. Il grido del sangue innocente“:

Il padre, per evitare al cadavere del figlio il trattamento disonorevole che a Tolosa veniva riservato ai suicidi (per la legge francese, il suicida era soggetto ad un vergognoso processo farsa, veniva trascinato lungo le strade per i talloni e impiccato come se fosse stato un infame criminale)  dichiarò alle autorità che il figlio era stato ucciso da uno sconosciuto che era riuscito ad entrare in casa.

Le cause dell’estremo gesto possono essere ricercate nella depressione che affliggeva Marc-Antoine: egli, pur avendo una laurea in legge dal 1759, non era abilitato ad esercitare la professione di avvocato perché a tale scopo era necessario un attestato di ortodossia religiosa rilasciato dal prete della propria parrocchia; Marc-Antoine cercò di convertirsi, ma invano dal momento che l’attestato gli venne comunque negato. Il giovane Calas assunse un atteggiamento malinconico e dissoluto, si diede al gioco d’azzardo, motivo per cui il padre non lo ritenne adatto a partecipare agli affari di famiglia.
Le testimonianze contraddittorie dei membri della famiglia indussero le autorità giudiziarie a credere che Marc-Antoine fosse stato ucciso dal padre con l’aiuto dei suoi familiari e del suo ospite – teorema che venne amplificato dalla folla che intanto si era radunata attorno a casa Calas – il movente del figlicidio venne individuato nel tentativo di conversione al cattolicesimo del figlio, per questo punito dal padre. David de Beudrigue, magistrato cittadino che era presente in mezzo alla folla, fece arrestare seduta stante i membri della famiglia insieme a Gaubert Lavaysse, i quali rimasero in prigione per i cinque mesi successivi.


Pierre Calas scopre il cadavere del fratello

Il processo fu una farsa: le testimonianze accettate per vere non erano altro che stupidi pettegolezzi sorti intorno ad una vicenda triste e tragica, fomentati dalle malelingue. La ricostruzione del crimine in casa Calas fu una beffa ed il tutto non fece altro che mettere in mostra i difetti del sistema giuridico francese di allora.

Marc-Antoine ebbe un funerale cattolico con tutti gli onori possibili. Fu anche dichiarato martire. Suo padre, invece, fu condannato a morte il 9 maggio del 1762: finì torturato sulla ruota, strangolato ed infine messo sul rogo.

Il suo atteggiamento di sopportazione e l’aver continuato a professarsi innocente, anche sotto tortura, iniziarono a far serpeggiare il dubbio che si fosse trattato di un enorme errore giudiziario. Le condanne inflitte agli altri imputati si rivelarono molto blande: esilio per il fratello di Marc-Antoine, non luogo a procedere per la madre e l’amico di famiglia, piena assoluzione per la serva cattolica.

Voltaire

In questo clima di dubbio, Voltaire si interessò al caso, coinvolgendo anche Madame Pompadour, sua amica e corrispondente, lanciando petizioni, scrivendo e pubblicando memoranda sul caso, raccogliendo denaro per la famiglia Calas, ormai caduta in disgrazia. Per sostenere questa giusta causa scrisse anche il suo famoso “Trattato sulla tolleranza”, il cui titolo completo non è altro che “Traité sur la tolérance à l’occasion de la mort de Jean Calas” che potete consultare qui.

Sempre Manetta scrive:


Nonostante i notevoli sforzi, i magistrati di Tolosa non ammisero mai l’errore commesso, quindi Voltaire ritenne opportuno fare pressione sul
Conseil du roi affinché il processo venisse rivisto. Il 7 marzo 1763 la petizione fu accolta e nel giugno 1764 il Consiglio annullò i verdetti emessi dalla corte di Tolosa nei confronti di Jean Calas, mentre tutti gli altri imputati furono definitivamente assolti il 9 marzo 1765.

Dunque è nel “Trattato sulla tolleranza” che Voltaire enuclea alcune idee cardine della sua filosofia, specie nell’arcinota “Preghiera a Dio”, che molti studenti francesi hanno affrontato in sede di Bac, nel tempo:

Ce n’est donc plus aux hommes que je m’adresse ; c’est à toi, Dieu de tous les êtres, de tous les mondes et de tous les temps : s’il est permis à de faibles créatures perdues dans l’immensité, et imperceptibles au reste de l’univers, d’oser te demander quelque chose, à toi qui a tout donné, à toi dont les décrets sont immuables comme éternels, daigne regarder en pitié les erreurs attachées à notre nature ; que ces erreurs ne fassent point nos calamités. Tu ne nous as point donné un cœur pour nous haïr, et des mains pour nous égorger ; fais que nous nous aidions mutuellement à supporter le fardeau d’une vie pénible et passagère ; que les petites différences entre les vêtements qui couvrent nos débiles corps, entre tous nos langages insuffisants, entre tous nos usages ridicules, entre toutes nos lois imparfaites, entre toutes nos opinions insensées, entre toutes nos conditions si disproportionnées à nos yeux, et si égales devant toi ; que toutes ces petites nuances qui distinguent les atomes appelés hommes ne soient pas des signaux de haine et de persécution ; que ceux qui allument des cierges en plein midi pour te célébrer supporte ceux qui se contentent de la lumière de ton soleil ; que ceux qui couvrent leur robe d’une toile blanche pour dire qu’il faut t’aimer ne détestent pas ceux qui disent la même chose sous un manteau de laine noire ; qu’il soit égal de t’adorer dans un jargon formé d’une ancienne langue, ou dans un jargon plus nouveau ; que ceux dont l’habit est teint en rouge ou en violet, qui dominent sur une petite parcelle d’un petit tas de boue de ce monde, et qui possèdent quelques fragments arrondis d’un certain métal, jouissent sans orgueil de ce qu’ils appellent grandeur et richesse, et que les autres les voient sans envie : car tu sais qu’il n’y a dans ces vanités ni envier, ni de quoi s’enorgueillir. 

      Puissent tous les hommes se souvenir qu’ils sont frères ! Qu’ils aient en horreur la tyrannie exercée sur les âmes, comme ils ont en exécration le brigandage qui ravit par la force le fruit du travail et de l’industrie paisible ! Si les fléaux de la guerre sont inévitables, ne nous haïssons pas, ne nous déchirons pas les uns les autres dans le sein de la paix, et employons l’instant de notre existence à bénir également en mille langages divers, depuis Siam jusqu’à la Californie, ta bonté qui nous a donné cet instant. 

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Rebondissement nel caso Seznec: una nuova testimonianza apre ad ulteriori sviluppi

Forse ricorderete che De amore gallico ha dedicato ben tre articoli alla narrazione della complessa vicenda giudiziaria avvenuta negli anni ’20 del ‘900 e legata alla scomparsa di Pierre Quemeneur, per la quale fu accusato, processato e condannato Guillaume Seznec, sempre professatosi innocente.

Ebbene, una nuova testimonianza porterebbe ad ulteriori sviluppi e alla possibilità, per gli eredi Seznec che desiderano riabilitare il nome del nonno, di far riaprire il caso e forse risolverlo una volta per tutte.

Va sottolineato che, come è stato già riportato su De amore gallico:

All’origine di quello che potrebbe diventare uno spettacolare risvolto, la testimonianza inedita di uno dei figli di Guillaume e Marie-Jeanne Seznec. Colui che fu soprannominato “Petit-Guillaume” undici anni al momento dei fatti. Nel 1978 si confidò con uno dei suoi nipoti che lo registrò. In quel giorno di maggio 1923, il ragazzino sentì sua madre urlare. La vide respindere le avances di un uomo, e poi si ricorda dell’uomo disteso a terra. “Io credo che lei debba essersi difesa e che lo abbia colpito alla testa.” Era Pierre Quéméneur l’uomo da cui Marie-Jeanne si stava difendendo?

Questa testimonianza, unita alla professione di innocenza di Seznec, insieme al suo rifiuto di chiedere la grazia, gettano nuova luce e fanno vedere il tutto da un’altra prospettiva.

Ebbene, ieri RMC ha diffuso una testimonianza inedita data dalla signora Cécilia Morand, 85 anni, figlia del signor Georges Morand, all’epoca dei fatti agricoltore e custode del cimitero di Saint-Lubin-de-la-Haye.

Un jour Raymond Lainé, garagiste, est venu le chercher en pleine nuit pour qu’il l’aide à ramener le corps de Quémeneur. Raymond Lainé avait tiré et l’avait blessé au ventre et ils l’ont ramené au cimetière.

Un giorno Raymond Lainé, meccanico, venne a cercare mio padre in piena notte per farsi aiutare a trasportare il corpo di Quemeneur. Raymond Lainé gli aveva sparato e lo aveva ferito al ventre e lo hanno trasportato al cimitero.

La tomba in cui Quemeneur fu sepolto era in stato di abbandono e nessuno pensò di andare a darle un’occhiata.
Le circostanze dell’omicidio, avvenuto nei pressi della stazione di Houdan, parrebbero essere legate ad un litigio per un veicolo in riparazione.

RMC ha poi spiegato che la donna, da adolescente, sorprese il padre e Lainé, preso dai rimorsi di coscienza nei riguardi di Seznec poiché condannato da innocente, discutere del fatto. Il padre le fece dunque giurare di non dire mai nulla a nessuno della cosa.

Denis Le Her – Seznec, discendente di Guillaume Seznec, ha detto di aver parlato al telefono con la Signora Morand e che la incontrerà nei prossimi giorni per confermare alcuni punti della storia e per poter poi fare domanda, l’ultima si spera, di revisione del processo.

Quale testimonianza è da considerarsi attendibile? Quella della signora Morand o di Petit-Guillaume? Aspettiamo sviluppi.

Pillola: quando il gioco non vale la candela (e nemmeno la menzogna)

L’espressione “il gioco non vale la candela” non è comune soltanto della lingua italiana ma è spesso utilizzata anche in francese (le jeu n’en vaut pas la chandelle) e in inglese (the game isn’t worth the candle).

L’origine parrebbe risalire addirittura al 1580, utilizzata, forse per la prima volta in un testo scritto, dal filosofo francese Michel de Montaigne. Egli si riferiva ai giocatori di carte che trascorrevano le serate nelle locande illuminate da candele. Al termine della serata si era soliti lasciare al proprietario dell’osteria una somma per la spesa della candela che era stata utilizzata. Quando una partita aveva una posta in palio molto bassa allora il gioco non valeva nemmeno il prezzo della candela.

Candela in francese può esser detta dunque chandelle, che assomiglia al sostantivo italiano, o anche bougie, più collegabile alla parola bugìa, che nella nostra lingua significa menzogna. Ma perché?

In realtà anche in italiano, per prestito dal francese, bugìa può voler dire candela, o anche candelabro, o semplicemente portacandela. Questo perché c’è una città algerina, dunque ex-colonia francese, di nome Bejaïa, che era un centro di produzione di cera per candele molto importante. Francesizzatolo, il nome della città passò per metonimia ad indicare la candela tout court.

Quando invece diciamo bugìa nel senso di menzogna, stiamo utilizzando una parola italiana di origine provenzale. Il dizionario etimologico online, infatti, dice che il termine proviene dal provenzale bauzia, a sua volta dal germanico bausa, che significa “cattiveria”. Alcuni invece lo fanno risalire all’arabo buka’er, appunto “menzogna”.

Pinocchio forse vorrebbe dire la sua.

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Monsieur C.

Monsieur C. è basso e magro. I capelli grigi, acconciati con il riporto, sono spesso unticci e le orecchie sono interamente occupate da due apparecchi uditivi color pelle i quali, simili a funghi carnosi, spuntano in mezzo al folto pelame che gli orna i canali auricolari.

La dentiera è un po’ ballerina, gli occhiali rotondi, piccoli e spessi, con le lenti in degradé.

Tutte le mattine infila i calzoncini bianchi corti, simili a quelli che i calciatori indossavano negli anni ’70 e ’80, i calzetti di spugna fino al ginocchio e le scarpe da ginnastica Adidas, prende il suo borsello di cuoio tutto consumato, saluta la vecchia moglie, esce di casa, ritira il giornale locale che il fattorino gli recapita nella cassetta della posta e, tenendolo stretto sotto il braccio, si avvia alla libreria per acquistare la sua dose giornaliera di quotidiani: Le Figaro, Le Monde, Les Echos, Liberation, Aujourd’hui en France (monsieur C. legge le testate di tutti gli orientamenti politici).

Li paga, poi tira fuori un ritaglio dal Figaro del giorno prima o dal Liberation dell’altro ieri e ordina i libri che vi sono recensiti, in generale saggi storici, politici, economici, biografie di personaggi storici controversi. Di recente ha ordinato: la saga degli intellettuali francesi dal 1944 al 1989, la biografia di Rommel, l’edizione “Les pleïades” dell’opera di Simone De Beauvoir, “Lo strano suicidio dell’Europa” di Douglas Murray e una retrospettiva sugli “sconfitti della storia”, anche se quest’ultimo libro lo ha molto deluso perché a suo dire: “ficcare Nixon e Giovanna D’Arco nella stessa raccolta è indecente”.

Sovente il conto supera gli ottanta euro. Ecco allora che, insieme alla sua carta fedeltà, tira fuori dal borsello anche il libretto degli assegni, per saldare il tutto con uno svolazzo della penna stilografica.

Monsieur C. spesso torna in libreria il pomeriggio: Le Monde ha recensito un volume interessante e lui lo vuole ordinare. Fa un giro, traballando sulle gambette pelose semicoperte dai calzetti di spugna, sorride con la dentiera che slitta, agita la mano e si ferma a discutere con Louis che, tutto tremolante di Parkinson, è intento a sfogliare l’ultimo thriller macabro di successo. Parlano delle posizioni di certi intellettuali su quello sporco affare che è stata la guerra d’Algeria.

Monsieur C. l’ha combattuta, la guerra d’Algeria, il Vietnam francese.

Monsieur C. è uno di quei rari francesi che non dicono né “Bonjour” né “Aurevoir”. Invece di salutare strepitando, come fa la maggior parte delle persone, agita la mano e sospira: “Eeeeeeeehhhh…” e se ne va.

Incontro con la giornalista e scrittrice Agnès Grossmann

DISCLAIMER: la seguente intervista si è tenuta martedì 14 agosto, prima che scoppiasse lo scandalo su Asia Argento e le accuse di violenza sessuale da parte di un giovane al tempo 17enne. Le affermazioni sulla Argento si riferiscono all’affare Weinstein.

Incontro e intervista con la giornalista e scrittrice Agnès Grossmann, curatrice del programma “Faites entrer l’accusé” del canale France2 e autrice dei libri “Annie Girardot, le tourbillon de la vie”, “L’enfance des criminels”, “Les salopes de l’histoire” e “Les blondes de l’histoire”.

Madame Grossmann ha uno sguardo penetrante, franco e luminoso. Si definisce “une grande gueule“, una persona che non tace, che non ha paura di dire la sua. Affrontiamo diversi argomenti, durante la nostra chiacchierata, senza peli sulla lingua: la sessualità, il femminile, il maschile, la società, Trump, Salvini, la pubblicità, Eddi De Pretto, Game of Thrones, gli insulti, il corpo, la bellezza, l’educazione dei bambini, #metoo, Asia Argento, il sesso ed il potere, la famiglia, la libertà, il corpo femminile.

D: Il titolo del suo penultimo libro è interessante: le puttane della storia. Si tratta di una provocazione contro chi, per insultare una donna, entra subito nel linguaggio della sfera sessuale, cosa che non avviene quando si insulta un uomo, o è in qualche modo una rivendicazione?
R: In realtà è una deliberata presa in giro di chi usa la parola ‘salope‘ (in italiano ‘puttana’) come un insulto. Qui in Francia definiamo puttana una donna la cui sessualità è libera e senza inibizioni non con malevolenza o fare denigratorio. Le donne che definiscono salopes le altre donne in genere lo dicono quasi con invidia, gli uomini con ammirazione. Cleopatra, Messalina, Mata Hari… erano tutte delle salopes.

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Il titolo è un manifesto, come a dire: “I’m a slut, so what?” Nel libro parlo di donne quali Giuseppina Bonaparte, Caterina la Grande… ho cercato di mettere in evidenza come il sesso abbia significato potere per le donne, nel passato, quando esse esistevano solo in funzione degli uomini. Il sesso era un modo per esistere, per esserci, per accedere al potere e poter essere riconosciute dagli uomini come interlocutori alla pari.
D: Cosa pensa del movimento #metoo?
R: Sono assolutamente a favore e trovo che Asia Argento sia stata di un coraggio fuori dall’ordinario per ammettere e farsi carico di certe cose. Il fatto che questa onda sia nata da Hollywood, l’olimpo delle apparenze, è emblematico di un risveglio delle coscienze generale. Molte femministe della prima ora, che avevano perduto ardore o entusiasmo, si sono scrollate di dosso la polvere e ci stiamo tutti rimboccando le maniche perché le cose cambino. A mio giudizio dovremmo ripartire dalla sessualità, dal sesso, dall’educazione al sesso, perché sì, c’è stata la liberazione sessuale e oggi possiamo fare coming out senza andare in prigione o dormire con degli uomini fuori dal matrimonio senza problemi, ma siamo davvero liberi? Io non penso: c’è una pressione mediatica sui corpi umani, una sovraesposizione del corpo femminile che è tossica e diseduca gli uomini, specialmente i più giovani, e atterrisce e angoscia le donne. Penso anche ad un certo tipo di pornografia alla moda al giorno d’oggi: pare che i più giovani fruitori del porno credano che le donne siano senza peli corporei, come se fossimo tutte glabre e senza imperfezioni.
D: O che il sangue mestruale sia in realtà blu, come quello dei Puffi…
R: Esatto… a questo non avevo mai pensato… beh, io vorrei che il corpo femminile fosse meno esposto, che non fosse più, ancora, visto e considerato come un bottino di guerra. Ma d’altra parte desidero anche la liberazione degli uomini da questi canoni assurdi imposti da una società maschilista che non perdona la debolezza, non perdona l’impotenza… siamo stati educati che l’uomo vero ce l’ha sempre duro… ma non è vero! Ci sono tanti uomini veri che piangono, sono deboli, hanno paura e a cui non viene duro, ma c’est pas grave! Non sono “meno uomini” a causa di queste cose.
D: Come canta Eddy de Pretto, siamo tutti vittime della virilité abusive, la virilità abusiva che vuole gli uomini sempre macho e le donne sempre disponibili.
R: Giusto! Io sono cresciuta in una famiglia molto maschilista e in cui le apparenze e la bellezza esteriore contavano molto. Mio padre era il classico macho, forse per proteggersi e non mostrare le sue debolezze, ma anche mia madre era maschilista, perché d’altronde le donne stesse sono state, nei secoli, complici del maschilismo, di questa società patriarcale da cui siamo nati noi.
D: Come interpreta/concilia/giustifica questa presa di coscienza generale con le scelte politiche che ultimamente sono state fatte in diversi paesi occidentali? Gli U.S.A. hanno eletto il repubblicano e maschilista Trump, in Italia è stata eletta la Lega di Salvini, che non brilla per femminismo, in Ungheria l’estrema destra è al potere e in generale un po’ ovunque c’è una recrudescenza destroide poco incline a prestare attenzione a queste istanze.
R: Sarei propensa a dire che, paradossalmente, tutto questo non fa altro che destare reazioni e stimolare le persone a pensare di più e ad agire. Guardi gli Stati Uniti: Trump stimola delle reazioni contrarie, genera rabbia, rappresaglia, voglia di agire e di cambiare le cose.

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Mi sarei preoccupata di più se nessuno avesse alzato un dito e se tutti avessero assecondato senza proferire verbo le scelte e le affermazioni di Trump.
D: Lei è madre un figlio maschio. Come affronta il tema della sessualità e del consenso, come sta gestendo l’educazione di suo figlio?
R: Cerco di dire le cose come stanno: che no è no e che se tu ti fermi quando ti viene detto no, poco importa quello che stai facendo, non avrai mai problemi nella vita. Gli ho spiegato come funziona la riproduzione: ha dieci anni, ma non ho mai usato diminutivi ridicoli per le parti del corpo. Lui sa tutto, sa di avere un pene, dei testicoli, che le donne sono fatte in modo diverso, che i bambini nascono così e così… di sicuro sta crescendo in un ambiente non maschilista, perché lo sto tirando su da sola.
D: Ha guardato la serie Game of Thrones?
R: Solo la prima stagione e mi sono detta ‘Tiens, è proprio una serie per uomini. Qua ci sono delle attrici stupende sempre nude.’
D: In effetti sono state sollevate molte questioni riguardo la sovraesposizione del corpo femminile in G.o.T. Magari è per questo che con il tempo le cose si sono ribaltate e di donne nude se ne sono viste sempre di meno e, anzi, c’è stato addirittura il primo piano di un pene verrucoso. Senza dimenticare il ribaltamento degli equilibri politici all’interno della storia, che ha visto una netta rivincita delle donne e una loro presa di potere.
R: Mi incuriosisce, voglio finire di guardarla.
D: La ammiro davvero, perché non ha paura di dire la sua ed è una donna libera e molto coraggiosa.
R: Io non mi sento libera, sono ancora prigioniera di tanti nodi che non ho sciolto, nella vita. Credo che una persona sia davvero libera solo quando sa usare sapientemente tutti gli strumenti che ha a disposizione e io sento di non essere arrivata a questo punto, non ancora.

Ho da poco terminato la lettura di “Les salopes de l’histoire”. È un’interessante raccolta delle vite private, amorose e sessuali di donne come Cleopatra, Madame du Barry, Caterina la Grande e Mata Hari: sono analizzate, quasi scandagliate, con piglio giornalistico e stile diretto, godibile. Il volume è edito dalla casa Acropole. Nella stessa serie è appena uscito “Les blondes de l’histoire”.

A breve la stessa intervista in inglese e in francese.

Notizia! Risolto il mistero dello sciatore deceduto negli anni ’50

Henri Joseph Leonce Le Masne, di Alençon, classe 1919.

H.M. e non M.M.

Il tempo aveva rovinato le iniziali cucite sugli abiti di questo signore deceduto in montagna il 26 Marzo del 1954, il giorno del suo 35esimo compleanno.

Grazie ai comunicati diffusi dalla polizia italiana tramite radio e social network, il fratello e la nipote dello scomparso si sono messi in contatto con le autorità, le quali hanno provveduto all’analisi del DNA. L’esito ha confermato l’identità dello sciatore misterioso.

Era un appassionato di montagna e apparteneva ad un ceto agiato, essendo funzionario del Minister delle Finanze francese. Il fratello lo aveva cercato tanto, ma il fatto che il corpo non fosse mai stato trovato aveva condotto la polizia ad archiviare il caso come irrisolto e la famiglia a darsi delle spiegazioni altre, a credere che si fosse trattato di una fuga volontaria per quanto assurda.

Il fratello Roger e la nipote Emma ora potranno seppellirlo nella cappella di famiglia.

Les enfants de l’île du Levant: una storia da non dimenticare

Tempo fa mi sono imbattuta in un libro chiamato “Les enfants de l’île du Levant” scritto da Claude Gritti, un pescatore natìo di Le Lavandou, poco distante da Hyères.

Al largo di queste coste si stagliano all’orizzonte quattro isole chiamate Les îles d’Or. Si tratta di Porquerolles, ormai meta turistica rinomata, Bagaud, alla quale è proibito accedere per la presenza di un numero esorbitante di ratti, Port Cros, più selvaggia e affascinante, e l’île du Levant, al giorno d’oggi divisa tra naturisti e militari, cioè quanto di più agli antipodi possa esserci.

Un giorno, a metà degli anni ’80, Claude Gritti, pescando attorno a quest’ultima isola, si vide obbligato a rientrare in porto a causa di una “mistralade” violenta. Chi bazzica queste coste conosce la potenza del maestrale che soffia dalla valle del Rodano e prende il cammino attraverso La Ciotat per giungere fino ai dintori di Saint Tropez. È un vento nervoso, che agli uomini causa gli stessi sbalzi d’umore che le donne hanno prima delle mestruazioni. Parole di marinaio che io riporto fedelmente.

Questo colpo di maestrale portò il vecchio pescatore Marius, che accompagnava Gritti, a dedicare un pensiero di compassione agli enfants de l’île. Gritti, incuriosito e ignaro di tutto, lo interrogò a proposito di questi bambini e fu così che venne a conoscenza della storia del bagno penale per minori istituito da Napoleone III sull’isola, rimasto aperto ed attivo per ben 19 anni. Gritti impirgò dei lustri a fare ricerche negli archivi, ad indagare, a ricostruire accuratamente la vicenda dei giovani carcerati. Poi, per caso o per destino, un giorno ebbe inaspettatamente accesso alla parte militarizzata dell’île e poté così visitare il sito militare che fu eretto sulle vestigia del bagno penale. Si recò dunque al cimitero in cui 99 giovani internati, all’incirca il 10% della popolazione della colonia agricola, furono seppelliti durante i vent’anni di attività di questo luogo orribile. La colonia penale vide rinchiusi tra le sue mura non solo piccoli delinquenti, ma anche semplici orfani, giovani vittime di pedofili scappati dai loro aguzzini, bambini ridottisi a rubare per fuggire alla fame, figli di prostitute o fanciullini considerati di troppo da genitori che avevano già molte bocche da sfamare a casa.
Napoleone III, che fondò anche gli altri famigerati bagni penali di cui ho già parlato nei post sull’affaire Seznec, diede l’autorizzazione alla fondazione di questa “colonia agricola” per svuotare le città dei piccoli gavroches che ne abitavano i bassifondi. Sulla carta erano dei luoghi in cui i giovani potevano apprendere i mestieri di contadino, carpentiere, meccanico, muratore, ma in pratica erano dei campi di lavoro forzato, in cui le condizioni igieniche, la malnutrizione e la mancanza di amore generarono morte, dolore, solitudine e malattia.

Claude Gritti ha scritto questo libro per ridare una voce agli enfants dimenticati, perché la loro storia non vada perduta nel tempo. Tessendo i fatti reali con le vicende personali dei piccoli, da lui inventate e liberamente immaginate, ha creato un racconto commovente, che mi ha toccata nel profondo del cuore. L’autore ha anche fatto erigere una stele a memoria dei giovani che sono deceduti sull’isola e che vi sono ancora seppelliti. Di seguito potete trovare la lista di coloro che riposano sull’île du Levant.