Mademoiselle Maupin, la miglior spadaccina del ouest

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Segnatevi questo nome: Julie d’Aubigny. Poco conosciuto, forse, magari perché è passata alla storia come Mademoiselle Maupin. Se non vi dice niente nemmeno sotto questo pseudonimo, De amore gallico corre subito ai ripari parlandovi di questo personaggio davvero fuori dell’ordinario.

Lo scrittore Théophile Gautier, il papà di Gargantua e di Pantagruel, si ispirò alla sua vicenda per scrivere il romanzo “Madeleine de Maupin”. Non l’ho letto ma l’ho inserito nella lista dei libri da affrontare presto o tardi. Per quello che riguarda l’attendibilità delle notizie qui di seguito riportate, ho controllato il volume “La Maupin (1670-1707), sa vie, ses duels, ses aventures” di G. Letainturier-Fradin, il blog Savoirs d’Histoire ed il sito The adventures of Maupin. Tutte le fonti fanno fatica a separare la leggenda dalla storia, ma immagino che ai lettori di De amore gallico questo non dispiacerà.

Nacque nel 1670 in una famiglia vicina alla corte di Versailles: suo padre era segretario del palafreniere reale, il Conte d’Armagnac. Prima che l’educazione à la graçonne diventasse di moda grazie a Lady Oscar (sto scherzando, ovviamente), Julie d’Aubigny fu istruita dal padre in molte discipline quali la danza, la musica, il disegno, le lettere e non in ultimo la scherma. Il genitore fece appello ai migliori spadaccini di Francia perché la fanciulla potesse apprendere a difendersi e a maneggiare sapientemente le armi.

Era bella, di corporatura atletica, con gli occhi azzurri e i capelli castano chiaro. Crescendo sviluppò un carattere forte e indomito che intrigò il Conte di Armagnac il quale ne fece la sua amante. Era molto giovane, quando questo accadde, talmente giovane che aveva a malapena quindici anni quando lo stesso Conte la diede in sposa, per comodità, ad un tale sieur de Maupin, un funzionario mite e ubbidiente che fu prontamente trasferito in provincia ad espletare le sue funzioni amministrative. Ciò senza portar con sé la moglie, la quale lo aveva abilmente convinto a lasciarla in città a menar la vita che pareva a lei.

Libera da vincoli e doveri, Mademoiselle Maupin, come iniziò a farsi chiamare, sembra si innamorò di uno spadaccino fuorilegge di nome Sérannes che riuscì a batterla in un duello. I due, in preda al colpo di fulmine, scapparono nel sud della Francia perché lui era un ricercato e Parigi non era più un luogo sicuro. Lei ne approfittò per vestirsi da uomo.

Sebbene non vi siano documenti che provino la presenza di Mademoiselle Maupin a Marsiglia, sembra che, a causa dell’indigenza in cui i due fuggiaschi si trovarono, Julie pensò bene di guadagnare un po’ di spiccioli cantando e dando spettacolo per le vie di Marsiglia. Il successo fu tale che fu chiamata ad esibirsi all’Opéra.
Sempre secondo la leggenda, durante il periodo trascorso nel midi, Mademoiselle Maupin, vestendo i suoi famigerati abiti maschili, ebbe una liason con una nobile fanciulla del posto. La famiglia della dulcinea, scandalizzata da questo amore omosessuale, fece rinchiudere in un convento la giovanetta. Ma la passione che legava le due ragazze era tale che Julie si finse novizia per penetrare nel convento e continuare la relazione amorosa con l’oggetto dei suoi sospiri. Il piano per fuggire dal monastero fu poi assai rocambolesco: disseppellirono una suora che era appena stata tumulata, misero il cadavere nel letto di Maupin, appiccarono il fuoco alla cella e, approfittando del tumulto generato dall’incendio, se la diedero a gambe.

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La storia d’amore finì così, con la giovane che tornò in seno alla famiglia e Julie che si diede alla macchia, alla volta di Parigi. Lungo il tragitto incappò in un nobile, tale Louis-Joseph d’Albert de Luynes che, prendendola per un ragazzo, gli disse qualcosa che alla Maupin non andò giù. Fu la volta di un nuovo duello galeotto. Scoperta la vera identità della Maupin, de Luynes se ne innamorò e i due divennero amanti. L’idillio ebbe vita breve, ma lasciò campo ad una duratura amicizia epistolare testimoniata dalle numerose lettere ritrovate nei carteggi del nobile cavaliere.

L’incontro che cambiò il destino di Julie fu quello con il cantante d’opera Gabriel-Vincent Thévenard. Lui ne divenne il pigmalione, istruendola e migliorando le sue doti canore. La introdusse poi all’Opéra, al tempo conosciuta come Accademia Reale di Musica. La sua voce da contralto le valse il debutto nel ruolo di Pallade Atena nell’opera Cadmus et Hermione del Lully. Il successo fu enorme e la sua carriera operistica condita dalla sua stravaganza le valsero una grande popolarità.

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Durante la sua permanenza all’Opéra i litigi coi colleghi furono innumerevoli: gelosie e passioni fungevano da micce per esplosioni plateali che culminavano con duelli arditi. Si innamorò della bellissima soprano Fanchon Moreau, amante del Gran Delfino di Francia. La cantante rifiutò le avances di Julie, la quale si disperò a tal punto che tentò il suicidio.

Ma la terrible Maupin si rimise presto in carreggiata e tornò a far parlare di sé nel 1692, quando ad un ballo di corte ove era intervenuta vestita da uomo, sfidò e vinse in duello ben tre gentiluomini. I duelli erano fuorilegge e affrontarne ben tre sotto il naso del re significava una cosa sola: darsi nuovamente alla fuga.

Julie riparò a Bruxelles e lì rimase, invischiata in una relazione col principe elettore di Baviera Massimiliano Emanuele, fino all’anno seguente, quando rientrò a Parigi trionfalmente, riprendendo il suo posto al teatro dell’Opéra. Passarono degli anni in cui la Mupin fece sempre parlare di lei, salvo poi innamorarsi perdutamente della magnifica Marchesa di Florensac. La loro storia d’amore durò a malapena due anni e fu spezzata dall’improvvisa morte della Florensac. Annichilita dal dolore e annientata dalla perdita, la Maupin si ritirò dalle scene e dalla vita pubblica e morì due anni dopo, nel 1707, all’età di trentaquattro anni. Sembra che alla fine si sia riunita al marito, quel povero funzionario inviato chissà dove nella provincia francese dal Conte d’Armagnac.

Che vita, questa d’Aubigny!

Comunicazione di servizio:

i lettori di De amore gallico, pochi ma buoni e soprattutto fedelissimi, avranno notato che di recente scrivo con minor frequenza, limitandomi a tre – quattro articoli al mese. Questo perché da settembre ho affiancato al lavoro anche la ripresa degli studi. Non me ne vogliate, ma continuate a seguire De amore gallico, perché sono sempre alla ricerca di storie, personaggi, tradizioni, fatti e curiosità galliche da raccontarvi, solo con una cadenza più rilassata e meno impegnativa per me.

A presto con un nuovo articolo e tante belle storie da proporvi.

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Il caso Seznec: 95 anni dopo è ancora mistero (parte ultima)

Dopo aver introdotto i protagonisti della vicenda ed aver dato un’idea delle loro rispettive posizioni sociali, attingendo sempre alle fonti già segnalate, eccoci all’ultimo capitolo, quello in cui si narrerà dei fatti veri e propri che portarono poi all’istruzione dell’inchiesta, alle indagini, all’accusa, al processo e alla condanna.

Seznec e Quéméneur erano dunque entrati in affari: la rivendita delle auto usate dall’esercito americano durante la Grande Guerra e abbandonate dopo l’armistizio era un mercato interessante che avrebbe potuto fruttare assai ad entrambi i soci. La prima di una lunga serie di vendite avrebbe dovuto aver luogo a Parigi. Fu così che il 24 maggio 1923 Seznec lasciò il proprio domicilio a Morlaix a bordo di una Cadillac da rivendere. Sarebbe dovuto passare a Rennes, dove, in un hotel, alloggiava Quéméneur, ed insieme avrebbero fatto il tragitto fino alla capitale, fino al loro compratore. La Cadillac, tuttavia, versava in condizioni pietose: consumava molta benzina, aveva problemi agli pneumatici e ai fari. Soste continue fecero arrivare Seznec in gran ritardo a Rennes. Sembra che, durante il tragitto Rennes-Parigi, esasperato dalla lentezza del viaggio, Quéméneur abbia chiesto a Seznec di fermarsi ad una vicina stazione ferroviaria per prendere un treno ed essere in città quanto prima per poter incontrare l’acquirente del veicolo, un certo Cherdy, che voleva comperarne ben cento.

Seznec riprese la via di Parigi ma, ad appena cinquanta chilometri dalla città, la Cadillac cadde di nuovo in panne. L’epopea durò diversi giorni. L’uomo decise di farla riparare alla bell’e meglio e di tornarsene a casa, preferendo lasciar perdere l’affare della compravendita, estenuato da tutti i problemi che la vettura aveva. Tornò a Morlaix la notte del 28 maggio.

Quéméneur non fu mai più visto.

Il 10 giugno il cognato di Quéméneur, il notaio Pouliquen, il fratello dello scomparso e Seznec stesso, andarono a deporre una denuncia di sparizione presso la polizia. Tre giorni dopo la famiglia ricevette però un telegramma firmato Quéméneur proveniente dal porto di Le Havre in cui si diceva che stava bene.

« Ne rentrerai Landerneau que dans quelques jours tout va pour le mieux – Quéméneur »

Successivamente l’accusa dimostrò con una perizia calligrafica che questo telegramma era stato in realtà stilato da Seznec. Sembra inoltre che, sempre a Le Havre, Seznec avesse acquistato una macchina da scrivere di modello Royal-10, con la quale aveva poi stilato dei documenti falsi in cui si diceva che Quéméneur aveva venduto un immobile a Seznec per una cifra irrisoria. Tali documenti furono rinvenuti nella valigia di Quéméneur, trovata in stato malconcio e con la serratura divelta alla stazione ferroviaria di Le Havre.

C’erano tutti gli elementi per istruire un’inchiesta per sparizione sospetta.

Da qui si potrebbe continuare a raccontare la storia in due modi: quello più affine al punto di vista degli inquirenti e dell’accusa, che, guidati dal cognato notaio Pouliquen e dal famigerato ispettore Bonny, noto collaborazionista della Gestapo durante la seconda guerra mondiale, riuscirono a far condannare Seznec, oppure quello sostenuto strenuamente dalla famiglia di Seznec e che continua tutt’oggi ad essere il motore immobile della riapertura del caso, delle nuove ricerche e della voglia di riabilitare il nome di quest’uomo nonostante siano passati 95 anni.

Premesso che io sono dell’idea che senza dubbio sono meglio cinque colpevoli a spasso per il mondo che un solo innocente dietro le sbarre, proseguirò questo racconto nel modo più neutrale possibile, sebbene non sia facile.

Seznec fu arrestato il 1 luglio 1923 e condotto al carcere di Quimper. Wikipedia riporta che:

Nella stessa città, sede della Corte d’Assise di Bretagna, si apre il processo nell’ottobre del 1924, processo che si svolge in un’atmosfera allucinante, carica di tensione e violenza. Il processo di primo grado, nella Francia di allora, prevedeva una sentenza inappellabile; e l’atteggiamento del presidente della corte, Dollin du Fresnel, è assai ostile all’imputato.

I testimoni a favore della difesa furono denigrati, parlarono inascoltati, e d’altro canto l’evidente fabbricazione di prove da parte di Seznec era più che sufficiente ad indicarlo come colpevole.
Si noti che il corpo di Quéméneur NON FU MAI TROVATO. Resti umani e una cartuccia furono rinvenuti anni dopo nella tenuta appartenente a Quéméneur e oggetto della falsa compravendita a Seznec, ma negli archivi giudiziari di queste prove non vi è traccia e la testimonianza di un pescatore che aveva udito uno sparo provenire proprio da quel podere non fu presa sul serio. Si noti che il cognato notaio era uno degli acerrimi  “cavalieri dell’accusa” e che ad ogni modo egli stesso aveva un movente più che consistente per commettere l’omicidio: mi riferisco naturalmente all’esorbitante prestito che Quéméneur gli aveva concesso per poter aprire lo studio notarile e che il giurista stentava a rimborsare.

Le accuse contro Seznec furono di omicidio di primo grado e di falso e gli valsero una condanna al bagno penale dove avrebbe espletato i lavori forzati. Chi tra i lettori di De amore gallico ha già visto il film “Papillon”, con Steve McQueen, non ha bisogno che io descriva le atrocità che venivano commesse sui detenuti nella Guyana francese. Per coloro che non hanno guardato questo film, oltre che consigliarlo caldamente, segnalo dei link illuminanti a proposito dell’ l’isola del diavolo orribile luogo di purga.

Già il viaggio fu un orrore indicibile. L’approdo condusse Seznec all’inferno in terra, dove trascorse ben più di due decenni con il numero di matricola 49302. Mente si trovava in quel lembo di terra dimenticato da Dio, Seznec perse la madre e la moglie, le quali pertanto, una volta emessa la condanna dopo il processo, non lo videro mai più. Seznec fu costretto a vivere per sei mesi nel silenzio e nel buio, in permanenza dentro una cella di 12 mq, dalla quale poteva uscire solo una volta al mese.
Fu poi assegnato ad un’altra mansione, perché il suo stato di salute precipitò orrendamente a causa delle condizioni da tregenda del bagno penale.

Intanto in Métropole la figlia minore, Jeanne, continuava la campagna per la scarcerazione del padre, già iniziata dalla madre e dalla moglie di Seznec. Va detto che Seznec non chiese mai la grazia presidenziale, e questo, insieme al suo professarsi innocente, potrebbe essere un indizio a favore dell’ultima tesi emersa dalle indagini e di cui parlerò in chiusura, essendo tra tutte le ipotesi vagliate quella più convincente, a mio giudizio.
La grazia per mano di De Gaulle fu raggiunta nel 1947. Il merito va all’azione del gruppo capitanato da Jeanne e, tra gli altri, da dal giornalista Emile Petitcolas, dal giudice Victor Hervé, da Françoise Bosser della Lega dei Diritti dell’Uomo e al ripensamento clamoroso di alcuni giurati che si pentirono pubblicamente di aver mandato Seznec al bagno penale. L’uomo aveva passato vent’anni in Guyana.

A bordo del Colombie Seznec fece ritorno a casa. Durante la traversata gli fu scattata questa foto: sezneccolombie

Aveva 69 anni.

In Francia concesse delle interviste e partecipò ad alcune conferenze sugli errori giudiziari e non smise mai di professarsi innocente. Purtroppo Seznec trovò la morte pochi anni dopo essere tornato un uomo libero: nel novembre del 1954, all’età di 76 anni, fu investito da un’automobile a Parigi e morì qualche mese dopo per le ferite riportate nell’incidente. Chi era alla guida del veicolo? Seznec finì sotto le ruote per accidente o fu spinto? Era un personaggio pubblico, e probabilmente scomodo. Chi aveva un valido motivo per liberarsene? Nessuna di queste domande ha avuto risposta, ma l’epilogo della vicenda, e forse la spiegazione più razionale, va ricercato nelle parole di uno dei figli di Seznec. Come riporta la nota testata francese Le Point:

À l’origine de ce qui pourrait devenir un spectaculaire rebondissement, le témoignage inédit d’un des enfants de Guillaume et Marie-Jeanne Seznec. Celui qui fut surnommé « Petit-Guillaume » avait onze ans au moment des faits. En 1978, il se confie à l’un de ses neveux qui l’enregistre. En ce jour de mai 1923, le garçon entendit sa mère crier. Il la vit repousser les avances d’un homme, puis se souvient d’un homme à terre. « Je crois qu’elle a dû se défendre et le frapper à la tête », confie-t-il. Était-ce Pierre Quémeneur dont Marie-Jeanne se défendait ?

All’origine di quello che potrebbe diventare uno spettacolare risvolto, la testimonianza inedita di uno dei figli di Guillaume e Marie-Jeanne Seznec. Colui che fu soprannominato “Petit-Guillaume” undici anni al momento dei fatti. Nel 1978 si confidò con uno dei suoi nipoti che lo registrò. In quel giorno di maggio 1923, il ragazzino sentì sua madre urlare. La vide respindere le avances di un uomo, e poi si ricorda dell’uomo disteso a terra. “Io credo che lei debba essersi difesa e che lo abbia colpito alla testa.” Era Pierre Quéméneur l’uomo da cui marie-Jeanne si stava difendendo?

Questa testimonianza, unita alla professione di innocenza di Seznec, insieme al suo rifiuto di chiedere la grazia, gettano nuova luce e fanno vedere il tutto da un’altra prospettiva.

Tanti anni sono passati, i protagonisti della vicenda sono da tempo sottoterra, ma la ricerca di una verità inoppugnabile continua. Perché il tema degli errori giudiziari è troppo importante e perché non c’è giustizia se un innocente finisce dietro le sbarre.

Date un’occhiata a quanti sono i casi clamorosi di errori giudiziari nel mondo. Bob Dylan compose Hurricane, Daniel Day-Lewis ed Emma Thompson recitarono in “Nel nome del padre”, Amnesty International continua con le sue campagne in favore della scarcerazione di tanti che non hanno commesso nulla e tuttavia si trovano confinati in prigioni a scontare pene ingiuste.

La giustizia è fallace, purtroppo, perché è fatta dagli uomini e gli uomini sono fallaci. Ma c’è sempre la possibilità di sbagliare di meno, di dubitare di più, di risparmiare qualcuno. E se magari l’errore ci fa cadere dall’altra parte del filo del rasoio, ebbene, lo ripeto: meglio cinque colpevoli liberi che un solo innocente condannato.

Sostenete Amnesty con una donazione cliccando qui.

Grazie.

L’Hermione a Tolone, la plus belle de la rade

Sulla fregata Hermione scrissi a suo tempo un articolo in cui spiegavo di quale straordinario progetto di archeologia e filologia navale si trattasse. Il link per rileggerlo lo trovate qui. E già che ci siamo metto anche il link per un altro articolo al sapore di mare, in cui si parla delle superstizioni dei navigatori francesi. Casomai ve li foste persi per strada.

Ieri pomeriggio sono stata a Tolone a vedere dal vivo la splendida Hermione. Armata del mio tricorno da capitano settecentesco e abbigliata in blubiancorosso, ho potuto avvicinarmi a questo capolavoro di ingegneria e di filologia. Una bellezza mozzafiato, che mi ha catapultata dritta tra le pagine di Capitani Coraggiosi, Gordon Pym, L’isola del tesoro, Il corsaro nero, Peter Pan e La tigre di Mompracen. Purtroppo i biglietti per salire a bordo erano tutti esauriti, corpo di mille balene, ma al prossimo scalo non mancherò di prenotarmi per tempo, e mi ci fionderò sopra vestita da ufficiale della marina borbonica.

Intanto accludo qualche foto scattata dal molo.

hermione dal vivohermione dal vivo 4hermione dal vivo 3hermione dal vivo 2

Lo so, sono solo quattro, ma nelle altre ci sono sempre io con il volto estasiato e non mi sembrava il caso di pubblicarle.

A presto, lupi di mare!

Il caso Seznec: 95 anni dopo è ancora mistero (parte 2)

Il secondo protagonista della vicenda Seznec si chiamava Pierre Quéméneur. Le fonti da cui attingo le notizie sono le medesime che trovate riportate nella parte 1.

Quéméneur nacque nel 1877, a Finisterre, da una famiglia di contadini. Nel 1903 la tenuta di famiglia fu venduta per acquistare uno stabile a Saint-Saveur, in cui i  fratelli Quéméneur aprirono una rivendita di bibite. Il commercio sembrò subito essere la strada del giovane Pierre: vino, alcolici, carbone, legno… il suo scopo era solo uno, quello di migliorare la propria posizione sociale ed uscire dal ceto da cui proveniva. I suoi sforzi furono già ricompensati nel 1914, quando fu eletto consigliere municipale. Ma la strada per diventare ricco era ancora in salita. Fu così che decise di concentrarsi esclusivamente sul commercio di legname, scelta che si rivelò saggia allo scoppio della prima guerra mondiale, quando di legno ve ne era un enorme bisogno per la costruzione e la consolidazione delle trincee.

Può sembrare crudelmente paradossale, ma la Grande Guerra fu il colpo di fortuna della vita di Quéméneur. Alla firma dell’armistizio di Compiègne, l’11 novembre 1918, egli era un uomo oramai ricco e con una situazione finanziaria stabile: il suo commercio aveva dimensioni internazionali e si era potuto permettere l’acquisto di una lussuosa dimora che sembrava quasi un castello: Ker-Abri, su Lanerneau.

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La sola foto esistente di Quéméneur

Con questa posizione sociale, tanto a lungo agognata, giunsero anche nuovi incarichi pubblici: ne 1919 fu eletto consigliere generale del Finisterre.

Quéméneur divenne un uomo conosciuto nella zona: accedeva a club importanti e mangiava in ristoranti di lusso, andava ad eventi mondani e circoli frequentati da medici, avvocati e membri della buona società.  L’homo novus aveva realizzato il suo sogno, era finalmente “arrivato”. Intorno al 1920 prestò del denaro a suo cognato Jean Pouliquen per l’apertura di uno studio notarile, esattamente 160000 franchi. Ma, con un patrimonio stimato a due milioni di franchi, tale prestito non era che una sciocchezza!

Nemmeno il fisco, che gli chiedeva dei soldi per “benefici di guerra”, lo spaventava: tutto si sarebbe sistemato, ci si sarebbe messi d’accordo, specialmente dopo le elezioni del ’24, verso le quali Quéméneur nutriva un sentimento di fiducia, forte dell’approvazione popolare e della convinzione che, presto o tardi, un seggio da deputato sarebbe stato istoriato con una targhetta a suo nome.

Era questa la vita di Pierre Quéméneur quando, nel 1922, conobbe Pierre Seznec, col quale entrò presto in affari, subodorando una bella opportunità nel commercio delle automobili Cadillac lasciate in Europa dall’esercito americano alla fine della prima guerra mondiale.

Continua con il nodo principale della vicenda nel prossimo articolo.

 

Il caso Seznec: 95 anni dopo è ancora mistero (parte 1)

Di recente il caso Seznec è balzato nuovamente agli onori della cronaca perché, dopo ben 95 anni, sembra essere ancora aperto. Anche se ci fu una condanna, scontata, e ben quattordici tentativi di revisione tutti con risultato nullo, gli eredi Seznec non si danno pace e continuano le ricerche del corpo di Pierre Quémeneur. Di recente, delle ossa sono state ritrovate nella casa dei Seznec, anche se gli esami non hanno dato risultati utili per la risoluzione dell’affare.

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I casi giudiziari sono materia molto affascinante. L’affaire Dreyfus, per esempio, è il caso francese più conosciuto nel mondo e quasi ogni studente lo conosce per via del coinvolgimento degli intellettuali del tempo a difesa dell’ufficiale ebreo ingiustamente accusato. Ora, il caso Seznec non ha gli ingredienti di antisemitismo e di spionaggio, non ci furono grandi menti che si esposero per l’ipotesi di colpevolezza o di innocenza. Ma è estremamente interessante e varrà la pena parlarne in modo dettagliato.

Le fonti da cui ho attinto le notizie e che se volete potete consultare voi stessi sono: il libro “Pour en finir avec l’affaire Seznec” di Denis Langlois, il sito France Justice, il sito della rivista Le Point, Wikipedia per la cronologia, anche se Wikipedia stessa è un riassunto esaustivo della vicenda, Le Monde e alcuni documentari che ho trovato online.

Cominciamo con il quando: maggio 1923. Dove? Tra Rennes, Morlaix e Houdan (Bretagna e Ile-de-France). Chi? Guillaume Seznec e Pierre Quémeneur sono i due protagonisti della vicenda.

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In questa prima parte parlerò di Guillaume Seznec e della sua storia personale, che tanto peso ebbe in sede di processo.
Nacque il 1 maggio 1878 a Finisterre da una famiglia contadina.

France Justice riporta dettagli interessanti sulla sua infanzia:

 La malédiction qui le guettait dès son plus jeune âge n’allait pas tarder à entrer en scène. Le secrétaire de mairie qui enregistra la naissance de l’enfant l’affubla d’un mauvais prénom (Joseph – qui ne devait être que son deuxième prénom). On continua cependant à l’appeler Guillaume. Six ans plus tard, nouvelle erreur du préposé ! L’enfant fut déclaré officiellement mort le 28 décembre 1884, à la place de son jeune frère Hervé, décédé à vingt-trois mois des suites d’une grave maladie.

Curieux et inquiétant présage : pour les Bretons, porter dès sa naissance un autre prénom que le sien et décéder à la place de son frère ne peut que porter malheur. Pour une fois, ces superstitions allaient amplement se justifier.

La maledizione che lo seguiva sin dalla più giovane età non tardò ad entrare in scena. Il segretario del municipio che registrò il suo atto di nascita gli affibbiò il nome sbagliato (Joseph, che doveva essere solo il suo secondo nome). Nonostante ciò la famiglia lo chiamò sempre Guillaume (ed è così che viene ricordato n.d.a.). Sei anni dopo ci fu un nuovo errore dell’addetto municipale: Guillaume fu dichiarato morto erroneamente, al posto si suo fratello Hervé, deceduto a ventitré mesi a causa di una grave malattia.

Curioso ed inquietante presagio: per i bretoni portare alla nascita un nome diverso da quello dato dai genitori e morire al posto del proprio fratello non può che portare sfortuna. Per una volta queste superstizioni sarebbero state ampiamente giustificate.

Il padre lo lasciò orfano molto presto e Guillaume Seznec crebbe con la madre che diresse la fattoria con polso e abilità. Il giovane Seznec non ebbe successo negli studi e si volse presto alla meccanica, che lo appassionava moltissimo. Forse è per questo che, dopo aver sposato Marie-Jeanne Marc nel 1906, aprì un laboratorio di vendita e riparazioni di biciclette a Plomodien. Nel 1908 consacrò un periodo di qualche mese al servizio militare a Chateaulin. Nel novembre di quell’anno ricevette la notizia che la moglie, incinta, aveva appena partorito una bambina, Marie. Appena arrivato al villaggio si accorse che il fienile accanto a casa e al negozio era andato a fuoco. Si precipitò chez lui per salvare la moglie, la figlia e pochi averi dalle fiamme che si stavano espandendo e in quell’occasione si ustionò al volto e alle mani, cosa che gli lasciò delle cicatrici che lo resero facilmente riconoscibile.

L’assicurazione li risarcì per i danni dell’incendio e con i soldi ricevuti la famigliola, che nel 1910 contava quattro membri con la nascita di Guillaume, aprì una nuova attività: una lavanderia a Saint-Pierre-Quilbignon. Altri due bambini vennero al mondo: Jeanne e Albert.
Allo scoppio della prima guerra mondiale Guillaume Seznec fu riformato: le ustioni che aveva riportato a causa dell’incendio lo tennero accanto alla sua famiglia, ma nonostante ciò il conflitto ebbe delle ripercussioni sulla sua vita, perché alla sua lavanderia fu affidato il compito di prendersi cura delle uniformi di tutta la guarnigione della città di Brest. Nonostante ciò, Seznec sentiva di non fare abbastanza per il suo paese e volle partire comunque come volontario, per un anno, alla fabbrica di polvere da sparo sull’isola di Ouessant, al largo della Bretagna. Di questo fatto c’è solo la testimonianza di suo nipote Denis, figlio di Jeanne.

Mentre la lavanderia continuava ad andare a gonfie vele, la famiglia si trasferì a Morlaix dove Seznec decise di fare un ulteriore investimento e di acquistare una segheria. Grazie a questa impresa, lo status sociale dei Seznec si consolidò. La guerra stava volgendo al termine, gli americani erano arrivati in Europa e questo significava maggiore circolazione di denaro: le truppe statunitensi pagavano tre volte quello che dava l’esercito francese, e specialmente saldavano i conti in dollari. La cosa, forse, ispirò Seznec ad intraprendere una nuova via negli affari, la rivendita di automobili Cadillac abbandonate dagli americani al loro ritorno in patria.

Arrivò il 1922 e quell’anno fu decisivo per Seznec: il cognato Charles-Marc gli propose di rilevare la lavanderia e Guillaume accettò. Stilarono un atto di vendita che stabiliva dei pagamenti rateali. Purtroppo, però, quando ancora il passaggio di proprietà non era concluso e il pagamento terminato, la lavanderia andò a fuoco. Essendo Seznec ed il cognato legalmente coproprietari del bene al momento dell’incendio, l’assicurazione risarcì entrambi in parti proporzionali.

Le voci cominciarono a girare: Seznec non era altro che un furbastro che imbrogliava le assicurazioni per intascare i soldi e ripagare i debiti, era un disonesto, un truffatore.

Nel 1922 fece anche la conoscenza di Pierre Quémeneur, l’altro protagonista di questa misteriosa vicenda.

Continua nel prossimo articolo.

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Combourg, la Bretagna incantata (o forse stregata) di Chateaubriand

Partout silence, obscurité et visage de pierre: voilà le chateau de Combourg.

Il visconte François-René de Chateaubriand ne parla in “Memorie d’oltretomba”, opera autobiografica postuma. L’unica copia integrale della prima edizione si trova alla Bibliothéque Nationale de France, a Parigi e reca le correzioni fatte a mano da Chateaubriand in persona.

C’est dans les bois de Combourg que je suis devenu ce que je suis.

Suo padre, armatore originario di Saint-Malo, aveva acquistato la dimora per ridare lustro alla famiglia, la quale ora poteva godere della posizione agiata ottenuta grazie alla sua abilità commerciale. La fortezza fu costruita durante l’XI secolo per volere del vescovo di Dol e nel tempo subì mutamenti e fu ingrandita dalle varie famiglie che si succedettero.

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Chateaubriand, il romantico

Quattro torri svettano sulla collina dominante le Lac Tranquille, uno specchio d’acqua attorno il quale aleggia un’aura di mistero arricchita da leggende locali che vogliono un passaggio verso il mondo delle fate e dei folletti situato proprio sul fondo di una fontana che si trova nei pressi del lago, la fontaine de Margatte. La fontana era stata costruita al tempo dei monaci, quando uno zampillìo d’acqua improvviso aveva rivelato una fonte dalle proprietà curative miracolose.

La Bretagna è una delle sei nazioni celtiche (con l’Irlanda, la Scozia, il galles, la Cornovaglia e l’isola di Man), e come tutte le altre terre che son culla di questa cultura, è impregnata di leggende e miti legati all’aldilà e al mondo delle anime erranti. A leggere Chateaubriand si direbbe che il castello di Combourg è un luogo molto amato dai fantasmi e dagli spiriti vagabondi. Lo spettro di un conte di Combourg se ne andava spesso in giro, arrancando per i corridoi della fortezza sulla sua gamba di legno. Talvolta la gamba di legno, sola soletta, scortata semplicemente da un gatto nero, passeggiava per il castello. Tutto ciò spaventava a morte il piccolo visconte, segnando per sempre il suo immaginario, lasciando tracce indelebili nel suo animo che si sarebbe poi evoluto in quello del letterato romantico francese per eccellenza.

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Quando, nel 1800, il castello fu restaurato, dopo essere stato restituito alla famiglia del visconte che lo aveva perduto a causa della Rivoluzione, fu fatta una scoperta molto interessante ma anche agghiacciante: nella torre dove si trovava la stanza del giovane Chateuabriand, murato vivo e spontaneamente mummificato grazie alle particolari condizioni createsi nelle mura della costruzione, a fauci aperte, vi era un gatto.

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Probabilmente la povera bestia aveva fatto quella fine orrenda perché, durante il medioevo, era credenza comune che una pratica simile tenesse lontano il Diavolo. Un po’ come l’idea che la Peste Nera fosse causata dai poveri felini, quando invece era tutta colpa dell’orribile Rattus rattus, soppiantato poi dal più forte Rattus norvegicus.

Tutto ciò che è macabro, misterioso, legato a leggende e intriso di interrogativi affascina l’animo umano, lo attrae fatalmente per l’ignoto che vi si cela, come un burrone irresistibile. Anche io, come Chateaubriand, ho trascorso diversi momenti della mia infanzia in una dimora molto antica del centro Italia che apparteneva ai miei nonni paterni e la cui storia è costellata di mistero ed episodi violenti. Ricordo che la notte, quando dormivo con la nonna, la quale purtroppo russava come un orco delle favole, tendevo l’orecchio per afferrare il più piccolo rumore, cercando di non farmi distrarre dal russo terribile che risuonava nella stanza. Avevo paura che il fantasma dell’antico e malvagio proprietario mi venisse a prendere e che mi facesse del male.

Crescendo ci si rende conto che si deve aver paura dei vivi, e non dei morti, perché è solo la carne che può ferire altra carne. Ciò mi fa pensare a quello che Silente dice ad Harry:

Non provare pietà per i morti, Harry. Prova pietà per i vivi e soprattutto per coloro che vivono senza amore.

Però non posso impedirmi di pensare che un fantasma non sia altro che l’ombra di qualcuno che è vissuto senza amore.

Fonti:

Tin Tin, Poirot, Simenon, Magritte: elogio del Belgio vallone (perché quello fiammingo non lo conosco affatto)

La francofonia si estende oltre i confini dell’esagono, dilaga, impregna le relazioni diplomatiche tra paesi, il balletto classico, il gergo culinario un po’ snob, il gergo sartoriale doppiamente snob… Il francese lo si parla a Monaco mentre si beve l’aperitivo sullo yacht guardando il gran premio, nelle ex-colonie, perché altrimenti tocca comunicare in arabo, in Quebec, anche se lì hanno quell’accento strano, nei territori d’outre-mer, in Svizzera e nel Belgio vallone.

Quest’ultimo, piccolo paese piatto e grigio, è spesso negletto, snobbato ed associato all’Unione Europea tout court, come se Bruxelles ed il peccato originale del Parlamento Europeo fossero la stessa cosa.
Vero, Bruxelles non è bella come altre capitali del vecchio mondo. Niente a che vedere con la monumentalità romana, l’eleganza parigina, il moderno berlinese, il brio londinese, la solennità viennese… Bruxelles ha ben poco da offrire all’occhio, salvo la Grande Place e qualche imponente edificio gotico o neoclassico, la cui raffinatezza è guastata dai palazzoni anni ’60 e ’70 che scarificano l’epidermide cittadina come pustole di vaiolo. Però la città ha un qualcosa di profondamente simpatico, e, checché se ne possa pensare, anche di molto latino.

Saranno i belgi!

A proposito di belgi, mi domando come facciano ad essere in salute visto che mangiano patate fritte anche tre o quattro volte a settimana. E le frites belges non sono mica quei bastoncini mosci del McDonald’s né le sfoglie di patate fritte in casa come si fa in Italia. Sono arnesi spessi due dita ricoperti da una crosta croccante e dorata, ottenuta con una frittura doppia a base di grasso animale. Il mio fegato sta redigendo il suo testamento solo a sentirne parlare.

frites

Una delizia, è vero, ma una delizia che è anche un attentato ad ogni buonsenso alimentare. Il prosciutto delle Ardenne può confermare.

D’altra parte nemmeno sul fronte bevande se la passano male, i belgi, visto che fanno delle birre molto buone, e anche quelle non mancano mai a tavola.

No, sul serio, come fanno a vivere? Io dopo cinque giorni trascorsi così avrei ucciso per una lattuga o un carciofo. Una verdura, qualcosa di verde, clorofilla e fibre, per favore!

Se penso ai belgi che conosco e poi guardo al mio personaggio belga preferito, Hercule Poirot, mi rendo conto che è palesemente inventato da qualcuno che i belgi li conosceva solo per sentito dire. La cosa non è una novità, visto che sua altezza Agatha Christie in persona lo ammise per bocca del suo alter ego letterario, Ariadne Olivier:

“I only regret one thing — making my detective a Finn. I don’t really know anything about Finns and I’m always getting letters from Finland pointing out something impossible that he’s said or done. They seem to read detective stories a good deal in Finland. I suppose it’s the long winters with no daylight. In Bulgaria and Roumania they don’t seem to read at all. I’d have done better to have made him a Bulgar.”

In effetti Poirot dimostra una cura nei riguardi delle apparenze, dell’eleganza e della cucina raffinata e un disgusto per la birra che hanno ben poco del belga e molto del francese. Fa niente: Agatha Christie era perfetta qualsiasi cosa facesse o dicesse e Poirot è perfetto in ogni sua meravigliosa idiosincrasia e piccola fissazione.

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David Suchet, l’unico vero Hercule Poirot.

Restando sul tema di poliziesco, sarebbe criminale parlare di Belgio ed omettere Georges Simenon, scrittore belga (di padre vallone e madre fiamminga) il cui personaggio più conosciuto, ironia delle ironie, è il francese Maigret, il commissario interpretato magistralmente da Gino Cervi.

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Gino Cervi è Maigret.

Tra i due investigatori si potrebbe fare una competizione di mustacchi. Non so chi vincerebbe, anche se una cosa è certa: la precisione millimetrica dei baffi poirotiani è insuperabile. Di certo l’allure da detective vissuto ed esperto è appannaggio di Maigret, accanito fumatore di pipa come il detective per antonomasia, ovvero Sherlock Holmes.

A proposito di pipa, c’è un belga che sa il fatto suo in merito alle pipe. Si tratta di Magritte, che ha perentoriamente dichiarato al mondo intero che

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La cosa non fa una piega. Quella non è una pipa, ma la rappresentazione di una pipa. C’è una bella differenza:

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Mi pare giusto.

Chissà se Hergé, nel disegnare i baffuti Dupont e Dupond, si è mai detto che quelli in realtà non erano Dupont e Dupond ma una loro rappresentazione?

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Adesso che ci penso, Dupont e Dupond sono le copie a fumetto di Poirot e Maigret!

 

Hergé e Tin Tin sono eroi nazionali, in Belgio. Il giovane reporter e viaggiatore che insieme al suo cagnolino bianco Milù e al capitano Haddock risolve misteri in giro per il mondo è un personaggio che ha popolato l’infanzia di tantissimi bambini, in forma di fumetto o di cartone animato. Personalmente ricordo con piacere e nostalgia i momenti trascorsi a guardare Tin Tin in televisione mentre facevo merenda, il pomeriggio, nella cucina di mia nonna Antonietta, la quale, per inciso, Tin Tin non lo sopporta proprio.

Saranno i capelli sbarazzini!

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