La Bravade di Saint Tropez, tradizione e fede

Quest’oggi è la giornata della Bravade de Saint Tropez, una festa che unisce fede cristiana, tradizione popolare e orgoglio cittadino.

La Bravade in sé per sé è una parata di tropeziani in costume tradizionale, muniti di tamburi, trombette, fucili e moschetti, costituita di diverse parti e fasi che si articolano nell’arco di tempo di tre giornate: il 16, 17 e 18 Maggio di ogni anno.

Il nome fa risuonare subito alle nostre orecchio la parola “bravo”. Andiamo ad analizzarne l’etimologia; il sito Una parola al giorno dice:

Dallo spagnolo: bravo, forse a sua volta dal latino: pravus storto, malvagio, o da barbarus selvaggio, indomito.
Vedendo l’etimologia paradossale di una parola tanto certa e comune qualcosa proprio non torna. Il bravo è l’esatto contrario del selvaggio e del malvagio. Un bravo bambino, una brava persona… hanno qualità di posatezza ed onestà!
Non dobbiamo però scordare il cuore levantino in cui questa mediterranea parola ha ribollito per secoli, acuto nello scovare qualità positive nella canaglia.
Lo storto, fuori regola, è anche eccezionale, e così il selvaggio è indomito, valoroso, e non conosce paura. È vero, restano ancora in piedi i connotati più torbidi delle bravate, delle notti brave, dei bravi di Don Rodrigo, ma sono marginali: la radice di questa parola è esplosa nel mondo in un cristallino odore di apprezzamento, stima, nel vigore dell’abilità volta al bene. Così possiamo pensare al coraggioso inglese, il “brave”, e pensiamo all’universale “bravó” che rimbomba acclamante nei teatri più eleganti di tutto il globo.
Da noi è una parola normale, fondamentale – in virtù della sua storia, forse quasi identitaria, per la nostra cultura. Da piccoli facciamo i bravi a modo nostro e poi diventiamo bravi nel nostro lavoro, tornando a casa ci gustiamo una brava cena – splendido rafforzativo – e portiamo fuori il cane, dicendogli bravo quando ringhia alla vicina bisbetica. Il bravo resta ciò che spicca senza frastuoni, armoniosamente, al suo posto, in un modo anche originale, ormai ripulito dalle passate depravazioni – di cui è però rimasto lo smalto allegro e capace


Le bravate e i bravi di Don Rodrigo hanno tutto a che fare con la Bravade de St.Tropez. A partire dal IX secolo, i pirati saraceni facevano spesso incursioni e scorribande lungo le coste provenzali. Si dice addirittura che la cittadina di Ramatuelle, nella cui municipalità si trova l’arcinota spiaggia di Pampelonne, sia stata fondata da alcuni turchi rimasti a terra dopo un attacco pirata. La prova sarebbe l’etimologia del toponimo: rahmat Allah significa infatti “provvidenza divina” in arabo.

Busto del santo in processione

Fu così che i cittadini tropeziani si organizzarono e si armarono per difendersi dai mori, nominando un condottiero, il Capitain de la ville. Con delle lettere patenti reali, la sua autorità e il suo raggio d’azione furono ufficialmente riconosciuti e la carica restò importante ed attiva fino all’arrivo dell’assolutismo e della centralizzazione totale del potere nella persona del Re Sole. Egli stabilì che una guarnigione fissa dovesse acquartierarsi sul promontorio strategico all’entrata del golfo di Saint Tropez, laddove ora sorge la Citadelle, che ospita un bellissimo museo di storia marinara. I cittadini furono così “espropriati del potere militare” e la difesa della zona fu delegata ai soldati professionisti. Ma i fieri tropeziani si rifiutarono di rendere le armi. Le conservarono e, non potendole usare per la difesa, iniziarono a rispolverarle ogni anno in occasione della festa del santo patrono, come a dire “siamo pronti, nel caso ci fosse bisogno di noi”. Una bravata bella e buona! Ecco perché i tre giorni di Bravade sono accompagnati da un continuo esplodere di colpi a salve.

Costumi tradizionali

Insieme ai fucili e ai costumi provenzali antichi, i tropeziani accompagnano in processione la statua del loro santo patrono, contornata di tanti mazzolini di pitosforo profumato e benedetto: si tratta si San Torpete, ufficiale altolocato della guardia imperiale romana, originario della città di Pisa il quale, al tempo di Nerone, ebbe il coraggio di “fare coming out” e annunciare al folle imperatore piromane la sua fede cristiana (fu convertito nientemeno che da San Paolo in persona). Torpete rifiutò l’abiura impostagli da Nerone e per questo fu martirizzato. Dapprima cercarono di darlo in pasto alle fiere, le quali si accucciavano docili ai suoi piedi. Poi lo vollero flagellare, ma la colonna a cui fu legato cadde a terra. Finirono con il decapitarlo alla foce dell’Arno il 29 Aprile del 68 d.C. I cristiani di Pisa raccolsero la sua testa e la conservarono come santa reliquia in una cappella a lui dedicata. Il corpo fu messo insieme ad un gallo e ad un cane, che presumibilmente dovevano cibarsene, dentro una barca, che fu sospinta al largo dai venti e fu trasportata placidamente dalle acque fino alle coste dell’antica Gallia. Fu una donna, Celerina, avvertita in sogno, che andò in spiaggia ad accogliere la salma del santo, rimasta miracolosamente intatta. Il cane restò con lei, il gallò saltellò fino a qualche chilometro dalla costa, e si fermò in mezzo ad un campo di lino. Era le coq au lin, il volatile che diede il nome al villaggio di Cogolin.

Un luogo di culto fu poi edificato velocemente e le spoglie del santo vi furono traslate il 17 Maggio.

Saint Tropez
Pisa

Ecco anche spiegato perché i colori della Bravade sono il bianco ed il rosso: stanno a simboleggiare il legame tra Saint Tropez e la città di Pisa, una delle grandi repubbliche marinare del medioevo, il cui stemma è proprio bianco e rosso.

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Il naufragio della Méduse, il dipinto di Géricault e una tragedia francese – “L’unico eroe in questa toccante storia è l’umanità”

Uno dei dipinti più conosciuti della storia dell’arte francese è “La zattera della Medusa”, firmato Théodore Géricault. L’artista fu uno degli esponenti più importanti della corrente pittorica del romanticismo. Il quadro rappresenta alcuni naufraghi accalcati su una zattera di fortuna. Esso è conservato al Louvre e fu realizzato tra il 1818 e il 1819. Si tratta di un olio su tela di dimensioni molto estese: più di 35 metri quadrati. In questo modo le figure rappresentate sono tutte in scala reale o addirittura, per quanto riguarda i soggetti in primo piano, più grandi, quasi il doppio del normale. Géricault completò l’opera quando aveva 27 anni.

La zattera della Medusa

In effetti, nel 1818, quando Géricault s’apprestava a dipingere la tela, fu pubblicato “Naufrage de la frégate la Méduse”, un dettagliato e spaventoso resoconto della tragedia: due dei quindici superstiti, il medico di bordo Savigny e l’ingegnere Corréard, raccontarono con dovizia di particolari la disavventura mortale alla quale riuscirono a scampare fortunosamente. Il temperamento ombroso e sensibile di Géricault, pittore romantico quasi da manuale, se mi è concessa questa espressione, ne fu profondamente scosso. Questo, insieme all’eco che la faccenda aveva avuto nel mondo, furono i motivi alla base della scelta del soggetto.

Ecco come andarono le cose.

Nel 1816 la Francia riottenne il dominio sul Senegal: questa fu una delle molteplici conseguenze del trattato di Parigi, firmato da Francia e Gran Bretagna all’indomani del confino di Napoleone sull’Elba. Fu così che la Méduse, capitanata da Hugues Duroy de Chaumareys , nel giugno di quell’anno, salpò da Rochefort insieme ad una miniflotta composta dal brigantino Argus, dalla corvetta Echo e dal fluyt Loire (il fluyt era un vascello di concezione olandese atto al trasporto di merci e quasi del tutto sprovvisto di armamento difensivo). Le imbarcazioni presero il largo alla volta di Saint Louis, con lo scopo di portare in Senegal il nuovo governatore della colonia Julien-Désiré Schmaltz, la di lui consorte e un contingente militare che avrebbe costituito il nucleo della guarnigione del governatore. In totale a bordo della Méduse si trovavano 400 persone.

Il nuovo governatore voleva arrivare a destinazione il prima possibile. La rotta più diretta significava però un avvicinamento assai rischioso alla costa africana, che in certi punti è costellata di pericolosissimi banchi di sabbia, barriere naturali e scogli. La Méduse iniziò così a staccare le altre navi della flotta: la Loire e l’Argus rimasero indietro, solo la Echo riuscì a seguire la Méduse, in un primo momento, ma poi si vide costretta a riprendere prudentemente il largo e a lasciar procedere la Méduse da sola lungo quella perigliosa rotta.

Il capitano Chaumareys, non sono riuscita a trovare da nessuna parte il perché, decise di includere un passeggero di nome Richefort nelle manovre di navigazione. Questo Richefort era un filosofo e non sembra aver avuto alcuna preparazione tecnica tale da giustificare il suo coinvolgimento. Pare che Richefort si sia sbagliato e abbia preso per Capo Blanco un banco di nubi all’orizzonte. Tale errore lo portò ad approssimare malamente la vicinanza del Golfo di Arguin e a posizionare la Méduse nel punto sbagliato della carta navale del capitano Chaumareys (che non era comunque aggiornata).

Il 2 luglio, continuando ad ignorare segnali preoccupanti come la presenza di fango e creste bianche, Richefort e Chaumareys condussero la Méduse verso acque sempre più basse. Solo il luogotenente Maudet ebbe il coraggio di assumersi la responsabilità del vascello: decise che era il momento di scandagliare le profondità oceaniche su cui si trovavano. Vide che il pericolo che stavano correndo era enorme ed avvisò subito Chaumareys.

Questi comprese e diede ordine di riprendere il largo, ma era troppo tardi: la Méduse si era ormai arenata. Nonostante i numerosi tentativi, non fu possibile disincagliarla, anche perché, da sciocco qual era, Chaumareys si rifiutò di gettare in mare i pesanti cannoni.

Vi erano solo sei scialuppe di salvataggio, del tutto insufficienti per garantire la salvezza alle 400 le persone imbarcate. Diciassette marinai coraggiosi restarono a bordo della Méduse in attesa di essere salvati, cercando di tenere sotto controllo il carico prezioso – la Méduse trasportava infatti anche molto oro. Il resto dei naufraghi prese posto sulle sei scialuppe e su una zattera di fortuna che era stata costruita con legname salvato dal naufragio, pensata per trasportare 147 persone con viveri e bevande ed essere trainata verso terra dalle sei scialuppe.

Disegno della zattera della Medusa

L’impresa si rivelò impossibile dopo pochissimo tempo. La zattera era troppo pesante e rischiava di far affondare anche le imbarcazioni di salvataggio alle quali era legata. Fu quindi presa la drammatica decisione di tagliare la cima che la assicurava alla flottiglia e di abbandonare le persone che vi erano a bordo al loro destino.

Le scialuppe giunsero sulle coste dell’Africa portando in salvo l’incompetente capitano Chaumareys, che non era rimasto con i diciassette valorosi sul legno Méduse, il governatore e la moglie.

La zattera, invece, fu il luogo dove si consumarono atrocità indicibili. Già dalla prima notte alla deriva venti individui trovarono o cercarono da soli la morte. Molte delle botti che avrebbero dovuto contenere acqua si rivelarono piene di vino. I naufraghi iniziarono a battersi tra loro: ufficiali contro passeggeri, marinai contro soldati… un girone dantesco, come mostra con tanta potenza e drammaticità il dipinto di Géricault.

Quattro giorni dopo, dei 147 iniziali, solo 67 ne restavano. Molti di loro si volsero al cannibalismo come extrema ratio. L’ottavo dì vide i quindici individui più sani e forti gettare fuori bordo i feriti e i malati, al fine di alleggerire la zattera. Alla dodicesima alba i superstiti incrociarono la rotta dell’Argus e furono tratti in salvo.

L’inetto capitano Chaumareys, una volta arrivato a Saint Louis, inviò i soccorsi al vascello ancora incagliato, al fine di recuperare il prezioso carico d’oro. Cinquantaquattro giorni dopo il naufragio, la Méduse apparve ai soccorritori ancora abbastanza integra, sebbene dei diciassette arditi che erano rimasti a guardia del bastimento non ne fossero rimasti in vita che tre.

Fu la marina britannica a farsi carico del rimpatrio dei superstiti, visto che il ministro della marina francese non prese alcuna iniziativa.

Per quanto riguarda Chaumareys, sebbene la pena prevista per un capitano che abbandona la nave con ancora delle persone a bordo fosse la morte, gli fu riservato un trattamento assai blando: radiazione dall’albo della marina, tre anni di reclusione e pagamento di tutte le spese processuali.

Se potete, andate a vedere il dipinto di Géricault, e mentre lo osservate, pensate a questa storia.

Pillola: la questione della restituzione parte 3 e l’anniversario della morte di Leonardo

Oggi Sergio Mattarella ed Emmanuel Macron si sono incontrati in occasione dell’anniversario della morte di Leonardo da Vinci, il più sublime intelletto, il più abbagliante astro, il più politropo essere umano che abbia mai visto la luce dai tempi di Odisseo.

L’incontro è avvenuto nel castello di Amboise, sulla Loira, dove riposano quelli che sono comunemente accettati come i resti di Leonardo. L’appuntamento tra i due capi dello stato può anche essere inteso come un tentativo di ricucire i rapporti diplomatici tra i nostri due paesi, che negli ultimi mesi si sono comportati come se fossero ai due estremi di una corda per il tiro alla fune.

In ogni caso il 2019 è l’annus Leonardi, c’è poco da dire. Da Firenze a Milano, da Roma a Parigi, ovunque il Maestro abbia soggiornato si organizzano mostre ed eventi di varia natura che ne celebrano la grandezza e l’unicità.

Già, Parigi… c’è un posto, a Parigi, che è pieno da scoppiare di opere leonardesche. Pare sia stato l’antico palazzo dei reali di Francia, poi qualcuno ha avuto la balzana idea di trasformarlo in un museo e di piantarci nel mezzo una piramide di vetro… lo hanno infarcito di meraviglie italiane, una marea di opere d’arte che, chissà come, qualcuno ci ha arrubbato e ha portato bellamente fino all’antica Lutetia.

Quel qualcuno mi pare si chiamasse… Pantaleone… no, ah, ecco, si chiamava Napoleone, e alle sue prodezze ladresche, alle sue scorribande da filibustiere in Europa è dedicata una pagina di Wikipedia intitolata nientemeno che furti napoleonici.

Roba da matti!

Uno dei dipinti di Leonardo custoditi al Louvre: San Giovanni Battista, a cui io assomiglio.

Pillola: “Crolla il tempo delle cattedrali”

Tous les yeux s’étaient levés vers le haut de l’église. Ce qu’ils voyaient était extraordinaire. Sur le sommet de la galerie la plus élevée, plus haut que la rosace centrale, il y avait une grande flamme qui montait entre les deux clochers avec des tourbillons d’étincelles, une grande flamme désordonnée et furieuse dont le vent emportait par moments un lambeau dans la fumée. Au-dessous de cette flamme, au-dessous de la sombre balustrade à trèfles de braise, deux gouttières en gueules de monstres vomissaient sans relâche cette pluie ardente qui détachait son ruissellement argenté sur les ténèbres de la façade inférieure.

Tutti gli occhi si erano alzati verso il sommo della chiesa, ciò che vedevano era straordinario. In cima alla galleria più elevata, più in alto del rosone centrale, c’era una grande fiamma che montava tra i due campanili, con turbini di scintille, una grande fiamma disordinata e furiosa di cui il vento a tratti portava via un limbo nel fumo. Sotto quella fiamma, sotto la cupa balaustrata a trifogli arroventati, due doccioni foggiati a forma di fauci di mostri vomitavano senza sosta quella pioggia ardente, l’argenteo getto della quale spiccava sulle tenebre della facciata inferiore.

Victor Hugo “Notre-Dame de Paris”

Chiedere aiuto c’est français!

Per una serie di motivi mi sono imbattuta in un volume di teoria sulle procedure di sicurezza da implementare a bordo di un’imbarcazione o di un velivolo in caso di emergenza grave. Mayday, Pan pan, SOS... alte frequenze, medie frequenze… ci sono tante cose da imparare, è una materia interessante e anche molto vasta.

Con il mio solito piglio investigativo-linguistico, sono andata a guardare le etimologie delle espressioni di soccorso più comuni, e con grande sorpresa ho scoperto che derivano quasi tutte dalla lingua francese.

Mayday, ad esempio, è una parola che indica un’emergenza, una questione di vita o di morte e in radiofonia è utilizzata per le imbarcazioni e per i velivoli che hanno bisogno di aiuto. Nella gerarchia delle espressioni usate, è la più grave, la più importante, quella che annichilisce tutte le altre comunicazioni radio e che ottiene la precedenza. Va ripetuta tre volte all’inizio del messaggio. Questa espressione è il frutto dell’inglesizzazione di “veulliez m’aider”, vogliate aiutarmi (era pur sempre l’inizio del 1900, la formalità era all’ordine del giorno anche in caso di pericolo). Contratta in “m’aider”, diventa mayday per gli anglofoni. Essa è in utilizzo dal 1927, dopo che nel 1923 un radiofonista dell’aeroporto londinese di Croydon, Frederick S. Mockford l’aveva proposta per facilitare le comunicazioni tra l’aeroporto in cui lavorava e quello di Le Bourget, a Parigi, tra i quali avveniva un intenso traffico aereo.

La tomba di Mockford

Pan pan, sempre ripetuto tre volte all’inizio della comunicazione radiofonica, deriva dalla parola francese panne, che in italiano troviamo esclusivamente nella locuzione “rimanere in panne”, associata dunque a motori, mezzi di locomozione, meccanica in linea generale, ed è pronunciata come il plurale di “panna”. Come ci suggerisce questa espressione, in radiofonia questa formula è usata per urgenze di minor gravità rispetto al mayday.

Securité si utilizza per comunicazioni non gravi ma che possono influire sulla sicurezza del bastimento, come le condizioni meteorologiche, oggetti galleggianti sulla rotta, alberi maestri di navi affondate che riaffiorano in superficie. Anche in questo caso la parola va ripetuta tre volte all’inizio della telecomunicazione.

SOS ha una storia molto conosciuta: fu scelto come sigla universale per chiedere aiuto grazie alla semplicità con cui può essere computata nel codice Morse … – – – … Per dargli un senso, nelle varie lingue gli esperti di telegrafia e radiofonia hanno provato ad abbinare delle parole pertinenti al contesto di emergenza che iniziassero con la S e la O: save our ship, save our souls in inglese, salvateci o soccombiamo, soccorso occorre soccorso in italiano. Fu scelto nel 1906, a Berlino, durante la conferenza internazionale di telegrafia e probabilmente fu utilizzato nel 1912 dalla nave Titanic, quando entrò in collisione con l’iceberg.

Il Titanic

Quell’evento sfortunato sta all’origine di molte innovazioni nel campo della sicurezza e delle telecomunicazioni. All’indomani della tragedia furono organizzate numerose conferenze e incontri internazionali di esperti e studiosi delle varie discipline che concorrono a gestire la vita a bordo di un velivolo o di una nave: ingegneri, fisici, radiofonici, marinai, telegrafisti, meteorologi, cartografi etc. Ad esempio si stabilì l’obbligo di avere a bordo su ambo i lati di ogni bastimento il numero di scialuppe di salvataggio esatto per accogliere tutti i passeggeri presenti a bordo. Il che significa il doppio della capienza della nave sotto forma di scialuppe, in totale. Se uno ci pensa, è abbastanza ovvio: in caso di affondamento, la nave può ribaltarsi e impedire l’accesso delle persone a bordo ad uno dei due lati.

La fonte per questo articolo è stato un ex marinaio della marina nazionale francese, ora capitano su una barca privata, che mi ha raccontato tutte queste cose, facendomi anche degli esempi pratici di comunicazioni importanti di sicurezza.

Benvenuti a bordo, filibustieri!

L’epidemia del ballo di Strasburgo del 1518

Quando lavoravo in libreria, mi capitò tra le mani un volume di Jean Teulé. Sulla copertina due scheletri gialli saltellanti, con i radi capelli sparati sul cranio nudo, chiaramente estrapolati da un contesto medievale, catturavano il mio sguardo con frequenza allarmante. Il padrone della libreria lo aveva liquidato come un volume poco avvincente, un’opera minore, trascurabile, deludente di questo autore.

Proprio perché al mio capo non piaceva, io mi ci fiondai sopra con entusiasmo. Fu grazie a questo volume che venni a conoscenza di un fait divers quanto mai bizzarro ed interessante: l’epidemia del ballo di Strasburgo del 1518.


Une étrange épidémie a eu lieu dernièrement
Et s’est répandue dans Strasbourg
De telle sorte que, dans leur folie,
Beaucoup se mirent à danser
Et ne cessèrent jour et nuit, pendant deux mois
Sans interruption,
Jusqu’à tomber inconscients.
Beaucoup sont morts.


Chronique alsacienne, 1519

Nel luglio di quell’anno una donna di nome Troffea si mise a ballare in strada. Nulla di male se non fosse che non smise più, nonostante le suppliche del marito, i piedi insanguinati, i vestiti zuppi di sudore attaccati al corpo. Una settimana dopo l’inizio di questo suo comportamento da invasata, un centinaio di persone, uomini, donne, vecchi, bambini si unirono a lei nel ballo forsennato. In tutto i contagiati furono 400. Pareva una febbre, un’epidemia. I medici del tempo la chiamarono “sindrome del sangue caldo”. Forse doveva semplicemente essere sfogata, come una febbre che faccia sudare per una notte intera. Fu così che le autorità decisero di aiutare i contagiati a sfogare questa follia collettiva, approntando dei palchi scenici e delle orchestrine perché i tarantolati potessero ballare in condizioni di maggiore sicurezza e specialmente accompagnati dalla musica.

Danza della morte – M. Wolgemut

La scena non aveva alcunché di gioioso o di allegro. Le cronache del tempo dipingono tale situazione con tinte fosche, tetre, degne dell’Inferno dantesco. John Waller ha scritto un saggio su questo episodio angoscioso, “The dancing plague”, in cui riporta quanto accadde e scrive di gente stremata, al limite della propria resistenza fisica e che non riusciva a smettere di danzare, come in preda ad una trance ipnotica irresistibile.

La piaga del ballo iniziò a metà estate e si protrasse fino a settembre. Dopo poco tempo la gente iniziò a morire di sfinimento, di disidratazione, di arresti cardiaci, cadendo per terra a causa delle caviglie slogate, dei bacini sciancati. Spiravano circa quindici persone al giorno. Furono tentati benedizioni collettive, esorcismi. L’epidemia si dileguò gradualmente e lasciò nella città stupore generale, sbigottimento e paura che potesse ripetersi.

In realtà questo episodio, come spiega la pagina di Wikipedia, non fu l’unico nella storia. Altre epidemie di danza collettiva avvennero nella regione del Belgio e del Lussemburgo, ma quello di Strasburgo resta l’exploit più conosciuto.

Gli scienziati hanno provato a dare delle spiegazioni alla cosa. Sono giunti alla conclusione che deve essersi trattato di una follia collettiva, un caso di isteria generale e nulla più.

D’altra parte in Italia, nel sud, vi è il tarantismo, una sindrome culturale isterica che nel passato affliggeva prevalentemente le giovani donne nel periodo della mietitura del grano e che era ricondotta al morso della taranta, un ragno velenoso. Questa malattia, che portava cupezza, insofferenza, dolori al ventre, insensatezza e spasmi, era curata dalla società con delle sessioni di ballo (chiamato pizzica o taranta – tarantella) scandito da musica tradizionale, dal ritmo molto sincopato. Come spiega l’enciclopedia Treccani:


Nelle sue linee essenziali il tarantismo si apre con la caduta del soggetto (per lo più femminile) in una condizione di crisi (non identificabile con una forma definita di turba psichica) attribuita al morso di una taranta (anch’essa non identificabile con questo o quel ragno). Al fine di restaurare la condizione normale si dà luogo a una terapia musicale nella quale vengono sottoposte alla tarantata, che versa in uno stato d’inerzia, melodie diverse fino a individuare quella che la stimola al ballo. Questa ‘esplorazione’ musicale è dovuta al fatto che le tarante sono concepite come una pluralità di figure mitiche articolate in categorie diverse, ciascuna delle quali è portatrice di un atteggiamento psicologico definito (tarante “libertine”, se la crisi si presenta con manifestazioni erotiche; “canterine”, se inducono una vistosa tendenza al canto; “tempestose”, se il soggetto palesa atteggiamenti agonistici e di potenza guerriera; “tristi e mute”, se la crisi si presenta con la morfologia degli stati depressivi) ed è legata a una melodia determinata. Dopo l’identificazione della taranta, ha inizio la fase più propriamente catartica. […] L’intero arco esorcistico può durare anche molti giorni, e il suo carattere simbolico è denunciato dal fatto che la crisi si rinnova di norma per molti anni secondo una periodicità calendariale che ne fissa l’insorgenza tra giugno e agosto; questo rinnovarsi è spiegato per lo più con l’idea tradizionalizzata di una “discendenza” lasciata dalla taranta; dopo l’esorcismo ha luogo un rendimento di grazie a s. Paolo.

Pizzicata, Salento
San Vito Martire

Altro paio di maniche il Ballo di San Vito, nome popolare della Corea di Sydenham, tipo di encefalite che provoca spasmi e movimenti incontrollati. Il perché sia popolarmente chiamata così, col nome del santo patrono degli attori e dei ballerini (eh già), è da ricercarsi nell’episodio che vuole San Vito abile taumaturgo che riuscì a placare gli attacchi, forse epilettici, del figlio di Diocleziano, l’imperatore romano. Ecco perché san Vito protegge anche gli epilettici.


Salsicce fegatini 
viscere alla brace 
e fiaccole danzanti 
lamelle dondolanti 
sul dorso della chiesa fiammeggiante 

vino, bancarelle 
terra arsa e rossa 
terra di sud, terra di sud 
terra di confine
terra di dove finisce la terra 

e il continente se ne infischia 
e non il vento 
e il continente se ne infischia e non il vento 
Mustafà viene di Affrica 
e qui soffia il vento d’Affrica 
e ci dice tenetemi fermo 
e ci dice tenetemi fermo 

ho il ballo di San Vito e non mi passa
ho il ballo di San Vito e non mi passa

La desolazione che era nella sera 
s’è soffiata via col vento 
s’è soffiata via col rhum 
s’è soffiata via da dove era ammorsata 
Vecchi e giovani pizzicati 
vecchie e giovani pizzicati 
dalla taranta, dalla taranta
dalla tarantolata 
cerchio che chiude, cerchio che apre 
cerchio che stringe, cerchio che spinge 
cerchio che abbraccia e poi ti scaccia 

ho il ballo di San Vito e non mi passa
ho il ballo di San Vito e non mi passa

dentro il cerchio del voodoo mi scaravento 
e lì vedo che la vita è quel momento 
scaccia, scaccia satanasso 
scaccia il diavolo che ti passa 
scaccia il male che ci ho dentro o non stò fermo 
scaccia il male che ci ho dentro o non stò fermo 

A noi due balliam la danza delle spade 
fino alla squarcio rosso d’alba 
nessuno che m’aspetta, nessuno che m’aspetta 
nessuno che mi aspetta o mi sospetta 

Il cerusico ci ha gli occhi ribaltati 
il curato non se ne cura 
il ragioniere non ragiona 
Santo Paolo non perdona 

ho il ballo di San Vito e non mi passa
ho il ballo di San Vito e non mi passa

Questo è il male che mi porto da 
trent’anni addosso 
fermo non so stare in nessun posto 
rotola rotola rotola il masso 
rotola addosso, rotola in basso 
e il muschio non si cresce sopra il sasso 
e il muschio non si cresce sopra il sasso 

scaccia scaccia satanasso 
scaccia il diavolo che ti passa 
le nocche si consumano 
ecco iniziano i tremmori 
della taranta, della taranta 
della tarantolata…

Vinicio Capossela

Pillola: il ritorno alla moda dei cahiers de doléances

La crisi dei gilet gialli, in Francia, ha riportato in auge qualcosa di estremamente antico e molto, molto français. Si tratta dei cahiers de doléances.

Un cahier del 1789

Chiunque ne ha sentito parlare, a scuola, quando si affrontava il periglioso scoglio della rivoluzione francese. I quaderni delle lamentele, infatti, furono usati per la prima volta nel 1600, ma i più noti, quelli che son passati alla storia, erano i fascicoli compilati dalle circoscrizioni elettorali dei deputati degli Stati Generali per raccogliere le lamentele del popolo, oppresso dalle tasse, specialmente le decime ecclesiastiche, e dalla disparità sociale.

1789 – 2019.

Le grand débat inaugurato da Macron nel Dicembre scorso e terminato nel mese di Marzo per rispondere alle istanze della popolazione sollevatasi prevede la raccolta delle lamentele dei cittadini. Al tempo della rivoluzione si trattava di 28 milioni di francesi.
Oggigiorno i milioni sono 60.
L’ultima volta finì con il re decapitato, il Terrore e l’arrivo di Napoleone.
Questa volta chissà?

Lo scopriremo nella prossima puntata (!) o nel prossimo Acte dei gilet gialli.