Pillola: una selezione di film francesi per la Giornata della Memoria

In occasione della Giornata della Memoria, ecco una selezione di film francesi sulla tragedia della Shoah. Alcuni li ho visti, altri sono ancora sulla mia ‘lista d’attesa cinematografica’.

La chiave di Sara (titolo originale ‘Elle s’appellati Sarah’), regia di Gilles Paquet-Brenner.

Arrivederci, ragazzi (titolo originale ‘Aurevoir les enfants’), regia di Louis Malle.

Un sacchetto di biglie (titolo originale ‘Un sac de billes’), in due versioni: la prima, diretta da Jacques Doillon, del 1975, la seconda, di Christian Duguay, del 2017.

Vento di primavera (titolo originale ‘La Rafle’), di Roselyne Bosch.

Se ne avete altri da suggerirmi, prego, scriveteli nei commenti.

Pillola: lo strano caso della bambina che fu rapita da un'aquila

Mentre stavo facendo ricerche per un articolo, mi sono imbattuta in questo fait divers. Un avvenimento così bizzarro da DOVER essere raccontato su De amore gallico.

In breve, le cose sono andate così: nel 1838, sulle Alpi francesi, una bambina di nome Marie Delex, di soli cinque anni, fu rapita da un’aquila mentre stava giocando con degli amichetti su di un pendio. Il rapace, di dimensioni fuori della norma, le piombò addosso e la afferrò con i suoi temibili artigli.

I suoi compagni gridarono e andarono in cerca di aiuto, ma tutto quello che i compaesani della piccola accorsi sul luogo della tragedia riuscirono a trovare fu solo una delle sue scarpette, che giaceva abbandonata sull’orlo di un burrone. Come riporta Felix A. Pouchet nel suo “L’univers. Le infiment grands et les infiniment petits” del 1865, il cadavere della bambina fu trovato due mesi dopo a soltanto un chilometro di distanza dal luogo della scomparsa.

Ora, le aquile più grandi e potenti del continente europeo, le aquile reali, che pesano tra i 3 e i 7 chili, sono in grado di agguantare e trasportare solo prede di medie dimensioni. Una bambina di cinque anni, per quanto rachitica, malnutrita o di bassa statura, costituisce un carico impossibile da trasportare per gli artigli e le zampe del rapace.

Eppure…

Misteri della criptozoologia. La bestia del Gévaudan manda i suoi cordiali saluti.

L'incendio del Bazar de la Charité di Parigi

Gli appassionati di period drama, ovvero di serie televisive a sfondo storico, non si saranno certamente persi una produzione TF1 e Netflix che sta avendo un gran successo in Francia, ‘Le Bazar de la Charité’. La serie tratta della vita di tre donne appartenenti a ceti sociali diversi nella Parigi di fin de siècle e le cui esistenze sono stravolte dal terribile incendio del Bazar de la Charité.

Al di là della sceneggiatura e delle storie dei personaggi, il fatto storico da cui la trama del telefilm prende le mosse è molto interessante e vale la pena raccontarlo ai lettori di De amore gallico.

Il Bazar de la Charité di Parigi, fondato nel 1885, era una sorta di grande fiera delle associazioni di beneficenza che allestivano stand, spettacoli, mostre e bancarelle per raccogliere denaro e finanziare le cause che sostenevano. Era un appuntamento annuale delle opere pie, nonché una vetrina per l’alta società, per le famiglie dei politici che stavano conducendo campagne e che desideravano essere riconosciuti per la loro generosità. Non stupisce che fossero in prevalenza donne, dunque, sia le organizzatrici, sia il pubblico a cui una simile manifestazione era indirizzata.

L’edizione del Bazar che più ci interessa è quella del 1897. Quell’anno la decisione fu di organizzare la fiera seguendo il tema ‘Parigi nel medioevo’ e di installarla nell’ottavo arrondissement, a rue Jean Goujon, dove sorgeva un grande capannone in legno, ampio abbastanza da ospitare una simile manifestazione: più di mille metri quadrati in cui sarebbe stata riprodotta, grazie a scenografie teatrali e oggetti di scena, una strada che avrebbero potuto percorrere Quasimodo ed Esmeralda nel 1482.

Oltre a ciò, il Bazar offriva agli avventori anche un’attrazione nuova e meravigliosa, qualcosa che al tempo veniva considerato ancora un passatempo da fiera paesana, ma che poi divenne nientemeno che la settima arte e una delle maggiori industrie del mondo: il cinematografo.

Un fotogramma del celebre corto dei Fratelli Lumière ‘Il treno che arriva alla stazione de La Ciotat’

Chi ha ancora nelle orecchie la colonna sonora di “Nuovo cinema Paradiso”, sa che, fino a pochi decenni fa, le pellicole ed il materiale di proiezione erano tra le cose più infiammabili al mondo. Figuriamoci nel 1897, quando i Fratelli Lumière avevano da poco girato il film del treno che arriva alla stazione di La Ciotat, vicino Marsiglia, e i macchinari funzionavano ad etere e ossigeno. Pare che i due addetti alle manovre tecniche del cinematografo del Bazar, Monsieur Normandin e Monsieur Bagrachow, si fossero lamentati delle dimensioni ridotte dello spazio a loro dedicato: non avevano abbastanza posto per muoversi agevolmente e per posare i bidoni con il materiale ed erano separati dalla sala di proiezione solo per mezzo di una tenda. Ma insomma, ecco come andarono le cose:

il 4 maggio 1897, il secondo giorno della fiera, che avrebbe dovuto durarne quattro, verso le ore 16.15, la lampada di proiezione aveva esaurito la riserva di etere che andava dunque rifornito. Normandin chiese all’assistente Bagrachow di fargli un po’ di luce per poter vedere bene. Bagrachow, invece di scostare la tenda che separava il loro spazio tecnico dal resto della sala, commise un errore fatale: accese un fiammifero. La fiammella incendiò i vapori di etere che si sprigionavano dall’apparecchio. In poco tempo la tenda prese fuoco e le fiamme si propagarono velocemente, anche perché la struttura era completamente fatta di legno.

In quegli istanti, all’interno del capannone, provvisto di due sole porte di accesso e di uscita, erano presenti circa 1200 persone.

Il panico si diffuse, le persone cercavano disperatamente di uscire dalla fiera, accalcandosi verso le porte. Molti caddero e furono schiacciati dalla folla pressante, col risultato che una delle due porte fu presto bloccata dai cadaveri.

Alcuni tentarono di uscire dall’edificio in fiamme attraversando la corte posteriore e volgendosi verso le costruzioni adiacenti, ovvero la tipografia del giornale ‘La Croix’, tuttora vivo e vegeto, e l’Hôtel du Palais. In meno di un quarto d’ora tutto bruciò, tutto arse, tutto si consumò e persero la vita più di centoventi persone.

Immagine d’epoca che raffigura le operazioni di recupero dei cadaveri dopo l’incendio del Bazar de la Charité del 1897

Tra le vittime si ricorda la Duchessa d’Alençon, Sofia Carlotta di Baviera, sorella dell’Imperatrice Sissi, il cui cadavere carbonizzato fu riconosciuto nientemeno che dal suo dentista personale, Monsieur Davenport, il quale individuò nella dentatura la presenza di un ponte in oro che lui stesso aveva installato alla nobildonna. L’odontostomatologia forense, in effetti, ebbe grande importanza nei penosissimi momenti che seguirono la tragedia, quando i familiari delle vittime dovettero rendersi al Palais de l’Industrie, trasformato in obitorio, per riconoscere i resti carbonizzati delle vittime, 126 in totale, di cui 118 donne.

Vi sono delle testimonianze di sopravvissute molto toccanti, come ad esempio questa che potete ascoltare qui: una donna, all’epoca dei fatti bambina, ha raccontato i suoi ricordi in un’intervista del 1956.

Ovviamente ci furono un’inchiesta ed un processo. Ecco qualche estratto degli atti processuali che furono pubblicati su alcuni numeri del gazzettino giuridico e politico tra il Maggio e l’Agosto di quell’anno, in cui si parla del destino dei due tecnici del cinematografo che fecero divampare il tragico incendio:

Bagrachow, di fatto, non scontò mai nessuna pena perché durante la tragedia dimostrò eroismo e coraggio e salvò tantissime persone dirigendo al meglio delle sue capacità le operazioni di evacuazione. Negli anni seguenti si diede anche ad esperimenti e ricerca per migliorare la sicurezza dei macchinari di proiezione. Come spesso accade, infatti, le tragedie sono l’input perché il progresso tecnico, scientifico e di prassi porti a protocolli di sicurezza efficaci, garanzia che disastri come quelli del Bazar de la Charité o dell’affondamento del Titanic non si ripetano più.

Sul luogo dell’incendio sorge ora la Chapelle Notre-Dame-de-Consolation, edificata nel 1900 in stile neo-barocco e dedicata alle vittime delle fiamme, mentre al cimitero Père Lachaise si può vedere anche un monumento in ricordo dei caduti che non furono identificati.

La serie televisiva di TF1, a mio avviso, non è fatta molto bene ed è poco accurata nei dettagli, nonché mal interpretata (sia chiaro che questa non è altro che la mia opinione), tuttavia le va riconosciuto un pregio: quello di aver portato sullo schermo il dramma dell’incendio del Bazar de la Charité e di aver stimolato la curiosità storica di molti spettatori, tra cui la mia.

Se volete approfondire potete visitare il sito ufficiale dell’associazione delle vittime del Bazar de la Charité, i cui discendenti si occupano di mantenere vivo il ricordo della tragedia come monito per le generazioni future.

Pillola: la Santa Barbara e le tradizioni provenzali

Oggi, 4 Dicembre, è il giorno di Santa Barbara martire. Patrona dei vigili del fuoco, della marina militare, degli artiglieri, degli artificieri e degli architetti, è un personaggio storico attorno cui sono sorte moltissime leggende, nutrite senza dubbio dalla Legenda Aurea, il best-seller di Jacopo da Varagine, frate domenicano e grande agiografo vissuto nel Duecento.

Dicevamo, le vicende di Santa Barbara sono variegate e differenti, a seconda della fonte a cui ci si accosta per apprendere sulla sua vita. Ad ogni modo, tutte hanno alcuni tratti in comune: un padre orribile che la vuol costringere all’abiura del cristianesimo e che le fa subire tutti i più inenarrabili supplizi, la capacità di attraversare i muri, la volontà di far aprire una terza finestra nella torre in cui è rinchiusa per simboleggiare così la Santa Trinità, il dono del volo, qualche folgore qua e là sparsa che si porta via uomini malvagi che l’hanno osteggiata nella sua fede in Cristo.

In Provenza c’è una tradizione che riguarda il giorno di Santa Barbara: si devono mettere a germinare in tre ciotoline, con un po’ di terra o di cotone inumidito, tre manciate di chicchi di grano del raccolto precedente, o qualche lenticchia, o dei piselli. Se i chicchi germinano a dovere, allora l’anno venturo si prospetta buono, secondo l’adagio provenzale:

Quand lou blad vèn bèn, tout vèn bèn !

Quando il grano viene su bene, tutto andrà bene!

Perché le ciotoline debbono essere tre? Per simboleggiare la Santa Trinità, così come Santa Barbara insisteva tanto per far costruire una terza finestra nella torre in cui il padre la teneva prigioniera.

Buona Santa Barbara a voi, nella speranza di un anno in cui la terra dia buoni frutti e sia meno ferita dalle azioni dell’uomo. Un saluto dalla costa provenzale, martoriata dalle intemperie di queste ultime settimane.

Santa Barbara Martire

Che il diavolo ti porti… a Bessans!

Bessans è un minuscolo villaggio del dipartimento della Savoia, sulle Alpi francesi, non lontano dal confine italiano e situato a 2000 metri di altitudine. Il censimento del 2016 ha attestato che vi risiedono circa 345 persone, implicando una densità di 2,7 abitanti per kilometro quadrato. Una metropoli!

Questo pittoresco paesino, già incanutito a metà novembre e pronto ad accogliere gli appassionati dello sci di fondo, ha una bella storia da raccontare agli affamati di curiosità e bizzarrie. In un sabato pomeriggio autunnale, grigio e piovoso, un intrigante racconto dal sapore doncamillesco, fatto di diavoli e curati, è l’ideale per accompagnare una profumata tazza di tè fumante. Mettetevi comodi, sta per iniziare la storia dei diavoli di Bessans.

Il diavolo ha da sempre fatto parte dei racconti folkloristici locali. Appare, ben raffigurato con corna e coda puntuta, in diversi episodi sacri affrescati all’interno della cappella di Sant’Antonio. Non stupisce che ai bambini fossero raccontate favole e leggende in cui esso compariva come personaggio principale; tuttavia è solo a metà del XIX secolo che il diavolo ci mette veramente lo zampino, a Bessans.

Tutto ebbe inizio nel 1857: viveva al tempo in paese un tale, Etienne Vincedet, detto Etienne dei santi, perché, oltre ad essere sacrestano della parrocchia e membro della corale del paese, si dilettava anche di scultura ed era molto noto per le belle figurine di santi che intagliava sapientemente nel legno. All’epoca era tradizione che il curato offrisse un pasto speciale ai cantori della corale in occasione della festa di Santa Cecilia, patrona della musica, il giorno 22 novembre. Quell’anno, non si sa bene perché, o forse io non sono riuscita a risalire al motivo, la corale non si esibì e il curato si rifiutò dunque di offrire il pranzo ai cantori.

«Niente musica? Niente pranzo!» sbottò indispettito il prete.

Etienne dei santi non era d’accordo. Ci mancava solo di dover rinunciare all’appuntamento annuale per la festa di Santa Cecilia! Rimuginò a lungo su come ottenere una vendetta, innocua, ma comunque abbastanza efficace da far ritornare sui suoi passi quel testardo del prete. L’idea gli balenò in testa mentre era chino ad intagliare una delle sue famose figurine sacre: stava scolpendo un San Bernardo di Mentone, il patrono degli alpinisti, quello a cui si deve il nome del cane e anche il toponimo del Grande e Piccolo San Bernardo. Codesto santo è tradizionalmente raffigurato insieme al diavolo, quest’ultimo tenuto prigioniero con una catena o un pezzo di corda.

Etienne riprese a scolpire una nuova statuina e, una volta terminatala, l’andò a posare nottetempo sotto la finestra del curato di Bessans. Il prete, svegliatosi e aperta la finestra, vide la scultura e non ebbe dubbi su chi ne fosse l’autore. Irritato, la osservò bene: un diavolo grande e grosso portava sottobraccio un prete con le mani giunte in preghiera, forse intento a profferire parole di rimorso e pentimento per la sua pessima decisione di revocare il pranzo di Santa Cecilia. “Che il diavolo ti porti, prete!” era il chiaro messaggio della statuetta.

Il curato non perse tempo e, con sdegnoso orgoglio, andò a mettere la statua sotto la finestra dello scultore, il quale non esitò a riportarla davanti la porta della sagrestia. Il prete, il giorno seguente, la rimise alla finestra di Etienne che in risposta la pose nuovamente davanti la casa del curato. Via così per un bel pezzo, con il diavolo ed il sacerdote di legno che facevano la spola tra la dimora di Etienne e quella del prete. La gente del paese si divertì un mondo a vedere come curato e sacrestano si facevano la guerra a suon di statuina. Quando poi i due fecero la pace, Etienne decise di tenere la figurina alla sua finestra, in ricordo della burla.

Qualche tempo dopo, un forestiero di passaggio a Bessans, camminando davanti la finestra di Etienne, scorse la sculturina e, trovandola interessante ed originale, volle acquistarla. Etienne, nel guardare il tale andarsene con la famosa statua sottobraccio, si disse che forse poteva essere una potenziale fonte di guadagno. Ecco che quindi Etienne dei santi non si limitò più solo a produrre e vendere figurine sacre e personaggi del presepe, ma anche il diavolo col prete sottobraccio, avviando così il fiorente commercio dei diavoli di Bessans.

Se andate in vacanza da quelle parti, tra una sciata di fondo e una raclette davanti al caminetto in baita, non mancate di acquistare una riproduzione della famosa statua da uno dei numerosi artigiani locali che continuano a far vivere la tradizione e a raccontare la storia del curato avaro, del sagrestano scultore e del diavolo che si porta il prete!

Pillola: Toussaint di Verlaine

Ces vrais vivants qui sont les saints,
Et les vrais morts qui seront nous,
C’est notre double fête à tous,
Comme la fleur de nos desseins,

Comme le drapeau symbolique
Que l’ouvrier plante gaîment
Au faite neuf du bâtiment,
Mais, au lieu de pierre et de brique,

C’est de notre chair qu’il s’agit,
Et de notre âme en ce nôtre œuvre
Qui, narguant la vieille couleuvre,
A force de travaux surgit.

Notre âme et notre chair domptées
Par la truelle et le ciment
Du patient renoncement
Et des heures dûment comptées.

Mais il est des âmes encor,
Il est des chairs encore comme
En chantier, qu’à tort on dénomme
Les morts, puisqu’ils vivent, trésor

Au repos, mais que nos prières
Seulement peuvent monnayer
Pour, l’architecte, l’employer
Aux grandes dépenses dernières.

Prions, entre les morts, pour maints
De la terre et du Purgatoire,
Prions de façon méritoire
Ceux de là-haut qui sont les saints.

Paul Verlaine

Bonne fête de la Toussaint.

I gioielli della corona italiana e della corona francese, un’indagine appassionata – parte 2

Benvenuti nella seconda parte della nostra trattazione sui gioielli delle corone d’Italia e Francia. Come anticipato, se da una parte la catalogazione precisa e completa delle gioie d’Italia è difficile per via delle vicende storiche del secolo scorso, quella Francese è più semplice ma anche più frustrante, in quanto ciò che resta del tesoro della corona di Francia si trova tutto nella Galleria d’Apollo al museo del Louvre, ma la quantità di gioielli che dalla Rivoluzione Francese ai giorni nostri è stata perduta, rubata, venduta all’asta, smantellata e riutilizzata è davvero importante.

Certo, i pretendenti al trono di Francia, nel tempo, hanno continuato ad arricchire la loro collezione privata di gioie. Ma il cuore storico si trova nel palazzo che fu residenza dei sovrani, proprio il Louvre. Per una volta non si può aver nulla da ridire su questo!

Tiara di smeraldi della duchessa Maria Teresa, conservata al Louvre
Diadema di smeraldi della famiglia reale norvegese, un tempo appartenuto alla seconda moglie di Napoleone

Il primo pezzo da novanta di cui si parlerà oggi è un diadema in oro, diamanti e smeraldi appartenuto a Maria Teresa, duchessa d’Angoulême, unica figlia di Maria Antonietta e Luigi XVI sopravvissuta alla rivoluzione. Dono di nozze da parte del marito, Louis Antoine duca d’ Angoulême, fu prodotta nel 1819 e vanta ben quaranta smeraldi. Questo è un diadema che fa appassire di invidia, a mio avviso, l’altra grande tiara di smeraldi di origine francese, creata più o meno nello stesso periodo per l’imperatrice Maria Luisa, seconda moglie di Napoleone, e che si trova in possesso di una famiglia reale regnante: la tiara di smeraldi della corona norvegese. La delicatezza e grazia del diadema della duchessa Maria Teresa mette in ombra, a mio modesto parere, la roboante figura della tiara norvegese, sgraziata da quel grosso smeraldo quadrato che sembra un francobollo.

A Maria Luisa, imperatrice di Francia, apparteneva anche una demi-parure, sempre in smeraldi, che si trova al Louvre. Il diadema abbinato alla collana e agli orecchini è oggi conservato allo Smithsonian Institute e gli smeraldi sono stati sostituiti con dei turchesi. Che peccato!

La Galleria d’Apollo custodisce anche due bracciali appartenuti alla Duchessa Maria Teresa, di squisita fattura, in oro, diamanti e rubini.

C’è poi la meravigliosa parure di zaffiri della regina Maria Amelia, la cui storia è assai complessa: sembra che gli zaffiri siano appartenuti all’imperatrice Giuseppina. Sicuramente nell’anno 1821 essi erano in possesso della figlia di lei, Hortense, la quale li vendette al Duca d’Orléans, che nove anni dopo divenne re di Francia col nome di Luis-Philippe I. Egli li donò a sua moglie, passata alla storia come la regina Maria Amelia.

Un diadema meraviglioso, fatto d’oro, diamanti e perle troneggia nella teca in cui sono custoditi tutti questi tesori: si tratta della tiara di perle dell’imperatrice Eugenia prodotta da Gabriel Lemonnier intorno al 1853. Essa fu commissionata nientemeno che da Napoleone III come dono di nozze per la sua sposa Eugenia de Montijo e contiene 1998 diamanti e 212 perle che appartenevano già alla corona di Francia. A causa di ciò, la tiara non fu considerata proprietà privata e, quando Eugenia partì in esilio con il marito, dopo i fatti del 1870, la lasciò in Francia.

Ecco che si arriva al punto cruciale della storia dei gioielli francesi: che cosa accadde? Perché ne restano così pochi? Perché le corone di Svezia, Danimarca e Norvegia sono in possesso di tanti gioielli napoleonici e la Francia, o meglio, il Museo del Louvre, ne è sprovvisto?

Ebbene, nel 1885 la terza repubblica francese vendette all’asta tantissimi pezzi della collezione della corona. I gioielli della monarchia che erano sopravvissuti alla rivoluzione, le gioie dell’impero napoleonico, i preziosi accumulati da Napoleone III subirono una vendita ridicola: molte pietre furono svendute per una frazione del loro valore reale, e questo perché la perizia e la stima furono fatte in fretta e furia, alla carlona. Col tempo l’istituzione del Louvre riuscì a recuperare diversi preziosi, ma di certo le gioie esposte al museo sono un ben misero resto di quello che doveva essere la collezione intera. Come è stato fatto nel post relativo ai gioielli italiani con la Corona Ferrea, vale la pena menzionare un oggetto storico, di grande importanza simbolica, che fa parte della collezione d’oltralpe: si tratta della corona di Luigi XV, che parrebbe tempestata di pietre e perle preziose. In realtà le gemme furono sostituite con dei cristalli allorché la terza repubblica si apprestava ad organizzare la grande vendita all’asta. La corona fu risparmiata, perché aveva una grande importanza storica, nondimeno le pietre originali furono disperse.

Intanto, però, le segrete di Oslo, Stoccolma e Copenaghen traboccano di gioielli francesi. Pourquoi? Parce que il maresciallo Bernadotte, generale napoleonico, divenne re di Svezia e di Norvegia col nome di Carlo XIV Giovanni di Svezia e Carlo III Giovanni di Norvegia. Lui sposò l’ex fidanzata di Napoleone (eh sì, come in una una telenovela), Desirée Clary, la fanciulla che fu piantata in asso dal condottiero e stratega per l’affascinante e sensuale Giuseppina. Il figlio della coppia, Oscar, sposò poi Joséphine di Leuchtemberg, nipotina della Guseppina Bonaparte di cui sopra (ma non nipote di Napoleone, eh, perché Napoleone e Giuseppina non ebbero mai figli insieme!), e del re Massimiliano di Baviera. Gli eredi Bernadotte, sparsi tra Svezia, Norvegia e Danimarca, disseminarono i preziosi del maresciallo, di Desirée e di Joséphine tra le tre capitali e sono oggi tra le parure più belle e raffinate d’Europa: la tiara di camei, il diadema di zaffiri Leuchtemberg, le tiare di bottoni di diamanti, la parure di ametiste, la tiara Braganza… sono tutte ancora a Stoccolma ad ornare i fortunati capi delle reali svedesi; la parure di smeraldi già menzionata invece decora la testa della regina di Norvegia, mentre quella di rubini è appannaggio esclusivo della principessa ereditaria di Danimarca.

Di seguito alcune foto. Se avete bisogno, mettete gli occhiali da sole.

De amore gallico spera di avervi fatto sognare un po’ con questo excursus fatuo e vanesio negli scrigni reali d’Europa. L’arte orafa è meraviglia, frivolezza, moda, gusto, luccichio e anche, come abbiamo visto, storia.

Le foto non sono mie, sono state trovate nel web ed appartengono ai legittimi proprietari.