Sainte Victoire, una montagna e un luogo dell’arte

Di tanto in tanto mi capita di andare ad Aix en Provence. A questa città ho già dedicato un articolo innamorato. Per me è bellissima: sporca, piena, piana, ricca e varia. Per raggiungerla partendo da casa mia, si deve attraversare una cospicua porzione della regione PACA (Provence – Alpes – Cote d’Azur). Si ha così la possibilità di accarezzare con lo sguardo, durante il tragitto in automobile, un luogo che ossessionò Cézanne negli ultimi tempi, un po’ come accadde a Monet con la cattedrale di Rouen. Si tratta della montagna Sainte Victoire.

Cézanne – La Sainte Victorie

Ci sono voluti 140 milioni di anni per disegnare il paesaggio che Cézanne ha immortalato nelle sue tele. La Sainte Victoire è il risultato di movimenti tettonici opposti che hanno portato al sollevamento del terreno, alla formazione di una piega e alla rottura della piega. Ecco il processo sintetizzato in immagini che ho trovato in questo sito, particolarmente accurato e chiaro nella spiegazione scientifica:

Quando ci si passa accanto, si è soggiogati, annichiliti dalla maestà possente di questo massiccio. La montagna è seduta su di un trono, una piattaforma chiamata cengle, è imperatrice, papessa, è viva e ci osserva con pena infinita per quello che stiamo facendo al pianeta Terra. Ricordo ancora la prima volta che la vidi: non riuscivo a credere ai miei occhi. Eravamo in autostrada e, malgrado la velocità sostenuta, era come se ci stessimo accostando lentamente, pieni di rispetto e di umiltà, ad una statua naturale, ad un colosso antico, ad un luogo santo. La osservavo dal punto di vista che i fedeli hanno quando entrano in chiesa e guardano le pale d’altare, le statue e gli affreschi con le storie dei santi e della Vergine: dal basso verso l’alto. Come una pellegrina che si inginocchi davanti ad una stauroteca dopo un lungo viaggio.

Foto di Georges Flayols

La Sainte Victoire mi fece pensare alle meraviglie del mondo antico, come il faro d’Alessandria, il colosso di Rodi, la statua crisoelefantina di Zeus o anche alle grandi costruzioni che mi hanno sempre fatto tanta paura, come il Pantheon romano, quello parigino, la cupola del Brunelleschi.

Non sono riuscita a risalire all’autore di questa foto.

Cézanne ne fece la sua musa ispiratrice in quel processo pittorico che lo portò ad anticipare il cubismo picassiano, a semplificare geometricamente le figure in una sintesi delle forme e del colore data dalla pennellata stessa. Quindi se nelle prime tele in cui la montagna compare ci sono ancora linee curve che danno dolcezza al paesaggio, piano piano esse spariscono e, col tempo, Cézanne arriva alla scomposizione sintetica massima.

Per usare le sue stesse parole:

«Bisogna trattare la natura attraverso il cilindro, la sfera, il cono, il tutto messo in prospettiva, in modo che ogni parte di un oggetto, di un piano, sia diretta verso un punto centrale. Le linee parallele all’orizzonte esprimono la larghezza, che è un aspetto della natura, o se preferite dello spettacolo che il Pater Omnipotens Aeterne Deus dispiega davanti ai vostri occhi. Le linee perpendicolari all’orizzonte rappresentano la profondità. Per noi uomini la natura è più in profondità che in superficie; di qui la necessità d’introdurre nelle nostre vibrazioni luminose, rappresentate dai rossi e dai gialli, una certa dose di toni blu per far sentire l’aria»

La Sainte Victoire è la sua demoiselle d’Avignon, la sua ninfea, la sua odalisca, una Madonna raffaellesca post-impressionista, l’Uomo Vitruviano di un artista solitario, sofferente, permaloso, che non fu mai soddisfatto della sua ricerca artistica e che morì nel tentativo di arrivare a qualcosa che “si sviluppi meglio che in passato, diventando la prova concreta delle mie teorie: il difficile, infatti, è provare ciò che si pensa.

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La Forêt de Broceliande: leggende, fate, maghi, storie fantastiche e cavalleresche

La canicola, quella vera (per info su quella falsa leggere qui), è infine arrivata e ci sta stritolando nella sua morsa feroce. Spesso mi sorprendo a rinfrescarmi viaggiando col pensiero verso climi più rigidi, verso terre più fredde: la mente mi porta tra i fiordi scandinavi, sui laghi scozzesi, nelle verdeggianti brughiere irlandesi. Questi luoghi straordinari sono dalla notte dei tempi l’ambientazione di storie fantastiche, racconti di fate e mitologie appassionanti.

Anche la Francia ha un luogo profondamente legato ai cicli mitologici arturiani e alle tradizioni ancestrali del popolo celtico. È la meravigliosa Bretagna, penisola protesa verso le infinità oceaniche nel nord-ovest dell’Esagono, terra di fascino e magia. Uno dei siti bretoni più favolosi è la Foresta di Brocelandia.

Ufficialmente denominata “Forêt de Paimpont”, Brocelandia è spesso citata nei menù delle crêperies bretonnes, le quali non mancano mai di intitolare una delle specialità della casa al bosco incantato, teatro delle avventure della Dama del Lago, Viviana, e di Merlino.

Chrétien de Troyes (circa 1135 – 1190), poeta francese medievale, maggiore esponente della letteratura cavalleresca e cortese in Francia, ne parla nelle sue opere Erec et Enide, Cligès, Lancelot ou le chevalier de la charrette, Yvain ou le chevalier au lion, Le Roman de Perceval ou le conte du Graal, titoli che compongono il cosiddetto “ciclo bretone”.

Merlino e Viviana in un’incisione di Gustave Doré

Brocelandia è una foresta di latifoglie e conifere. Qui potete trovare la mappa che vi illustra la sua estensione e i sentieri più suggestivi da percorrere per godere della sua magica atmosfera.

La fontana di Barenton, una fonte incantata che compare anche nell’opera Yvain ou le chevalier au lion, si trova vicino al villaggio La Folle Pensée, così chiamato per le virtù curative dell’acqua della fonte: si credeva infatti che essa potesse guarire gli spiriti pazzi, le menti disturbate. Pare comunque che l’acqua ogni tanto offra uno spettacolo notevole: malgrado la temperatura molto bassa, infatti, può capitare che essa ribollisca come in un pentolone sul fuoco. La tradizione popolare vuole inoltre che le fanciulle in cerca d’amore possano andare alla fontana, gettarci dentro uno spillo pronunciando una formula di buon augurio e ritrovarsi sposate prima di Pasqua!

La tomba di Merlino

La tomba di Merlino, o forse sarebbe meglio dire il luogo dove si trova la torre d’aria incantata costruita dalla fata Viviana per imprigionare il grande druido di lei follemente innamorato, è ciò che resta di un sito di sepoltura del neolitico. Esso era costituito di megaliti, ma purtroppo fu in parte distrutto nel XIX secolo. Ora non resta altro che una coppia di pietre che ricorda due amanti vicini, protesi l’uno verso l’altra.

Nella foresta di Brocelandia ci sono anche alcuni alberi notevoli, dei totem naturali, esseri viventi antichissimi che fanno pensare agli Ent della Terra di Mezzo: la quercia Gullotin, ad esempio, è un albero che ha tra gli 800 e i 1000 anni e il cui tronco sfiora i 10 metri di circonferenza. Il suo nome si deve all’abate Gullotin il quale, durante la Rivoluzione Francese, trovò rifugio in questo albero (in, non su, perché si nascose dentro un anfratto del tronco) per sfuggire alla furia anticlericale dei giacobini rivoluzionari.

La quercia Gullotin

Io non ci sono mai stata, ma desidero moltissimo visitare questa terra di fiaba e mistero. Mi piacerebbe molto poter fare un tour celtico, partendo dalla Bretagna, passando per l’Irlanda, la Scozia, scendendo verso il Galles, la Cornovaglia, per finire in Normandia.

Chissà che in questa peregrinazione non mi imbatta in qualche fata o folletto?

Le foto non sono mie, sono state trovate nel web e il copyright appartiene ai legittimi proprietari.

Piazza delle erbe e il mercato del pesce a St. Tropez

A Saint Tropez c’è il mercato del pesce, una galleria che dal porto va verso il vecchio villaggio, sbucando su quella che è chiamata “Piazza delle Erbe”. Sebbene oramai vi si affaccino il bar Senequier con il suo impero bianco e rosso, la boutique di Missoni, un alimentari di lusso e altri negozi di cianfrusaglie, questo angolo del paese mantiene intatto un sapore antico e semplice, che si ritrova nelle vecchie cartoline color seppia o nei quadri dei pittori che a Saint Tropez hanno soggiornato e vi hanno trovato ispirazione. Charles Camoin (1879-1965), ad esempio, pittore marsigliese innamorato del sud, ha ritratto questo angolino in una tela conservata oggi al Musée de l’Annonciade, importante polo artistico del villaggio provenzale.

Charles Camoin “Piazza delle erbe di St. Tropez”, Museo dell’Annonciade

Se si passa per di là la mattina presto, si viene investiti dall’odore fresco, salato, denso e ancora gradevole del pesce appena pescato. I venditori urlano e salutano da dietro i banchi bordati di ghiaccio ed erba scura, stretti lungo questo budello lastricato di sampietrini, col selciato dalla caratteristica forma a botte che lascia colare lungo i lati i liquami ittici.

Paul Signac, “Il temporale”, Museo dell’Annonciade

A partire dal dopo pranzo, la nettezza urbana si occupa di mondare la galleria, spruzzando ovunque dell’acqua in cui è stato disciolto un prodotto igienico dal peculiare olezzo di sciroppo per la tosse.

Il sole gioca coi tetti e le persiane, disegnando poligoni ombrosi sui muri delle case. Bisogna fare uno sforzo d’immaginazione, epurare la scena dei cassoni dei condizionatori che come dragoni grigi sputano aria calda, dei turisti in canottiera e ciabatte intenti a leccare coni gelato mezzi scioli, dei fari abbaglianti che ammiccano seducenti dalle vetrine lussuosissime. Ecco che l’immagine di una St. Tropez innocente, colorata, laboriosa, allegra e naturale riappare, forse nel modo in cui si manifestava agli occhi del pittore neoimpressionista Paul Signac, che qui acquistò una casa e ne fece il suo atelier.

Albert Marquet, “Il porto di St. Tropez”, Museo dell’Annonciade

È bella, St Tropez, anche se ora si addormenta all’ombra dei grandi yacht dei ricchi che vengono ad ostentare quanto possiedono in questo piccolo porto. È bella, anche quando al posto delle bottegucce e delle boulangeries ci sono Valentino, Chanel, Armani e Cartier che fanno sentire poveri e infimi. È bella soprattutto la mattina presto, quando i bagordi della sera prima trattengono a letto le masse di visitatori, i quali forse non vedranno mai il gioco della luce del sole tra le lapidi del cimitero marittimo a strapiombo sul mare, disteso come una tovaglia bianca ai piedi della cittadella.

Chiedere aiuto c’est français!

Per una serie di motivi mi sono imbattuta in un volume di teoria sulle procedure di sicurezza da implementare a bordo di un’imbarcazione o di un velivolo in caso di emergenza grave. Mayday, Pan pan, SOS... alte frequenze, medie frequenze… ci sono tante cose da imparare, è una materia interessante e anche molto vasta.

Con il mio solito piglio investigativo-linguistico, sono andata a guardare le etimologie delle espressioni di soccorso più comuni, e con grande sorpresa ho scoperto che derivano quasi tutte dalla lingua francese.

Mayday, ad esempio, è una parola che indica un’emergenza, una questione di vita o di morte e in radiofonia è utilizzata per le imbarcazioni e per i velivoli che hanno bisogno di aiuto. Nella gerarchia delle espressioni usate, è la più grave, la più importante, quella che annichilisce tutte le altre comunicazioni radio e che ottiene la precedenza. Va ripetuta tre volte all’inizio del messaggio. Questa espressione è il frutto dell’inglesizzazione di “veulliez m’aider”, vogliate aiutarmi (era pur sempre l’inizio del 1900, la formalità era all’ordine del giorno anche in caso di pericolo). Contratta in “m’aider”, diventa mayday per gli anglofoni. Essa è in utilizzo dal 1927, dopo che nel 1923 un radiofonista dell’aeroporto londinese di Croydon, Frederick S. Mockford l’aveva proposta per facilitare le comunicazioni tra l’aeroporto in cui lavorava e quello di Le Bourget, a Parigi, tra i quali avveniva un intenso traffico aereo.

La tomba di Mockford

Pan pan, sempre ripetuto tre volte all’inizio della comunicazione radiofonica, deriva dalla parola francese panne, che in italiano troviamo esclusivamente nella locuzione “rimanere in panne”, associata dunque a motori, mezzi di locomozione, meccanica in linea generale, ed è pronunciata come il plurale di “panna”. Come ci suggerisce questa espressione, in radiofonia questa formula è usata per urgenze di minor gravità rispetto al mayday.

Securité si utilizza per comunicazioni non gravi ma che possono influire sulla sicurezza del bastimento, come le condizioni meteorologiche, oggetti galleggianti sulla rotta, alberi maestri di navi affondate che riaffiorano in superficie. Anche in questo caso la parola va ripetuta tre volte all’inizio della telecomunicazione.

SOS ha una storia molto conosciuta: fu scelto come sigla universale per chiedere aiuto grazie alla semplicità con cui può essere computata nel codice Morse … – – – … Per dargli un senso, nelle varie lingue gli esperti di telegrafia e radiofonia hanno provato ad abbinare delle parole pertinenti al contesto di emergenza che iniziassero con la S e la O: save our ship, save our souls in inglese, salvateci o soccombiamo, soccorso occorre soccorso in italiano. Fu scelto nel 1906, a Berlino, durante la conferenza internazionale di telegrafia e probabilmente fu utilizzato nel 1912 dalla nave Titanic, quando entrò in collisione con l’iceberg.

Il Titanic

Quell’evento sfortunato sta all’origine di molte innovazioni nel campo della sicurezza e delle telecomunicazioni. All’indomani della tragedia furono organizzate numerose conferenze e incontri internazionali di esperti e studiosi delle varie discipline che concorrono a gestire la vita a bordo di un velivolo o di una nave: ingegneri, fisici, radiofonici, marinai, telegrafisti, meteorologi, cartografi etc. Ad esempio si stabilì l’obbligo di avere a bordo su ambo i lati di ogni bastimento il numero di scialuppe di salvataggio esatto per accogliere tutti i passeggeri presenti a bordo. Il che significa il doppio della capienza della nave sotto forma di scialuppe, in totale. Se uno ci pensa, è abbastanza ovvio: in caso di affondamento, la nave può ribaltarsi e impedire l’accesso delle persone a bordo ad uno dei due lati.

La fonte per questo articolo è stato un ex marinaio della marina nazionale francese, ora capitano su una barca privata, che mi ha raccontato tutte queste cose, facendomi anche degli esempi pratici di comunicazioni importanti di sicurezza.

Benvenuti a bordo, filibustieri!

Pillola: “La baia del francese”, vino di Borgogna, pasta alle olive nere e un porcellino

Un viaggio in treno, andata e ritorno in giornata. Vedere la città dai vetri lacrimosi di una macchina asfissiante di fumo di sigaretta e ricordi.

Mangiare una pasta che è il simbolo dei miei anni universitari accompagnata da un pregiatissimo bianco della Côte-d’Or, un nettare francese emblema della mia vita adulta, che accostamento strano! Imprevedibile corto circuito emotivo, inaspettato distacco dal passato e gioia per il presente, senza nostalgia eccessiva.

Avere il tempo magico della lettura, un angolo di vita in cui non si può far nulla se non oziare, dormire, scrutare pigramente il finestrino del treno come se fosse uno schermo cinematografico rotto o leggere avidamente.

Ho fatto il tragitto di ritorno, in serata, vicino ad una coppia che viaggiava con un porcellino setoloso e tranquillo. Tra le mani e sotto gli occhi “La baia del francese” di Daphne Du Maurier. Iniziato e finito, come un calice di quel delizioso vino borgognone che mi ha scaldata a pranzo.

Avevo dimenticato gli occhiali a casa, ma poco mi è importato: dovevo sapere che ne sarebbe stato di Dona e di Jean-Benoit Aubéry.

Amo leggere romanzi cappa e spada, forse un po’ démodé.

La route du rhum, destinazione Guadeloupe

Ieri è partita la regata “Route du rhum”, un’intensa corsa marittima dal porto di Saint Malo con destinazione la Guadeloupe. Come c’è scritto nel sito ufficiale della routeduthumcompetizione, sin dal 1978, anno della sua fondazione ad opera di Michel Etevenon, la Route du rhum è uno degli eventi marittimi e sportivi più appassionanti che ripercorre le rotte dei cargo che, dalla Guadeloupe e dalle Antille francesi, portavano fino in Métropole stive piene del prezioso liquore caraibico.

La Route du Rhum – Destination Guadeloupe est la plus mythique des transatlantiques en solitaire courue tous les quatre ans entre Saint-Malo et Pointe-à-Pitre, en Guadeloupe.

Comme l’a voulu son concepteur, Michel Etévenon, La Route du Rhum est la transat de la liberté : monocoques et multicoques sont mêlés sans spécification de classement et sans restriction de taille, professionnels et amateurs s’affrontent avec la même règle du jeu et toutes les aides extérieures à la navigation sont autorisées sur un parcours inédit qui part de France Métropolitaine pour arriver en France d’Outre-Mer.

UP_Route du Rhum 2018
Il percorso della regata

Se volete seguire in diretta la competizione potete scaricare l’app dal sito ufficiale.

Buon vento a tutti i partecipanti!

Pillola: Zoro, in giro per l’Europa

Stamane, andando a comperare il pane e passeggiando per godermi la pacifica festa della Toussaint, ho incontrato Zoro.
Camminavo col mio cane al guinzaglio e, probabilmente, Zoro mi ha udita dargli i comandi in italiano. Si è avvicinato e ha iniziato a parlarmi nella mia lingua, presentandosi, dicendo che abita ad Amburgo, chiedendomi se fossi veneziana, visto che i colori ramati dei miei abiti avevano un che di tizianesco. Aveva un forte accento dell’est, non tedesco, parlava spedito e fluente, senza errori di grammatica, con grande proprietà di vocabolario; a giudicare dai suoi occhi chiari, poteva essere un polacco residente in Germania. Aveva qualcosa che mi ricordava papa Wojtyla, forse una parlata simile alla sua.
Con un sorriso sghembo mi ha risposto: “Io parlo otto lingue: italiano, inglese, francese, tedesco, olandese, russo, spagnolo e la mia lingua madre.”

Zoro è bulgaro, cattolico, e dagli anni ’80 vive girando per l’Europa senza aver mai trovato il suo posto d’elezione, anche se ammette di avere un debole per la Germania, l’Austria, i Paesi Bassi e la Scandinavia.
“Mi piace l’Italia. In passato ho fatto affari con siciliani, veneti, lombardi… dei marchigiani so che sono i più onesti e precisi tra tutti gli italiani. Mi piacciono le italiane, perché non sono razziste. Gli uomini sì, invece. Mi ricordo che nell’86, a Milano, la polizia mi fermò per chiedermi i documenti. Io al tempo ero clandestino. Mi insultarono, mi dissero ‘zingaro di merda’. A me, cattolico come loro, questa cosa non è mai andata giù. Forse, nonostante la mia simpatia per il tuo paese, è stato questo episodio a spingermi verso i paesi del nord Europa, nella culla della razza ariana.” Dice proprio così, razza ariana. Lo fa apposta per provocarmi? Non so, ma la sua domanda successiva mi stupisce: “Tu sei ebrea?” Io gli dico di no, che sono cattolica, anche se una mia nonna discendeva da ebrei fuggiti dalla Spagna nel 1492.

Mi chiede se può offrirmi un caffè. So che non dovrei fidarmi di uno sconosciuto incontrato così, ma ho il mio cane con me, il quale mi difenderebbe al primo segnale di pericolo, e poi sono troppo curiosa di ascoltare la sua storia per non accettare. Ci sediamo. Tira fuori un pacchetto di sigarette a cui stacca il filtro e ne fuma tre in dieci minuti. Si sfrega spesso il viso con la mano sinistra e mi racconta delle persone che ha conosciuto, dei suoi rimorsi e dei suoi rimpianti. Nel 1988 ebbe l’occasione di partire e di trasferirsi in Australia, ma non la colse al volo. Ora se ne dispiace. Mi dice che la Costa Azzurra è forse il luogo più bizzarro d’Europa, perché le persone sono chiuse e arroganti. Niente a che vedere con i francesi del nord, calorosi, accoglienti e simpatici.

“Ma tu che ci fai qui, in questo angolo di mondo pieno di gente superba e antipatica?”
“Sono qui per amore. Il mio compagno è di La Croix Valmer.”

Inizia a guardare altrove. Io gli parlo un po’ del mio processo di adattamento alla società francese, ma lui sembra lontano. Le sue parole me lo confermano: “Scusa, io ti ascolto, sono qui fisicamente, ma con la mente sono già ad Oslo, dove sono atteso per la settimana prossima. Adesso prenderò un autobus per Tolone e poi da lì salirò a nord. Una volta là, tirerò un sospiro di sollievo: nessuno che mi guarderà male, tutti saranno gentili e cortesi, ma non falsi come qui.”
Capisco che Zoro mi ha detto tutto quello che aveva da raccontarmi, o che voleva raccontare. Accarezzo il mio cane, sorrido a Zoro, lo ringrazio per il caffè, gli dico che purtroppo devo proprio andare e gli stringo la mano. Lui è già in Scandinavia con la mente, lo si vede dai suoi occhi celesti, chiarissimi e molto tristi.

Mi sono alzata e lo ho lasciato al tavolo del caffè. Si era appena acceso la quarta sigaretta, chiamava il cameriere per ordinare un bicchiere d’acqua frizzante, sembrava deluso. Non mi è dispiaciuto lasciarlo lì, in attesa del suo autobus, del suo ennesimo spostamento: era pieno di pensieri tristi, era senza pace. Io non potevo far nulla per lui, lui non poteva far nulla per me.