Il gadget: da una fonderia francese agli omaggi venduti insieme alle riviste

La parola gadget, la cui forma e pronuncia ce la fanno pensare come un anglicismo che l’italiano ha accolto nel proprio dizionario, ha un’origine ben lontana dalle sponde del Tamigi o dalle brughiere scozzesi.

Siamo in Francia nel 1871: uno scultore di nome Auguste Bartholdi, insieme all’architetto Eugène Viollet-le-Duc e, in seguito alla morte di quest’ultimo, all’ingegnere Gustave Eiffel, uniscono i loro geni per la progettazione e la realizzazione di una statua che raffiguri la Libertà che rischiara il mondo. La Francia farà dono di quest’opera monumentale agli Stati Uniti d’America: un gesto che celebri il centenario della Dichiarazione di Indipendenza e che suggelli l’amicizia tra i due paesi.

Bartholdi, per la parte relativa all’esecuzione, si rivolgerà ad una fonderia parigina, Gaget-Gauthier et Cie., situata dans le 17eme arrondissement, precisamente a rue de Chazelles: con Monsieur Gaget, Bartholdi deciderà di realizzare la statua in fogli di rame battuto con la tecnica dello sbalzo, cioè lavorando il materiale in negativo, dal rovescio.

Qualche dato su questa scultura: la statua è alta 46,05 metri; considerando anche il basamento, essa arriva a 93 metri. La struttura è in acciaio, il rivestimento in rame, la torcia, sostituita durante i lavori di restauro iniziati nel 1984 e terminati nel 1986, in occasione del centenario, è placcata d’oro a 24 carati. La torcia originale è conservata nella hall del basamento.

La torcia originaria nella hall del basamento

Per portare Liberty dalla Francia all’altra sponda dell’Atlantico furono necessarie 1883 casse in cui furono stipate le varie componenti. Una volta portati a New York tutti i materiali, si dovette procedere alla costruzione del piedistallo,

Questa fu una delle prime operazioni di crowdfunding più di successo della storia. Contribuirono il New York Times ma anche un’intelligente strategia ideata nientemeno che da Monsieur Gaget, il direttore della fonderia parigina dove si era lavorato il rame di Liberty. Fece arrivare dalla Francia delle repliche in miniatura della statua, come quelle che oggi l’amico in viaggio di nozze a New York porta come souvenir un po’ banale e prevedibile ai compagni e ai familiari. Il prezzo di ciascuna miniatura era davvero irrisorio, tanto da spingere anche i meno abbienti a comperare un ricordino di questo straordinario evento commemorativo della Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti. La vendita fu un gran successo e permise in poco tempo di raccogliere abbastanza fondi per finanziare la costruzione del piedistallo e portare finalmente a termine il progetto.

Monsieur Gaget, durante la produzione delle miniature, aveva fatto scrivere il suo cognome sui piedistalli dei souvenir: una mossa pubblicitaria per favorire gli affari della sua fonderia ed associarla per sempre alla lavorazione del rame di Liberty. Non male, come idea!

Quello che Monsieur Gaget non sapeva era che il suo cognome francese, arrivato sulle bocche di migliaia di newyorkesi grazie ai souvenir di Liberty, da gajé divenne gaghet e poi, col tempo, gadget come lo diciamo oggi, come il nome dell’Ispettore dei cartoni animati, per capirci meglio.

In effetti, nel senso odierno, le statuine in miniatura che aiutarono l’operazione di finanziamento del piedistallo di Liberty sono considerati dei gadget, come il ciarpame di cui sono pieni i negozietti di souvenir, come gli oggettini che d’estate si trovano acclusi alle riviste per aumentare le vendite e solleticare la curiosità dei vacanzieri che non sanno che giornale leggere sotto l’ombrellone.

Foto d’epoca: la Statua della Libertà in costruzione a Parigi.

Come è noto, a Parigi esiste una replica di Liberty, assai più piccola, che guarda verso ovest, cioè verso la ‘sorella maggiore’. Essa è stata posta sull’Île aux Cygnes, ma non è l’unica: ce ne stanno anche nei giardini du Louxembourg, all’entrata del Musée d’Orsay e nel Museo delle Arti e dei Mestieri.

Il francese, dunque, che ha così tanto orrore dell’invasione linguistica operata dagli angli e dai sassoni, può ammettere senza paura la parola gadget nei suoi dizionari: alla fine si tratta semplicemente di un ritorno a casa di un cognome illustre che ha compiuto un lunghissimo viaggio oltreoceano!

La fioritura della lavanda in Provenza

La fioritura della lavanda in Provenza

La settimana scorsa ho avuto finalmente modo di visitare Manosque e Valensole e godere di uno spettacolo famoso in tutto il mondo: la fioritura della lavanda in Provenza.

Il sole cadeva a picco gettando i suoi raggi con noncuranza. Il vento soffiava lento e pigro mentre con la macchina ci inerpicavamo lungo le stradine che si arrotolano tra le colline e i campi. Ci fermavano spesso, ogni angolo meritava uno scatto. Quel colore fresco e semplice, così indissolubilmente legato al profumo di pulito del fiorellino, rinfrancava il corpo accaldato con la sua sola vista. Erano tappeti violacei che si stendevano a perdita d’occhio e che si donavano allo spettatore con elegante generosità.

Ma soprattutto era quello che io ho scelto di chiamare “il suono della lavanda” ad affascinarmi: i campi echeggiavano di ronzii di api affaccendate sulle spighe violette, intente a suggere i dolci nettari per poi portare il bottino goloso al proprio alveare o alla propria arnia. La terra rimbombava di questo tenero ronzio restituendolo centuplicato all’orecchio. Il suono della lavanda, il suono della terra e degli animali, semplici miracoli di vita e di natura.

Le distese di grano e di lavanda, il blu terso del cielo assolato, il verde dei boschi, l’ocra delle tegole sui tetti. Questa terra del sud francese è una tavolozza post-impressionista, un bouquet prezioso. Ma non bisogna lasciarsi ingannare dalle bellezze da cartolina: la lavanda fiorisce d’estate, quando il solstizio è trascorso e la luce già cede il passo ad una tenebra lenta e suadente; ammanta tutto piano piano e dolcemente, senza che ci si possa accorgere del consumarsi lento di un dramma naturale, ciclico. È il dramma del parossismo solare, che è già notte, che è già autunno.

Spero che le mie foto vi piacciano. Sono state scattate tutte nei dintorni di Valensole, Manosque e sulla spiaggia di Gigaro, di notte. La luna non era ancora piena, lo sarebbe stata la sera dopo.

Les gorges du Verdon e il villaggio della stella.

La vista del lac de la Sainte-Croix

Sublime e panica è la manifestazione della natura alle Gole del Verdon. Il fiume omonimo attraversa la montagna creando un budello turchese nel mezzo della roccia, un canyon di altezza vertiginosa, tra i 250 e i 700 metri di profondità.

Les gorges du Verdon

La corniche sublime è un percorso che permette di ammirare le gole percorrendole dal lato meridionale.

Una vista dei monti
Rapaci in volo

Una visita al villaggio di Moustiers Sainte-Marie, meraviglia nascosta tra i dirupi, è d’obbligo: oltre ad essere conosciuto per le faïences estremamente fini e delicate, il paesino ospita un santuario mariano al quale si accede dopo un’ardua salita che sa mettere a dura prova anche gli spiriti più devoti. Mentre si sale, col fiato corto e le gambe bollenti, si deve alzare il capo verso il cielo: una stellina dorata pende da una catena tesa in mezzo alle due pareti rocciose; essa adorna il cielo di Moustiers e veglia sui suoi abitanti. Vista da lontano, sembrerebbe la stella cometa che brillò sulla capanna della Natività, guidando i Magi da oriente. Secondo lo scrittore Frédéric Mistral essa fu un ex voto dedicato alla Vergine Maria da parte del cavaliere crociato Blacas. Egli fu fatto prigioniero dai saraceni. Pregò Maria di risparmiargli la vita e promise che, se fosse tornato sano e salvo nel suo villaggio, vi avrebbe fatto appendere una stella in suo onore.

Un tratto della salita verso il santuario
Mentre si sale verso la vetta
Verso il santuario
La ceramica di Moustiers

Se le prossime vacanze vi porteranno Oltralpe, fate pure le vostre foto ai campi di lavanda, sì, magari andate a fare il bagno a Pampelonne, certo, ma prendete il tempo di immergervi in questo angolo di Provenza selvaggio, antico, misterioso e ricco di fascino.

Che il diavolo ti porti… a Bessans!

Bessans è un minuscolo villaggio del dipartimento della Savoia, sulle Alpi francesi, non lontano dal confine italiano e situato a 2000 metri di altitudine. Il censimento del 2016 ha attestato che vi risiedono circa 345 persone, implicando una densità di 2,7 abitanti per kilometro quadrato. Una metropoli!

Questo pittoresco paesino, già incanutito a metà novembre e pronto ad accogliere gli appassionati dello sci di fondo, ha una bella storia da raccontare agli affamati di curiosità e bizzarrie. In un sabato pomeriggio autunnale, grigio e piovoso, un intrigante racconto dal sapore doncamillesco, fatto di diavoli e curati, è l’ideale per accompagnare una profumata tazza di tè fumante. Mettetevi comodi, sta per iniziare la storia dei diavoli di Bessans.

Il diavolo ha da sempre fatto parte dei racconti folkloristici locali. Appare, ben raffigurato con corna e coda puntuta, in diversi episodi sacri affrescati all’interno della cappella di Sant’Antonio. Non stupisce che ai bambini fossero raccontate favole e leggende in cui esso compariva come personaggio principale; tuttavia è solo a metà del XIX secolo che il diavolo ci mette veramente lo zampino, a Bessans.

Tutto ebbe inizio nel 1857: viveva al tempo in paese un tale, Etienne Vincedet, detto Etienne dei santi, perché, oltre ad essere sacrestano della parrocchia e membro della corale del paese, si dilettava anche di scultura ed era molto noto per le belle figurine di santi che intagliava sapientemente nel legno. All’epoca era tradizione che il curato offrisse un pasto speciale ai cantori della corale in occasione della festa di Santa Cecilia, patrona della musica, il giorno 22 novembre. Quell’anno, non si sa bene perché, o forse io non sono riuscita a risalire al motivo, la corale non si esibì e il curato si rifiutò dunque di offrire il pranzo ai cantori.

«Niente musica? Niente pranzo!» sbottò indispettito il prete.

Etienne dei santi non era d’accordo. Ci mancava solo di dover rinunciare all’appuntamento annuale per la festa di Santa Cecilia! Rimuginò a lungo su come ottenere una vendetta, innocua, ma comunque abbastanza efficace da far ritornare sui suoi passi quel testardo del prete. L’idea gli balenò in testa mentre era chino ad intagliare una delle sue famose figurine sacre: stava scolpendo un San Bernardo di Mentone, il patrono degli alpinisti, quello a cui si deve il nome del cane e anche il toponimo del Grande e Piccolo San Bernardo. Codesto santo è tradizionalmente raffigurato insieme al diavolo, quest’ultimo tenuto prigioniero con una catena o un pezzo di corda.

Etienne riprese a scolpire una nuova statuina e, una volta terminatala, l’andò a posare nottetempo sotto la finestra del curato di Bessans. Il prete, svegliatosi e aperta la finestra, vide la scultura e non ebbe dubbi su chi ne fosse l’autore. Irritato, la osservò bene: un diavolo grande e grosso portava sottobraccio un prete con le mani giunte in preghiera, forse intento a profferire parole di rimorso e pentimento per la sua pessima decisione di revocare il pranzo di Santa Cecilia. “Che il diavolo ti porti, prete!” era il chiaro messaggio della statuetta.

Il curato non perse tempo e, con sdegnoso orgoglio, andò a mettere la statua sotto la finestra dello scultore, il quale non esitò a riportarla davanti la porta della sagrestia. Il prete, il giorno seguente, la rimise alla finestra di Etienne che in risposta la pose nuovamente davanti la casa del curato. Via così per un bel pezzo, con il diavolo ed il sacerdote di legno che facevano la spola tra la dimora di Etienne e quella del prete. La gente del paese si divertì un mondo a vedere come curato e sacrestano si facevano la guerra a suon di statuina. Quando poi i due fecero la pace, Etienne decise di tenere la figurina alla sua finestra, in ricordo della burla.

Qualche tempo dopo, un forestiero di passaggio a Bessans, camminando davanti la finestra di Etienne, scorse la sculturina e, trovandola interessante ed originale, volle acquistarla. Etienne, nel guardare il tale andarsene con la famosa statua sottobraccio, si disse che forse poteva essere una potenziale fonte di guadagno. Ecco che quindi Etienne dei santi non si limitò più solo a produrre e vendere figurine sacre e personaggi del presepe, ma anche il diavolo col prete sottobraccio, avviando così il fiorente commercio dei diavoli di Bessans.

Se andate in vacanza da quelle parti, tra una sciata di fondo e una raclette davanti al caminetto in baita, non mancate di acquistare una riproduzione della famosa statua da uno dei numerosi artigiani locali che continuano a far vivere la tradizione e a raccontare la storia del curato avaro, del sagrestano scultore e del diavolo che si porta il prete!

Sainte Victoire, una montagna e un luogo dell’arte

Di tanto in tanto mi capita di andare ad Aix en Provence. A questa città ho già dedicato un articolo innamorato. Per me è bellissima: sporca, piena, piana, ricca e varia. Per raggiungerla partendo da casa mia, si deve attraversare una cospicua porzione della regione PACA (Provence – Alpes – Cote d’Azur). Si ha così la possibilità di accarezzare con lo sguardo, durante il tragitto in automobile, un luogo che ossessionò Cézanne negli ultimi tempi, un po’ come accadde a Monet con la cattedrale di Rouen. Si tratta della montagna Sainte Victoire.

Cézanne – La Sainte Victorie

Ci sono voluti 140 milioni di anni per disegnare il paesaggio che Cézanne ha immortalato nelle sue tele. La Sainte Victoire è il risultato di movimenti tettonici opposti che hanno portato al sollevamento del terreno, alla formazione di una piega e alla rottura della piega. Ecco il processo sintetizzato in immagini che ho trovato in questo sito, particolarmente accurato e chiaro nella spiegazione scientifica:

Quando ci si passa accanto, si è soggiogati, annichiliti dalla maestà possente di questo massiccio. La montagna è seduta su di un trono, una piattaforma chiamata cengle, è imperatrice, papessa, è viva e ci osserva con pena infinita per quello che stiamo facendo al pianeta Terra. Ricordo ancora la prima volta che la vidi: non riuscivo a credere ai miei occhi. Eravamo in autostrada e, malgrado la velocità sostenuta, era come se ci stessimo accostando lentamente, pieni di rispetto e di umiltà, ad una statua naturale, ad un colosso antico, ad un luogo santo. La osservavo dal punto di vista che i fedeli hanno quando entrano in chiesa e guardano le pale d’altare, le statue e gli affreschi con le storie dei santi e della Vergine: dal basso verso l’alto. Come una pellegrina che si inginocchi davanti ad una stauroteca dopo un lungo viaggio.

Foto di Georges Flayols

La Sainte Victoire mi fece pensare alle meraviglie del mondo antico, come il faro d’Alessandria, il colosso di Rodi, la statua crisoelefantina di Zeus o anche alle grandi costruzioni che mi hanno sempre fatto tanta paura, come il Pantheon romano, quello parigino, la cupola del Brunelleschi.

Non sono riuscita a risalire all’autore di questa foto.

Cézanne ne fece la sua musa ispiratrice in quel processo pittorico che lo portò ad anticipare il cubismo picassiano, a semplificare geometricamente le figure in una sintesi delle forme e del colore data dalla pennellata stessa. Quindi se nelle prime tele in cui la montagna compare ci sono ancora linee curve che danno dolcezza al paesaggio, piano piano esse spariscono e, col tempo, Cézanne arriva alla scomposizione sintetica massima.

Per usare le sue stesse parole:

«Bisogna trattare la natura attraverso il cilindro, la sfera, il cono, il tutto messo in prospettiva, in modo che ogni parte di un oggetto, di un piano, sia diretta verso un punto centrale. Le linee parallele all’orizzonte esprimono la larghezza, che è un aspetto della natura, o se preferite dello spettacolo che il Pater Omnipotens Aeterne Deus dispiega davanti ai vostri occhi. Le linee perpendicolari all’orizzonte rappresentano la profondità. Per noi uomini la natura è più in profondità che in superficie; di qui la necessità d’introdurre nelle nostre vibrazioni luminose, rappresentate dai rossi e dai gialli, una certa dose di toni blu per far sentire l’aria»

La Sainte Victoire è la sua demoiselle d’Avignon, la sua ninfea, la sua odalisca, una Madonna raffaellesca post-impressionista, l’Uomo Vitruviano di un artista solitario, sofferente, permaloso, che non fu mai soddisfatto della sua ricerca artistica e che morì nel tentativo di arrivare a qualcosa che “si sviluppi meglio che in passato, diventando la prova concreta delle mie teorie: il difficile, infatti, è provare ciò che si pensa.

La Forêt de Broceliande: leggende, fate, maghi, storie fantastiche e cavalleresche

La canicola, quella vera (per info su quella falsa leggere qui), è infine arrivata e ci sta stritolando nella sua morsa feroce. Spesso mi sorprendo a rinfrescarmi viaggiando col pensiero verso climi più rigidi, verso terre più fredde: la mente mi porta tra i fiordi scandinavi, sui laghi scozzesi, nelle verdeggianti brughiere irlandesi. Questi luoghi straordinari sono dalla notte dei tempi l’ambientazione di storie fantastiche, racconti di fate e mitologie appassionanti.

Anche la Francia ha un luogo profondamente legato ai cicli mitologici arturiani e alle tradizioni ancestrali del popolo celtico. È la meravigliosa Bretagna, penisola protesa verso le infinità oceaniche nel nord-ovest dell’Esagono, terra di fascino e magia. Uno dei siti bretoni più favolosi è la Foresta di Brocelandia.

Ufficialmente denominata “Forêt de Paimpont”, Brocelandia è spesso citata nei menù delle crêperies bretonnes, le quali non mancano mai di intitolare una delle specialità della casa al bosco incantato, teatro delle avventure della Dama del Lago, Viviana, e di Merlino.

Chrétien de Troyes (circa 1135 – 1190), poeta francese medievale, maggiore esponente della letteratura cavalleresca e cortese in Francia, ne parla nelle sue opere Erec et Enide, Cligès, Lancelot ou le chevalier de la charrette, Yvain ou le chevalier au lion, Le Roman de Perceval ou le conte du Graal, titoli che compongono il cosiddetto “ciclo bretone”.

Merlino e Viviana in un’incisione di Gustave Doré

Brocelandia è una foresta di latifoglie e conifere. Qui potete trovare la mappa che vi illustra la sua estensione e i sentieri più suggestivi da percorrere per godere della sua magica atmosfera.

La fontana di Barenton, una fonte incantata che compare anche nell’opera Yvain ou le chevalier au lion, si trova vicino al villaggio La Folle Pensée, così chiamato per le virtù curative dell’acqua della fonte: si credeva infatti che essa potesse guarire gli spiriti pazzi, le menti disturbate. Pare comunque che l’acqua ogni tanto offra uno spettacolo notevole: malgrado la temperatura molto bassa, infatti, può capitare che essa ribollisca come in un pentolone sul fuoco. La tradizione popolare vuole inoltre che le fanciulle in cerca d’amore possano andare alla fontana, gettarci dentro uno spillo pronunciando una formula di buon augurio e ritrovarsi sposate prima di Pasqua!

La tomba di Merlino

La tomba di Merlino, o forse sarebbe meglio dire il luogo dove si trova la torre d’aria incantata costruita dalla fata Viviana per imprigionare il grande druido di lei follemente innamorato, è ciò che resta di un sito di sepoltura del neolitico. Esso era costituito di megaliti, ma purtroppo fu in parte distrutto nel XIX secolo. Ora non resta altro che una coppia di pietre che ricorda due amanti vicini, protesi l’uno verso l’altra.

Nella foresta di Brocelandia ci sono anche alcuni alberi notevoli, dei totem naturali, esseri viventi antichissimi che fanno pensare agli Ent della Terra di Mezzo: la quercia Gullotin, ad esempio, è un albero che ha tra gli 800 e i 1000 anni e il cui tronco sfiora i 10 metri di circonferenza. Il suo nome si deve all’abate Gullotin il quale, durante la Rivoluzione Francese, trovò rifugio in questo albero (in, non su, perché si nascose dentro un anfratto del tronco) per sfuggire alla furia anticlericale dei giacobini rivoluzionari.

La quercia Gullotin

Io non ci sono mai stata, ma desidero moltissimo visitare questa terra di fiaba e mistero. Mi piacerebbe molto poter fare un tour celtico, partendo dalla Bretagna, passando per l’Irlanda, la Scozia, scendendo verso il Galles, la Cornovaglia, per finire in Normandia.

Chissà che in questa peregrinazione non mi imbatta in qualche fata o folletto?

Le foto non sono mie, sono state trovate nel web e il copyright appartiene ai legittimi proprietari.

Piazza delle erbe e il mercato del pesce a St. Tropez

A Saint Tropez c’è il mercato del pesce, una galleria che dal porto va verso il vecchio villaggio, sbucando su quella che è chiamata “Piazza delle Erbe”. Sebbene oramai vi si affaccino il bar Senequier con il suo impero bianco e rosso, la boutique di Missoni, un alimentari di lusso e altri negozi di cianfrusaglie, questo angolo del paese mantiene intatto un sapore antico e semplice, che si ritrova nelle vecchie cartoline color seppia o nei quadri dei pittori che a Saint Tropez hanno soggiornato e vi hanno trovato ispirazione. Charles Camoin (1879-1965), ad esempio, pittore marsigliese innamorato del sud, ha ritratto questo angolino in una tela conservata oggi al Musée de l’Annonciade, importante polo artistico del villaggio provenzale.

Charles Camoin “Piazza delle erbe di St. Tropez”, Museo dell’Annonciade

Se si passa per di là la mattina presto, si viene investiti dall’odore fresco, salato, denso e ancora gradevole del pesce appena pescato. I venditori urlano e salutano da dietro i banchi bordati di ghiaccio ed erba scura, stretti lungo questo budello lastricato di sampietrini, col selciato dalla caratteristica forma a botte che lascia colare lungo i lati i liquami ittici.

Paul Signac, “Il temporale”, Museo dell’Annonciade

A partire dal dopo pranzo, la nettezza urbana si occupa di mondare la galleria, spruzzando ovunque dell’acqua in cui è stato disciolto un prodotto igienico dal peculiare olezzo di sciroppo per la tosse.

Il sole gioca coi tetti e le persiane, disegnando poligoni ombrosi sui muri delle case. Bisogna fare uno sforzo d’immaginazione, epurare la scena dei cassoni dei condizionatori che come dragoni grigi sputano aria calda, dei turisti in canottiera e ciabatte intenti a leccare coni gelato mezzi scioli, dei fari abbaglianti che ammiccano seducenti dalle vetrine lussuosissime. Ecco che l’immagine di una St. Tropez innocente, colorata, laboriosa, allegra e naturale riappare, forse nel modo in cui si manifestava agli occhi del pittore neoimpressionista Paul Signac, che qui acquistò una casa e ne fece il suo atelier.

Albert Marquet, “Il porto di St. Tropez”, Museo dell’Annonciade

È bella, St Tropez, anche se ora si addormenta all’ombra dei grandi yacht dei ricchi che vengono ad ostentare quanto possiedono in questo piccolo porto. È bella, anche quando al posto delle bottegucce e delle boulangeries ci sono Valentino, Chanel, Armani e Cartier che fanno sentire poveri e infimi. È bella soprattutto la mattina presto, quando i bagordi della sera prima trattengono a letto le masse di visitatori, i quali forse non vedranno mai il gioco della luce del sole tra le lapidi del cimitero marittimo a strapiombo sul mare, disteso come una tovaglia bianca ai piedi della cittadella.

Chiedere aiuto c’est français!

Per una serie di motivi mi sono imbattuta in un volume di teoria sulle procedure di sicurezza da implementare a bordo di un’imbarcazione o di un velivolo in caso di emergenza grave. Mayday, Pan pan, SOS... alte frequenze, medie frequenze… ci sono tante cose da imparare, è una materia interessante e anche molto vasta.

Con il mio solito piglio investigativo-linguistico, sono andata a guardare le etimologie delle espressioni di soccorso più comuni, e con grande sorpresa ho scoperto che derivano quasi tutte dalla lingua francese.

Mayday, ad esempio, è una parola che indica un’emergenza, una questione di vita o di morte e in radiofonia è utilizzata per le imbarcazioni e per i velivoli che hanno bisogno di aiuto. Nella gerarchia delle espressioni usate, è la più grave, la più importante, quella che annichilisce tutte le altre comunicazioni radio e che ottiene la precedenza. Va ripetuta tre volte all’inizio del messaggio. Questa espressione è il frutto dell’inglesizzazione di “veulliez m’aider”, vogliate aiutarmi (era pur sempre l’inizio del 1900, la formalità era all’ordine del giorno anche in caso di pericolo). Contratta in “m’aider”, diventa mayday per gli anglofoni. Essa è in utilizzo dal 1927, dopo che nel 1923 un radiofonista dell’aeroporto londinese di Croydon, Frederick S. Mockford l’aveva proposta per facilitare le comunicazioni tra l’aeroporto in cui lavorava e quello di Le Bourget, a Parigi, tra i quali avveniva un intenso traffico aereo.

La tomba di Mockford

Pan pan, sempre ripetuto tre volte all’inizio della comunicazione radiofonica, deriva dalla parola francese panne, che in italiano troviamo esclusivamente nella locuzione “rimanere in panne”, associata dunque a motori, mezzi di locomozione, meccanica in linea generale, ed è pronunciata come il plurale di “panna”. Come ci suggerisce questa espressione, in radiofonia questa formula è usata per urgenze di minor gravità rispetto al mayday.

Securité si utilizza per comunicazioni non gravi ma che possono influire sulla sicurezza del bastimento, come le condizioni meteorologiche, oggetti galleggianti sulla rotta, alberi maestri di navi affondate che riaffiorano in superficie. Anche in questo caso la parola va ripetuta tre volte all’inizio della telecomunicazione.

SOS ha una storia molto conosciuta: fu scelto come sigla universale per chiedere aiuto grazie alla semplicità con cui può essere computata nel codice Morse … – – – … Per dargli un senso, nelle varie lingue gli esperti di telegrafia e radiofonia hanno provato ad abbinare delle parole pertinenti al contesto di emergenza che iniziassero con la S e la O: save our ship, save our souls in inglese, salvateci o soccombiamo, soccorso occorre soccorso in italiano. Fu scelto nel 1906, a Berlino, durante la conferenza internazionale di telegrafia e probabilmente fu utilizzato nel 1912 dalla nave Titanic, quando entrò in collisione con l’iceberg.

Il Titanic

Quell’evento sfortunato sta all’origine di molte innovazioni nel campo della sicurezza e delle telecomunicazioni. All’indomani della tragedia furono organizzate numerose conferenze e incontri internazionali di esperti e studiosi delle varie discipline che concorrono a gestire la vita a bordo di un velivolo o di una nave: ingegneri, fisici, radiofonici, marinai, telegrafisti, meteorologi, cartografi etc. Ad esempio si stabilì l’obbligo di avere a bordo su ambo i lati di ogni bastimento il numero di scialuppe di salvataggio esatto per accogliere tutti i passeggeri presenti a bordo. Il che significa il doppio della capienza della nave sotto forma di scialuppe, in totale. Se uno ci pensa, è abbastanza ovvio: in caso di affondamento, la nave può ribaltarsi e impedire l’accesso delle persone a bordo ad uno dei due lati.

La fonte per questo articolo è stato un ex marinaio della marina nazionale francese, ora capitano su una barca privata, che mi ha raccontato tutte queste cose, facendomi anche degli esempi pratici di comunicazioni importanti di sicurezza.

Benvenuti a bordo, filibustieri!

Pillola: “La baia del francese”, vino di Borgogna, pasta alle olive nere e un porcellino

Un viaggio in treno, andata e ritorno in giornata. Vedere la città dai vetri lacrimosi di una macchina asfissiante di fumo di sigaretta e ricordi.

Mangiare una pasta che è il simbolo dei miei anni universitari accompagnata da un pregiatissimo bianco della Côte-d’Or, un nettare francese emblema della mia vita adulta, che accostamento strano! Imprevedibile corto circuito emotivo, inaspettato distacco dal passato e gioia per il presente, senza nostalgia eccessiva.

Avere il tempo magico della lettura, un angolo di vita in cui non si può far nulla se non oziare, dormire, scrutare pigramente il finestrino del treno come se fosse uno schermo cinematografico rotto o leggere avidamente.

Ho fatto il tragitto di ritorno, in serata, vicino ad una coppia che viaggiava con un porcellino setoloso e tranquillo. Tra le mani e sotto gli occhi “La baia del francese” di Daphne Du Maurier. Iniziato e finito, come un calice di quel delizioso vino borgognone che mi ha scaldata a pranzo.

Avevo dimenticato gli occhiali a casa, ma poco mi è importato: dovevo sapere che ne sarebbe stato di Dona e di Jean-Benoit Aubéry.

Amo leggere romanzi cappa e spada, forse un po’ démodé.

La route du rhum, destinazione Guadeloupe

Ieri è partita la regata “Route du rhum”, un’intensa corsa marittima dal porto di Saint Malo con destinazione la Guadeloupe. Come c’è scritto nel sito ufficiale della routeduthumcompetizione, sin dal 1978, anno della sua fondazione ad opera di Michel Etevenon, la Route du rhum è uno degli eventi marittimi e sportivi più appassionanti che ripercorre le rotte dei cargo che, dalla Guadeloupe e dalle Antille francesi, portavano fino in Métropole stive piene del prezioso liquore caraibico.

La Route du Rhum – Destination Guadeloupe est la plus mythique des transatlantiques en solitaire courue tous les quatre ans entre Saint-Malo et Pointe-à-Pitre, en Guadeloupe.

Comme l’a voulu son concepteur, Michel Etévenon, La Route du Rhum est la transat de la liberté : monocoques et multicoques sont mêlés sans spécification de classement et sans restriction de taille, professionnels et amateurs s’affrontent avec la même règle du jeu et toutes les aides extérieures à la navigation sont autorisées sur un parcours inédit qui part de France Métropolitaine pour arriver en France d’Outre-Mer.

UP_Route du Rhum 2018
Il percorso della regata

Se volete seguire in diretta la competizione potete scaricare l’app dal sito ufficiale.

Buon vento a tutti i partecipanti!