Blogger we want you! De amore gallico partecipa al concorso di Grazia.it

Il mio piccolo, non convenzionale blog rispecchia tutto quello che sono e che mi piace: storia, letteratura, linguistica, teatro, arte, curiosità, umorismo, cucina, viaggi, un pizzico di sehnsucht e, spero, ironia e ingenuità in egual misura, non necessariamente in questo ordine, ma ben mescolate in un ibrido bizzarro che ricorda vagamente un ippogrifo arrabbiato o una chimera che si è persa nella nebbia.

Che cosa accade quando tante cose si fondono in un’unica persona che vaga seguendo la direzione del vento, a metà strada tra Mary Poppins, Vianne Rochet e Pinocchio?
Non lo so. Ma Tolkien scrisse che “Not all who wonder are lost” per cui non mi sento troppo inquieta.

Sono capitata in Francia, sulla costa provenzale, per puro caso. Da quest’esperienza è nato De amore gallico, ma, siccome non mi fermerò qui, penso che nasceranno molti altri “De amore”: ovunque la vita mi porterà, coi suoi mulinelli birichini e profumati, io andrò e là cercherò di dipingerne il ritratto coi colori più vivaci che la mia tavolozza verbale possiede.

Grazia.it cerca IT blogger. De amore gallico è quello giusto?
Forse, ma solo se vi interessano i sapori e i colori francesi goduti col gusto e la vista italiani.blogger-we-want-you-graziait-L-QhR4fg

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Les Baux de Provence e l’adorazione dei Magi: storia provenzale, tradizione cristiana

Les Baux de Provence è un minuscolo villaggio provenzale che si trova nel dipartimento delle Bocche del Rodano.
Una leggenda ricopre di oro, incenso e mirra i fatti storici riguardanti la sua fondazione.
Se da una parte, infatti, scavi e studi hanno dimostrato che il sito era abitato dai Celti sin dal 6000 a.C. (fonte Wikipedia, notizia non confermata dal sito ufficiale della città che trovate qui), dall’altra parrebbe che il nome del villaggio derivi da quello della casata Baux, anche detta Del Balzo, famiglia discendente diretta di uno dei Re Magi d’oriente.
Riporto qui il passo del Vangelo di Matteo in cui è narrata la vicenda:

Gesù nacque a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode. Alcuni Magi giunsero da oriente a Gerusalemmee domandavano: «Dov’è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella e siamo venuti per adorarlo».
All’udire queste parole, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i sommi sacerdoti e gli scribi del popolo, s’informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Messia.
Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero il più piccolo capoluogo di Giuda: da te uscirà infatti un capo che pascerà il mio popolo, Israele».
Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire con esattezza da loro il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme esortandoli: «Andate e informatevi accuratamente del bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo».
Udite le parole del re, essi partirono. Ed ecco la stella, che avevano visto nel suo sorgere, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino.

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L’adorazione dei Magi secondo il Botticelli

Al vedere la stella, essi provarono una grandissima gioia. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra.
Avvertiti poi in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.
[…] Erode, accortosi che i Magi si erano presi gioco di lui, si infuriò e mandò ad uccidere tutti i bambini di Betlemme e del suo territorio dai due anni in giù, corrispondenti al tempo su cui era stato informato dai Magi.

Il Magio da cui parrebbe discendere la casata di Baux è Baldassarre, o Balthazar. Giovanni di Hildesheim, monaco carmelitano tedesco del XIV secolo, nella sua “Historia Trium Regum” riporta:

E i tre Re, dopo aver umilmente baciato la terra dinanzi la mangiatoia e la mano al Bambinello, gli offrirono, con devozione, i loro doni e, con devozione, li deposero nella mangiatoia presso la testa del Bambinello e le ginocchia della madre.
Ed era Melchiar il più piccolo di statura, Balthazar il mediano, Jaspar il più alto, negro d’Etiopia.

Sulla stella che li guidò si è molto dibattuto, specie in seguito alla raffigurazione che ne fece Giotto nella Cappella degli Scrovegni di Padova, identificandola con la Cometa di Halley. Il punto è che nel testo biblico (e in questo articolo si fa riferimento al Septuaginta), 600px-blason_baux_de_provence-svgessa viene indicata col termine ὁ ἀστὴρ, o astér, semplicemente “stella” e non cometa.
Resta il fatto, però, che essa compare nello stemma di Les Baux de Provence e della famiglia Del Balzo: un astro bianco in campo verde ad esaltare la discendenza della casata.

Sui Magi è stata prodotta tanta arte e tanta letteratura: questi tre saggi astronomi zoroastriani venuti da Oriente in groppa a tre dromedari (dromedari! E non cammelli, ché il bigibbuto viene dalle steppe dell’Asia centrale, mentre il monoggibuto è autoctono dell’Arabia, Persia e Nordafrica) sono il soggetto di una poesia scritta dal massimo poeta del ‘900, Thomas Stearns Eliot.
Qui riporto il testo di “The journey of the Magi”, scritto nel 1927:

A cold coming we had of it,
Just the worst time of the year
For a journey, and such a long journey:
The ways deep and the weather sharp,
The very dead of winter.’
And the camels galled, sore-footed, refractory,
Lying down in the melting snow.
There were times we regretted
The summer palaces on slopes, the terraces,
And the silken girls bringing sherbet.
Then the camel men cursing and grumbling
And running away, and wanting their liquor and women,
And the night-fires going out, and the lack of shelters,
And the cities hostile and the towns unfriendly
And the villages dirty and charging high prices:
A hard time we had of it.
At the end we preferred to travel all night,
Sleeping in snatches,
With the voices singing in our ears, saying
That this was all folly.

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Gentile da Fabriano

Then at dawn we came down to a temperate valley,
Wet, below the snow line, smelling of vegetation,
With a running stream and a water-mill beating the darkness
And three trees on the low sky.
And an old white horse galloped away in the meadow.
Then we came to a tavern with vine-leaves over the lintel,
Six hands at an open door dicing for pieces of silver,
And feet kicking the empty wine-skins.
But there was no information, and so we continued
And arrived at evening, not a moment too soon
Finding the place; it was (you may say) satisfactory.

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Giotto e la cometa di Halley

All this was a long time ago, I remember,
And I would do it again, but set down
This set down
This: were we led all that way for
Birth or Death? There was a Birth, certainly,
We had evidence and no doubt. I had seen birth and death,
But had thought they were different; this Birth was
Hard and bitter agony for us, like Death, our death.
We returned to our places, these Kingdoms,
But no longer at ease here, in the old dispensation,
With an alien people clutching their gods.
I should be glad of another death.

Le raffigurazioni dell’adorazione del Magi sono dei più svariati tipi: l’arte ravennate ne dà un esempio nella chiesa di Sant’Apollinare Nuovo, Giotto, già citato, lo fa a Padova inserendo la novità astronomica di cui sopra, Gentile da Fabriano ne fa il soggetto di un capolavoro datato 1423 e conservato agli Uffizi, Botticelli verticalizza la scena, sovvertendo le regole fino ad allora adottate per rappresentare i tre Re Magi al cospetto del Bambinello, e Leonardo lascia la sua opera incompiuta.

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I Re Magi ravennati

L’Epifania è alle porte e De amore gallico augura a tutti i suoi lettori un felice anno nuovo.
A presto con articoli, curiosità, riflessioni, novità e tante letture!

Mulhouse e Strasbourg: viaggio notturno sentimentale in un pezzo di Francia che è già Germania (o forse no).

Ho attraversato l’Alsazia in una fredda sera di metà novembre, direzione Treviri.
Le due brevi tappe che mi sono concessa sono state a Mulhouse e a Strasbourg. Nulla di che, nemmeno il tempo di sgranchirmi le gambe, figuriamoci andare a dare un’occhiata a qualche via o monumento.
Però è bastato quel poco per percepire il senso di transizione che ispira quel pezzo di terra.
L’Alsazia (e la Lorena) è salita agli onori della cronaca nel programma scolastico di storia più e più volte: una disputa secolare per il dominio della regione tra Francia e Germania.
E se si mette il naso fuori dal finestrino della macchina si capisce il perché: si è in Francia, a tutti gli effetti. Basta contare il numero di boulangeries che, seducenti, ammiccano nella gelida aria notturna novembrina. Ma i nomi dei luoghi e delle località rimandano ad un passato tormentato, ad un’identità assai più teutonica che gallica. Il nome stesso della regione deriva dall’alto tedesco antico Ali-saz or Elisaz, che significa “dominio straniero”.

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Mulhouse

Una breve cronologia del palleggio tra Francia e Germania potrebbe dare un’idea della precarietà storica di questa terra e di come è assurta a simbolo della rivalità franco-asburgica:
già assegnata a Lotario alla morte di Carlo Magno (814), l’Alsazia-Lorena fu parte del Sacro Romano Impero, se si vogliono considerare l’Impero Carolingio ed il Sacro Romano Impero due entità separate. Alcuni storici sono contrari a questa lettura, preferendo individuare nei due regni un unicum senza soluzione di continuità. Prendendo per buona però la prima versione e ponendo l’inizio del S.R.I. nel 962, quando fu eletto imperatore Ottone I (nota bene: la particolarità del S.R.I. era proprio la carica elettiva del sovrano, che rispecchiava in un certo qual modo la tradizione tribale barbarica del primus inter pares), si può dire che l’Alsazia-Lorena passò dall’Impero Carolingio al Sacro Romano Impero mantenendo un’identità più prettamente teutonica.
 Durante la catastrofica guerra dei trent’anni, essa non venne risparmiata e finì per diventare un pezzo del complesso puzzle geopolitico risultante di quel guazzabuglio europeo. Col passare dei secoli le due regioni furono assegnate al Regno di Francia, precisamente sotto Luigi XIV le roi soleil, per ritornare alla Germania durante il conflitto franco-prussiano nel 1870. Alla fine della prima guerra mondiale l’Alsazia-Lorena fu riammessa alla Francia, fu re-invasa dalla Germania durante l’offensiva bellica del secondo conflitto mondiale, alla fine del quale il territorio conteso rientrò nei confini francesi dove è tutt’oggi.

Niente male per una provincia qualunque dell’Europa centrale.

C’è da immaginare un bel clima di tensione nel periodo delle due guerre mondiali: spionaggio, fraternizzazione col nemico, doppio gioco e nazionalismo da ambo le parti. A questo proposito consiglio la visione di un film meraviglioso uscito quest’anno nelle sale: “Frantz“, produzione franco-tedesca, diretto da François Ozon, girato quasi interamente in bianco e nero, un film struggente sull’elaborazione del lutto e sullo stress post-traumatico sofferto dai poveri soldati reduci della Grande Guerra.

Mantenendo tutto questo a mente, il canto notturno di una donna errante d’Europa si trasforma in una sequela di toponomi di villaggi e cittadine, masticati fingendo un accento tedesco che non ho (perché non conosco il tedesco) e sputati arrotando la erre alla francese.
La tappa a Mulhouse si trasforma in un sogguardare in giro, timidamente, sapendo che è la città natale di un personaggio tanto ammirato, Philippe Daverio, e di un tale Alfred Dreyfus, il cui affaire, se proprio si vuole fare il gioco della causa-effetto, è il casus belli del conflitto israelo-palestinese. Sì, perché se Dreyfus non fosse stato accusato ingiustamente, Zola non avrebbe mai scritto il “J’accuse“, in Europa non si sarebbe espansa l’ondata di antisemitismo che spinse Theodor Herzl a scrivere “Der Judenstaat” e forse tutto sarebbe stato diverso.

Colmar, Strasbourg… l’Alsazia sfila nel buio della notte autunnale, l’automobile fa le acrobazie sul confine tra due stati, come un equilibrista, un circense ubriaco. Ho fame, ma c’è tanta strada da percorrere, ancora, non si può indugiare.
Ci si tuffa nella foresta tedesca, francophonie alle spalle, boulangeries dietro di noi, davanti Treviri e Karl Marx, le pale eoliche che nel buio lampeggiano rubizze, come tanti UFO venuti a prelevarci per riprogrammarci. La carreggiata è dritta, in discesa e in salita, in mezzo ad un bosco immenso, dagli alberi glabri e lugubri. La luna è piena, ma celata da una coltre di nubi che attutisce ogni pensiero.
Il buio appanna i sensi, non li acuisce. Il freddo penetra nelle ossa, si è disorientati dalla mancanza di civiltà: la città è ancora lontana, l’ora di arrivo è posposta, il cuore è affannato.

Una delle persone più care mi ha lasciato, e io lo vengo a sapere in viaggio, di notte, lungo una strada infinita attraverso una selva oscura tra Francia e Germania.

Le superstizioni dei marinai francesi

Il marinaio, il contadino, la guaritrice e la levatrice sono figure che condividono sin dalla notte dei tempi un tratto in particolare: la superstizione. E come biasimarli: a Odisseo, marinaio esperto e uomo intelligentissimo, bastò offendere Poseidone per essere alla mercé delle tempeste e delle sventure per ben dieci anni!

Entrare in contatto con gente di mare, qui in Francia, mi ha fatto conoscere alcune pittoresche superstizioni e riti scaramantici che ho il piacere di condividere con i lettori del blog De amore gallico.
La prima, e la più buffa, forse, mi è stata raccontata un giorno a pranzo, mentre rosicchiavo verdure crude come un coniglietto:
– Lo sai che sulle navi è proibito portare conigli? Anzi, molti detestano che si pronunci perfino la parola lapin.
– E perché mai?
-Pensaci: è una superstizione che risale ai tempi dei navigli in legno.

Bunnies Attract Tourists To A Japanese Islet Okunoshima
La bête aux grandes oreilles

A quanto pare questi adorabili roditori, quando venivano trasportati nelle stive per lunghissimi viaggi, rosicchiavano coi dentoni ogni cosa si frapponesse tra loro e la libertà, incluse le chiglie dei bateaux. I danni che causavano ve li lascio immaginare: sventura e disgrazia su ogni nave che li trasportasse!

Altrettanto malanimo c’è stato, almeno fino a tre secoli fa, nei confronti delle donne a bordo. Per nessuna ragione esse potevano far parte dell’equipaggio ed erano accettate solo come passeggere. Non vi è una spiegazione legata alla magia o all’ira degli dei ma piuttosto un ragionamento logico che chiunque può comprendere: una donna in mezzo ad una ciurma di soli uomini poteva creare rivalità e rancori per motivi di cuore o di sesso. D’altro canto chissà quanti litigi e ammutinamenti sono avvenuti, nei secoli, non a causa di femmes fatales ma di uomini innamorati di altri uomini? La storia non prende mai troppo in considerazione l’omosessualità e se lo fa non ne comprende mai la dimensione ed il peso nel vivere quotidiano.

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Hermione 2014 – Il suo equipaggio è composto da uomini e donne in egual misura: bando alle superstizioni!

Ascoltando i racconti di un ex marinaio si viene a sapere anche che il venerdì non si salpa mai. Dalle mie parti si dice: “Di Venere e di Marte non si dà principio all’arte”. Ma non è questo il caso. La storia di tale usanza risale infatti ai tempi in cui i marinai ricevevano la loro paga di giovedì: uscivano dalla nave e finivano dritti in qualche osteria o in qualche casa di piacere a godersi i soldi guadagnati. Il venerdì non si vedeva anima viva sul ponte della nave: chi era alle prese con il post-sbornia, chi si riprendeva da traumi cranici e facciali multipli dovuti a risse furibonde, chi si ritrovava con un coltello piantato nella schiena, buttato in qualche vicolo a morire dissanguato, chi a dormire tra le braccia di qualche fanciulla o fanciullo… la partenza doveva essere rimandata per forza.

A proposito delle abitudini sessuali dei marinai ritengo che sia necessario fare menzione della divisa ufficiale della Marina Militare Francese: firmata da Jean Paul Gaultier, si ispira alle divise tradizionali dei navigatori dell’hexagone aggiungendo però l’estro che contraddistingue il gusto dello stilista e i colori della bandiera di Francia. Se avete occasione di vederne una dal vivo fate caso ad un particolare: l’apertura delle brache.

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La parte anteriore si sbottona completamente lasciando cadere un lembo quadrato di stoffa e denudando del tutto i genitali. Perché? Per mantenere i pantaloni puliti anche durante il coito frettoloso consumato all’angolo di un vicolo del porto con la prima prostituta incontrata! Di necessità virtù, è proprio il caso di dirlo. Jean Paul Gaultier ha poi fatto sua cifra distintiva sia la triade blubiancorosso sia la maglia marinière, tenuta d’ordinanza dei pescatori bretoni.

In ultimo voglio ricordare l’importanza del nome Maria: specialmente in Bretagna, terra di tradizioni e superstizioni fortissime. marseille-la-bonne-mere-273x300Maria, la madre di Gesù, è ritenuta protettrice dei marinai ed è uso comune tra i pescatori includere il prénom Marie quando si battezzano i propri figli, sia maschi che femmine.
Dopotutto non è un caso chesia dedicata proprio a Maria la basilica di Notre-Dame-de-la-Garde, la Bonne Mère che domina il porto di Marsiglia proteggendo tutti i marinai che salpano e accogliendo quelli che attraccano, di ritorno da un viaggio pericoloso nelle sterminate acque dei sette mari.

Intervista a Werner Bokelberg: vedere Dalì in bianco e nero

Intervista del 23 giugno 2016 a Werner Bokelberg (sito web: http://www.bokelberg.com/).
Il signor Bokelberg mi ha gentilmente concesso un incontro nella sua bella casa nel sud della Francia. Per comunicare abbiamo usato la lingua inglese. Qui propongo il resoconto in italiano, ma presto pubblicherò anche la trascrizione di come si è svolta in inglese a beneficio dei lettori stranieri, se ve ne saranno.

Nato a Brema nel 1937, Bokelberg intraprende la carriera dell’attore per poi correggere il tiro ed orientarsi verso la fotografia. Il suo strumento principale è il bianco e nero, che caratterizza tutta la sua produzione.
Lui e sua moglie mi accolgono con cortesia squisita nella bellissima dimora in cui passano le loro vacanze estive. Non solo ho il piacere di trascorrere quasi un’ora in sua compagnia, ma mi permette di registrarlo e di portare via con me una copia del volume Da-Da-Dalì. Proprio da quest’opera e dalle foto al suo interno inizia la nostra conversazione. Il libro in questione è il lavoro a quattro mani di Bokelberg e Dalì, un insieme delle loro arti, la fotografia per il primo e se stesso per il secondo. Da questo volume, edito nel ’66, ma le cui foto furono scattate nel ’64, la nostra intervista spazia verso Picasso, la fotografia oggi, le mode e le mediocrità, il valore del bianco e nero.

Domanda: Prima domanda, forse un po’ banale, ma non posso fare a meno di chiederlo: com’era Dalì?
Risposta: Meno pazzo di quanto sembrasse dal di fuori. O meglio, la sua follia non era follia come la intendiamo normalmente: era la sua essenza, la sua natura, lo strumento con cui lavorava, senza il quale non sarebbe stato Dalì. Ed in questo era davvero professionale.
D: Come andò sul set fotografico di Da-Da-Dalì? In che modo ha visto la luce questo volume?
R: Era la mia prima volta in Spagna; quando arrivai, dopo un lunghissimo viaggio da Amburgo, mi dissero anche avrei dovuto trovare un sacco contenente cento chili di fagioli secchi. Non sapevo dove trovarli, non parlavo nemmeno spagnolo, eravamo in una piccola cittadina e mi ci vollero delle ore per trovarli. Una volta trovatili, tornai al luogo dell’appuntamento e vidi Dalì con questa ragazza completamente nuda, con un guinzaglio al collo ed un cucciolo di ghepardo. Eravamo al bordo di una piscina all’aperto vuota. Dalì si mise subito al lavoro, mi disse: “Eccoti qui, dammi i fagioli.”  E poi le foto parlano per me: versò i cento chili di fagioli secchi addosso alla modella che se ne stava sul fondo della piscina vuota, in un angolo. Questa era arte, non era follia.
D: Mi fa quasi pensare alle performance shock di Marina Abramovic. La gente la taccia spesso di pazzia ma tutta la sua opera è un unico statement.
R: In un certo senso sì.
D: E da questa vostra collaborazione artistica ne è nato il volume Da-Da-Dalì.
R: Sì, io curai le foto, ma il layout del libro fu tutta opera di Dalì.

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Uno scatto dal volume Da-Da-Dalì
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Uno scatto dal volume Da-Da-Dalì

D: Lei ha lavorato anche con Picasso…
R: No, non posso dire di averci lavorato. Lo ho ritratto, questo è vero, in una sola sessione, ma non abbiamo collaborato come ho fatto con Dalì. D’altra parte Picasso è stato ritratto da molti. Quando un personaggio del suo calibro viene fotografato più e più volte nel corso del tempo e da tanti obiettivi diversi avviene solo per immortalarlo come era in quel momento esatto, quando stava attraversando quel periodo o quell’altro, e come era dieci anni prima, o dieci anni dopo, e si fa anche un confronto tra la sua apparenza fisica, la moda del tempo, il suo stile pittorico in quegli anni… non si cerca lo sguardo del fotografo, in questi casi: è il soggetto che fa tutto da sé, per la sua importanza e per la sua fama. E d’altra parte è solo un ritratto, non è un progetto, un lavoro.

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Particolare del ritratto di Picasso ad opera di Bokelberg.

D: Oggi la fotografia è molto più “in vista” di quanto non lo fosse nei decenni passati. Le mostre sono tantissime…
R: Troppe.
D: Beh, è considerata oramai un’arte alla portata di tutti: dalle applicazioni per gli smartphone ad una certa moda, una sorta di posa che molte persone amano assumere per darsi un tono, specie sui social network. Lei che ne pensa?
R: Mettiamola così: oggi tanti fotografi mediocri hanno la possibilità di fare delle belle foto, ma solo per caso, per un momento fortunato in cui riescono a catturare la luce e il soggetto in un modo che riesce ad esprimere qualcosa. Se però gli viene chiesto di ripetere lo scatto, non avranno alcuna idea di come replicarlo. Un fotografo vero lo sa rifare, invece.
D: Che cosa pensa della tecnologia che si è sviluppata dietro la fotografia, oggi?
R: Prima per produrre una bella foto ci si doveva pensare molto, e non si poteva esagerare nel numero di scatti per sessione, perché il materiale non era infinito, la pellicola dopo un po’ si esauriva. Ora invece si possono fare centinaia e centinaia di scatti per poi correggerli e migliorarli digitalmente. Quella è fotografia? No, io la chiamerei piuttosto un modo per produrre delle belle immagini. Immagini, non foto.
D: La sua scelta del bianco e nero è esclusiva. Nell’immaginario comune il passato è in bianco e nero, forse perché le vecchie fotografie e i vecchi film ci hanno abituati a questo. In genere si dice che una volta le persone erano più belle, tutto era più bello, anche grazie all’aura di mistero e di opacità conferita dal bianco e nero. Lei è d’accordo?
R: Sì, forse. Ma non bisogna dimenticare che una volta farsi fotografare era un avvenimento molto importante e raro, per cui le persone ci tenevano ad apparire al meglio. Ora la fotografia è presente nella vita di tutti i giorni, e questo ha delle conseguenze anche sul piano estetico.
D: Beh, anche nelle vecchie Polaroid le persone sembravano più belle che adesso, forse perché erano giovani…
R: Merito è anche della patina della polaroid e dello sbiadire del colore nelle vecchie pellicole.
D: Ora le Polaroid sono tornate di moda. Che ne pensa?
R: Che non fanno nessun danno.
D: E del selfie?
R: Che è narcisismo puro e senza senso.
D: Lei parla della fotografia in modo molto prosaico e distaccato, come se fosse un mero strumento per rappresentare la realtà e non come un’arte alla stregua della composizione musicale, della pittura o della scultura.
R: Questa constatazione è interessante. Sì, non posso negarlo. Credo che questa sensazione sia legata alla brevità dell’atto dello scatto. Un pittore impiega molto tempo per produrre la sua tela, un compositore suda sullo spartito per partorire una melodia. La fotografia, per quanto a lungo si possa studiare un soggetto e le migliori condizioni per ritrarlo, è così immediata e breve che è difficile possa comunicare di più o più intensamente di un’opera su cui si è lavorato a lungo, in cui si è riversata una parte di sé. La fotografia era molto più “arte” al tempo dei pionieri come Nadar, quando la posa di un soggetto e la sua presa duravano diversi minuti, un tempo più consistente, in cui il creatore e il soggetto avevano più possibilità di infondere qualcosa della loro interiorità in quello che stavano facendo rispetto ai fotografi più recenti. Le foto di allora mostravano davvero di più. In questo senso io non vedo la fotografia come un’arte, ma come un mezzo di rappresentazione estetica della realtà.

Lascio casa Bokelberg con le mani piene di un volume di Da-Da-Dalì, un taccuino per scrittori e una raccolta di vecchie foto in formato cartolina della Saint Tropez dei primi del novecento che lo studio Bokelberg ha rieditato (sempre per restare in tema di bianco e nero, vecchio e nuovo).
I signori Bokelberg sono stati gentilissimi e conserverò nel cuore il ricordo di un’ora piacevolissima trascorsa insieme ad un maestro e ai suoi ricordi professionali.

Pillola: les voiles latines e la Maremmamaiala

A Saint Tropez, sin dal 2001, verso la fine di maggio si tiene una piccola regata chiamata “Les voiles latines”. Si tratta di un raduno di imbarcazioni tipiche del Mediterraneo, caratterizzate da vele triangolari che vengono identificate come vele latine.
Barche francesi, spagnole, catalane, persino tunisine, si danno appuntamento nel piccolo porto per mettere in mostra le loro bellezze.

E gli italiani? Come potrebbero mancare, i veri eredi dei latini? Arrivano numerosi, provenienti specialmente dalle sponde delle quattro celebri repubbliche marinare. Ecco quindi che Genova innalza il suo vessillo nel cielo tropeziano, Venezia lucida il suo leone, Amalfi è pronta alla competizione e Pisa…

la delegazione pisana la si riconosce subito, anche senza averla vista, basta essere a portata d’orecchio Maremmamaialacagna!