Pillola: “La baia del francese”, vino di Borgogna, pasta alle olive nere e un porcellino

Un viaggio in treno, andata e ritorno in giornata. Vedere la città dai vetri lacrimosi di una macchina asfissiante di fumo di sigaretta e ricordi.

Mangiare una pasta che è il simbolo dei miei anni universitari accompagnata da un pregiatissimo bianco della Côte-d’Or, un nettare francese emblema della mia vita adulta, che accostamento strano! Imprevedibile corto circuito emotivo, inaspettato distacco dal passato e gioia per il presente, senza nostalgia eccessiva.

Avere il tempo magico della lettura, un angolo di vita in cui non si può far nulla se non oziare, dormire, scrutare pigramente il finestrino del treno come se fosse uno schermo cinematografico rotto o leggere avidamente.

Ho fatto il tragitto di ritorno, in serata, vicino ad una coppia che viaggiava con un porcellino setoloso e tranquillo. Tra le mani e sotto gli occhi “La baia del francese” di Daphne Du Maurier. Iniziato e finito, come un calice di quel delizioso vino borgognone che mi ha scaldata a pranzo.

Avevo dimenticato gli occhiali a casa, ma poco mi è importato: dovevo sapere che ne sarebbe stato di Dona e di Jean-Benoit Aubéry.

Amo leggere romanzi cappa e spada, forse un po’ démodé.

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Il caso Calas: l’errore giudiziario che fu rettificato nientemeno che da Voltaire – Écrasez l’infâme!

Tolosa, 13 ottobre 1761. A casa di Jean Calas, commerciante ugonotto, si sta cenando. In casa si trovano sei persone: lui stesso, sua moglie, la domestica di fede cattolica Jeanne Viguier, i figli Pierre e Marc-Antoine e un amico di famiglia, Gubert Lavaysse.

Durante in pasto, Marc-Antoine si alza da tavola scusandosi, accusando un leggero malessere. Esce dalla sala da pranzo. Sarà ritrovato poco dopo, appeso ad una trave, suicida per impiccagione.

A quel tempo ai suicidi veniva inflitto un trattamento tremendo. Come scrive Lorenzo Manetta nel suo saggio “Voltaire, l’affaire Calas e altri casi giudiziari. Il grido del sangue innocente“:

Il padre, per evitare al cadavere del figlio il trattamento disonorevole che a Tolosa veniva riservato ai suicidi (per la legge francese, il suicida era soggetto ad un vergognoso processo farsa, veniva trascinato lungo le strade per i talloni e impiccato come se fosse stato un infame criminale)  dichiarò alle autorità che il figlio era stato ucciso da uno sconosciuto che era riuscito ad entrare in casa.

Le cause dell’estremo gesto possono essere ricercate nella depressione che affliggeva Marc-Antoine: egli, pur avendo una laurea in legge dal 1759, non era abilitato ad esercitare la professione di avvocato perché a tale scopo era necessario un attestato di ortodossia religiosa rilasciato dal prete della propria parrocchia; Marc-Antoine cercò di convertirsi, ma invano dal momento che l’attestato gli venne comunque negato. Il giovane Calas assunse un atteggiamento malinconico e dissoluto, si diede al gioco d’azzardo, motivo per cui il padre non lo ritenne adatto a partecipare agli affari di famiglia.
Le testimonianze contraddittorie dei membri della famiglia indussero le autorità giudiziarie a credere che Marc-Antoine fosse stato ucciso dal padre con l’aiuto dei suoi familiari e del suo ospite – teorema che venne amplificato dalla folla che intanto si era radunata attorno a casa Calas – il movente del figlicidio venne individuato nel tentativo di conversione al cattolicesimo del figlio, per questo punito dal padre. David de Beudrigue, magistrato cittadino che era presente in mezzo alla folla, fece arrestare seduta stante i membri della famiglia insieme a Gaubert Lavaysse, i quali rimasero in prigione per i cinque mesi successivi.


Pierre Calas scopre il cadavere del fratello

Il processo fu una farsa: le testimonianze accettate per vere non erano altro che stupidi pettegolezzi sorti intorno ad una vicenda triste e tragica, fomentati dalle malelingue. La ricostruzione del crimine in casa Calas fu una beffa ed il tutto non fece altro che mettere in mostra i difetti del sistema giuridico francese di allora.

Marc-Antoine ebbe un funerale cattolico con tutti gli onori possibili. Fu anche dichiarato martire. Suo padre, invece, fu condannato a morte il 9 maggio del 1762: finì torturato sulla ruota, strangolato ed infine messo sul rogo.

Il suo atteggiamento di sopportazione e l’aver continuato a professarsi innocente, anche sotto tortura, iniziarono a far serpeggiare il dubbio che si fosse trattato di un enorme errore giudiziario. Le condanne inflitte agli altri imputati si rivelarono molto blande: esilio per il fratello di Marc-Antoine, non luogo a procedere per la madre e l’amico di famiglia, piena assoluzione per la serva cattolica.

Voltaire

In questo clima di dubbio, Voltaire si interessò al caso, coinvolgendo anche Madame Pompadour, sua amica e corrispondente, lanciando petizioni, scrivendo e pubblicando memoranda sul caso, raccogliendo denaro per la famiglia Calas, ormai caduta in disgrazia. Per sostenere questa giusta causa scrisse anche il suo famoso “Trattato sulla tolleranza”, il cui titolo completo non è altro che “Traité sur la tolérance à l’occasion de la mort de Jean Calas” che potete consultare qui.

Sempre Manetta scrive:


Nonostante i notevoli sforzi, i magistrati di Tolosa non ammisero mai l’errore commesso, quindi Voltaire ritenne opportuno fare pressione sul
Conseil du roi affinché il processo venisse rivisto. Il 7 marzo 1763 la petizione fu accolta e nel giugno 1764 il Consiglio annullò i verdetti emessi dalla corte di Tolosa nei confronti di Jean Calas, mentre tutti gli altri imputati furono definitivamente assolti il 9 marzo 1765.

Dunque è nel “Trattato sulla tolleranza” che Voltaire enuclea alcune idee cardine della sua filosofia, specie nell’arcinota “Preghiera a Dio”, che molti studenti francesi hanno affrontato in sede di Bac, nel tempo:

Ce n’est donc plus aux hommes que je m’adresse ; c’est à toi, Dieu de tous les êtres, de tous les mondes et de tous les temps : s’il est permis à de faibles créatures perdues dans l’immensité, et imperceptibles au reste de l’univers, d’oser te demander quelque chose, à toi qui a tout donné, à toi dont les décrets sont immuables comme éternels, daigne regarder en pitié les erreurs attachées à notre nature ; que ces erreurs ne fassent point nos calamités. Tu ne nous as point donné un cœur pour nous haïr, et des mains pour nous égorger ; fais que nous nous aidions mutuellement à supporter le fardeau d’une vie pénible et passagère ; que les petites différences entre les vêtements qui couvrent nos débiles corps, entre tous nos langages insuffisants, entre tous nos usages ridicules, entre toutes nos lois imparfaites, entre toutes nos opinions insensées, entre toutes nos conditions si disproportionnées à nos yeux, et si égales devant toi ; que toutes ces petites nuances qui distinguent les atomes appelés hommes ne soient pas des signaux de haine et de persécution ; que ceux qui allument des cierges en plein midi pour te célébrer supporte ceux qui se contentent de la lumière de ton soleil ; que ceux qui couvrent leur robe d’une toile blanche pour dire qu’il faut t’aimer ne détestent pas ceux qui disent la même chose sous un manteau de laine noire ; qu’il soit égal de t’adorer dans un jargon formé d’une ancienne langue, ou dans un jargon plus nouveau ; que ceux dont l’habit est teint en rouge ou en violet, qui dominent sur une petite parcelle d’un petit tas de boue de ce monde, et qui possèdent quelques fragments arrondis d’un certain métal, jouissent sans orgueil de ce qu’ils appellent grandeur et richesse, et que les autres les voient sans envie : car tu sais qu’il n’y a dans ces vanités ni envier, ni de quoi s’enorgueillir. 

      Puissent tous les hommes se souvenir qu’ils sont frères ! Qu’ils aient en horreur la tyrannie exercée sur les âmes, comme ils ont en exécration le brigandage qui ravit par la force le fruit du travail et de l’industrie paisible ! Si les fléaux de la guerre sont inévitables, ne nous haïssons pas, ne nous déchirons pas les uns les autres dans le sein de la paix, et employons l’instant de notre existence à bénir également en mille langages divers, depuis Siam jusqu’à la Californie, ta bonté qui nous a donné cet instant. 

Pillola: buon anno nuovo ed evviva la Befana

Il nuovo anno è iniziato stappando lo champagne e mangiando lenticchie. Una bella unione di diverse tradizioni e abitudini legate a questa ricorrenza.

Tra poco arriverà la Befana a portar dolci o carbone, dipende da come ci si è comportati. Una volta, da piccola, ricevetti del carbone. Il messaggio giunse forte e chiaro.

Quando devo spiegare ai francesi che in Italia non abbiamo la galette des rois ma che aspettiamo una vecchietta col fazzolettone in testa che venga nottetempo a cavallo di una scopa a riempire calze di lana appese al camino, mi chiedono se non sia una strega.

No, la Befana non è una strega, ma come è possibile raccontare un personaggio così legato alle tradizioni contadine italiane a degli stranieri? Per farla breve, ai francesi dico sempre che le streghe sono arcigne, portano il cappellaccio da fattucchiera e hanno un gatto o un corvo al seguito; la Befana, invece, è sorridente, anche se ha pochi denti; ha la pezza da contadina che le copre il capo, con cui all’occorrenza può ripararsi da freddo, pioggia, sole e vento impetuoso mentre vola tra comignoli e tetti; non ha animali sulla scopa con lei, perché non infliggerebbe mai una pena simile a nessuna bestiola: preferisce lasciarli a casa sua vicino al camino a custodire la sua dimora. Porta un sacco sulle spalle, pesante e ingombrante. Se fosse una maga potrebbe renderlo leggero e minuscolo all’occorrenza, invece no, la sua magia è solo dedicata ai bambini e ai premi che meritano di ricevere.

La Befana non è bella ma piace, è severa ma giusta, saggia e un po’ burlona… a me, da piccola, faceva meno paura lei che Babbo Natale!

Il mio buon proposito per il 2019 è di assomigliare un po’ più alla Befana, magari non fisicamente, ma nello spirito e nelle azioni, nella coerenza e nella faccia tosta.

Buon anno, francesi, italiani, chiunque voi siate. Fatemi sapere che cosa troverete nella vostra calza, domenica.

Pillola: mala tempora currunt sed amor Galliae perdurat

Tempi duri qui in Francia: tra le proteste dei Gilet Jaunes e l’attentato al mercatino natalizio di Strasburgo, in cui è rimasto ferito anche un nostro connazionale, l’Hexagone è messo a dura prova; è una fase molto critica del quinquennato di Macron.

Tra poco tornerò dalla mia famiglia per le vacanze di Natale e osserverò la situazione dall’altra parte delle Alpi per qualche settimana.

Una serie di pensieri affollano la mia testa: ammirazione per i gilet gialli e la loro tenacia e verso i francesi in generale, che non esitano mai a far sentire la loro voce alle istituzioni (un po’ come nel maggio ’68, nell’esperienza comunarda e nella rivoluzione stessa), timore per il cambiamento climatico, delusione causata dall’incapacità delle nazioni di fare fronte comune e di adottare misure VERE, EFFICACI e FATTIBILI per contrastarlo, dolore per l’attentato a Strasburgo…

In segno di rispetto per le vittime di Strasburgo e per i gilet gialli caduti durante le manifestazioni, De amore gallico rimanda ogni pubblicazione alla settimana prossima.

À très bientôt, les amis.

Rebondissement nel caso Seznec: una nuova testimonianza apre ad ulteriori sviluppi

Forse ricorderete che De amore gallico ha dedicato ben tre articoli alla narrazione della complessa vicenda giudiziaria avvenuta negli anni ’20 del ‘900 e legata alla scomparsa di Pierre Quemeneur, per la quale fu accusato, processato e condannato Guillaume Seznec, sempre professatosi innocente.

Ebbene, una nuova testimonianza porterebbe ad ulteriori sviluppi e alla possibilità, per gli eredi Seznec che desiderano riabilitare il nome del nonno, di far riaprire il caso e forse risolverlo una volta per tutte.

Va sottolineato che, come è stato già riportato su De amore gallico:

All’origine di quello che potrebbe diventare uno spettacolare risvolto, la testimonianza inedita di uno dei figli di Guillaume e Marie-Jeanne Seznec. Colui che fu soprannominato “Petit-Guillaume” undici anni al momento dei fatti. Nel 1978 si confidò con uno dei suoi nipoti che lo registrò. In quel giorno di maggio 1923, il ragazzino sentì sua madre urlare. La vide respindere le avances di un uomo, e poi si ricorda dell’uomo disteso a terra. “Io credo che lei debba essersi difesa e che lo abbia colpito alla testa.” Era Pierre Quéméneur l’uomo da cui Marie-Jeanne si stava difendendo?

Questa testimonianza, unita alla professione di innocenza di Seznec, insieme al suo rifiuto di chiedere la grazia, gettano nuova luce e fanno vedere il tutto da un’altra prospettiva.

Ebbene, ieri RMC ha diffuso una testimonianza inedita data dalla signora Cécilia Morand, 85 anni, figlia del signor Georges Morand, all’epoca dei fatti agricoltore e custode del cimitero di Saint-Lubin-de-la-Haye.

Un jour Raymond Lainé, garagiste, est venu le chercher en pleine nuit pour qu’il l’aide à ramener le corps de Quémeneur. Raymond Lainé avait tiré et l’avait blessé au ventre et ils l’ont ramené au cimetière.

Un giorno Raymond Lainé, meccanico, venne a cercare mio padre in piena notte per farsi aiutare a trasportare il corpo di Quemeneur. Raymond Lainé gli aveva sparato e lo aveva ferito al ventre e lo hanno trasportato al cimitero.

La tomba in cui Quemeneur fu sepolto era in stato di abbandono e nessuno pensò di andare a darle un’occhiata.
Le circostanze dell’omicidio, avvenuto nei pressi della stazione di Houdan, parrebbero essere legate ad un litigio per un veicolo in riparazione.

RMC ha poi spiegato che la donna, da adolescente, sorprese il padre e Lainé, preso dai rimorsi di coscienza nei riguardi di Seznec poiché condannato da innocente, discutere del fatto. Il padre le fece dunque giurare di non dire mai nulla a nessuno della cosa.

Denis Le Her – Seznec, discendente di Guillaume Seznec, ha detto di aver parlato al telefono con la Signora Morand e che la incontrerà nei prossimi giorni per confermare alcuni punti della storia e per poter poi fare domanda, l’ultima si spera, di revisione del processo.

Quale testimonianza è da considerarsi attendibile? Quella della signora Morand o di Petit-Guillaume? Aspettiamo sviluppi.

Pillola: quando il gioco non vale la candela (e nemmeno la menzogna)

L’espressione “il gioco non vale la candela” non è comune soltanto della lingua italiana ma è spesso utilizzata anche in francese (le jeu n’en vaut pas la chandelle) e in inglese (the game isn’t worth the candle).

L’origine parrebbe risalire addirittura al 1580, utilizzata, forse per la prima volta in un testo scritto, dal filosofo francese Michel de Montaigne. Egli si riferiva ai giocatori di carte che trascorrevano le serate nelle locande illuminate da candele. Al termine della serata si era soliti lasciare al proprietario dell’osteria una somma per la spesa della candela che era stata utilizzata. Quando una partita aveva una posta in palio molto bassa allora il gioco non valeva nemmeno il prezzo della candela.

Candela in francese può esser detta dunque chandelle, che assomiglia al sostantivo italiano, o anche bougie, più collegabile alla parola bugìa, che nella nostra lingua significa menzogna. Ma perché?

In realtà anche in italiano, per prestito dal francese, bugìa può voler dire candela, o anche candelabro, o semplicemente portacandela. Questo perché c’è una città algerina, dunque ex-colonia francese, di nome Bejaïa, che era un centro di produzione di cera per candele molto importante. Francesizzatolo, il nome della città passò per metonimia ad indicare la candela tout court.

Quando invece diciamo bugìa nel senso di menzogna, stiamo utilizzando una parola italiana di origine provenzale. Il dizionario etimologico online, infatti, dice che il termine proviene dal provenzale bauzia, a sua volta dal germanico bausa, che significa “cattiveria”. Alcuni invece lo fanno risalire all’arabo buka’er, appunto “menzogna”.

Pinocchio forse vorrebbe dire la sua.

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Le Jas des Roberts, un appuntamento domenicale nel golfo di St. Tropez

Poco lontano da Saint Tropez, in mezzo ai vigneti che decorano la campagna di Grimaud, ogni domenica mattina centinaia di antiquari e robivecchi si danno appuntamento per dare vita al pittoresco vide-grenier del Jas des Roberts.

Il Jas des Roberts in realtà è un ristorante, ma col tempo il suo nome è diventato anche quello del mercato delle pulci domenicale. Un rapporto di commensalismo per cui il brocante attira gente e la locanda beneficia del flusso di persone creatosi  (anche se il mercato nacque proprio perché, in principio, era la trattoria il luogo di ritrovo domenicale).IMG_20181127_110123_708

Arrancando su e giù per la pineta in cui si situa il mercato, si odono tutte le lingue possibili: francese, inglese, tedesco, italiano, portoghese… chiunque trascorra un weekend nel golfo di Saint Tropez ha voglia di venire a ficcanasare tra i banchi del Jas de Roberts, la domenica mattina. Ci sono i professionisti del chiner: quelli arrivano alle otto, presto, quando ancora gli espositori stanno mettendo la merce sui banchi. Sono lì per fare dei veri affari, per accaparrarsi la mercanzia migliore e più rara. Lasceranno solo le briciole ai pigroni che fanno il loro ingresso al Jas des Roberts verso le dieci – dieci e mezzo.

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Un’altra peculiarità adorabile del mercato del Jas des Roberts sono i cani. Un espositore su tre ha il suo fido che lo accompagna nell’avventura tropeziana domenicale e molti degli avventori amano portarsi appresso l’amico a quattro zampe (io sono tra questi). Il risultato è che, in mezzo ai vari idiomi, si odono guaiti e latrati di cagnolini che fanno amicizia tra loro o che si sfidano a duello in mezzo ai banchi, su cui traballano busti di vecchie botteghe, cestini da uova, radio obsolete e sediacce spagliate. IMG_20181125_205138_854

Il tempo meteorologico è un fattore preponderante sulla qualità della visita al Jas. Può anche esserci un sole spendente, ma, se il giorno prima è piovuto, è il caso di armarsi con scarpe resistenti e pratiche per affrontare il fango che ricopre lo spazio dedicato al mercato. Niente scarpette della domenica per le signore né mocassini preziosi per i signori.

Sembra che il Jas des Roberts sia nato negli anni ’60, l’epoca d’oro di Saint Tropez. Non sono riuscita a parlare con gli organizzatori, ma ho potuto intervistare diversi espositori che vengono tutte le domeniche da tanto tempo. C’è “L’atelier de Ninie”, che frequenta il Jas da tre anni circa, la signora J. che viene da vent’anni a mercanteggiare le sue chincaglierie ritrovate chissà dove, Madame et Monsieur F., venditori al Jas da sedici o diciassette anni.

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Al Jas, col passare del tempo, ho scovato diverse cose interessanti: una ciotola in ceramica decorata con una carpa azzurra e verde, uno specchio per la mia coiffeuse, il mobile del salone a cui ho cambiato le maniglie e che sto riflettendo su come ridipingere. il lampadario industriale color giallo sole, quello color acciaio e bianco, una sfera di cristallo di rocca purissimo e anche un riflettore da studio cinematografico che tengo sulla libreria di casa in mezzo ai libri, a simboleggiare che la lettura illumina la mente.

Una volta ho incontrato anche una veggente, al Jas de Roberts. Però quello che mi ha predetto non ve lo dirò mai.