Combourg, la Bretagna incantata (o forse stregata) di Chateaubriand

Partout silence, obscurité et visage de pierre: voilà le chateau de Combourg.

Il visconte François-René de Chateaubriand ne parla in “Memorie d’oltretomba”, opera autobiografica postuma. L’unica copia integrale della prima edizione si trova alla Bibliothéque Nationale de France, a Parigi e reca le correzioni fatte a mano da Chateaubriand in persona.

C’est dans les bois de Combourg que je suis devenu ce que je suis.

Suo padre, armatore originario di Saint-Malo, aveva acquistato la dimora per ridare lustro alla famiglia, la quale ora poteva godere della posizione agiata ottenuta grazie alla sua abilità commerciale. La fortezza fu costruita durante l’XI secolo per volere del vescovo di Dol e nel tempo subì mutamenti e fu ingrandita dalle varie famiglie che si succedettero.

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Chateaubriand, il romantico

Quattro torri svettano sulla collina dominante le Lac Tranquille, uno specchio d’acqua attorno il quale aleggia un’aura di mistero arricchita da leggende locali che vogliono un passaggio verso il mondo delle fate e dei folletti situato proprio sul fondo di una fontana che si trova nei pressi del lago, la fontaine de Margatte. La fontana era stata costruita al tempo dei monaci, quando uno zampillìo d’acqua improvviso aveva rivelato una fonte dalle proprietà curative miracolose.

La Bretagna è una delle sei nazioni celtiche (con l’Irlanda, la Scozia, il galles, la Cornovaglia e l’isola di Man), e come tutte le altre terre che son culla di questa cultura, è impregnata di leggende e miti legati all’aldilà e al mondo delle anime erranti. A leggere Chateaubriand si direbbe che il castello di Combourg è un luogo molto amato dai fantasmi e dagli spiriti vagabondi. Lo spettro di un conte di Combourg se ne andava spesso in giro, arrancando per i corridoi della fortezza sulla sua gamba di legno. Talvolta la gamba di legno, sola soletta, scortata semplicemente da un gatto nero, passeggiava per il castello. Tutto ciò spaventava a morte il piccolo visconte, segnando per sempre il suo immaginario, lasciando tracce indelebili nel suo animo che si sarebbe poi evoluto in quello del letterato romantico francese per eccellenza.

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Quando, nel 1800, il castello fu restaurato, dopo essere stato restituito alla famiglia del visconte che lo aveva perduto a causa della Rivoluzione, fu fatta una scoperta molto interessante ma anche agghiacciante: nella torre dove si trovava la stanza del giovane Chateuabriand, murato vivo e spontaneamente mummificato grazie alle particolari condizioni createsi nelle mura della costruzione, a fauci aperte, vi era un gatto.

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Probabilmente la povera bestia aveva fatto quella fine orrenda perché, durante il medioevo, era credenza comune che una pratica simile tenesse lontano il Diavolo. Un po’ come l’idea che la Peste Nera fosse causata dai poveri felini, quando invece era tutta colpa dell’orribile Rattus rattus, soppiantato poi dal più forte Rattus norvegicus.

Tutto ciò che è macabro, misterioso, legato a leggende e intriso di interrogativi affascina l’animo umano, lo attrae fatalmente per l’ignoto che vi si cela, come un burrone irresistibile. Anche io, come Chateaubriand, ho trascorso diversi momenti della mia infanzia in una dimora molto antica del centro Italia che apparteneva ai miei nonni paterni e la cui storia è costellata di mistero ed episodi violenti. Ricordo che la notte, quando dormivo con la nonna, la quale purtroppo russava come un orco delle favole, tendevo l’orecchio per afferrare il più piccolo rumore, cercando di non farmi distrarre dal russo terribile che risuonava nella stanza. Avevo paura che il fantasma dell’antico e malvagio proprietario mi venisse a prendere e che mi facesse del male.

Crescendo ci si rende conto che si deve aver paura dei vivi, e non dei morti, perché è solo la carne che può ferire altra carne. Ciò mi fa pensare a quello che Silente dice ad Harry:

Non provare pietà per i morti, Harry. Prova pietà per i vivi e soprattutto per coloro che vivono senza amore.

Però non posso impedirmi di pensare che un fantasma non sia altro che l’ombra di qualcuno che è vissuto senza amore.

Fonti:

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Tin Tin, Poirot, Simenon, Magritte: elogio del Belgio vallone (perché quello fiammingo non lo conosco affatto)

La francofonia si estende oltre i confini dell’esagono, dilaga, impregna le relazioni diplomatiche tra paesi, il balletto classico, il gergo culinario un po’ snob, il gergo sartoriale doppiamente snob… Il francese lo si parla a Monaco mentre si beve l’aperitivo sullo yacht guardando il gran premio, nelle ex-colonie, perché altrimenti tocca comunicare in arabo, in Quebec, anche se lì hanno quell’accento strano, nei territori d’outre-mer, in Svizzera e nel Belgio vallone.

Quest’ultimo, piccolo paese piatto e grigio, è spesso negletto, snobbato ed associato all’Unione Europea tout court, come se Bruxelles ed il peccato originale del Parlamento Europeo fossero la stessa cosa.
Vero, Bruxelles non è bella come altre capitali del vecchio mondo. Niente a che vedere con la monumentalità romana, l’eleganza parigina, il moderno berlinese, il brio londinese, la solennità viennese… Bruxelles ha ben poco da offrire all’occhio, salvo la Grande Place e qualche imponente edificio gotico o neoclassico, la cui raffinatezza è guastata dai palazzoni anni ’60 e ’70 che scarificano l’epidermide cittadina come pustole di vaiolo. Però la città ha un qualcosa di profondamente simpatico, e, checché se ne possa pensare, anche di molto latino.

Saranno i belgi!

A proposito di belgi, mi domando come facciano ad essere in salute visto che mangiano patate fritte anche tre o quattro volte a settimana. E le frites belges non sono mica quei bastoncini mosci del McDonald’s né le sfoglie di patate fritte in casa come si fa in Italia. Sono arnesi spessi due dita ricoperti da una crosta croccante e dorata, ottenuta con una frittura doppia a base di grasso animale. Il mio fegato sta redigendo il suo testamento solo a sentirne parlare.

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Una delizia, è vero, ma una delizia che è anche un attentato ad ogni buonsenso alimentare. Il prosciutto delle Ardenne può confermare.

D’altra parte nemmeno sul fronte bevande se la passano male, i belgi, visto che fanno delle birre molto buone, e anche quelle non mancano mai a tavola.

No, sul serio, come fanno a vivere? Io dopo cinque giorni trascorsi così avrei ucciso per una lattuga o un carciofo. Una verdura, qualcosa di verde, clorofilla e fibre, per favore!

Se penso ai belgi che conosco e poi guardo al mio personaggio belga preferito, Hercule Poirot, mi rendo conto che è palesemente inventato da qualcuno che i belgi li conosceva solo per sentito dire. La cosa non è una novità, visto che sua altezza Agatha Christie in persona lo ammise per bocca del suo alter ego letterario, Ariadne Olivier:

“I only regret one thing — making my detective a Finn. I don’t really know anything about Finns and I’m always getting letters from Finland pointing out something impossible that he’s said or done. They seem to read detective stories a good deal in Finland. I suppose it’s the long winters with no daylight. In Bulgaria and Roumania they don’t seem to read at all. I’d have done better to have made him a Bulgar.”

In effetti Poirot dimostra una cura nei riguardi delle apparenze, dell’eleganza e della cucina raffinata e un disgusto per la birra che hanno ben poco del belga e molto del francese. Fa niente: Agatha Christie era perfetta qualsiasi cosa facesse o dicesse e Poirot è perfetto in ogni sua meravigliosa idiosincrasia e piccola fissazione.

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David Suchet, l’unico vero Hercule Poirot.

Restando sul tema di poliziesco, sarebbe criminale parlare di Belgio ed omettere Georges Simenon, scrittore belga (di padre vallone e madre fiamminga) il cui personaggio più conosciuto, ironia delle ironie, è il francese Maigret, il commissario interpretato magistralmente da Gino Cervi.

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Gino Cervi è Maigret.

Tra i due investigatori si potrebbe fare una competizione di mustacchi. Non so chi vincerebbe, anche se una cosa è certa: la precisione millimetrica dei baffi poirotiani è insuperabile. Di certo l’allure da detective vissuto ed esperto è appannaggio di Maigret, accanito fumatore di pipa come il detective per antonomasia, ovvero Sherlock Holmes.

A proposito di pipa, c’è un belga che sa il fatto suo in merito alle pipe. Si tratta di Magritte, che ha perentoriamente dichiarato al mondo intero che

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La cosa non fa una piega. Quella non è una pipa, ma la rappresentazione di una pipa. C’è una bella differenza:

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Mi pare giusto.

Chissà se Hergé, nel disegnare i baffuti Dupont e Dupond, si è mai detto che quelli in realtà non erano Dupont e Dupond ma una loro rappresentazione?

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Adesso che ci penso, Dupont e Dupond sono le copie a fumetto di Poirot e Maigret!

 

Hergé e Tin Tin sono eroi nazionali, in Belgio. Il giovane reporter e viaggiatore che insieme al suo cagnolino bianco Milù e al capitano Haddock risolve misteri in giro per il mondo è un personaggio che ha popolato l’infanzia di tantissimi bambini, in forma di fumetto o di cartone animato. Personalmente ricordo con piacere e nostalgia i momenti trascorsi a guardare Tin Tin in televisione mentre facevo merenda, il pomeriggio, nella cucina di mia nonna Antonietta, la quale, per inciso, Tin Tin non lo sopporta proprio.

Saranno i capelli sbarazzini!

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Pillola: il voto è segreto! No, manda tua madre a votare per te.

Le elezioni politiche italiane si avvicinano ed io, come tutti gli italiani iscritti all’AIRE, ho ricevuto il plico con tutto il necessario per votare a casa. Quando parlo di questo iter per il voto ai miei conoscenti francesi, essi alzano le sopracciglia in un’espressione stupita, perché per loro una simile prassi non esiste. In Francia, se si è fuori casa in coincidenza del voto, vuoi per dovere vuoi per piacere, è possibile fare una procura a favore di qualcuno di fidato che vada a votare al proprio posto.

Ora, una cosa simile richiede un rapporto di estrema confidenza con la persona prescelta e non nascondo che la sensazione di delegare il voto, un mio diritto fondamentale, ad un terzo, per quanto affidabile e a ne prossimo possa essere, mi fa sentire molto a disagio. Il voto è segreto!

Ho riflettuto su questa differenza tra i due paesi, Italia e Francia, e ciò che ho concluso dai miei ragionamenti è che un voto per procura sarebbe impossibile in una nazione che, nella sua storia recente, ha subito una dittatura. La Francia ha una lunga carriera di democrazia alle spalle, l’Italia fino all’altro ieri era governata da una dittatura che la gettava in una guerra terribile e che emetteva leggi razziali innominabili.

No, non penso che potrei delegare il mio voto a qualcuno, madre, padre o nonna che sia.

La procura non mi ha mai fatto impazzire. Ho ben visto i guai che procurò a Paolo e Francesca per potervi riporre il minimo briciolo di fiducia!

Pillola: candelora, candelora, dall’inverno semo fora

La Candelora è una festa sentita non solo in Italia, ma anche in Francia, che per tradizione associa le crêpes a questa ricorrenza religiosa.

Essendo la Candelora la commemorazione della presentazione di Gesù al tempio e anche della purificazione di Maria dopo il parto, essa diventa una ricorrenza legata alla luce e alla catarsi, uno spartiacque tra il cuore dell’inverno, tempo di buio e ristrettezze, e le prime avvisaglie di primavera, ovvero il periodo dell’abbondanza e della prosperità: si dice allora che, nel giorno di Candelora, si debbano far saltare le crêpes tenendo stretta in mano una moneta d’oro.

Questo perché sin dall’antichità il soldino presente in ogni rituale apotropaico o benaugurale ha la funzione di attirare ricchezze e di scacciare la penuria e la carestia (mettiamo sempre una moneta nel portamonete nuovo che regaliamo ad un amico per il compleanno, o rendiamo sempre un soldino all’amica che ci dona un foulard a Natale).

Dunque non mi resta che augurarvi buona Candelora ed un 2018 di abbondanza e gioia!

Ah… e anche bon appétit avec les crêpes!

Ringrazio Anna Maria Fedeli per il suggerimento.

Pillola: Bazinga, francesi!

“The big bang theory” è la sit com migliore di tutti i tempi, e non c’è Friends o How I met your mother che tengano.

L’ho sempre guardata in inglese o in italiano (la so praticamente tutta a memoria fino all 8 stagione), ma oggi, poltrendo in casa, mi è capitato di guardare qualche episodio col doppiaggio francese.

Il dolori sono iniziati quando mi sono accorta che dell’incredibile accento del “misterioso subcontinente indiano” di Raj non è rimasta alcuna traccia.

Sono continuati quando ho sentito come alcune battute che funzionano così bene in inglese sono state trasformate in francese. Poi mi sono detta che anche in italiano alcune scene sono più deboli, quindi non dovevo preoccuparmi, ma accettare la cosa con rispetto.

Ma il peggio è giunto quando ho realizzato che “Bazinga!” è stato tradotto in “Triple buse!”

Non ci ho visto più.

Non è accettabile.

È un affronto paragonabile alla traduzione di Hogwarts in Poudlard!

Protesto formalmente!

Ancora baci (alla francese, alla russa, di Catullo e Lesbia, di Giuda, basci sulla bocca tutti tremanti)

Vivamus, mea Lesbia, atque amemus,
rumoresque senum severiorum
omnes unius aestimemus assis.
Soles occidere et redire possunt;
nobis cum semel occidit brevis lux,
nox est perpetua una dormienda.
Da mi basia mille, deinde centum,
dein mille altera, dein secunda centum,
deinde usque altera mille, deinde centum;
dein, cum milia multa fecerīmus,
conturbabimus illa, ne sciamus,
aut ne quis malus invidere possit,
cum tantum sciat esse basiorum

Catullo, carme 5

Se la bise è il bacino informale che si fa ogni volta che si incontra qualcuno in Francia, che dire dei baci alla francese? Premesso che quelli alla russa sono sconvolgenti:

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Dmitri Vrubel “Mio Dio aiutami a sopravvivere a questo amore mortale”, murales alla East Side Gallery di Berlino raffigurante il bacio tra Breznev e Honecker

anche il bacio alla francese può far andare a mille il cervello: è infatti il bacio d’amore, quello più intimo, che interessa non solo le labbra ma anche la lingua con un abbondante scambio di saliva. Insomma, la pomiciata, una bella limonata, di quelle succulente e stuzzicanti. Ma perché viene chiamato bacio alla francese? Forse perché i francesi sono molto coquins. Fatto sta che in Francia il pomiciare si dice rouler une pelle, ruotare una vanga, forse perché la lingua ruota e scava nella bocca dell’altro. Su internet si trova anche un’altra curiosità: baiser à la florentine, baciare alla fiorentina, che sembra esser stata l’espressione vecchio stile per rouler une pelle. Divertente: tutto il mondo attribuisce i baci appassionati ai francesi, ma i francesi li definiscono tipicamente fiorentini. Non sarà che anche la pomiciata fu un’esportazione toscana ad opera di Caterina de’ Medici? (Per sapere quali altre cose Caterina fece scoprire ai francesi clicca qui).

Baiser come sostantivo vuol dire bacio, come verbo significa baciare, ma più spesso lo si usa per indicare il far l’amore, lo scopare (perdonate la volgarità). Per cui attenzione: se volete dire al vostro fidanzato o al tipo con cui state limonando con foga “Baciami, stupido”, citando il film di Wilder, con la Novak e Martin, non ditegli in alcun modo: “Baise-moi, stupid“, perché potrebbe capire invece: “Scopami, stupido.” Di nuovo, perdonate la volgarità, ma dovevo avvertirvi, soprattutto perché parlo per esperienza personale.

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Martin e la Novak

Per la cronaca, “Kiss me, stupid” in Francia è stato tradotto con “Embrasse-moi, idiot”. Ciò mi permette di introdurre il verbo embrasser che, mannaggia a Victor Hugo, vuol dire sia “baciare” che “abbracciare”. Per quest’ultima azione, inoltre, vi è un’altra traduzione ancora: enlacer.

Un vero labirinto linguistico-sentimentale.

Penso avrete notato che, nel carme 5, Catullo dice “basia“, neutro plurale di basium. Ma che ne è di tutto quel po’ po’ di diritto romano che regolamentava i baci e in cui li si definiva oscula? Pensiamo ad esempio al famigerato ius osculi, che permetteva ad un pater familias di baciare le componenti della sua famiglia per controllare se avessero alzato il gomito. Sono andata cercare risposte in uno dei miei siti preferiti, Una parola al giorno.  Si legge:

L’osculum, voce più elevata, era il bacio d’amicizia e rispetto, che per esempio ci si scambiava fra famigliari, e che pure poteva essere dato sulla bocca; il suavium era invece il bacio erotico, con una carica passionale quasi volgare; il basium aveva un valore intermedio, che partecipava tanto dell’affetto quanto di una dimensione amorosa. E forse è proprio per la sua versatilità, che lo rendeva termine da bosco e da riviera, che ha prevalso sugli altri.

Bacio.

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Un bacio al giorno che male può fare?

Che bella parola che riempe la bocca (come la lingua di quello che ti stai pomiciando), sembra di mangiarsi un cioccolatino! Chissà che Luisa Spagnoli non abbia battezzato i Baci Perugina in questo modo proprio per tale motivo? Che carina, poi, l’idea dei biglietti con un pensiero d’amore di poeti e scrittori… penso che la stragrande maggioranza dei Baci Perugina della storia sia stata accompagnata dalla citazione tratta dal Cyrano de Bergerac di Rostand, quella arcinota, che oramai ha perso la sua carica poetica, tanto è stata usata e riusata:

Un point rose qu’on met sur l’i du verbe aimer

Forse voi la conoscerete meglio nella sua traduzione italiana:

Un apostrofo rosa fra le parole “t’amo”

Giuda bacia Gesù nel Getsemani dopo averlo tradito in cambio dei famigerati trenta pezzi d’argento. Non ci è dato sapere con quale faccia tosta lo abbia fatto, possiamo solo immaginarla. Così come immaginiamo con grande versamento di lacrime il modo in cui Paolo la bocca […] basciò tutto tremante a Francesca, mentre leggevano di Lincillotto alle spalle dell’orrido Gianciotto.
A Dante i basci piacciono molto. Anche a Romeo e Giulietta, che ci rifilano tutta quella manfrina sui pellegrini e le sante quando noi del pubblico si vorrebbe urlare a gran voce: “BACIO! BACIO! BACIO!”

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Ma come fai a resistere? Prendi la faccia di DiCaprio tra le mani e pomiciatelo!

Nella versione Disney della fiaba di Andersen “La Sirenetta”, il granchio Sebastian conduce un coro di animali acquatici che incitano il principe a baciare la sirena. Nelle fiabe di “Biancaneve” e “La bella addormentata nel bosco” il bacio è salvifico.

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Ah, ecco!

Insomma, si cresce con un’aspettativa enorme nei confronti dei baci e con un’altrettanto enorme ansia da prestazione. Le tecniche che ci si passa sottobanco alla scuola media per essere dei buoni baciatori variano dal “devi scrivere il tuo nome con la lingua” al “non sbavare”. E se quest’ultimo è in generale un consiglio da seguire in linea di massima per tutta la propria carriera da baciatore, quello del nome ha i suoi pro e i suoi contro. “Eva Riva” può pure permetterselo, ma una come me, con un nome lunghissimo, deve sperare che il baciato gradisca il bacio abbastanza a lungo da permetterle di finire di firmare con la punta della lingua dentro la sua bocca.

Voi mi direte: c’è di peggio.

Concordo.

La bise, croce e delizia: flusso di coscienza su di un boccone amaro mai veramente ingoiato.

Giorni fa ho letto un articolo scritto da Federico Iarlori per Il fatto Quotidiano in cui si discute della scelta di una sindaca francese di non fare più la famigerata bise ai suoi collaboratori e sottoposti. Quindi, dopo aver molto rimandato questo argomento, credo che sia il caso che De amore gallico affronti il proprio personale elefante nella stanza, ovvero questa benedetta bise.

Sono ad una festa. Conosco solo l’ospite e due o tre persone, per il resto è buio totale. Volti, voci, nomi dalle r arrotate si susseguono… non tengo il passo. Ecco, arriva il momento della tanto temuta bise. Io la odio cordialmente: che problema c’è in una franca stretta di mano? Io non ti conosco, non ti ho mai nemmeno toccato, sono a malapena riuscita a sentire come cavolo ti hanno chiamato i tuoi genitori da sopra il frastuono della musica e si pretende che io ti lasci penetrare nella sfera del mio spazio intimo, appoggiando le tue labbra o le tue guance sul mio viso perfettamente truccato in occasione del party? Ma è roba da matti! Perché devo aspirare il tuo odore? Perché devo lasciarti sentire il mio? Non siamo mica cani che si annusano il deretano e poi dicono “Ciao, come va?”

Stringermi la mano; posso concederti solo quello. Ed è già troppo, perché di mani mollicce e sudaticce ne ho strette tante e ogni volta che mi vedo costretta a ripetere il gesto localizzo mentalmente la toilette più vicina e agogno al momento in cui potrò lavare i palmi sotto il getto fresco e purificante del lavandino. Tendo l’arto meccanicamente, quello lo stringe e mi trascina verso di sé, col chiaro intento di baciarmi.

Non toccarmi! Non – devi – toccarmi. Non mi ricordo più come ti chiami. Sì, lo so, me lo ha detto l’ospite, ma sinceramente… siete in diciassette e non posso trattenere nelle meningi diciassette nomi nuovi e francesi, non mentre sono emotivamente scossa da tutte queste ridicole bises!

Niente da fare. La bise avviene. Posso trattenere quanto voglio il busto all’indietro, impettita come Ugo Bellini in Gian Burrasca, posso svicolare come un’anguilla che non vuol farsi friggere, ma tanto la bise mi arriva come uno schiaffo in volto. E quasi avrei preferito un ceffone.

Quando cerco di protendere in modo perentorio e cipiglio convinto la mano, fornendo all’altro un non velato indizio sulle mie intenzioni di civiltà e distacco, mi becco uno sguardo che può variare dal cane bastonato al bambino sperduto, dal fratacchione in fregola allo sciovinista contrariato: non ho voglia di creare uno scandalo, mi umilio, rinuncio ai miei valori e alle mie credenze, cedo alla bise e mi riprometto solennemente di impuntarmi sulla faccenda la prossima volta che sarò ad una presentazione a tu per tu, senza che una folla di spettatori se ne stia tutt’attorno a me, osservando ogni saluto e ogni bise come un calcio di rigore ai mondiali.

Quando giunge il momento dell’uscita di scena, grande è la voglia di far l’inglese e svanire nel nulla senza dire au revoir à personne. Ma sono educata, non potrei mai cedere a questa tentazione barbara e rock ‘n’ roll. Però trovo il giusto compromesso: io saluto con la mano, da lontano, come una sovrana. Mostro i miei denti accuratamente spazzolati e rifiniti col filo interdentale, basculo il palmo della mano come una parabola sul perno del polso e resto ferma dove sono. Non voglio più protendermi verso l’altro, offrendogli la guancia, non voglio più rischiare di avere tracce di saliva di sconosciuti sulle gote, non voglio più sentire gli aliti altrui così pericolosamente vicini alle mie nari. Saluto tutti, dalla porta, mando baci in aria come una diva, magari faccio anche l’occhiolino a qualcuno, il gesto del telefono tra orecchio e labbra, l’indice che ruota in aria sottintendendo “più tardi”, la mano che imita il gesto dello scrivere in una promessa di copiosi messaggi. Chiedetemi pure che mutandine porto stasera, ma, per carità, non mi baciate!

Scivolo fuori dall’appartamento, chiudo la porta alle spalle, mi precipito per le scale ticchettando sui tacchi alti e tiro un sospiro di sollievo.

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Come mi sento dentro quando mi fanno la bise