Kiki e le altre parte 3: le violon d’Ingres

L’espressione “Le violon d’Ingres“, nella lingua francese, indica per antonomasia una passione, un hobby, un’attività prediletta. Questo perché il pittore neoclassico, una volta finito il lavoro al cavalletto, si dilettava con violino e arco. Sulla sua bravura vi sono diverse testimonianze. C’è che dice che, per quanto ne fosse appassionato, Ingres non era davvero un granché. Altri affermano che invero le sue capacità, per quanto coltivate da amatore e dilettante, fossero tali da permettergli di suonare senza imbarazzo i quartetti di Haydn, Mozart e Beethoven assieme a al virtuoso dei virtuosi, Niccolò Paganini, di cui abbozzò anche un ritratto.
Quale che fosse davvero il suo livello, la sua passione per lo strumento è diventata proverbiale, tanto da aver dato il titolo ad una delle opere più note del dadaista Man Ray (sepolto al cimitero di Montmarte). “Le violon d’Ingres” non cita il pittore solo nel titolo, ma la foto intera rieccheggia della sua opera, raffigurando una modella nuda, seduta di spalle, sul cui dorso si trovano le due F degli strumenti ad arco. Le natiche sono a malapena coperte da un drappo e sul capo porta un turbante simile a quello delle odalische al bagno che Ingres ha raffigurato in diversi quadri, quali “La baigneuse” e “Le bain turc”.
Le forme della modella ricordano quelle di un violoncello e nel suo complesso l’opera è molto coquine perché con il suo gioco di parole allude alla più grande passione di Man Ray al di fuori dell’arte: le donne. O forse la Donna. Quella raffigurata nella fotografia.

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Man Ray, Le violon d’Ingres

Chi era?

Si chiamava Alice Prin, ma è meglio nota come Kiki de Montparnasse.
Nacque a Chatillon sur Seine il 2 ottobre 1901 e visse gli anni ruggenti della Parigi degli artisti avanguardisti, vivendoli da protagonista, da regina, da modella e musa. La sua autobiografia “Memorie di una modella” fu introdotta da una prefazione di Ernest Hemingway e, a causa del suo linguaggio esplicito, restò censurata per diverso tempo negli Stati Uniti.

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Man Tay, Lacrime di vetro

Ella era figlia illegittima, visse i primi anni a casa dei nonni, presso i quali Alice ebbe un’infanzia caratterizzata da grande povertà. All’età di dodici anni arrivò a Parigi, dove abitava e lavorava la madre, e lentamente si incamminò verso il sentiero che l’avrebbe resa Kiki de Montparnasse. Fu cacciata di casa all’età di quattordici anni, perché la madre la trovò nuda mentre posava per uno scultore. Kiki dunque si barcamenò a destra e a manca per sopravvivere. Il suo ottimismo e un carattere quasi sempre allegro e gaio furono determinanti per sua sopravvivenza, negli anni della giovinezza. Aveva un talento per scroccare soldi, alcol o semplicemente cibo un po’ dappertutto. Amici, conoscenti e intellettuali parigini la conoscevano e la apprezzavano, non lesinando mance e regalini che le permettevano di mettere insieme un pasto decente al giorno. Alice guadagnava dieci soldi per mostrare il seno dietro le stazioni cittadine di Parigi a vecchi decrepiti e bavosi, posava nuda per scultori, pittori, cantava e ballava il cancan di sera, mostrando le sue grazie à tout le monde e rimediando bicchieri di vino, sigarette e mance. Tra una rissa e l’altra, finì anche in prigione, qualche volta, a smaltire sbornie in cella per una notte.

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Man Ray, foto di Kiki con maschera africana

Conobbe Jean Cocteau, di cui divenne amica, Hemingway stesso, a suo dire un gran spilorcio, Tsuguharu Fujita, Modigliani, a cui Alice rimproverava di essere davvero irritante, Chaim Soutine, Kisling, che la riteneva solo una “bagascia sifilitica”, salvo poi ritrarla anche lui. Kiki scrive nella sua autobiografia:

Usciamo con dei tipi che si chiamano dadaisti e altri che si fanno chiamare surrealisti, ma io non riesco a vedere questa gran differenza tra loro! C’è Tristan Tzara, Breton, Philippe Soupault, Aragon, Max Ernst, Paul Éluard…

Tra tutti, però, l’artista che più è associato al nome di Kiki è sicuramente Man Ray, col quale la ragazza intrecciò una relazione amorosa turbolentissima, passionale, violenta. L’espressione francese “amour vache” definisce perfettamente il loro legame.

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Ritratto di Van Dongen

Si incontrarono in un caffè parigino, nel 1921. Kiki aveva appena finito di provocare nel suo solito modo coquin e sfacciato un cameriere che si rifiutava di servire lei e la sua amica, perché sprovviste di cappello, e, quindi, sicuramente delle poco di buono. Man Ray osservò Kiki dare spettacolo e subito le chiese di posare per lui.
Sin da subito la scintilla si accese e la fiamma bruciò per ben sei anni, tra crisi di gelosia, botte, sbornie e scenate pubbliche.

Fujita dà una breve descrizione di Kiki, quandò andò al suo atelier, dovendo posare per lui:

When she took off her coat, she was absolutely nakes, a small handkerchief, in lively colours, pinned to the inside of her coat gave the ollusion of the latest dress. She took my place in front of the easel, told me not to move, and calmly began to draw my portrait. When the work was finished she had sucked and bitten all my pencils and lost my small eraser, and delighted, dances, sung and yelled, and walked all over a box of Cambembert. She demanded money from me for posing and left triumphantly, carrying her drawing with her. Three minutes later at the Cafe du Dome a rich American collector bought this drawing for an outrageous price.

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Kiki

Kiki fu anche attrice in film sperimentali di registi d’avanguardia come Fernand Léger, dipinse ed espose quadri, firmandoli col suo arcinoto pseudonimo.
Tutto visse, tutto provò, gustando la Parigi di quegli anni fino all’ultima goccia. Negli anni ’30 divenne per un certo periodo anche proprietaria di un locale chiamato”Chez Kiki”.

L’igiene di vita di Alice era dei meno raccomandabili: alcol, droghe, cattiva alimentazione, promiscuità sessuale… un insieme di fattori che portarono ad un precoce peggioramento della salute. Superati trent’anni, occorse un drastico aumentò di peso; ciò fu per lei fonte di gran dolore e vergogna, in quanto era ben cosciente della bellezza delle sue forme, che tanta fama e ammirazione le avevano procurato negli anni della sua adolescenza e giovinezza.

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Ritratto di Kisling

La seconda parte della sua breve parabola è meno gloriosa e assai più triste, sebbene lei sapesse sempre affrontare la realtà con indomito ottimismo e buonumore.

La guerrà bussò alla porta di Kiki: la Germania nazista occupò la Francia e lei ebbe dei problemi con la Gestapo, perché pare che avesse distribuito volantini propagandistici contro il regime della svastica, ma non ci sono testimonianze certe su questo particolare.
Morì nel 1953, per un collasso cardiaco, fuori dalla porta dell’appartamento dove abitava, a Parigi, stella in declino, ombra di quella che era stata nei suoi anni migliori, molto malata.

Hemingway ebbe parole, per lei, che credo meritino di essere riportate:

This is the only book I have ever written an introduction for and, God help me, the only one I ever will. It is a crime to translate it. If it shouldn’t be any good in English, and reading it just now again and seeing how it goes, I know it is going to be a bad job for whoever translates it, please read it in the original. It is written by a woman who, so far as I know, never had a Room of Her Own, but I think part of it will remind you, and some of it will bear comparison with, another book with a woman’s name written by Daniel Defoe. If you ever tire of books written by present day lady writers of all Sexes, you have a book here written by a woman who was never a lady at any time. For about ten years she was about as close as people get nowadays to being a Queen but that, of course, is very different from being a lady.

Non una signora, è vero, ma una regina.

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Autoritratto di Kiki

Fonti:
articolo del NY TimesThe free library; Memorie di una modella, di Kiki de Montparnasse, ed. Castelvecchi; Ingres e Paganini

Chaim Soutine: lo Chagall dell’ombra, il Modì dell’oscurità

L’école de Paris contava innumerevoli personalità e personaggi. Quegli anni magici e maledetti della capitale francese videro un coacervo di talenti e spiriti lucenti annidarsi per le sue strade brulicanti, chi con pennelli in mano, chi con penna e calamaio, chi con lo strumento musicale al seguito. Già, perché è impossibile scollegare il fervore pittorico di quell’epoca da quello scrittorio, musicale e registico-teatrale. Com’è possibile parlare di Picasso senza menzionare Cocteau e Apollinaire, Erik Satie e Kiki de Montparnasse?

Tra tutti, De amore gallico oggi porta il lettore a conoscere Chaim Soutine, uno di quelli meno noti, meno citati, uno di quelli che a scuola non viene quasi mai nominato.
Come Chagall, anch’egli veniva dai territori della Grande Madre Russia, anche se il villaggio in cui nacque oggi si trova in Bielorussia.
Il suo nome in cirillico si scrive  Хаим Соломонович Сутин e si legge Chaim Solomonovic Sutin. Il nome e il patronimico non lasciano dubbi in merito alle sue origini ebraiche né, immagino, alle sofferenze patite negli anni della sua giovinezza. 

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“Natura morta” di Soutine


Dotato di un talento innato per il disegno, Soutine ruppe il divieto di raffigurazione imposto dalla fede ebraica ortodossa e per questo fu punito con durezza. Un episodio in particolare segnò il suo cammino: a sedici anni fu punito dal figlio del macellaio del villaggio, che era stato ritratto da Soutine. L’artista fu rinchiuso nella cella di frollatura delle carni, dove i quarti di bue e altre carcasse animali pendevano come tetri addobbi dalle mura e dal soffitto del locale, e lì vi rimase per diverso tempo. La madre riuscì ad ottenergli un risarcimento; fu con quel denaro che il giovane e già introverso pittore partì per cercare fortuna altrove.

Soutine giunse a Parigi il 13 luglio del 1913; ad accoglierlo aveva dei colleghi e connazionali, tra cui Krémègne, coi quali mosse i primi passi nella capitale francese.
Di lì a poco conobbe persone che avrebbero significato molto per la sua vicenda personale ed artistica, primo tra tutti Amedeo Modigliani, anche lui ebreo, di cui ammirava estroversione, allegria, spigliatezza e non in ultimo arte. Con Chagall ebbe modo di trovare analogie non comuni: erano entrambi ebrei russi poverissimi, emigrati in Francia alla ricerca di fortuna. Chagall poi divenne una storta di superstar della pittura, richiesto ovunque nel mondo; Soutine, anche a causa delle sue ferite psicologiche legate ad un passato di violenza, povertà ed emarginazione che condizionavano non poco il suo comportamento sociale, non conobbe mai la fama di molti altri suoi colleghi, sebbene negli anni riuscì a raggiungere un discreto successo e stabilità economica.

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“Carcassa di bue”, di Soutine, 1925

I primi tempi parigini furono all’insegna della sporcizia e della scarsa igiene, tanto scarsa che un medico gli trovò nell’orecchio addirittura un nido di cimici. Era brusco e taciturno, non sapeva come avvicinare le donne, non aveva maniere capaci di attirarne. Frequentava prostitute nei bordelli di Montparnasse e di Montmartre: sceglieva le più brutte e le più segnate dal tempo e dalle malattie. Le ritraeva poi sulle sue tele, forse crogiolandosi in quella bruttezza e in quello squallore.
Detestava che le persone esprimessero opinioni sul suo lavoro e, se per caso udiva qualcuno criticare una sua opera, correva a stracciarla in pezzi, salvo poi ricucirla certosinamente per non sprecare materiale prezioso e, per lui, caro. Ridipingeva su quelle tele rattoppate, su delle croste acquistate per due soldi ai mercatini delle pulci, osservava affascinato il suo amico Modì bere sempre di più e scambiare le proprie opere per un goccio di vino. In breve tempo tutta Montparnasse possedeva almeno uno scarabocchio di Modigliani.

La sua salute era pessima: dolori allo stomaco lo accompagnavano costantemente. A posteriori è possibile individuare in quegli attacchi di mal di pancia l’ulcera che, a cinquant’anni, lo avrebbe ucciso. I ricordi della sua infanzia difficile lo attanagliavano e, sulla tela, deformavano la sua pittura, distorcendo segni e linee per produrre ritratti e nature morte tormentatissimi.

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“La donna pazza”, di Soutine, 1919


Modigliani morì nel 1920. Soutine aveva avuto in lui un amico fraterno e la scomparsa del pittore livornese si aggiunse alla serie di dispiaceri che costellavano la sua esistenza. Tuttavia, come spesso accade, la fortuna arrivò, postuma per Modì, tardiva per Soutine, nella persona del collezionista americano Albert C. Barnes. Le loro opere divennero improvvisamente richiestissime e arcinote e la buona sorte non lo abbandonò più fino allo scoppio della seconda guerra mondiale: la Germania invase la Francia e le leggi antisemite gli impedirono di continuare a soggiornare a Parigi. Fuggì e si diede alla macchia, vagando per tutta la Francia con la donna con cui si era accompagnato negli ultimi tempi, Marie-Berthe Aurenche, prima moglie di Ernst, tra l’altro.

La sua ulcera gastrica degenerò in un’emorragia; nulla poté l’operazione cui fu sottoposto a Parigi: il 9 agosto del 1943 Chaim Soutine spirò e fu seppellito al cimitero di Montparnasse.

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Chaim Soutine

L’opera di Soutine è morbosa: ricorrono come soggetti carcasse di animali (eco del suo trauma adolescenziale nel villaggio natio?), paesaggi lugubri, ritratti e autoritratti deformati. Risulta difficile inserire Soutine in una corrente artistica, tanto forte fu il suo individualismo e la sua identità pittorica. Espressionista? Fauve? Di certo Van Gogh, Velazquez e Courbet ebbero un ruolo fondamentale nella sua formazione stilistica, ma Soutine riuscì a costruirsi una cifra inconfondibile, fatta di dolore e amarezza, impastandoli sulla tela insieme coi colori. Modigliani lo influenzò notevolmente, questo è sicuro, ma se nei quadri del livornese c’è una sorta di gioiosa e calorosa celebrazione delle forme umane, esaltate ed esasperate dalla sofferenza causata dalla malattia fisica, in Soutine ci sono sporcizia, sangue, ricordi, traumi e dolori provocati dalla malattia dell’anima.

Per approfondire:
“La grande avventura dell’arte”, programma in onda su Rai 5.
“L’ultimo viaggio di Soutine” di Ralph Dutli
Settemuse

Modì et Noix de coco, l’amore triste, l’arte vitale

Di toscani la cui stella ha brillato alta nel cielo di Francia ce ne sono molti, e col tempo De amore gallico darà il giusto spazio a tutti. Oggi vi invito a conoscere da vicino l’arte, il talento e la tragedia di Amedeo Modigliani.

Nacque a Livorno, nel 1884 da padre di origini ebraiche e da madre marsigliese. La sua educazione fu condotta in casa, sia a causa dei problemi finanziari che affliggevano la famiglia, sia perché Modigliani era gracile e in cattiva salute.
L’apparato respiratorio era il suo tallone d’Achille: negli anni dell’infanzia e della giovinezza fu afflitto da numerose polmoniti che purtroppo si trasformarono in tubercolosi, la consunzione che lo avrebbe portato alla morte a soli trentasei anni.

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Risale al 1906 il suo arrivo a Parigi. Prima di quel momento Modigliani aveva attinto alla copiosa fonte dei Macchiaioli, il movimento pittorico livornese di cui Giovanni Fattori fu il più noto esponente. Grazie alla formazione avuta alla scuola di nudo fiorentina e all’accademia di belle arti veneziana, Modigliani poté sviluppare il suo talento e rafforzare la sua tecnica, tanto nella pittura quanto nella scultura.
Parigi lo accolse nel pieno degli anni d’oro delle comunità artistiche di Montmartre e Montparnasse. Là subì le influenze dei grandi maestri francesi, conobbe il movimento cubista, a lui contemporaneo, si interessò all’arte tradizionale africana, visse e si nutrì della vibrante atmosfera parigina, in un concerto di correnti, talenti, personaggi e geni che resero quel periodo così unico e luccicante da essere entrato nel mito.
Certo, l’alone di mistero e di dannazione che circondava le comunità artistiche della ville lumière ha avuto come fattore principale la dedizione di tanti magnifici pennelli a Venere, a Bacco e a tabacco. Modì non fu da meno, rifugiandosi spesso nel consumo smodato di hashish, oppio, alcool e nei letti delle signorine di Pigalle. Per un uomo dalla salute così cagionevole questi eccessi, già di per sé nocivi, ebbero degli effetti devastanti.
Non è oggettivo dipingerlo come un outsider, un maudit, visto che questo stile di vita era piuttosto nella norma, al tempo.
Va però riconosciuto che la fiamma del talento bruciò così intensamente in lui e che le sua complessità d’uomo e d’artista erano talmente sottili e profonde da rendere l’ubriachezza il modus con cui sondare quegli abissi spirituali, dragarli e portare alla superficie l’humus di cui cospargeva ogni sua opera.

Modigliani l’ho conosciuto da piccola grazie a mio padre, che mi portava a vedere mostre e musei. Ricordo che un giorno, nel guardare un nudo del livornese parigino, pensai che nella pittura ci dovessero essere gocce di sangue. Questa riflessione, o il senso ad essa sotteso, è riaffiorata ogni volta che ho avuto l’occasione di vedere una sua opera, dal vivo o in fotografia. Ragionando con occhio adulto su quei pensieri infantili, mi rendo conto che non è poi così folle credere che ogni tela di Modì contenga stille del suo sangue: le pennellate sono viscerali, sono intinte di emoglobina, di forza vitale, come se l’artista se ne sia privato di volta in volta un po’ di più, e ad ogni tela abbia lasciato un fiotto di quella vita che tanto presto lo ha abbandonato.
Il calore emanato dai nudi di Modigliani è fisico: la tela irradia il tepore di un letto su cui è stata trascorsa una notte d’amore, gli occhi fissi e le forme nette trasudano forza, come un umore denso e salino.

Tale intensità d’artista debordò in ogni aspetto della vita, compreso l’amore.
Jeanne Hébouterne, anche detta Noix de coco per la cascata di capelli neri e lisci che le copriva il capo, fu l’attrice femminile della loro tragedia. Si conobbero nel 1917: lei frequentava il circolo di Montparnasse, coltivando ambizioni artistiche e lavorando come modella. Già nel 1918 la coppia ebbe una figlia, Jeanne, che poi divenne storica dell’arte, dopo aver combattuto nella resistenza francese.
Le condizioni di salute di Modigliani peggioravano a vista d’occhio. Vissero un anno a Nizza, il cui clima mite avrebbe dovuto portare dei giovamenti ai polmoni dell’artista e la cui vita sociale lo portò a mantenere vivi rapporti con pittori come Picasso e De Chirico, ma la coppia fece ritorno a Parigi meno di un anno dopo.

Modì si spense tra le braccia di Jeanne Hébouterne in preda alla febbre e al delirio il 20 gennaio 1929, lasciando Noix de coco, incinta al nono mese della seconda gravidanza, in preda alla disperazione e al dolore più atroci. Tale fu l’abisso in cui era caduta la giovane che il giorno dopo, quando fu portata a forza nella casa paterna, si gettò dalla finestra, precisamente dal quinto piano, morendo col figlio in grembo, lasciando la piccola Jeanne di nemmeno due anni alle cure dei nonni.

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Modigliani ritratto da Jeanne

Link interessanti:

https://casanataleamedeomodigliani.com/

http://www.musee-orangerie.fr/en/artist/amedeo-modigliani

http://www.moreeuw.com/histoire-art/biographie-amedeo-modigliani.htm