L’argot franco-arabo spiegato agli italiani

Lingue come l’italiano, il francese, lo spagnolo e l’inglese, durante i secoli, hanno integrato nel loro vocabolario molti termini derivanti dalla lingua araba: sciroppo, azzardo, alcool, algebra, zenit, azimut, nadir, algoritmo, cifra, elisir, alambicco, magazzino, assassino, bizzeffe, fondaco, sensale, zerbino, marzapane, sambuco, materasso… In linea di massima si può dire che molto lessico astronomico, matematico e chimico vanta origine semitica.
Quando ero all’università e sudavo settanta volte sette camicie per superare l’esame di vocalizzazione, non avevo molta voglia di soffermarmi su queste raffinatezze della linguistica, preoccupata com’ero di riuscire ad arraffare un voto decente che non facesse piovere disonore sul mio libretto accademico e colare a picco la mia media. Ora, di tanto in tanto, ho piacere nell’andare a sfogliare i miei appunti e trovare collegamenti inimmaginabili e sorprendenti, analogie inaspettate e luccicanti come insetti rari della Foresta Amazzonica della linguistica.

Abitando in Francia, poco lontano da una città dalla fama levantina come Marsiglia, mi sono imbattuta in prestiti linguistici dall’arabo al francese che sono ben lontani dall’essere le “voci dotte” o dall’avere gli illustri etimi cui sono abituata grazie ai miei studi. Si tratta infatti di parole entrate nel lessico quotidiano familiare francese che danno al discorso un arrière-goût da gangsta-in-da-ghetto. Io stessa ho imparato ad usare con disinvoltura qualcuno di questi termini (ed altri, assai volgari e ben conosciuti e non di origine araba) per farmi valere nelle fasi più concitate di una discussione con gente che riesce a capire un discorso solo se corredato da una buona dose di violenza verbale. Come se un francese che vivesse in Italia ed iniziasse a discutere animatamente per un vicolo di Napoli con una vaiassa: se non in grado di usare un po’ del gergo partenopeo più tagliente, la battaglia è persa in partenza.

Per esempio il verbo fottere, usato sia per indicare il coito che per parlare di un imbroglio (subìto o perpetrato) si dice niquer. La parola viene da  ناك  che si legge nāka e che vuol dire appunto fottere. E per fottere serve lo zob, cioè il pene.

Il dottore è il tubib, dall’arabo classico طبيب ṭabīb. La prima vocale è cambiata, probabilmente perché il prestito in francese viene dall’arabo magrebino delle ex-colonie, che reca delle differenze rispetto all’arabo classico.

Quando qualche cosa ci piace possiamo dire Je kiffe. Kiffer infatti viene da una parola dell’arabo del Mashreq (Iraq, Siria, Giordania, Palestina) che vuol dire “piacere, apprezzare”, ma kif-kif (da كفء ) significa invece essere alla pari, dividere egualmente una spesa o aver pareggiato il conto .

Qualche volta è possibile sentir dire kawa al posto di café. Questo perché in arabo il caffè è qahwa, قهوة. L’aspirazione della h è sparita e ha lasciato una parola piana, svelta, rapidissima, quasi svogliata.

I francesi di origine magrebina spesso durante le vacanze tornano al bled, cioè “al paese”. Questo termine viene da بَلَد , balad, che significa “paese” e anche “villaggio”.

Il mio clebs si chiama Mario ed è un bellissimo continental bulldog di un anno e tre mesi. Cane in arabo si dice كلب kalb. In arabo è possibile utilizzare questa parola come insulto. In effetti nella società araba i cani godono di minor ammirazione e affetto rispetto ai gatti (قِطّ, ovvero qitt, che a me ricorda molto l’inglese kitty).

Per uscire la sera e andare a fare nouba con gli amici, cioè la festa, serve il flouze, cioè i soldi, altrimenti bisogna essere proprio un maboul, un matto, e rischiare di dover tornare a casa di notte a piedi anziché in taxi. In quel caso servirebbe la baraka divina per non farsi aggredire da qualche lascar (ceffo) al buio! Se quindi non c’è flouze, allora walou (niente, nada, nisba)! Spesso la penuria di soldi per uscire e divertirsi è causa di seum, ovvero rabbia, nervosismo e frustrazione.

Però tra poco è Natale e i parenti dovrebbero mettere qualche soldino sotto l’albero come regalo… chissà, magari mi ci posso comperare qualche cosa che kiffo particolarmente!

Barbe ed eroi

Il viaggiatore che se ne va a spasso per la Francia si imbatte spesso in vie o piazze con una bislacca intitolazione: “dei Pelosi“.
Pelosi… chi eran costoro?
Se si fa una piccola ricerca in rete, salta fuori che il termine poilu lo si trova addirittura in Molière, dove sta a significare “uomo coraggioso”. Da allora questa espressione, avendo assunto l’accezione di “uomo tout court”, esemplare di virilità e forza, ha viaggiato attraverso i secoli, passando per il periodo rivoluzionario prima e napoleonico poi, sopravvivendo addirittura alla furia reazionaria della Restaurazione per arrivare fino al fatidico 1914. È a partire da quell’anno che, come riporta il linguista Albert Dauzat nella sua opera “L’argot de la guerre“, nella cultura popolare francese, con il termine poilus si indicano i soldati della prima guerra mondiale, che, nell’orrore delle trincee, abbandonarono l’abitudine di radersi per quella più impellente di tentare di sopravvivere. Pertanto, coloro che erano riusciti nell’intento di salvare la pelle, tornavano a casa con una lunghissima barba.

La cosa ha del mitologico, in quanto trascurare la rasatura nelle trincee significava dare asilo ad un numero di colonie di pidocchi superiore rispetto a quello da cui già erano afflitti: quegli eroici soldati non avevano bisogno di ulteriori gatte da pelare, visto che oltretutto dovevano ben guardarsi dal “gas mostarda”, ovvero l’yprite, pericolosissima arma chimica che, sfortunatamente, le maschere in dotazione a quel tempo non riuscivano a contrastare. Inoltre fu proprio la necessità di poter fissare bene al volto quei rudimentali schermi protettivi che impedì ai poilus di nome di esserlo anche de facto.

Mentre scrivo il mio bravo articolo, soffermandomi su cavilli da linguista erudita e anche un po’ pedante, mi rendo conto di quanto tutto ciò sia meschino e vacuo di fronte all’enormità che è stata la prima guerra mondiale.
Riporto qui il link alla pagina Wikipedia francese che sintetizza la vita dell’ultimo poilu di Francia, il signor Lazare Ponticelli, di chiare origini italiane. È morto alla veneranda età di centodieci anni nel 2008, ultimo reduce della grande guerra. Da piccolo aveva fatto anche il fattorino per Madame Curie. Spendete qualche minuto del vostro tempo per leggerne la storia. A me ha fatto bene.