La fioritura della lavanda in Provenza

La fioritura della lavanda in Provenza

La settimana scorsa ho avuto finalmente modo di visitare Manosque e Valensole e godere di uno spettacolo famoso in tutto il mondo: la fioritura della lavanda in Provenza.

Il sole cadeva a picco gettando i suoi raggi con noncuranza. Il vento soffiava lento e pigro mentre con la macchina ci inerpicavamo lungo le stradine che si arrotolano tra le colline e i campi. Ci fermavano spesso, ogni angolo meritava uno scatto. Quel colore fresco e semplice, così indissolubilmente legato al profumo di pulito del fiorellino, rinfrancava il corpo accaldato con la sua sola vista. Erano tappeti violacei che si stendevano a perdita d’occhio e che si donavano allo spettatore con elegante generosità.

Ma soprattutto era quello che io ho scelto di chiamare “il suono della lavanda” ad affascinarmi: i campi echeggiavano di ronzii di api affaccendate sulle spighe violette, intente a suggere i dolci nettari per poi portare il bottino goloso al proprio alveare o alla propria arnia. La terra rimbombava di questo tenero ronzio restituendolo centuplicato all’orecchio. Il suono della lavanda, il suono della terra e degli animali, semplici miracoli di vita e di natura.

Le distese di grano e di lavanda, il blu terso del cielo assolato, il verde dei boschi, l’ocra delle tegole sui tetti. Questa terra del sud francese è una tavolozza post-impressionista, un bouquet prezioso. Ma non bisogna lasciarsi ingannare dalle bellezze da cartolina: la lavanda fiorisce d’estate, quando il solstizio è trascorso e la luce già cede il passo ad una tenebra lenta e suadente; ammanta tutto piano piano e dolcemente, senza che ci si possa accorgere del consumarsi lento di un dramma naturale, ciclico. È il dramma del parossismo solare, che è già notte, che è già autunno.

Spero che le mie foto vi piacciano. Sono state scattate tutte nei dintorni di Valensole, Manosque e sulla spiaggia di Gigaro, di notte. La luna non era ancora piena, lo sarebbe stata la sera dopo.

Pillola: anniversari franco-italiani dell’anno ’19

Se quest’estate si è fatto un gran parlare dell’anniversario leonardesco che ha unito (e un po’ pungolato) la Francia e l’Italia, il 2019 è anche l’anno di Caterina de Medici, che nacque sulle sponde dell’Arno nel 1519 e spirò a Blois, dopo aver segnato la storia di Francia e di Navarra, nel 1589. Sempre un palleggio tra paesi trans e cisalpini, bien sûr!

La Regina Nera, la cattolicissima sovrana sanguinaria di Francia, cui De amore gallico ha già dedicato diversi articoli, è ricordata con una stagione fitta di eventi al castello di Chenonceau, a una trentina di chilometri da Tours. Questa fortezza, unico, affascinante esempio di castello – ponte, è spesso soprannominata “Le château des dames” perché molte sono state le nobildonne che lo hanno posseduto, abbellito, arricchito e che vi hanno soggiornato, lasciandovi un segno del loro passaggio. Prima tra tutti la rivale di Caterina, ovvero Diana di Poitiers, poi Caterina stessa, che lo amò e lo modificò a suo gusto e immagine, e poi Marguerite Pelouze, ereditiera inglese che acquistò il castello nel 1864.

Se avete voglia di celebrare l’anniversario della regina italiana di Francia, potete visitare una mostra dedicata alla sovrana che si tiene durante il mese di settembre nel favoloso castello.

Io purtroppo non potrò spostarmi per motivi di lavoro, ma, se qualcuno di voi fosse nei paraggi, sarei ben lieta di sapere le vostre impressioni. Pare che il menù del ristorante del domaine sarà a tema Caterina, riprendendo molte delle ricette che la reine portò in Francia dall’Italia.

Ah, la cuisine française…

Impressione, calar del sole.

Quando si vede con i propri occhi l’ardente sfrigolio di colori del sud della Francia, si comprende nell’intimo del cuore il perché essa sia stata lo sfondo e l’ispirazione di tante opere pittoriche.

Il paesaggio è dipinto dal vento che ne sfuma i contorni o li rende più nitidi, a seconda che soffi capriccioso, nervoso, gioioso, voluttuoso.
Le isole a largo del mare si muovono, ieri erano lontane, avvolte dalla foschia, arrivate da molto lontano, forse dalle pagine di un romanzo marinaresco di tanto tempo fa. Oggi sono vicinissime, curiose e prepotenti, si fanno vedere in ogni dettaglio, si pavoneggiano nella luce irradiata dall’alba dalle dita rosate, bella come quelle aurore che si immaginano leggendo l’Iliade.

Con lo sguardo ci si sposta verso la campagna, ovvero si fa un salto, come Mary Poppins, dentro un disegno; ma non è lo schizzo a gesso fatto da uno spazzacamino sul selciato di Londra, è una tela di Renoir, perché il mescolarsi del grano non ancora dorato col  viola dei cardi, col rosso dei papaveri e col giallo del tarassaco sono come pennellate amorose di un marito che ritrae la moglie e il figlio in mezzo al campo in una giornata di sole.

Il mezzogiorno è cocente. Ci si rende conto che non si è poi così lontani dalla Liguria montaliana: ossi di seppia e reti smagliate giacciono sulla spiaggia, l’ora del giorno diventa un’occasione, il momento più opportuno per indugiare con gli occhi sulle vigne. Disegnate da una mano precisa, rotonde e spigolose al tempo stesso, si sdraiano, si srotolano, si crogiolano nella terra farinosa. Attraversarle fa sentire come la navetta che percorre su e giù il telaio, disegnando trama e ordito coi pensieri, scacciando i ronzii fastidiosi di tanti insetti che si nutrono di calore e zucchero, di preoccupazioni e amarezze. Il paesaggio diventa pastoso, materico come un quadro di Van Gogh, impantanato di sopita disperazione.

Il giorno procede e la parabola solare scalda di rosso più cupo la terra, riverberando però dorata e brillante tra i passi dei colli montuosi, illuminando di taglio tutto quanto è concesso all’occhio. Si vorrebbe fare qualche bella foto, ma con l’obiettivo non si è abbastanza capaci per riuscire a catturare tale bellezza come meriterebbe di esser ritratta.

È così che ci si affida alle parole.

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