Pillola: Toussaint di Verlaine

Ces vrais vivants qui sont les saints,
Et les vrais morts qui seront nous,
C’est notre double fête à tous,
Comme la fleur de nos desseins,

Comme le drapeau symbolique
Que l’ouvrier plante gaîment
Au faite neuf du bâtiment,
Mais, au lieu de pierre et de brique,

C’est de notre chair qu’il s’agit,
Et de notre âme en ce nôtre œuvre
Qui, narguant la vieille couleuvre,
A force de travaux surgit.

Notre âme et notre chair domptées
Par la truelle et le ciment
Du patient renoncement
Et des heures dûment comptées.

Mais il est des âmes encor,
Il est des chairs encore comme
En chantier, qu’à tort on dénomme
Les morts, puisqu’ils vivent, trésor

Au repos, mais que nos prières
Seulement peuvent monnayer
Pour, l’architecte, l’employer
Aux grandes dépenses dernières.

Prions, entre les morts, pour maints
De la terre et du Purgatoire,
Prions de façon méritoire
Ceux de là-haut qui sont les saints.

Paul Verlaine

Bonne fête de la Toussaint.

Piazza delle erbe e il mercato del pesce a St. Tropez

A Saint Tropez c’è il mercato del pesce, una galleria che dal porto va verso il vecchio villaggio, sbucando su quella che è chiamata “Piazza delle Erbe”. Sebbene oramai vi si affaccino il bar Senequier con il suo impero bianco e rosso, la boutique di Missoni, un alimentari di lusso e altri negozi di cianfrusaglie, questo angolo del paese mantiene intatto un sapore antico e semplice, che si ritrova nelle vecchie cartoline color seppia o nei quadri dei pittori che a Saint Tropez hanno soggiornato e vi hanno trovato ispirazione. Charles Camoin (1879-1965), ad esempio, pittore marsigliese innamorato del sud, ha ritratto questo angolino in una tela conservata oggi al Musée de l’Annonciade, importante polo artistico del villaggio provenzale.

Charles Camoin “Piazza delle erbe di St. Tropez”, Museo dell’Annonciade

Se si passa per di là la mattina presto, si viene investiti dall’odore fresco, salato, denso e ancora gradevole del pesce appena pescato. I venditori urlano e salutano da dietro i banchi bordati di ghiaccio ed erba scura, stretti lungo questo budello lastricato di sampietrini, col selciato dalla caratteristica forma a botte che lascia colare lungo i lati i liquami ittici.

Paul Signac, “Il temporale”, Museo dell’Annonciade

A partire dal dopo pranzo, la nettezza urbana si occupa di mondare la galleria, spruzzando ovunque dell’acqua in cui è stato disciolto un prodotto igienico dal peculiare olezzo di sciroppo per la tosse.

Il sole gioca coi tetti e le persiane, disegnando poligoni ombrosi sui muri delle case. Bisogna fare uno sforzo d’immaginazione, epurare la scena dei cassoni dei condizionatori che come dragoni grigi sputano aria calda, dei turisti in canottiera e ciabatte intenti a leccare coni gelato mezzi scioli, dei fari abbaglianti che ammiccano seducenti dalle vetrine lussuosissime. Ecco che l’immagine di una St. Tropez innocente, colorata, laboriosa, allegra e naturale riappare, forse nel modo in cui si manifestava agli occhi del pittore neoimpressionista Paul Signac, che qui acquistò una casa e ne fece il suo atelier.

Albert Marquet, “Il porto di St. Tropez”, Museo dell’Annonciade

È bella, St Tropez, anche se ora si addormenta all’ombra dei grandi yacht dei ricchi che vengono ad ostentare quanto possiedono in questo piccolo porto. È bella, anche quando al posto delle bottegucce e delle boulangeries ci sono Valentino, Chanel, Armani e Cartier che fanno sentire poveri e infimi. È bella soprattutto la mattina presto, quando i bagordi della sera prima trattengono a letto le masse di visitatori, i quali forse non vedranno mai il gioco della luce del sole tra le lapidi del cimitero marittimo a strapiombo sul mare, disteso come una tovaglia bianca ai piedi della cittadella.

Pantheon e Panthéon

Parigi e Roma possiedono due edifici chiamati allo stesso modo: Pantheon.
Che cosa li accomuna oltre alla monumentalità e alle dimensioni gargantuesche?
La morte.
Ma procediamo con calma, senza che vi scandalizziate.

Nel cuore della capitale italiana si erge questa portentosa costruzione le cui vicende si intrecciano agli accadimenti della città, al susseguirsi di imperi, papi e uomini.
L’iscrizione che ancora oggi leggiamo recita:

M AGRIPPA LF COS TERTIUM FECIT

Sarebbe a dire:

Marco Agrippa, figlio di Lucio, lo costruì durante il suo terzo consolato

Anche se poi in realtà il Pantheon che vediamo noi è la versione “moderna”, fatta fare dall’imperatore Adriano, ché di quello agrippiano non resta nulla, visto che andò distrutto in un incendio nell’80.
La storia di questo edificio è alla portata di tutti, su internet, pertanto non mi cimenterò in una lezione di storia dell’arte, né darò luogo ad una complessa spiegazione della sua architettura incredibile (l’oculus). Appassionata come sono di sepolture e cimiteri, vi parlerò delle celebri spoglie che vi sono conservate.

Pantheon, Rome
Pantheon

Nel Pantheon riposano infatti due re d’Italia, Vittorio Emanuele II e suo figlio Umberto I con la consorte Margherita. In generale i regnanti di casa Savoia, per volere di Vittorio Amedeo III, erano soliti essere tumulati nella cripta reale della basilica di Superga, in Piemonte. Tuttavia seppellire Vittorio Emanuele II a Roma era un gesto dal grande significato, così potente da spingere Depretis e Crispi (rispettivamente primo ministro e ministro dell’interno alla morte del sovrano) ad “impuntarsi” sulla faccenda. I due statisti ebbero la meglio e i funerali di stato si tennero il 16 febbraio 1878; il Pantheon accolse dunque la salma del re savoiardo divenuto re d’Italia. Roma, la terza capitale del Regno in ordine cronologico dopo Torino e Firenze, veniva in sostanza legittimata come tale grazie a questo atto solenne. L’Italia era fatta, gli italiani ancora no, ma almeno la capitale era stata resa “laicamente sacra” dalla presenza delle spoglie di un re. Una curiosità: l’iscrizione “Vittorio Emanuele – Padre della Patria” è stata fabbricata con il  bronzo dei cannoni austriaci, acquisiti dal nostro esercito dopo aver battuto gli Asburgo nelle guerre del  ’48,’49 e ’59. Wikipedia la conferma qui.

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La tomba del primo re d’Italia

Ancora più importanti, per me, sono le altre sepolture che si trovano al Pantheon romano, prima tra tutti quella di colui la cui stella brilla fulgida nel firmamento dell’arte universale: Raffaello Sanzio, il maestro delle mani e delle Madonne.
A fianco dell’urbinate riposa Annibale Carracci, che chiese espressamente di poter passare il suo eterno riposo vicino a Raffaello. Beato lui che ha potuto.
Anche la musica ha un suo esponente di spicco le cui spoglie giacciono al Pantheon: Arcangelo Corelli, compositore e violinista barocco vissuto tra il ‘600 e il ‘700.

Se siffatti nomi hanno trovato riposo a Roma, sotto l’enorme cupola forata, a Parigi la lista è ancor più lunga ed impressionante.

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Panthéon

Quella che in origine era stata pensata come chiesa di Santa Genoveffa, patrona della città, è divenuta un tempio laico, nella cui cripta sono stati tumulati, nei secoli, le grandi personalità francesi, donne e uomini, rendendo così il Panthéon un mausoleo collettivo a tutti gli effetti.
A ciò si aggiunga anche la vocazione di questo edificio a tempio della scienza, un ruolo ufficializzato nel 1851, quando il fisico Léon Foucault scelse la cupola del Panthéon per farci appendere il suo famoso pendolo, dimostrando così, con un esperimento visibile a tutti i cittadini di Parigi, la rotazione del pianeta intorno al proprio asse. Non ho conoscenze sufficienti per spiegare con parole semplici in che modo l’oscillazione del pendolo dimostri che il nostro pianeta gira su se stesso, ma accludo un link interessante ed utile per chi volesse approfondire l’argomento e rispolverare le nozioni di fisica (nel mio caso non) apprese a scuola.

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Il pendolo di Foucault al Panthéon

Chi riposa, dunque, sotto l’enorme mole del Panthéon della Ville Lumière?
Cominciamo con l’accoppiata più mal assortita di tutta la Francia: Rousseau e Voltaire, intellettualmente ostili, umanamente nemici. Un odio di tutto rispetto li legò durante le loro rispettive parabole in questo mondo, per farli finire, ironia del destino, nello stesso luogo: giacciono infatti a pochi metri di distanza l’uno dall’altro, in due bellissimi sarcofagi istoriati. Ogni volta che vado in visita in questo tempio, la commozione lascia lo spazio all’ilarità: sghignazzo senza sosta al pensiero di quei due addormentati fianco a fianco per l’eternità.
Un altro grande trovò riposo al Panthéon, anche se per poco tempo: quel povero Marat, la cui morte è forse più celebre delle sue imprese politiche grazie al dipinto di David e alle modalità con cui fu compiuto l’assassinio.

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“La morte di Marat” dipinto di Jacques-Louis David, 1793.

La salma di Marat fu custodita al Panthéon per un anno soltanto. Una tesi accettata anche da Victor Hugo afferma che le sue spoglie, poi, considerate quelle di un traditore della patria, vennero traslate prima in una tomba anonima e poi disperse nella cloaca di Parigi.
Hugo stesso si trova tuttora sepolto nella cripta pantheoniana, così come Lazare Carnot, matematico e fisico, lo scienziato italo-francese Lagrange (in origine Lagrangia), Emile Zola, anche lui italo-francese, l’inventore Louis Braille, a cui si deve il sistema di lettura tattile per non vedenti, Alexandre Dumas padre e la coppia d’assi Pierre e Marie Curie.

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Madame Curie e consorte

Denis Diderot è idealmente sepolto al Panthéon: il suo corpo è andato perduto nelle devastazioni ad opera dei Sanculotti avvenute nel 1791 nella chiesa di saint-Roch. Sotto la cupola, tuttavia, si trova un grande cenotafio che lo celebra e lo ricorda.

In entrambi i Pantheon l’atmosfera è densa: nel primo si è sopraffatti dalla rotondità del luogo. dalla circolarità degli spazi e dalle proporzioni gigantesche. Non in ultimo il caos turistico che lo affligge come un male incurabile rende la visita al Pantheon romano un pellegrinaggio affannoso e caciaresco, svuotando la propria presenza sotto l’oculus di ogni significato simbolico e pienezza.
Al contrario, recarsi al Panthéon parigino è un’azione intima e profonda, una transumanza meccana priva dei rischi che si incontrerebbero nel marciare attorno alla Kaaba, ma pur sempre pervasa da una sacralità che perfettamente si sposa con la laicità celebrata in quel tempio.
Le dimensioni del posto, partendo dal colonnato, passando per le proporzioni impressionanti degli affreschi che decorano le pareti, per la lunghezza del pendolo oscillante, per l’ampiezza dei volumi e per le centinaia di metri cubi d’aria contenutivi fanno andare il sangue al cervello, provocando una reazione simile alla sindrome di Stendhal.
Solo che in quel caso il panico, il senso di impotenza e di terribile fragilità e struggimento non son dati da un’opera d’arte di indicibile bellezza, ma dalla consapevolezza che quel luogo è un tempio al sapere, all’arte, alla scienza, a tutto ciò che di meglio l’umanità ha saputo produrre; in breve è un santuario del cervello umano, un luogo dove fermarsi a contemplare le vette a cui si è giunti e riflettere sugli abissi inenarrabili in cui, purtuttavia, noi stirpe umana siamo capaci di precipitare.

Dimmi che cimitero hai e ti dirò che paese sei, ovvero: uomini che ci provano con le donne.

Per comprendere a fondo una civiltà, tre sono le cose che, svelandone il cuore, ci pongono di fronte alla sua essenza. Potremmo utilizzare la tabella kantiana delle categorie e soddisfare ciascuna di esse prendendo ad esempio questi tre soli parametri: arte, cibo e culto dei morti. Non sono la prima a dirlo, ovviamente: Foscolo ci ha basato una poetica, su quest’ultimo punto.
Tali sono i motivi che, quando viaggio, mi spingono ad orbitare attorno ai cimiteri come la luna attorno alla terra.
Ho visitato cimiteri inglesi, tedeschi, portoghesi, israeliti, giordani, egiziani, ma nessuno, nemmeno i tanto famosi camposanti britannici (come ci insegna Thomas Gray), mi hanno mai dato l’emozione che provo quando varco la soglia di un cimitero francese.
Sarà forse che è proprio su questo suolo che per primo ha avuto effetto il napoleonico editto di Saint Cloud (sempre a Foscolo torniamo).
Nel giugno scorso, seguendo il mio istinto di viaggiatrice sui generis, visitai il cimitero di Cogolin, un piccolo paese provenzale nell’entroterra del golfo di Saint Tropez, girovagando tra le tombe nella luce dorata di un pomeriggio inoltrato di mezza estate.
Ero la sola visitatrice della necropoli. Ovviamente, dopo aver aver avuto il piacere di contemplare diverse volte i celebri cimiteri parigini, questo piccolo camposanto provenzale non mi colpì di certo per le sue peculiarità architettoniche. Ma il caso volle che una serie di fatti avvenissero nel mentre della mia visita.
Camminai assorta tra le tombe, annotando mentalmente i cognomi più salienti, le date (nessuna antecedente al 1830), le dediche riservate ai cari estinti. Nessuna piccionaia come quelle che troviamo in Italia, ma la classica sepoltura a terra, con lastre di marmo a custodirne l’apertura era il tipo di sepolcro più comune. Trovai la tomba di una certa famiglia Rimbaud. Allora fantasticai lungamente: potevano essere lontani parenti del celebre poeta, il quale, d’altra parte, si spense a Marsiglia. Tempo dopo l’arcano mi fu svelato: in realtà si trattava di una famiglia che aveva molto poco di poetico nel proprio repertorio genetico.
Tornando al camposanto di Cogolin, rammento che un cippo commemorativo posto al centro esatto del cimitero ricordava i cittadini caduti in tre guerre: l’enorme sacrificio umano consumato nella prima guerra mondiale era onorato catalogando per anno il nome di ogni singolo cogolinese perito in trincea. Constatai poi che, sorprendentemente, la seconda guerra mondiale causò la morte di meno di una decina di cittadini. Uno solo, infine, spirò in Algeria.
Non c’erano sepolture ebraiche, né di altra confessione a me nota.
Mentre marciavo sulla ghiaia, alla volta del gruppo monumentale apparentemente più antico e malmesso, in mezzo a quella desolazione di morte, dalle case sottostanti risuonò forte e prepotente nell’aria un vagito di neonato, che mi colpì come un pugno allo stomaco. L’accostamento della morte alla vita nella sua espressione più potente e gioiosa fu in grado di provocare in me una sensazione di panico che raramente ho avuto modo di provare. Ero al culmine della mia felicità, credo, stordita, come drogata, come ubriaca. Era caldo, era tutto ovattato, solo il pianto del bambino era definito nella mia mente. Mi fermai e mi sedetti su una tomba. Per un attimo mi balenò in mente il Newton di William Blake… e poi tornai in me, per riprendere la caccia di dati e sensazioni di cui sempre sono affamata.
Uscii dal camposanto col petto ricolmo di consapevolezza del mio essere così incredibilmente umana: sangue, cervello, occhi, muscoli, viscere e merda che si muovono animati da chissà che cosa, una cosa di cui quel cimitero era pieno da scoppiare.
Feci il giro largo, per tornare a casa, passando davanti alla torre dell’orologio di Cogolin, l’ultimo bastione della cinta fortificata che fu distrutta nel XVI secolo durante le guerre di religione.
Ridiscesa nel centro del paese, ancora concentrata su ciò che avevo provato, fui riscossa bruscamente dai miei pensieri. Quasi mi feci investire da uno scooter lungo la via accanto al cinema. Il mio temperamento abbastanza irascibile mi condusse a lanciare un’occhiata carica di disgusto e rabbia al guidatore, il quale si rivelò essere, più che un idiota totale, un dongiovanni dei miei stivali: infatti non aveva trovato altro modo per avvicinarmi, farmi dei complimenti e chiedermi di uscire a bere qualcosa con lui se non provando ad investirmi.

Ai tre parametri sull’analisi della civiltà di cui sopra, io ora ne aggiungerei un quarto: il modo in cui gli uomini ci provano con le ragazze. Questo la dice molto lunga sulla cultura di una nazione!