La bise, croce e delizia: flusso di coscienza su di un boccone amaro mai veramente ingoiato.

Giorni fa ho letto un articolo scritto da Federico Iarlori per Il fatto Quotidiano in cui si discute della scelta di una sindaca francese di non fare più la famigerata bise ai suoi collaboratori e sottoposti. Quindi, dopo aver molto rimandato questo argomento, credo che sia il caso che De amore gallico affronti il proprio personale elefante nella stanza, ovvero questa benedetta bise.

Sono ad una festa. Conosco solo l’ospite e due o tre persone, per il resto è buio totale. Volti, voci, nomi dalle r arrotate si susseguono… non tengo il passo. Ecco, arriva il momento della tanto temuta bise. Io la odio cordialmente: che problema c’è in una franca stretta di mano? Io non ti conosco, non ti ho mai nemmeno toccato, sono a malapena riuscita a sentire come cavolo ti hanno chiamato i tuoi genitori da sopra il frastuono della musica e si pretende che io ti lasci penetrare nella sfera del mio spazio intimo, appoggiando le tue labbra o le tue guance sul mio viso perfettamente truccato in occasione del party? Ma è roba da matti! Perché devo aspirare il tuo odore? Perché devo lasciarti sentire il mio? Non siamo mica cani che si annusano il deretano e poi dicono “Ciao, come va?”

Stringermi la mano; posso concederti solo quello. Ed è già troppo, perché di mani mollicce e sudaticce ne ho strette tante e ogni volta che mi vedo costretta a ripetere il gesto localizzo mentalmente la toilette più vicina e agogno al momento in cui potrò lavare i palmi sotto il getto fresco e purificante del lavandino. Tendo l’arto meccanicamente, quello lo stringe e mi trascina verso di sé, col chiaro intento di baciarmi.

Non toccarmi! Non – devi – toccarmi. Non mi ricordo più come ti chiami. Sì, lo so, me lo ha detto l’ospite, ma sinceramente… siete in diciassette e non posso trattenere nelle meningi diciassette nomi nuovi e francesi, non mentre sono emotivamente scossa da tutte queste ridicole bises!

Niente da fare. La bise avviene. Posso trattenere quanto voglio il busto all’indietro, impettita come Ugo Bellini in Gian Burrasca, posso svicolare come un’anguilla che non vuol farsi friggere, ma tanto la bise mi arriva come uno schiaffo in volto. E quasi avrei preferito un ceffone.

Quando cerco di protendere in modo perentorio e cipiglio convinto la mano, fornendo all’altro un non velato indizio sulle mie intenzioni di civiltà e distacco, mi becco uno sguardo che può variare dal cane bastonato al bambino sperduto, dal fratacchione in fregola allo sciovinista contrariato: non ho voglia di creare uno scandalo, mi umilio, rinuncio ai miei valori e alle mie credenze, cedo alla bise e mi riprometto solennemente di impuntarmi sulla faccenda la prossima volta che sarò ad una presentazione a tu per tu, senza che una folla di spettatori se ne stia tutt’attorno a me, osservando ogni saluto e ogni bise come un calcio di rigore ai mondiali.

Quando giunge il momento dell’uscita di scena, grande è la voglia di far l’inglese e svanire nel nulla senza dire au revoir à personne. Ma sono educata, non potrei mai cedere a questa tentazione barbara e rock ‘n’ roll. Però trovo il giusto compromesso: io saluto con la mano, da lontano, come una sovrana. Mostro i miei denti accuratamente spazzolati e rifiniti col filo interdentale, basculo il palmo della mano come una parabola sul perno del polso e resto ferma dove sono. Non voglio più protendermi verso l’altro, offrendogli la guancia, non voglio più rischiare di avere tracce di saliva di sconosciuti sulle gote, non voglio più sentire gli aliti altrui così pericolosamente vicini alle mie nari. Saluto tutti, dalla porta, mando baci in aria come una diva, magari faccio anche l’occhiolino a qualcuno, il gesto del telefono tra orecchio e labbra, l’indice che ruota in aria sottintendendo “più tardi”, la mano che imita il gesto dello scrivere in una promessa di copiosi messaggi. Chiedetemi pure che mutandine porto stasera, ma, per carità, non mi baciate!

Scivolo fuori dall’appartamento, chiudo la porta alle spalle, mi precipito per le scale ticchettando sui tacchi alti e tiro un sospiro di sollievo.

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Come mi sento dentro quando mi fanno la bise

Pillola: dell’intraducibilità del “taquiner”

Uno degli ostacoli culturali con cui sento di dover far fronte quotidianamente e spesso in modo sfiancante ed esasperante è la tendenza del popolo francese a taquiner, a embêter il prossimo senza soluzione di continuità. Dal posto di lavoro all’intimità della casa, dalla fila al supermercato alla visita dal veterinario mi trovo spesso disarmata di fronte a degli exploits di uno spirito che reputo troppo frequentemente déplacé.

Sarà che la lingua francese l’ho appresa da adulta, e così i codici di comunicazione e i registri ad essa pertinenti, ma la sento spesso assai distante rispetto all’inglese. Specie quando non ho la battuta pronta per rispondere alle taquineries del capo al lavoro o al fare embêtant del mio compagno: saltano fuori liti domestiche che spaziano dal “Voi italiani raccontate tutti i fatti vostri a tutti anche per la strada!” al “Voi francesi siete coincés e insopportabilmente arroganti!”.

Il peggio arriva quando devo spiegare ad un italiano che conosce poco la civiltà e la società francesi che cosa è il “taquiner”. Ci provo chiamando in causa la gallina ed il suo movimento di testa mentre becca i semini al suolo, ma mi rendo conto che solo chi subisce un quotidiano piccarsi e ripiccarsi con gli altri può davvero realizzare il senso profondo ed esasperante di questa azione si française!

Inchiesta: la Francia ed il suo amour fou per gli assegni

Quando si abita in Francia, o più semplicemente ci si viene in visita, una cosa salta subito all’occhio dello straniero: la presenza ancora importante dei pagamenti par chèque, per assegno.
Negli esercizi commerciali non è raro trovare la specifica accanto alla cassa con cui il patron avvisa i clienti se i pagamenti per assegno sono accettati o meno. Allo stesso modo mi è capitato spesso di voler pagare con la carta di credito e di trovarmi di fronte un no secco perché “Nous n’acceptons que les payements par espèces ou par chèque.

Fenomenologia di una tradizione tutta française. Ricordo con allegria gli aneddoti familiari riguardanti mia nonna che se andava a Roma in pompa magna a trovare la figlia (mia zia) negli anni ’90 e che voleva pagare ovunque con assegno: ristoranti, negozi, gioiellerie… La sua “mania per gli assegni” era oggetto di benevolo scherno in famiglia, perché in Italia, già vent’anni fa, gli assegni erano roba vecchia, che nessun esercizio commerciale avrebbe mai accettato.
Lo stesso mi pare sia avvenuto nel resto d’Europa: la carta di credito ha assunto un ruolo predominante tra i vari mezzi di pagamento, finendo per rendere la Francia la sola ed unica roccaforte dell’assegno. Non è un caso se i paesi anglofoni, detentori di un’egemonia linguistica senza pari nel mondo della politica, della finanza e dell’economia, abbiano mantenuto l’espressione francese per indicare l’assegno. Cheque senza accento sulla prima e è infatti la scrittura corrente usata in Gran Bretagna.
Gli etimologi però vogliono far risalire l’origine della parola al mondo degli scacchi (échecs in francese, chess in inglese). Vedere per credere l’Online Etymology Dictionary.

La storia dell’assegno è molto antica: forme di pagamento con firma furono utilizzate addirittura dai mercanti carovanieri della penisola arabica. In Italia, con la nascita delle banche a Firenze, Siena, Venezia e Genova, iniziarono a circolare le lettere di credito e i buoni del tesoro. L’invenzione assunse maggiore importanza con l’avvento del capitalismo che, ricordiamo, non nacque con la rivoluzione industriale (1700), bensì vide la luce con le compagnie di armatori e di commercianti marittimi olandesi nel 1600. Già si rischiava moltissimo trasportando essenzialmente merci, non stupisce molto che gli olandesi non ritenessero un’idea brillante mandare in giro per i sette mari un vascello pieno di monete d’oro.
La Francia, dal canto suo, iniziò a produrre assegni nel 1826 chiamandoli “mandats blancs“. Come dice il sito della banca BNP Paribas alla voce “Source d’histoire:

Les chèques en France: une adhésion tardive mais ferme […]

La Banque de France émet ses premiers chèques en 1826, sous le nom de « mandats blancs ». Mais la véritable introduction du chèque en France, sous sa forme actuelle, date du 14 juin 1865. Cependant, avant la Première Guerre mondiale, très peu de Français l’utilisent.

En 1918, juste avant la fin des combats, le gouvernement crée le compte chèque postal pour diffuser plus largement le chèque grâce au réseau des bureaux de poste et éviter ainsi les paiements en espèces. Etienne Clémentel, ministre des Postes et Télégraphes, montre l’exemple et devient le premier titulaire d’un compte courant postal. […]

En 1966, seuls 17% des Français ont un compte chèque. En 1972, ils sont 62%. Cette évolution est liée au développement du paiement des salaires par chèque et à la liberté d’ouverture des guichets de banque à partir de 1967. Depuis, la France est l’un des plus gros utilisateurs de chèques au monde : plus de 3 milliards émis en 2010, soit près de 20% des paiements. Selon la Banque de France, le nombre moyen de chèques émis par habitant était de 43 en 2012.

Dunque nel corso del novecento gli assegni hanno acquisito sempre più importanza in Francia, tanto da essere tutt’ora il paese europeo che ne fa più largo uso.

Sebbene mi trovi in Francia da due anni, ci sono ancora questi piccoli aspetti della vita quotidiana che mi stupiscono ed incuriosiscono. Mi domando quante altre differenze inaspettate troverò nel corso del tempo.

Quanti di voi lettori di De amore gallico, se ve ne sono, sono Ritals? Quali sono le cose che vi provocano il cosiddetto cultural shock? Sono curiosa di sapere e di confrontarmi con voi.

Pillola: feste e feste (cultural shock alla mostarda di Digione)

Si può legittimamente parlare di shock culturale quando si passa dall’Italia alla Francia?
Non penso. I veri shock culturali avvengono migrando in nazioni la cui civiltà è fortemente distante dalla nostra, che sia per religione, clima, cucina e, non in ultimo, abbigliamento. Onestamente: è questo il caso di Italia-Francia? Ma per favore!
Tuttavia qui nell’antica provincia gallica ci sono cose che non riesco a sormontare, primi tra tutti gli orari di apertura degli esercizi commerciali. Non so se sia a causa della mia posizione particolare, nel golfo di Saint Tropez, ma qua davvero ogni negoziante fa come gli pare e piace e a me non resta che un grandissimo urto di nervi.

Inoltre, ma questo può essere un problema comune a tutti gli emigrati di qualsiasi nazione, ciò che pesa sullo spirito è la mancanza di vacanze nei giorni che, nella propria organizzazione mentale del tempo, sono di festa a prescindere, ovvero il 25 aprile, il 2 giugno e i dì dei santi patroni vari, a cui ci si affeziona devotamente quando si va a scuola e si ha la scusa per saltare lezione e andare alla fiera o al palio medievale.

Salvo poi scoprire che nell’hexagone guai a toccargli la festa dell’Ascensione e di Pentecoste! Maggio è tutto un riposo e la vita procede plus doucement que jamais!