La fioritura della lavanda in Provenza

La fioritura della lavanda in Provenza

La settimana scorsa ho avuto finalmente modo di visitare Manosque e Valensole e godere di uno spettacolo famoso in tutto il mondo: la fioritura della lavanda in Provenza.

Il sole cadeva a picco gettando i suoi raggi con noncuranza. Il vento soffiava lento e pigro mentre con la macchina ci inerpicavamo lungo le stradine che si arrotolano tra le colline e i campi. Ci fermavano spesso, ogni angolo meritava uno scatto. Quel colore fresco e semplice, così indissolubilmente legato al profumo di pulito del fiorellino, rinfrancava il corpo accaldato con la sua sola vista. Erano tappeti violacei che si stendevano a perdita d’occhio e che si donavano allo spettatore con elegante generosità.

Ma soprattutto era quello che io ho scelto di chiamare “il suono della lavanda” ad affascinarmi: i campi echeggiavano di ronzii di api affaccendate sulle spighe violette, intente a suggere i dolci nettari per poi portare il bottino goloso al proprio alveare o alla propria arnia. La terra rimbombava di questo tenero ronzio restituendolo centuplicato all’orecchio. Il suono della lavanda, il suono della terra e degli animali, semplici miracoli di vita e di natura.

Le distese di grano e di lavanda, il blu terso del cielo assolato, il verde dei boschi, l’ocra delle tegole sui tetti. Questa terra del sud francese è una tavolozza post-impressionista, un bouquet prezioso. Ma non bisogna lasciarsi ingannare dalle bellezze da cartolina: la lavanda fiorisce d’estate, quando il solstizio è trascorso e la luce già cede il passo ad una tenebra lenta e suadente; ammanta tutto piano piano e dolcemente, senza che ci si possa accorgere del consumarsi lento di un dramma naturale, ciclico. È il dramma del parossismo solare, che è già notte, che è già autunno.

Spero che le mie foto vi piacciano. Sono state scattate tutte nei dintorni di Valensole, Manosque e sulla spiaggia di Gigaro, di notte. La luna non era ancora piena, lo sarebbe stata la sera dopo.

Estate di fuoco e di fuochi

L’estate ha raggiunto il suo culmine e lentamente le giornate ricominciano ad accorciarsi.
De amore gallico si è preso una pausa. Durante queste settimane sono successe cose gravi ed importanti: gli attentati in Spagna, la morte di Jeanne Moreau, stella del cinema francese, tensioni preoccupanti tra Corea del Nord e U.S.A.

Il fatto che più mi ha toccata, forse perché l’ho visto coi miei occhi, è stato l’ondata di incendi che ha investito la Provenza e la Costa Azzurra.
Vivo a cinque km da dove si è generato e propagato il grande fuoco che ha raggiunto anche il comune di Saint-Tropez e coi miei occhi ho visto le colonne di fumo nero e la devastazione che le fiamme hanno portato su di un tratto di costa tra i più belli del paese. Ho sentito le sirene dei vigili del fuoco strillare per ore e per giorni e i Canadair volare e cercare di arginare i danni.
Ho visto le strade congestionate dal traffico: i turisti, spaventati, se la davano a gambe e tornavano a casa loro, senza sapere che così facendo bloccavano le vie di accesso rapido al luogo del disastro ed impedivano l’arrivo dei soccorsi in tempo utile.

La sera in cui è divampato il grande incendio sulla collina di Gigaro, nel comune di La Croix Valmer, ho scattato queste foto dall’altra parte della baia, nel porto di Cavalaire-sur-mer:

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24 luglio 2017

I giorni seguenti, una volta che le fiamme erano state domate, sono andata a vedere quello che restava della foresta del litorale con il jet-ski. Questo è quello che ho trovato:

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Ci vorranno almeno vent’anni per far ricrescere la flora lussureggiante che prima ricopriva il litorale.

Non avevo mai visto un incendio dal vivo. Devo dire che è stata una delle esperienze più profondamente disturbanti che io abbia mai avuto.
Le indagini dei vigili del fuoco e delle autorità hanno portato alla luce quella che con tutta probabilità è l’origine di questo disastro: un barbecue finito male.

Faccio un appello che può sembrare pedante, ma a cui tengo molto: siate attenti. Sempre. Qualsiasi gesto può fare la differenza. Spegnete le sigarette e buttatele dove non possono nuocere, non accendete falò se non siete esperti e, soprattutto, non fatelo laddove il rischio di incendi è alto, siate prudenti coi vostri barbecue. Abbiamo già danneggiato abbastanza la Terra, non serve causare anche queste disgrazie estive.

Be conscious of climate change and care about our planet: it’s the only home we have.

Ugro-francese

Riprendo dal mio diario dell’estate appena trascorsa (data 16 giugno):

Il pomeriggio mi ha vista invece optare per un fuori programma in solitaria, i retroscena del quale preferisco tacere, e che mi ha portata a Cavalair sur Mer, una Senigallia francese senza la parte storica del centro (quindi è una roba commerciale da lungomare senza particolare spessore culturale).
E’ qui che ho fatto un incontro davvero bizzarro e meraviglioso.
Mentre aspettavo l’autobus per ritornare a Cogolin alla fermata, dalla corriera proveniente da Tolone è sceso un distintissimo signore in completo di lino color crema, che con gran disinvoltura camminava portandosi appresso una valigia voluminosa. Aveva uno smartphone in mano e, con classe e nonchalance, ha telefonato al figlio non appena sedutosi sotto la pensilina.
Poi ha tirato fuori dal taschino un pacchetto di sigarette e, gentilmente, mi ha chiesto se avessi da accendere.
Per puro caso avevo in borsa i fiammiferi che utilizzo per accendere l’incenso in camera mia, quindi gli ho offerto il fuoco tutta soddisfatta, manco fossi Prometeo. Lui, con garbo e galanteria, mi ha voluto donare una sigaretta, parlandomi in uno spagnolo dal chiaro accento gallico. Allora, ridendo, gli ho detto che non sono spagnola ma italiana.
“Italiana? – ha risposto passando al francese – Anche meglio! Adoro le donne italiane!”

Da qui parte una conversazione fenomenale in cui ci diciamo tutto tranne i nostri nomi.
Scopro che ha 86 anni (e chi lo avrebbe mai detto!?), che è un parigino che sta andando in villeggiatura a Saint Tropez e che è appena arrivato in aereo a Tolone. La moglie lo ha anticipato di qualche giorno venendo però in macchina (hai capito la signora), perché aveva un bagaglio troppo pesante a cui non voleva rinunciare (e certo, la vacanza a Saint Tropez va fatta con tutti i crismi e carismi).
Lui mi dice che ha visitato tutta l’Italia e che ha lasciato il cuore in un ristorantino dell’entroterra siculo, tanti anni or sono.
Ama Milano, Venezia, Napoli e la malinconica Trieste e dodici anni fa, quando è stato operato (ben diciannove volte!), nel suo letto d’ospedale, invece di sognare la moglie, sognava l’Italia.
Ama la lingua italiana, perché è dolcissima, mentre il francese è l’idioma della diplomazia: infido e truffaldino.
Di qui si passa a parlare di quando il francese sia dunque diventato lingua diplomatica, a partire dal congresso di Vienna, grazie a Talleyrand, che cercava i rattoppare le cappelle fatte da Napoleone, per evitare che la Francia patisse troppo. E giù a discutere di storia: la campagna d’Egitto napoleonica, i furti d’arte compiuti in Italia…
Vengo a sapere che lui è figlio di padre francese e madre ungherese, nato a Budapest nel 1929: ha perso i genitori durante la guerra e, nel 1946, a 17 anni, è venuto in Francia dall’Ungheria tutto da solo, e si è costruito una vita.
E’ tornato a Budapest, nel tempo, anche se “hanno avuto quel maledetto comunismo, che ha rovinato tutto.”
Ora si duole che l’Ungheria sia in mano all’estrema destra, ma d’altronde in tanti paesi europei di questi tempi…

L’autobus su cui doveva salire è arrivato con troppo anticipo per i miei gusti. Non ha voluto che lo aiutassi con la valigia, e mi ha salutata con calore, lasciandomi nel petto quella fiammella ballerina che, all’inizio del nostro incontro, io gli avevo offerto per le sigarette: lui me l’ha restituita sotto forma di buonumore e qualcosa d’altro che non so ben definire: speranza?