Pillola: quando il gioco non vale la candela (e nemmeno la menzogna)

L’espressione “il gioco non vale la candela” non è comune soltanto della lingua italiana ma è spesso utilizzata anche in francese (le jeu n’en vaut pas la chandelle) e in inglese (the game isn’t worth the candle).

L’origine parrebbe risalire addirittura al 1580, utilizzata, forse per la prima volta in un testo scritto, dal filosofo francese Michel de Montaigne. Egli si riferiva ai giocatori di carte che trascorrevano le serate nelle locande illuminate da candele. Al termine della serata si era soliti lasciare al proprietario dell’osteria una somma per la spesa della candela che era stata utilizzata. Quando una partita aveva una posta in palio molto bassa allora il gioco non valeva nemmeno il prezzo della candela.

Candela in francese può esser detta dunque chandelle, che assomiglia al sostantivo italiano, o anche bougie, più collegabile alla parola bugìa, che nella nostra lingua significa menzogna. Ma perché?

In realtà anche in italiano, per prestito dal francese, bugìa può voler dire candela, o anche candelabro, o semplicemente portacandela. Questo perché c’è una città algerina, dunque ex-colonia francese, di nome Bejaïa, che era un centro di produzione di cera per candele molto importante. Francesizzatolo, il nome della città passò per metonimia ad indicare la candela tout court.

Quando invece diciamo bugìa nel senso di menzogna, stiamo utilizzando una parola italiana di origine provenzale. Il dizionario etimologico online, infatti, dice che il termine proviene dal provenzale bauzia, a sua volta dal germanico bausa, che significa “cattiveria”. Alcuni invece lo fanno risalire all’arabo buka’er, appunto “menzogna”.

Pinocchio forse vorrebbe dire la sua.

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Ancora baci (alla francese, alla russa, di Catullo e Lesbia, di Giuda, basci sulla bocca tutti tremanti)

Vivamus, mea Lesbia, atque amemus,
rumoresque senum severiorum
omnes unius aestimemus assis.
Soles occidere et redire possunt;
nobis cum semel occidit brevis lux,
nox est perpetua una dormienda.
Da mi basia mille, deinde centum,
dein mille altera, dein secunda centum,
deinde usque altera mille, deinde centum;
dein, cum milia multa fecerīmus,
conturbabimus illa, ne sciamus,
aut ne quis malus invidere possit,
cum tantum sciat esse basiorum

Catullo, carme 5

Se la bise è il bacino informale che si fa ogni volta che si incontra qualcuno in Francia, che dire dei baci alla francese? Premesso che quelli alla russa sono sconvolgenti:

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Dmitri Vrubel “Mio Dio aiutami a sopravvivere a questo amore mortale”, murales alla East Side Gallery di Berlino raffigurante il bacio tra Breznev e Honecker

anche il bacio alla francese può far andare a mille il cervello: è infatti il bacio d’amore, quello più intimo, che interessa non solo le labbra ma anche la lingua con un abbondante scambio di saliva. Insomma, la pomiciata, una bella limonata, di quelle succulente e stuzzicanti. Ma perché viene chiamato bacio alla francese? Forse perché i francesi sono molto coquins. Fatto sta che in Francia il pomiciare si dice rouler une pelle, ruotare una vanga, forse perché la lingua ruota e scava nella bocca dell’altro. Su internet si trova anche un’altra curiosità: baiser à la florentine, baciare alla fiorentina, che sembra esser stata l’espressione vecchio stile per rouler une pelle. Divertente: tutto il mondo attribuisce i baci appassionati ai francesi, ma i francesi li definiscono tipicamente fiorentini. Non sarà che anche la pomiciata fu un’esportazione toscana ad opera di Caterina de’ Medici? (Per sapere quali altre cose Caterina fece scoprire ai francesi clicca qui).

Baiser come sostantivo vuol dire bacio, come verbo significa baciare, ma più spesso lo si usa per indicare il far l’amore, lo scopare (perdonate la volgarità). Per cui attenzione: se volete dire al vostro fidanzato o al tipo con cui state limonando con foga “Baciami, stupido”, citando il film di Wilder, con la Novak e Martin, non ditegli in alcun modo: “Baise-moi, stupid“, perché potrebbe capire invece: “Scopami, stupido.” Di nuovo, perdonate la volgarità, ma dovevo avvertirvi, soprattutto perché parlo per esperienza personale.

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Martin e la Novak

Per la cronaca, “Kiss me, stupid” in Francia è stato tradotto con “Embrasse-moi, idiot”. Ciò mi permette di introdurre il verbo embrasser che, mannaggia a Victor Hugo, vuol dire sia “baciare” che “abbracciare”. Per quest’ultima azione, inoltre, vi è un’altra traduzione ancora: enlacer.

Un vero labirinto linguistico-sentimentale.

Penso avrete notato che, nel carme 5, Catullo dice “basia“, neutro plurale di basium. Ma che ne è di tutto quel po’ po’ di diritto romano che regolamentava i baci e in cui li si definiva oscula? Pensiamo ad esempio al famigerato ius osculi, che permetteva ad un pater familias di baciare le componenti della sua famiglia per controllare se avessero alzato il gomito. Sono andata cercare risposte in uno dei miei siti preferiti, Una parola al giorno.  Si legge:

L’osculum, voce più elevata, era il bacio d’amicizia e rispetto, che per esempio ci si scambiava fra famigliari, e che pure poteva essere dato sulla bocca; il suavium era invece il bacio erotico, con una carica passionale quasi volgare; il basium aveva un valore intermedio, che partecipava tanto dell’affetto quanto di una dimensione amorosa. E forse è proprio per la sua versatilità, che lo rendeva termine da bosco e da riviera, che ha prevalso sugli altri.

Bacio.

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Un bacio al giorno che male può fare?

Che bella parola che riempe la bocca (come la lingua di quello che ti stai pomiciando), sembra di mangiarsi un cioccolatino! Chissà che Luisa Spagnoli non abbia battezzato i Baci Perugina in questo modo proprio per tale motivo? Che carina, poi, l’idea dei biglietti con un pensiero d’amore di poeti e scrittori… penso che la stragrande maggioranza dei Baci Perugina della storia sia stata accompagnata dalla citazione tratta dal Cyrano de Bergerac di Rostand, quella arcinota, che oramai ha perso la sua carica poetica, tanto è stata usata e riusata:

Un point rose qu’on met sur l’i du verbe aimer

Forse voi la conoscerete meglio nella sua traduzione italiana:

Un apostrofo rosa fra le parole “t’amo”

Giuda bacia Gesù nel Getsemani dopo averlo tradito in cambio dei famigerati trenta pezzi d’argento. Non ci è dato sapere con quale faccia tosta lo abbia fatto, possiamo solo immaginarla. Così come immaginiamo con grande versamento di lacrime il modo in cui Paolo la bocca […] basciò tutto tremante a Francesca, mentre leggevano di Lincillotto alle spalle dell’orrido Gianciotto.
A Dante i basci piacciono molto. Anche a Romeo e Giulietta, che ci rifilano tutta quella manfrina sui pellegrini e le sante quando noi del pubblico si vorrebbe urlare a gran voce: “BACIO! BACIO! BACIO!”

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Ma come fai a resistere? Prendi la faccia di DiCaprio tra le mani e pomiciatelo!

Nella versione Disney della fiaba di Andersen “La Sirenetta”, il granchio Sebastian conduce un coro di animali acquatici che incitano il principe a baciare la sirena. Nelle fiabe di “Biancaneve” e “La bella addormentata nel bosco” il bacio è salvifico.

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Ah, ecco!

Insomma, si cresce con un’aspettativa enorme nei confronti dei baci e con un’altrettanto enorme ansia da prestazione. Le tecniche che ci si passa sottobanco alla scuola media per essere dei buoni baciatori variano dal “devi scrivere il tuo nome con la lingua” al “non sbavare”. E se quest’ultimo è in generale un consiglio da seguire in linea di massima per tutta la propria carriera da baciatore, quello del nome ha i suoi pro e i suoi contro. “Eva Riva” può pure permetterselo, ma una come me, con un nome lunghissimo, deve sperare che il baciato gradisca il bacio abbastanza a lungo da permetterle di finire di firmare con la punta della lingua dentro la sua bocca.

Voi mi direte: c’è di peggio.

Concordo.

L’argot franco-arabo spiegato agli italiani

Lingue come l’italiano, il francese, lo spagnolo e l’inglese, durante i secoli, hanno integrato nel loro vocabolario molti termini derivanti dalla lingua araba: sciroppo, azzardo, alcool, algebra, zenit, azimut, nadir, algoritmo, cifra, elisir, alambicco, magazzino, assassino, bizzeffe, fondaco, sensale, zerbino, marzapane, sambuco, materasso… In linea di massima si può dire che molto lessico astronomico, matematico e chimico vanta origine semitica.
Quando ero all’università e sudavo settanta volte sette camicie per superare l’esame di vocalizzazione, non avevo molta voglia di soffermarmi su queste raffinatezze della linguistica, preoccupata com’ero di riuscire ad arraffare un voto decente che non facesse piovere disonore sul mio libretto accademico e colare a picco la mia media. Ora, di tanto in tanto, ho piacere nell’andare a sfogliare i miei appunti e trovare collegamenti inimmaginabili e sorprendenti, analogie inaspettate e luccicanti come insetti rari della Foresta Amazzonica della linguistica.

Abitando in Francia, poco lontano da una città dalla fama levantina come Marsiglia, mi sono imbattuta in prestiti linguistici dall’arabo al francese che sono ben lontani dall’essere le “voci dotte” o dall’avere gli illustri etimi cui sono abituata grazie ai miei studi. Si tratta infatti di parole entrate nel lessico quotidiano familiare francese che danno al discorso un arrière-goût da gangsta-in-da-ghetto. Io stessa ho imparato ad usare con disinvoltura qualcuno di questi termini (ed altri, assai volgari e ben conosciuti e non di origine araba) per farmi valere nelle fasi più concitate di una discussione con gente che riesce a capire un discorso solo se corredato da una buona dose di violenza verbale. Come se un francese che vivesse in Italia ed iniziasse a discutere animatamente per un vicolo di Napoli con una vaiassa: se non in grado di usare un po’ del gergo partenopeo più tagliente, la battaglia è persa in partenza.

Per esempio il verbo fottere, usato sia per indicare il coito che per parlare di un imbroglio (subìto o perpetrato) si dice niquer. La parola viene da  ناك  che si legge nāka e che vuol dire appunto fottere. E per fottere serve lo zob, cioè il pene.

Il dottore è il tubib, dall’arabo classico طبيب ṭabīb. La prima vocale è cambiata, probabilmente perché il prestito in francese viene dall’arabo magrebino delle ex-colonie, che reca delle differenze rispetto all’arabo classico.

Quando qualche cosa ci piace possiamo dire Je kiffe. Kiffer infatti viene da una parola dell’arabo del Mashreq (Iraq, Siria, Giordania, Palestina) che vuol dire “piacere, apprezzare”, ma kif-kif (da كفء ) significa invece essere alla pari, dividere egualmente una spesa o aver pareggiato il conto .

Qualche volta è possibile sentir dire kawa al posto di café. Questo perché in arabo il caffè è qahwa, قهوة. L’aspirazione della h è sparita e ha lasciato una parola piana, svelta, rapidissima, quasi svogliata.

I francesi di origine magrebina spesso durante le vacanze tornano al bled, cioè “al paese”. Questo termine viene da بَلَد , balad, che significa “paese” e anche “villaggio”.

Il mio clebs si chiama Mario ed è un bellissimo continental bulldog di un anno e tre mesi. Cane in arabo si dice كلب kalb. In arabo è possibile utilizzare questa parola come insulto. In effetti nella società araba i cani godono di minor ammirazione e affetto rispetto ai gatti (قِطّ, ovvero qitt, che a me ricorda molto l’inglese kitty).

Per uscire la sera e andare a fare nouba con gli amici, cioè la festa, serve il flouze, cioè i soldi, altrimenti bisogna essere proprio un maboul, un matto, e rischiare di dover tornare a casa di notte a piedi anziché in taxi. In quel caso servirebbe la baraka divina per non farsi aggredire da qualche lascar (ceffo) al buio! Se quindi non c’è flouze, allora walou (niente, nada, nisba)! Spesso la penuria di soldi per uscire e divertirsi è causa di seum, ovvero rabbia, nervosismo e frustrazione.

Però tra poco è Natale e i parenti dovrebbero mettere qualche soldino sotto l’albero come regalo… chissà, magari mi ci posso comperare qualche cosa che kiffo particolarmente!

Quando mi dicono che sono “bravo!”

Non sempre accade, ma quando mi sento dire “Bravo!” qualcosa stona alle mie orecchie. Come biasimarmi, visto che io invece mi sento “brava”? Vaglielo un po’ a dire, ai francesi!
Sono andata a dare un’occhiata all’etimo della parola e a fare qualche ricerca translinguistica, memore delle minacce a Don Abbondio, del cuore impavido di Mel Gibson e di “Bene, bravo, sette più!”. Quello che è venuto fuori è molto interessante e, se lo leggerete, vi farà diventare più belli e più superbi che pria.
Bravo!
Grazie.
Petrolini a parte, la questione etimologica del termine “bravo” è complessa. Il significato che comunemente diamo a questa parola è “in gamba”, “abile”, ma anche “diligente a scuola”. In inglese brave significa “coraggioso”, in spagnolo bravo può voler dire sia “in gamba” che “arrabbiato” e in certe parti della Francia, nel sud per la precisione, brave vuol dire “buono” quasi nell’accezione di “tanto buono e tanto tonto”.

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Il Nerone di Petrolini (più bello e più superbo che pria)

Però, come Manzoni insegna, i bravi erano anche gli sgherri dei signorotti prepotenti e “de’ birboni”: non dimentichiamo che gli scagnozzi di cui si racconta ne “I promessi sposi” erano alle dipendenze di Don Rodrigo, il cui nome sottolinea la dominazione spagnola del nord Italia nel 1600. L’etimo di “bravo” passa dunque necessariamente per l’idioma castigliano, arrivandovi dal latino. Da pravus? O forse da barbarus (latinizzazione del greco βάρβαρος)? Il primo termine è chiaramente all’origine di parole  con connotazione negativa come “depravato”, e infatti significa “distorto, cattivo, malvagio”. Il secondo è un’onomatopea per indicare l’incapacità degli stranieri di articolare bene la lingua ellenica, per cui lo si usava per i forestieri in generale. Poi, con la caduta dell’impero romano d’occidente nel 476 d.C., divenne la parola che designava i rozzi e bellicosi popoli che avevano invaso l’Europa, quindi “selvaggio”.

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“Questo matrimonio non s’ha da fare”

Il dizionario etimologico online, non pago, ci ficca dentro anche una radice celtica (brau = “terrore”) e una possibile origine germanica con significato di “indomito, impetuoso, che abbatte gli ostacoli”. La cosa interessante è che, se fosse questa la vera origine di “bravo”, l’etimologia sarebbe comune a quella di un’altra parola molto simile, “brado” (libero, selvaggio, invincibile, come gli animali che sono “allo stato brado”).

Ma come è possibile che una parola dalle origini etimologiche così negative sia passata a significare caratteristiche positive e desiderabili? L’interessantissimo sito Una parola al giorno lo spiega favolosamente:

Non dobbiamo però scordare il cuore levantino in cui questa mediterranea parola ha ribollito per secoli, acuto nello scovare qualità positive nella canaglia.
Lo storto, fuori regola, è anche eccezionale, e così il selvaggio è indomito, valoroso, e non conosce paura. È vero, restano ancora in piedi i connotati più torbidi delle bravate, delle notti brave, dei bravi di Don Rodrigo, ma sono marginali: la radice di questa parola è esplosa nel mondo in un cristallino odore di apprezzamento, stima, nel vigore dell’abilità volta al bene. Così possiamo pensare al coraggioso inglese, il “brave”, e pensiamo all’universale “bravó” che rimbomba acclamante nei teatri più eleganti di tutto il globo.
Da noi è una parola normale, fondamentale – in virtù della sua storia, forse quasi identitaria, per la nostra cultura. Da piccoli facciamo i bravi a modo nostro e poi diventiamo bravi nel nostro lavoro, tornando a casa ci gustiamo una brava cena – splendido rafforzativo – e portiamo fuori il cane, dicendogli bravo quando ringhia alla vicina bisbetica. Il bravo resta ciò che spicca senza frastuoni, armoniosamente, al suo posto, in un modo anche originale, ormai ripulito dalle passate depravazioni – di cui è però rimasto lo smalto allegro e capace.

Una parola al giorno è un sito per amanti della linguistica e dell’etimologia. Potete iscrivervi e ricevere notifiche quotidiane su parole desuete e significati nascosti dei termini più comunemente usati. Io mi sono iscritta e trovo magnifico ricevere il buongiorno per mail con un approfondimento linguistico mai scontato né noioso.

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Un attivista pro-indipendenza della Scozia

Per quello che mi riguarda, sono riuscita ad educare il mio compagno a dirmi “brava” anziché “bravò!” quando vuole complimentarsi con me. Non solo: al nostro cane ora dice “bràvo”, con l’accento sulla a. Sono risultati di cui vado molto fiera. La contaminazione linguistica a casa nostra, però, è a doppio senso ed anche io, oramai, ho adottato espressioni così francesi che qualche volta devo andare a controllare il mio passaporto per essere sicura di essere ancora italiana. Succede a tutti gli espatriati o solo a me?

Etimi, modi, fascini e grammatiche.

Oggi sono andata dal parrucchiere e mi hanno detto che ho un gran charme. Soddisfazione a parte, in macchina, sul tragitto di ritorno, si sono succeduti i seguenti pensieri, nella mia testa:
“Charme, che parola seducente! Charm, in inglese, e che curiosamente può significare sia fascino che incantesimo che amuleto. La radice quale sarà? Beh, latina, immagino. Poi vado a controllare. Qual era l’altra parola che dovevo riguardare? Ah, sì, façon e fashion. Che poi, se proprio vogliamo, si ricollega al discorso dello charme e del charm, perché assomiglia alla parola italiana fascino. E devo andare a rivedere quel legame tra glamour, grammatica e grimorio, che non mi resta mai in mente.”

Il seguente è il resoconto della mia ricerca etimologica odierna che spero interessi il lettore.

Fascino è una parola che, secondo il dizionario etimologico online, deriva dal latino fascinum, a sua volta proveniente dal greco, forse da femì, cioè “dico”, ma va confrontata anche con il verbo baskaino, cioè “ammalio o calunnio” (è proprio vero quello che diceva la mia professoressa del liceo: in greco ogni verbo vuol dire qualche cosa e anche il suo contrario). In latino, fascinum era la parola usata per indicare le malìe, gli incantesimi maligni, gli amuleti protettivi e anche il bel gingillo per cui andava famoso il dio Priapo. Le riproduzioni di questo enorme fallo erano considerate oggetti apotropaici: Wikipedia riporta che in una rappresentazione presente a Leptis Magna, nell’attuale Libia, si vede un mega membro, dotato di un ulteriore pene, che eiacula su di un occhio sormontato da uno scorpione. Proprio un malocchio! A proposito di oggetti apotropaici o portafortuna, è d’obbligo fare i debiti distinguo: la parola “talismano” ha una lunghissima storia. Si presume che il termine sia giunto nelle lingue neolatine attraversando la lingua araba (“tilsamàn”, plurale di “tilsàm”), che a sua volta aveva preso questo vocabolo dal persiano. Nella lingua persiana l’espressione era giunta partendo dal greco. τέλεσμα significa infatti “rito religioso”, “cose consacrate”.
Il termine “amuleto” deriva invece dal latino, precisamente dal verbo “amolior”, ovvero “allontano, tengo distante”. Ciononostante, alcuni etimologi fanno risalire la radice di questa parola alla greca “àmulon”, una focaccia che solitamente era data in offerta propiziatoria agli dei.
Qual è, se c’è, a differenza tra le due parole? Ed è corretto usarle come sinonimi? Le tradizioni medioevali ci dicono che esse non vogliono dire esattamente la stessa cosa.
Infatti, mentre l’amuleto era un oggetto utile a tener lontani gli spiriti cattivi e le disgrazie, il talismano veniva inteso come un oggetto atto ad attirare sulla persona che lo indossava fortuna, salute, amore e ogni cosa positiva potesse desiderare.
Quindi, due parole che noi usiamo indifferentemente, sono giunte fino a noi attraverso i secoli per indicare due cose ben diverse: oggetti apotropaici o oggetti propiziatori.

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Il fascinus che eiacula

Tornando al discorso principale, comunque, si nota che fascinus, tuttavia, resta una parola il cui principale significato ha una connotazione negativa: malìa, incantesimo malefico, attrazione fatale verso qualcuno di malvagio.
Come si è arrivati da tanta perfidia all’accezione positiva che gli si dà oggi? L’attrazione che una persona esercita è sintomo d’amore da parte dell’attirato, e chi è amato è sempre invidiato da chi non lo è. Mi preme sottolineare che, a discapito di quanto potrebbe sembrare di primo acchito, fascino non deriva da facio, cosa che invece accade per façon e, di conseguenza, anche per fashion.
Façon, 
infatti, verrebbe da factio, _onis, azione, modo di agire, gruppo che agisce, fazione etc.
Modo di agire è il significato che più si avvicina a quello odierno di façon. Arrivando all’inglese, l’Online Etymology Dictionary afferma:

fashion (n.)c. 1300, fasoun, “physical make-up or composition; form, shape; appearance,” from Old French façon, fachon, fazon “face, appearance; construction, pattern, design; thing done; beauty; manner, characteristic feature” (12c.), from Latin factionem (nominative factio) “a making or doing, a preparing,” also “group of people acting together,” from facere “to make” (see factitious).

Especially “style, manner” of make, dress, or embellishment (late 14c.); hence “prevailing custom; mode of dress and adornment prevailing in a place and time” (late 15c.). Meaning “good style, conformity to fashionable society’s tastes” is from 1630s.

There’s how it got from “shape” to “nice style”.

Passiamo ora all’altro punto all’ordine del giorno: charme e charm. Ancora una volta è tutta colpa del latino. Infatti:

Le mot « charme » a pour étymologie le mot latin carmen, qui signifie chant.

L’interessante sito Lexigolos dice:

Le mot charme, qui vient du latin carmen, chant, vers, ne signifie au propre et n’a signifié originairement que formule d’incantation chantée ou récitée. C’est le seul sens que l’ancienne langue lui attribue ; même au seizième siècle il n’a pas encore pris l’acception de ce qui plaît, ce qui touche, ce qui attire ; du moins mon dictionnaire n’en contient aucun exemple. C’est vers le dix-septième siècle que cet emploi néologique s’est établi. La transition est facile à concevoir. Aujourd’hui la signification primitive commence à s’obscurcir, à cause que l’usage du charme incantation, banni tout à fait du milieu des gens éclairés, se perd de plus en plus parmi le reste de la population. Mais considérez à ce propos jusqu’où peut aller l’écart des significations : le latin carmen en est venu à exprimer les beautés qui plaisent et qui attirent. L’imaginer aurait été, si l’on ne tenait les intermédiaires, une bien téméraire conjecture de la part de l’étymologiste.

E dunque:

charm (v.)c. 1300, “to recite or cast a magic spell,” from Old French charmer (13c.) “to enchant, to fill (someone) with desire (for something); to protect, cure, treat; to maltreat, harm,” from Late Latin carminare, from Latin carmen (see charm (n.)). In Old French used alike of magical and non-magical activity. In English, “to win over by treating pleasingly, delight” from mid-15c. Related: Charmed; charming. Charmed (short for I am charmed) as a conventional reply to a greeting or meeting is attested by 1825.
charm (n.)c. 1300, “incantation, magic charm,” from Old French charme (12c.) “magic charm, magic, spell; incantation, song, lamentation,” from Latin carmen “song, verse, enchantment, religious formula,” from canere “to sing” (see chant (v.)), with dissimilation of -n- to -r- before -m- in intermediate form *canmen (for a similar evolution, see Latin germen “germ,” from *genmen). The notion is of chanting or reciting verses of magical power.

Tutto quadra.

E tutto quadra, magicamente, anche nell’affaire che vede coinvolti tre individui insospettabili di ogni legame: la grammatica, il grimorio e il glamour. La prossima volta che qualcuno vi dà della “perfida strega” assicuratevi di avere a portata di mano l’ultimo numero della rivista Glamour, per essere credibili.
Infatti grammatica, termine derivato dal greco grammatikè tècne (arte dello scrivere), ha ispirato la parola grimorio, perché nel Medioevo le grammatiche erano libri contenti istruzioni e, più generalmente, nozioni di varia natura. Essendo l’istruzione appannaggio dell’élite clericale, coloro che praticavano le arti occulte e che compilavano tomi pieni di formule magiche e ricette di pozioni scrivevano dei libri di sapere sui generis, comparabile agli immensi compendi di filologia e retorica. Oppure, come riporta sempre l’Online Etymology Dictionary:

The sense evolution is characteristic of the Dark Ages: “learning in general, knowledge peculiar to the learned classes,” which included astrology and magic; hence the secondary meaning of “occult knowledge” (late 15c. in English), which evolved in Scottish into glamour (q.v.).
glamour (n.) 1720, Scottish, “magic, enchantment” (especially in phrase to cast the glamor), a variant of Scottish gramarye “magic, enchantment, spell,” said to be an alteration of English grammar (q.v.) in a specialized use of that word’s medieval sense of “any sort of scholarship, especially occult learning,” the latter sense attested from c. 1500 in English but said to have been more common in Medieval Latin. Popularized in English by the writings of Sir Walter Scott (1771-1832). Sense of “magical beauty, alluring charm” first recorded 1840. As that quality of attractiveness especially associated with Hollywood, high-fashion, celebrity, etc., by 1939.