Due giugno

Due giugno

La festa della Repubblica Italiana trascorsa su territorio francese porta a fare qualche riflessione storica.
Si dice comunemente che noi, in Italia, siamo arrivati a quota tre repubbliche: la prima va dal 2 giugno 1946, giorno del referendum che vide per la prima volta le donne alle urne, al 17 febbraio 1992, quando scoppiò l’affare di Tangentopoli. La seconda coincide più o meno con la parabola berlusconiana, tramontata il 16 novembre 2011, con l’incarico di presiedere il consiglio dei ministri a Mario Monti. Eccoci nella terza.

I francesi sono alla quinta. Qualche intervallo imperiale, tanto per gradire, ma in generale, una volta tagliata la testa al toro (il re), la repubblica c’è sempre stata, in Francia.

Se i galli debbono ai latini l’apprendimento di tale forma di governo, è lo stivale dovere il tricolore all’esagono. O meglio, a Napoleone, che dopotutto troppo francese non era, viste le origini italianissime della gens Bonaparte. Qui il link alla pagina Wikipedia che può delucidarvi un po’ sulla storia di questa interessantissima famiglia.
Riporto qui di seguito la storia del nostro vessillo come viene riportata nel sito ufficiale del Quirinale:

Il tricolore italiano quale bandiera nazionale nasce a Reggio Emilia il 7 gennaio 1797, quando il Parlamento della Repubblica Cispadana, su proposta del deputato Giuseppe Compagnoni, decreta “che si renda universale lo Stendardo o Bandiera Cispadana di Tre Colori Verde, Bianco, e Rosso, e che questi tre Colori si usino anche nella Coccarda Cispadana, la quale debba portarsi da tutti”. Ma perché proprio questi tre colori? Nell’Italia del 1796, attraversata dalle vittoriose armate napoleoniche, le numerose repubbliche di ispirazione giacobina che avevano soppiantato gli antichi Stati assoluti adottarono quasi tutte, con varianti di colore, bandiere caratterizzate da tre fasce di uguali dimensioni, chiaramente ispirate al modello francese del 1790.
Nei tre decenni che seguirono il Congresso di Vienna, il vessillo tricolore fu soffocato dalla Restaurazione, ma continuò ad essere innalzato, quale emblema di libertà, nei moti del 1831, nelle rivolte mazziniane, nella disperata impresa dei fratelli Bandiera, nelle sollevazioni negli Stati della Chiesa.
Dovunque in Italia, il bianco, il rosso e il verde esprimono una comune speranza, che accende gli entusiasmi e ispira i poeti: “Raccolgaci un’unica bandiera, una speme”, scrive, nel 1847, Goffredo Mameli nel suo Canto degli Italiani.
E quando si dischiuse la stagione del ’48 e della concessione delle Costituzioni, quella bandiera divenne il simbolo di una riscossa ormai nazionale, da Milano a Venezia, da Roma a Palermo. Il 23 marzo 1848 Carlo Alberto rivolge alle popolazioni del Lombardo Veneto il famoso proclama che annuncia la prima guerra d’indipendenza e che termina con queste parole:”(…) per viemmeglio dimostrare con segni esteriori il sentimento dell’unione italiana vogliamo che le Nostre Truppe(…) portino lo Scudo di Savoia sovrapposto alla Bandiera tricolore italiana.”
Allo stemma dinastico fu aggiunta una bordatura di azzurro, per evitare che la croce e il campo dello scudo si confondessero con il bianco e il rosso delle bande del vessillo.

A quest’ultima informazione aggiungo che l’azzurro, oltre a delimitare meglio lo stemma savoiardo, era anche il colore ufficiale del casato stesso. Dove lo ritroviamo? Nelle favole: il Principe Azzurro, infatti, deve questo nome ai Savoia (nelle tradizioni nordiche il principe è invece “affascinante” – Prince Charming). Nella birra: Nastro Azzurro Peroni, che a me non piace perché è troppo gassata. Nelle uniformi delle nazionali sportive del nostro paese, appunto “gli azzurri”.
Ironia della sorte: la nazionale francese è vestita di un colore non così differente: il blu. Ecco perché gli sportivi d’oltralpe sono noti come “les bleus“.

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Per quello che riguarda i motti nazionali, quello francese non ha bisogno di presentazioni, sennonché ho notato una spaventosa ignoranza tra gli italiani riguardo l’ordine preciso delle tre parole. Si dice “liberté, égalité, fraternité”, e tutti gli altri miscugli e variazioni sul tema sono fasulli. Diffidate delle imitazioni.
Ma qual è il nostro motto? Non ce l’abbiamo. In passato era valido quello di casa Savoia, ovvero “FERT”, sulla cui origine si elucubra molto. In genere viene interpretato come un acronimo di varie frasi in latino inneggianti alla forza, a Torino, a Roma eccetera eccetera.
La Repubblica Sociale Italiana, nella sua brevissima vita, si fregiò del motto “Per l’onore d’Italia”.

Anche le repubbliche hanno degli stemmi, degli emblemi. Quello italiano, disegnato da paolo Paschetto, è composto di vari elementi ed è così spiegato dal sito ufficiale del Quirinale:

L’emblema della Repubblica Italiana è caratterizzato da tre elementi: la stella, la ruota dentata, i rami di ulivo e di quercia.
Il ramo di ulivo simboleggia la volontà di pace della nazione, sia nel senso della concordia interna che della fratellanza internazionale.
Il ramo di quercia che chiude a destra l’emblema, incarna la forza e la dignità del popolo italiano. Entrambi, poi, sono espressione delle specie più tipiche del nostro patrimonio arboreo.
La ruota dentata d’acciaio, simbolo dell’attività lavorativa, traduce il primo articolo della Carta Costituzionale: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”.
La stella è uno degli oggetti più antichi del nostro patrimonio iconografico ed è sempre stata associata alla personificazione dell’Italia, sul cui capo essa splende raggiante. Così fu rappresentata nell’iconografia del Risorgimento e così comparve, fino al 1890, nel grande stemma del Regno unitario (il famoso stellone); la stella caratterizzò, poi, la prima onorificenza repubblicana della ricostruzione, la Stella della Solidarietà Italiana e ancora oggi indica l’appartenenza alle Forze Armate del nostro Paese.

La Francia non ha un emblema ufficiale, ma utilizza un logo complessivo di motto, bandiera e Marianne, l’allegoria della nazione, la nota fanciulla con cappello frigio, coccarda blubiancarossa e seno scoperto. Eugène Delacroix l’ha raffigurata nel suo dipinto “La libertà che guida il popolo”.
La nostra versione allegorica è chiamata Italia Turrita. I filatelici la conoscono bene, perché in passato veniva raffigurata spessissimo sui francobolli. Io stessa ne ho a bizzeffe, di Italie Turrite, con stampato in faccia le date di spedizione di lettere e pacchi.
La pagina di Wikipedia riguardante questa figura è ricca di dettagli e cita fonti interessanti a cui io stessa faccio riferimento: potete leggere qui e qui per avere spiegazioni esaustive.
In breve, la fanciulla che la rappresenta ha i tipici tratti mediterranei: mora, giunonica e dalla pelle olivastra. In testa porta una corona a forma di cinta muraria e in mano un fascio di spighe, per la fertilità, o una spada, per la forza, o una bilancia, per la giustizia. A seconda delle necessità iconografiche, dunque, l’oggetto portato in mano può variare.

Dopo questo excursus storico, araldico e iconografico non mi resta che augurare a tutti i miei compatrioti un buon due giugno. Agli italiani all’estero dico: forza e coraggio, lo so che oggi lavorate e che non è giorno di festa, ma tanto il primo articolo della nostra costituzione dice che la Repubblica Italiana è fondata sul lavoro, quindi vedete che gli stiamo facendo onore.
E a tutti i non italiani che riescono a leggere il mio blog dico di fare un salto dalle nostre parti, perché tutti i paesi del mondo sono belli, ma l’Italia è più bella, perché è a forma di scarpa. E le scarpe sono la parte più importante nell’abbigliamento di una persona.

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“La libertà che guida il popolo” Delacroix
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Italia turrita in una raffigurazione del tempo del Regno d’Italia
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Italia turrita che vota, raffigurazione di una “Domenica del corriere” del 1958
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Alchimia, massoneria, furfanteria e libertinaggio: quel fil rouge licenzioso e oscuro tra Italia e Francia

Il settecento è un secolo magico: non solo corrisponde al periodo delle grandi rivoluzioni, ma, nella sua struggente bellezza e contraddizione, può esser considerato il canto del cigno di un’epoca dorata che si conclude con la decapitazione dell’ancien régime a Place de la revolution.
Personaggi di varia levatura intellettuale e di diverso carisma intrecciarono i loro percorsi per le contrade europee, in quel periodo. Oggi voglio dipanare quella fitta matassa di fili per tessere una piccola rete di coincidenze e curiosità che, spero, appassionerà il lettore.

Comincio da Venezia, città libera e indipendente che ha partorito spiriti peculiari e avventurosi. Uno tra tutti fu Giacomo Casanova (Venezia, 2 aprile 1725 – Dux, odierna Duchcov, 4 giugno 1798). Figura affascinante, tanto charmant da diventare un’antonomasia, privilegio concesso a pochi. Furono lui e le sue prodezze ad ispirare il Don Giovanni mozartiano? È vero che mise mano al testo di qualche scena dell’opera? Probabile. D’altra parte è storicamente provato che Casanova conobbe personalmente, tra Francia e Boemia, sia il coprolalico ed infantile genio austriaco (Salisburgo, 27 gennaio 1756 – Vienna, 5 dicembre 1791), sia il librettista Lorenzo da Ponte (Ceneda, 10 marzo 1749 – New York, 17 agosto 1838), veneto anche lui.
Ecco un altro libertino impenitente. C’è da scommetterci che Casanova e Da Ponte fossero una bella coppia d’assi e non meraviglia che avessero intrecciato una solida amicizia, cementata forse dalla condivisione del debole per il gentil sesso.
Lorenzo da Ponte, nato Emanuele Conegliano, israelita, fu fatto cristiano per volere del padre che, dopo una lunga vedovanza, volle risposarsi con una goyà. Entrato in seminario, affinò le proprie capacità di scrittore e prese i voti, salvo poi farsi bandire dalla Serenissima per “pubblico concubinaggio”. L’amor sacro non interessava tanto Da Ponte quanto quello profano. Dunque, cacciato da Venezia, peregrinò tra Gorizia e Dresda per arrivare, nel 1781, a Vienna. Là conobbe Mozart e, sebbene le sue annotazioni in proposito siano eccezionalmente stringate, la collaborazione tra loro fu talmente proficua da produrre le cosiddette tre opere italiane, che sono anche le più conosciute della produzione mozartiana.

Se Casanova e Da Ponte condividevano origini venete e libertinaggio e se Mozart e Da Ponte furono stretti collaboratori a Vienna, Casanova e Mozart, oltre che dal Don Giovanni, sono accomunati da un ulteriore fattore: la massoneria.
Che cos’è più emblematico del settecento se non la massoneria? In un mondo ancora attaccato alle vecchie regole feudali, è stata proprio lei a permettere ad individui come Casanova e Mozart di entrare in contatto con la casta del potere: Casanova non era altro che il figlio di attori e ballerini, Mozart veniva da una famiglia di musicisti. Gli artisti, per quanto acclamati, erano relegati agli appartamenti della servitù, mangiavano al tavolo dei valletti. Fu grazie alla loggia massonica che poterono invece sedere alla mensa dei potenti, rapportarsi con loro da uomini a uomini, non più da popolani a nobili. In tal senso, dunque, nulla fu più illuminista e rivoluzionario della massoneria.
Forse fu merito della rete di contatti sviluppata dalla Loggia che Casanova ebbe l’occasione di fare un incontro per la descrizione del quale scrisse numerose pagine nelle sue Memorie. Ferney, Svizzera, 1760: Casanova andò a trovare Voltaire (Parigi, 21 novembre 1694 – Parigi, 30 maggio1778), probabilmente il più importante intellettuale del ‘700, l’acerrimo rivale di Rousseau, vicino al quale per ironia della sorte è sepolto al Panthéon di Parigi.

Voilà le plus heureux moment de ma vie. Il y a vingt ans, Monsieur, que je suis votre écolier.

Il libertino lo considerava suo maestro, come potete leggere, ed era profondamente affascinato dai suoi scritti, sebbene fossero estremamente critici verso la classe sociale a cui lo sciupafemmine aveva desiderato di appartenere a pieno titolo per tutta la vita. Prova ne sia il passo delle sue Memorie in cui narra di quanto s’affannò per attirare l’attenzione di una nobile della corte di Versailles, famosa ancor oggi per la sua bellezza, una donna che esercitò il suo fascino non solo sul suo “prestigioso” amante (nientemeno che il re Luigi XV), ma anche su un circolo di dotti e intellettuali ch’ella riuniva nel suo salotto, il cui fiore all’occhiello era proprio, guarda un po’, Voltaire. Sto parlando di Madame de Pompadour (Parigi, 29 dicembre 1721 – Versailles, 15 aprile 1764).

È a questo punto che voglio introdurre un’altra figura. La sua identità è misteriosa, avvolta in una nebbia che è più impenetrabile del tempo. Costui è legato per diversi gradi a ciascuna delle persone che ho già citato in questo articolo. Quando si dibatte su quest’uomo si dà spazio a congetture e a possibilità di ogni sorta. Il buon senso si fa da parte per permettere alla mente di accettare cose inimmaginabili. Per citare un autore più recente

Una volta eliminato l’impossibile, ciò che resta, per quanto improbabile, deve essere la verità.

Molti di voi avranno già trovato per caso in qualche testo il nome del Conte di Saint Germain (23 febbraio 1712? – Eckernförde, 27 febbraio 1784?).
Chi era costui? Non so dirvelo. Un massone, questo è sicuro, introdotto in diverse logge. Un alchimista, è risaputo. Un mago, è stato detto. Un Illuminato, hanno vociferato. Un immortale, si è sentito dire. Apparso in luoghi distanti e diversi allo stesso momento, testimonianze lo riportano, vissuto per un tempo indefinito, forse tuttora in vita, forse ancora giovane e uguale al se stesso di sempre. Gli si attribuisce la paternità di un libro ermetico e magico chiamato La très sainte Trinosophie.

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L’unica cosa sicura è che questo Conte di Saint Germain è stato conosciuto da Casanova, quando questi si dilettava in esperimenti di magia e di alchimia; da Mozart, che ne lodava le abilità col violino; da Madame de Pompadour che lo introdusse alla corte di Francia; da Voltaire, che scrisse di essere impressionato dalla capacità del Conte di rimanere sempre giovane e immutato, anche a distanza d’anni.

C’est un homme qui ne meurt point, et qui sait tout.

Casanova, colpito dall’aura che circondava il misterioso nobile, gli riconosceva sapere e poteri. Nella sua autobiografia vi sono dei passi in cui riporta i discorsi del Conte a proposito del Concilio Tridentino: ne parlava come se vi fosse stato veramente, come se avesse visto e sentito tutto con i suoi occhi e le sue orecchie. Tuttavia il donnaiolo veneziano detestava il fatto di passare in secondo piano, agli occhi delle dame, nel momento stesso in cui il Conte faceva il suo ingresso nella stanza. Fu forse a causa di questo risentimento che arrivò a provocarlo a casa di Madame d’Urfé (1705 -13 novembre 1775), eccentrica dama francese, famosa al tempo per i suoi esperimenti magici e spiritici.
Questa donna costituisce uno snodo importante: ella fu un punto di contatto tra l’enigmatico Conte, Giacomo Casanova ed un altro italiano, un siculo per la precisione, anch’egli diventato antonomasia nella nostra lingua. Un furfante, un cialtrone, un lenone, uno spregiudicato massone e sedicente mago che si faceva chiamare Conte di Cagliostro (Palermo, 2 giugno 1743 – San Leo, 26 agosto 1795).

La D’Urfé praticava magie e sedute spiritiche. Fu Cagliostro, a quanto pare, ad evocare per lei l’anima di Paracelso e di un altro mago del passato. Fu il Conte di Saint Germain a lavorare con lei a pratiche alchemiche che includevano la cabala e la pietra filosofale. Fu Casanova a praticare riti e magie “rigeneratrici” assieme a lei.
Tralasciando il fatto che oltre ai sortilegi e alle stregonerie condividevano anche il letto, Casanova pare abbia attinto abbondantemente dalla borsa della marchesa, forte della credulità di lei e della propria impunità.

La magia e le logge massoniche fecero sì che Casanova e Cagliostro, come ho detto comuni conoscenti di madame d’Urfé, si incrociassero ad Aix-en-Provence, in un’osteria. Il donnaiolo veneto fece da cicerone al furfante e alla di lui moglie, poi insieme si diedero ad esperimenti alchemici e magici.

Cagliostro conobbe anche Saint Germain, e qui la cosa si fa interessante. Pare che i due fossero stati collaboratori: quando Cagliostro fu trasferito alla Rocca di San Leo per il carcere a vita, nella sua vecchia cella di Castel Sant’Angelo fu ritrovato proprio La très sainte Trinosophie. Sembra che la frequentazione tra i due alchimisti abbia avuto luogo a Parigi, negli anni in cui, presumibilmente, Cagliostro prese parte anche al famigerato affaire della collana, uno scandalo che coinvolse in prima persona la sventurata regina Maria Antonietta (Vienna, 2 novembre 1755– Parigi, 16 ottobre 1793). Ella stessa ebbe modo di conoscere personalmente il Conte di Saint Germain. La storia narra che nel 1774, all’indomani della morte di Luigi XV, avvenne l’incontro tra la sovrana e il mago: egli le predisse un funesto futuro, in cui la monarchia sarebbe stata rovesciata. Più volte, in seguito, il Conte fece pervenire messaggi a Maria Antonietta, per avvisarla, per metterla in guardia. Sappiamo che questi tentativi non ebbero un esito positivo.
La Bastiglia, che negli anni ’10 del ‘700 aveva avuto come illustre ospite lo stesso Voltaire, perseguitato per i suoi scritti satirici, fu presa il 14 luglio 1789. Meno di due settimane prima un detenuto del carcere parigino, affacciatosi attraverso le sbarre della finestra della sua cella, aveva urlato alla gente di sotto, in strada:

«Qui stanno sgozzando i prigionieri!»

In conseguenza a quest’atto di ribellione, il 4 luglio il prigioniero fu trasferito al manicomio di Charenton. Costui altri non era che il marchese Donatien-Alphonse-François De Sade (Parigi, 2 giugno 1740 – Charenton-Saint-Maurice, 2 dicembre 1814), anche noto come il Divin Marchese, il massimo perverso, il libertino più sfrenato e malato che la storia ricordi.

Il 16 ottobre 1793 Maria Antonietta, che nell’infanzia aveva anche fatto la conoscenza dell’impertinente Mozart, fu decapitata e l’Illuminismo giunse alle sue estreme conseguenze con il periodo del terrore. Un mondo tramontava, l’epoca moderna vedeva la sua fine e presto sarebbe iniziata quella che i manuali di storia riportano comunemente come “epoca contemporanea”.

Pillola: ratti e David Bowie

Dodici ore di viaggio in macchina, attraverso la Tuscia, il Valdarno, la Liguria.
Si arriva in Francia frastornati e impolverati; si va a dormire un sonno denso e attonito.
Ci si sveglia: è morto David Bowie.

La sera si passeggia per il porto, ancora illuminato dalle decorazioni natalizie. Un ratto taglia la strada, un brivido di disgusto percorre la schiena.
Il mare è calmo. Si alzano gli occhi al cielo:

There’s a starman waiting in the sky.
He’d like to come and meet us
but he thinks he’d blow our minds.

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D.B.

La Croix-Valmer: storia e birra

Nell’articolo precedente ho spiegato come la storia di Roma e del cristianesimo siano passate da queste parti lasciando la loro scia indelebile sul territorio. La Croix-Valmer ne è l’esempio più eclatante. Ma non è stata toccata solo dalle gesta degli antichi romani, come ci ricordano i fumetti di Asterix e Obelix e gli affreschi di Raffaello. Questo piccolo villaggio provenzale ha vissuto anche lo sbarco in Provenza delle truppe alleate nell’agosto del 1944: a poca distanza dal centro abitato, infatti, vi è una spiaggia chiamata proprio Plage du debarquement, teatro dell’operazione Anvil Dragoon.
Che cosa accadde? In soldoni, nella notte tra il 14 e 15 agosto 1944, lo squadrone Alpha giunse sul tratto di costa che va dalla celebre Pampelonne fino a Cavalaire-sur-mer. In un precedente articolo ho già trattato le vicende legate alla liberazione di Marsiglia, quindi l’argomento non è nuovo ai lettori del blog. Nella memoria di molti anziani del paese, che al tempo erano poco più che bambini, il giorno dello sbarco è rimasto scolpito, inciso a fuoco, come se fosse successo ieri. Prossimamente avrò occasione di riportare un’intervista ad un’anziana vedova che conserva memoria vivida di quanto avvenne. Per chiunque volesse approfondire la storia dello sbarco in Provenza, qui troverà il link alla pagina Wikipedia, come sempre fonte di ogni conoscenza.
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Lasciando da parte la storia bellica del secolo scorso e volgendo il pensiero alle meraviglie naturali di questi posti magnifici, mi preme parlare di una piccola spiaggia, selvaggia e nascosta alla maggior parte dei turisti che affollano la zona di Saint Tropez ogni estate. Si tratta di Gigaro, che il sito letourdesplages.fr pone tra le più belle spiagge della regione intera.
Chiunque avesse voglia di goderne appieno la beltà, può concedersi una passeggiata lungo il sentiero del Litorale, che da Gigaro arriva fino a Cap Lardier. La macchia mediterranea, con i suoi acri profumi, e la vista sulla distesa d’acqua che si staglia ai piedi del viaggiatore agiscono come un balsamo per l’anima, mentre si percorre il cammino tortuoso lungo la costa frastagliata e rustica.
Una volta tornati a Gigaro, accaldati dalla passeggiata, è piacevole sedersi sulla sabbia granulosa, riposare, e magari rinfrescarsi con un prodotto locale, La Croisienne. L’idea di produrre una birra artigianale che rispecchiasse lo spirito di Gigaro è stata partorita da tre cugini nati e cresciuti in questa contrada. Ecco perché La Croisienne, di cui sono disponibili sia la bionda che la blanche, è soprannominata “il segreto di Gigaro”. La si può trovare al link lesecretdegigaro.fr.

Non mi resta che dire: “Alla salute!”

De amore gallico vi augura buon Natale e che l’inizio del 2016 sia foriero di gioia e prosperità per tutti. A prestissimo con nuovi articoli e nuove curiosità.

Traslochi, trasmutazioni, trasformazioni, traslazioni – da narratore onnisciente alla prima persona.

Fatto. Sono arrivata per restare, e tutti i fatti elencati nel titolo si sono verificati.

Ho traslocato con grande fatica fisica: pacchi, scatoloni, scatole e valigie, pulizie, polvere, scope, stracci e spugne, smontaggio mobili, montaggio mobili, lavatrici e pasti frettolosi. Dio solo sa quanti traslochi ho già fatto nella mia breve vita.

Li conto.

Escludendone alcuni parziali, questo è forse il decimo, ma di certo ne ho mancato qualcuno nella ricapitolazione. Questo non sarà l’ultimo, perché chi si ferma è perduto, ma è uno dei più significativi, non posso negarlo.

Trasmutazione. Anche questa è accaduta. Che cos’è una trasmutazione, precisamente? Non posso rischiare di usare una parola in modo incorretto, Moretti lo strilla nella mia testa ogni volta: le parole sono importanti. Il vocabolario Treccani online indica:

trasmutazióne (ant. transmutazióne) s. f. [dal lat. transmutatio -onis]. – 1. a. letter. L’azione di trasmutare, il fatto di venire tramutato o di trasmutarsi; trasformazione, mutamento, cambiamento: quivi sarà transmutazione di viltade in gentilezza (Dante). b. ant. Traduzione: li versi del Salterio … furono transmutati d’ebreo in greco e di greco in latino, e ne la prima transmutazione tutta quella dolcezza venne meno (Dante). 2. In fisica nucleare, reazione per cui un nuclide si trasforma in un altro diverso. 3. In alchimia, pretesa trasformazione di un elemento in un altro, generalmente più pregiato (per es., di un metallo vile in oro).

Ho davvero mutato il mio aspetto, sono giunta ad un’altra forma di me stessa, l’ennesima, non l’ultima, ma la più nuova, un po’ più simile all’oro, parlando per termini alchemici.

E la mia trasformazione? Quella è già avvenuta in un giorno d’estate, quando ho detto addio a persone e cose che oramai esistevano solo nella mia testa. Ho aperto gli occhi e ho deciso che era ora di fare spazio a chi, invece, esiste davvero, e non soltanto nei miei pensieri.

Ecco che arrivo all’ultimo processo, la traslazione. Ne ho studiate e applicate a bizzeffe, a scuola, sul piano cartesiano, spesso senza avere la minima idea di che cosa stessi facendo. Ora, invece, ho capito a fondo che cosa significa, traslando tutti gli affetti che compongono il puzzle del mio cuore da un quadrante del piano ad un altro. L’asse delle ascisse è il confine geografico, quello delle ordinate il tempo che ho impiegato.

Pensando a tutto questo, me ne vado in cucina, dove ho pacchi di pasta Rummo e barattoli di passata Mutti che verranno divorati voracemente dalla mia fame italiana. La Ratatouille può ancora aspettare qualche giorno.

Ugro-francese

Riprendo dal mio diario dell’estate appena trascorsa (data 16 giugno):

Il pomeriggio mi ha vista invece optare per un fuori programma in solitaria, i retroscena del quale preferisco tacere, e che mi ha portata a Cavalair sur Mer, una Senigallia francese senza la parte storica del centro (quindi è una roba commerciale da lungomare senza particolare spessore culturale).
E’ qui che ho fatto un incontro davvero bizzarro e meraviglioso.
Mentre aspettavo l’autobus per ritornare a Cogolin alla fermata, dalla corriera proveniente da Tolone è sceso un distintissimo signore in completo di lino color crema, che con gran disinvoltura camminava portandosi appresso una valigia voluminosa. Aveva uno smartphone in mano e, con classe e nonchalance, ha telefonato al figlio non appena sedutosi sotto la pensilina.
Poi ha tirato fuori dal taschino un pacchetto di sigarette e, gentilmente, mi ha chiesto se avessi da accendere.
Per puro caso avevo in borsa i fiammiferi che utilizzo per accendere l’incenso in camera mia, quindi gli ho offerto il fuoco tutta soddisfatta, manco fossi Prometeo. Lui, con garbo e galanteria, mi ha voluto donare una sigaretta, parlandomi in uno spagnolo dal chiaro accento gallico. Allora, ridendo, gli ho detto che non sono spagnola ma italiana.
“Italiana? – ha risposto passando al francese – Anche meglio! Adoro le donne italiane!”

Da qui parte una conversazione fenomenale in cui ci diciamo tutto tranne i nostri nomi.
Scopro che ha 86 anni (e chi lo avrebbe mai detto!?), che è un parigino che sta andando in villeggiatura a Saint Tropez e che è appena arrivato in aereo a Tolone. La moglie lo ha anticipato di qualche giorno venendo però in macchina (hai capito la signora), perché aveva un bagaglio troppo pesante a cui non voleva rinunciare (e certo, la vacanza a Saint Tropez va fatta con tutti i crismi e carismi).
Lui mi dice che ha visitato tutta l’Italia e che ha lasciato il cuore in un ristorantino dell’entroterra siculo, tanti anni or sono.
Ama Milano, Venezia, Napoli e la malinconica Trieste e dodici anni fa, quando è stato operato (ben diciannove volte!), nel suo letto d’ospedale, invece di sognare la moglie, sognava l’Italia.
Ama la lingua italiana, perché è dolcissima, mentre il francese è l’idioma della diplomazia: infido e truffaldino.
Di qui si passa a parlare di quando il francese sia dunque diventato lingua diplomatica, a partire dal congresso di Vienna, grazie a Talleyrand, che cercava i rattoppare le cappelle fatte da Napoleone, per evitare che la Francia patisse troppo. E giù a discutere di storia: la campagna d’Egitto napoleonica, i furti d’arte compiuti in Italia…
Vengo a sapere che lui è figlio di padre francese e madre ungherese, nato a Budapest nel 1929: ha perso i genitori durante la guerra e, nel 1946, a 17 anni, è venuto in Francia dall’Ungheria tutto da solo, e si è costruito una vita.
E’ tornato a Budapest, nel tempo, anche se “hanno avuto quel maledetto comunismo, che ha rovinato tutto.”
Ora si duole che l’Ungheria sia in mano all’estrema destra, ma d’altronde in tanti paesi europei di questi tempi…

L’autobus su cui doveva salire è arrivato con troppo anticipo per i miei gusti. Non ha voluto che lo aiutassi con la valigia, e mi ha salutata con calore, lasciandomi nel petto quella fiammella ballerina che, all’inizio del nostro incontro, io gli avevo offerto per le sigarette: lui me l’ha restituita sotto forma di buonumore e qualcosa d’altro che non so ben definire: speranza?

Dimmi che cimitero hai e ti dirò che paese sei, ovvero: uomini che ci provano con le donne.

Per comprendere a fondo una civiltà, tre sono le cose che, svelandone il cuore, ci pongono di fronte alla sua essenza. Potremmo utilizzare la tabella kantiana delle categorie e soddisfare ciascuna di esse prendendo ad esempio questi tre soli parametri: arte, cibo e culto dei morti. Non sono la prima a dirlo, ovviamente: Foscolo ci ha basato una poetica, su quest’ultimo punto.
Tali sono i motivi che, quando viaggio, mi spingono ad orbitare attorno ai cimiteri come la luna attorno alla terra.
Ho visitato cimiteri inglesi, tedeschi, portoghesi, israeliti, giordani, egiziani, ma nessuno, nemmeno i tanto famosi camposanti britannici (come ci insegna Thomas Gray), mi hanno mai dato l’emozione che provo quando varco la soglia di un cimitero francese.
Sarà forse che è proprio su questo suolo che per primo ha avuto effetto il napoleonico editto di Saint Cloud (sempre a Foscolo torniamo).
Nel giugno scorso, seguendo il mio istinto di viaggiatrice sui generis, visitai il cimitero di Cogolin, un piccolo paese provenzale nell’entroterra del golfo di Saint Tropez, girovagando tra le tombe nella luce dorata di un pomeriggio inoltrato di mezza estate.
Ero la sola visitatrice della necropoli. Ovviamente, dopo aver aver avuto il piacere di contemplare diverse volte i celebri cimiteri parigini, questo piccolo camposanto provenzale non mi colpì di certo per le sue peculiarità architettoniche. Ma il caso volle che una serie di fatti avvenissero nel mentre della mia visita.
Camminai assorta tra le tombe, annotando mentalmente i cognomi più salienti, le date (nessuna antecedente al 1830), le dediche riservate ai cari estinti. Nessuna piccionaia come quelle che troviamo in Italia, ma la classica sepoltura a terra, con lastre di marmo a custodirne l’apertura era il tipo di sepolcro più comune. Trovai la tomba di una certa famiglia Rimbaud. Allora fantasticai lungamente: potevano essere lontani parenti del celebre poeta, il quale, d’altra parte, si spense a Marsiglia. Tempo dopo l’arcano mi fu svelato: in realtà si trattava di una famiglia che aveva molto poco di poetico nel proprio repertorio genetico.
Tornando al camposanto di Cogolin, rammento che un cippo commemorativo posto al centro esatto del cimitero ricordava i cittadini caduti in tre guerre: l’enorme sacrificio umano consumato nella prima guerra mondiale era onorato catalogando per anno il nome di ogni singolo cogolinese perito in trincea. Constatai poi che, sorprendentemente, la seconda guerra mondiale causò la morte di meno di una decina di cittadini. Uno solo, infine, spirò in Algeria.
Non c’erano sepolture ebraiche, né di altra confessione a me nota.
Mentre marciavo sulla ghiaia, alla volta del gruppo monumentale apparentemente più antico e malmesso, in mezzo a quella desolazione di morte, dalle case sottostanti risuonò forte e prepotente nell’aria un vagito di neonato, che mi colpì come un pugno allo stomaco. L’accostamento della morte alla vita nella sua espressione più potente e gioiosa fu in grado di provocare in me una sensazione di panico che raramente ho avuto modo di provare. Ero al culmine della mia felicità, credo, stordita, come drogata, come ubriaca. Era caldo, era tutto ovattato, solo il pianto del bambino era definito nella mia mente. Mi fermai e mi sedetti su una tomba. Per un attimo mi balenò in mente il Newton di William Blake… e poi tornai in me, per riprendere la caccia di dati e sensazioni di cui sempre sono affamata.
Uscii dal camposanto col petto ricolmo di consapevolezza del mio essere così incredibilmente umana: sangue, cervello, occhi, muscoli, viscere e merda che si muovono animati da chissà che cosa, una cosa di cui quel cimitero era pieno da scoppiare.
Feci il giro largo, per tornare a casa, passando davanti alla torre dell’orologio di Cogolin, l’ultimo bastione della cinta fortificata che fu distrutta nel XVI secolo durante le guerre di religione.
Ridiscesa nel centro del paese, ancora concentrata su ciò che avevo provato, fui riscossa bruscamente dai miei pensieri. Quasi mi feci investire da uno scooter lungo la via accanto al cinema. Il mio temperamento abbastanza irascibile mi condusse a lanciare un’occhiata carica di disgusto e rabbia al guidatore, il quale si rivelò essere, più che un idiota totale, un dongiovanni dei miei stivali: infatti non aveva trovato altro modo per avvicinarmi, farmi dei complimenti e chiedermi di uscire a bere qualcosa con lui se non provando ad investirmi.

Ai tre parametri sull’analisi della civiltà di cui sopra, io ora ne aggiungerei un quarto: il modo in cui gli uomini ci provano con le ragazze. Questo la dice molto lunga sulla cultura di una nazione!