Pillola: Zoro, in giro per l’Europa

Stamane, andando a comperare il pane e passeggiando per godermi la pacifica festa della Toussaint, ho incontrato Zoro.
Camminavo col mio cane al guinzaglio e, probabilmente, Zoro mi ha udita dargli i comandi in italiano. Si è avvicinato e ha iniziato a parlarmi nella mia lingua, presentandosi, dicendo che abita ad Amburgo, chiedendomi se fossi veneziana, visto che i colori ramati dei miei abiti avevano un che di tizianesco. Aveva un forte accento dell’est, non tedesco, parlava spedito e fluente, senza errori di grammatica, con grande proprietà di vocabolario; a giudicare dai suoi occhi chiari, poteva essere un polacco residente in Germania. Aveva qualcosa che mi ricordava papa Wojtyla, forse una parlata simile alla sua.
Con un sorriso sghembo mi ha risposto: “Io parlo otto lingue: italiano, inglese, francese, tedesco, olandese, russo, spagnolo e la mia lingua madre.”

Zoro è bulgaro, cattolico, e dagli anni ’80 vive girando per l’Europa senza aver mai trovato il suo posto d’elezione, anche se ammette di avere un debole per la Germania, l’Austria, i Paesi Bassi e la Scandinavia.
“Mi piace l’Italia. In passato ho fatto affari con siciliani, veneti, lombardi… dei marchigiani so che sono i più onesti e precisi tra tutti gli italiani. Mi piacciono le italiane, perché non sono razziste. Gli uomini sì, invece. Mi ricordo che nell’86, a Milano, la polizia mi fermò per chiedermi i documenti. Io al tempo ero clandestino. Mi insultarono, mi dissero ‘zingaro di merda’. A me, cattolico come loro, questa cosa non è mai andata giù. Forse, nonostante la mia simpatia per il tuo paese, è stato questo episodio a spingermi verso i paesi del nord Europa, nella culla della razza ariana.” Dice proprio così, razza ariana. Lo fa apposta per provocarmi? Non so, ma la sua domanda successiva mi stupisce: “Tu sei ebrea?” Io gli dico di no, che sono cattolica, anche se una mia nonna discendeva da ebrei fuggiti dalla Spagna nel 1492.

Mi chiede se può offrirmi un caffè. So che non dovrei fidarmi di uno sconosciuto incontrato così, ma ho il mio cane con me, il quale mi difenderebbe al primo segnale di pericolo, e poi sono troppo curiosa di ascoltare la sua storia per non accettare. Ci sediamo. Tira fuori un pacchetto di sigarette a cui stacca il filtro e ne fuma tre in dieci minuti. Si sfrega spesso il viso con la mano sinistra e mi racconta delle persone che ha conosciuto, dei suoi rimorsi e dei suoi rimpianti. Nel 1988 ebbe l’occasione di partire e di trasferirsi in Australia, ma non la colse al volo. Ora se ne dispiace. Mi dice che la Costa Azzurra è forse il luogo più bizzarro d’Europa, perché le persone sono chiuse e arroganti. Niente a che vedere con i francesi del nord, calorosi, accoglienti e simpatici.

“Ma tu che ci fai qui, in questo angolo di mondo pieno di gente superba e antipatica?”
“Sono qui per amore. Il mio compagno è di La Croix Valmer.”

Inizia a guardare altrove. Io gli parlo un po’ del mio processo di adattamento alla società francese, ma lui sembra lontano. Le sue parole me lo confermano: “Scusa, io ti ascolto, sono qui fisicamente, ma con la mente sono già ad Oslo, dove sono atteso per la settimana prossima. Adesso prenderò un autobus per Tolone e poi da lì salirò a nord. Una volta là, tirerò un sospiro di sollievo: nessuno che mi guarderà male, tutti saranno gentili e cortesi, ma non falsi come qui.”
Capisco che Zoro mi ha detto tutto quello che aveva da raccontarmi, o che voleva raccontare. Accarezzo il mio cane, sorrido a Zoro, lo ringrazio per il caffè, gli dico che purtroppo devo proprio andare e gli stringo la mano. Lui è già in Scandinavia con la mente, lo si vede dai suoi occhi celesti, chiarissimi e molto tristi.

Mi sono alzata e lo ho lasciato al tavolo del caffè. Si era appena acceso la quarta sigaretta, chiamava il cameriere per ordinare un bicchiere d’acqua frizzante, sembrava deluso. Non mi è dispiaciuto lasciarlo lì, in attesa del suo autobus, del suo ennesimo spostamento: era pieno di pensieri tristi, era senza pace. Io non potevo far nulla per lui, lui non poteva far nulla per me.

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Ugro-francese

Riprendo dal mio diario dell’estate appena trascorsa (data 16 giugno):

Il pomeriggio mi ha vista invece optare per un fuori programma in solitaria, i retroscena del quale preferisco tacere, e che mi ha portata a Cavalair sur Mer, una Senigallia francese senza la parte storica del centro (quindi è una roba commerciale da lungomare senza particolare spessore culturale).
E’ qui che ho fatto un incontro davvero bizzarro e meraviglioso.
Mentre aspettavo l’autobus per ritornare a Cogolin alla fermata, dalla corriera proveniente da Tolone è sceso un distintissimo signore in completo di lino color crema, che con gran disinvoltura camminava portandosi appresso una valigia voluminosa. Aveva uno smartphone in mano e, con classe e nonchalance, ha telefonato al figlio non appena sedutosi sotto la pensilina.
Poi ha tirato fuori dal taschino un pacchetto di sigarette e, gentilmente, mi ha chiesto se avessi da accendere.
Per puro caso avevo in borsa i fiammiferi che utilizzo per accendere l’incenso in camera mia, quindi gli ho offerto il fuoco tutta soddisfatta, manco fossi Prometeo. Lui, con garbo e galanteria, mi ha voluto donare una sigaretta, parlandomi in uno spagnolo dal chiaro accento gallico. Allora, ridendo, gli ho detto che non sono spagnola ma italiana.
“Italiana? – ha risposto passando al francese – Anche meglio! Adoro le donne italiane!”

Da qui parte una conversazione fenomenale in cui ci diciamo tutto tranne i nostri nomi.
Scopro che ha 86 anni (e chi lo avrebbe mai detto!?), che è un parigino che sta andando in villeggiatura a Saint Tropez e che è appena arrivato in aereo a Tolone. La moglie lo ha anticipato di qualche giorno venendo però in macchina (hai capito la signora), perché aveva un bagaglio troppo pesante a cui non voleva rinunciare (e certo, la vacanza a Saint Tropez va fatta con tutti i crismi e carismi).
Lui mi dice che ha visitato tutta l’Italia e che ha lasciato il cuore in un ristorantino dell’entroterra siculo, tanti anni or sono.
Ama Milano, Venezia, Napoli e la malinconica Trieste e dodici anni fa, quando è stato operato (ben diciannove volte!), nel suo letto d’ospedale, invece di sognare la moglie, sognava l’Italia.
Ama la lingua italiana, perché è dolcissima, mentre il francese è l’idioma della diplomazia: infido e truffaldino.
Di qui si passa a parlare di quando il francese sia dunque diventato lingua diplomatica, a partire dal congresso di Vienna, grazie a Talleyrand, che cercava i rattoppare le cappelle fatte da Napoleone, per evitare che la Francia patisse troppo. E giù a discutere di storia: la campagna d’Egitto napoleonica, i furti d’arte compiuti in Italia…
Vengo a sapere che lui è figlio di padre francese e madre ungherese, nato a Budapest nel 1929: ha perso i genitori durante la guerra e, nel 1946, a 17 anni, è venuto in Francia dall’Ungheria tutto da solo, e si è costruito una vita.
E’ tornato a Budapest, nel tempo, anche se “hanno avuto quel maledetto comunismo, che ha rovinato tutto.”
Ora si duole che l’Ungheria sia in mano all’estrema destra, ma d’altronde in tanti paesi europei di questi tempi…

L’autobus su cui doveva salire è arrivato con troppo anticipo per i miei gusti. Non ha voluto che lo aiutassi con la valigia, e mi ha salutata con calore, lasciandomi nel petto quella fiammella ballerina che, all’inizio del nostro incontro, io gli avevo offerto per le sigarette: lui me l’ha restituita sotto forma di buonumore e qualcosa d’altro che non so ben definire: speranza?