Pillola: votare seduti comodamente sul divano di casa propria

Il referendum venturo è la prima occasione, per me, di votare da italiana residente all’estero.
Quando ho inviato la documentazione per l’iscrizione all’AIRE al Consolato Generale d’Italia a Marsiglia, non avevo idea che la modalità di voto sarebbe stata per corrispondenza. Mi aspettavo piuttosto di dovermi recare ad un seggio aperto appositamente in Consolato il giorno del referendum costituzionale.

Invece eccomi qua, seduta al tavolo di casa mia, con davanti la mia scheda elettorale e la possibilità di accedere a pagine e pagine web di politica e dibattito, giusto per schiarire i dubbi dell’ultimo momento sulla mia scelta di voto.

Fa un ben strano effetto esercitare questo diritto, per il quale donne e uomini hanno lottato strenuamente, talvolta anche pagando con la loro vita, qui, tra le quattro mura di casa. Forse si percepisce ancora di più il peso di quella piccola X sulla casella scelta, si sente il potere che giace nelle mani di ognuno di noi, partecipanti della democrazia.

Poi l’occhio cade su pagine web scritte da analfabeti buzzurri, arroganti e cospirazionisti, dalla testa piena di idiozie e convinti di essere depositari di una legge suprema nascosta ai più e celata agli occhi dell’umanità per secoli. GOMBLODDOOH0OO!!!11!!!

Non sono più sicura che la democrazia sia una buona idea.

Così muore la democrazia: per abuso di se stessa. E prima che nel sangue, nel ridicolo.

Platone, nell’ottavo libro de “La Repubblica”.

Scuoto la testa per eliminare le idee amare. Io metto la mia X e i miei panni sporchi non me li sciacquo nell’Arno, ma nelle parole di Piero Calamandrei:

Ma ci sono anche umili nomi, voci recenti. Quanto sangue e quanto dolore per arrivare a questa costituzione! Dietro a ogni articolo di questa costituzione, o giovani, voi dovete vedere giovani come voi, caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, che hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa carta. Quindi, quando vi ho detto che questa è una carta morta, no, non è una carta morta, questo è un testamento, un testamento di centomila morti. Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero perché lì è nata la nostra costituzione.

La X l’ho messa, e la rimetterei lì altre mille volte.

Annunci

Candelora e carnevale: tra nuove scoperte e nostalgia di casa

Febbraio è il mese più crudele.
Non si sta prendendo in giro Eliot, ma si sta parlando di nostalgia.
Sebbene l’espatrio sia una strada imboccata volontariamente, poco importa il motivo, ci si sente pur sempre un po’ Odìsseo, seduto sulla spiaggia di Ogigia, i sensi ricolmi della splendida Calipso, ma in preda a spasmi per la sua Penelope, umile regina tessitrice.
L’Italia è Penelope, e per accorgersene basta pensare alle meraviglie che si sono mancate trascorrendo oltralpe il carnevale: zeppole, castagnole, chiacchiere, frappe e cicerchiata a profusione, senza contare il numero di feste carnascialesche tra cui poter scegliere per festeggiare mascherandosi con gli amici, sfogando lo spirto goliardico e teatrale ch’entro mi rugge.
Certo, vale la pena fare un salto a vedere il Carnevale di Nizza: sicuramente è bellissimo. Sì, le crêpes sono deliziose, sia quelle alla Nutella che quelle salate farcite al prosciutto e al groviera.
Ma a carnevale ci vogliono le porcherie fritte ricoperte di granella di zucchero che al primo morso ricopre le labbra, facendo diventare la bocca tutta bianca come quella di un clown, ci vogliono le delizie mielate che appiccicano tutti i denti e fanno subito salire la glicemia e il buonumore, ci vogliono i coriandoli infilati dappertutto, pure nelle mutande, le stelle filanti tra i capelli e bambini in maschera a tutti gli angoli delle strade.
Che fare? Lasciare che la nostalgia prenda il sopravvento facendo diventare sgradevolmente campanilisti? No, grazie, è una disposizione d’animo di pessimo gusto da cui è meglio rifuggire, salvo che per la questione bidet.
Forse è il momento propizio per andare alla ricerca di qualche ghiottoneria locale, che sia diversa dalla solita brioche, dal solito pain au chocolat e anche dalla crêpe che, per quanto gustosa e tipica della stagione, oramai non fa più notizia.
Si schivano le grandiose charlottes che fanno tanto Trianon de Versailles, si evitano i macarons, una sciccheria per ricche rampolle dell’Upper East Side di New York, si mette da parte la celebre galette des rois, visto che l’Epifania è passata da un pezzo. Che fare? Sfogliare i libri di cucina regionale è la cosa più giusta: servirà a trovare ispirazione per comperare prodotti locali, che è l’unica soluzione al sottile senso di colpa che accompagna ogni acquisto alimentare: sarà a km 0? Sarà bio? Sarà senza olio di palma? Sarà senza olio di colza?

Un qualsiasi libro di cucina provenzale lo si trova in una qualsiasi libreria. Anche le edicole ne vendono diversi. Se si dà un’occhiata alla sezione dedicata alla presente stagione e alle golosità più tipiche, saltano all’occhio tre ricette, ciascuna di esse legata a storie e tradizioni affascinanti.
Si prendano ad esempio les navettes de Marseille: questi dolci dal sapore di fior d’arancio sono preparati specialmente per la festa della Candelora (2 febbraio). Prima dell’alba l’arcivescovo di Marsiglia conduce una processione in memoria della presentazione di Gesù al Tempio e benedice le candele, simbolo della luce e della salvezza portate dal Cristo. Dopo aver detto messa, l’arcivescovo si dirige a rue Sainte e procede alla benedizione del Four des Navettes.  Questa boulangerie ha qualcosa in più rispetto a tutte le altre: oltre ad essere più antica della Repubblica Francese (fu fondata nel 1781), da più di duecento anni produce le navettes sempre allo stesso modo, mantenendo l’antica ricetta segreta e garantendo il gusto vero di questi dolci della Candelora. Sembrano essi stessi delle candele: lunghi circa quindici centimetri e costituiti di una pasta robusta e profumata, si conservano addirittura per un anno intero. Sono gli unici ad avere questa magica caratteristica. Infatti negli altri forni di Marsiglia si possono acquistare delle navettes di altro tipo, più corte e di forma molto simile alla chiglia di un vascello, hanno una pasta molto friabile e possono essere aromatizzate al fior d’arancio o all’anice: buonissime ma “tarocche” rispetto al prodotto sfornato da secoli (è proprio il caso di dirlo) dal Four des Navettes.
La leggenda vuole che dietro l’invenzione di questi gateaux ci sia la nave senza remi sulla quale giunsero in Francia le tre Marie, approdando esattamente a Saintes-Maries-de-la-Mer, in Camargue. Assieme ad esse venne una serva egiziana di nome Sara, detta Sara la Nera che, sebbene non sia stata canonizzata da nessuna confessione cristiana, è venerata come santa dalla comunità gitana della regione. Per maggiori informazioni: http://www.imninalu.net/tradizioniRom.htm

navettes
Le navettes del forno marsigliese Le four des navettes

Un altro dolce tipico della Provenza che può soddisfare il palato del goloso in crisi di nostalgia per le ghiottonerie italiche è il Calisson d’Aix. Aix-en-Provence… più la si conosce e più segreti nasconde! Queste sucreries alle mandorle e alla frutta candita, così morbide che si sciolgono in bocca, hanno una storia italica alle spalle. Infatti pare che la ricetta sia stata esportata oltralpe solo nel XVI secolo e che sia invece originaria di Venezia: ci sono documenti in latino medievale e in italiano del duecento che parlano di un dolce di nome calisone, fatto con mandorle e frutta secca. Una curiosità: a Creta, isola che per molto tempo è stata dominata dalla Serenissima, si prepara un dolce fatto con mandorle e spezie che si chiama kalitsounia. Queste notizie, molto prevedibilmente, sono state trovate su Wikipedia, ma se si vuole approfondire si può cercare un testo a cui la stessa enciclopedia Wiki fa riferimento: “Calissons d’Aix, Nougats de Provence”, di Patrick Langer, edizioni Equinox.

calissons-daix
Calissons d’Aix

La terza ghiottoneria che non può deludere è detta croquant aux amandes de Provence. Nella tradizione dolciaria del sud francese le mandorle vanno forte, non c’è che dire. Un po’ come nel sud italiano, dove cassata e marzapane sono i re dei dessert. I croccanti provenzali sono specialità della biscotteria secca che, con numerose varianti, rientra nell’alveo dei “brutti ma buoni” o “spaccadenti”, solo col fine di giustificare l’abbinamento eccellente di queste specialità con un vino liquoroso in cui inzupparle. Proprio come i nostri cantucci con vin santo.

Croquants_line_news
I croccanti alle mandorle di Provenza

La nostalgia si è affievolita, si sopporta meglio la lontananza da casa e dagli affetti, anche se nei sogni torna sempre a fare visita il profumo di delizie fatte in casa dalla nonna e legato a dolci ricordi d’infanzia. Ci si consola con qualche dolcezza gallica, rendendosi conto che, in fin dei conti, sia italiani che francesi se la sanno ben godere a tavola, senza nulla togliere all’uno o all’altro: che si tratti di vino, pasta, pizza, carni, pesci, formaggi o dessert non è un caso che ci si consideri cugini germani, anche con quella rivalità e notevole urto di nervi che c’è tra Paolino Paperino e Gastone il fortunato.

Buon mercoledì delle ceneri a tutti: inizia la Quaresima. O la dieta. In ogni caso i preti indosseranno paramenti viola e i guitti piangeranno miseria.

Neo-bizantino: da Marsiglia a Parigi.

La fine del secolo XIX e l’inizio del XX videro il fiorire di una moda architettonica che ha lasciato tracce imponenti, al suo passaggio, ovvero lo stile neo-bizantino, di cui si trovano esempi notevoli specialmente in quella parte di Europa che è tutt’ora tradizionalmente legata a “Bisanzio”, nell’immaginario comune (Bulgaria, Russia, Grecia etc.).
Anche la Francia (e con essa il Belgio e il Canada) seguì la voga del tempo e si concesse la bellezza di quattro chiese, qualche sinagoga e pure una parte del rinomato cimitero Père Lachaise.

Vorrei soffermarmi su due edifici in particolare, due chiese che ho avuto il piacere di visitare personalmente e che, nel mio sentire, collegano in modo ideale le due più vaste città francesi, Parigi e Marsiglia.
La prima, in ordine cronologico, è Notre-Dame-de-la-Garde, arrampicata su un cucuzzolo a cavallo tra due quartieri marsigliesi, Vauban e Roucas Blanc. Anche chiamata “La Bonne Mère”, è la chiesa dedicata al culto della Madonna protettrice dei marinai. E tante grazie, viene da dire: chi mai dovrebbe proteggere la Madonna a Marsiglia?

bonnemere
Notre Dame de la Garde

La chiesa, di rito cattolico romano, fu progettata da un architetto protestante, Henri Espérandieu, nativo di Nimes. I lavori iniziarono nel 1853 e durarono più di vent’anni. L’ideatore del progetto morì prima che la sua opera fosse portata a compimento.
La prima cosa che colpisce è la sua imponenza esteriore: arroccata su una piattaforma alta tredici metri, reliquia di un antico fortino, domina Marsiglia tutta. Una volta entrati dentro la basilica, però, le dimensioni interne stupiscono per il contrasto: raccolta, intima, modesta, come se metri e metri cubi di volume fossero occupati esclusivamente dallo spessore delle mura.
In virtù dello stile architettonico così particolare, è legittimo pensare di essere entrati per errore in un luogo di culto ortodosso o armeno, salvo poi ricredersi, una volta resisi conto dell’enorme numero di ex voto presenti alle pareti della chiesa: per uomini tornati sani e salvi dalla guerra, per persone che hanno scampato il colera, per marinai ritornati da viaggi e da naufragi catastrofici… le date sono varie, gli stili di ex voto anche. Si va dalle placche di metallo o d’argento alle iscrizioni su marmo e ai quadri e ritratti dipinti a olio. L’oro la fa da padrone, nelle decorazioni, anche se, inesplicabilmente, l’effetto che ne risulta è molto meno impressionante di quello che si ha visitando monumenti il cui stile è bizantino tout court, vale a dire il mausoleo di Galla Placidia, a Ravenna, o Sant’Apollinare Nuovo e in Classe, della medesima città.
Ad ogni modo, essendo come sempre alla ricerca dell’ironico e del paradossale, mi preme parlare di ciò che accadde alla fine della seconda guerra mondiale, durante la liberazione, di cui le mura della basilica portano ancora i segni: non son sicura se siano “cicatrici” da bombardamento, da cannonate o da altro tipo di artiglieria, ma di certo fu opera dei tedeschi.
Comunque, il 15 agosto del 1944 gli alleati sbarcarono in Provenza. Marsiglia fu liberata con una battaglia che durò diverse giornate: dal 20 agosto al 28. Non è questo il luogo per una cronaca approfondita della manovra (per un diario dettagliato potete cliccare qui e qui), mi limito a riferire che la collina e la basilica furono liberate dal giogo tedesco per mano di soldati algerini (musulmani) facenti parte dell’ Armée d’Afrique.

Notre Dame de la Garde: una basilica cattolica, dalle sembianze ortodosse, progettata da un protestante, salvata dai musulmani.
Come è ironica la Storia.

Il secondo edificio su cui desidero soffermarmi è, insieme al Vittoriano di Roma, come riporta giustamente l’onnisciente Wikipedia, una delle costruzioni più bianche d’Europa: la pietra di Château-Landon (Seine-et-Marne), di cui è costituito, è un tipo di travertino che rigetta la polvere e l’inquinamento, restando sempre bianco, malgrado il passare del tempo e delle intemperie. Sto parlando della basilica del Sacré-Coeur di Parigi, che, eretta in un punto alto come la sua “cugina” marsigliese, domina la ville lumière dalla collina di Montmartre dal 1873, anno di inizio della sua costruzione, apparentemente voluta dall’Assemblea Nazionale per “espiare i peccati commessi dai Comunardi” (per un breve ripasso dell’avventura della Comune di Parigi cliccate qui).
Tuttavia non avvenne questo, in quanto è stato provato che la decisione di costruire una basilica sulla sacra collina di Montmartre (“Monte dei martiri”, forse a causa della disavventura di San Dionigi, decapitato proprio lì sopra) da parte dell’Assemblea fu anteriore all’avventura della Comune di Parigi. Qui trovate la fonte della mia affermazione.

sacrocuore
Le Sacré-Coeur

La sua stazza è colossale: la pianta della basilica è a croce greca, con un catino absidale decorato da un gigantesco mosaico dominato dall’oro e dal blu. Anche in questo caso l’architetto, Paul Abadie, vincitore della gara di appalto, morì prima di vedere la sua creatura completa. Il Sacro Cuore, infatti, fu conclusa solo nel 1914, ma la chiesa fu consacrata solo nel 1919, alla fine della prima guerra mondiale.
La prima volta che la vidi, duramente provata da una giornata trascorsa a zonzo per Parigi, non ebbi le energie sufficienti da dedicare al suo interno, per cui mi limitai ad una toccata e fuga da turista che mi fece quasi vergognare.
La seconda volta mi rifeci ampiamente, arrivando anche a seguire una funzione religiosa in lingua filippina che si stava celebrando in quel momento, sia per poter osservare con calma l’interno della basilica, sia per poter riposare i piedi, sia per ascoltare quell’idioma a me sconosciuto e dai suoni alquanto bizzarri.

C’è sempre magia, un’atmosfera spessa e vischiosa, in questi luoghi così ricchi di Storia e di storie. A Notre Dame de la Garde l’aria sa di anice e di salsedine, è ruvida e arrabbiata, un po’ come un marinaio marsigliese appena sceso giù al porto. Al Sacré-Coeur, invece, essa lascia in gola un sentore di pioggia e di zucchero, dolce e un po’ stucchevole, come la Parigi delle cartoline, come la Parigi che ci immaginiamo e che, per fortuna, non troviamo.

 

 

 

Le Pavillon de Vendôme, un boudoir grande come una villa

Visitare Aix-en-Provence è, per la maggior parte dei turisti, sinonimo di passare una giornata in compagnia di Paul Cézanne. Nulla da ridire su questo. Ma, oltre a meravigliarsi di fronte ai cimeli appartenuti al pittore, vale la pena spendere un po’ di tempo al Pavillon de Vendôme, nel quartiere faubourg des Cordeliers. Non per l’esposizione d’arte contemporanea ivi organizzata, di dubbia qualità nonché di pessimo allestimento, bensì per il favoloso giardino alla francese e per la storia di questo edificio, una villetta urbana che è una bomboniera; storia curiosa e, a suo modo, piccante. Lo so, questo non è un blog di pettegolezzi, ma fare del “gossip storico” è sempre stata una mia debolezza.

Tutto iniziò nel 1664, quando Luigi di Vendôme, duca di Mercoeur, di Beaufort, di Penthièvre e di Etampes, Principe di Martigues ed Anet, Pari di Francia, nipotino di quell’Enrico IV che disse che Parigi valeva ben una messa, nipotino par alliance del Mazzarino in persona, comperò il terreno a Aix-en-Provence. Il cuginetto, nientemeno che Luigi XIV, gli aveva affibbiato il comando delle truppe destinate alla Provenza ben dodici anni prima. Infatti Il Re Sole. stimando questo Luigi di Vendôme affidabile, pio e capace, aveva viva speranza che riuscisse a sedare le rivolte frondiste che si opponevano al Mazzarino nella sediziosa provincia meridionale. Il lavoro diplomatico del Vendôme in terra provenzale fu talmente efficace che il Re lo nominò Governatore della Provenza nel 1654. In virtù del nuovo titolo, farsi costruire un hôtel particulier era d’obbligo. I lavori furono affidati ad un architetto frammassone di Parigi che si era trasferito ad Arles, tale Antoine Matisse, soprannominato La Rivière, e ad uno scultore di nome Pierre Pavillon, che si occupò della decorazione della facciata, che vanta due bellissimi Atlanti dal volto alquanto provato per lo sforzo di sorreggere l’architrave della porta principale.

12299113_10153783867818514_3947825107997475702_n
Uno dei due Atlanti, che parrebbe aver dimenticato il forno acceso a casa

Dov’è la parte piccante che era stata promessa all’inizio dell’articolo? Beh, pare che, dopotutto, non fosse proprio il nuovo lignaggio del Vendôme a richiedere la costruzione di questo capriccio barocco. D’altra parte un Pari di Francia aveva ben poco da stupirsi nel vedersi nominato Governatore di N’importe quoi. In verità il pavillon  serviva da grande boudoir per l’amorazzo, licenzioso quanto basta per essere considerato tipicamente “alla francese”, tra il Vendôme e la deliziosa Lucrèce de Forbin-Solliès, detta anche “La bella del Canet”. Costei, nottetempo, quatta quatta si intrufolava nel pavillon, viso celato da una mascherina, accompagnata da qualche ancella fidata che avrebbe discretamente mantenuto il segreto.

A questo proposito riporto le parole dello storico Roux-Alphéran:

« le duc de Vendôme, retiré dans le pavillon qu’il avait fait bâtir au faubourg des Cordeliers, et qu’on nomme aujourd’hui le Pavillon de la Molle, y faisait introduire de nuit, par une porte de derrière, des personnes déguisées, que les paysans du faubourg appelaient malicieusement las machouettos [les chouettes]. C’est là qu’il mourut le mardi 6 août 1669, à peine âgé de cinquante-sept ans, ce qui fit dire alors aux paysans : Las machouettos an tua lou duc [les chouettes ont tué le duc]. »

Per farla breve, la coquine era fatta entrare dal duca per l’entrata sul retro, sempre accompagnata dalla squadriglia di ancelle, come uno stormo di civette, di cui la Bella era la capitana.

Capitana-civetta, a quanto pare, ammazzò di troppo amore il duca, che perì all’età di cinquantasette anni, martedì 6 agosto 1669, molto probabilmente mentre si trovava in gioioso trastullo tra le sue braccia, per non dire tra… qualcos altro.

Novembre, santi, candele e maschera di ferro

Una domenica pomeriggio novembrina. Il tempo ha infine deciso di convertirsi alla pungente religione autunnale: è freddo, ventoso, il mare è quasi nero, la pelle si secca e gli occhi lacrimano.

Non importa, si va al mercato domenicale e si torna a casa due ore dopo carichi di noci e castagne, erbe aromatiche, zucche e arance: un cesto marrone e arancione che profuma e mette appetito. Sulla via verso l’appartamento, inerpicandosi su per i vicoli, ci si imbatte in una bancarella di vecchi dischi in vinile e vecchi libri. Un volume in particolare attira l’attenzione: Guide de la Provence mystérieuse. Due euro, ed è acquistato. Al suo interno una collezione di petits riens che sono il sale per i curiosi, la compagnia di quei momenti intimi trascorsi sotto le coperte prima di cadere addormentati e sognare le storie e i misteri di cui si stava leggendo accanto all’abat-jour del comodino, su quelle pagine mezze muffite e puzzolenti.

Il pomeriggio lo si trascorre sul divano, soffocati da coperte morbide, illuminati da una luce vellutata che, come quella di una lanterna ad olio, lentamente svanisce dietro i tetti delle case del centro, dietro il campanile della vecchia chiesa, dietro il cantiere nel porto. Accendere la luce? No, ci sono candele, in casa, si usino quelle. Si metta la teiera sul fuoco. Si scaldi il forno per le castagne.

Così, comodamente appollaiati sul divano, con un disco in sottofondo, fiammelle danzanti per tutta la stanza, una tisana bollente all’ibisco e caldarroste appena sfornate, si inizia a leggere il volumetto sulla Provenza misteriosa. Scorrendo le pagine, ci si imbatte nel capitolo sull’Isola di Santa Margherita e, sorpresa, vengono fuori i nomi di due tipetti che, nel cuore e nella libreria, hanno un posto d’onore: Voltaire e Dumas (il babbo). Tutti e due hanno a che fare con la storia enigmatica della Maschera di Ferro. Arouet per aver soggiornato brevemente presso la Bastiglia nel 1717 ed aver saputo direttamente dalle guardie che, anni prima, vi era stato imprigionato un detenuto di rango, il cui volto era costantemente celato da una maschera di velluto nero retta da cinghie e fibbie di ferro. Voltaire, successivamente, svolse ulteriori ricerche e fu proprio sulle sue indagini che Dumas fondò parte dell’impianto narrativo de”Il visconte di Bragelonne”, ultimo romanzo della trilogia dei moschettieri.

Parrebbe, dunque, che il Forte di Santa Margherita sia stato per un certo periodo dimora di questo misterioso prigioniero. Quando il governatore del forte, Benigno di Saint-Mars, fu nominato direttore della Bastiglia, l’illustre sconosciuto fu anch’egli trasferito nella prigione parigina, in quanto era preciso compito del Saint-Mars occuparsi dell’uomo mascherato. Durante il tragitto fecero una breve sosta a Marsiglia, più precisamente al Castello d’If. Questo luogo riporta la mente ancora a Dumas padre e al Conte di Montecristo, o a Edmond Dantès, se si preferisce.

L’identità dell’uomo dietro la maschera resta ancora un mistero insoluto, ma “fare ricerche”, pigramente adagiati sul sofà, alternando libri all’onnipresente Wikipedia e alle sue dubbie fonti, rende il novembrino pomeriggio domenicale un’isola temporale, una culla, un bozzolo di lana caldo e sereno, in cui la mente vaga nel passato e nella letteratura, fantasticando e colorando le pareti dell’anima.

Pastìs, un pasticcio alcolico occitano

Chi ha avuto modo di passare del tempo in Provenza, ha potuto gustare i diversi sapori e odori che la rendono una terra magica.

Una di queste fragranze è l’anice, ingrediente principale di una bevanda emblematica della città di Marsiglia, il Pastis. Da bere come aperitivo, diluito con acqua e rinfrescato da cubetti di ghiaccio, è un must per chiunque voglia godersi la città con in bocca il suo sapore più autentico.

Il nome del liquore deriva da una parola occitana, “pastìs“, che significa “miscuglio”, “pasticcio”, ma l’aperitivo alcolico viene anche chiamato pastaga. Fece la sua comparsa nel 1915, quando il governo francese proibì il consumo dell’assenzio, la fée verte, terribile musa ispiratrice di poeti e scrittori che son passati alla storia sia per il loro contributo alla letteratura che per essere stati i padri dello stile di vita “sesso, droga e rock ‘n’ roll”, con molta droga e niente rock ‘n’ roll. La fata verde, dicevo, fu proibita dal governo francese, preoccupato per la dilagante piaga sociale dell’alcolismo, ma fu sorprendentemente coadiuvato dalle case produttrici di vino, che avevano visto i loro affari cadere in disgrazia a causa della popolarità dell’assenzio.

Iniziò così la ricerca di un liquore commercializzabile, che avesse un gusto simile a quello dell’assenzio, che fosse composto di una varietà d’erbe aromatiche già utilizzate per la fata verde, ma con un tasso alcolico di molto inferiore. Questo mélange, allora, prese ad assumere dei connotati ben definiti, sebbene ancora fino al 1932 ciascun banco di mescita marsigliese avesse una sua propria ricetta: qualcuno aggiungeva più anice, qualcuno utilizzava più zucchero, ma nessuno di loro ebbe mai l’idea che invece fece la fortuna di un giovane ventenne marsigliese, tale Paul Ricard.

Figlio di un commerciante di vini, Ricard aveva una grande ambizione: fare il pittore. Suo padre, contrario all’aspirazione del figlio, lo obbligò ad entrare nell’azienda di famiglia. Nonostante lo sconforto dovuto a tale coercizione, il giovane non si diede per vinto e trovò il modo di esprimere la sua creatività tra alambicchi e profumi. Aggiunse al mélange di base, che allora costituiva la matrice della ricetta di questo pastaga, un ingrediente che rese la bevanda famosa in tutta la Francia: la liquirizia. Il successo fu enorme. Ricard disegnò anche la bottiglia e l’etichetta del liquore e, negli anni, creò campagne pubblicitarie innovative, sfogo di uno spirito creativo che non aveva potuto manifestarsi nella pittura.

Nel tempo, la ditta Ricard e la Pernod, altra grande produttrice di Pastis, si unirono e crearono la Pernod-Ricard, da cui, nel 1951 nacque anche un altro tipo di pastaga, il 51. Tale numero ricorda sia l’anno della sua creazione, sia le proporzioni con cui il liquore va consumato: cinque parti di acqua per una di Pastis.

Per riportare qualche dato, pensate che in Francia se ne consumano 130 milioni di litri per anno, l’equivalente di due litri per abitante. Si direbbe una bevanda irrinunciabile per qualsiasi francese. Forse è proprio per questo che l’attore marsigliese Fernandel diceva, a proposito del Pastis: “È come il seno femminile: uno non basta, tre sono troppi!”

Traslochi, trasmutazioni, trasformazioni, traslazioni – da narratore onnisciente alla prima persona.

Fatto. Sono arrivata per restare, e tutti i fatti elencati nel titolo si sono verificati.

Ho traslocato con grande fatica fisica: pacchi, scatoloni, scatole e valigie, pulizie, polvere, scope, stracci e spugne, smontaggio mobili, montaggio mobili, lavatrici e pasti frettolosi. Dio solo sa quanti traslochi ho già fatto nella mia breve vita.

Li conto.

Escludendone alcuni parziali, questo è forse il decimo, ma di certo ne ho mancato qualcuno nella ricapitolazione. Questo non sarà l’ultimo, perché chi si ferma è perduto, ma è uno dei più significativi, non posso negarlo.

Trasmutazione. Anche questa è accaduta. Che cos’è una trasmutazione, precisamente? Non posso rischiare di usare una parola in modo incorretto, Moretti lo strilla nella mia testa ogni volta: le parole sono importanti. Il vocabolario Treccani online indica:

trasmutazióne (ant. transmutazióne) s. f. [dal lat. transmutatio -onis]. – 1. a. letter. L’azione di trasmutare, il fatto di venire tramutato o di trasmutarsi; trasformazione, mutamento, cambiamento: quivi sarà transmutazione di viltade in gentilezza (Dante). b. ant. Traduzione: li versi del Salterio … furono transmutati d’ebreo in greco e di greco in latino, e ne la prima transmutazione tutta quella dolcezza venne meno (Dante). 2. In fisica nucleare, reazione per cui un nuclide si trasforma in un altro diverso. 3. In alchimia, pretesa trasformazione di un elemento in un altro, generalmente più pregiato (per es., di un metallo vile in oro).

Ho davvero mutato il mio aspetto, sono giunta ad un’altra forma di me stessa, l’ennesima, non l’ultima, ma la più nuova, un po’ più simile all’oro, parlando per termini alchemici.

E la mia trasformazione? Quella è già avvenuta in un giorno d’estate, quando ho detto addio a persone e cose che oramai esistevano solo nella mia testa. Ho aperto gli occhi e ho deciso che era ora di fare spazio a chi, invece, esiste davvero, e non soltanto nei miei pensieri.

Ecco che arrivo all’ultimo processo, la traslazione. Ne ho studiate e applicate a bizzeffe, a scuola, sul piano cartesiano, spesso senza avere la minima idea di che cosa stessi facendo. Ora, invece, ho capito a fondo che cosa significa, traslando tutti gli affetti che compongono il puzzle del mio cuore da un quadrante del piano ad un altro. L’asse delle ascisse è il confine geografico, quello delle ordinate il tempo che ho impiegato.

Pensando a tutto questo, me ne vado in cucina, dove ho pacchi di pasta Rummo e barattoli di passata Mutti che verranno divorati voracemente dalla mia fame italiana. La Ratatouille può ancora aspettare qualche giorno.